L'Eterno è il nostro giudice,
l'Eterno è il nostro legislatore,
l'Eterno è il nostro re,
Egli è colui che ci salva.
Isaia 33:22  

Attualità



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Predicazioni
Il lebbroso purificato
Il lebbroso purificato
  1. Ed avvenne che, trovandosi egli in una di quelle città, ecco un uomo pieno di lebbra, il quale, veduto Gesù e gettatosi con la faccia a terra, lo pregò dicendo: Signore, se tu vuoi, tu puoi purificarmi.
  2. Ed egli, stesa la mano, lo toccò dicendo: Lo voglio, sii purificato. E in quell'istante la lebbra sparì da lui.
  3. E Gesù gli comandò di non dirlo a nessuno: Ma va', gli disse, mostrati al sacerdote ed offri per la tua purificazione quel che ha prescritto Mosè; e ciò serva loro di testimonianza.
  4. Però la fama di lui si spandeva sempre più; e molte turbe si adunavano per udirlo ed essere guarite delle loro infermità.
  5. Ma egli si ritirava nei luoghi deserti e pregava.
Marcello Cicchese
novembre 2015

Salmo 62
Salmo 62
  1. Solo in Dio l'anima mia s'acqueta;
    da lui viene la mia salvezza.
  2. Egli solo è la mia rocca e la mia salvezza,
    il mio alto ricetto; io non sarò grandemente smosso.
  3. Fino a quando vi avventerete sopra un uomo
    e cercherete tutti insieme di abbatterlo
    come una parete che pende,
    come un muricciuolo che cede?
  4. Essi non pensano che a farlo cadere dalla sua altezza;
    prendono piacere nella menzogna;
    benedicono con la bocca,
    ma internamente maledicono. Sela.
  5. Anima mia, acquétati in Dio solo,
    poiché da lui viene la mia speranza.
  6. Egli solo è la mia ròcca e la mia salvezza;
    egli è il mio alto ricetto; io non sarò smosso.
  7. In Dio è la mia salvezza e la mia gloria;
    la mia forte ròcca e il mio rifugio sono in Dio.
  8. Confida in lui ogni tempo, o popolo;
    espandi il tuo cuore nel suo cospetto;
    Dio è il nostro rifugio. Sela.
  9. Gli uomini del volgo non sono che vanità,
    e i nobili non sono che menzogna;
    messi sulla bilancia vanno su,
    tutti assieme sono più leggeri della vanità.
  10. Non confidate nell'oppressione,
    e non mettete vane speranze nella rapina;
    se le ricchezze abbondano, non vi mettete il cuore.
  11. Dio ha parlato una volta,
    due volte ho udito questo:
    Che la potenza appartiene a Dio;
  12. e a te pure, o Signore, appartiene la misericordia;
    perché tu renderai a ciascuno secondo le sue opere.
Marcello Cicchese
agosto 2017

Salmo 22
Salmo 22
  1. Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? Perché te ne stai lontano, senza soccorrermi, senza dare ascolto alle parole del mio gemito?
  2. Dio mio, io grido di giorno, e tu non rispondi; di notte ancora, e non ho posa alcuna.
  3. Eppure tu sei il Santo, che siedi circondato dalle lodi d'Israele.
  4. I nostri padri confidarono in te; e tu li liberasti.
  5. Gridarono a te, e furono salvati; confidarono in te, e non furono confusi.
  6. Ma io sono un verme e non un uomo; il vituperio degli uomini, e lo sprezzato dal popolo.
  7. Chiunque mi vede si fa beffe di me; allunga il labbro, scuote il capo, dicendo:
  8. Ei si rimette nell'Eterno; lo liberi dunque; lo salvi, poiché lo gradisce!
  9. Sì, tu sei quello che m'hai tratto dal seno materno; m'hai fatto riposar fidente sulle mammelle di mia madre.
  10. A te fui affidato fin dalla mia nascita, tu sei il mio Dio fin dal seno di mia madre.
  11. Non t'allontanare da me, perché l'angoscia è vicina, e non v'è alcuno che m'aiuti.

  12. Grandi tori m'han circondato; potenti tori di Basan m'hanno attorniato;
  13. apron la loro gola contro a me, come un leone rapace e ruggente.
  14. Io son come acqua che si sparge, e tutte le mie ossa si sconnettono; il mio cuore è come la cera, si strugge in mezzo alle mie viscere.
  15. Il mio vigore s'inaridisce come terra cotta, e la lingua mi s'attacca al palato; tu m'hai posto nella polvere della morte.
  16. Poiché cani m'han circondato; uno stuolo di malfattori m'ha attorniato; m'hanno forato le mani e i piedi.
  17. Posso contare tutte le mie ossa. Essi mi guardano e m'osservano;
  18. spartiscon fra loro i miei vestimenti e tirano a sorte la mia veste.
  19. Tu dunque, o Eterno, non allontanarti, tu che sei la mia forza, t'affretta a soccorrermi.
  20. Libera l'anima mia dalla spada, l'unica mia, dalla zampa del cane;
  21. salvami dalla gola del leone. Tu mi risponderai liberandomi dalle corna dei bufali.

  22. Io annunzierò il tuo nome ai miei fratelli, ti loderò in mezzo all'assemblea.
  23. O voi che temete l'Eterno, lodatelo! Glorificatelo voi, tutta la progenie di Giacobbe, e voi tutta la progenie d'Israele, abbiate timor di lui!
  24. Poich'egli non ha sprezzata né disdegnata l'afflizione dell'afflitto, e non ha nascosta la sua faccia da lui; ma quand'ha gridato a lui, ei l'ha esaudito.
  25. Tu sei l'argomento della mia lode nella grande assemblea; io adempirò i miei voti in presenza di quelli che ti temono.
  26. Gli umili mangeranno e saranno saziati; quei che cercano l'Eterno lo loderanno; il loro cuore vivrà in perpetuo.
  27. Tutte le estremità della terra si ricorderan dell'Eterno e si convertiranno a lui; e tutte le famiglie delle nazioni adoreranno nel tuo cospetto.
  28. Poiché all'Eterno appartiene il regno, ed egli signoreggia sulle nazioni.
  29. Tutti gli opulenti della terra mangeranno e adoreranno; tutti quelli che scendon nella polvere e non posson mantenersi in vita s'inginocchieranno dinanzi a lui.
  30. La posterità lo servirà; si parlerà del Signore alla ventura generazione.
  31. 31 Essi verranno e proclameranno la sua giustizia, e al popolo che nascerà diranno come egli ha operato.
Marcello Cicchese
settembre 2016

L'intoppo
L’intoppo che fa cadere nell’iniquità

Ezechiele 7:1-4
  1. E la parola dell'Eterno mi fu rivolta in questi termini:
  2. 'E tu, figlio d'uomo, così parla il Signore, l'Eterno, riguardo al paese d'Israele: La fine! la fine viene sulle quattro estremità del paese!
  3. Ora ti sovrasta la fine, e io manderò contro di te la mia ira, ti giudicherò secondo la tua condotta, e ti farò ricadere addosso tutte le tue abominazioni.
  4. E l'occhio mio non ti risparmierà, io sarò senza pietà, ti farò ricadere addosso tutta la tua condotta e le tue abominazioni saranno in mezzo a te; e voi conoscerete che io sono l'Eterno.

Ezechiele 8:1-13
  1. E il sesto anno, il quinto giorno del sesto mese, avvenne che, come io stavo seduto in casa mia e gli anziani di Giuda erano seduti in mia presenza, la mano del Signore, dell'Eterno, cadde quivi su me.
  2. Io guardai, ed ecco una figura d'uomo, che aveva l'aspetto del fuoco; dai fianchi in giù pareva di fuoco; e dai fianchi in su aveva un aspetto risplendente, come di terso rame.
  3. Egli stese una forma di mano, e mi prese per una ciocca de' miei capelli; e lo spirito mi sollevò fra terra e cielo, e mi trasportò in visioni divine a Gerusalemme, all'ingresso della porta interna che guarda verso il settentrione, dov'era posto l'idolo della gelosia, che eccita a gelosia.
  4. Ed ecco che quivi era la gloria dell'Iddio d'Israele, come nella visione che avevo avuta nella valle.
  5. Ed egli mi disse: 'Figlio d'uomo, alza ora gli occhi verso il settentrione'. Ed io alzai gli occhi verso il settentrione, ed ecco che al settentrione della porta dell'altare, all'ingresso, stava quell'idolo della gelosia.
  6. Ed egli mi disse: 'Figlio d'uomo, vedi tu quello che costoro fanno? le grandi abominazioni che la casa d'Israele commette qui, perché io m'allontani dal mio santuario? Ma tu vedrai ancora altre più grandi abominazioni'.
  7. Ed egli mi condusse all'ingresso del cortile. Io guardai, ed ecco un buco nel muro.
  8. Allora egli mi disse: 'Figlio d'uomo, adesso fora il muro'. E quand'io ebbi forato il muro, ecco una porta.
  9. Ed egli mi disse: 'Entra, e guarda le scellerate abominazioni che costoro commettono qui'.
  10. Io entrai, e guardai: ed ecco ogni sorta di figure di rettili e di bestie abominevoli, e tutti gl'idoli della casa d'Israele dipinti sul muro attorno;
  11. e settanta fra gli anziani della casa d'Israele, in mezzo ai quali era Jaazania, figlio di Shafan, stavano in piedi davanti a quelli, avendo ciascuno un turibolo in mano, dal quale saliva il profumo d'una nuvola d'incenso.
  12. Ed egli mi disse: 'Figlio d'uomo, hai tu visto quello che gli anziani della casa d'Israele fanno nelle tenebre, ciascuno nelle camere riservate alle sue immagini? poiché dicono: - L'Eterno non ci vede, l'Eterno ha abbandonato il paese'.
  13. Poi mi disse: 'Tu vedrai ancora altre più grandi abominazioni che costoro commettono'.

Ezechiele 14:1-11
  1. Or vennero a me alcuni degli anziani d'Israele, e si sedettero davanti a me.
  2. E la parola dell'Eterno mi fu rivolta in questi termini:
  3. 'Figlio d'uomo, questi uomini hanno innalzato i loro idoli nel loro cuore, e si sono messi davanti l'intoppo che li fa cadere nella loro iniquità; come potrei io esser consultato da costoro?
  4. Perciò parla e di' loro: Così dice il Signore, l'Eterno: Chiunque della casa d'Israele innalza i suoi idoli nel suo cuore e pone davanti a sé l'intoppo che lo fa cadere nella sua iniquità, e poi viene al profeta, io, l'Eterno, gli risponderò come si merita per la moltitudine dei suoi idoli,
  5. affin di prendere per il loro cuore quelli della casa d'Israele che si sono alienati da me tutti quanti per i loro idoli.
  6. Perciò di' alla casa d'Israele: Così parla il Signore, l'Eterno: Tornate, ritraetevi dai vostri idoli, stornate le vostre facce da tutte le vostre abominazioni.
  7. Poiché, a chiunque della casa d'Israele o degli stranieri che soggiornano in Israele si separa da me, innalza i suoi idoli nel suo cuore e pone davanti a sé l'intoppo che lo fa cadere nella sua iniquità e poi viene al profeta per consultarmi per suo mezzo, risponderò io, l'Eterno, da me stesso.
  8. Io volgerò la mia faccia contro a quell'uomo, ne farò un segno e un proverbio, e lo sterminerò di mezzo al mio popolo; e voi conoscerete che io sono l'Eterno.
  9. E se il profeta si lascia sedurre e dice qualche parola, io, l'Eterno, sono quegli che avrò sedotto il profeta; e stenderò la mia mano contro di lui, e lo distruggerò di mezzo al mio popolo d'Israele.
  10. E ambedue porteranno la pena della loro iniquità: la pena del profeta sarà pari alla pena di colui che lo consulta,
  11. affinché quelli della casa d'Israele non vadano più errando lungi da me, e non si contaminino più con tutte le loro trasgressioni, e siano invece mio popolo, e io sia il loro Dio, dice il Signore, l'Eterno'.
Marcello Cicchese
ottobre 2016

Salmo 125
Salmo 125
    Canto dei pellegrinaggi.
  1. Quelli che confidano nell'Eterno
    sono come il monte di Sion, che non può essere smosso,
    ma dimora in perpetuo.
  2. Gerusalemme è circondata dai monti;
    e così l'Eterno circonda il suo popolo,
    da ora in perpetuo.
  3. Poiché lo scettro dell'empietà
    non rimarrà sulla eredità dei giusti,
    affinché i giusti non mettano mano all'iniquità.
  4. O Eterno, fa' del bene a quelli che sono buoni,
    e a quelli che sono retti nel loro cuore.
  5. Ma quanto a quelli che deviano per le loro vie tortuose,
    l'Eterno li farà andare con gli operatori d'iniquità.
    Pace sia sopra Israele.
Marcello Cicchese
luglio 2017

La pazienza dl Dio
La pazienza di Dio e la nostra speranza
Poiché siamo stati salvati in speranza. Or la speranza di ciò che si vede, non è speranza; difatti, quello che uno vede, perché lo spererebbe ancora? Ma se speriamo ciò che non vediamo, noi l'aspettiamo con pazienza (Romani 8.25).

Marcello Cicchese
settembre 2017

Salmo 23
Salmo 23
  1. L'Eterno è il mio pastore, nulla mi manca.
  2. Egli mi fa giacere in verdeggianti paschi, mi guida lungo le acque chete.
  3. Egli mi ristora l'anima, mi conduce per sentieri di giustizia, per amore del suo nome.
  4. Quand'anche camminassi nella valle dell'ombra della morte, io non temerei male alcuno, perché tu sei con me; il tuo bastone e la tua verga sono quelli che mi consolano.
  5. Tu apparecchi davanti a me la mensa al cospetto dei miei nemici; tu ungi il mio capo con olio; la mia coppa trabocca.
  6. Certo, beni e benignità m'accompagneranno tutti i giorni della mia vita; ed io abiterò nella casa dell'Eterno per lunghi giorni.
Marcello Cicchese
settembre 2017

Filippesi 3:17-21
Il corpo della nostra umiliazione
Siate miei imitatori, fratelli, e riguardate a coloro che camminano secondo l'esempio che avete in noi. Perché molti camminano (ve l'ho detto spesso e ve lo dico anche ora piangendo), da nemici della croce di Cristo; la fine dei quali è la perdizione, il cui dio è il ventre, e la cui gloria è in quel che torna a loro vergogna; gente che ha l'animo alle cose della terra. Quanto a noi, la nostra cittadinanza è nei cieli, da dove anche aspettiamo come Salvatore il Signore Gesù Cristo, il quale trasformerà il corpo della nostra umiliazione rendendolo conforme al corpo della sua gloria, in virtù della potenza per la quale egli può anche sottoporsi ogni cosa.
Filippesi 3:17-21
Marcello Cicchese
giugno 2016

Romani 12:1-2
Il rinnovamento della mente
Vi esorto dunque, fratelli, per le compassioni di Dio, a presentare i vostri corpi in sacrificio vivente, santo, accettevole a Dio, il che è il vostro culto spirituale. e non vi conformate a questo secolo, ma siate trasformati mediante il rinnovamento della vostra mente, affinché conosciate per esperienza qual sia la volontà di Dio, la buona, accettevole e perfetta volontà.
Romani 12:1-2
Marcello Cicchese
gennaio 2017

Salmo 90
Salmo 90
  1. Preghiera di Mosè, uomo di Dio.
    O Signore, tu sei stato per noi un rifugio
    di generazione in generazione.
  2. Prima che i monti fossero nati
    e che tu avessi formato la terra e il mondo,
    da eternità a eternità tu sei Dio.
  3. Tu fai tornare i mortali in polvere
    e dici: Ritornate, o figli degli uomini.
  4. Perché mille anni, agli occhi tuoi,
    sono come il giorno d'ieri quand'è passato,
    e come una veglia nella notte.
  5. Tu li porti via come una piena; sono come un sogno.
    Son come l'erba che verdeggia la mattina;
  6. la mattina essa fiorisce e verdeggia,
    la sera è segata e si secca.
  7. Poiché noi siamo consumati dalla tua ira,
    e siamo atterriti per il tuo sdegno.
  8. Tu metti le nostre iniquità davanti a te,
    e i nostri peccati occulti, alla luce della tua faccia.
  9. Tutti i nostri giorni spariscono per il tuo sdegno;
    noi finiamo gli anni nostri come un soffio.
  10. I giorni dei nostri anni arrivano a settant'anni;
    o, per i più forti, a ottant'anni;
    e quel che ne fa l'orgoglio, non è che travaglio e vanità;
    perché passa presto, e noi ce ne voliamo via.
  11. Chi conosce la forza della tua ira
    e il tuo sdegno secondo il timore che t'è dovuto?
  12. Insegnaci dunque a così contare i nostri giorni,
    che acquistiamo un cuore saggio.
  13. Ritorna, o Eterno; fino a quando?
    e muoviti a pietà dei tuoi servitori.
  14. Saziaci al mattino della tua benignità,
    e noi giubileremo, ci rallegreremo tutti i giorni nostri.
  15. Rallegraci in proporzione dei giorni che ci hai afflitti,
    e degli anni che abbiamo sentito il male.
  16. Apparisca l'opera tua a pro dei tuoi servitori,
    e la tua gloria sui loro figli.
  17. La grazia del Signore Dio nostro sia sopra noi,
    e rendi stabile l'opera delle nostre mani;
    sì, l'opera delle nostre mani rendila stabile.

Marcello Cicchese
31 dicembre 2017

Dal Salmo 119
Salmo 119
  1. L'anima mia è attaccata alla polvere;
    vivificami secondo la tua parola.
  2. Io ti ho narrato le mie vie e tu m'hai risposto;
    insegnami i tuoi statuti.
  3. Fammi intendere la via dei tuoi precetti,
    ed io mediterò le tue meraviglie.
  4. L'anima mia, dal dolore, si strugge in lacrime;
    rialzami secondo la tua parola.
  5. Tieni lontana da me la via della menzogna,
    e, nella tua grazia, fammi intendere la tua legge,
  6. io ho scelto la via della fedeltà,
    mi son posto i tuoi giudizi dinanzi agli occhi.
  7. Io mi tengo attaccato alle tue testimonianze;
    o Eterno, non lasciare che io sia confuso.
  8. Io correrò per la via dei tuoi comandamenti,
    quando m'avrai allargato il cuore.

Marcello Cicchese
19 luglio 2018

Il giorno del riposo
Il giorno del riposo

Ricordati del giorno del riposo per santificarlo. Lavora sei giorni e fa' in essi ogni opera tua; ma il settimo giorno è giorno di riposo, sacro all'Eterno, che è l'Iddio tuo; non fare in esso lavoro alcuno, né tu, né il tuo figlio, né la tua figlia, né il tuo servo, né la tua serva, né il tuo bestiame, né il forestiero che è dentro alle tue porte; poiché in sei giorni l'Eterno fece i cieli, la terra, il mare e tutto ciò che è in essi, e si riposò il settimo giorno; perciò l'Eterno ha benedetto il giorno del riposo e l'ha santificato.

Esodo 20:8-11

Marcello Cicchese
dicembre 2014

Perché siete così ansiosi?
«Perché siete così ansiosi?»

Nessuno può servire a due padroni; perché o odierà l'uno ed amerà l'altro, o si atterrà all'uno e sprezzerà l'altro. Voi non potete servire a Dio e a Mammona. Perciò vi dico: Non siate ansiosi per la vita vostra di quello che mangerete o di quello che berrete; né per il vostro corpo, di che vi vestirete. Non è la vita più del nutrimento, e il corpo più del vestito? Guardate gli uccelli del cielo: non seminano, non mietono, non raccolgono in granai, e il Padre vostro celeste li nutre. Non siete voi assai più di loro? E chi di voi può con la sua sollecitudine aggiungere alla sua statura anche un cubito? E intorno al vestire, perché siete con ansietà solleciti? Considerate come crescono i gigli della campagna; essi non faticano e non filano; eppure io vi dico che nemmeno Salomone, con tutta la sua gloria, fu vestito come uno di loro. Ora se Dio riveste in questa maniera l'erba dei campi che oggi è e domani è gettata nel forno, non vestirà Egli molto più voi, o gente di poca fede? Non siate dunque ansiosi dicendo: Che mangeremo? che berremo? o di che ci vestiremo? Poiché sono i pagani che ricercano tutte queste cose; e il Padre vostro celeste sa che avete bisogno di tutte queste cose. Ma cercate prima il regno e la giustizia di Dio, e tutte queste cose vi saranno sopraggiunte. Non siate dunque con ansietà solleciti del domani; perché il domani sarà sollecito di se stesso. Basta a ciascun giorno il suo affanno.

Matteo 6:24-34

Marcello Cicchese
dicembre 2015


I sionismi tra perfezione e realtà

Cosa succede a un sogno quando deve confrontarsi con il reale?

di Giorgio Berruto

Sionismo o sionismi? Già ai tempi del primo congresso sionista, che si svolse a Basilea nel 1897, era a tutti evidente l'inesistenza di un unico, monolitico sionismo. Negli anni successivi molto è cambiato, non però la pluralità dei sionismi, che anzi è semmai aumentata mentre cresceva la presenza ebraica nella Palestina prima ottomana e poi mandataria: dal sionismo tolstojano di Gordon, che invitava al ritorno alla terra delineando una figura di intellettuale agricoltore sulla scorta del Levin di Anna Karenina a quello culturale e antinazionalista di Buber, a quello antiassimilazionista fondato sullo studio delle fonti di Gershom Scholem eccetera. C'è chi dice che il sionismo, o meglio i sionismi, si siano esauriti con la fondazione dello stato nel 1948 e chi pensa che oggi, in condizioni diverse, descrivano lo stato stesso oppure l'anelito alla convivenza o alla pace o ancora la spinta all'annessione delle regioni bibliche di Giudea e Samària. Vorrei prendere in considerazione solo quelli che hanno avuto più successo e riflettere sulla relazione tra questi e una realtà che spesso li ha contraddetti, a volte anche in modo clamoroso, fino a cambiarli dall'interno.

 Herzl: uno stato tra gli stati
  La visione che Theodor Herzl sviluppa nello Stato ebraico affonda le radici da una parte nell'idea ottimista del progresso con cui gli uomini sanno migliorare la propria condizione, dall'altra in quello che ai suoi giorni veniva chiamato "concerto delle nazioni", cioè l'insieme complesso delle relazioni diplomatiche tra stati che nell'Ottocento svolgeva un ruolo nuovo e centrale. Secondo Herzl, come per quasi tutti i suoi contemporanei, esiste un problema ebraico, ma - ed è qui l'originalità della riflessione del giornalista ungherese - questo problema è di asimmetria. Mentre il popolo italiano ha uno stato, l'Italia, quello francese la Francia eccetera, il popolo ebraico non ne ha alcuno, ed è questa mancanza a generare l'odio verso il popolo senza terra, cioè l'antisemitismo. In un mondo di stati nazione, il giorno in cui gli ebrei avranno uno stato l'antisemitismo si esaurirà naturalmente perché è questa mancanza a generarlo. Per questo non fa differenza se lo stato ebraico nasce in Medio Oriente, in Uganda o altrove.

 Rav Kook: riunire l'anima al corpo
  Rav Avraham Yitzchak HaCohen Kook deve parte della popolarità di cui ancora oggi gode in Israele e altrove al fatto di essere stato tra i pochi rabbini sionisti della prima ora. Kook condivide con Herzl l'idea che esista un "problema ebraico", ma la descrizione che di questo traccia non ha a che fare con l'umanesimo ma con la mistica. C'è secondo Kook un rapporto essenziale ed esistenziale tra il popolo ebraico e la Terra di Israele, cioè le regioni bibliche. La terra, in altre parole, non è un oggetto esterno che si può desiderare o respingere, ma una parte del popolo, cioè della sua identità. Qui è interessante l'intreccio tra temi della cultura romantica europea e il misticismo. La diaspora è scissione dell'anima (il popolo) dal corpo (la terra d'Israele), e questa separazione violenta comporta la mortificazione dello spirito, l'oscurità dell'esilio. Obiettivo degli ebrei per riguadagnare la propria identità divisa, cioè se stessi, è allora riunirsi alla terra di Israele come l'anima si unisce al corpo.

 l kibbutz: la vita totale
  Quelli di Herzl e rav Kook non sono gli unici sionismi che si pongono l'obiettivo della soluzione di un affermato "problema ebraico", e non sono gli unici a pensare questa soluzione nei termini di una redenzione in grado di terminare l'esilio (esilio dall'umanità, secondo Herzl; da se stessi, secondo Kook). Un terzo sionismo di grande successo che ha posto la questione in termini analoghi è quello del kibbutz, per decenni modello guida per gli ebrei sotto il mandato britannico e poi sotto lo stato di Israele. Secondo la cultura del kibbutz, largamente influenzata dal socialismo europeo, è indispensabile per gli ebrei muoversi dal non luogo della diaspora verso la terra e qui cominciare una vita nuova attraverso il lavoro manuale. Molti kibbutzim prevedono un modello di vita totale, cioè autosufficiente. Un modello, anche in questo caso come in quelli di Herzl e Kook, che aspira alla perfezione.

 Tre storie di fallimenti
  La nascita dello stato nel 1948 ha segnato il fallimento dei sionismi di Herzl e di rav Kook. L'idea umanistica di Herzl, secondo cui la fondazione dello stato avrebbe decretato la fine dell'antisemitismo, è stata contraddetta non appena, a poche ore dalla dichiarazione di indipendenza, gli eserciti dei paesi arabi circostanti hanno mosso guerra a Israele; e continua a essere contraddetta oggi, in un rovesciamento paradossale della dottrina del "padre del sionismo politico moderno", quando uno dei volti dell'antisemitismo è proprio la delegittimazione dello stato ebraico (è sufficiente una scorsa alle risoluzioni Onu contro Israele per rendersene conto). Ma nel 1948 anche l'idea mistica di rav Kook ha subito uno scacco, quando lo stato è nato non sulle terre di cui narra la Torà, ma in gran parte su quelle che la Torà e i profeti descrivono come abitate da popoli idolatri: non sulle alture di Giudea e Samària, ma sulla striscia litoranea. Dopo il 1967, quando in seguito a una fulminea guerra difensiva Israele ha occupato le regioni bibliche, i seguaci di rav Kook hanno sì visto la possibilità di realizzare quel sionismo, ma nei decenni successivi non hanno potuto fare a meno di constatare una realtà che non poteva essere ignorata: quelle terre non erano e non sono vuote bensì abitate da altri. E il sionismo del kibbutz? Oggi sono poche le tracce che lo ricordano, la maggior parte dei kibbutzim si è trasformata o si sta trasformando insieme alle trasformazioni economiche e sociali dello Stato.

 Ben Gurion: il rifugio
  Complice l'impatto devastante della Shoah sugli orizzonti di pensiero degli ebrei sopravvissuti, ma anche il protrarsi del rifiuto da parte araba, con la fondazione dello stato nel 1948 il sionismo cambia. La pluralità di idee, cioè di sionismi, che aveva segnato i decenni precedenti viene rarefatta dall'imperativo di cui si fa portavoce David Ben Gurion: tempo di edificare. Negli anni cinquanta e sessanta non c'è tempo per discutere, occorre costruire un paese quasi dal nulla. In questo contesto il sionismo assume il significato di assicurazione sulla vita per gli ebrei, e il nuovo stato di Israele viene pensato e si propone attivamente come rifugio dalle persecuzioni e dall'antisemitismo diffusi in Europa orientale, nei paesi arabi e altrove. Un po' per volta i sogni di rigenerazione e redenzione sbiadiscono e vengono sostituiti dall'idea che lo stato stesso, in quanto esiste, sia il sionismo e che nel sionismo, così pensato, risieda la realizzazione dell'ebraismo.

 Il principio di Amos Oz ovvero di sogno e realtà
  Amos Oz diceva che i sogni sono indispensabili perché è da questi che la realtà origina. Con i sogni è possibile dare una forma alla materia informe, organizzare le indistinte possibilità attraverso un'idea, plasmare il caos originario del tohu vavohu con un'azione creatrice, demiurgica. Oz però continuava dicendo che il sogno da solo non basta perché nel momento stesso in cui da questo nasce la realtà, il primo è già tradito. Il paradosso del sogno è che proprio quando si realizza svanisce e il suo posto viene preso dalla realtà, che a differenza del sogno è sempre imperfetta. Forse anche i sionismi, che a lungo sono stati sogni per molti ebrei, andrebbero considerati come tutti i sogni: modelli di perfezione solo fino a quando sono sogni, inevitabilmente imperfetti quando scelgono di confrontarsi con la realtà.

(JoiMag, 8 giugno 2020)


«L'identità ebraica non è un mistero. E' un mistero soltanto per chi rifiuta di prendere in considerazione le chiare spiegazioni della Scrittura. Il "segreto" del popolo ebraico non va cercato né dentro l'anima dell'ebreo, né dentro lo spirito del popolo ebraico, né dentro la politica della comunità internazionale. Chi cerca lì la spiegazione s'imbatte inevitabilmente in un mistero per il semplice fatto che la spiegazione non sta lì. Il motivo d'essere del popolo d'Israele non sta dentro l'ambito di ciò che è stato creato ed esiste, ma fuori, nella decisione e nella volontà del Creatore. E non è un fatto misterioso, perché è chiaramente rivelato nella Sacra Scrittura. E' un fatto pubblico, non un segreto per iniziati. E' la famosa elezione, che significa scelta, il che presuppone un atto di volontà di qualcuno. E' vano allora sperare di capire gli aspetti insoliti dell'oggetto di una scelta senza interrogarsi sul Soggetto che ha fatto la scelta.» "L'identità del popolo ebraico: mistero della fede laica". M.C.


'Lili Marlene', un documentario a 80 anni dall’entrata dell’Italia in guerra

Due serate su Focus con documentario di Pietro Suber

ROMA - Per ricordare cosa è stata davvero la guerra, alla quale negli ultimi mesi la pandemia è stata accostata, un'occasione sarà data dal film documentario 'Lili Marlene - La guerra degli italiani', firmato e diretto da Pietro Suber. Il secondo conflitto mondiale raccontato dagli italiani: il 10 giugno 1940 saranno 80 anni dall'entrata dell'Italia fascista in guerra, un evento fatale nella storia del Paese.
   Dalla viva voce dei bambini di 80 anni fa, vittime e carnefici, fascisti, ebrei e partigiani, il racconto della più terribile carneficina dell'era moderna, nelle parole dei sempre meno testimoni ancora vivi.
   Il documentario, prodotto da Videonews, scritto da Suber con la collaborazione di Amedeo Osti Guerrazzi, storico del fascismo, collaboratore della Fondazione Museo della Shoah di Roma e Donatella Scuderi, autrice di soggetti e sceneggiature prende il titolo da Lili Marlene, la canzone più popolare durante la Seconda guerra mondiale, resa celebre dalla versione di Marlene Dietrich. Andrà in onda in due serate, il 10 e 11 giugno, alle ore 21.15 su Focus (canale 35 del digitale terrestre - 414 della piattaforma Sky) e successivamente in replica sulle reti Mediaset.
   Si tratta di storie inedite o meno come quella di Silvana Ajò, giovane ebrea romana che, all'arrivo di Adolf Hitler a Roma, scese in strada a salutare il Fuhrer con la bandierina con la svastica (solo tre mesi prima dell'introduzione delle leggi razziali). Oppure della tragedia del transatlantico britannico Arandora Star, dove Winston Churchill imbarcò gran parte degli italiani residenti in Inghilterra, accusati di essere spie fasciste, per internarli in Canada. La nave fu silurata da un sommergibile tedesco e i passeggeri - molti di questi ebrei o antifascisti - morirono al largo delle coste irlandesi.
   Le storie di soldati e cittadini comuni vengono collegate tra loro da alcuni camei, brevi interviste a personaggi celebri come Giorgio Napolitano ed Eugenio Scalfari, che raccontano del loro periodo fascista. E ancora aneddoti di protagonisti della vita culturale e artistica come Dacia Maraini, Pupi Avati, Pippo Baudo, Renzo Arbore e le gemelle Alice ed Ellen Kessler (che vivevano vicino ad un campo di concentramento in Germania).

(ANSA, 9 giugno 2020)


Repubblica Ceca-Israele: colloquio telefonico tra Babis e Netanyahu

Focus su effetti pandemia

PRAGA - Il primo ministro ceco, Andrej Babis, ha avuto un colloquio telefonico con l'omologo israeliano Benjamin Netanyahu. Ne dà notizia lo stesso Babis via Twitter, precisando che i due hanno discusso di coronavirus, degli effetti della pandemia sulle rispettive economie e sulla possibilità di una seconda ondata di contagi. I due capi del governo hanno anche ribadito che le relazioni ceco-israeliane sono buone come da tradizione. A fine maggio tali relazioni rischiavano di subire un colpo a causa di un articolo del ministro degli Esteri, Tomas Petricek, e di due suoi predecessori alla guida del dicastero in cui si condannava la scelta israeliana di un'annessione parziale della Cisgiordania. Babis e il presidente della Repubblica Ceca, Milos Zeman, avevano criticato l'uscita del ministro degli Esteri. Lo scorso fine settimana Petricek ha telefonato all'omologo israeliano, Gabi Ashkenazi, che ha accettato un suo invito a Praga.

(Agenzia Nova, 9 giugno 2020)


I comunisti usarono lapidi ebraiche per pavimentare piazza San Venceslao a Praga

di Maria Savigni

 
Pietre tombali con scritte ebraiche trovate nei lavori di ripavimentazione di Piazza San Venceslao a Praga
Qualche settimana fa ha fatto scalpore la notizia del ritrovamento a Praga, nel corso di alcuni lavori di ristrutturazione nella piazza San Venceslao, di pietre tombali con scritte in ebraico.

 La scoperta
  Il 5 maggio scorso ha avuto inizio un complesso lavoro di ristrutturazione della piazza principale del centro storico di Praga, per il quale l'amministrazione della capitale ha stanziato un budget di 10 milioni di euro.
  Il rabbino Chaim Koči si trovava ad assistere allo svolgimento dei lavori quando ha notato che alcune delle pietre rimosse presentavano scritte in ebraico e incisioni con la stella di Davide. Altre pietre avevano superfici bianche ma levigate, caratteristica tipica delle pietre tombali. Il direttore del Museo ebraico di Praga, Leo Pavlat, aveva già ipotizzato che sul sito si trovassero pietre provenienti da vari cimiteri ebraici e per questo aveva chiesto al Consiglio comunale che alcuni rappresentanti della comunità ebraica potessero assistere ai lavori sulla piazza.
  La scoperta non è che una conferma di un sospetto che aleggiava da tempo: negli anni Ottanta il regime comunista avrebbe utilizzato pietre tombali, provenienti da cimiteri e sinagoghe depredati, per ricostruire la pavimentazione di piazza San Venceslao. La datazione delle pietre finora analizzate, che varia dal XIX secolo per le più antiche fino agli anni Settanta per le più recenti, pare confermare questa ipotesi. "Per noi è una vittoria perché finora è stato solo un sospetto. Forse vi erano pietre di provenienza ebraica qui, ma nessuno sapeva. È importante per accertare la verità storica", ha affermato il rabbino Koči.

 Le origini storiche
  In est Europa, parte consistente del patrimonio culturale ebraico è stato distrutto durante l'occupazione nazista. Il termine del conflitto mondiale, tuttavia, non ha posto fine all'antisemitismo e alla devastazione dei beni culturali ebraici.
  Durante il regime comunista la comunità ebraica, al pari delle altre confessioni religiose, era sorvegliata dalla polizia di stato. In questo periodo nell'attuale Repubblica Ceca sono state distrutte 150 sinagoghe, il doppio delle 70 devastate dai nazisti. Nel 1968 echi della campagna antisemita polacca hanno raggiunto la Cecoslovacchia, spingendo un numero consistente di ebrei all'emigrazione.
  Il vecchio cimitero ebraico di Praga, situato nel quartiere Žižkov, è stato in larga parte distrutto dal regime comunista nel 1985 per costruire un parco pubblico e una torre della televisione, la quale avrebbe dovuto impedire l'accesso ai canali televisivi dell'Europa occidentale. Mentre alcune tombe sono state spostate in altri cimiteri, una parte dei resti è stata gettata in una discarica fuori Praga. Difficile non pensare a un vero e proprio genocidio culturale, dato che il luogo è diventato una meta turistica che ospita hotel, mini-golf e ristoranti, senza conservare traccia di ciò che fu. Del cimitero resta solo la parte più antica, in un angolo della piazza antistante la torre.

 I conti con il passato
  Piazza San Venceslao non è solo una delle maggiori attrazioni turistiche della città, ma è stata il teatro degli eventi storici più importanti del Novecento per la Repubblica Ceca. Qui, nel 1969, lo studente Jan Palach si diede fuoco per protesta contro la fine della Primavera di Praga; e sempre qui nel 1989 vi si tennero le manifestazioni contro il regime comunista che portarono alla rivoluzione di velluto e alla transizione democratica cecoslovacca.
  Il lavoro di ristrutturazione attualmente in corso ha lo scopo di rendere la struttura della piazza più agevole per i turisti. Ma, mentre la città sembra guardare sempre di più verso il futuro, dalla sua piazza-simbolo riemergono tombe, resti di un passato scomodo con cui ancora si fatica a fare i conti. Come conservare la memoria?
  La comunità ebraica vorrebbe raccogliere tutte le pietre tombali riesumate con i lavori di ristrutturazione per costruire un memoriale presso l'antico cimitero ebraico di Žižkov. Le condizioni delle pietre rendono impossibile risalire all'esatta collocazione originaria, ma forse le lapidi potranno trovare uno spazio in cui riposare e ricordare al pubblico gli orrori di un passato che troppo spesso si cerca di rimuovere.

(Eást Journal, 9 giugno 2020)


Grande Muraglia cinese: non è stata costruita tutta per tenere fuori gli invasori

La conclusione di Gideon Shelach-Lavi, dell'Università ebraica di Gerusalemme.

di Silvia De Stefano

Vista aerea di una parte della linea settentrionale della Grande Muraglia cinese (Università Ebraica)
Non tutta la Grande Muraglia cinese è stata costruita per tenere lontani gli invasori: il segmento settentrionale serviva per monitorare i movimenti civili.
Quando i ricercatori hanno mappato completamente per la prima volta la Northern Line di 740 chilometri della Grande Muraglia cinese, i loro risultati hanno messo in discussione le precedenti ipotesi dal momento che questa parte non sembrava fosse stata costruita per tenere lontani gli invasori, ma piuttosto per monitorare i movimenti civili.
Prima della nostra ricerca, la maggior parte delle persone pensava che lo scopo della Grande Muraglia fosse quello di fermare l'esercito di Genghis Khan, ha detto Gideon Shelach-Lavi dell'Università ebraica di Gerusalemme, che ha guidato lo studio durato due anni.
Ma la Northern Line, che si trova principalmente in Mongolia, si snoda attraverso valli, è relativamente bassa in altezza e vicina ai sentieri, indicando funzioni non militari.
La nostra conclusione è che si trattava più di monitorare o bloccare i movimenti di persone e bestiame, forse di tassarli ha detto Shelach-Lavi.
Le persone forse si spostavano verso pascoli meridionali più caldi durante un periodo di freddo medievale.
La costruzione della Grande Muraglia, che è divisa in sezioni che si estendono per migliaia di chilometri, iniziò nel III secolo a.C. e proseguì per secoli.
La Northern Line, conosciuta anche come "Genghis Khan's Wall" in riferimento al leggendario conquistatore mongolo, fu costruita tra l'XI e il XIII secolo con terra battuta e punteggiata da 72 strutture in piccoli ammassi.
Shelach-Lavi e il suo team di ricercatori israeliani, mongoli e americani hanno usato droni, immagini satellitari ad alta risoluzione e strumenti archeologici tradizionali per mappare il muro e trovare artefatti che hanno contribuito a fissare le date.
Secondo Shelach-Lavi, i cui risultati dello studio in corso sono stati pubblicati sulla rivista Antiquity, la Northern Line è stata ampiamente trascurata dagli scienziati contemporanei.

(Lega Nerd, 9 giugno 2020)


Israele annuncia l'atterraggio del primo aereo della Emirates a Tel Aviv

ROMA - Israele ha annunciato oggi che "un aereo della Emirates", compagna di bandiera degli Emirati Arabi Uniti, "atterrerà tra poco sulla pista dell'aeroporto di Ben Gurion" di Tel Aviv. A dare la notizia del primo velivolo ufficiale da un Paese che non intrattiene rapporti diplomatici con lo Stato ebraico, è stata la tv pubblica israeliana secondo la quale "l'aereo trasporta attrezzature mediche per i palestinesi in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza" nell'ambito degli aiuti per combattere la pandemia di coronavirus.
Il quotidiano panarabo al Quds al Arabi che mette in risalto la notizie sul suo sito online, afferma che "anche tre settimana fa un altro aereo, questa volta senza insegne, era atterrato a Ben Gurion sempre con il pretesto di aiuti ai palestinesi". Il giornale però rimarca che le due operazioni "sono state decise e effettuate senza alcun coordinamento con le autorità Nazionali palestinesi".

(askanews, 9 giugno 2020)


Cooperazione scientifica e industriale Italia-Israele

Intervista all'Ambasciatore Gianluigi Benedetti

 
Gianluigi Benedetti, ambasciatore italiano in Israele
l trend dell'interscambio italiano con Israele, caratterizzato da una crescita costante negli ultimi 10 anni (+3,9% medio annuo), si è mantenuto pressoché costante attestandosi nel 2019 a3,3 miliardi di euro. Nel 2019"le nostre esportazioni hanno raggiunto i 2,55 miliardi di Euro, mentre l'Italia ha acquistato merci israeliane per 799 milioni di euro. Siamo il 6to fornitore di Israele e il suo 14mo cliente". Le esportazioni italiane sono sospinte dai macchinari di impiego generale e speciale, dal settore arredamento e mobili, dai prodotti chimici e dalla gioielleria e metalli preziosi. Inoltre "il settore agroalimentare è tradizionalmente uno dei settori trainanti del nostro export in Israele con una quota di mercato pari al 6,7%, che beneficia anche della crescita dei flussi turistici verso il nostro Paese e la popolarità,tra l'attento pubblico israeliano,del turismo enogastronomico".

- Ambasciatore Benedetti, quali sono i punti di forza dell'ecosistema israeliano e qual è stato l'impatto del coronavirus?
  Gli indicatori economici pre-coronavirus descrivevano un Paese in crescita. Tasso di crescita al 3,5%, più di 6000 start-up,4,3% del Pil investito in ricerca e sviluppo (il tasso più alto nell'area Ocse), primo Paese al mondo per investimenti venture capital pro-capite (674$), 8,3 miliardi di dollari investiti in start-up innovative nel 2018, disoccupazione al 3,4%. Questi erano (e sono) i punti di forza dell'ecosistema dell'innovazione israeliano, affiancati da un basso debito pubblico (sotto il 60%) che ha consentito di allargare i cordoni della borsa una volta sopraggiunta la crisi. La pandemia da Covid-19, è stata contenuta dal punto di vista sanitario, ma ha scatenato una profonda recessione, la prima nell'ultimo ventennio, che ha spinto il Governo a intervenire con un pacchetto di aiuti di 100miliardi di Nis (circa 25 miliardi di euro). Banco di prova del nuovo Esecutivo insediatosi il 17maggio sarà proprio la ripresa economica, il recupero dell'occupazione e la tenuta dei conti pubblici con il varo entro l'estate della legge di bilancio.

- Quali le opportunità per l'Italia?
  L'etichetta "Start-up Nation"comincia ad andare stretta al Paese. In un momento storico in cui gli indirizzi governativi spingono a industrializzare i brevetti e le idee per coinvolgere un maggior numero di persone nel benessere generato dall'economia hi-tech, che al momento occupa solo l'8,3% della forza lavoro,Israele sta rapidamente trasformandosi in una "Scale-up Nation". In questo quadro, la collaborazione con l'industria internazionale è cruciale e l'Italia può diventare un partner privilegiato,rafforzando l'esistente collaborazione in una logica win-win. La complementarietà tra il nostro eccellente ecosistema manifatturiero e il dinamico ecosistema di innovazione israeliano offre oggi opportunità straordinarie. Da un lato, le nostre grandi aziende (e a cascata le medie e piccole) possono trovare qui un ambiente favorevole e dinamico per sviluppare in una logica di open innovation collaborazioni tecnologiche anche con incentivi del governo israeliano. Dall'altro lato il nostro sistema, soprattutto nei settori in cui siamo tradizionalmente più forti, può diventare il naturale punto di attracco delle start-up israeliane mature che hanno bisogno di industrializzare i loro prodotti, crescere ed entrare nel mercato globale.

- Ci sono esempi di aziende italiane che hanno seguito questa strada?
  Fra le 350 multinazionali straniere che hanno deciso di aprire centri di ricerca e sviluppo, ci sono anche aziende italiane, ma la nostra presenza continua a essere al di sotto di quella dei nostri grandi partner e non all'altezza delle nostre potenzialità. Grazie agli accordi con l'Autorità per l'Innovazione israeliana, Snam e Adler stanno selezionando startup con cui sviluppare collaborazioni mentre STMicroelectronics ha un proprio centro di ricerca e sviluppo a Tel Aviv. Ma l'esperienza di maggior successo è indubbiamente quella di Enel che nel giro di tre anni ha aperto un hub tecnologico a Tel Aviv, un "Innovation Lab" a Haifa e a maggio si è aggiudicata, tramite Enel X, la gara per un nuovo "Innovation Lab" su fintech a Beer Sheva, il polo mondiale della cybersecurity. Ciò costituisce un modello di successo che può certamente ispirare le strategie di innovazione di altre nostre aziende di punta e dimostra che una presenza strutturata in Israele rappresenta un fattore determinante, oserei dire quasi essenziale, per intercettare le opportunità di sviluppo e collaborazione tecnologica più promettenti.

- Due anni fa ci aveva preannunciato l'idea di lanciare un programma per la mobilità delle start-up italiane in Israele. Come è andata?
  La prima edizione del programma "Accelerate in Israel" si è appena conclusa con pieno successo. Sette giovani start-up italiane, selezionate attraverso un bando dell'Ambasciata e un comitato scientifico internazionale hanno svolto un periodo di accelerazione da gennaio ad aprile(superando anche le difficoltà e limitazioni imposte dal Covid-19) presso l'Eilat Tech Center, con un intenso programma formativo, approfondimenti tecnici specifici per i loro settori e momenti di confronto con investitori e imprenditori. Per i partecipanti si sono aperte significative opportunità di business e precise offerte di partnership e due startup hanno anche chiuso un round di finanziamento. La seconda edizione del programma parte con un nuovo bando fra pochissimi giorni con la collaborazione di Agenzia Ice,Ministero dell'Innovazione, Intesa Sanpaolo Innovation Center e Camera di Commercio Israele-Italia. Con una compagine rafforzata e un budget raddoppiato ci attendiamo un successo ancora maggiore.

- La scoperta di giacimenti off-shore di gas nel Mediterraneo orientale ha rivoluzionato il mercato energetico nell'area. Quale ruolo per l'Italia?
  La scoperta a partire dal 2009 di importanti giacimenti di gas naturale ha ridisegnato l'economia di Israele e, oltre all'impatto politico regionale in termini di una rinnovata cooperazione tra i paesi dell'area, ha reso il Paese autosufficiente e ha attratto nuovi investimenti in progetti infrastrutturali. L'Italia, collegamento naturale tra il gas del Levante ed Europa, gioca un ruolo di primo piano sia dal punto di vista politico per favorire il dialogo e lo sviluppo di tutti Paesi della regione, sia dal punto di vista economico, offrendo l'expertise di primissimo livello delle proprie aziende del settore. Per quanto riguarda le infrastrutture, permettetemi di aggiungere che il Governo israeliano ha definito una serie di progetti, nel settore delle costruzioni, dei trasporti e delle comunicazioni, per un valore di quasi 50 miliardi di euro nel prossimo quadriennio. In collaborazione con l'Ice, promuoviamo e sosteniamo la partecipazione di aziende italiane alle prossime gare, facendo leva anche sulle collaborazioni nate in occasione dell'ultima missione Ance-Oice svoltasi a Tel Aviv nel 2019. Un'attenzione particolare è inoltre dedicata ai progetti di sviluppo della nostra grande azienda di comunicazioni Telecom-Sparkle.

- Come è cambiata l'attività dell'Ambasciata e la collaborazione bilaterale a seguito della diffusione della pandemia?
  La nostra politica di cooperazione scientifica e tecnologica ultra decennale ha consentito di creare un tessuto di rapporti accademici e tra centri di ricerca di grandissimo livello che è stato utilissimo sin dai primi giorni della crisi per promuovere collaborazioni sui alcuni temi legati alla battaglia contro la pandemia come lo sviluppo di anticorpi o di piattaforme digitali per la pre diagnostica da remoto. Sfruttando anche le misure straordinarie previste dai decreti"Liquidità" e "Cura Italia" l'Ambasciata ha inoltre definito un articolato programma di appuntamenti in stretto coordinamento con tutti gli attori del Sistema Italia presenti in Israele, Ice, Enit, Camera di Commercio per rilanciare l'immagine del nostro Paese e sostenere i programmi di export e sviluppo in Israele delle aziende italiane. Abbiamo rimodulato alcune attività, organizzando webinar e iniziative virtuali nel settore economico e scientifico, oltre che in quello culturale. Tra queste la presentazione di start-up italiane a investitori internazionali presenti in Israele, la partecipazione a fiere virtuali in Italia e in Israele e seminari scientifici. Per la seconda parte dell'anno, sono in programma iniziative reali di grande impatto: un evento sul design, la tradizionale settimana della cucina, un "Innovation day" e un'iniziativa in via di definizione tra il Tel Aviv Museum of Art e la Galleria Nazionale di Arte moderna e contemporanea di Roma. Forte attenzione intendiamo dedicare al turismo, fiore all'occhiello delle relazioni tra Italia e Israele con numeri costantemente in crescita negli ultimi anni: insieme a Enit stiamo definendo una campagna per rilanciare l'offerta di Italia che fra il pubblico israeliano è sempre molto apprezzata.

(Tribuna Economica, 9 giugno 2020)


Il ministro degli Esteri tedesco in Israele il 10 giugno

Previsto un incontro con Netanyahu

 
Heiko Maas, ministro degli Esteri tedesco
BERLINO - Il ministro degli Esteri Heiko Maas si recherà in Israele il prossimo 10 giugno dove incontrerà il premier Benjamin Netanyahu, il ministro degli Esteri Gabi Ashkenazi e quello della Difesa Benny Gantz. Lo riferisce un comunicato stampa del ministero degli Esteri tedesco. Secondo quanto riferisce la nota, Maas parlerà con gli esponenti del governo israeliano anche del piano di pace per il Medio Oriente proposto dagli Stati Uniti e dei piani di annessione di parti della Cisgiordania da parte dello Stato di Israele. Durante la visita Maas non si recherà in Cisgiordania, ma avrà un colloquio in videoconferenza con il premier palestinese Mohammed Shtaje dalla Giordania, seconda tappa del viaggio del ministro tedesco. Il nuovo governo israeliano ha prestato giuramento il 17 maggio dopo una situazione di stallo politico senza precedenti con tre elezioni in meno di un anno. Maas è il primo funzionario di un governo straniero a recarsi in Israele dopo l'insediamento del nuovo esecutivo.

(Agenzia Nova, 9 giugno 2020)


Italia-Israele, l'innovazione per guardare al futuro

Mentre in Israele si discute su quando far ripartire alcuni settori - dai treni alla cultura - c'è un'iniziativa che si è già rimessa in moto: "accelerate in Israel", il programma promosso dall'ambasciata d'Italia in Israele per facilitare alle start-up italiane un periodo di accelerazione in Israele. Il nuovo bando è infatti stato pubblicato nelle scorse ore (disponibile sul sito dell'ambasciata d'Italia in Israele) e le domande di partecipazione dovranno essere presentate entro il 31 luglio 2020, secondo quanto riferisce il sito internet della rappresentanza diplomatica. "Accelerate in Israel" è uno strumento di sostegno finanziato nel quadro dell'Accordo di cooperazione scientifica tecnologica industriale Italia-Israele e l'edizione di quest'anno può contare su un budget raddoppiato grazie al sostegno di Agenzia Ice, che ha deciso di allargare a Israele la sua iniziativa "Global Start up Program". Il Programma è organizzato in collaborazione con il ministro per l'Innovazione tecnologica e la digitalizzazione, con la Camera di commercio e industria Israele-Italia e con Intesa Sanpaolo Innovation Center.
   Un'iniziativa che rappresenta un'occasione per il mondo dell'innovazione italiana, ha sottolineato il ministro per l'Innovazione Tecnologica e la Digitalizzazione, Paola Pisano. "Le conseguenze economiche dell'emergenza Covid-19 hanno evidenziato l'importanza di continuare a rendere l'Italia sempre più attraente in campo internazionale. Questo vale anche per l'innovazione e per la trasformazione digitale. - ha dichiarato il ministro - Con il bando Accelerate in Israel alcune nostre start-up hanno la possibilità di confrontarsi con un Paese ad alta densità tecnologica e innovativa e accrescere la propria formazione. Non a caso Israele viene definito anche Start-up Nation. Il Governo italiano assegna alle giovani aziende un ruolo di rilievo per l'economia nazionale. È bene che le start-up italiane allarghino i propri orizzonti e che trovino nel nostro Paese un ecosistema in grado di accoglierle e valorizzarne le qualità".
   L'ambasciatore italiano in Israele, Gianluigi Benedetti, ha sottolineato le novità di questa seconda edizione del programma che "con una compagine rafforzata, un budget raddoppiato e nuovi verticali tecnologici, offre alle più dinamiche e intraprendenti start-up italiane un'opportunità unica per sviluppare e affinare la propria idea d'impresa attraverso un'esperienza diretta nell'ecosistema dell'innovazione israeliano e un serrato e costante confronto con investitori e imprenditori internazionali. Il programma si riconferma come uno strumento fondamentale per sfruttare la complementarietà dei sistemi economici italiano e israeliano e per rafforzare i rapporti tra aziende nel settore dell'alta tecnologia e innovazione."

(moked, 8 giugno 2020)


Amira Oron nominata ambasciatrice israeliana in Egitto

Amira Oron
Il governo israeliano ha approvato la nomina di Amira Oron come nuova ambasciatrice di Israele in Egitto. Lo ha reso noto il ministero degli affari esteri. Oron era stata scelta già nell'ottobre del 2018 ma l'approvazione definitiva era stata rimandata in quanto il premier Benyamin Netanyahu - hanno ricordato i media - intendeva nominare un componente del Likud ed ex ministro, Ayoub Kara, che nel frattempo ha ritirato la propria candidatura. Alla fine, su indicazione del nuovo ministro Gabi Ashkenazi (Blu-Bianco) ha prevalso la scelta di Oron che ha già servito al Cairo e che è stata a lungo capo del dipartimento Egitto del ministero. Oron - che prenderà il posto di David Govrin che nel 2017 rientrò in patria per otto mesi a causa di minacce di sicurezza - è la prima donna ambasciatrice di Israele in Egitto.

(Shalom, 8 giugno 2020)


Netanyahu: sono minacciato di morte

Il premier presenta la terza denuncia alla polizia

Benyamin Netanyahu ha di nuovo denunciato alla polizia minacce di omicidio contro di lui e la sua famiglia ricevute sui social. Questa è la terza denuncia in poche settimane. "Ultimamente l'istigazione contro il primo ministro e la sua famiglia ha varcato una linea rossa", ha spiegato l'ufficio del premier denunciando "i molti espliciti appelli all'omicidio", alcune dei quali "chiaramente legati ai gruppi di estrema sinistra". "Il premier - ha aggiunto - si aspetta un deciso intervento della polizia e della giustizia contro i responsabili".La settimana scorsa la polizia annunciò, dopo una simile denuncia da parte del premier, l'arresto di un uomo di 21 anni residente nel nord del paese.

(ANSAmed, 8 giugno 2020)


Basta antisemitismo. Starmer cambia volto al partito laburista

Chiesta un'indagine. Sospesi quattro dirigenti. Il leader è sposato con un'ebrea e ha cresciuto i due figli secondo la religione della moglie.

di Enrico Franceschini

LONDRA - Nella storia della Gran Bretagna c'è stato un solo primo ministro di origine ebraica, Benjamin Disraeli, tuttavia già convertito alla religione anglicana quando entrò a Downing Street; fino a metà dell'Ottocento in questo Paese era vietato agli ebrei di fare politica. Ma in un futuro non lontano potrebbe esserci un premier britannico "quasi" ebreo, se l'attuale leader laburista, Keir Starmer, vincesse le prossime elezioni. Non tutti sanno.che, pur non essendo lui stesso di famiglia ebraica, Starmer è sposato con un'ebrea inglese, ha cresciuto i due figli secondo la religione ebraica della moglie e celebra con la famiglia ogni venerdì sera lo Shabbat nella tradizionale cena del giorno di festa ebraico. Con un capo così, contro il Labour non si sentono più accuse di antisemitismo.
   Di professione avvocato specializzato in diritti umani (è co-fondatore del più importante studio legale di questo tipo di Londra, in cui lavora pure Amal Clooney, moglie del celebre attore) ed ex procuratore capo della capitale (incarico pubblico per il quale ricevette il titolo di "sir"), il nuovo leader lo mise in chiaro dal giorno d'aprile in cui è stato eletto alla guida laburista: «è molto importante per me affrontare la vergogna dell'antisemitismo nel nostro partito il più presto possibile. Riaffermo le mie scuse per quanto avvenuto». I responsabili della comunità ebraica londinese non hanno perso tempo a lodarlo: «Ha fatto più lui in quattro giorni per combattere l'antisemitismo nel Labour del suo predecessore Jeremy Corbyn in quattro anni». Starmer ha quindi ordinato un'indagine su come è stata redatta l'inchiesta interna sull'antisemitismo, sulla quale sono circolate soffiate e supposizioni di ogni genere. Ora arrivano i primi provvedimenti.
   Questa settimana il partito ha sospeso quattro dirigenti della sezione di Liverpool, dopo che il Jewish Chronide, il maggiore giornale della comunità ebraica nel Regno Unito, ha rivelato le loro critiche al parlamentare della città, Pauia Barker, per avere espresso rammarico per le dimissioni dal partito di Luciana Berger, la deputata di origine ebraica la cui denuncia dell'antisemitismo nel Labour aveva dato il via alle polemiche. Commenta un portavoce di Starmer: «Prendiamo con estrema serietà qualsiasi denuncia di antisemitismo». L'ufficio del leader ha inoltre aperto un'indagine su casi analoghi nelle sezioni di Hampstead, Readlng e Hastings.
   Coincidenza vuole che, in questi stessi giorni, anche Corbyn sia tornato a esprimersi sull'argomento, ma con tono opposto. L'ex leader avanza dubbi sull'imparzialità della Equallty and Human Rights Commission, la commissione indipendente che a sua volta indaga sull'antisemitismo nel Labour durante la leadership corbyniana, definendola in un'intervista con il sito Middle East Eye come «al servizio dell'apparato governativo», ovvero un complotto contro di lui, e ribadendo che le accuse di antisemitismo nei suoi confronti sono «sbagliate e ingiuste». Una cosa è certa: da questo come altri punti di vista, vecchio e nuovo leader laburista non potrebbero essere più diversi. I sondaggi sembrano premiare Starmer, che ha rimontato fino a due punti dal partito conservatore, dopo la peggiore sconfitta degli ultimi 85 anni subita da Corbyn alle elezioni del dicembre scorso.

(la Repubblica, 8 giugno 2020)


Lezioni di convivenza: i bimbi musulmani nella scuola ebraica

di Paolo Salom

La scuola elementare King David a Birmingham
Qualche volta, abbattere il muro del pregiudizio appare così semplice che è quasi normale chiedersi se sia mai esistito o se non sia piuttosto la proiezione di un costrutto artificiale. A Birmingham, seconda città della Gran Bretagna, la scuola elementare King David - gestita dalla locale comunità ebraica - è in tutto e per tutto simile agli istituti presenti in altre realtà e Paesi: rispetto delle festività della tradizione biblica, mensa strettamente kosher (ovvero il cibo risponde alle nonne talmudiche quanto a origine e preparazione), programma improntato al curriculum nazionale ma ispirato dalla tradizione di Israele.
   Piccolo esempio: nel giorno dell'Indipendenza dello Stato ebraico, gli alunni cantano l'haTiqwa (la Speranza), l'inno nazionale israeliano. Che cosa c'è di straordinario? Vale la pena a questo punto raccontare che i tre quarti degli iscritti - bambini e bambine dai 3 agli 11 anni - sono di religione musulmana, solo un quarto sono ebrei. Binningham, sin dal 18esimo secolo, ha avuto un'importante presenza di ebrei. Ma la comunità, negli anni, si è assottigliata fino a sole duemila anime.
   L'istituto King David ha una storia antica e soprattutto è da sempre considerato di ottima qualità. Così, quando per ragioni di bilancio ha aperto le iscrizioni ai figli delle tante comunità presenti in città (oggi un residente su cinque è di fede islamica e di provenienza soprattutto dal Pakistan ma anche da Yemen e altri Paesi del Medio Oriente, Iran compreso) non ha avuto difficoltà a riempire i banchi vuoti. Ora, è vero che rispetto al numero, non tutti i bambini musulmani di Birmingham trovano posto in una scuola di carattere islamico. Tuttavia è anche vero che la scelta è vasta e molti avrebbero più facilità a iscriversi in un istituto più vicino a casa piuttosto che scegliere la scuola ebraica. Invece molti papà e mamme vanno di proposito a parlare con il preside della King David. Convivere si può.

(Corriere della Sera, 8 giugno 2020)


Israele classificato terzo miglior ecosistema per le start-up al mondo

L'area di Tel Aviv à la settima città leader al mondo per le start-up, ma si affermano anche Haifa, Gerusalemme, Yokneam, Eilat e Ashdod

Israele è stato nominato il terzo miglior ecosistema per le start-up a livello mondiale, nell'ultima edizione del rapporto annuale del centro di ricerca StartupBlink. Valutando gli ecosistemi dell'innovazione in 100 paesi e 1.000 città in tutto il mondo, StartupBlink classifica la loro posizione in base alla quantità e qualità di start-up e relative organizzazioni di supporto, e in basse a una serie di fattori relativi all'ambiente per business come la predisposizione a condurre affare e ad operare investimenti.
Nella classifica 2020 Israele è salito dal quarto al terzo posto, superando il Canada e posizionandosi dietro solo a Stati Uniti e Regno Unito. L'area di Tel Aviv, nota per essere il fulcro dell'innovazione israeliana, viene classificata come la settima città leader per le start-up in tutto il mondo, perdendo un posto rispetto alla classifica 2019 a causa della recente ascesa di Pechino....

(israele.net, 8 giugno 2020)


Israele - Malinconia lungo i binari, l'attesa dei treni si prolunga

 
Niente di più malinconico, di questi tempi, che non la vista delle stazioni ferroviarie vuote e dei binari deserti. A quasi un mese dalla progressiva riattivazione delle attività economiche - bloccatesi a marzo per il coronavirus - mancano ancora all'appello i treni. Di conseguenza le vie di accesso alle grandi città in Israele sono sempre più ingorgate con le automobili di chi non può raggiungere altrimenti il proprio posto di lavoro.
    La settimana scorsa era balenato il miraggio della ripresa del traffico ferroviario, sia pure a ritmo ridotto. La data menzionata era lunedì 8 giugno. Ma oggi [7 giu] la ministra dei trasporti Miri Regev ha invece raggelato gli entusiasmi. I dati giunti dal ministero della sanità - ha osservato - fanno temere la ripresa dei contagi. In queste condizioni sarebbe dunque irresponsabile, a suo parere, creare situazioni di affollamento nelle carrozze.
    Come spesso avviene in Israele, la soluzione è stata affidata ad una 'app', una sorta di 'bacchetta magica' nazionale. Nel caso particolare, ha spiegato Regev, questa 'app' saprà distribuire appositi tagliandi a chi abbia prenotato un posto.
    All'ingresso della stazione il viaggiatore sarà identificato e la sua salute sarà verificata. Dopo di che potrà salire su treni che non avranno comunque oltre 650 passeggeri. Tutto questo, forse, da mercoledì.
    Ma nell'era della globalizzazione, non è stato difficile per gli israeliani controllare cosa avvenga altrove al mondo. A quanto risulta in Giappone i treni funzionano egregiamente, malgrado il timore di contagi. Come mai a Tokyo è possibile quello che a Tel Aviv pare irraggiungibile ? La risposta suggerita su twitter da passeggeri frustrati è che la soluzione non risiede tanto nelle 'app', bensì nel carattere degli abitanti del Paese. I giapponesi, a quanto pare, osservano scrupolosamente la igiene personale e tengono le mascherine sul volto mentre l'israeliano medio, in merito, ha standard di comportamento molto più elastici.

(ANSA, 7 giugno 2020)


Solidarietà all'On. Emanuele Fiano dalla Comunità ebraica di Milano

Dopo l'ennesimo attacco antisemita

La Comunità Ebraica di Milano, il suo presidente, il consiglio, il rabbino capo, sono vicini con affetto a Emanuele Fiano, fatto oggetto dell'ennesimo attacco antisemita. Lele, in risposta a uno squallido post che gli intima la strada dei forni crematori, scrive che è stanco di sentirsi da solo di fronte a questi episodi. Ma non sei solo Lele, alla solidarietà della tua Comunità si stanno aggiungendo a migliaia le reazioni delle istituzioni e dei cittadini. C'è chi si nasconde nell'anonimato dei social, in puro stile fascista, senza neanche il coraggio di firmarsi con nome e cognome. E c'è la parte migliore del nostro Paese che non sta a guardare. Nel monumento ad Auschwitz è scritto 'mai più'. Per noi 'mai più' significa reagire, sempre e comunque, perché quel passato non ritorni, finanche testimoniato da uno squallido anonimo da tastiera.
La Comunità Ebraica di Milano

(Bet Magazine Mosaico, 7 giugno 2020)


Così Berlino ha bandito gli Hezbollah: terroristi

Svolta nella politica estera. Finite le ambiguità, ora molti si attendono che altri Paesi europei seguano l'esempio tedesco.

di Daniel Mosseri

BERLINO - A Moabit, quartiere nordoccidentale di Berlino, ci sono pasticcerie libanesi da leccarsi i baffi. In una di queste, forse la più grande del quartiere, l'occhio si perde fra dolci al miele di mille fogge: con i datteri, le noci, le nocciole, le mandorle o il formaggio. Arrivato alla cassa, il cliente alza lo sguardo e vede appesa al muro la foto di un signore: il turbante nero in testa, il volto tondo con gli occhiali incorniciato da una barba corta ma ben curata. La bandiera libanese affissa ovunque è ben visibile e il cliente, ingenuo, chiede: «Chi è quel signore, il presidente della Repubblica?». Risposta: «No, quel signore è un benefattore, si chiama Nasrallah», Grazie, auf wiedershen. Hassan Nasrallah è il capo di Hezbollah, movimento politico sciita libanese e milizia armata fino ai denti, protagonista indiscusso della scena politica libanese e, allo stesso tempo, fuoriclasse del terrorismo islamico internazionale.
   Dall'inizio di maggio, Hezbollah è fuorilegge in Germania. Lo ha annunciato il ministro degli Interni, Horst Seehofer, dopo alcune perquisizioni della polizia condotte fra appartamenti, sedi di associazioni private e moschee di Berlino, Dortrnund, Münster e Brema. La decisione mette fine a molti anni di ambiguità politica nella Repubblica federale. Perché sulle responsabilità terroristiche del «partito di Dio» nessuno ha dubbi. Tant'è che l'ala militare di Hezbollah è stata inserita dall'Ue nelle lista delle organizzazioni del terrore già dal 2013 a seguito dell'attacco terroristico compiuto l'anno prima dalla milizia libanese all'aeroporto di Burgas, città bulgara sul Mar Nero frequentata da molti israeliani. Nell'esplosione suicida su un autobus persero la vita sei persone (cinque cittadini dello Stato ebraico). Quello di Burgas è solo uno degli atti di terrore attribuiti a Hezhollah, che non a caso è sulla lista nera anche di Usa, Canada, Lega araba, Consiglio di Cooperazione del Golfo, Israele e Argentina - nel paese sudamericano il 18 luglio 1994 un furgone carico di tritolo esplose nel parcheggio di un palazzo di associazioni ebraiche (Arnia). Bilancio: 85 morti e 200 feriti. Numeri che non interessano all'Ue, che si è anzi inventata la distinzione fra braccio politico e ala militare di Hezbollah per non indispettire né il governo del Libano, di cui Hezbollah fa parte, né gli ayatollah iraniani, i sostenitori di Hezbollah da sempre riveriti a Bruxelles, Roma, Parigi e dintorni. Negli anni, Hezbollah si è trasformata nel più prezioso alleato di Teheran, che l'ha armata facendola combattere per interposta persona contro Israele nel 2006 e in anni più recenti contro l'Isis in Siria.
   Per Remko Leemhuis, direttore dell'America Jewish Cornmittee di Berlino, la decisione tedesca era attesa da tempo non solo perché Hezbollah «è un'organizzazione apertamente antisemita» ma anche perché il migliaio di sostenitori del gruppo presenti in Germania «è in larga parte dedito a attività illegali come il riciclaggio di denaro e traffico di droga». Traffici in grado di finanziare abbondantemente l'organizzazione: basti ricordare i quattro cittadini libanesi arrestati in Germania nel 2008 con addosso 8,5 milioni di euro pronti per passare nelle casse di Nasrallah o il fermo nel 2016 di altri due libanesi con mezzo milione di euro ciascuno raccolti per Hezbollah.
   Al Giornale è Hans-Jakob Schindler a spiegare i possibili effetti del nuovo divieto imposto da Berlino. Già consulente dell'Onu e dell'Interpol e responsabile di progetti di monitoraggio dello Stato islamico e dei talebani, Schindler ricorda che, formalmente, Hezbollah non è un'organizzazione costituita in Germania e che il divieto di finanziarla e di esporre i suoi simboli riguarda dunque solo individui. Se fino a ieri gli esponenti della milizia erano ricercati solo per le attività criminali quali l'estorsione o il riciclaggio, «da oggi sono anche considerati dei terroristi». Il che significa «che le autorità hanno un maggiore margine di indagine e monitoraggio per reprimere i loro crimini». Hezbollah era nel mirino degli investigatori ormai da anni. Sia per i suoi legami con la strage del ristorante Mykonos di Berlino nel 1992, quando quattro curdi oppositori del regime degli ayatollah vennero uccisi in un agguato per il quale furono poi condannati degli emissari di Teheran e alcuni cittadini libanesi. «Secondo il governo tedesco, Hezbollah ha sempre mantenuto una rete di cellule attive in Germania» capaci di compiere attacchi sia dentro sia fuori dalla Repubblica federale», continua Schindler.
   La mossa del governo tedesco, che pure vanta ottimi rapporti sia con Libano sia con Israele e che spesso ha agito da mediatore fra i due governi, viene da lontano: nel 2008 era stato spento il canale satellitare Al Manar TV del gruppo sciita, nel 2014 era stato il turno di Waisenkinderprojekt Libanon, che con la scusa di aiutare i bambini orfani nel paese dei Cedri «contribuisce alla violenza tra Libano e Israele», si legge in un rapporto dei servizi tedeschi. L'anno dopo la Corte costituzionale tedesca definisce Hezbollah un'organizzazione che nuoce alla convivenza pacifica dei popoli. Nel 2019 il Bundestag ha chiesto al governo di procedere contro Hezhollah: favorevoli i partiti della grande coalizione e i Liberali, e gran parte, «ma non tutti», dei deputati Verdi e socialcomunisti, mentre AfD procede per principio contro tutto le proposte del governo. Alla domanda su quali possano essere le conseguenze in Europa della decisione tedesca risponde Leemhuis. «Sulla messa al bando di Hezbollah Parigi si è sempre nascosta dietro Berlino: oggi l'alibi francese è caduto. Spero che altri paesi europei seguano presto l'esempio tedesco».

(il Giornale, 7 giugno 2020)


Requiem per lacerazioni

di Ran Baratz*

Ran Baratz
La società in Israele non sarebbe solo lacerata, ma soffrirebbe anche di una crisi sociale e di fallimento morale. Come lo sappiamo? Perché ce lo raccontano i giudici israeliani nelle motivazioni della sentenza che respinge il ricorso presentato contro l'incarico dato a Netanyahu per la formazione del governo, dove questi si sono impegnati a darci la loro descrizione della società israeliana. Già nei primi paragrafi il giudice-sociologo Yitzchak Amit scrive che il risultato delle elezioni "riflette le fratture in lungo e in largo della società israeliana".
  E in effetti la teoria delle lacerazioni va molto di moda nel nostro paese. Già studiando educazione civica gli studenti possono ben comprendere che "la società israeliana sarebbe piena di lacerazioni": nazionali, religiose, classiste, ideologico-politiche ed etniche. "Lacerazioni", continuano a studiare i ragazzi, sono "linee sociali di demarcazione che attraversano la società e la dividono in fazioni". Tra le lacerazioni "persiste una tensione", che a volte sfocia nella violenza. Queste pericolose lacerazioni "mettono in pericolo la società israeliana".
  Questo argomento delle "lacerazioni sociali" ha promosso negli ultimi anni una teoria simile: quella delle "tribù". Nel suo discorso del 2015, nel quale il presidente Rivlin presentava l'idea delle "tribù", parlava di "ignoranza reciproca e assenza di un linguaggio comune" tra le "tribù" in Israele, che "non fanno che aumentare la tensione, la paura, l'ostilità e la competizione tra loro". "Io riconosco una minaccia reale", concludeva.
  Se le cose stanno così, l'idea delle "lacerazioni sociali" non è ingenua. Verrebbe per metterci in guardia dalla malvagità che è in agguato contro la radice stessa del nostro essere israeliani, che è "lacerata" e "tribale". Israele sarebbe un barile di esplosivo. Non riusciamo a metterci d'accordo, siamo in conflitto e "lacerati", a un passo dalla violenza. Attenzione, pericolo!
  Chi sente l'odore strano di "individuazione di processi storici", non è lontano dalla verità. Quando Yair Golan , verso la fine del suo incarico come vice capo di stato maggiore, tenne una conferenza negli Usa sulle "quattro tribù" che esistono in Israele. "Vedere Israele come un crogiolo" - annunciò al pubblico americano - "non è più attuale. Il presidente Rivlin ha riconosciuto che esistono tra noi quattro tribù principali… si tratta di una sfida enorme". L'anno prima, come ricorderete, Golan tenne una conferenza nel Giorno della Shoah sul "individuazione di terribili processi che ci hanno colpito in Europa in generale e in Germania in particolare, 70-80-90 anni fa".
  Esiste quindi un comune denominatore tra chi riconosce delle cupe lacerazioni e chi individua processi minacciosi. Anche i nostri giudici fanno riferimento al decadimento morale della società israeliana. Dopo il paragrafo iniziale delle "lacerazioni", il giudice Amit sostiene che "una volta, l'argomento che noi siamo costretti a giudicare oggi, non sarebbe nemmeno arrivataoalla nostra porta… ma le norme pubbliche e la cultura politica di una volta non assomigliano a quelle dei nostri giorni. Ne deduciamo la misura del peggioramento che la società israeliana sopporta".
  Dello stesso cambiamento profondo parla anche il giudice Mazuz, che si distingue per i colpi che assesta alla società israeliana: "La situazione nella quale un indagato per gravi reati penali nel campo dell'integrità morale forma un governo e ne è a capo… riflette una crisi sociale e un fallimento morale". I giudici Barak-Erez e Baron aggiungono che "la formazione del governo da parte di chi ha in sospeso una grave incriminazione, non può trovare posto nei principi fondamentali della democrazia israeliana". Stiamo vivendo pericolosi processi anti-democratici.
  C'è solo un problema: tutti questi argomenti sono pura propaganda.
  "Lacerazione sociale" è un termine assolutamente ambiguo con finalità politiche. In ogni società, compresa quella israeliana, esistono dissensi. Questo banale dato di fatto non è indice di "lacerazioni sociali". La domanda cruciale in questo caso è come noi sappiamo gestire le divergenze al nostro interno: la società israeliana è violenta oppure riusciamo a gestire le divergenze in maniera concordata?
  E in effetti sotto questo profilo la società israeliana ha un successo trionfante. In Israele esiste poca violenza politica: possiamo confrontare la situazione in Israele ai disordini scoppiati negli ultimi anni in tutto il mondo occidentale, compresi gli Usa odierni. In Israele non esistono fenomeni corrispondenti e nemmeno simili. Noi riusciamo a incanalare le divergenze verso le urne elettorali, ci rispettiamo e proteggiamo con successo la sicurezza della sfera pubblica più di altri paesi occidentali.
  Anche l'idea delle "tribù" fa acqua da tutte le parti. Non esistono in Israele delle "tribù", che in ogni caso è un concetto inadeguato alla realtà odierna. Tra gli ebrei esistono solo due "settori", cioè gruppi di minoranza, che vogliono distinguersi da quelle di maggioranza: sono i charedìm e i sionisti-religiosi. Ma anche in questo caso, i fatti contraddicono la teoria delle lacerazioni. I charedìm, che crescono in maniera significativa, accettano oggi lo stato d'Israele e i sionisti come mai prima. E il settore sionista-religioso è in ogni caso diviso al suo interno in proporzione alla sua distinzione, dal momento che è sia sionista che religioso. Forse è per questo che ha difficoltà in pratica a distinguersi in grandi numeri.
  Nella realtà israeliana non esiste in effetti "paura" o "minaccia reale" tra persone con idee e comportamenti diversi tra loro. Chi "individua dei processi" non fa che riecheggiare con ignoranza della vuota propaganda. E ancora, anche le altre "lacerazioni" che vengono presentate come solida verità: quelle "etniche", quelle "di classe", quelle "politiche" stanno scomparendo. Gli studi demografici mostrano che la etnicità si sta dissolvendo nelle generazioni più giovani. Israele è diventata una società opulenta con un'alta mobilità economica. E così la "lacerazione" di classe scompare. Anche la nostra politica si sta indirizzando sempre più verso il centro, è diversificata e con una maggiore rappresentatività di quella di periodi storici dei quali parte dei giudici hanno forte nostalgia, periodi nei quali venivano emarginati e oppressi tutti quelli che non si riconoscevano con il partito al governo.
  Lo stesso è vero anche riguardo il "degrado" morale. Israele è oggi più aperta e libera. I cittadini hanno molti più diritti e libertà civili che in passato. In generale identificare la discussione e la diversità di opinioni come un problema riflette un atteggiamento molto fastidioso. Una società dove tutti sono simili è il prodotto di dittatura, di un regime opprimente che nega la libertà di scelta e di pensiero.
  Ma allora perché le élite ci rimproverano dall'alto delle loro torri d'avorio? Difficile fuggire dalla sensazione che, dal loro punto di vista, il degrado morale sia legato al successo della destra. "Le persone votano chi non la pensa come noi, che tragedia!" Per salvarsi da questo baratro morale, tribale e pericoloso, bisognerebbe votare in maniera "illuminata".
  In pratica, queste tesi negative su Israele sono avulse dalla realtà. La società israeliana, anche di fronte a sfide difficili, ha dato prova invece di solidità e unità. È vero, queste teorie, nate a sinistra, servono anche alla politica di destra, ma contrariamente alla propaganda, in Israele abbiamo una società variegata ma unita, sionista e morale e, non è meno importante, anche felice.
  Per questo l'indice che più caratterizza Israele in ambito internazionale è che gli israeliani sono tra i più felici al mondo. È forse questa una caratteristica di una realtà in "degrado", di "crisi sociale", di "lacerazioni", di "tribù"che si minacciano l'un l'altra? Certo che no. Ma non provate a disturbare le teorie con la realtà.
  Israele ha di fronte molte sfide, ma queste sono principalmente a livello politico-istituzionale, dove affrontiamo problemi difficili. A livello sociale, se osserviamo Israele dall'alto, da un punto di vista comparativo e attento, si tratta di una storia di unità e corresponsabilità, che supera e vince ogni tentativo politico di seminare tra noi la divisione.
Makòr Rishòn 5.6.2020 - Titolo originale: "Requiem lashesa'ìm"


* Ran Baràtz (1973) è un giornalista pubblicista e docente di filosofia. In passato si è occupato attivamente di hasbarà nel team di Binyamin Netanyahu. Ha fondato il sito conservatore liberale Mida https://mida.org.il.

(Kolòt, 7 giugno 2020 - trad. D. Piazza)


Hatikwa. "Ebrei che hanno fatto la storia”

Gli eroi di ieri e di oggi, gli esempi di domani

Nei secoli si è spesso alluso al fatto che gli ebrei comandino il mondo. I più maliziosi contano ancora oggi i premi Nobel uno ad uno, scoprendo una sproporzione tra i vincitori ebrei e tutti gli altri. Anche la consegna dei premi Oscar, che da sempre vengono identificati con la lobby ebraica hollywoodiana, più di una volta ha fatto storcere il naso a chi crede nella razza e non nel talento. L'influenza ebraica ed israeliana nel campo dell'Hi-Tech e della medicina è ormai nota a tutti, a tal punto da rappresentare per molti una minaccia. E non un'opportunità.
   Sfatiamo dunque un mito: gli ebrei non comandano il mondo. Mai l'hanno fatto. Non rientra proprio nella loro to do list quotidiana. Gli ebrei tuttavia hanno saputo nel tempo aggiungere colore e sapore al mondo e all'umanità, regalando ad essa alcuni personaggi che hanno segnato irreversibilmente il corso della storia. Personaggi brillanti e coraggiosi che con la loro creatività hanno saputo rendere questo mondo un posto migliore in cui vivere.
   Di loro parleremo nel nostro nuovo podcast edito HaTikwa, inaugurato il primo di giugno e pubblicato settimanalmente. Ogni puntata illustrerà un personaggio diverso sotto una luce singolare, intima e personale rispetto a chi racconta. Tra le figure da noi scelte vi saranno Liliana Segre, Albert Einstein, Sigmund Freud, Theodor Herzl, Steven Spielberg, Rita Levi Montalcini, Barbra Streisand, Woody Allen, Mark Zuckerberg, Elie Wiesel e molti altri ancora.
   L'obiettivo è quello di dare alla nuova generazione ebraica italiana dei modelli positivi a cui ispirarsi. Raccontar loro di quegli eroi che senza mantello e senza armi, hanno saputo vincere tutte le loro battaglie. Eroi semplici, privi di poteri sovrumani, ma dotati di un'umanità straordinaria.

(Shalom, 7 giugno 2020)


La sinistra e gli ebrei, un rapporto difficile

Alessandra Tarquini esplora, attraverso una ricerca condotta anche negli archivi del Psi e del Pci, le incomprensioni e la diffidenza della parte politica nei confronti di questa realtà.

di Raffaele Liucci

Essere il convitato di pietra della sinistra italiana. Questa, secondo Alessandra Tarquini, la sorte toccata agli ebrei nel corso del Novecento. Di volta in volta reputati una minoranza oppressa, un popolo di piccoli commercianti, una élite finanziaria, una nazione dispersa, costoro erano difficilmente inquadrabili nel più vasto progetto socialista di liberazione del genere umano. Onde le incomprensioni, gli attriti, le ostilità, ben documentati in questo libro: il primo ad affrontare il tema con uno sguardo di lungo periodo. Quella raccontata dall'autrice - docente alla Sapienza di Roma - è una storia di uomini e donne, ma anche di intellettuali ( da Cesare Lombroso a Pier Paolo Pasolini), di dottrine e movimenti politici (il sionismo), di fenomeni dalle radici antiche (l'antisemitismo), di nuovi Stati (Israele) e di partiti oggi estinti (fruttuosi gli scavi presso gli archivi di Psi e Pci).
  Il volume si apre nell'Italia del 1892, anno di fondazione del partito socialista. Da trent'anni gli ebrei ( circa 4omila) erano ormai liberi cittadini, integrati nel nuovo Stato unitario. L'antisemitismo - scriveva nel 1894 il noto scienziato Cesare Lombroso, aderente al nuovo partito - sembrava il retaggio di un'epoca premoderna, destinato a scomparire con l'avvento del socialismo. Quando però a fine agosto 1897 si svolse a Basilea il primo congresso sionista, organizzato da Theodor Herzl, buona parte dei socialisti si trovò spiazzata di fronte a quello strano movimento che predicava il ritorno a Gerusalemme e il risorgimento nazionale degli ebrei, indebolendo l'unità della classe operaia. Nascendo assimilazionista e antisionista, sostiene Tarquinl, la sinistra italiana non colse la specificità della condizione ebraica e la vera natura dell'antisemitismo, un fenomeno tutt'altro che residuale nel Novecento.
  Questo spiega la difficoltà di socialisti e comunisti a comprendere i motivi della persecuzione razziale e della Shoah. Incapaci di afferrare la dimensione moderna e totalitaria di fascismo e nazismo, la sinistra di matrice marxista «trattò il genocidio degli ebrei con indifferenza, come si guarda qualcuno senza vederlo». Se, come sosteneva Emilio Sereni, le ragioni dell'ebraismo coincidevano con quelle dell'intera umanità offesa da Hitler, gli ebrei non erano da considerarsi vittime speciali. Forse anche per questo nel 1946 la casa editrice Einaudi bocciò il memoir di Primo Levi, Se questo è un uomo.
  La nascita, il 14 maggio 1948, dello Stato di Israele sembrò rimescolare le carte. Subito riconosciuto dall'Unione Sovietica, governato dai laburisti e imperniato sui kibbutzim, il nuovo Paese fu ben accolto dalla sinistra nostrana. Ma l'entusiasmo durò poco, spento dalla guerra fredda. «I rapporti fra sinistra italiana e Israele», scrive Tarquini introducendo una delle maggiori novità della sua ricerca, «incontrarono una serie di difficoltà già alla fine degli anni Quaranta e non, come spesso si afferma, dopo la guerra dei Sei giorni del 1967 che certamente determinò un cambiamento, ma aveva alle sue spalle una guerra lunga vent'anni».
  Dai primi anni Cinquanta, infatti, soltanto i socialdemocratici di Saragat rimarranno apertamente filoisraeliani, mentre socialisti e comunisti riscopriranno l'antisionismo. «Gli aiuti militari ed economici, ottenuti. In questi anni di "indipendenza" dal governo americano, hanno ridotto Israele ad una colonia dell'imperialismo», scrisse nel 1953 un giovane storico di simpatie trotskiste iscritto al Pci, Renzo De Felice (maestro dell'autrice).' Tre anni più tardi, dopo l'invasione sovietica dell'Ungheria, De Felice lascerà il Pci avvicinandosi all'area socialista. Fu proprio il partito di Nenni, nel frattempo cooptato nella stanza dei bottoni, a rivalutare gradualmente Israele negli anni Sessanta, mentre i comunisti mantenevano la propria diffidenza (fra le poche eccezioni, Umberto Terracini e, fra gli intellettuali, Pier Paolo Pasolini). Paradossalmente, sarà Bettino Craxi a superare a sinistra il Pci nei dorati Ottanta, diventando «uno dei principali protettori dell'Olp» di Arafat. Il 6 novembre 1985, nell'infuocato clima post-Sigonella, il leader del Psi paragonò la lotta armata dei palestinesi alle imprese di Mazzini, provocando una pubblica protesta dei giovani ebrei romani, nonché le aspre critiche di alcuni compagni di partito, da Giorgio Gangi a Giorgio Sacerdoti.
  La diligente ricostruzione di Alessandra Tarquini si conclude nel 1992, con la dissoluzione della prima Repubblica e l'uscita di scena di Psi e Pci, mentre in Israele una destra agguerrita scalzava l'egemonia laburista.
  Resta lo spazio per due glosse. Innanzitutto, all'origine del rapporto complicato fra «la sinistra e gli ebrei» non vi è solo Israele e, ancor prima, il sionismo, ma forse anche l'innata propensione della cultura progressista hegelianeggiante a ragionar per grandi schemi e narrazioni, confondendo le categorie assolute (un fantomatico ebreo universale) con quelle storicamente determinate (gli ebrei in carne e ossa), come denunciò nel volumetto Sinistra e questione ebraica il militante comunista Luciano Ascoli. Lo stesso Marx, nel suo celebre scritto del 1844 (Sulla questione ebraica), aveva preso a modello un ebreo astratto, epitome di un capitalismo da superare.
  Vi è poi il problema più spinoso. Che l'antisemitismo sia un fenomeno trasversale che ha lambito anche la sinistra è ormai un fatto riconosciuto (si veda il saggio einaudiano di Gadi Luzzatto Voghera, Antisemitismo a sinistra, 2007). Del resto, come premette l'autrice, l'antisemitismo moderno nacque proprio nell'alveo dei socialisti utopisti francesi (Charles Fourier, Alphonse Toussenel, Pierre-Joseph Proudhon). Per giungere a tempi più recenti, pregiudizi antiebraici sono rintracciabili in film pur realizzati con le migliori intenzioni, come L'ebreo errante di Goffredo Alessandrini (1948) eKapò (1960) di Giulio Pontecorvo, applauditi dalla stampa progressista; oppure in una silloge di racconti per bambini di Antoni o Baldini, La strada delle meraviglie, riproposta da Einaudi nel 1974. Anche la nuova sinistra extraparlamentare (e antimperialista) ci mise del suo nei turbolenti anni Settanta, intensificando la sovrapposizione fra «ebreo», «israeliano» e «sionista».
  Resta tuttavia difficile stabilire dove finisca l'inconscio stereotipo antiebraico (in cui incorsero pure giornalisti filoisraeliani come Augusto Guerriero e Indro Montanelli) e inizi il vero e proprio odio antisemita. In ogni caso, come riconosce la stessa autrice, «le espressioni di radicale antisionismo e di antisemitismo incontrate in questo libro non sono paragonabili a quelle espresse dalla destra, da una parte del mondo cattolico, o dai regimi totalitari».

(Il Sole 24 Ore, 7 giugno 2020)


Israele in poltrona, pillole di storia da guardare e ascoltare

Il progetto Facebook di dodici guide italiane (e tre sorprese in forma di video)

Viaggiare in poltrona è un'attività interessante, un'abitudine che consente di immergersi in realtà diverse da quella che viviamo abitualmente. E se poi una pandemia costringe il mondo intero a starsene effettivamente a casa, il gioco si fa serio. Così un gruppo di dodici guide italiane in Israele ha dato vita alla pagina Facebook Israele in poltrona, nata in pieno lockdown per raccontare pillole di storia, inclusi consigli di lettura per prepararsi a un futuro viaggio o per andarci standosene a casa propria. Sono piccolissime storie, quelle che spesso vengono tralasciate nelle visite guidate per mancanza di tempo, oppure solo accennate. Sono avventure da seguire, appunto, in poltrona, pensate per suscitare curiosità: "Il nostro obiettivo", spiega la guida Angela Polacco, " è dare quelle informazioni che stimolano la ricerca, che spingono a non accontentarsi di quello che si sa già"....

(JoiMag, 7 giugno 2020)



Giobbe: una questione di giustizia

La figura di Giobbe viene di solito messa in relazione con il problema della sofferenza. Dallo studio del libro su cui si basa la seguente predicazione emerge invece che l’angoscioso tormento in cui si dibatte Giobbe non è dovuto all’inesplicabilità del problema della sofferenza, ma al crollo di un pilastro che aveva sostenuto fino a quel momento la sua vita: la fede nella giustizia di Dio. Le “buone parole” con cui i suoi amici cercano di metterlo sulla buona strada lo spingono sempre di più sul ciglio di un baratro in cui corre il rischio di cadere e perdersi definitivamente: il pensiero di essere più giusto di Dio.
I testi biblici sotto riportati compaiono nell’ordine in cui sono stati usati nella predicazione. M.C.


novembre 2018

1.6 Or accadde un giorno, che i figli di Dio vennero a presentarsi davanti all'Eterno, e Satana venne anch'egli in mezzo a loro.
   7 E l'Eterno disse a Satana: 'Da dove vieni?' E Satana rispose all'Eterno: 'Dal percorrere la terra e dal passeggiar per essa'.
   8 E l'Eterno disse a Satana: 'Hai tu notato il mio servo Giobbe? Non ce n'è un altro sulla terra che come lui sia integro, retto, tema Iddio e fugga il male'.
   9 E Satana rispose all'Eterno: 'È egli forse per nulla che Giobbe teme Iddio?
 10 Non l'hai tu circondato d'un riparo, lui, la sua casa, e tutto quello che possiede? Tu hai benedetto l'opera delle sue mani, e il suo bestiame ricopre tutto il paese.
 11 Ma stendi un po' la tua mano, tocca quanto egli possiede, e vedrai se non ti rinnega in faccia'.
 12 E l'Eterno disse a Satana: 'Ebbene! tutto quello che possiede è in tuo potere; soltanto, non stendere la mano sulla sua persona'. - E Satana si ritirò dalla presenza dell'Eterno.


1.20 Allora Giobbe si alzò e si stracciò il mantello e si rase il capo e si prostrò a terra e adorò e disse:
   21 'Nudo sono uscito dal seno di mia madre, e nudo tornerò in seno della terra; l'Eterno ha dato, l'Eterno ha tolto; sia benedetto il nome dell'Eterno'.
   22 In tutto questo Giobbe non peccò e non attribuì a Dio nulla di mal fatto.


2.2 E l'Eterno disse a Satana:
   3 'Hai tu notato il mio servo Giobbe? Non ce n'è un altro sulla terra che come lui sia integro, retto, tema Iddio e fugga il male. Egli si mantiene saldo nella sua integrità benché tu m'abbia incitato contro di lui per rovinarlo senza alcun motivo'.
   4 E Satana rispose all'Eterno: 'Pelle per pelle! L'uomo dà tutto quel che possiede per la sua vita;
   5 ma stendi un po' la tua mano, toccagli le ossa e la carne, e vedrai se non ti rinnega in faccia'.
   6 E l'Eterno disse a Satana: 'Ebbene esso è in tuo potere; soltanto, rispetta la sua vita'.
   7 Satana si ritirò dalla presenza dell'Eterno e colpì Giobbe d'un'ulcera maligna dalla pianta dei piedi al sommo del capo; e Giobbe prese un còccio per grattarsi, e stava seduto nella cenere.
   8 E sua moglie gli disse: 'Ancora stai saldo nella tua integrità?
   9 Ma lascia stare Iddio, e muori!'
10 E Giobbe a lei: 'Tu parli da donna insensata! Abbiamo accettato il bene dalla mano di Dio, e rifiuteremmo d'accettare il male?' - In tutto questo Giobbe non peccò con le sue labbra.


3.1 Allora Giobbe aprì la bocca e maledisse il giorno della sua nascita.
   2 E prese a dire così:
   3 «Perisca il giorno ch'io nacqui e la notte che disse: 'È concepito un maschio!'
   4 Quel giorno si converta in tenebre, non se ne curi Iddio dall'alto, né splenda sovr'esso raggio di luce!
   5 Se lo riprendano le tenebre e l'ombra di morte, resti sovr'esso una fitta nuvola, le eclissi lo riempiano di paura!


3.11 Perché non morii nel seno di mia madre? Perché non spirai appena uscito dalle sue viscere?
   12 Perché trovai delle ginocchia per ricevermi e delle mammelle da poppare?
   20 Perché dar la luce all'infelice e la vita a chi ha l'anima nell'amarezza,
   23 Perché dar vita a un uomo la cui via è oscura, e che Dio ha stretto in un cerchio?


9.20 Fossi pur giusto, la mia bocca stessa mi condannerebbe; fossi pure integro, essa mi farebbe dichiarar perverso.
   21 Integro! Sì, lo sono! di me non mi preme, io disprezzo la vita!
   22 Per me è tutt'uno! perciò dico: 'Egli distrugge ugualmente l'integro ed il malvagio.
   23 Se un flagello, a un tratto, semina la morte, egli ride dello sgomento degli innocenti.
   24 La terra è data in balìa dei malvagi; egli vela gli occhi ai giudici di essa; se non è lui, chi è dunque'?


13.7 Volete dunque difendere Iddio parlando iniquamente?


19.5 Ma se proprio volete insuperbire contro di me e rimproverarmi la vergogna in cui mi trovo,
    6 allora sappiatelo: chi m'ha fatto torto e m'ha avvolto nelle sue reti è Dio.
    7 Ecco, io grido: 'Violenza!' e nessuno risponde; imploro aiuto, ma non c'è giustizia!


24.12 Sale dalle città il gemito dei morenti; l'anima dei feriti implora aiuto, e Dio non si cura di codeste infamie!

24.22 Iddio con la sua forza prolunga i giorni dei prepotenti, i quali risorgono, quand'ormai disperavano della vita.

24.25 Se così non è, chi mi smentirà, chi annienterà il mio dire?


27.5 Lungi da me l'idea di darvi ragione! Fino all'ultimo respiro non mi lascerò togliere la mia integrità.
     6 Ho preso a difendere la mia giustizia e non cederò; il cuore non mi rimprovera uno solo dei miei giorni.


31.35 Oh, avessi pure chi m'ascoltasse!... ecco qua la mia firma! l'Onnipotente mi risponda! Scriva l'avversario mio la sua querela,
     36 ed io la porterò attaccata alla mia spalla, me la cingerò come un diadema!
     37 Gli renderò conto di tutti i miei passi, a lui mi avvicinerò come un principe!


1.6 Or accadde un giorno, che i figli di Dio vennero a presentarsi davanti all'Eterno, e Satana venne anch'egli in mezzo a loro.


16.19 Già fin d'ora, ecco, il mio Testimonio è in cielo, il mio Garante è nei luoghi altissimi.
    20 Gli amici mi deridono, ma a Dio si volgon piangenti gli occhi miei;
    21 sostenga egli le ragioni dell'uomo presso Dio, le ragioni del figlio dell'uomo contro i suoi compagni!


19.25 Ma io so che il mio Vendicatore vive, e che alla fine si leverà sulla polvere.
    26 E quando, dopo la mia pelle, sarà distrutto questo corpo, senza la mia carne, vedrò Iddio.
    27 Io lo vedrò a me favorevole; lo contempleranno gli occhi miei, non quelli d'un altro... il cuore, dalla brama, mi si strugge in seno!


9.32 Dio non è un uomo come me, perch'io gli risponda e che possiam comparire in giudizio assieme.
   33 Non c'è fra noi un arbitro, che posi la mano su tutti e due!


42.7 Dopo che ebbe rivolto questi discorsi a Giobbe, l'Eterno disse a Elifaz di Teman: 'L'ira mia è accesa contro te e contro i tuoi due amici, perché non avete parlato di me secondo la verità, come ha fatto il mio servo Giobbe.


32.1 Quei tre uomini cessarono di rispondere a Giobbe perché egli si credeva giusto.
     2 Allora l'ira di Elihu, figlio di Barakeel il Buzita, della tribù di Ram, s'accese:
     3 s'accese contro Giobbe, perché riteneva giusto se stesso anziché Dio; s'accese anche contro i tre amici di lui perché non avean trovato che rispondere, sebbene condannassero Giobbe.


32.13 Non avete dunque ragione di dire: 'Abbiam trovato la sapienza! Dio soltanto lo farà cedere; non l'uomo!'
   14 Egli non ha diretto i suoi discorsi contro a me, ed io non gli risponderò colle vostre parole.


33.1 Ma pure, ascolta, o Giobbe, il mio dire, porgi orecchio a tutte le mie parole!
   2 Ecco, apro la bocca, la lingua parla sotto il mio palato.
   3 Nelle mie parole è la rettitudine del mio cuore; e le mie labbra diran sinceramente quello che so.
   4 Lo spirito di Dio mi ha creato, e il soffio dell'Onnipotente mi dà la vita.
   5 Se puoi, rispondimi; prepara le tue ragioni, fatti avanti!
   6 Ecco, io sono uguale a te davanti a Dio; anch'io, fui tratto dall'argilla.
   7 Spavento di me non potrà quindi sgomentarti, e il peso della mia autorità non ti potrà schiacciare.
   8 Davanti a me tu dunque hai detto (e ho bene udito il suono delle tue parole):
   9 'Io sono puro, senza peccato; sono innocente, non c'è iniquità in me;
 10 ma Dio trova contro me degli appigli ostili, mi tiene per suo nemico;
 11 mi mette i piedi nei ceppi, spia tutti i miei movimenti'.
 12 E io ti rispondo: In questo non hai ragione; giacché Dio è più grande dell'uomo.
 13 Perché contendi con lui? poich'egli non rende conto d'alcuno dei suoi atti.
 14 Iddio parla, bensì, una volta ed anche due, ma l'uomo non ci bada;
 15 parla per via di sogni, di visioni notturne, quando un sonno profondo cade sui mortali, quando sui loro letti essi giacciono assopiti;
 16 allora egli apre i loro orecchi e dà loro in segreto degli ammonimenti,
 17 per distoglier l'uomo dal suo modo d'agire e tener lungi da lui la superbia;
 18 per salvargli l'anima dalla fossa, la vita dal dardo mortale.
 19 L'uomo è anche ammonito sul suo letto, dal dolore, dall'agitazione incessante delle sue ossa;
 20 quand'egli ha in avversione il pane, e l'anima sua schifa i cibi più squisiti;
 21 la carne gli si consuma, e sparisce, mentre le ossa, prima invisibili, gli escon fuori,
 22 l'anima sua si avvicina alla fossa, e la sua vita a quelli che danno la morte.
 23 Ma se, presso a lui, v'è un angelo, un interprete, uno solo fra i mille, che mostri all'uomo il suo dovere,
 24 Iddio ha pietà di lui e dice: 'Risparmialo, che non scenda nella fossa! Ho trovato il suo riscatto'.
 25 Allora la sua carne divien fresca più di quella d'un bimbo; egli torna ai giorni della sua giovinezza;
 26 implora Dio, e Dio gli è propizio; gli dà di contemplare il suo volto con giubilo, e lo considera di nuovo come giusto.
 27 Ed egli va cantando fra la gente e dice: 'Avevo peccato, pervertito la giustizia, e non sono stato punito come meritavo.
 28 Iddio ha riscattato l'anima mia, onde non scendesse nella fossa e la mia vita si schiude alla luce!'
 29 Ecco, tutto questo Iddio lo fa due, tre volte, all'uomo,
 30 per ritrarre l'anima di lui dalla fossa, perché su di lei splenda la luce della vita.
 31 Sta' attento, Giobbe, dammi ascolto; taci, ed io parlerò.
 32 Se hai qualcosa da dire, rispondi, parla, ché io vorrei poterti dar ragione.
 33 Se no, tu dammi ascolto, taci, e t'insegnerò la saviezza».


34.29 Quando Iddio dà requie chi lo condannerà? Chi potrà contemplarlo quando nasconde il suo volto a una nazione ovvero a un individuo,
 30 per impedire all'empio di regnare, per allontanar dal popolo le insidie?
 31 Quell'empio ha egli detto a Dio: 'Io porto la mia pena, non farò più il male,
 32 mostrami tu quel che non so vedere; se ho agito perversamente, non lo farò più'?
 33 Dovrà forse Iddio render la giustizia a modo tuo, che tu lo critichi? Ti dirà forse: 'Scegli tu, non io, quello che sai, dillo'?
 34 La gente assennata e ogni uomo savio che m'ascolta, mi diranno:
 35 'Giobbe parla senza giudizio, le sue parole sono senza intendimento'.
 36 Ebbene, sia Giobbe provato sino alla fine! poiché le sue risposte son quelle degli iniqui,
 37 poiché aggiunge al peccato suo la ribellione, batte le mani in mezzo a noi, e moltiplica le sue parole contro Dio».


35.9 Si grida per le molte oppressioni, si levano lamenti per la violenza dei grandi;
 10 ma nessuno dice: 'Dov'è Dio, il mio creatore, che nella notte concede canti di gioia,
 11 che ci fa più intelligenti delle bestie dei campi e più savi degli uccelli del cielo?'
 12 Si grida, sì, ma egli non risponde, a motivo della superbia dei malvagi.
 13 Certo, Dio non dà ascolto a lamenti vani; l'Onnipotente non ne fa nessun conto.
 14 E tu, quando dici che non lo scorgi, la causa tua gli sta dinanzi; sappilo aspettare!
 15 Ma ora, perché la sua ira non punisce, perch'egli non prende rigorosa conoscenza delle trasgressioni,
 16 Giobbe apre vanamente le labbra e accumula parole senza conoscimento».


36.8 Se gli uomini sono talora stretti da catene, se son presi nei legami dell'afflizione,
   9 Dio fa loro conoscere la loro condotta, le loro trasgressioni, giacché si sono insuperbiti;
 10 egli apre così i loro orecchi a' suoi ammonimenti, e li esorta ad abbandonare il male.
 11 Se l'ascoltano, se si sottomettono, finiscono i loro giorni nel benessere, e gli anni loro nella gioia;
 12 ma, se non l'ascoltano, periscono trafitti da' suoi dardi, muoiono per mancanza d'intendimento.
 13 Gli empi di cuore s'abbandonano alla collera, non implorano Iddio quand'egli li incatena;
 14 così muoiono nel fiore degli anni, e la loro vita finisce come quella dei dissoluti;
 15 ma Dio libera l'afflitto mediante l'afflizione, e gli apre gli orecchi mediante la sventura.
 16 Te pure ti vuole trarre dalle fauci della distretta, al largo, dove non è più angustia, e coprire la tua mensa tranquilla di cibi succulenti.
 17 Ma, se giudichi le vie di Dio come fanno gli empi, il giudizio e la sentenza di lui ti piomberanno addosso.
 18 Bada che la collera non ti trasporti alla bestemmia, e la grandezza del riscatto non t'induca a fuorviare!


37.1 A tale spettacolo il cuor mi trema e balza fuor del suo luogo.
   2 Udite, udite il fragore della sua voce, il rombo che esce dalla sua bocca!
   3 Egli lo lancia sotto tutti i cieli e il suo lampo guizza fino ai lembi della terra.
   4 Dopo il lampo, una voce rugge; egli tuona con la sua voce maestosa; e quando s'ode la voce, il fulmine non è già più nella sua mano.
   5 Iddio tuona con la sua voce maravigliosamente; grandi cose egli fa che noi non intendiamo.


38.1 Allora l'Eterno rispose a Giobbe dal seno della tempesta, e disse:
   2 «Chi è costui che oscura i miei disegni con parole prive di senno?»


42.1 Allora Giobbe rispose all'Eterno e disse:
   2 «Io riconosco che tu puoi tutto, e che nulla può impedirti d'eseguire un tuo disegno.
   3 Chi è colui che senza intendimento offusca il tuo disegno?... Sì, ne ho parlato; ma non lo capivo; son cose per me troppo maravigliose ed io non le conosco.
   4 Deh, ascoltami, io parlerò; io ti farò delle domande e tu insegnami!
   5 Il mio orecchio aveva sentito parlare di te ma ora l'occhio mio t'ha veduto.
   6 Perciò mi ritratto, mi pento sulla polvere e sulla cenere».


42.12 E l'Eterno benedì gli ultimi anni di Giobbe più dei primi.


42.16 Giobbe, dopo questo, visse centoquarant'anni, e vide i suoi figli e i figli dei suoi figli, fino alla quarta generazione.
    17 Poi Giobbe morì vecchio e sazio di giorni.


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Cinquantamila sortite per gli M346 Lavi israeliani

di Aurelio Giansiracusa

 
L'Aeronautica Israeliana (IAF) ha raggiunto l'importante traguardo delle 50.000 sortite di volo con l'M346 Lavi. Il velivolo bimotore d'addestramento avanzato fabbricato da Leonardo è in servizio in 30 esemplari, rendendo l'Aeronautica Israeliana la principale operatrice del M346. Gli aerei sono stati tutti consegnati tra il 2012 ed il 2016.
   Nel programma israeliano sono coinvolte, oltre Leonardo, CAE, Honeywell Aerospace, Elbit Systems ed Israel Aerospace Industries (IAI).
   Nel programma addestrativo dell'Aeronautica Israeliana ha importanza cruciale il Centro di Addestramento al volo per il Lavi presso la base aerea di Hatzerim. Qui, dal 2014 è installato il Ground Based Traininig Systems, un sistema di simulazione molto avanzato sviluppato da Elbit Systems in collaborazione con Leonardo e CAE. Il sistema è oggetto di costante aggiornamento e sviluppo per mantenerlo sempre allo stato dell'arte.
   Con l'introduzione del trainer M346, è stata data maggiore enfasi all'addestramento a terra nella scuola di volo IAF, sia per i piloti di caccia che per gli operatori di sistemi di armi (WSO). Il GBTS è composto da due simulatori di missione completi (FMS) e due simulatori di volo operativi (OFS), collegati tra loro in rete, offrendo agli utenti un'esperienza molto vicina al volo reale. Tale avanzata soluzione di addestramento virtuale-costruttivo introduce una tecnologia all'avanguardia che consente ai piloti IAF di condurre un addestramento di volo efficace e sicuro, garantendo allo stesso tempo la loro prontezza operativa nelle piattaforme di prossima generazione. Offre condizioni altamente realistiche e coinvolgenti in un ambiente a terra, migliorando ulteriormente la capacità di addestramento della IAF, consentendo al personale di bordo di pianificare al meglio ed eseguire missioni addestrative complete in minor tempo e al minor costo.
   Il GBTS consente ai cadetti dell'accademia di volo, nonché a piloti laureati e WSO, di praticare procedure di emergenza insolite e in volo e, a un livello più avanzato, di simulare scenari di combattimento complessi, sia come pilota solista sia in formazione. Il sistema di addestramento tattico incorporato (ETTS), il sistema di addestramento dal vivo con tecnologia all'avanguardia di Elbit, fornisce addestramento dal vivo all'interno del GBTS e sul velivolo reale. I simulatori del Centro impiegano un sistema di visualizzazione a 360° di immagini reali, dotato di modelli di simulazione di sistemi di armi reali ed un Computer Generated Forces (CGF) ad alta fedeltà, che, lavorando insieme, generano una vasta gamma di ambienti di combattimento virtuali molto simili alla realtà
   Tale soluzione di addestramento completa è stata scelta dall'IAF per permettere ai piloti e gli operatori dei sistemi d'arma di essere già pronti e qualificati per operare direttamente sulle linee F-16, F-15 e F-35.
   Sul M-346 Lavi i giovani piloti ed i WSO trovano l'avanzatissimo sistema Embedded Virtual Avionics (EVA), integrato da Leonardo che trasforma l'aereo d'addestramento in un cacciabombardiere avanzato virtuale e consente ai tirocinanti di acquisire un'esperienza essenziale nel funzionamento di sistemi avanzati, come radar virtuali, sensori ottici e sistemi di guerra elettronica, nonché armi virtuali aria-aria e aria-terra.

(Ares Osservatorio Difesa, 6 giugno 2020)


Scuole in Israele, 14mila in isolamento

Il coronavirus continua a diffondersi nelle scuole di Israele - dove le lezioni erano riprese a pieno ritmo tre settimane fa - e per questa ragione negli ultimi giorni sono stati chiusi 92 istituti scolastici ed asili nido. Il numero dei casi positivi fra gli allievi ed il personale educativo è oggi di 304. Intanto quasi 14 mila fra allievi ed insegnanti si trovano oggi in isolamento a casa. Lo ha reso noto il ministero dell'istruzione.
In Israele - ha riferito ieri il ministero della sanità - i casi positivi sono stati finora 17.495, 121 in più rispetto al giorno precedente. Le guarigioni sono state 15.013 ed i decessi 291. I malati risultano essere 2.191, 104 dei quali ricoverati in ospedali mentre gli altri sono in isolamento nelle loro case o in alberghi messi a disposizione dalle autorità. In rianimazione si trovano oggi 23 malati.

(ANSAmed, 5 giugno 2020)


Gattinara, visite a distanza con i nuovi apparecchi arrivati da Israele

È il primo caso in Italia di struttura sanitaria pubblica ad avere in dotazione uno strumento del genere. Si tratta del Tytocare, già in funzione all'interno del centro Covid di Gattinara. «Si tratta di una piccola strumentazione - spiegano dall'Asl Vercelli - che consente di monitorare a distanza i parametri dei pazienti. Un dispositivo a cui possono essere agganciati di volta in volta accessori specifici come lo stetoscopio o l'otoscopio».

 Arrivati da Israele
  I dati clinici vengono acquisiti su una piattaforma tramite un'app molto semplice e intuitiva in cui sono registrati dati anagrafici del paziente, sintomi, esami clinici e altre informazioni. Si tratta in tutto di 30 dispositivi acquistati dall'Asl di Vercelli in service e arrivati direttamente da Israele, patria della telemedicina.

 Tytocare
  «L'utilizzo di Tytocare - commenta il direttore generale dell'Asl, Chiara Serpieri - era stato programmato prima dell'emergenza per la gestione dei nostri piccoli pazienti pediatrici con l'intento di assistere, insieme ai bambini, l'intera famiglia al domicilio. Adesso li utilizzeremo anche nelle strutture sanitarie e residenziali dell'azienda».

 La telemedicina è il futuro
  «In questo modo abbiamo l'opportunità di seguire molti pazienti a distanza con il supporto di personale infermieristico dedicato. Stiamo anche avviando sinergie con alcuni medici di medicina generale che hanno già dato la loro disponibilità a collaborare al progetto».

(Notizia Oggi, 6 giugno 2020)


Tv: Cohn-Bendit, tracce della sua identità ebraica

Nuovo documentario in Israele dopo quello sul calcio del 2014

PARIGI, 5 GIU - "Sono ebreo ma non so cosa voglia dire": dopo il documentario road movie realizzato durante il Mondiale di Calcio di Brasile 2014, Daniel Cohn-Bendit torna ad afferrare la cinepresa per interrogarsi questa volta sulla ''identità ebraica'', una ricerca molto personale che, a 75 anni, lo ha indotto a partire in Israele. "Quando ho cominciato ad occuparmi seriamente" di questa questione? "Tardi, molto tardi, a 60 anni", ha spiegato l'icona del Maggio '68 nonché ex-europarlamentare di Europe-Ecologie Les Verts dalla doppia anima franco-tedesca, presentando il documentario che verrà diffuso domenica, alle 23:00, su France 5. Nel Maggio '68, 'Dany' - come viene affettuosamente ribattezzato tra Parigi, Strasburgo e Bruxelles - veniva chiamato l'''ebreo tedesco''.
   Di qui, il titolo del documentario: "La case du siècle - Nous sommes tous Juifs allemands". "Prima di allora - ha spiegato - la mia identità ebraica era 'una evidenza a cui non avevo riflettuto, un po' nell'idea di ciò che diceva Sartre: è l'antisemitismo a plasmare gli ebrei". Quindi l'idea di partire in Israele per rispondere a quesiti del tipo 'Quanto la mia identità ebraica è superficiale? Israele mi rappresenta?". Nel documentario, Cohn-Bendit è sia narratore (voce off) sia intervistatore di diverse componenti della società israeliana e palestinese. Lui che dice di non andare mai in Sinagoga torna in un kibbutz, dialoga con i coloni israeliani, incontra giovani ortodossi di una Yeshiva o una donna rabbino del movimento liberale. Ma si concentra anche sulla difficile integrazione dei figli di rifugiati non ebrei in una scuola per loro. Come tela di fondo il conflitto israelo-palestinese e la questione dei territori occupati, anche attraverso un dialogo con una cantante militante del movimento della Pace, o le commoventi testimonianze di due donne membri di una stessa associazione, una israeliana, l'altra palestinese, che hanno perso entrambe i figli.

(ANSA, 5 giugno 2020)


Nuovo microscopio sviluppato in Israele

Un nuovo microscopio quantistico sviluppato presso l'Istituto Technion di Haifa potrebbe contribuire a migliorare la nitidezza dei colori su telefoni cellulari e altri tipi di schermi. E' quanto emerge da una ricerca pubblicata su Nature. Il professor Ido Kaminer e il suo team hanno creato il microscopio quantistico che registra il flusso di luce, consentendo l'osservazione diretta della luce intrappolata all'interno dei cristalli fotonici. "Usando il nostro microscopio - spiga Kaminer - possiamo cambiare il colore e l'angolo della luce che illumina qualsiasi campione di nano materiali e mappare le loro interazioni con gli elettroni". E' la prima volta che si riesce a vedere la dinamica della luce intrappolata in nano materiali anziché affidarsi a simulazioni su computer. Il risultato sarà la possibilità di progettare nuovi materiali quantistici atti a memorizzare bit quantici con maggiore stabilità e miglioramento degli schermi.

(israele.net, 5 giugno 2020)


Dalli all'untore, ovviamente ebreo… Il virus e le fake news

Non si fermano le campagne di odio, le "bufale" e il complottismo che, sin dalla comparsa del coronavirus Sars-coV2 sulla faccia della Terra, mirano ad accusare gli ebrei della sua diffusione. Come con la peste del Medioevo…

di Nathan Greppi

La "via per dominare il mondo passa dal coronavirus, lo sanno bene Soros e soci". "Infettare tutti per vendere a caro prezzo il vaccino", oppure per "prestare a usura il denaro alle popolazioni impoverite dalla crisi economica, epocale e globale", che ne deriva. Insomma, gli ebrei, sempre gli ebrei sono gli "abili sfruttatori di tutte le situazioni di emergenza".Ma no, non solo: "le innescano deliberatamente, con la produzione in segretissimi laboratori di virus per la guerra batteriologica…".
  Le fake news, le menzogne e le accuse più strampalate, dopo due mesi di pandemia, corrono veloci sul web e non si contano più.
  La crisi che stiamo tutti vivendo ha un impatto notevole, da ogni punto di vista: sociale, economico, affettivo, psicologico. Ciò sta alimentando la rabbia e la frustrazione delle persone, provate da mesi di isolamento forzato e da una recessione economica di vaste proporzioni, portandole, nei casi estremi, a cercare un capro espiatorio da incolpare. In questo contesto si stanno diffondendo su internet numerose "teorie del complotto", spesso veicolate da "meme" e vignette, molte delle quali hanno come bersaglio gli ebrei e, ovviamente, Israele.

 Il rapporto dell'ADL
  Il sito dell'Anti-Defamation League (ADL) ha pubblicato, a metà marzo, un approfondimento che elenca i vari sottogeneri in cui sono suddivise le teorie cospirazioniste legate al coronavirus che girano in particolare negli Stati Uniti, sia quelle antisemite e/o antisioniste sia quelle che più in generale prendono di mira interi popoli o singoli personaggi pubblici. Il primo genere è quello secondo cui le "lobby ebraiche" usano il coronavirus per espandere il loro dominio globale, nel quale vengono spesso citati personaggi come George Soros e la famiglia Rothschild. Spesso si tratta di rielaborazioni moderne dei pregiudizi in voga nell'Europa del 1300, quando gli ebrei venivano accusati di diffondere la peste.
  Negli USA queste teorie vengono fatte proprie dagli estremisti di entrambi gli schieramenti politici: a metà aprile, ad esempio, la CNN ha scoperto numerosi tweet del nuovo portavoce del Dipartimento della Sanità americano, Michael Caputo, che accusava Soros e i Rothschild di sfruttare la pandemia per controllare la società. Mentre, a metà marzo, David Clarke, uno sceriffo del Wisconsin legato agli attivisti afroamericani di Black Lives Matter, ha accusato Soros di essere coinvolto "in questo panico da influenza."
  Un altro genere di complottismo accusa gli ebrei di voler lucrare sulla pandemia, tramite l'usura o la vendita di un ipotetico vaccino, mentre circolano vignette in cui gli ebrei vengono persino ritratti come incarnazione del virus stesso.
  La maggior parte delle immagini antisemite individuate dall'ADL si trovano su Twitter, Telegram e 4chan. Inoltre, ne circolano altre che esultano per gli ebrei che muoiono da coronavirus.
  Un'altra categoria di fake news è costituita da accuse rivolte allo Stato d'Israele: il vignettista brasiliano Carlos Latuff, molto conosciuto negli ambienti antisionisti sin dai tempi della Seconda Intifada, ha pubblicato a marzo un disegno che raffigura una donna palestinese usata come scudo da un soldato israeliano contro il virus; il 12 dello stesso mese, l'ex-capo del Ku Klux Klan, David Duke, ha twittato l'ipotesi che Donald Trump fosse rimasto contagiato, incolpando di ciò Israele e "l'elite sionista globale". Mentre il 16 marzo un profilo Twitter legato alla Nation Of Islam, il gruppo islamico afroamericano di cui fece parte Malcolm X, ha insinuato che il virus sia stato creato da Israele come arma biologica.

 Paesi diversi, stessi deliri
  Non è solo in America che circolano queste idee: il Community Security Trust di Londra ha condotto uno studio sull'antisemitismo nel Regno Unito, nel quale emergono casi e situazioni molto simili a quelle descritte dall'ADL. Viene inoltre menzionato il fenomeno dello "zoombombing", in cui persone razziste, violente e antisemite si insinuano sulla piattaforma Zoom, disturbando le preghiere e gli incontri virtuali attaccando e insultando gli ebrei.
  In Francia, ci sono stati casi di personaggi pubblici, già noti per le loro posizioni estremiste, che hanno fatto dichiarazioni antiebraiche in relazione alla pandemia: come ha raccontato il giornalista Paolo Berizzi su La Repubblica, il politico francese Henry de Lesquen ha dichiarato che "il giudeovirus è peggio del coronavirus", durante un incontro organizzato a marzo in Svizzera dal partito neonazista Resistenza Elvetica. De Lesquen è noto per le sue esternazioni antisemite e razziste, tanto da aver interrotto i rapporti con la figlia dopo che questa ha sposato un ebreo.
  Alain Mondino, capogruppo del partito RN (successore del Front National) nel comune di Villepinte, vicino alla periferia nord di Parigi, ha postato sul social network russo VK un video secondo cui il virus è stato creato dagli ebrei "per imporre la loro supremazia".
  In Spagna ha fatto scandalo un articolo, pubblicato il 14 marzo, sul sito di estrema sinistra Kaosenlared, vicino agli indipendentisti baschi, secondo il quale "il coronavirus è uno strumento per la Terza Guerra Mondiale rilasciato dall'imperialismo yankee sionista. L'elite anglosassone capitalista e sionista, nemica di tutta l'umanità, ha compiuto un ulteriore passo nella sua offensiva criminale e genocida".
  Un caso analogo si è verificato anche in Venezuela, dove il sito socialista Aporrea ha scritto che gli USA e Israele usano il coronavirus come arma biologica per distogliere l'attenzione dai loro problemi interni.
  Se in Occidente i promotori del complottismo restano per la maggior parte legati ad ambienti di nicchia, oltre ad essere osteggiati dai vari governi, lo stesso non si può dire per il Medioriente: su ATV, il più importante canale televisivo turco, un presunto esperto ha insinuato che Israele avrebbe diffuso il virus, oltre ad avere già un vaccino. In Iran invece vi è una diffusione sistematica di queste teorie attuata dai media governativi: Press TV, canale di Stato iraniano in lingua inglese, ha dichiarato che dietro il coronavirus vi siano i "sionisti", mentre sulla loro emittente in lingua spagnola Hispan TV è uscito un rapporto che dice: "Questo virus aiuta i sionisti a raggiungere i loro obiettivi, ossia diminuire il numero di persone nel mondo e impedire che aumentino".

 La situazione italiana
  Anche in Italia la propaganda iraniana ha cercato di attecchire: sull'edizione italiana di Pars Today, sito di notizie di proprietà dello Stato iraniano, un articolo del 12 marzo accusa Israele di usare il virus per uccidere i prigionieri palestinesi. Mentre altri articoli di siti stranieri che accusano Israele di sfruttare la pandemia contro i palestinesi vengono regolarmente tradotti in italiano da testate di estrema sinistra quali Infopal, un'agenzia di stampa talmente estrema che in passato ne ha preso le distanze persino Mariano Mingarelli, presidente di una onlus filopalestinese di Firenze, che in un'intervista al Corriere Fiorentino del 2010 ammetteva che ci fossero dei veri antisemiti nella redazione di Infopal.
  Alcuni giornalisti hanno potuto constatare da vicino la diffusione di determinate teorie: in un editoriale apparso sul quotidiano Libero il 14 marzo, il caporedattore Francesco Specchia ha raccontato di aver ricevuto da un lettore un messaggio in cui questi sostiene che il virus è stato diffuso dal Mossad in modo che gli israeliani possano poi vendere "un vaccino che, essendo ebrei, venderanno al miglior offerente".
  «Il tema dell'antisemitismo legato al Covid 19 è sorto su internet soprattutto intorno alla metà di marzo, quando abbiamo avuto 6 o 7 segnalazioni di post antisemiti, - spiega a Bet Magazine Stefano Gatti, ricercatore dell'Osservatorio Antisemitismo della Fondazione CDEC - Da noi i complottisti del web fanno più un cospirativismo puro, contro le elite e l'alta finanza, senza però citare gli ebrei. Rispetto ad altri paesi, soprattutto quelli islamici e dell'America Latina, da noi l'antisemitismo non emerge in modo significativo. E non è un caso che uno dei principali canali d'odio contro ebrei e Israele in Italia sia Pars Today, di proprietà del governo iraniano».

(Bet Magazine Mosaico, 5 giugno 2020)


L'asso di Israele. O del mistero semisegreto di Ness Ziona

di Sharon Nizza

L'Istituto israeliano per la Ricerca Biologica di Ness Ziona è avvolto da quell'aura di segretezza che accompagna le spy stories, quelle in cui ci si esprime sempre con un no comment. Fondato nel 1952, l'Istituto si occupa di ricerca multidisciplinare nei settori della biologia, chimica, malattie infettive, scienze ambientali, come recita il suo sito internet. Ma l'affiliazione all'Ufficio del primo ministro e al ministero della Difesa, insieme a pubblicazioni straniere nel corso della sua lunga attività, indicano che la sua missione riguardi anche altri obiettivi. Da febbraio, questo centro, generalmente poco votato all'esposizione mediatica, è balzato agli onori della cronaca. Il 30 gennaio il ministero della Salute bloccava i voli dalla Cina; il 2 febbraio Netanyahu twittava di aver incaricato l'Istituto di investire tutti i suoi sforzi nella ricerca di un vaccino. Erano giorni in cui il mondo ancora non realizzava a cosa sarebbe andato incontro e c'era chi definiva queste mosse allarmismo ingiustificato.
  Nel frattempo, l'8 marzo, Migal, un istituto di ricerca nel nord d'Israele, si guadagnava i titoli dei giornali mondiali dopo aver annunciato di aver raggiunto "importanti risultati scientifici che potrebbero portare alla rapida creazione di un vaccino". I ricercatori raccontarono di avere avuto un "colpo di fortuna", in quanto stavano sviluppando già da quattro anni un vaccino contro il virus della bronchite infettiva dei polli, appartenente alla stessa famiglia del Covid-19. Si parlò di un "vaccino entro pochi mesi". Tanto clamore fece quella notizia che poco fa si è scoperta una truffa in Ecuador, dove per settimane è stato commercializzato un finto vaccino che riproduce sulla confezione il logo di Migal.
  Oggi i ricercatori sono più cauti: a giugno entreranno nella prima fase di sperimentazione sugli animali, ci conferma la portavoce dell'istituto. Nel frattempo hanno costituito un nuovo brand, dedicato unicamente alla ricerca del vaccino, MigVax Corp, che si è aggiudicato un investimento di 12 milioni di dollari da parte di OurCrowd, una delle maggiori piattaforme di investimento crowdfunding. La sera del 4 maggio, lo stesso giorno in cui Israele donava 60 milioni di dollari alla raccolta fondi della Commissione Europea per la ricerca sul vaccino, l'allora ministro della Difesa Naftali Bennet - oggi all'opposizione - rilasciava una dichiarazione drammatica: "l'Istituto di ricerca biologica ha fatto un decisivo passo avanti nella ricerca di un anticorpo per il Corona". Il giorno successivo, il telefono dell'Istituto di Ness Ziona non smetteva di squillare, con i reporter speranzosi di ottenere qualche informazione in più che venivano puntualmente rimandati al portavoce del ministero della Difesa. Che rispondeva, appunto, no comment. I commenti sono arrivati due settimane dopo, quando è stato confermato che l'IIBR ha brevettato 8 anticorpi monoclonali efficaci nello sviluppo di una cura per il Covid-19 e, al contempo, ha annunciato di aver concluso con successo la fase di sperimentazione su roditori di un possibile vaccino. Nel primo caso si parla di "vaccino passivo" e l'unicità della scoperta israeliana sta nel fatto che gli 8 anticorpi possono essere somministrati insieme, come in un cocktail, potenziando la capacità di neutralizzazione del virus in un paziente già infettato.
  I ricercatori hanno anche già realizzato la clonazione in laboratorio dell'anticorpo. In Israele ci sono molti cervelli, ma non esiste ancora nessun ente in grado di procedere con la produzione di massa né di anticorpi né di vaccini. E' questione di giorni e si procederà alla firma di un protocollo di cooperazione sulla ricerca sull'anticorpo tra l'Istituto di Ness Ziona e alcuni centri medici e di ricerca scientifica italiani, con l'intermediazione dell'Ambasciata d'Israele in Italia. Tornando ai primi di febbraio, dopo il mandato conferito da Netanyahu al Prof. Shmuel Shapira, il direttore dell'IIBR, al centro arrivavano, in un'operazione segreta gestita dal ministero della Difesa, svariati campioni del virus, da diversi paesi, tra cui Giappone e Italia. I campioni fornivano ai ricercatori tre versioni del virus, prelevate da un animale, da un corpo malato e da un corpo guarito. Nir Dvory, il corrispondente per gli affari militari del Channel N12, è uno di quelli che sa come arrivare a fonti informate dall'interno.
  "I ricercatori di Ness Ziona non amano stare sotto i riflettori" dice a "Repubblica", alludendo al fatto che il ministro Bennett, esponendoli con l'annuncio del 4 maggio, li aveva messi in difficoltà, in una mossa orientata a ottenere un ultimo guizzo di gloria prima di liberare la sedia a Benny Gantz e passare all'opposizione. "Dalle informazioni che ho io, posso dire che al ritmo con cui stanno lavorando competono solo con altre 4 o 5 compagnie al mondo nella ricerca del vaccino". E ci rivela anche un dettaglio che, sempre per la politica del no comment, è più probabile che esca su un giornale straniero che israeliano: "Hanno già firmato un contratto con due aziende farmaceutiche per la produzione di massa". Non ci rivela di quali paesi, ma ci conferma che nessuna delle due è cinese.

(la Repubblica, 5 giugno 2020)


Guerra dei sei giorni, 5-10 giugno 1967

di David Spagnoletto

Giugno 1967. Israele è nato da 19 anni, tempo che non ha scalfito le granitiche pozioni dei paesi arabi circostanti che non vogliono avere alcun rapporto con lo Stato ebraico. Anzi. Annunciano la sua distruzione grazie a un'imminente guerra che dovrebbe mettere fine all'esistenza del popolo ebraico nell'area.
Un ammonimento pieno di odio nonostante le parole del primo ministro israeliano Eshkol che si rivolge agli stati arabi, dicendo di non voler far la guerra né "colpire la sicurezza, né il territorio, né i diritti dei vostri paesi".
Parole pronunciate il 24 maggio. Parole che rimangono inascoltate. Solo tre giorni dopo il presidente dell'Egitto Nasser non usa mezzi termini per esprimere il suo rancore verso Israele:
"Il nostro obiettivo di fondo sarà la distruzione di Israele. Il popolo arabo vuole combattere. Il significato del blocco di Sharm el-Sheikh è quello di uno scontro con Israele: avendo adottato quella misura siamo obbligati a prepararci ad una guerra generale con Israele".
Passano quattro giorni e arriviamo al 31 maggio, quando il presidente iracheno Abdel Rahman Aref afferma:
"L'esistenza di Israele è un errore che deve essere rettificato. Questa è l'occasione che abbiamo per cancellare questa ignominia che ci accompagna sin dal 1948. Il nostro obiettivo è chiaro: cancellare Israele dalla carta geografica".
Poche ore dopo e il presidente dell'Olp Ahmed Shukairy dichiara:
"O noi o gli israeliani, non ci sono vie di mezzo. Gli ebrei di Palestina dovranno andarsene. Agevoleremo la loro partenza dalle loro case. Chi sopravvivrà dell'antica popolazione ebraica di Palestina potrà restare, ma ho l'impressione che nessuno di essi sopravvivrà".
Il mondo arabo vuole distruggere Israele.
Il 22 maggio 1967 l'Egitto aveva chiuso gli stretti di Tiran (Sharm el-Sheikh) alla navigazione israeliana. Sul piano del diritto internazionale, il blocco degli stretti è l'atto di aggressione che segna l'inizio della guerra.
Con il passare dei giorni la tensione aumenta. I leader arabi minacciano la distruzione di Israele. Israele che non può rimanere inerme. Non può consentire che i paesi vicini minaccino la sua cancellazione.
E allora, il 5 giugno lancia un attacco a sorpresa distruggendo a terra l'85% della forza aerea egiziana. Alle 7:45 compie uno degli attacchi preventivi più famosi e meglio riuscito della secolo.
È tutto studiato nei dettagli: l'orario scelto coincide con il momento in cui avveniva il primo cambio della guardia della giornata e solo pochi giorni prima il governo israeliano aveva deciso di concedere un weekend di riposo a diversi suoi riservisti, per lasciare credere agli avversari di non pensare a un possibile attacco avversario.
È una guerra lampo. Israele riunifica Gerusalemme, conquista le alture del Golan e parte della West Bank, il Sinai e la Striscia di Gaza.
Pochi giorni in cui i paesi arabi accettano il cessate il fuoco. Pochi giorni in cui i paesi arabi passano dalla volontà di distruggere Israele all'accettazione di una sconfitta che hanno ricevuto perché hanno minacciato l'esistenza di uno Stato che voleva la pace e voleva far vivere serenamente i suoi cittadini.

(Progetto Dreyfus, 5 giugno 2020)


Amedeo Spagnoletto nuovo direttore del Meis

Cambio della guardia alla guida del Meis di Ferrara. Il comitato scientifico del Museo dell'ebraismo italiano e della Shoah ha scelto Amedeo Spagnoletto come nuovo direttore al posto di Simonetta Della Seta che lascia Ferrara per Gerusalemme, chiamata nel nuovo ruolo di direttore del Dipartimento Europa dello Yad Vashem (il memoriale delle vittime della Sboah).
Spagnoletto, romano di 52 anni, ha un curriculum multiforme: laureato in Scienze politiche alla Sapienza di Roma, ha conseguito la laurea rabbinica sempre nella capitale, e un diploma di sofèr - scriba e restauratore di testi sacri - all'Istituto zemach zedeq di Gerusalemme. Infine, ha un diploma di biblioteconomia presso la Scuola Vaticana. Dal 2017 al 2019 è stato rabbino capo della Comunità ebraica di Firenze.
   Spagnoletto è stato scelto da un lotto di 17 candidati. «Il nuovo direttore - sottolinea il presidente del Meis Dario Disegni - è uno studioso di riconosciuta autorevolezza a livello internazionale nel campo della storia, della cultura e dei beni culturali ebraici, che ha già dato un importante contributo alla programmazione culturale e scientifica del Meis nello scorso mandato».
   Dal canto suo, Spagnoletto sottolinea che la prima sfida che lo vedrà impegnato - oltre che quella più generale di portare a termine del realizzazione del museo - è quella di riprogettare l'offerta didattica per le scuole in modo che, fin dall'inizio del prossimo anno scolastico, i percorsi formativi per studenti e insegnanti siano calibrati rispetto alla delicata situazione socio sanitaria.

(la Repubblica, 5 giugno 2020)


I Satmar sono antisionisti. Ma a noi importa veramente?

«La vera natura del sionismo da un punto di vista teologico è, ovviamente, sconosciuta» conclude l'autore di questo impegnativo ma interessantissimo articolo che riprendiamo da Kolòt. E' in gioco la natura teologica del sionismo in confronto con la visione ultraortodossa di Rav Yoel Teitelbaum (1887-1979), fondatore della setta chassidica Satmar. La discussione sul valore teologico del sionismo avviene anche in campo cristiano e non è affatto conclusa. E non mancano anche da questa parte quelli che considerano il sionismo un'eresia. L'impostazione di Teitelbaum si presterebbe comunque molto bene ad un confronto con quella evangelico-millenarista, perché in entrambi i casi entrano in gioco e sono presi in seria considerazione elementi biblici comuni. Cosa che non avviene invece nel confronto col sionismo laico. NsI

di Shaul Magid*

 
Yoel Teitelbaum
Recentemente, ho tenuto un seminario al Kraft Center for Jewish Life alla Columbia University, ed ho incluso una serie di passaggi del manifesto antisionista Vayoel Moshe, di Yoel Teitelbaum, noto come Satmar Rebbe o il Rav Satmar. Teitelbaum (1887-1979) fu il fondatore della setta chassidica Satmar a Satu Mare (anche conosciuta come Szatmernemeti), in Ungheria, ed è conosciuta come il modello dell'antisionismo ultraortodosso. Successivamente, un amico e collega che ha partecipato al seminario mi ha detto che mentre stava studiando in una yeshiva religiosa sionista in Israele, alcuni studenti leggevano il trattato antisionista di Teitelbaum, Vayoel Moshe, e ne ridevano, un'interessante forma di intrattenimento da parte dei vincitori del dibattito sul sionismo. Perché mai studiare le opere del perdente, anche se solo per divertimento? Ancor più curioso è il fatto che nel 2011 Shlomo Aviner, uno dei principali rabbini tra i coloni, abbia pubblicato un libro intitolato Alei Na'aleh, una risposta sionista capitolo per capitolo a Vayoel Moshe. E nel 2012 i Chabad-Lubavitch hanno pubblicato Iggeret Ma'aneh Hakham, di Yoel Kahn, rispondendo ai divieti di Teitelbaum a non essere coinvolti con lo stato secolare israeliano. Dato che il sionismo ha vinto, perché tali rabbini dovrebbero spendere tempo ed energia a scrivere tali libri? Perché dovrebbero preoccuparsene?
  Mentre molte persone conoscono la posizione generale di Teitelbaum e della sua comunità Satmar nei confronti del sionismo, pochi hanno effettivamente letto le sue opere e compreso gli argomenti dall'interno del denso e complesso contesto nel quale sono stati scritti. E questo è un peccato, perché le sue due opere anti-sioniste, Vayoel Moshe, pubblicata nel 1959, e 'Al Ha-Geulah ve' al ha-Temura (Sul riscatto e la permuta, tratto da Ruth 4:7), una risposta alla guerra dei sei giorni, pubblicata nel 1967, offre argomenti dettagliati e intricati circa il fatto che, contrariamente a quanto molti credono, il sionismo rappresenta un pericolo imminente per il popolo ebraico ed una deviazione, invece che una acquisizione, per l'imminente era messianica. Nel seguito, offro una rappresentazione schematica e contestualizzata della sua argomentazione, per poi domandarmi perché dovremmo confrontarci con essa seriamente, anche se ovviamente la maggior parte di noi è in disaccordo.
  Vayoel Moshe e 'Al ha-Geulah sono due libri molto diversi. Il primo è principalmente un trattato halachico, che offre intricate discussioni legali su tre argomenti separati ma correlati. In primo luogo, lo stato giuridico della discussione talmudica dei "tre giuramenti" tra Dio e Israele. Il Talmud verso la fine del trattato Ketubot delinea tre giuramenti tra Dio, Israele, ed il mondo come la condizione dell'esilio degli ebrei. Primo, che gli ebrei non dovrebbero andare in massa nella terra di Israele. Secondo, che Israele non dovrebbe ribellarsi alle nazioni del mondo. E terzo, che Dio comanderà alle nazioni di non opprimere troppo Israele. Il primo saggio di Vayoel Moshe offre un resoconto dettagliato di questi giuramenti nella letteratura midrashica ed in quella relativa al codice giuridico medievale, sostenendo che poiché il sionismo
Data la natura secolare del sionismo, se non c'è più l'obbligo di vivere nella terra, come possono gli ebrei religiosi giustificare la loro combutta con i sionisti secolari al fine di stabilirsi lì?
trasgredisce il primo giuramento, Dio non è più vincolato al terzo. Il secondo saggio è una lunga discussione halachica sulla questione se vi sia, ai nostri giorni, un comandamento positivo di stabilirsi nella terra di Israele. La domanda è rilevante per i suoi lettori perché, data la natura secolare del sionismo, se non c'è più l'obbligo di vivere nella terra, come possono gli ebrei religiosi giustificare la loro combutta con i sionisti secolari al fine di stabilirsi lì? Il terzo saggio riguarda lo stato secolare della lingua ebraica e la sua relazione con il lashon ha-kodesh (la lingua santa), un affascinante studio sulla natura halachica dell'ebraico come lingua franca. Invece, 'Al Ha-Geulah è un'opera teologica. Teitelbaum scrisse l'introduzione, ma poi si ammalò ed il resto comprende trascrizioni di discorsi orali che tenne nel corso degli anni. 'Al Ha-Geulah sviluppa una serie di argomenti teologici incentrati sulla natura del miracolo, dell'idolatria, e della falsa profezia, idee che Teitelbaum riteneva particolarmente rilevanti all'indomani della guerra del 1967.
  Significativamente, nelle centinaia di pagine fitte delle opere di Teitelbaum, egli menziona raramente in modo aperto il sionismo od i sionisti, anche se allude spesso a loro, di solito con termini come "minim" o "apikorsim" (eretici) o "horsei dat" (distruttori di religione). Questi termini non sono suoi specifici ma erano comunemente usati dai pensatori ultra-ortodossi in riferimento ai sionisti. Teitelbaum non discute quasi mai dei pensatori sionisti, anche se nel suo saggio sulla lingua ebraica, "Saggio sul Lashon ha-Kodesh", si riferisce spesso a iniziative educative sioniste e dibattiti sulla secolarizzazione e profanazione della lingua ebraica. Ho trovato solo un riferimento in una risposta halachica nel quale menziona Abraham Isaac Kuk, il primo rabbino capo del mandato della Palestina ed architetto del sionismo religioso contemporaneo, e solo di sfuggita. Teitelbaum non è interessato alle polemiche dirette, ma piuttosto alla creazione di una fonte primaria di Torah che avverte contro l'eresia del sionismo. Le sue due opere principali sono quindi piene di lunghe divagazioni su dichiarazioni talmudiche e sui loro commenti. Chiaramente non sono pensate per ebrei secolari, certamente non per sionisti secolari. In effetti, chi non conosce il linguaggio del beit midrash ("casa dello studio") ha difficoltà a smontare le sue argomentazioni midrashiche ed halakhiche.
  Queste opere sono dirette alla sua comunità ultraortodossa, che credeva fosse, o potesse essere, sedotta dalla narrativa sionista. Ciò è particolarmente vero con 'Al Ha-Geulah, scritto quando Teitelbaum vide la guerra dei sei giorni interpretata come una vittoria miracolosa per il sionismo. Spesso notò, scherzando a metà, che tutti questi ebrei laici che non credevano ai miracoli improvvisamente iniziarono a parlare di miracoli quando si trattava della guerra dei sei giorni. Ma più significativamente, queste opere rappresentano anche una teologia politica ebraica, attingendo a migliaia di fonti tradizionali, impiegate per mettere in guardia contro i pericoli del soccombere all'eresia sionista contemporanea.
  Yoel Teitelbaum fu salvato dalla morte quasi certa a Bergen-Belsen dal treno (sionista) di Kastner1. Trascorse circa un anno nel mandato della Palestina prima di emigrare a New York, dove trascorse il resto della sua vita, spostandosi tra una casa a Williamsburg, Brooklyn, e l'enclave Satmar Kiryas Yoel nella Contea di Rockland, New York. Nel 1952, visitando Gerusalemme e donando cospicui fondi alla comunità ultraortodossa locale, fu nominato capo titolare (av beit din) dell'Edah Haredit, la più grande corte rabbinica ultraortodossa di Gerusalemme. Rimase il presidente onorario di Edah fino alla sua morte. La sua prodigiosa istruzione e la sua vasta conoscenza lo resero uno dei grandi saggi della Torah del 20° secolo, riconosciuto come tale anche da coloro che erano fortemente in disaccordo con lui.
  Teitelbaum fu in gran parte responsabile della ricostruzione delle comunità di ebrei ultraortodossi dall'Ungheria e dalla Romania decimate nell'Olocausto. Mentre la sua corte chassidica a Satu Mare (comunemente conosciuta oggi come Satmar), vicino al confine ungherese/rumeno era relativamente piccola
Il sionismo era per lui come un mix precario di secolarismo abbigliato in un linguaggio ebraico redentore particolarmente pericoloso perché conteneva la seduzione della capacità di risolvere il problema ebraico diasporico dell'antisemitismo.
, dopo la guerra divenne un magnete per i sopravvissuti di quelle regioni. La sua ideologia estrema fu trapiantata dalla regione ungherese di Marmaros, dove l'ultraortodossia sposò, come atto di pietà redentrice, la rigida separazione da tutte le forme di secolarismo. Il sionismo servì per lui e per la maggior parte degli altri leader religiosi di quella regione, come un mix precario di secolarismo abbigliato in un linguaggio ebraico redentore che era particolarmente pericoloso perché conteneva la seduzione della capacità di risolvere il problema ebraico diasporico dell'antisemitismo.
  In molti modi, l'Olocausto era al centro del pensiero di Teitelbaum sul sionismo. Infatti, egli inizia Vayoel Moshe facendo cenno alla catastrofe che era appena capitata agli ebrei:
    «A causa dei nostri molti peccati, negli ultimi anni abbiamo sofferto amaramente in modi nei quali Israele non ha sofferto da quando è diventata una nazione [goy]. "Se il Signore non ci avesse conservato un piccolo avanzo [saremmo come Sodoma, uguali a Gomorra]." (Isaia 1:9). Ma con la misericordia di Dio, benedetto sia il Suo nome, alcuni di noi sono sopravvissuti, sebbene in piccolo numero. Non pochi da una moltitudine ma pochi da pochi, tutto ciò a causa di un giuramento che il Santo benedetto Egli sia fece con i nostri antenati per non annientarci completamente, Dio non voglia. Siamo sopravvissuti anche con i nostri numerosi peccati, incarnando il versetto, "Il Signore renderà eccezionali le tue piaghe [e quelle della tua progenie]". [Deuteronomio 28:59] "[perciò io continuo a far meraviglie per questo popolo, in modo miracoloso,] e si perderà la saggezza dei suoi sapienti, e l'intelligenza dei suoi esperti sarà offuscata". [Isaia 29:14] aspettavamo "l'ora della guarigione, ed ecco il terrore! " [Geremia 8:15] Ed ancora oggi riposo e conforto non sono arrivati. I nostri cuori sono totalmente spezzati e non c'è nulla che ci possa confortare e rafforzare. Piuttosto, i nostri occhi deboli e le nostre anime languenti si volgono verso il cielo fino a che Dio vedrà tutto ciò dal cielo. Dio vedrà la nostra sofferenza e guarirà i nostri cuori feriti con la grande misericordia di Dio.»
Teitelbaum credeva, come molti sionisti religiosi, specialmente dopo l'Olocausto, che stiamo sulla cuspide della redenzione messianica. Spesso fraintendiamo l'antisionismo di Teitelbaum come diametralmente opposto al sionismo di Abraham Isaac Kuk. In verità, Kuk e Teitelbaum sono in disaccordo meno di quanto pensiamo. Dal profondo della tradizione canonica, entrambi avevano un compito simile: dare un senso alla natura secolare del sionismo e come essa potesse quadrare con la comprensione tradizionale sia della catastrofe che della redenzione. Kuk argomentò dialetticamente, usando una mentalità romantica e mistica, che la natura secolare ed in gran parte antireligiosa del primo sionismo fosse una deviazione necessaria, sebbene temporanea, dalla tradizione che sarebbe stata valutata diversamente nel futuro redentore immanente. Teitelbaum, che visse più profondamente nella cornice binaria della letteratura talmudica, credeva anch'egli che il sionismo avesse avuto un ruolo centrale nella prossima redenzione, tranne che per lui il suo ruolo non era un'inversione kukiana della tradizione per amore della redenzione, ma l'eresia pre-messianica alla quale agli ebrei è richiesto di resistere affinché possa venire la redenzione.
  Il sionismo era quindi il falso messia che doveva essere respinto perché arrivasse il vero messia. Se gli ebrei soccombono alla tentazione della "prova finale", e Teitelbaum sapeva che la tentazione era forte dato il suo contesto post-Olocausto, la redenzione arriverà, ma arriverà attraverso la catastrofe. Come ha affermato lo storico ebreo Amos Funkenstein, secondo Teitelbaum "[una] catastrofe è imminente, dopo di che solo pochi, 'i resti di Israele', sopravviveranno per assistere alla vera redenzione. In effetti, l'intero argomento di
Kuk credeva che il sionismo secolare dovesse essere abbracciato per essere superato; Teitelbaum credeva che il sionismo dovesse essere respinto per evitare una catastrofica redenzione.
Teitelbaum è incorporato nella premessa apocalittica secondo la quale la vera redenzione, attraverso un miracolo divino, è molto vicina, a portata di mano". Kuk credeva che il sionismo secolare dovesse essere abbracciato per essere superato; Teitelbaum credeva che il sionismo dovesse essere respinto per evitare una catastrofica redenzione. Un'altra somiglianza tra Kuk e Teitelbaum è che entrambi hanno visto il messia, falso e vero, nei termini della più astratta idea del sionismo. Per Kuk, il sionismo era l'incarnazione del messianismo, per Teitelbaum era il suo preludio satanico.
  Se pensiamo che la posizione di Teitelbaum sia unica nel suo estremo rifiuto del sionismo ci sbagliamo. In termini generali, gli impegni ideologici di Teitelbaum contro il sionismo non sono nuovi, ma parte di una traiettoria molto più lunga dell'antisionismo tradizionale che risale all'inizio del XX secolo nell'opera di Hayyim Elazar Shapira di Munkacz (1868-1937), l'ebreo di "antico insediamento" in Palestina e, successivamente, ai Neturei Karta in Israele. Questo antisionismo era anche condiviso da gran parte del mondo ultraortodosso prebellico, dal gigante rav lituano Elhanan Wasserman (1874-1941) a Yitzhok Zev Soloveitchik (1886-1959); e gran parte della dinastia Soloveitchik; e il Lubavitcher Rebbes Shalom Dov Schneershon (1860-1920) e Yosef Yizhak Schneershon (1880-1950), tra molti altri.
  La differenza tra Teitelbaum e molti dei suoi colleghi è che solo Teitelbaum ha speso un significativo capitale intellettuale sviluppando una teologia politica che non solo ha reagito all'istanza circonstanziale del sionismo come ad una eresia, ma lo ha collocato in un contesto teologico che ha le sue radici nella narrazione biblica, per esempio, la ribellione del vitello d'oro, la risposta blasfema di Giobbe alla sua sofferenza, la ribellione del popolo contro Mosè nel deserto, e la storia del miracolo nella antica tradizione biblica e nell'ebraismo. Inoltre, Teitelbaum ha respinto l'acquiescenza in larga parte pragmatica verso il sionismo in gruppi come Agudat Yisrael, vedendoli come i giusti che furono ingannati nel servire il vitello d'oro nel deserto del Sinai.
  Nella sua tesi su Teitelbaum, Menachem Keren-Krantz dell'Università di Tel Aviv scrive:
    "La maggior parte degli ebrei e dei rabbini ortodossi [dopo l'Olocausto] erano solidali con lo stato ebraico, anche se erano sospettosi del suo secolarismo e del successo della religione [in Israele] negli anni a venire. Per i primi cinque anni, R. Yoel [Teitelbaum] fu l'unico che continuò a mantenere la ferma posizione anti-sionista che era emersa [precedentemente] dalle scuole dell'ortodossia radicale in Transilvania e nei suoi dintorni."
Fino alla fine degli anni '50, tuttavia, Teitelbaum non pubblicò nulla di sostanziale sull'argomento, ma rese note le sue opinioni nei sermoni orali e in vari media come il quotidiano yiddish Der Yid, che fondò a New York e fu ampiamente letto nella comunità di lingua Yiddish ultra-ortodossa. Verso la fine degli anni '50, vedendo la comunità ultraortodossa addolcirsi verso ciò che considerava l'eresia sionista, decise di pubblicare le sue opinioni in forma di libro, su Vayoel Moshe.
  Suggerisco che un modo di concepire l'antisionismo di Teitelbaum è che esso costituisce una vera e propria teologia ebraica dell'Anticristo. Qui penso che antecedenti all'opera di Teitelbaum si possano trovare nel monaco cristiano medievale Gioacchino da Fiore (1135-1202) ed in particolare in Martin Lutero nel XVI secolo. A partire da Fiore e poi ancora di più negli scritti riformisti di Lutero, l'Anticristo si sposta da riferimenti biblici apocalittici, mitici ed obliqui per applicarsi agli eventi storici ed all'immanente fine dei tempi. Una volta che approfondiamo la teologia riformata, le istituzioni, in particolare il papato, diventano il bersaglio delle accuse anticristiche. L'opera di Lutero del 1545 Contro il Papato Romano: un'istituzione del Diavolo sposta la discussione dell'Anticristo su di un modello presentista, dove rimane per i successivi due secoli. Su ciò, lo studioso del cristianesimo Bernard McGinn osserva:
    "Qual è stata la vera originalità di Lutero nella storia delle tradizioni dell'Anticristo? Il rifiuto dei riformati dei leggendari accrescimenti al quadro scritturale dell'Anticristo e la sua adesione a un'interpretazione totalmente collettiva del Nemico Finale lo distinguono da qualsiasi visione medievale, anche quelle che identificano le istituzioni del papato con l'Ultimo Nemico."
Teitelbaum utilizza immagini sataniche simili che attingono a fonti ebraiche classiche e collega questi episodi alla realtà contemporanea del sionismo e dello stato israeliano. Per lui, il sionismo funziona in modo simile al papato per Lutero.
  L'idea dell'Anticristo è radicata nella figura di Satana nel Libro di Giobbe e nel Libro di Daniele 9-11, dove leggiamo:
    "Ed il re agirà a suo piacimento, s'inorgoglirà, si considererà superiore a qualunque dio e pronunzierà cose inaudite contro Iddio degli dèi e avrà successo finché non sarà terminata l'ira, poiché quello che è decretato si compirà" (Daniele 11:36).
Questo è uno dei motivi per cui Teitelbaum include un lungo excursus su Giobbe in 'Al ha-Geulah ve 'al ha-Temurah. Comprendere il rapporto tra Satana e Giobbe ed esaminare il dispiegamento midrashico di Satana nell'episodio del vitello d'oro (un altro motivo centrale di 'Al Ha-Geulah) è cruciale per la valutazione di Teitelbaum sul mondo che lo circonda, specialmente data la sua convinzione nell'opportunità prossima di redenzione dopo l'Olocausto.
  L'idea di un Anticristo, o falso messia che precede quello vero, è ripresa nella letteratura ebraica e apocrifa e medievale come in Pirkei D'Rebbe Eliezer e nei libri dei pietisti della Renania del 13° secolo,
L'idea di un Anticristo, o falso messia che precede quello vero, è ripresa nella letteratura ebraica e apocrifa e medievale, assumendo una potenza speciale quando si fonde con il messianismo.
assumendo una potenza speciale quando si fonde con il messianismo , sostenendo che la redenzione finale è progettualmente preceduta dall'emergere di una figura satanica o di figure (individui, comunità o persino ideologie) che mettono alla prova la fedeltà della comunità dei credenti alla parola ed alla volontà di Dio. Un esempio ebraico di spicco è la figura di Armilos, un figlio di Satana che uccide il Messia figlio di Giuseppe nel Sefer Zerubbavel, una breve opera messianica scritta in ebraico nel VII secolo EC. Questa figura satanica appare nella letteratura successiva come un arbitro della volontà divina, spesso intenta a compiere prodigi miracolosi, avendo un grande successo quasi senza precedenti tale che, sotto ogni aspetto, egli è un emissario di Dio. Mentre Teitelbaum, per quanto ne sappia, non menziona mai Armilos, era certamente a conoscenza delle tradizioni di tali figure pre-messianiche nella letteratura medievale.
  Questo successo del sionismo è indice di una differenza significativa tra Teitelbaum e il suo predecessore antisionista, nonché un tempo mentore, R. Hayyim Elazar Shapiro di Munkacz. Il filosofo ebreo Aviezer Ravitzky descrive questa differenza in modo succinto.
    "Il Munkaczer Rebbe deve solo chiedere, 'Dov'è la fonte di questa malvagità?' Il Satmerer Rebbe, tuttavia, doveva andare avanti e chiedere, 'Qual è la fonte del loro successo mondano?"
In poche parole, questo significa che da quando morì Shapiro nel 1936, non dovette mai affrontare il successo mondano del sionismo, ma solo la sua esistenza. Ma dice anche del modo in cui questo successo mondano funge da pietra angolare della teologia politica dell'Anticristo di Teitelbaum. Il successo del sionismo, ancor più dopo il 1967, è la questione cruciale alla quale Teitelbaum deve rispondere, e quindi, per lui, il successo del sionismo non dimostra la sua provenienza divina (la pretesa di molti sionisti religiosi) ma piuttosto rafforza il suo status di Anticristo. Per far ciò, deve ricorrere a fonti ed idee ebraiche che hanno informato le varie ideologie dell'Anticristo del passato.
  Nella maggior parte delle teologie dell'Anticristo, Satana è un emissario di Dio ma funziona come uno strumento di seduzione, uno che sorge immediatamente prima dell'imminente redenzione come una prova finale per la comunità dei credenti. Anche la teologia dell'Anticristo è quasi sempre connessa a un'affermazione messianica. Ciò che è richiesto alla comunità dei credenti è la resistenza, piuttosto che l'acquiescenza, a tale seduzione satanica. Ciò equivale a una specie di idea ebraica post-tribolazionista secondo cui l'Anticristo viene a testare la fedeltà della comunità dei credenti. Da ogni punto di vista, Teitelbaum sapeva che il sionismo appariva come una forza liberatrice per gli ebrei, salvando molti, incluso lui, specialmente sulla scia della distruzione degli ebrei europei nell'Olocausto. Eppure è proprio il successo del sionismo, soprattutto dopo il 1967, a convincerlo del reale uso da parte di Dio del sionismo come prova finale che richiede resistenza.
  Uno dei cliché ripetuti nelle opere di Teitelbaum è che "il bene non viene dal male", o "il peccato non può provocare il santo", un'idea a mio avviso intesa a minare la nozione kukiana, attingendo da fonti mistiche, di migrazione dialettica del secolare nel santo. Se il bene non viene dal male, che lavoro fa allora il male nell'imminente fine dei tempi? In 'Al ha-Geula ve al ha-Temurah leggiamo:
    "È noto nella nostra letteratura che non appena ci sia un segno della nostra redenzione e della salvezza delle nostre anime, Satana escogita modi per scambiarla con una falsa redenzione che porta dolore, angoscia, ed oscurità per il mondo. Rabbenu Gershom (960-1040 EC) nota nella sua glossa al Talmud Trattato Tamid 32a a proposito della frase, "Satana avrà successo", "Non sorprendetevi che Satana sia riuscito a farli smarrire offrendo loro la redenzione e poi conducendoli a inferno." (AG 31, 32 nella mia traduzione).
In seguito, Teitelbaum cita ulteriormente una fonte rabbinica che non sono stato in grado di individuare: "Satana ha ottenuto il permesso di compiere miracoli e prodigi nella sua istituzione dell'idolatria". (AG 11, la mia traduzione) Questo sentimento appare in vari testi cabalistici medievali ma, per quanto ne sappia, non questa esatta citazione.
  L'ironia di soccombere all'Anticristo è che si tratta di un peccato che è in gran parte involontario. Qui Teitelbaum si appoggia fortemente su Moses Nahmanide (1194-1270), il grande leader degli ebrei spagnoli del XIII secolo e autore di un commento ampiamente letto alla Torah. Nella sua spiegazione della narrativa del vitello d'oro, Nahmanide suggerisce che la maggior parte di coloro che adorano il vitello lo ha fatto con l'intenzione di servire Dio e non l'idolatria. Coloro che erano colpevoli di idolatria furono immediatamente uccisi (Es. 32:27), mentre gli altri furono puniti ma non uccisi (Es. 32:30) proprio perché le loro intenzioni erano nobili. Teitelbaum vede questa intera narrativa come un'illustrazione del vitello come l'Anticristo. Questo si basa su una tarda antica traduzione aramaica della Torah, la resa di Es. 32:19 nel Targum Yonatan. "Non appena Mosè si avvicinò al campo e vide il vitello e le danze, si irò." Spostando abilmente il verbo "danzare" dal popolo a Satana, il Targum recita: "Satana era nel vitello e balzò fuori di fronte al popolo" (vedi AG 6). La natura miracolosa di quell'evento è stata interpretata dal popolo come un intervento divino, e quindi risposero di conseguenza. Il miracolo era proprio la trappola. Ecco come Teitelbaum comprende la guerra dei sei giorni. Fu davvero un miracolo, come Satana che saltava dal fuoco e danzava celebrando la sua apparente vittoria nel sedurre il popolo ad adorare il vitello.
  Che cosa significa tutto questo per la maggior parte di noi che non sono disposti ad aderire nella convinzione di Teitelbaum che il sionismo sia un'ideologia anticristica? In altre parole, perché interessarsi a questo? Quale ruolo può svolgere nella nostra comprensione della storia ebraica e della storia della modernità ebraica? Uno dei prodotti curiosi del nostro tempo è che il successo dell'interpretazione religiosa sionista della storia ebraica ha portato alla visione che il sionismo sia modo di comprendere ovvio ed adeguato della tradizione ebraica. In realtà, la comprensione offerta da Abraham Kuk e da altri che il ritorno degli ebrei nella terra di Israele sia un segno dell'imminente redenzione a supporto della
Le interpretazioni sioniste religiose delle fonti sono spesso forzate e spesso richiedono di estendere l'elasticità delle fonti tradizionali oltre il credibile.
giustificazione teologica del progetto sionista, è altamente problematica dal punto di vista della tradizione stessa. Le interpretazioni sioniste religiose delle fonti sono spesso forzate e spesso richiedono di estendere l'elasticità delle fonti tradizionali oltre il credibile. Questo non significa necessariamente il fatto di scartarla, ma solo il fatto di suggerire che sicuramente non è affatto cosa ovvia o in alcuni casi, persino plausibile. Teitelbaum sostiene che lavorando rigorosamente da fonti canoniche midrashiche e legali, il suo punto di vista è quello più forte. Questo non vuol dire che abbia ragione nella sua valutazione, ma significa solo che giustificare il sionismo attraverso la tradizione è una cosa molto più difficile di quando pensiamo, soprattutto senza aver letto il lavoro di Teitelbaum.
  C'erano buone ragioni per le quali le comunità tradizionali nell'Europa prebellica erano in gran parte contrarie al sionismo. Teitelbaum affermava spesso che i suoi punti di vista erano quelli dominanti nel mondo in cui viveva prima della guerra. In ciò ha certamente ragione. La forza delle argomentazioni di Teitelbaum provenienti da fonti canoniche può anche spiegare perché i rabbi Aviner e Kahn si sarebbero preoccupati di scrivere le risposte a Vayoel Moshe negli anni 2000, molto tempo dopo che sembrava che la battaglia fosse stata vinta. Entrambe sono figure rabbiniche profondamente coinvolte nella tradizione e quindi vedono, senza essere necessariamente d'accordo, che l'opera di Teitelbaum rappresenta una seria sfida per il sionismo, degna di una risposta sotto forma di libro.
  La vera natura del sionismo da un punto di vista teologico è, ovviamente, sconosciuta. Viviamo tutti nel bel mezzo di un dramma che si sta ancora svolgendo. Sia nella teologia dialettica di Kuk che migra il profano nel santo, che nella teoria del sionismo di Teitelbaum come falso messia, è pari la difficoltà a comprendere una svolta radicale nella storia ebraica. Gli studenti religiosi sionisti di yeshiva che ridono mentre leggono Vayoel Moshe oggi hanno certamente motivo di festeggiare. Ma il capitolo su chi avrà diritto all'ultima risata deve ancora essere scritto.
  
(1) NdT: Il treno di Kastner è il nome dato ad un trasporto speciale di 1684 ebrei ungheresi, ai quali nel 1944, durante l'Olocausto, le autorità naziste consentirono di lasciare Budapest e di rifugiarsi in Svizzera, passando per il campo di concentramento di Bergen-Belsen. L'operazione fu il risultato di un accordo tra Adolf Eichmann e Rudolf Kastner, rappresentante del Comitato per l'Aiuto ed il Soccorso degli ebrei ungheresi, in cambio del pagamento di una cospicua somma di denaro.


* Shaul Magid, redattore collaboratore di Tablet, è Distinguished Fellow of Jewish Studies presso il Dartmouth College e Kogod Senior Research Fellow presso lo Shalom Hartman Institute of North America. I suoi ultimi libri sono Pietà e ribellione: Saggi in chassidismo e La Bibbia, il Talmud e il Nuovo Testamento: il commento ai Vangeli di Elijah Zvi Soloveitchik.

(Kolòt, 5 giugno 2020 - trad. Roberto Maggioncalda Sacerdote)


Libano: prevista il 6 giugno una manifestazione per il disarmo di Hezbollah

BEIRUT - Una manifestazione popolare organizzata per il 6 giugno a Beirut, la capitale del Libano, avanzerà anche la richiesta del disarmo del partito sciita e gruppo armato Hezbollah. Lo riferisce l'emittente televisiva libanese "Mtv". Interpellata da quest'ultima, una figura di spicco di Hezbollah mantenutasi anonima ha dichiarato che la manifestazione sarebbe frutto dell'orchestrazione tra forze interne e attori stranieri, specialmente statunitensi. A partecipare alla manifestazione sarebbero anche sostenitori dei partiti cristiani della Forze libanesi e delle Kataeb, mentre il partito sunnita Al Mustaqbal dell'ex premier Saad Hariri ha preso le distanze dall'iniziativa.

(Agenzia Nova, 4 giugno 2020)


Il Dna aiuta a ricomporre la storia dei rotoli del Mar Morto

Non tutti proverrebbero dal luogo in cui sono stati trovati

ROMA - Il Dna estratto dalle pergamene ha permesso di ricomporre la storia dei rotoli del Mar Morto. Non tutti proverrebbero infatti dal deserto in cui sono stati trovati tra il 1947 e il 1956, nelle caverne di Qumran in Cisgiordania, come spiegano sulla rivista Cell alcuni ricercatori dell'università di Tel Aviv e dell'Autorità israeliana delle antichità.
Abbiamo verificato, attraverso l'analisi di frammenti della pergamena, che alcuni testi sono stati scritti su pelle di mucca e pecora, mentre prima pensavamo fossero stati tutti scritti su pelle di capra. Ciò dimostra che i manoscritti non provengono dal deserto in cui li abbiamo trovati», precisa Pnina Shor, coordinatrice dello studio. Durante i 7 anni dello studio, focalizzato su 13 testi, i ricercatori non sono riusciti a localizzare il luogo esatto di provenienza dei frammenti. I rotoli risalgono, secondo le datazioni fatte, ad un periodo compreso tra il III secolo a.C. e il I secolo d.C.. Molti studiosi ritengono che li abbiano scritti gli Esseni, una setta ebraica dissidente che si era ritirata nel deserto della Giudea vicino a Qumran e le sue caverne, mentre altri sostengono che alcuni di questi testi furono nascosti dagli Ebrei che fuggivano dai Romani. «Questi risultati iniziali avranno ripercussioni sullo studio della vita degli Ebrei nel periodo del Secondo Tempio», distrutto dai Romani nel 70 d.C..
   A indicare la provenienza diversa, secondo Beatriz Riestra, una dei ricercatori, sarebbero le «differenze nel contenuto e nello stile della calligrafia in rotoli della stessa epoca, ma anche nella pelle animale usata per la pergamena. Ciò dimostra che hanno un'origine diversa». È come mettere insieme «le tessere di un puzzle - aggiunge Oded Rechavi, uno dei ricercatori - Ci sono molti frammenti che non sappiamo come collegare e se mettiamo insieme i pezzi sbagliati, si cambia completamente l'interpretazione di ogni rotolo».

(La Provincia, 4 giugno 2020)


La seconda ondata di Covid-19 arriva in Iran e Israele (con il caldo)

di Beatrice Guarrera

GERUSALEMME - Era una paura diffusa che con la fine del lockdown sarebbero tornati ad aumentare i casi di Covid-19. A poco tempo dall'allentamento delle restrizioni, i dati di due paesi sembrano confermare questi timori: Iran e Israele. Il 3 giugno è stato infatti il terzo giorno consecutivo in cui l'Iran ha registrato un'impennata di tremila nuovi contagi da Covid-19 (3.134 nuovi pazienti con un aumento di diciassette unità rispetto al giorno precedente e settanta nuovi morti), portando a 160.696 il numero totale di contagiati in tutto il paese. Lo ha comunicato ieri in conferenza stampa il portavoce del ministero della Sanità ìraniano Kianouche Jahanpour. Una nuova accelerazione nei casi accertati era iniziata già dal 2 maggio e la tendenza al rialzo non sembra arrestarsi. Secondo i dati ufficiali, che gli esperti sostengono possano essere sottostimati, sono 8.012 i decessi per Covid-19 in Iran dall'inizio della pandemia, i cui primi casi sono stati registrati a febbraio. Ad oggi 2.557 pazienti sono ancora in gravi condizioni, mentre coloro che risultano completamente ripresi dalla malattia sono 125.206.
  L'impennata di contagi di Covid-19 registrati negli ultimi giorni in Iran sarebbe da attribuire al mancato rispetto della norme di distanziamento sociale, come ha affermato in un'intervista televisiva il ministro della Salute iraniano Saeed Namaki. "La gente sembra pensare che il Coronavirus sia finito e anche alcuni funzionari credono che tutto sia tornato alla normalità - ha dichiarato Saeed Namaki - il Coronavirus non soltanto è ben lontano dall'essere finito, ma potremmo vedere un nuovo picco pericoloso". Il ministro della Salute iraniano ha spiegato anche di aver supplicato le persone di non partecipare a matrimoni o funerali, ma di non essere stato ascoltato, soprattutto nella provincia del Khuzestan. Proprio quella provincia, dove sono state allentate da poco le restrizioni, è oggi "zona rossa", mentre risultano "in stato di allerta" le province di Hormozgan, Azerbaijan orientale e occidentale, Kurdistan, Kermanshah, Bushehr, Sistan e Baluchistan, Qazvin e Razavi Khorasan.
  In Israele l'impennata di contagi è arrivata invece con la riaperture delle scuole. Martedì sono state rilevate nuove infezioni da Covid-19 nelle scuole di Beersheba, Rahat, Ashdod, Ma'aleh Adumim e Holon. La maggior parte dei casi proviene però da una scuola: la Gymnasia Rehavia a Gerusalemme. L'istituto scolastico, a due passi dalla casa del primo ministro Benjamin Netanyau, è il centro del focolaio che ha fatto registrare oltre 100 nuovi casi di Covid-19, l'accelerata più intensa delle ultime settimane nel paese. Tutti gli studenti e gli insegnanti della Gymnasia di Gerusalemme sono entrati in quarantena, assieme a quelli di altri istituti scolastici. Secondo quanto annunciato dal ministero dell'Educazione israeliano, soltanto ieri sono entrate in quarantena altre duemila persone, portando a 6.831 il numero totale. Sono quarantatré le scuole già chiuse in tutta Israele, a causa dei 255 contagi accertati, e da oggi qualsiasi istituto nel quale saranno trovati nuovi infetti sarà immediatamente chiuso. Lo annunciato ieri il primo ministro Benjamin Netanyahu, a seguito di un incontro con i funzionari dei ministeri dell'Educazione e della Sanità e con il capo del Consiglio di sicurezza nazionale.
  Nelle prossime ore ci si aspetta la chiusura di altre 18 scuole nella città beduina di Hura (nel sud, vicino a Beer Sheva), dove sono stati trovati nuovi contagi di Covid-19. I casi registrati in Israele, soprattutto in zone come quella di Hura, situata nel deserto del Negev, sembrano scoraggiare le speranze di coloro che credevano in una minore resistenza del virus alle alte temperature. Al 3 giugno Israele ha raggiunto 17. 342 contagi, con un aumento di cinquantasette casi dal giorno precedente.
  Il presidente dell'Autorità palestinese Mahmoud Abbas ha emesso ieri un decreto che proroga lo stato di emergenza per altri trenta giorni a partire dal 4 giugno. Soltanto la scorsa settimana i Territori palestinesi avevano riaperto, ma il crescente pericolo di trovarsi di fronte a un'altra ondata di infezioni sembra frenare il ritorno alla normalità. Sebbene Mai al Kaila, ministra della Salute palestinese, abbia annunciato che non sono stati rilevati nuovi casi di coronavirus in Cisgiordania nelle ultime 24 ore, la situazione continua a preoccupare. In Cisgiordania e Gerusalemme Est sono 554 coloro che sono risultati positivi, mentre due sarebbero i deceduti, secondo i dati ufficiali. Nella Striscia di Gaza i casi registrati sono stati sessantuno e c'è stato un solo decesso.

(Il Foglio, 4 giugno 2020)


Israele - Fase 2 troppo rilassata. Risalgono i contagi nelle scuole

Focolai e Gerusalemme e Beersheva. Più di 7.500 studenti e insegnanti in quarantena. Ma il governo non chiude gli istituti. Cinque nuovi positivi al tampone
si registrano anche a Gaza.


di Michele Giorgio

GERUSALEMME - Risale la curva dei contagi in Israele che appena una decina di giorni fa era scesa al punto più basso dall'inizio della pandemia che nello Stato ebraico ha fatto ammalare 17mila persone (in buona parte in modo lieve) e provocato 290 decessi.
   Focolai dell'infezione sono divampati in particolare in alcune scuole di Gerusalemme, Beersheva e di vari centri abitati del sud del paese. Più di 7.500 studenti e insegnanti sono stati messi in quarantena, di cui 2.500 solo tra martedì e mercoledì quando sono stati accertati 255 contagi e altre sette scuole sono state chiuse portando il totale a 43.
   La situazione più preoccupante è quella dell'istituto Gymnasia Rehavia di Gerusalemme con 173 persone, tra ragazzi, insegnanti e personale amministrativo, risultate positive al tampone. A circa 700 studenti della Ulpana Tzvia è stato ordinato di andare in isolamento per almeno una settimana. A Tel Aviv l'istituto Galil è tornato all'insegnamento da remoto dopo che uno studente è risultato positivo. Colpite dal contagio anche diverse scuole nelle comunità beduine, sempre nel sud di Israele. Non pochi sostengono che la riapertura del paese dopo il lockdown parziale o totale osservato a marzo e aprile (con alcuni giorni di vero e proprio coprifuoco) sarebbe stata troppo rapida sotto la pressione del tonfo dell'economia che nei primi quattro mesi del 2020 ha fatto segnare una contrazione del 7,1% e livelli di disoccupazione superiori al 20% mai registrati negli ultimi decenni.
   Così le fasi 2 e 3 nel mese di maggio di fatto si sono accavallate, con una porzione della popolazione che ha percepito la fine della fase più acuta della crisi sanitaria come un via libera al ritorno alla piena normalità.
   Tanti hanno cominciato a non indossare più la mascherina in strada o a portarla inutilmente sotto il mento. Il distanziamento sociale si è fatto più blando e ristoranti, pub e locali pubblici sono tornati ad affollarsi con scarso rispetto da parte dei clienti delle misure di precauzione ribadite dal governo e dal ministero della sanità. Un clima che lo stesso premier Netanyahu, lo scorso fine settimana, ha condannato avvertendo che il paese rischia un secondo lockdown.
   Resta di difficile comprensione la decisione del nuovo governo, in carica dalla metà di maggio, di riaprire completamente le scuole e di continuare a tenerle aperte di fronte ai contagi in rapido aumento che si registrano in questi ultimi giorni tra studenti e insegnanti.
   Gruppi di genitori contestano il nuovo ministro dell'istruzione, Yoav Galant, che esclude - con l'appoggio di Netanyahu - di poter richiudere le scuole sebbene manchino pochi giorni alla fine dell'anno scolastico. La paura del contagio ha spinto non pochi genitori a non mandare i figli a scuola nella speranza che il governo faccia marcia indietro e adotti misure vicine a quelle decise nei mesi scorsi nelle cittadine e nei quartieri popolati da ebrei ultraortodossi, risultati i più colpiti dall'ondata di coronavirus. Intanto cinque nuovi positivi al tampone si registrano anche a Gaza, ancora tra palestinesi rientrati dall'estero attraverso il valico di Rafah con l'Egitto. Ma nel piccolo territorio palestinese la situazione resta sotto controllo contro tutte le previsioni della vigilia. In totale i contagi accertati sono stati sino ad oggi 66 (1 decesso) e le autorità sanitarie locali ieri hanno autorizzato la riapertura di tutte le moschee che erano state chiuse oltre due mesi fa. Le scuole invece restano chiuse, come in Cisgiordania dove si sono registrati in totale 554 positivi (il dato include anche quelli a Gerusalemme Est) e quattro morti.

(il manifesto, 4 giugno 2020)


Israele, accordo con Riyadh per la Spianata delle moschee

Israele tenta di scavalcare gli impegni e le influenze della Turchia con le autorità palestinesi sulla gestione della Spianata delle moschee a Gerusalemme concludendo un patto con l'Arabia Saudita.
A rivelarlo è Israel HaYom, quotidiano di destra molto popolare. Secondo quanto riportato dal Manifesto, il quotidiano israeliano annuncia che "negoziatori dello Stato ebraico e dell'Arabia saudita dallo scorso dicembre sono impegnati in colloqui segreti, con la mediazione americana, allo scopo di includere «osservatori» sauditi nel Consiglio del Waqf, la fondazione che cura e amministra i beni e le proprietà islamiche a Gerusalemme, a cominciare dalla Spianata delle moschee".
L'obiettivo, come detto, è quello di paralizzare le attività e i progetti avviati a Gerusalemme Est dal presidente turco Erdogan, avversario di Riyadh e degli altri paesi che compongono la "Nato araba" (Emirati, Egitto e Bahrain). E la Giordania, custode della Spianata delle moschee, avrebbe accettato il coinvolgimento dei sauditi pur di tenere la Turchia lontano da Gerusalemme.

(DailyMuslim, 4 giugno 2020)


Persino l'uccisione di George Floyd a Minneapolis viene sfruttata contro ebrei e Israele

Il riflesso pavloviano degli antisemiti è talmente prevedibile che sarebbe persino noioso, se non fosse tragico

Qualunque e qualsiasi disastro o crisi affligga la Terra, è solo una questione di tempo prima che gli ebrei o Israele ne vengano ritenuti responsabili.
Il coronavirus si è guadagnato qua e là il soprannome di "peste ebraica" giacché nel 2020, proprio come nella pandemia di peste del XIV secolo, ne sono stati accusati gli ebrei. Il Ministero israeliano degli affari strategici ha già pubblicato un rapporto sull'argomento intitolato "Il virus dell'odio". Anche l'Anti-Defamation League e il Kantor Center for the Study of Contemporary European Jewry hanno pubblicato rapporti sull'argomento.
Avevamo appena iniziato a occuparci dell'odio innescato dall'epidemia di coronavirus ed ecco che gli antisemiti in servizio permanente effettivo sono strisciati fuori dall'oscurità per mettere in circolazione un'altra storia. Sostengono che l'ignobile uccisione di George Floyd a Minneapolis è frutto dell'addestramento impartito dalla polizia israeliana agli agenti di polizia americani. Naturalmente sono molti i dipartimenti di polizia di tutto il mondo che collaborano fra loro nella formazione e nella raccolta di informazioni. Fra i tanti, anche la polizia israeliana che mette a disposizione la sua vasta esperienza in tattiche e operazioni antiterrorismo....

(israele.net, 4 giugno 2020)


"Accelerate in Israel": bando per il finanziamento della mobilità in Israele di start-up italiane

Sulla base dell'accordo italo-israeliano di cooperazione industriale, scientifica e tecnologica.

Nell'ambito delle attività previste dall'Accordo italo-israeliano di cooperazione industriale, scientifica e tecnologica, l'Ambasciata d'Italia in Israele, in collaborazione con il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, intende pubblicizzare con il presente bando un programma di agevolazione della mobilità in Israele delle start-up italiane dal titolo "Accelerate in Israel".
Il programma sarà realizzato insieme all'Agenzia ICE, in collaborazione con il Ministro per l'Innovazione Tecnologica e la Digitalizzazione, con Intesa Sanpaolo Innovation Center, con la Camera di Commercio e Industria Israel-Italia e con acceleratori israeliani.
Scadenza: 31 luglio 2020

Il bando

(Assocameresto, 4 giugno 2020)


Siamo vulnerabili e non lo sappiamo

di Alessandro Curioni

 
"L'inverno cyber sta arrivando e molto più velocemente di quanto mi aspettassi. Questo è soltanto l'inizio". Il commento è stato di Yigal Unna, direttore generale del National Cyber Directorate di Israele, ed è giunto in un momento decisamente convulso per Tel Aviv. Purtroppo si tratta di avvenimenti che raramente trovano spazio su grandi media (curiosamente anche su quelli on line).
  In effetti a ben pochi è giunta la notizia che tra il 24 e il 25 aprile scorsi il sistema di distribuzione idrica di Israele è stato vittima di un attacco cibernetico teso ad alterare il funzionamento dei sistemi di depurazione e disinfezione dell'acqua. L'aggressione avrebbe potuto compromettere la potabilità dell'acqua nell'intero paese con conseguenza drammatiche. Praticamente nessuno ha riferito la notizia che le indagini effettuate avevano portato a individuare nell'Iran il responsabile e pochi specialisti hanno rilevato che due settimane dopo i sistemi di supporto del porto iraniano di Shahid Rajaee sono andati in tilt gettando nel caos l'intero scalo. Questo per un cyber attacco portato a compimento dallo stesso Israele.
  In questo quadro l'affermazione del direttore generale del National Cyber Directorate assume contorni decisamente inquietanti perché lascia intendere che questo "scambio di favori" tra i due paesi sia appunto "soltanto l'inizio", perché evidentemente Israele non intende lasciare "impunita" alcuna aggressione al punto che lo stesso Yigal Unna ha aggiunto di essere convinto che "ci ricorderemo di questo ultimo mese e del maggio 2020 come il momento in cui la storia della moderna cyberwar è cambiata".
  Se le affermazioni sembrano piuttosto melodrammatiche vale la pena ricordare che se l'attacco agli impianti idrici avesse avuto successo avrebbe probabilmente fatto più vittime nel solo Israele di quelle causate dal Coronavirus nel mondo, ma questo dovrebbe suscitare spontaneamente alcune domande. Per quale ragione questa notizie non sono state trattate come gli atti di guerra "cinetici", per esempio un bombardamento? Sono ragionevolmente certo che un lancio missilistico di Teheran contro Israele avrebbe riempito le pagine (web e non) di qualsiasi media, anche in assenza di vittime. Così come un successivo raid aereo di Tel Aviv su a una infrastruttura iraniana, anche senza danni, avrebbe fatto parlare il mondo intero di "gravissima escalation" e avremmo assistito a prese di posizioni e commenti ufficiali di tutti gli Stati del mondo.
  Questa, personalmente, la ritengo l'ennesima dimostrazione che siamo ancora incapaci di comprendere le implicazioni di quella società dell'informazione in cui viviamo completamente immersi. Da anni sostengo che in quanto esseri umani soffriamo di una fondamentale "inadeguatezza biologica" rispetto a un modo intangibile e fatto di bit del quale riusciamo a percepire i rischi in modo solo superficiale. Non riusciamo a comprendere quanto grande è la pervasività delle tecnologie, tanto che sempre più raramente quanto accade al di là di un schermo non produce conseguenze nel mondo reale. L'impossibilità dei nostri cinque sensi di cogliere il pericolo e la mancanza di una memoria storica del disastro a cui potremmo andare incontro ci rende completamente ciechi. Il Covid 19 era a noi invisibile, ma quando si è palesato il ricordo che la nostra specie ha delle epidemie ha fatto il suo dovere. Purtroppo se mai ci dovremo confrontare con un virus informatico abbastanza potente e sconosciuto quello che il Coronavirus ha fatto al mondo in sei mesi, un malware lo realizzerebbe in sei minuti e il lock down successivo potrebbe essere ben peggiore e più lungo di quello che abbiamo affrontato.

(Panorama, 3 giugno 2020)


"Cara amica Cina". La mossa di Abu Mazen in cerca di nuovi alleati

Dallo scoppio della pandemia i rapporti tra Ramallah e Pechino si sono intensificati Per colmare l'assenza degli Stati arabi e sfidare gli Usa.

di Sharon Nizza

Sharon Nizza
GERUSALEMME - «La presidenza riafferma il supporto dello Stato di Palestina al . diritto dell'amica Repubblica Popolare Cinese di preservare la propria 'sovranità, rifiutando i tentativi di destabilizzare la propria integrità territoriale, compresa Hong Kong». Così una dichiarazione dell'ufficio del presidente Mahmoud Abbas, rilanciata sabato dall'agenzia Wafa, in cui plaude alla Cina anche per «la ferma posizione a sostegno del popolo palestinese per ottenere la libertà e l'indipendenza nel suo Stato sovrano». A fare eco ad Abu Mazen, il ministro degli Esteri Riyad Al-Maliki che, illustrando ieri gli sforzi diplomatici per far desistere Israele dall'estendere la sovranità su parte dei Territori, ha menzionato quella cinese come «una delle prese di posizione più forti da parte della comunità internazionale nel rigettare il piano». Il riferimento è a una lettera inviatagli dall'omologo cinese che esprime «la profonda preoccupazione per un piano di annessione unilaterale contrario al diritto internazionale».
Dallo scoppio della pandemia, i rapporti sino-palestinesi si sono intensificati, con assistenza sanitaria cinese giunta in piena emergenza e auspici sulla necessità di rafforzare le cooperazione bilaterale, evidenziati anche dal presidente Xi Jinping in un messaggio ad Abbas in aprile. E' un tentativo di riempire il vacuum che si è creato con il progressivo allontanamento degli Stati arabi dalla causa palestinese e soprattutto con la rottura dei rapporti con gli Usa. Quanto lontano quel maggio 2017, quando Trump in visita ufficiale veniva accolto a Betlemme sotto un enorme striscione "La città della pace dà il benvenuto all'uomo della pace". Pochi mesi dopo Abu Mazen annunciava l'interruzione dei rapporti a seguito dello spostamento dell'ambasciata Usa a Gerusalemme. La Cina ha anche aumentato le donazioni all'Unrwa, l'agenzia Onu che si occupa dei rifugiati palestinesi, dopo che gli Usa hanno annunciato nel 2018 lo stop ai finanziamenti.
E se con i palestinesi ci sono prove di avvicinamento, sul fronte israeliano le relazioni con la Cina rischiano di farsi più tese. La visita lampo del segretario di Stato Mike Pompeo il 13 maggio - nel corso della quale il disappunto americano per i crescenti investimenti economici cinesi in Israele era all'ordine del giorno - ha dato i suoi primi frutti: la settimana scorsa Israele ha annunciato che sarà una compagnia israeliana. e non la concorrente cinese, a costruire l'impianto di desalinizzazione Sorek 2, nei pressi di una base militare che vede non di rado la presenza di soldati americani. Il ministero della Difesa ha espresso parere negativo sulla possibilità che aziende cinesi - anche se di stanza a Hong Kong - siano coinvolte nella rete 5G. In vista ci sono altri appalti e progetti: è opinione diffusa che Israele dovrà fare delle rinunce per non irritare il suo indiscusso partner strategico, gli Stati Uniti.

(la Repubblica, 3 giugno 2020)


Le paure di ieri e la cultura della vendetta

di Fiamma Nirenstein

Se George Floyd fosse stato bianco mi avrebbe fatto lo stesso identico effetto: orrore, pena per una morte violenta e causata dalla polizia Non solo: penso, con presunzione, che Martin Luther Kìng avrebbe avuto i miei medesimi sentimenti e vorrebbe fermare quella folla infuriata che afferma che «black lives matter». Penserebbe che con i saccheggi e la violenza decade il suo ruolo nella democrazia, esattamente come accadrebbe a un bianco. Mlk il 28 agosto 1963 al Llncoln Memorial è chiaro: dopo aver descritto come gli americani neri sono stati prima schiavi e poi cittadini di seconda classe e aver denunciato come le leggi di segregazione fossero ancora parte della vita americana, spiegò che il suo sogno era che i suoi figli «potessero vivere in una nazione in cui non saranno giudicati per il colore della loro pelle, ma per il loro carattere».
  Questo è in parte accaduto, le leggi oggi sono paritarie e realizzano l'idea della dichiarazione di Indipendenza ( «Tutti gli uomini sono creati uguali). Ma la società americana è, come tutte, ingiusta. Ma non di questo è accusata, bensì del suo passato, ritenuto geneticamente spregevole, da cancellare per sempre. Anche con la violenza. Quello che come un'ondata di schiuma disegna uno tsunami di saccheggi e violenze non c'entra nulla con la parità degli esseri umani. Centra con lo sbarramento ideologico che negli Stati Uniti, e per riflesso anche da noi, riflette la cultura della colpevolizzazione e della vendetta, che nasce nel fascismo e nel comunismo, che proietta sull'oggi la paura di ieri. Vede nella storia dell'arte l'esaltazione della cultura bianca per cui istituisce black studies che cancellano pittura, letteratura, musica, come gli women studies o i gay studies fanno a loro volta ritenendoli espressione della persecuzione che li accompagna. E' la pretesa che al di fuori di te, tutto il resto ti odi e ti dia il diritto alla reazione violenta
  Un presidente che di fronte a un Paese in fiamme dice che ci vorrà l'esercito non dice niente di strano: ma se è bianco, è un suprematista. Una lunga scia letteraria e filosofica ha cambiato in America le università, ha costruito una cultura a parte, di gender, di colore: Stokely Carmìdiael, Eldridge Cleaver, George Jackson. .. la nuova cultura deve creare l'ispirazione in cui risulta basilare l'esperienza di gioventù violente, emarginate. I giovani che distruggono i negozi e portano via le merci, sparano e picchiano convinti di incarnare il supremo diritto della sofferenza, nell'aspirazione suprema di una società a loro immagine e somiglianza. Nel 2014 dagli Usa scrissi la storia di grandi proteste sotto lo slogan «black lives matter» dopo violenze della polizia su ragazzi neri. Il presidente era Barack Obama, che come tanti altri con la sua vita dimostrava che anche se negli Usa era esistita la schiavitù e il disagio sociale, era un problema Così è oggi.

(il Giornale, 3 giugno 2020)


Il virus mutato quattro volte

E' l'antisemitismo, al centro di un bel documentario della Pbs

Un virus mutato ben quattro volte, le cui manifestazioni più violente sono spesso definite "focolai", come una malattia. E c'è anche la frase "antisemitismo virulento" che è spesso usata per descrivere le molteplici espressioni di questa 'ideologia maligna. Questo è il cuore di ''Virai: Antisemitism in Four Mutations", un nuovo documentario della Pbs.
   Si parte dall'assalto alla sinagoga di Pittsburgh da parte di un suprematista bianco. C'è l'ascesa dell'antisemitismo in Inghilterra all'interno del Partito laburista sotto il precedente leader Jeremy Corbyn; ci sono gli attacchi agli ebrei da parte di islamisti in Francia. Vittime, testimoni, antisemiti ed esperti, tutto si intreccia. Numerosi commentatori sono chiamati a parlare, come Bill Clinton, Tony Blair, la storica dell'Olocausto Deborah Lipstadt e i giornalisti Fareed Zakaria, George Will e Yair Rosenberg. Il regista, Andrew Goldberg, visita Paul Marmot, un cugino inglese che non aveva mai incontrato prima. Marmot gli racconta come, dopo una vita da ebreo inglese di sinistra, abbia strappato la tessera del Partito laburista quando Corbyn è stato eletto leader nel 2015.
   Le critiche alla politica israeliana sono accettabili per la maggior parte degli ebrei britannici, dice Marmot, ma Corbyn ha varcato una linea rossa di aperta delegittimazione e denigrazione del popolo ebraico. Goldberg intervista un fratello del terrorista che ha ucciso i bambini ebrei di Tolosa. Abdel Ghani Merah, che descrive l'ambiente nordafricano dei genitori, che ha portato in Francia l'idea che le nazioni occidentali, Israele e gli ebrei nel mondo si siano alleati contro il mondo islamico. "L'odio per gli ebrei era legittimo agli occhi dei miei genitori", dice, prendendo le distanze da quella visione (in effetti, Merah si è impegnato a contrastare l'antisemitismo).
   Un'ultima parola è data alla vedova di Philippe Braham, uno dei quattro ebrei francesi uccisi nell'attacco a Hyper Cacher, un supermercato ebraico a Parigi. "Non camminiamo per le strade facilmente come una volta, non lascio che i miei figli indossino la kippah, non dico ad alta voce i loro nomi". Un virus spaventoso, di cui non si conoscono vaccini.

(Il Foglio, 3 giugno 2020)


Lo scandalo del Consolato italiano a Gerusalemme

di Jonathan Pacifici

Giuseppe Fedele, Console Generale d'Italia a Gerusalemme
L'Italia, cosí come il resto dei paesi dell'Unione Europea, non riconosce Gerusalemme come capitale d'Israele e notoriamente mantiene la sua Ambasciata in Israele a Tel Aviv. Ciò genera ovviamente delle situazioni paradossali. In primis, dal momento che il Presidente riceve gli accrediti dei diplomatici stranieri e risiede a Gerusalemme, per presentare le proprie credenziali, all'atto dell'assunzione del loro incarico, gli ambasciatori devono recarsi da Tel Aviv a Gerusalemme. Non solo. Le massime cariche della Repubblica sono sistematicamente venute a Gerusalemme, qui hanno avuto incontri con Presidenti e Premier ed hanno parlato alla Knesset. Tutto a Gerusalemme. Tutto ufficiale. Peccato che a pochi metri in linea d'aria dalla Residenza del Presidente d'Israele dove Inno di Mameli ed Hatikvà hanno più volte risuonato, il Consolato Generale d'Italia continui ad essere uno schiaffo in faccia ad ogni israeliano ed ogni ebreo.
  Il Consolato - simbolo del non riconoscimento della sovranità israeliana - non dipende dall'Ambasciata e non è accreditato in Israele. Dipende direttamente dalla Farnesina. In effetti il Consolato Generale d'Italia a Gerusalemme funziona come una vera e propria Ambasciata presso l'Autorità Palestinese. Spieghiamoci meglio: l'Italia non riconosce Israele a Gerusalemme (salvo doverci venire per incontrarne le cariche), tiene la sua Ambasciata in Israele a Tel Aviv, ma vi mantiene la sua Ambasciata presso i palestinesi. Non è una supposizione, è scritto nero su bianco sul sito ufficiale del Consolato.
"Il Consolato Generale cura le relazioni che il Governo italiano intrattiene con le autorità palestinesi e che si sostanziano in rapporti politici, economici, culturali, di cooperazione allo sviluppo e di dialogo tra realtà locali e tra società civili.
È questo il primo scopo del Consolato. Solo dopo:
Il Consolato Generale assicura inoltre assistenza agli italiani a Gerusalemme, in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza: dalla comunita' israelitica italiana di Gerusalemme, ai connazionali impegnati in attivita' di cooperazione internazionale; dai numerosi religiosi di nazionalità italiana qui presenti, al personale italiano che opera presso missioni internazionali, oltre che a tutti i connazionali che si trovino a risiedere o anche solo di passaggio.
Da notare la dicitura comunita' israelitica. Non israeliani.
Gli uffici sono dislocati in due sedi, situate rispettivamente a Gerusalemme ovest e a Gerusalemme est, dove si trova anche l'Ufficio dell'AICS (Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo)."
Da qui le continue vessazioni contro la popolazione ebraica che ha bisogno di servizi consolari. Dal celeberrimo codice Gerusalemme (ZZZ) che sui Passaporti Italiani cancella Israele, alle cartoline elettorali con dicitura Gerusalemme (Palestina), salvo poi nascondersi dietro "sviste dei Comuni di origine".
  Da pochi giorni è arrivato a Gerusalemme un nuovo Console Generale, Giuseppe Fedele che ieri ha diramato un messaggio in occasione della Festa della Repubblica. La rinascita del 2 Giugno - che ricordiamolo mette fine alla persecuzione degli ebrei italiani da parte del Governo Italiano - viene trasformata nel preambolo per il sostegno ai palestinesi.
Questa rinascita non sarebbe potuta avvenire senza una collaborazione tra le diverse anime politiche e sociali del Paese, che scelsero di sedersi allo stesso tavolo per dar vita alla Costituzione. Questa e` da allora faro del nostro lavoro ed e` basata su principi più che mai attuali oggi, mentre ci risolleviamo insieme ai nostri partner del mondo dall'emergenza sanitaria: libertà, uguaglianza, giustizia e democrazia.
  Si tratta degli stessi principi che guidano la presenza dell'Italia e dell'Unione Europea in quest'area. Continuiamo a sostenere le istituzioni dell'Autorità palestinese in vista della creazione di uno Stato palestinese indipendente e democratico, che viva in pace e sicurezza al fianco dello Stato di Israele, nell'ambito di una soluzione negoziata del conflitto che preservi lo status di Gerusalemme quale capitale condivisa dei due Stati. L'intera collaborazione dell'Italia con la Palestina - a tutti i livelli: politico, economico, culturale - resta ispirata a questo obiettivo di fondo."
Cioè l'Italia sta a Gerusalemme, per aiutare i palestinesi a minare la sovranità israeliana sulla città. Il tono del resto del messaggio va di conseguenza:
Tengo inoltre a ricordare il nostro impegno per diffondere la lingua e la cultura italiana nella circoscrizione, anche grazie alla preziosa azione della Societa' Dante Alighieri con i suoi Comitati di Gerusalemme e di Ramallah-Betlemme, e per fornire quanto più efficacemente possibile i consueti servizi alla Comunità italiana di Gerusalemme, della Cisgiordania e della Striscia di Gaza, rappresentata dal Comites che ringrazio per la sempre fruttuosa collaborazione. Mi piace ricordare quanto questa Comunita` sia ricca, articolata e radicata: da quella israelitica a quella palestinese, dai connazionali attivi nella cooperazione allo sviluppo al personale impegnato nelle Organizzazioni e missioni internazionali, fino ai religiosi, che da secoli svolgono un ruolo cruciale in Terra Santa."
Il Consolato Generale ha una lunga storia di connivenza con le corrotte autorità palestinesi ed il loro sostegno al terrorismo contro gli ebrei ed Israele. Ad onor del vero non gli è (ancora) successo di essere
 
Il Console Giuseppe Fedele incontra la Ministra per gli Affari Femminili palestinese, Amal Hamad.
colti in flagrante dalle forze di sicurezza israeliane, come è avvenuto per i dipendenti del Consolato Francese beccati a trafugare armi (nel 2018), ma come mi disse il precedente Console Fabio Sokolowicz "Se non incontrassi chi ha avuto a che fare con terroristi non lavorerei".
  Nei pochi giorni di attività il nuovo Console ha già iniziato i suoi rapporti da Ambasciatore con le controparti palestinesi. Gli è bastato poco per mettersi a regime. Qui nella foto incontra la Ministra per gli Affari Femminili, Amal Hamad.
  Hamad, nominata nell'Aprile 2019 nel nuovo esecutivo (non eletto) di Mohammad Shtayyeh era stata fino ad allora direttrice del distretto di Gaza della General Union of Palestinian Women. In questa veste, ha denunciato il Jerusalem Post in un articolo del 8 Marzo 2019, ha usato la Festa della Donna per celebrare il terrorismo femminile.
  "Abbiamo avuto donne martiri, ferite e prigioniere" ha detto spiegando che le donne sono state le prime a prendere parte "alla battaglia". Per poi nominare ed elogiare alcune note terroriste tra le quali Shadia Abu Ghazaleh, condannata per aver preparato esplosivi per attacchi terroristici, Dalal Mughrabi, (terrorista responsabile della morte di 38 persone nel 1978, 12 dei quali bambini), Wafa Idris la prima terrorista suicida, Ayyat Al-Akhras la più giovane terrorista suicida (facendo due morti) e Darin Abu Aisheh, altra terrorista suicida.
  Questi i modelli di virtù femminile di cui il Console Fedele ha parlato con la Hammad?
  La realtà è che il Consolato Generale resta un entità ostile ad Israele e al popolo ebraico ed è il simbolo di una politica discriminatoria verso Israele e gli ebrei a Gerusalemme.
  Poggiare poi questa politica sull'eredità della Resistenza e del 2 Giugno è ignobile.
  Ed è uno scandalo che deve finire.

(Il Corriere Israelitico, 2 giugno 2020)


COVID-19: Israele chiude nuovamente le scuole

Diecimila studenti in quarantena

Il Ministero della Salute israeliano con un aggiornamento emesso circa due ore fa ha reso noto che circa 10.000 tra studenti e professori sono stati messi in quarantena dopo che COVID-19 ha colpito diverse scuole medie e superiori.
Almeno 31 scuole e scuole materne sono state chiuse finora e oltre 9.900 studenti e personale sono entrati in quarantena, secondo i dati ufficiali pubblicati oggi.
Tra quelli maggiormente colpiti ci sono i quasi 2.000 alunni in una scuola superiore di Beersheba dove a una ragazza è stato diagnosticato il coronavirus e tutti i 1.930 studenti della scuola Makif Vav.

(Rights Reporters, 2 giugno 2020)


Israele: accelera preparativi per l'annessione di parti della Cisgiordania

Il Governo israeliano sta preparando a iniziare l'annessione di parti della Cisgiordania già dal mese prossimo e ha ordinato ai suoi militari di rafforzare la sicurezza nell'area, nonostante la mossa possa generare ripercussioni sui rapporti con l'Europa e gli Stati arabi.
Il nuovo Governo di unità del primo ministro Benjamin Netanyahu e dell'ex rivale, diventato poi partner, Benny Gantz, ha concordato durante i negoziati per la formazione della coalizione di iniziare il processo di annessione il primo luglio.
  Il piano di pace del presidente Usa, Donald Trump, che è stato respinto dai palestinesi, consente a Israele di annettere fino al 30% della Cisgiordania, soltanto però se gli Usa e Israele definiranno prima una mappa per l'intervento.
Ieri Gantz, che è a capo del ministero della Difesa nel nuovo Governo, ha chiesto alle forze armate del Paese di prendere provvedimenti per aumentare la sicurezza nei territori occupati prima dell'intervento israeliano. "Ho incaricato il Capo di Stato Maggiore Kochavi di accelerare i preparativi dell'Idf per le misure politiche all'ordine del giorno nell'arena palestinese e l'ho aggiornato sui progressi nell'area", ha scritto Gantz su Twitter.
Sempre ieri Netanyahu ha parlato al telefono con i membri del team per la pace in Medio Oriente dell'amministrazione Trump, tra cui Jared Kushner, l'ambasciatore degli Stati Uniti in Israele, David Friedman, e l'inviato Avi Berkowitz. Friedman aveva incontrato Gantz all'inizio della giornata.
  Un alto funzionario della Casa Bianca ha dichiarato che la chiamata è stata cordiale e produttiva ma ha rifiutato di fornire ulteriori dettagli.
L'ordine di accelerare i preparativi militari è arrivato anche dopo che i funzionari europei e arabi hanno esortato Israele a non procedere con l'annessione, che secondo loro porrà fine definitivamente a ogni possibilità di dar vita a uno Stato palestinese indipendente.
Anwar Gargash, ministro per gli Affari Esteri degli Emirati Arabi Uniti, ha dichiarato su Twitter che il Paese si oppone a qualsiasi annessione unilaterale da parte di Israele, che "minerebbe l'autodeterminazione palestinese e costituirebbe un rifiuto del consenso internazionale e arabo verso la stabilità e la pace".
Funzionari europei e arabi hanno affermato di essere alla ricerca di modi per incoraggiare Israele a non portare avanti il piano, al fine di preservare la soluzione a due Stati che ritengono l'unica soluzione al conflitto israelo-palestinese. I funzionari europei hanno affermato che stanno valutando sanzioni contro Israele se il Paese porterà avanti il piano.
  L'annessione della Cisgiordania è sostenuta dalla destra di Netanyahu, ma deve affrontare l'opposizione di alcuni esponenti della sinistra. Gantz, a capo del partito Blu e Bianco, ha concordato nei negoziati di coalizione con Netanyahu che non avrebbe usato alcun potere di veto e il suo ordine ai militari israeliani indica la sua approvazione al piano di annessione o almeno la sua incapacità di bloccarlo.
Gantz aveva affermato in precedenza che avrebbe accettato l'annessione di parti della Cisgiordania solo con l'accordo della comunità internazionale.
La mossa rischia di alimentare disordini nei territori palestinesi. Il presidente dell'Autorità palestinese, Mahmoud Abbas, il mese scorso ha annunciato che i palestinesi avrebbero cessato ogni cooperazione con Israele. Le ultime settimane hanno già visto un aumento degli attacchi dei palestinesi contro gli israeliani e le forze di sicurezza israeliane in Cisgiordania.
Il portavoce della polizia israeliana, Micky Rosenfeld, ha detto ieri che alle guardie di frontiera israeliane è stato detto dagli ufficiali di sicurezza palestinesi di non entrare nelle aree controllate dai palestinesi che avevano pattugliato in passato. La polizia israeliana continua a coordinarsi con le controparti palestinesi quando si tratta di regolare attività criminale, ha aggiunto Rosenfeld.

(Finanza24H, 2 giugno 2020)



2 giugno. A proposito di inno nazionale

E’ accaduto ieri. In un grande magazzino di una città del nord, mentre gli acquirenti si aggiravano tra gli scaffali del supermercato nella rispettosa osservanza delle norme anticovid, si è udita improvvisamente una voce che dall’altoparlante annunciava: “Adesso ascoltiamo l’inno di Mameli”. E’ così è stato. Tutti hanno sentito echeggiare la musica e le ben note parole di “Fratelli d’Italia”. Non fermi sull’attenti, no, questo no, mica siamo in Israele. Probabilmente sorpresi, ma rispettosamente silenziosi.
Questo ci ha fatto venire in mente che qualche tempo fa, nei cruciali giorni di “il morbo infuria, il governo manca”, quando con italica fierezza si cantava dai balconi l’inno di Mameli, come a lasciar detto ai posteri: “così muoiono gli italiani”, avevamo in sede un video di provenienza anonima che proponeva una versione aggiornata del patriottico inno, in modo da renderlo più conforme alla situazione che si stava vivendo. Abbiamo esitato nella decisione, e alla fine non l’abbiamo pubblicato, perché l’ironia non ci sembrava adatta alla drammaticità del momento. Ma adesso, adesso che il peggio è passato, adesso che siamo passati “di peggio in male”, ascoltare in questo giorno di festa nazionale le sacre note mentre il pensiero si rivolge a dissacranti parole può servire a farci sopportare sia la sovrabbondante retorica di questo giorno, sia l’eventualità di sentirci obbligati un giorno ad ascoltare il sacro inno tra gli scaffali del supermercato, mentre siamo impegnati alla ricerca dei fagioli cannellini.
Fratelli d’Italia. Versione riveduta

(Notizie su Israele, 2 giugno 2020)


 


Bologna - Il Museo Ebraico riparte da Freud

Oggi la riapertura. Prorogata la mostra sulla Brigata Ebraica mentre ìn video si racconta il padre della psicoanalisi.

Oggi il Museo Ebraico riapre le sue porte per accogliere il pubblico alla visita dei percorsi storici nella sezione permanente e alla mostra Sotto il segno di una nuova stella. La Brigata Ebraica e l'Aliyah Bet 1944-1948, che è stata prorogata fino al 30 settembre prossimo.
   Le visite del pubblico saranno gestite attraverso nuove misure organizzative di sicurezza. Una novità è la biglietteria online, che consente di scegliere la fascia oraria di visita per evitare assembramenti. Da domani sarà possibile prenotare la visita dal sito di Bologna Welcome e all'info point in Piazza Maggiore, nei giorni successivi anche dal sito del MEB.
   Ed ecco che, proprio in occasione della riapertura di oggi (con appuntamenti ogni martedì di giugno) sui canali YouTube, Facebook e lnstagram del museo avrà inizio con la prima puntata su Freud il progetto video Freud e i suoi scrittori: Zweig, Schnitzler, Svevo, Kafka. Il profondo delle emozioni, la razionalità della scrittura, il sentire ebraico un progetto in cinque video-appuntamenti. Un percorso che parte dalla figura e dagli scritti di Sigmund Freud per indagare, anche attraverso l'influenza più o meno diretta che ebbe sugli scrittori contemporanei dell'impero asburgico, sulle inquietudini di un'epoca prossima al declino e alla doppia catastrofe delle due guerre mondiali.

 La mostra
  Sotto il segno di una nuova stella era stata inaugurata il 19 gennaio scorso ed è dedicata all'azione della Brigata Ebraica Combattente (Jewish Brigate). formata da volontari ebrei arruolatisi nell'esercito britannico e formalmente costituita nel 1944. Ventiseimila furono gli ebrei che si arruolarono nell'esercito britannico; di questi cinquemila formarono la Brigata Ebraica. Uno del capitoli più singolari della Seconda guerra mondiale, che ebbe come sfondo l'Italia tra il 1944 e il 1946, raccontato attraverso una rigorosa ricostruzione storica, rare immagini fotografiche, militaria e filmati storici.

(il Resto del Carlino, 2 giugno 2020)


Arabe e israeliane in marcia "Unite contro il femminicidio"

A Tel Aviv migliaia di donne hanno sfilato Insieme contro la violenza domestica che le accomuna. "Siamo le vittime ignote del Covid, è una guerra nella guerra, il governo non difende nessuna".

di Francesca Paci

ROMA - Hanno raccontato la loro storia una dopo l'altra sul palco allestito a ridosso di Charles Clore Garden, tra la spiaggia e lo skyline di Tel Aviv. ShiraVishnyak, la sorella della ventunenne ammazzata dal marito due settimane fa a Ramat Gan. Yara abu Abla, sopravvissuta al suo congiunto assassino e allo stigma sociale nel villaggio arabo di Yakka. Eli Fink, lo pseudonimo di una giovane ortodossa protetta dietro mascherina e occhiali scuri dal conformismo religioso. L'esule etiope Askadel Simansh, marchiata a lutto dal cognato. Donne. Tutte quelle che durante il lockdown hanno respirato il fetore della violenza domestica crescente nel Paese: e sono sature. Nei due mesi sigillati dal coronavirus Israele ha contato 7 femminicidi, 11 dall'inizio dell'anno, poco meno dei 13 totali del 2019.
   «È un'epidemia silenziosa, siamo le vittime ignote del coronavirus pur rappresentando il 51 % della popolazione", ci spiega Dror Sadot, una delle organizzatrici della marcia organizzata ieri a TelAviv, oltre diecimila persone distanziate ma compatte nel dire no all'indifferenza. Gila, 25 anni, ha partecipato con tre amiche dì Gerusalemme. - Vogliamo sapere dove sono i 250 milioni di shekel, quasi 7 milioni di dollari, stanziati due anni fa dal governo per contrastare i crimini di genere e bloccati chissà dove, come se le nostre vite non fossero una priorità». Mentre Israele naviga nel mare ignoto del Medioriente 2.0, tra le polemiche per il piano di annessione dei Territori e lo spettro del palestinese autistico ucciso sabato dalla polizia, l'altra metà del cielo lancia la sfida della «nuova emergenza sociale» alla sola vera ancorché complicata democrazia della regione.
   «È una guerra nella guerra e si consuma in silenzio, il fernminicidio è percepito come un problema di genere sebbene sia una questione di civiltà», sottolinea Anat Lev Adler, attivista e giornalista del quotidiano Yedioth Ahronot. Il problema è politico, insiste la Lev Adler, una delle organizzatrici dello sciopero delle donne del 2018, quando piazza Habima si riempì di scarpe rosse come il sangue versato all'ombra della famiglia, la trincea più oscura di una terra avvilita dalle armi.
   «Il premier Netanyahu tace, non si è mai esposto su questo: conosciamo la minaccia dell'Iran, quella del terrorismo, ma nulla sulla violenza dei nostri mariti. il risultato è che, per quanto se ne parli, gli uomini non partecipano abbastanza. A due anni dallo sciopero del 2018 non è cambiato pressoché nulla». Da almeno un mese a Tel Aviv come ad Haifa, a Gerusalemme e fin giù nelle città del Negev si accendono proteste spontanee dove donne israeliane alzano la voce accanto alle cosiddette «Sister in mìsery», l'altra faccia della medaglia, le sorelle come Soheir Asaad, leader del movimento Tal'at, a cui si deve l'agit prop di pentole percosse alla finestra con cui ad aprile centinaia di arabe-israeliane hanno messo il megafono alla violenza consumata in casa rifiutando la definizione di «delitto d'onore» perché non c'è onore nell'ammazzare tua figlia. la stessa violenza che a Gaza colpisce il 51 % delle donne, che secondo la polizia israeliana è aumentata in pochi mesi del 16% e che in Italia ha fatto 11 vittime nei mesi in cui, secondo «Forbes», la reazione più efficace alla pandemia è arrivata da Paesi guidati da donne.

(La Stampa, 2 giugno 2020)


Con le rose di Shavuot la Comunità Ebraica di Casale apre una porta verso il futuro

di Marco Bertoncini

CASALE - È stato un messaggio rivolto al futuro e al domani il tema principale dell'odierna riapertura al pubblico del Complesso Ebraico di Casale. L'occasione, all'indomani della fase più acuta dell'emergenza Covid, è stata per Shavuot, festività ebraica che celebra il dono delle Tavole della Legge sul Monte Sinai. Durante la festa le sinagoghe vengono tradizionalmente allestite con fiori e così è stato per quella di Casale. L'idea originaria era di un gemellaggio durante Coniolo Fiori e Riso e Rose 2020 e perciò, nonostante il rinvio al 2021 della kermesse florovivaistica, si è presentata "Shaar Leatid" dell'artista Angelo Castucci. L'opera riprende l'iscrizione sul soffitto della sinagoga "Porta per il cielo" e la declina, con una rosa e chicchi di riso, in "Porta per il futuro". L'opera è stata replicata in 50 poster in edizione limitata firmati dall'artista (la vendita contribuisce al sostegno delle attività della Comunità Ebraica.
A fare gli onori di casa Elio Carmi e Daria Carmi, curatrice del percorso artistico. Interventi di Roberto Gabei, presidente della Fondazione Arte Storia e Cultura Ebraica a Casale, di Claudia De Benedetti, direttore dei musei della comunità, di Arles Garelli, sindaco di Coniolo, di Federico Riboldi, sindaco di Casale, di Agostino Giusto, direttore artistico di Coniolo Fiori.

(CasaleNotizie, 2 giugno 2020)


Patto tra Israele e «Nato araba» per allontanare Erdogan da al Aqsa

Il giornale da cui riprendiamo quest’articolo è manifestamente anti-israeliano, ma anche se dal suo punto, qualche volta mette in evidenza l’esistenza di problemi e situazioni in Israele di cui nei giornali italiani non si parla. NsI

di Michele Giorgio

GERUSALEMME - Lo scontro tra la Turchia e la "Nato araba" guidata dall'Arabia saudita, in corso in Libia e nel Corno d'Africa, coinvolge ora anche Gerusalemme e la sua Spianata delle moschee.
Vede in primo piano il governo israeliano interessato a contrastare Ankara, a oscurare qualsiasi ruolo istituzionale palestinese nella città santa e a stringere i rapporti strategici con Riyadh. Ieri, poche ore dopo la riapertura delle moschee di Al Aqsa e della Roccia, chiuse da settimane per il Covid-19, il quotidiano di destra Israel HaYom, il più diffuso in Israele, vicino al premier Netanyahu, ha rivelato che negoziatori sauditi e dello Stato ebraico dallo scorso dicembre sono impegnati in colloqui segreti, con la mediazione americana, per includere osservatori sauditi nel Consiglio del Waqf, la fondazione che cura e amministra i beni e le proprietà islamiche a Gerusalemme, a cominciare dalla Spianata.
   L'obiettivo, spiega il giornale, è paralizzare attività e progetti avviati a Gerusalemme Est dal presidente turco Erdogan, avversario di Riyadh e degli altri paesi della "Nato araba" (Emirati, Egitto e Bahrain). E la Giordania, custode della Spianata delle moschee, avrebbe accettato il coinvolgimento dei sauditi pur di tenere la Turchia lontano da Gerusalemme.
   Sono colloqui delicati e clandestini, condotti da piccoli team di diplomatici e funzionari di Israele, Stati uniti e Arabia saudita», ha spiegato a Israel HaYom un anonimo funzionario saudita, sottolineando la nuova posizione adottata dalla Giordania. A persuadere il regno hashemita a rimuovere il suo veto alla presenza saudita sarebbe stato il «comportamento» dei rappresentanti palestinesi entrati, con l'approvazione di Amman, nel Consiglio del Waqf in risposta alla decisione di Israele di installare, tre anni fa, metal detector sulla Spianata e agli incidenti tra polizia israeliana e fedeli musulmani lo scorso anno alla Porta della Misericordia.
   Secondo il giornale israeliano, sarebbero stati i palestinesi ad aprire la strada di Erdogan al sito religioso - terzo luogo santo dell'Islam (il Monte del Tempio per gli ebrei) - con progetti per decine di milioni di dollari affidati a ong turche. Amman per fermare i turchi ha rinunciato alla gestione esclusiva in cambio di generose donazioni saudite per il Waqf di Gerusalemme.
   Dal Waqf non abbiamo ottenuto un commento ufficiale ma fonti palestinesi ci fanno sapere che lo sceicco Azzam al Khatib, direttore generale della fondazione, definisce l'articolo privo di fondamento e nega il via libera giordano ai sauditi. Occorre considerare che Israel HaYom è una sorta di megafono di Benyamin Netanyahu e potrebbe aver amplificato la notizia a sostegno delle affermazioni del primo ministro riguardo i rapporti che Israele starebbe stringendo con una parte del mondo arabo islamico. Il giornale ha aggiunto che Israele e Usa cercano il sostegno saudita al piano Trump e al progetto di annessione allo Stato ebraico di larghe porzioni di Cisgiordania palestinese, perché Riyadh «porta con sé il sostegno degli Emirati e del Bahrein. Proprio ieri il ministro della difesa israeliano Benny Gantz ha dato ordine al capo di stato maggiore Aviv Kochavi di prepararsi alla attuazione del piano di annessione.
   L'Arabia saudita a febbraio aveva ribadito che «il miglioramento delle relazioni con Israele avverrà solo quando verrà firmato un accordo di pace conforme alle condizioni palestinesi. In realtà Riyadh e i paesi alleati dietro le quinte hanno stabilito con Tel Aviv un'alleanza strategica, contro l'Iran e la Turchia di Erdogan. Non è un mistero che in Nordafrica il generale e uomo forte di Bengasi, Haftar, riceva dagli Emirati sostegno finanziario e militare contro il governo del premier Sarraj a Tripoli sostenuto e armato da Erdogan.
   Nelle scorse settimane sono circolate voci sull'impiego da parte di Haftar di armi di fabbricazione israeliana per abbattere i droni turchi usati dai miliziani agli ordini di Sarraj per riconquistare il territorio perduto. Il portale d'informazione al Monitor, riferisce che l'Egitto ha messo in piedi nel Mediterraneo una sorta di «Santa Alleanza, con Grecia, Cipro, Emirati e Francia per contrastare le mosse turche nel Mediterraneo, in particolare le ricerche di giacimenti di gas.

(il manifesto, 2 giugno 2020)


Canada: scoperta alla vigilia di Shavuot sinagoga vandalizzata

Dei vandali hanno saccheggiato una piccola sinagoga di Montreal, in Canada, qualche tempo dopo la sua chiusura settimane fa a causa della pandemia di COVID-19 in quella che è stata descritta come una delle peggiori profanazioni della sinagoga locale, ospitata in una residenza privata nel sobborgo in gran parte ebraico di Côte St. Luc.
Il danno alla congregazione sefardita di Kol Yehouda includeva tallitot e tefillin gettati per terra nei bagni, Rotoli di Torah tagliati e lanciati sul pavimento, altri oggetti religiosi gravemente danneggiati e graffiti antisemiti.
La polizia sta indagando sull'attacco e, soprattutto, scoprire quando l'incidente è realmente accaduto.
"Chiaramente, non si può rimanere insensibili a quello che è successo", ha detto il congregante Ralph Amar, che mercoledì ha scoperto il vandalismo quando è passato a prendere alcuni oggetti per la festa di Shavuot. Ha definito l'incidente "atroce" e un "massacro".
Allo stesso modo, David Birnbaum, parlamentare provinciale del distretto elettorale in cui si trova la sinagoga, ha definito l'incidente un atto "disgustoso, codardo".
Michael Mostyn, CEO di B'nai Brith Canada, ha affermato di essere stato "sconvolto" da "questo disgustoso atto di antisemitismo alla vigilia di … Shavuot", la festa che segna la donazione della Torah al popolo ebraico.

(Bet Magazine Mosaico, 1 giugno 2020)


Focolai di Coronavirus nelle scuole di Gerusalemme: migliaia di studenti in quarantena

di Susanna Picone

 
Ingresso del liceo Gymnasia Rehavia a Gerusalemme, 29 maggio 2020. La scuola è stata chiusa dopo che a numerosi studenti e membri del personale è stato diagnosticato il Covid-19
Molte scuole superiori di Gerusalemme sono state chiuse oggi dopo che è arrivata la conferma, negli ultimi giorni, di decine di casi di positività al nuovo coronavirus tra personale e studenti. Secondo quanto riporta il quotidiano Haaretz, la maggior parte di questi nuovi contagi al Covid-19 è stata registrata in un solo istituto, la Gymnasia Rehavia. Solo in questo liceo sono stati confermai oltre 130 casi di coronavirus. Almeno un caso di positività al Covid-19 è stato accertato invece in altre quattro scuole superiori della città: la Scuola d'Arte, la Zalman Aranne, la Masorti e la Paula Ben-Gurion. E attualmente circa 1.500 persone, tra dipendenti delle scuole e studenti che le frequentano, sono state messe in quarantena. Sono stati messi in quarantena anche 278 studenti e 35 membri del personale della scuola Ofek di Givat Ze'ev, a nord di Gerusalemme, che è stata chiusa dopo che un insegnante è risultato positivo. Il Covid-19 è stato poi diagnosticato a uno studente della città settentrionale di Hadera: la scuola che frequenta, un istituto interdisciplinare, ha annunciato che i suoi 2.200 studenti torneranno alla didattica a distanza per evitare pericoli. Molti studenti di diverse scuole di Be'er Sheva, nel Sud di Israele, sono finiti in quarantena fino al 9 giugno e appena a Nord di questa località, nella città beduina di Rahat, 750 studenti e il personale del Liceo Artistico sono stati mandati a casa dopo che un insegnante è risultato positivo al Covid-19.

 A Gerusalemme riapre dopo 2 mesi la Spianata delle moschee
  Dopo una chiusura di 70 giorni dovuta alla pandemia, a Gerusalemme domenica è stata riaperta al pubblico la Spianata delle moschee. Secondo la agenzia di stampa palestinese Wafa, migliaia di persone si sono subito riversate al suo interno. In vista della riapertura la moschea al-Aqsa era stata completamente sterilizzata nei giorni scorsi e ieri i fedeli hanno avuto istruzione di rispettare le distanze di sicurezza fra di loro e di astenersi dal raggiungere i luoghi di preghiera nel caso non fossero in condizioni sanitarie idonee.

 Coronavirus in Israele: riapertura graduale per le scuole
  Israele non è stato particolarmente colpito dalla pandemia: finora ha registrato poco più di 17.000 casi e meno di 300 decessi. Il governo ha introdotto nei mesi scorsi misure severe per limitare il contagio, poi nella prima settimana di maggio ci sono state delle riaperture. La riapertura delle scuole è avvenuta in maniera graduale a partire dal 10 maggio scorso.

(fanpage.it, 1 giugno 2020)


Gerusalemme riapre il Santo Sepolcro

Lo scorso 26 maggio è stata riaperta a Gerusalemme la Basilica del Santo Sepolcro, luogo simbolo della cristianità, da sempre meta di pellegrini provenienti da tutto il mondo.
   "La chiusura del Santo Sepolcro si era resa necessaria per ottemperare alle norme previste dal Ministero della Salute, per evitare gli assembramenti e gli eventuali rischi di contagio, a seguito della crisi apertasi con la diffusione del Covid 19. La riapertura del Santo Sepolcro è un segnale importante della normalizzazione della gestione dei luoghi di interesse storico e, naturalmente, di tutti quei siti di fondamentale importanza per un ritorno, anche se lentamente, ad una situazione di movimento e di aggregazione, in sicurezza, nel rispetto del normative previste" ha dichiarato Avital Kozter Adari, direttore dell'Ufficio Nazionale Israeliano del Turismo.
   Per motivi di sicurezza e al fine di evitare il rischio di una nuova diffusione dell'infezione COVID-19, il Santo Sepolcro avrà dei limiti agli ingressi: all'inizio il numero sarà limitato a 50 persone e la Basilica sarà accessibile solo a coloro che non hanno febbre o sintomi di infezione e indossano adeguati dispositivi di protezione per il viso.
   Sarà inoltre necessario mantenere una distanza minima di 2 metri tra ogni persona ed evitare qualsiasi atto di devozione che possa includere un contatto fisico come toccare e baciare le pietre, le icone, i paramenti e il personale della Basilica; oltre a rispettare sempre le istruzioni fornite.

(Quality Travel, 1 giugno 2020)


Il cyber-attacco contro Israele per manomettere il sistema idrico

L'Iran ha tentato di aumentare il cloro nell'acqua. L'obiettivo era bloccare i computer che regolano l'afflusso, che sarebbero dovuti andare in tilt "ingannati" dalla troppa quantità di cloro presente. Fermato sul nascere, l'attacco è solo uno degli ultimi episodi della guerra sotterranea tra i due Paesi.

di Alberto Flores D'Arca

All'inizio di aprile l'Iran ha lanciato un cyber-attacco contro il sistema idrico di Israele. L'obiettivo era quello di lasciare decine di migliaia di civili (e centinaia di fattorie) senza una goccia d'acqua nel pieno della crisi coronavirus e durante una eccezionale ondata di caldo che ha colpito un mese fa lo Stato ebraico.
   Un attacco preparato con cura. Con un codice informatico (scritto in lingua farsi) che ha fatto un vero e proprio giro del mondo - con passaggi in server negli Stati Uniti ed in Europa per nascondere le proprie origini - che doveva bloccare i computer che regolano l'afflusso idrico in Israele, "ingannati" dalla troppa quantità di cloro aggiunto nell'acqua.
   Cyber-attacco bloccato sul nascere - grazie ai sospetti di un gruppo di addetti alle pompe in una zona centrale di Israele che hanno notato come queste si accendessero e spegnessero senza alcun motivo - appena in tempo per evitare una situazione drammatica in un Paese da sempre alle prese con il "problema acqua" e dove l'avanzato ma delicato sistema idrico deve funzionare alla perfezione.
   "Il cyber-inverno sta arrivando". In una dichiarazione a metà maggio - dopo che un giornale israeliano (Yedot Ahronoth) aveva dato senza troppa enfasi e particolari la notizia dell'attacco - Yigal Unna, direttore generale dell'Israel National Cyber Directorate aveva parlato di "recenti sviluppi" che hanno inaugurato una nuova era di guerra segreta: "Non c'è cosa che descriva abbastanza quanto velocemente e quanto follemente si stiano muovendo gli attacchi nel cyberspazio. Penso che ricorderemo l'aprile e il maggio 2020 come un punto di svolta nella storia della cyberguerra moderna. Se i cattivi fossero riusciti nel loro complotto, ora ci troveremmo ad affrontare, nel bel mezzo della crisi da coronavirus, danni molto ingenti alla popolazione civile, una grande mancanza d'acqua e anche qualcosa di peggio".
   Dopo una riunione d'emergenza del governo con i responsabili della sicurezza nazionale e gli addetti alla cyber-guerra, Israele decide (9 maggio) di rispondere all'attacco "organizzato e sincronizzato" dell'Iran con un attacco informatico a un porto vicino a Bandar Abbas, nel sud del Paese governato dagli ayatollah. Su ordine di Naftali Bennett, allora ministro della Difesa in carica, Israele ha effettuato un attacco di "piccole proporzioni ma molto sofisticato" contro il porto di Shahid Rajaee che gestisce quasi la metà del commercio estero dell'Iran (stando alle rivelazioni fatte al Financial Times da due funzionari della sicurezza israeliana).
   Quanto accaduto negli ultimi due mesi è l'ultimo (solo per ora) capitolo della guerra sotterranea che vede Israele opporsi all'Iran. Guerra che negli ultimi due anni si è svolta soprattutto a livello informatico, con 'hacking' ad alta tecnologia, cyber-attacchi a siti governativi e militari e uso "digitale" dei servizi segreti e di spionaggio.
   In passato Israele è stato accusato di aver creato (insieme con gli Stati Uniti) il 'worm' informatico Stuxnet nel tentativo di distruggere il programma nucleare di Teheran, l'Iran ha tentato negli ultimi anni più volte (quasi sempre senza successo) di attaccare lo Stato ebraico, ma ha dimostrato - vedi attacco ai computer e alle istallazioni petrolifere del gigante saudita Aramco - di aver migliorato molto le sue qualità di cyber-guerra.
   Oggi la procedura standard in Israele è che i sistemi informatici delle organizzazioni di sicurezza (il Mossad, le forze di difesa israeliane, lo Shin Bet, il reattore nucleare di Dimona, l'Istituto biologico di Nes Tziona, le industrie militari) e delle infrastrutture civili critiche non sono collegati a Internet, al fine di prevenire un potenziale effetto domino che colpirebbe altri siti e infrastrutture in caso di attacco cibernetico. Secondo Unna il tentativo di hacking nei sistemi idrici di Israele ha segnato però "una prima pericolosa volta" perché "mira a causare danni alla vita reale dei civili".

(la Repubblica, 1 giugno 2020)


Israele, niente pubblico allo stadio? L'Hapoel Tel Aviv segna e i calciatori esultano così

di Carmelo Barillà

L'assenza di pubblico allo stadio sarà un problema in quasi tutto il mondo per i prossimi mesi. Anche in Israele si gioca a porte chiuse ma ci si ingegna. L'Hapoel Tel Aviv segna sul campo del Maccabi Haifa con Moti Barshazky. Ma ad applaudire non c'è nessuno. Ecco spuntare l'idea geniale, una vera chicca che potrebbe essere riproposta da altri. Maor Buzaglo, compagno di squadra dell'autore del gol, si trasforma in tifoso e va sugli spalti. Per la cronaca, il Maccabi ha poi vinto 1-2. Una gioia doppia.

(Calcio Web, 1 giugno 2020)


I pregiudizi anti israeliani dei giallorossi

La lettera della vergogna dei 70 giallorossi contro lo Stato di Israele

di Fiamma Nirenstein

E' sconfortante che settanta parlamentari Pd e 5 Stelle abbiano firmato una letterina così misera per il presidente Conte ( che sembra dopo abbia telefonato a Netanyahu per perorarne l'ascolto) dopo aver discusso una mozione identica in commissione esteri. Stesse note, stesso tono, stessi errori, stesso cinismo, stesso pregiudizio che stavolta dallo Stato d'Israele, la vittima preferita, si estendono al presidente Trump, anche lui un pasto prelibato per i benpensanti.
   Cosa dice la letterina? Condanna la prossima eventuale «annessione» di «alcuni territori» della Cisgiordania ispirata dal piano Trump, la chiama «aperta violazione del diritto internazionale e delle risoluzioni delle Nazioni Unite», e assicura che «essa metterebbe una pietra tombale su ogni rilancio del processo di pace in Medio Oriente e sulla prospettiva di due popoli e due Stati».
   Ma il rilancio c'è, ed è qui, e propone proprio due Stati per due popoli. I palestinesi hanno detto di no a ogni proposta di pace, anche a quelle che gli conferivano tutti i territori compresa Gerusalemme. Il punto non è mai stata la terra, ma il rifiuto della legittimazione di Israele.
   E poi, il diritto ai «territori» è inventato: la risoluzione dell'Onu che si occupa della sistemazione post '67 parla di «territori» e non «dei territori», considerando la sicurezza di Israele. Non sono mai esistiti «territori palestinesi», né sono mai stati «illegalmente occupati».
   Quello che i 70 chiamano Transgiordania è la Giudea e la Samaria storica: gli Alleati riuniti a Sanremo 1920, il Mandato Britannico che doveva realizzare la dichiarazione Balfour del 1917, tutti si impegnarono per lo Stato Ebraico nei suoi confini storici. Gli ebrei vengono dalla Giudea, il buon Samaritano viene dalla Samaria, esse erano parte di Israele. Ma parce sepultis. La Giordania li occupò illegalmente nel 1948.
   Nel '67 Israele sotto attacco da parte di Egitto, Iraq, Siria e Giordania si salva e conquista la zona occupata dalla Giordania, il West Bank. Nel '93 gli accordi Oslo, firmati da Arafat, danno ai palestinesi le aree A e B sotto controllo amministrativo, e a Israele l'area C sotto controllo militare, quella di cui si discute adesso. Gli ebrei già vivono là, non vogliono strappare terra, semplicemente intendono trasformare il potere dei centri abitati israeliani nell'Area C da militare a civile, solo per il 50 per cento dell'area. Nell'insieme il 30 per cento di tutta la Giudea e la Samaria compresa la Valle del Giordano.
   Nessun centro palestinese viene toccato. Quindi finalmente si istituirebbe uno Stato Palestinese sul 70 per cento di tutta l'area, con swap territoriali. Il criterio seguito è che i 400mila ebrei che vivono nel West Bank possano riferirsi ai poteri civili e soprattutto che non vengano scardinati così come i palestinesi. I 10mila cittadini ebrei che lo sgombero di Sharon cacciò dalla Striscia di Gaza abbandonarono case e strutture che sarebbero state distrutte per piazzare al loro posto missili di Hamas. Il piano invita a colloqui e a compromessi e intanto istituisce «due Stati per due popoli» finanziando i palestinesi. Anche l'Ue è spaccata sul tema.
   I Paesi Sunniti moderati non sono contro, reagiscono furiosamente la Turchia, l'Iran, gli estremisti. Il piano richiede misure minime di sicurezza, e uno Stato palestinese che rispetti i diritti umani, consideri che i terroristi fecero più di 2.000 morti e hanno segnato per sempre la vita di Israele. La lettera ignora che il disegno del piano è ricalcato sulle idee di Ytzchak Rabin che considerava indispensabile i confini difendibili. E tiene conto finalmente del fatto che gli ebrei sono qui la popolazione aborigena. Lo sanno i 70?

(il Giornale, 1 giugno 2020)


La comunità di Israele

di Rav Chaim Navòn

 
Chaim Navòn, nato nel 1973 a Ramat Gan, è un rav, pensatore, scrittore e pubblicista. Insegna Talmud e pensiero ebraico alla Yeshivà di Har Etziòn e all'Istituto Lindenbaum. Ha ricevuto il titolo rabbinico dal Rabbinato d'Israele e da rav Aharon Lichtenstein z.l.
In America esistono le comuni, una specie di kibbutz. L'antropologo Richard Sosis ha condotto uno studio sulla storia di 200 comuni fondate negli Stati Uniti nel XIX secolo. Ha studiato quali di loro si sono sciolte con facilità e quali hanno invece resistito di più. Sosis ha scoperto che a vent'anni dalla fondazione era sopravvissuto solo il 6% delle comuni laiche contro il 39% delle comuni religiose. Approfondendo l'argomento Sosis ha scoperto che la caratteristica di tutte le comuni di successo: più la comune esigeva sacrifici e sforzi dai propri membri, più le possibilità di sopravvivere erano alte. A volte le persone credono di cercare una comunità dalla quale possano ricevere qualcosa, ma in generale quello che veramente cercano è una comunità per la quale potersi sacrificare.
  Il bet hakkenèset non nasce come un'istituzione comunitaria. I nostri Maestri dicevano cose terribili di chi chiamava il bet hakkenèset "casa del popolo", cioè: casa della comunità (TB Shabbàt 32). Il bet hakkenèset è un'invenzione ebraica originale, copiata successivamente dal Cristianesimo e dall'Islam, ed è stato fondato come casa di preghiera, o meglio ancora come casa di Dio. Quando preghiamo dai balconi (in Israele NdT), Dio è nostro ospite: ma quando preghiamo nel bet hakkenèset siamo noi i Suoi ospiti. Il bet hakkenèset non è fatto per viziarci. Quando dissero a rav Soloveitchik che è più comodo per la famiglia stare seduti a pregare insieme, egli rispose che è vero, ma che la preghiera al bet hakkenèset non è fatta per essere comoda. La preghiera dovrebbe essere un'esperienza di tensione spirituale nella casa di Dio. E questo è vero in contesti diversi: la preghiera col pubblico richiede comunque uno sforzo. È incredibile che proprio da tutto questo nasca una comunità. Una comunità forte è il sottoprodotto di quando ci si dedica a uno sforzo comune. Proprio per questo il bet hakkenèset che è una casa di Dio e che non è indirizzato di principio alla soddisfazione dei bisogni emotivi e comunitari di chi prega, riesce a creare comunità forti.
  Va di moda negli ultimi anni criticare i nostri battè hakkenèset. Molto prima del Covid-19 è diventato popolare parlar male dei battè hakkenèset che sarebbero diventati irrilevanti, e quindi si svuoterebbero. L'esatto contrario è vero. C'è chi sottolinea che senza alcun legame col Covid-19 la maggior parte del pubblico verrebbe al bet hakkenèset solo di shabbàt, e questo, a sentir loro, perché il bet hakkenèset non sarebbe sufficientemente aggiornato, accessibile e sensibile. La verità è invece che la maggior parte dei battè hakkenèset in tutte le generazioni erano pieni principalmente di shabbàt. In ogni periodo storico troviamo sermoni di rimprovero per le preghiere infrasettimanali vuote. Già nel Talmud si dice che la maggior parte delle persone pregano al bet hakkenèset di sera solo il venerdì (Rashì, TB Shabbàt 24). Triste, ma così è sempre stato, anche se un bet hakkenèset non viene misurato solo su questo parametro. La verità è che ogni famiglia osservante lotta per legarsi a un bet hakkenèset, o per fondarne uno, o per abbandonarne uno. I nostri battè hakkenèset sono vivaci come non mai.
  L'istituzione religiosa più libera che esiste in Israele è il bet hakkenèset, che ogni gruppo può fondare e gestire come vuole senza alcuna influenza statale. Il risultato è che ci sono oggi in Israele circa 15.000 battè hakkenèset, vivaci e diversi tra loro, per ogni rito e per ogni gruppo etnico. Più del 99% di questi sono ortodossi. Quando viene data agli israeliani la libertà di culto, questi scelgono di dedicarsi volontariamente alle antiche usanze dei padri. È chiaro che c'è ancora molto da migliorare nei nostri battè hakkenèset. In molti di questi, per esempio, la configurazione del matroneo non è adatta e non è rispettosa. Ma questo non vuol dire che il bet hakkenèset sia un'istituzione in crisi, ma che al contrario è una buona istituzione che prospera, deve cambiare in meglio e perfezionarsi.
  Quando ero bambino quasi ogni persona aveva una comunità di riferimento. Oggi, in termini generali solo chi ha un bet hakkenèset ha una comunità di riferimento. Una volta si tornava dal lavoro alle 4 del pomeriggio e si stava seduti fuori della porta con i vicini. Oggi torniamo dal lavoro alle 8 di sera e ci chiudiamo a casa con condizionatore e televisore. Non è un fenomeno solo israeliano. Il prof. Robert Putnam ha scritto un libro intitolato "Capitale sociale e individualismo" (Il Mulino, 2004), dove descrive la scomparsa dei campionati comunitari di bowling che vede come l'espressione del dissolvimento delle comunità di riferimento negli Stati Uniti. Molte di queste comunità si sono dissolte anche in Israele, mentre quelle legate a un bet hakkenèset al contrario prosperano. I battè hakkenèset di oggi sono molto più attivi di quello che erano quarant'anni fa. In ogni bet hakkenèset sionista-religioso medio ci sono almeno due gruppi di preghiera la mattina, una lezione di Daf Yomì (studio di una pagina al giorno di Talmud NdT), una commissione di accoglienza e una culturale, e a volte anche una cerimonia dei più giovani per Yom Hazikkaròn (giorno che commemora i caduti nella guerre di Israele NdT). Tutto questo una volta non esisteva. La potenza dei battè hakkenèset e delle loro comunità di riferimento è un piccolo miracolo, una fioritura continua in un trend universale di appassimento.
  Le comunità dei battè hakkenèset sono floride proprio perché si riuniscono intorno alla casa di Dio. Quando gli ebrei si prepararono per l'evento del Sinài erano tutti «come un solo uomo, un solo cuore». L'unità non è solo la condizione per l'accettazione della Torà, ma anche il suo risultato: si può raggiungere l'unità solo quando ci sacrifichiamo per uno scopo più grande. A livello nazionale un governo di unità sarà in grado di unire il paese solo se riuscirà a proporre un obiettivo nazionale comune. Al livello delle comunità, non sono i picnic fatti insieme ad unirci, ma l'impegno dedicato al bet hakkenèset. Che bello poterci ritornare.
- Makòr Rishòn 28.5.2020 - Titolo originale: "Kenèsset Israèl"

(Kolòt, 31 maggio 2020 - trad. D. Piazza)


Tavoletta dell'età del bronzo trovata in Israele da bambino di sei anni

di Ilaria Ester Ramazzotti

 
Va in gita con i genitori e trova una tavoletta illustrata di 3.500 anni fa. Protagonista della vicenda è un bambino israeliano di sei anni, Imri Elya, residente nel Kibbutz Nirim, non lontano dalla Striscia di Gaza. Lo scorso marzo, come riporta il Jewish Press, il bambino è andato a visitare il sito archeologico di Tel Jemmeh, dove ha rinvenuto una tavoletta di argilla che i genitori hanno poi consegnato all'Autorità israeliana per le antichità.
   Secondo gli archeologi Saar Ganor, Itamar Weissbein e Oren Shmueli, il manufatto potrebbe risalire alla tarda età del bronzo, tra il XII e il XV secolo a.C. L'oggetto mostra un uomo potente e importante che porta con sé un prigioniero con le mani legate. L'immagine è stata impressa con un modello, e alcune impronte digitali dell'antico artigiano sono rimaste segnate sul retro della tavola. "L'artista che ha creato questa tavoletta sembra essere stato influenzato da rappresentazioni simili [che si trovano] nell'arte del Vicino Oriente antico - spiegano i tre archeologi dell'Autorità israeliana per le antichità -. Il modo in cui il prigioniero è legato è già stato visto in rilievi e reperti trovati in Egitto e nel Sinai settentrionale".
   Poiché il sito archeologico di Tel Jemmeh è identificato con la città cananea di Yurza, la scena raffigurata sul manufatto potrebbe simboleggiare le lotte di potere tra la città di Yurza e una delle città vicine, probabilmente Gaza, Ashkelon o Lachish, ma anche la lotta di una popolazione nomade del Negev. I ricercatori ritengono infatti che la scena "sia presa dalle descrizioni di parate di vittoria" e che mostri "il potere di un sovrano sui suoi nemici; ciò apre una finestra utile a comprendere la lotta per il dominio nel sud del paese durante il periodo cananeo". In quel tempo, la terra di Canaan era governata dall'Impero egiziano e divisa in stati cittadini governati da re locali.
   Al piccolo Imri Elya, artefice del prezioso ritrovamento, è stata consegnata una pergamena con le lodi dell'Autorità israeliana per le antichità.

(Bet Magazine Mosaico, 31 maggio 2020)


Riapre dopo due e mesi e mezzo la moschea di Al Aqsa a Gerusalemme

GERUSALEMME - Riapre al pubblico e ai fedeli dopo due mesi e mezzo il complesso della moschea di Al Aqsa a Gerusalemme, terzo luogo più santo dell'Islam. Le autorità hanno imposto alcune precauzioni, come l'obbligo di indossare le mascherine protettive per il viso e di utilizzare tappeti di preghiera personali per i fedeli che desiderano pregare all'interno dei santuari o nello spazio esterno del complesso religioso. Non è ancora chiaro se sia stato disposto un numero limitato di persone ammesse alla Spianata delle Moschee (Monte del Tempio per gli ebrei), chiuso lo scorso 15 marzo per la pandemia di Covid-19. Circa un migliaio di fedeli musulmani erano presenti per la preghiera dell'alba, riferisce il quotidiano "Jerusalem Post", mentre nel corso della mattinata un gruppo di ebrei ortodossi, scortati dalla polizia israeliana, ha visitato il Muro del Pianto. Israele ha registrato finora circa 17 mila casi di coronavirus e 284 decessi, mentre in Cisgiordania sono stati rilevati 386 e tre morti.

(Agenzia Nova, 31 maggio 2020)


Simon Bar-Kokhba: controverso eroe Ebreo che si ribellò ai Romani

di Annalisa Lo Monaco

 
Guida i suoi soldati in battaglia a cavallo di un leone ruggente, e combatte con una mano sola mentre con l'altra tiene alta la bandiera del suo popolo, oppresso dalla dominazione dei Romani.
   Lui è Simon Bar-Kokhba, Simone Figlio della Stella, eroe ebreo tardivamente riscoperto agli inizi del '900 dal movimento sionista di recente costituzione. A metà dell'ottocento esce un romanzo storico Le rovine di Beitar, dove l'autore inventa di sana pianta quella simbolica immagine di Bar-Kokhba che cavalca un leone. Non è quell'opera a dar vita alla glorificazione dell'eroe ebreo, ma piuttosto un discorso tenuto da Max Nordau, fondatore dell'Organizzazione Sionista Mondiale, che propugna l'idea di un "dimenticato ebraismo muscolare": l'esercizio fisico inteso come metodo educativo per "raddrizzare le nostre schiene, fisicamente e caratterialmente".
   E quale migliore esempio per i giovani ebrei che vivono sparsi per l'Europa se non quel potente eroe che cavalca un leone, "l'ultima incarnazione nella storia mondiale di un ebreo bellicoso e militante".
   Un eroe "recente" quindi, questo Simon Bar-Kokhba, nonostante la sua strenua lotta contro i Romani durante la terza e definitiva guerra giudaica, che si conclude con la sconfitta degli ebrei nel 135 d.C. Su di lui ci sono pochissime notizie, e le fonti ebraiche dell'epoca quasi non lo menzionano.
   Eppure Simon si conquista quel cognome "Figlio della Stella" in riferimento a una citazione biblica dove il Messia viene indicato come una stella, e d'altronde lui appartiene alla stirpe di David, dalla quale, secondo tradizione, sarebbe nato il Messia.
   E' il rabbino Akiva che lo proclama Messia, nonché principe d'Israele e re di Giudea, dopo qualche battaglia vinta contro l'esercito romano. Ma quelli sono tempi difficili per gli ebrei che, sottoposti all'autorità di Roma, non adottano una linea comune e sono divisi in diverse scuole di pensiero, guidate da rabbini che non vanno d'accordo.
   Per rispondere ad Akiva, il rabbino Yochanan ben Tornata, in merito alla proclamazione di Bar-Kokhba, afferma "l'erba crescerà sulla tua faccia prima che arrivi il Messia".
   In un contesto così divisivo, con un'autorità ebraica debole, nel 131 l'imperatore romano Adriano prende due decisioni che scateneranno la rivolta dei giudei: la prima è quella di vietare la pratica della circoncisione, considerata dai romani un'usanza barbara, ma che per gli ebrei è obbligatoria per mantenere il patto tra Dio e il suo popolo; la seconda è la decisione di costruire una colonia romana, Aelia Capitolina, sulle rovine di Gerusalemme, distrutta nel 70 d.C. durante la prima guerra giudaica. Quello che però viene considerato un vero e proprio sacrilegio è il progetto di edificare un luogo di culto dedicato a Giove là dove sorgeva il Tempio di Gerusalemme.
   Senza una vera e propria guida politica, gli ebrei si organizzano in bande che compiono dei "crimini politici": si ribellano ad Adriano praticando furti e omicidi, in una sorta di guerriglia contro l'esercito romano, invincibile in campo aperto.
   Simon Bar-Kokhba è quasi certamente a capo di una di queste bande e con il tempo, grazie al suo carisma, diviene la figura di riferimento dei ribelli. E' un tipo duro, che pretende dai suoi seguaci una prova di coraggio raccapricciante: devono amputarsi da soli il dito di una mano, oppure devono dimostrare la propria forza sradicando un albero di cedro. E' talmente convinto del suo valore che quando va in battaglia non prega per la benevolenza di Dio, ma piuttosto chiede "O Maestro dell'universo, non c'è bisogno che tu ci assista [contro i nostri nemici], ma neanche che ci scoraggi!".
   L'adesione alla ribellione contro i romani non è generalizzata: i seguaci di Bar-Kokhba sono prevalentemente gli abitanti delle campagne e cittadini di ceto medio-basso, e molti rabbini in realtà lo osteggiano, definendolo "figlio della menzogna", un personaggio "irrazionale e irascibile nella condotta".
   Negli anni della rivolta, tra il 132 e il 135 d.C, il "figlio della Stella" se la prende anche con i cristiani che non si uniscono alla ribellione. Secondo lo scrittore Giustino, filosofo e martire cristiano, Bar-Kokhba puniva, torturava e uccideva tutti quelli che "non disconoscessero Gesù come Messia e maledicessero il suo nome".
   La tecnica della guerriglia favorisce i ribelli, che ottengono diversi successi, mentre il governatore romano Rufo non pare all'altezza della situazione. Bar-Kokhba prova addirittura a riconquistare Gerusalemme e Adriano decide di sostituire Rufo con Giulio Severo, valoroso generale richiamato dalla Britannia nel 133 proprio per sconfiggere, e questa volta definitivamente, i ribelli giudei che ancora non si arrendono alla grande potenza di Roma.
   Giulio Severo prima riesce a isolare le diverse unità dei ribelli, e le affronta ad una a una: vuole sfinire gli avversari e li indebolisce ricorrendo anche alla immediata uccisione di tutti i prigionieri, finché Bar-Kokhba si ritira nella fortezza di Betar (oggi il sito è conosciuto con il nome arabo Khirbet al-Yahud, "rovina degli ebrei").
   I Romani assediano la cittadella, dove hanno trovato rifugio migliaia di persone. E' il 135 d.C, e nel giorno di lutto ebraico per la distruzione del primo e del secondo tempio di Gerusalemme le legioni di Giulio Severo sferrano l'attacco finale.
   E' un massacro. I Romani "continuarono a uccidere finché i loro cavalli non furono immersi nel sangue fino alle narici". Adriano ordina che i corpi rimangano insepolti, la Giudea è messa a ferro e fuoco, anche il suo nome deve essere cancellato e da allora si chiamerà Syria Palestina, Gerusalemme si trasforma nella colonia Aelia Capitolina, dove a nessun giudeo è permesso entrare, pena la morte.
   La rivolta di Bar-Kokhba, morto durante la battaglia di Betar, costa agli ebrei, secondo il racconto di Cassio Dione, 580.000 morti, la distruzione di mille villaggi e cinquanta città, e sancisce la definitiva dispersione di quel popolo .
   Soprattutto è la fine del sogno di uno stato indipendente. Sogno che rinasce solo alla fine dell'800, quando la figura di Bar-Kokhba, non troppo apprezzata da molti suoi contemporanei (e neanche da alcuni intellettuali ebrei odierni), ritorna prepotentemente alla ribalta come simbolo della rinascita di una nazione indipendente.

(Vanilla Magazine, 31 maggio 2020)


"Trapani Urbs Invictissima", alla scoperta di via Giudecca

 
Palazzo della Giudecca - Trapani
Una delle vie più importanti del quartiere San Pietro, capace di raccontare la storia del rione e di Trapani, è sicuramente Via Giudecca.
   Il nome Giudecca, che deriva dal latino Iudaicus «giudaico», non è un termine utilizzato solo nella nostra città. Essa, infatti, era la denominazione che veniva data ai quartieri abitati dagli Ebrei nelle varie zone italiane.
   A Trapani la Comunità Ebraica fu molto importante perché, grazie alla sua laboriosità e abilità nel commercio, portó allo splendore la nostra città. Forse è proprio per questo che esistono più vie che ricordano la sua presenza, come Via degli Ebrei e la stessa Via Giudecca che, nel periodo fascista rischiò di perdere la propria titolazione a favore di Via Guglielmo Marconi, ma ciò non venne mai attuato.
   Percorrendola si percepisce l'abbandono, sensazione che vivono gli stessi abitanti di Via Giudecca che, però, diventano delle vere e proprie guide turistiche per chi si ritrova a visitare quella zona.
   Una di queste è D'Antoni "u Bummularo", che vive in questa via da più di sessant'anni.
   Se la ricorda bene, lui, Via Giudecca con il basolato in pietra. E ricorda una Via Giudecca laboriosa, piena di vita e di botteghe di artigiani (come la donna Pasquala con la sua rattata - ghiaccio tritato con lo sciroppo - il padre dello scienziato Zichichi che riparava le scarpe, la pasticceria Renda, la cantina Siciliana o la macelleria Auci).
   Ricorda bene anche il Palazzo Ciambra, detto a Jurèca, grande esempio di architettura siciliana grazie all'unione di elementi gotici, rinascimentali e catalani (come l'ornamento a punta di diamante). Edificato dai banchieri Sala tra la fine del 1300 e l'inizio del 1400, dopo la cacciata degli Ebrei dalla Sicilia fu acquisito dalla famiglia Ciambra, il cui stemma nobiliare risalta sul grande portone d'ingresso.
   Il palazzo, che fu sede di una scuola superiore di studi ebraici e forse della Sinagoga principale, potrebbe essere un fiore all'occhiello per la nostra città.
   Potrebbe ma non è, perché ad oggi riversa in uno stato di totale degrado.
   Proprio come tutta la zona, composta da case solitamente basse e malsane e costruite tutte unitamente per coprire la via dal vento e dall'umidità.
   Arrivando all'angolo tra Via Giudecca e Via degli Ebrei è collocabile un'antica Sinagoga, trasformata in Chiesa Latina (Cappella Iesus Christus) dove i Padri Domenicani vi si stabilirono per un decennio.
   Oggi è rimasta solo una lapide, in cui è rappresentato il Santissimo Sacramento, che veniva utilizzata per esporre il nome della Chiesa in cui si sarebbero svolte le Quarantore Circolari.
   La Via Giudecca, piena di storia e tradizione, oggi viene trattata come se fosse una zona qualunque. Rimane viva grazie agli abitanti e ai pochi lavoratori rimasti, che hanno deciso di non abbandonare quell'area, nonostante loro vivano quella sensazione ogni giorno.

(PrimaPagina Trapani, 31 maggio 2020)


L'immenso valore della medicina nell'Ebraismo

di Luciano Bassani

L'ebraismo, attribuisce uno straordinario valore alla vita: «Scegli la vita» (Deuteronomio 30:19). È l'imperativo della Torah. Ne consegue che l'esigenza di salvare la vita umana, così come la tutela della salute, occupano un posto elevato nella scala dei valori della tradizione ebraica.
   Tali istanze sono anteposte a quasi tutte le norme e neutralizzano pressoché ogni divieto. Nella Bibbia la salute dell'uomo è presentata come uno degli elementi del sistema della retribuzione e della punizione che Dio riserva all'uomo. Per quanto riguarda il significato religioso della pestilenza, la tradizione ebraica è assai meno rigida del Cattolicesimo nell'attribuire a essa un significato di punizione divina del peccato, anche in virtù del midrash (racconto) secondo il quale l'angelo della morte a lungo andare prende un po' troppo gusto a fare il suo dovere e non distingue più fra buoni e cattivi così che devono intervenire i medici a limitare i danni. La facoltà di guarire è attribuzione di Dio che la demanda al medico.
   Nel Ben Sirà, il libro dell'Ecclesiaste, è dedicato al medico un intero capitolo che inizia con la seguente frase ricorrente in fonti talmudiche: «Onora il tuo medico, anche questi è parte di Dio». L'azione del medico non pub pertanto essere considerata come un'interferenza con la volontà di Dio. L'esercizio della medicina che si propone di guarire o di preservare la salute dell'uomo è non solo ammesso ma considerato come meritorio. Non va dimenticato che, secondo i Maestri, se è vero che alcuni malanni sono conseguenza della volontà Divina, altri, forse la maggior parte di essi, derivano da scarsa cautela da parte dell'uomo (da qui, l'importanza della medicina preventiva nell'ambito dell'ebraismo) o da «inconvenienti da raffreddamento» cioè cause esterne. L'uomo è considerato un collaboratore del Creatore nel controllo e nel miglioramento del creato. Il medico può essere considerato come un «collaboratore specializzato» al mantenimento della salute.
   Si racconta che Rabbi Yiahmael e a Rabbi Akivà stavano uscendo da Gerusalemme in compagnia di un uomo malato. Questi domandò: «Maestri come posso guarire?» Ed essi: «Fa così e guarirai». Ed egli disse ancora:. «Chi mi ha colpito?» «Il Santo Benedetto» fu la risposta. Allora il malato soggiunse: «Voi v'immischiate in un affare che non è di vostra competenza. Egli ha colpito e voi risanate? Così facendo non trasgredite il suo volere?». Gli dissero i Maestri: «Qual è la tua professione?» Ed egli rispose: «Lavoro la terra, ecco la falce nella mia mano»; e i Maestri: «Anche tu t'impicci in una cosa che non è di tua competenza allorquando lavori il terreno. Come l'albero se non è sarchiato e concimato non cresce e se cresce ma non beve l'acqua e se non è concimato non vive, così è per il corpo umano; il concime è la medicina mentre il contadino è il medico».

(La Verità, 31 maggio 2020)


Gli antichi ebrei usavano la ganja nel tempio

Scoperto l’uso di cannabis per scopi rituali

 
Veduta della cella nel tempio di Tel Arad, con veduta dall'alto dei due altari (sulla sinistra quello più grande e sulla destra quello più piccolo dove veniva bruciata la cannabis)
Nel tempio di Tel Arad in Israele sono stati scoperti residui di cannabis, segno che gli antichi ebrei la usavano per scopi rituali.
   Una ricerca condotta da tre archeologi israeliani (Eran Arie, Baruch Rosen e Dvory Namdar) ha fatto emergere un'importante scoperta: gli antichi ebrei utilizzavano cannabis a scopo rituale durante le cerimonie religiose. O almeno, questo accadeva nel piccolo tempio di Tel Arad (Israele), dove sono stati analizzati (da due laboratori indipendenti) resti di materiali trovati su due altari calcarei. Su uno dei due, quello di dimensioni più ridotte, sono state rinvenute tracce di cannabinoidi come il THC, il cannabidiolo e il cannabinolo, insieme a tracce di terpeni: gli studiosi hanno avuto dunque gioco facile a ipotizzare che sull'altare venissero bruciate infiorescenze di cannabis. Insieme alle tracce dei cannabinoidi sono stati ritrovati anche residui di letame, che permetteva alla cannabis di bruciare a una temperatura più bassa, in modo da attivare i suoi principi psicoattivi: anche questo indizio concorre a far pensare che le piante di canapa indiana venissero bruciate appositamente per giungere a uno stato di alterazione.
   L'altro altare, quello più grande, ha rivelato tracce di terpeni derivati dal franchincenso, una resina ricavata dalle piante del genere Boswellia e utilizzato per realizzare incenso e profumi: la presenza di residui di grasso animale sullo stesso altare ha permesso di scoprire che, anche in questo caso, la sostanza veniva bruciata, per inondare il tempio del suo profumo.
   La scoperta del franchincenso è la prima nel suo genere in un contesto levantino, ma non ha destato scalpore, dal momento che l'utilizzo di quest'essenza è citato anche nella Bibbia (e, com'è noto, l'incenso è uno dei doni che i tre Magi portano a Gesù Bambino), mentre è stata una vera sorpresa la scoperta dell'utilizzo di cannabis a scopi rituali da parte degli antichi ebrei, dal momento che si tratta della prima scoperta di questo tipo: è noto che, in antico, diverse popolazioni facevano uso di cannabinoidi, ma non era nota questa usanza presso gli ebrei. "Sembra probabile", scrivono gli studiosi nella loro ricerca, "che l'utilizzo della cannabis sull'altare di Arad avesse un deliberato ruolo psicoattivo. L'odore della cannabis non è invitante, e quindi non si spiegherebbe su questa base l'importazione delle infiorescenze da lontano. Tuttavia il frequente uso di materiali allucinogeni per ragioni cultuali nell'antico Medio Oriente e oltre è ben conosciuto e si spinge fino alla preistoria [...]. Gli ingredienti psicoattivi erano destinati a stimolare stati di estasi come parte della cerimonia. E come questo studio vuole dimostrare, la Giudea dell'VIII secolo a.C. potrebbe essere aggiunta all'elenco dei luoghi dove questi rituali si tenevano".
   Inoltre, gli archeologi hanno anche ipotizzato che l'uso di cannabinoidi fosse in qualche modo istituzionalizzato, dal momento che il franchincenso, e probabilmente anche la canapa indiana, avevano un costo molto alto, e questo porta a pensare che il forte di Tel Arad fosse un istituto ufficiale gestito dal regno di Giuda. Inoltre, si tratta della più antica evidenza dell'uso di cannabis nel Medio Oriente antico.
   Il tempio di Tel Arad è stato scoperto negli anni Sessanta, durante una campagna di scavi condotta tra il 1962 e il 1967 dall'Istituto di Archeologia dell'Università di Gerusalemme e guidata dall'archeologo Yohanan Aharoni: gli scavi avevano portato alla scoperta di due fortezze sovrapposte, databili a un periodo compreso tra il IX e il VI secolo avanti Cristo, all'interno delle quali, nel 1963, era stato rinvenuto anche il piccolo santuario (di 13 metri per 20) che ha rivelato la scoperta attuale. Anche se gli studi su Tel Arad sono andati avanti per cinquant'anni, c'è ancora molto da scoprire e lo dimostra quest'ultima pubblicazione.

(Finestre sull’Arte, 31 maggio 2020)



Nuovo cielo e nuova terra

Poi vidi un nuovo cielo e una nuova terra, perché il primo cielo e la prima terra erano passati, e il mare non c'era più. E vidi la santa città, la nuova Gerusalemme, scendere giù dal cielo da presso a Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo.
E udii una gran voce dal trono, che diceva: Ecco il tabernacolo di Dio con gli uomini; Egli abiterà con loro, ed essi saranno suoi popoli, e Dio stesso sarà con loro e sarà loro Dio. Egli asciugherà ogni lacrima dagli occhi loro e la morte non ci sarà più; né ci saran più cordoglio, né grido, né dolore, poiché le cose di prima sono passate.
E Colui che siede sul trono disse: Ecco, io faccio ogni cosa nuova, e aggiunse: Scrivi, perché queste parole sono certe e veraci. Poi mi disse: È compiuto. Io sono l'alfa e l'omega, il principio e la fine. A chi ha sete io darò gratuitamente della fonte dell'acqua della vita. Chi vince erediterà queste cose; e io gli sarò Dio, ed egli mi sarà figlio. Ma per i codardi, gli increduli, agli abominevoli, agli omicidi, ai fornicatori, agli stregoni, gli idolatri e tutti i bugiardi, la loro parte sarà nello stagno ardente di fuoco e di zolfo, che è la morte seconda.

(Dal libro dell'Apocalisse, cap. 21)

 


Guerra fredda? Troppo presto per dirlo. Parla Halevy (ex Mossad)

Gabriele Carrer

Primo appuntamento della serie di webinar intitolata "China in the Mid-Med" di cui Formiche.net è media partner esclusivo. Ospite Efraim Halevy, dal 1998 al 2002 a capo del Mossad, che spiega: quello attuale tra Usa e Cina è "un confronto prolungato", è prematuro parlare di nuova guerra fredda. Guarda la video intervista
   "Penso che il paragone tra la Guerra fredda e il rapporto attuale tra Stati Uniti e Cina sia sfortunato e un modo per sfuggire a questa situazione". A parlare è Efraim Halevy, dal 1998 al 2002 a capo del Mossad, che è stato ospite della conferenza di apertura di una serie di webinar intitolata "China in the Mid-Med" e organizzata da ChinaMed, un progetto del Center for Mediterranean Area Studies dell'Università di Pechino e del Torino World Affairs Institute, parte del TOChina Hub sviluppato dall'Università di Torino. A condurre i lavori di questa serie di incontri (di cui Formiche.net è media partner esclusivo), Enrico Fardella, professore associato del dipartimento di storia dell'Università di Pechino, il professore Ori Sela, direttore del dipartimento di East Asian Studies della Tel Aviv University, e il professor Brandon Friedman, director for research del Moshe Dayan Center della Tel Aviv University.
   In queste settimane lo scontro tra Stati Uniti e Cina è diventato sempre più evidente, in particolare sulle origini del coronavirus. "La storia di ciò che è successo davvero a Wuhan non è ancora venuta a galla e la Cina non offre alcuna trasparenza e collaborazione", ha spiegato Halevy. Che però consiglia di non avere fretta: "Non sappiamo ancora come andrà a finire", ripete spesso con molto cautela, anche quando si tratta di analizzare la tenuta della leadership del presidente cinese Xi Jinping. A dimostrazione di quanto la situazione sia complessa e in grande evoluzione.
   "La Guerra fredda ha rappresentato uno scontro tra due modi di vivere", ha spiegato l'ex direttore del Mossad. Oggi siamo davanti "a un confronto prolungato ed è troppo presto per giudicare", ha aggiunto sottolineando però come entrambe le parti abbiano "molti interesse per evitare" di arrivare a quel livello di scontro che contraddistinse il conflitto tra l'Occidente a guida statunitense e l'Unione Sovietica dalla fine della Seconda guerra mondiale.
   Quando si parla della sfida tra Stati Uniti e Cina, spesso si pensa agli investimenti esteri. In questo senso, lo Stato di Israele sta lavorando per implementare un meccanismo simile al Comitato per gli investimenti esteri degli Stati Uniti (Cfius). Un tema di grande attualità soprattutto dopo la visita del segretario di Stato americano Mike Pompeo nei giorni precedenti il giuramento del nuovo governo guidato da Benjamin Netanyahu. In cima all'agenda del capo di Foggy Bottom c'erano le telecomunicazioni e la costruzione del più grande impianto di dissalazione al mondo che sorgerà a Sud di Tel Aviv. Sul primo tema, come raccontato da Formiche.net, Israele deciderà a breve; sul secondo invece ha già scelto affidando a una società israeliana (e non alla favorita cinese) il progetto.
   "Servirà molto tempo a Israele per questo", ha spiegato Halevy parlando del meccanismo Cfius e sottolineando le difficoltà di Gerusalemme "di trovare la strada per raggiungere l'obiettivo senza perdere prestigio in entrambe le direzioni", con gli Stati Uniti e con la Cina. Anche se, "non c'è discussione" sul rapporto speciale tra Israele e Usa, ha sottolineato: tanto che Israele non ha aderito alla Via della seta, tiene a evidenziare Halevy rispondendo a una domanda sulla firma italiana del Memorandum d'intesa a inizio dell'anno scorso sulla quale, però, preferisce non commentare essendo decisioni di un altro Paese.
   Ecco il video completo dell'intervista nella quale Halevy ha affrontato diversi temi: dallo scontro Usa-Cina alla situazione in Medioriente e il piano di pace nella regione proposto dal presidente Donald Trump, dalle tensioni tra Israele e palestinesi al tempo del coronavirus fino alle debolezze e le sfide delle democrazie liberali.

(Formiche.net, 30 maggio 2020)


Prove di riconciliazione tra Turchia e Israele?

di Francesca Salvatore

Il complesso teatro mediorientale e la pandemia stanno riscrivendo le relazioni bilaterali fra molti paesi, tra i quali Turchia e Israele.

 Rapporti congelati da almeno dieci anni
  Il coinvolgimento di Ankara nella provincia di Idlib in Siria, contro il regime di Assad sostenuto da Teheran, ha recentemente fornito una causa comune per la riconciliazione tra Turchia e Israele, poiché serve anche gli interessi strategici di quest'ultima nell'indebolire la presenza iraniana in Siria.
  Il dialogo tra Ankara e Gerusalemme, diventa ora più che mai necessario, dopo che i rapporti fra le due nazioni erano rimasti congelati dieci anni fa dopo l'incidente della nave Mavi Marmara. La nave salpò dalla Turchia alla volta di Gaza nel maggio 2010 con il dichiarato intento di violare il blocco navale anti-Hamas decretato da Israele. Dopo i regolari avvertimenti da parte della Marina israeliana, rispettati dalle altre cinque navi della flottiglia, un commando israeliano abbordò l'imbarcazione che si rifiutava di sbarcare il carico nel porto di Ashdod, da dove sarebbe stato trasportato a Gaza via terra dopo le necessarie ispezioni anti-armi.
  Ad avvelenare ulteriormente i rapporti era stata la Turchia, che aveva espulso l'ambasciatore di Israele Eitan Na'eh nel maggio 2018, dopo che gli Stati Uniti avevano trasferito la propria ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme.

 Gocce di distensione
  Come illustrato nei giorni scorsi dall'incaricato d'affari israeliano in Turchia Roey Gilad, i due paesi hanno numerosi interessi comuni, che riguardano anche le risorse energetiche nel Mediterraneo orientale.
  Nelle ultime ore è un interessante episodio a far pensare ad un riavvicinamento fra i due paesi. La compagnia aerea israeliana El Al ha ripreso i voli cargo due volte alla settimana tra Tel Aviv e Istanbul per la prima volta in dieci anni, un segnale che le tensioni bilaterali decennali potrebbero allentarsi: una svolta del genere, infatti, può essere programmata solo al prezzo di complesse mosse diplomatiche di alto livello. Il Boeing 787 Dreamliner della El Al ha effettivamente toccato domenica scorsa la pista dell'aeroporto di Istanbul, ma solo per fare scalo verso New York, destinazione finale di un carico di attrezzature mediche. Si tratta, in particolare, di 24 tonnellate di aiuti destinati agli Stati Uniti impegnati nella lotta alla pandemia di Covid-19, secondo quanto riferisce il quotidiano Jerusalem Post.
  La concessione del permesso alla El Al di operare voli cargo da e verso Istanbul ha colto molti di sorpresa: lo scorso mese di marzo, infatti, la Turchia aveva negato ai velivoli di Israir Airlines e di Tourism Ltd il permesso di atterrare a Istanbul per rimpatriare gli studenti israeliani bloccati in Turchia.

 Un cargo non fa primavera
  Cosa vuole significare questa apertura piccola ma significativa? Al momento non è chiaro, ma non si deve pensare ad un ritorno ai giorni dell'amicizia turco-israeliana degli anni '90, quando i generali anti-islamisti turchi avevano l'ultima parola e i jet israeliani si allenavano nei cieli turchi.
  Tuttavia, il fatto che questo passaggio avvenga parallelamente a una discussione sull'annessione israeliana in Cisgiordania e alle critiche all'annessione da parte di attori regionali e internazionali, potrebbe influire sul modo in cui viene visto in Turchia. I governi israeliano e turco continuano a presentare differenze politiche significative, e sono ancora lontani dal ripristinare le loro relazioni diplomatiche e rilanciare un dialogo strategico sugli sviluppi regionali di reciproco interesse: la formazione del nuovo governo israeliano potrebbe, però, essere un'opportunità per farlo. Il trattamento di Israele nei confronti dei palestinesi rimane una delle principali ragioni di astio nei rapporti con Ankara che, nella persona di Erdogan, continua a ribadire il suo sostegno ai palestinesi, definendo Gerusalemme, tra l'altro, una "linea rossa per tutti i musulmani, in tutto il mondo", chiarendo che la posizione generale di Ankara verso lo stato ebraico è rimasta invariata.
  Erdogan, tuttavia, è ben conscio che la strada verso il suo sogno neo-ottomano è lastricata di difficoltà e creare legami economici è necessario al di là dell'atavica questione del conflitto israelo-palestinese. Secondo numerosi analisti arabi questo passo avanti sarebbe permesso dai cambiamenti demografici degli ultimi anni: i giovani turchi sono meno infastiditi dalla questione palestinese, e non si dichiarano più favorevoli a rischiare troppo per risolvere l'antica vicenda. Un atteggiamento decisamente diverso da quello spirito che dieci anni fa aveva generato l'incidente della Freedom Flotilla. Allo stesso tempo, Israele, che ha vissuto un'impasse non da poco, è un paese ben conscio del progressivo empowerment regionale turco, e pertanto è alle prese con tentativi di normalizzazione dei rapporti con Ankara.

 Cosa c'è in ballo
  Tra rumors e notizie reali è facile comprendere che qualcosa sta accadendo tra i due paesi. Il capo dello spionaggio turco Hakan Fidan e il suo omologo israeliano Yossi Cohen si sarebbero incontrati almeno due volte negli ultimi dieci mesi (Al Monitor). Nulla di cui stupirsi: perfino le nazioni del Golfo che non hanno legami diplomatici con lo stato ebraico condividono l'intelligence con essa contro i nemici comuni. Siria, la Libia e il Mediterraneo orientale sarebbero stati al centro dei colloqui.
  I problemi della Turchia nel Mediterraneo orientale - legati ai diritti di trivellazione - hanno ispirato alcuni discorsi sulla distensione con Israele. L'assenza di Israele da una dichiarazione firmata due settimane fa da Grecia, Cipro ed Egitto, che ha condannato la Turchia per le sue "attività illegali" di perforazione di gas e "espansionismo" nel Mediterraneo orientale, è stata vista come un segno che le relazioni sono in via di risanamento. Da qui, ulteriori fughe di notizie secondo cui funzionari israeliani e turchi abbiano tenuto colloqui a porte chiuse per raggiungere un accordo sui confini marittimi e le zone economiche esclusive del Mediterraneo orientale. Quest'ultima fuga di notizie sarebbe tutta da verificare poiché appare improbabile che Israele promuova un accordo di demarcazione marittima con la Turchia che metterebbe in pericolo le importanti alleanze nel Mediterraneo orientale che ha promosso negli ultimi anni proprio con Grecia, Cipro ed Egitto.

(Inside Over, 30 maggio 2020)


Esplode l'antisemitismo in Turchia: «gli ebrei hanno creato il virus»

di Haamid B. Al-mu'tasim

Quello che in tanti temevamo è purtroppo accaduto. In Turchia, dove vi è una delle maggiori comunità ebraiche in un paese islamico, è scoppiato un fortissimo sentimento antisemita a causa del diffondersi della notizia che il virus COVID-19 sarebbe stato inventato in Israele.
   Lo riferisce a The Media Line il gruppo Avlaremoz, una organizzazione deputata a tenere sotto osservazione gli abusi religiosi in Turchia.
   Scrive TML; mentre la Turchia è alle prese con uno dei più grandi focolai di coronavirus al mondo, un gruppo di ebrei turchi notava la nascita di un altro focolaio nel paese, quello dell'antisemitismo che si diffonde attraverso i media.
   TML cita Dani Albukrek, 21 anni, turco ebreo residente a Istanbul, il quale afferma che moltissimi utenti turchi dei social media stanno promuovendo con successo l'idea che il coronavirus sia una creazione israeliana.
   Quando Israele ha dichiarato il suo primo caso di COVID-19, gli account Twitter in turco sono letteralmente esplosi per l'annuncio mostrando felicità. Quando il ministro degli interni turco si è temporaneamente dimesso per il fallimento della sua politica di contenimento, i Tweet hanno accusato gli ebrei di essere dietro lo scandalo.
   Anche i giornali vicini a Erdogan non si fanno mancare niente, sia nelle loro edizioni cartacee che in quelle digitali dove impazza un video che mostra l'autista di un autobus che parlando con i passeggeri spiega, tra l'approvazione generale, il "sicuro coinvolgimento di Israele nella creazione del virus".
   Berk Esen, assistente professore di relazioni internazionali alla Bilkent University di Ankara, anche lui ebreo, ci fa notare come per diffondere odio verso gli ebrei i turchi usino uno dei capisaldi dei principi di Joseph Goebbels, quello denominato "Principio della semplificazione e del nemico unico" che consiste nell'inviare alla massa messaggi semplici affinché individuino con facilità il nemico unico, l'ebreo. E il messaggio non può essere più semplice e diretto di così.
   Il risultato di questa campagna è che oggi in Turchia nessuno dei 15.000 ebrei turchi può girare tranquillamente indossando una kippah o qualsiasi altra cosa che lo possa individuare come ebreo.
   Ma la comunità ebraica non è la sola ad essere presa di mira in questa pericolosissima involuzione turca. Proprio nei giorni scorsi un uomo ha tentato di dare alle fiamme una chiesa armena ortodossa a Istanbul perché, seguendo un numeroso gruppo su Facebook, li riteneva responsabili della pandemia.
   Tuttavia è indubbio che la comunità ebraica sia quella più presa di mira, anche perché il regime fa ben poco per impedirlo. È una situazione gravissima che in poco tempo è esplosa in faccia a coloro che sostenevano che la Turchia fosse un paese tollerante e aperto a ogni religione.

(Rights Reporters, 30 maggio 2020)


Svastica vicino alla casa di una famiglia ebrea

La scritta sull'asfalto di via Scialoja a Firenze

 
La svastica disegnata a Firenze, nel quartiere di Campo di Marte
Una svastica in via Antonio Scialoja, è comparsa sul selciato a pochi metri di distanza da dove abitano alcune famiglie di origine ebraica. La svastica è stata scoperta giovedì scorso, la Comunità ebraica ha subito «condannato fermamente» l'episodio spiegando però che, a differenza di quanto sembrava in un primo momento, «lì di fronte non abita alcuna persona della nostra comunità».
   Un precisazione dovuta al fatto che i due consiglieri comunali del gruppo Sinistra Progetto Comune Antonella Bundu e Dmitrji Palagi, che avevano sollevato il caso per primi, avevano parlato di «scritta di fronte alla casa di una famiglia di origine ebraica». Resta il fatto che giovedì verso le 12 una ragazza di origine ebraica, che abita a pochi metri da dove è comparsa la svastica, ha dato l'allarme ai carabinieri del Nucleo informativo che ora stanno conducendo le indagini sull'autore della scritta ( che ieri pomeriggio è stata rimossa).
   La Digos, che ha fatto alcuni accertamenti, ha scoperto che in zona (in via Bovio, ad esempio) ci sono anche «pietre di inciampo» che ricordano le atrocità subite dal popolo ebraico. E che su un cassonetto della spazzatura sono comparse - come scritte - la croce, la mezza luna e la stella di David.
   Dure le reazioni bipartisan che condannano quanto accaduto. «Vergogna. Ma stiamo scherzando? Lasciamo stare simboli e ferite del passato. Noi, intanto, la cancelliamo e mandiamo un grande abbraccio» alla comunità ebraica, scrive su Facebook, il sindaco Dario Nardella Il gruppo consiliare Lega Salvini di Palazzo Vecchio dice che «i gesti di antisemitismo sono inaccettabili. Oggi, come abbiamo più volte ribadito, la più moderna forma di antisemitismo è l'antisionismo. Solidarietà sia unanime per la comunità ebraica che è parte integrante di quella fiorentina». «Alla comunità ebraica di Firenze la nostra solidarietà e vicinanza - dice Valerio Fabiani della segreteria regionale del Pd toscano - Al protagonisti di questo gesto infame dico solo che ci rendete più forti nel combattervi nel nome dei valori delle generazioni che ci hanno preceduto».
   Il console di Israele per la Toscana, Marco Carrai, esprime «tutto il suo sconcerto per la svastica disegnata» e dice: «Il morbo dell'antisemitismo non accenna a piegarsi ed esige la condanna senza sé e senza ma di tutti. Mi auguro una dura presa di posizione di condanna da parte di tutte le istituzioni e forze politiche».

(Corriere Fiorentino, 30 maggio 2020)


Il cyber-inverno del nostro scontento

Il capo della difesa informatica israeliana: saltate tutte le regole, ricorderemo l'attacco al sistema idrico d'Israele come l'inizio della cyber-guerra contro civili.

E' in arrivo un inverno cibernetico e molto più velocemente di quanto ci aspettassimo. Lo ha detto Yigal Unna, Direttore generale della Direzione nazionale informatica israeliana, intervenendo giovedì alla conferenza CyberTechLive Asia. La conferenza era rivolta al pubblico di Singapore e di altri paesi asiatici, e ha visto la partecipazione della controparte di Unna, David Koh, capo della Cyber Security Agency di Singapore, nonché di importanti esperti di informatica da Israele, Asia e Stati Uniti.
"Il termine 'veloce' non rende l'idea di quanto rapidamente e in che modo folle e frenetico stanno precedendo le cose nel cyberspazio - ha detto Unna - Penso che ricorderemo questo mese di maggio 2020 come un punto di svolta nella storia della moderna guerra informatica"....

(israele.net, 29 maggio 2020)


Israele, sfuma l’appalto con la Cina

Sotto la lente i rischi per la sicurezza e timori di spionaggio

di Simonetta Scarane

L' estromissione della società cinese Hutchison dalla gara per la costruzione in Israele del secondo impianto di dissalazione a Tel-Aviv, il Sorek 2, da due miliardi di dollari (1,8 mld di euro), racconta un nuovo episodio della guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina. Racconta di come Washington cerchi di rintuzzare le mire espansionistiche di Pechino nei Paesi suoi alleati, come Israele in questo caso. Ambizioni che si manifestano anche attraverso la volontà dell'ex Impero di Mezzo di realizzare infrastrutture di vario tipo, dalle reti per il 5G alle grandi opere in Asia, Medio Oriente e Europa. Infrastrutture che sono parte del progetto della Nuova via della Seta fortemente voluto dal presidente cinese Xi Jinping.
   La nuova infrastruttura idrica israeliana sorgerà in un'area vicina a un centro di ricerca nucleare e di una base militare aerea e per questo ha fatto scattare le avvertenze degli americani in materia di sicurezza per il timore di spionaggio da parte dei cinesi. E la presa di distanza di Israele da Pechino.
   I fatti registrano che la società cinese Hutchison sembrava ben piazzata per vincere la gara per la costruzione del Sarek 2, l'impianto per desalinizzare l'acqua del mare presentato come il più grande del mondo, ma alla fine la concessione è stata data al consorzio locale formato dalla società israeliana Ide Technologies e dalla banca Leumi.
   La presa di distanza di Israele da Pechino sarebbe la conseguenza delle pressioni degli Stati Uniti, secondo quanto ha riportato Le Figaro. Ufficialmente il consorzio israeliano che si è aggiudicato l'appalto è descritto come la scelta migliore, ma, secondo Le Figaro, non c'è dubbio che abbiano inciso in maniera pesante le raccomandazioni di Washington sui pericoli di legami economici troppo stretti con Pechino.
   La Cina ha già investito 25 miliardi di dollari (22,5 mld di euro) in Israele negli ultimi anni. Un gruppo pubblico cinese controlla Tnuva, il principale gruppo alimentare israeliano. Imprese cinesi hanno vinto appalti per la gestione per 25 anni dei due porti principali: Haifa e Ashdod, tappe della Nuova Via della seta. A Haifa i cinesi sono vicini alla base navale militare dove staziona la flotta di sottomarini di Israele con capacità di missili nucleari e dove transitano anche navi militari americane.
   L'avvicinamento tra Israele e la Cina era cominciato nel 2016. Adesso, secondo la stampa israeliana, gli Stati Uniti hanno insistito con il loro fedele alleato per ottenere un testo di rottura o di presa di distanza dalla Cina.
   Un paio di settimane prima, Israele aveva ricevuto la visita del segretario di Stato Usa, Mike Pompeo, nella sua unica missione all'estero dall'inizio della crisi sanitaria causata dalla pandemia di Covid-19. In programma i colloqui sulla controversa questione del progetto di annessione della Cisgiordania occupata dallo Stato ebraico, ma di certo l'inviato del presidente americano Donald Trump non ha mancato di allertare l'alleato israeliano sulla «minaccia cinese», secondo quanto ha riportato Le Figaro. «Non vogliamo che il partito comunista cinese abbia accesso alle infrastrutture israeliane, ai sistemi di comunicazione e a tutto quello che può mettere in pericolo i cittadini di Israele e le capacità degli Stati Uniti-, ha dichiarato il capo della diplomazia americana alla televisione israeliana, aggiungendo che i rischi sono reali e la condivisione delle informazioni al riguardo ha lo scopo di permettere a Israele di decidere per il meglio.
   Il nuovo impianto di dissalazione Sorek 2 ha una capacità di 200 milioni di metri cubi di acqua potabile l'anno, all'incirca un quinto dell'acqua consumata dalle famiglie dei comuni ogni anno. Sorek 2 dovrebbe permettere a Israele di coprire l'85% del proprio fabbisogno idrico attraverso il processo di desalinizzazione dell'acqua del mare. L'infrastruttura idrica è parte di una strategia a lungo termine che mira ad adeguarsi ai rischi del cambiamento climatico in Medio Oriente.

(ItaliaOggi, 29 maggio 2020)


Verso il deserto, onore alla brigata

Un monumento degli anni Sessanta: Dani Karavan per Israele

di Manuel Orazi

 
Il monumento di Dani Karavan nel deserto del Negev
A poco più di un'ora d'automobile verso sud-est di Tel Aviv, in direzione del deserto del Negev, c'è Beer Sheva, una città di circa duecentomila abitanti. Non è una meta turistica ed è difficile capitarci, se non di passaggio verso Eilat sul Mar Rosso. Eppure è un luogo estremamente significativo soprattutto per il sionismo che è alla base dello Stato d'Israele. Qui David Ben Gurion, il fondatore dello Stato, volle costruire un'università specializzata nello studio delle piante grasse e in generale a come coltivare il deserto - fra l'altro per denotare gli ebrei nati in Israele si usa la parola "sabra" che significa fico d'India, una pianta grassa con le spine a indicare una certa ruvidezza caratteriale, compensata però dalla dolcezza dell'interno del frutto. In età matura Ben Gurion si era convinto che Israele avrebbe dovuto svilupparsi verso sud, evitando così conflitti con le altre popolazioni autoctone arabe e no, stabilendo la sua residenza in un kibbutz poco lontano dove è anche sepolto accanto a sua moglie Paula.
   Nel 2004 insieme con Stefano Graziani ho visitato il monumento che lo scultore Dani Karavan ha realizzato su una piccola altura defilata da cui sono visibili però sia la città sia l'inizio del deserto. Il monumento è sia un complesso di sculture sia un tentativo di land art ed era sorvegliato da un beduino e da suo figlio - la minoranza più numerosa in città - e celebra la 12a brigata Negev del Palmach, quasi sterminata durante una battaglia per l'indipendenza nel 1948. Karavan, 89enne, ha studiato da ragazzo a Firenze, e fra il 1963 e il 1968 ha realizzato il monumento in cemento armato sull'onda del brutalismo modernista di quegli anni, nel 1966 per esempio realizzava un rilievo sempre in cemento all'interno dell'edificio della Knesset, il parlamento israeliano a Gerusalemme - nel 2016 fra l'altro chiese di coprirlo in segno di protesta contro la politica del governo Netanyahu.
   Nel 1994 ha onorato la memoria di Walter Benjamin con una poetica installazione a Portbou, la località catalana dove il filosofo in fuga si suicidò. Visto che l'antico significato di Beer Sheva è "pozzo dei sette", proprio per questo è stato luogo di molte battaglie per strappare l'acqua al nemico, fra l'altro anche durante la Grande guerra quando gli inglesi la strapparono agli Ottomani con una leggendaria carica di cavalleria, l'ultima della sua lunga storia. Per questo il complesso è dominato da una torre che ricorda una pipe-line di quelle che si trovavano un po' dappertutto in Israele nel '48, visto che l'acqua era la priorità assoluta per chi faceva Aliyah, spuntano dappertutto anche nell'eccezionale reportage fotografico di Robert Capa per la Magnum del 1948-50.
   Le altre stravaganti costruzioni sono forme astratte nello spazio, decorate da scritte in bassorilievo tratte dai diari degli oltre trecento caduti e dalla Torah. Il clima secco ha favorito la conservazione delle strutture, mentre la luce solare così intensa esalta tutte le irregolarità del cemento in superficie e i bassorilievi in particolare. Non rappresentano nulla, ma attraversandole si ha la sensazione di essere in trappola, analoga a quella di chi cammina nelle trincee o in gallerie dove i tagli e i fori lasciano passare la luce negli spazi interni. Sono sculture che diventano architetture che vanno dunque percorse e non solo guardate. Nel 1969 Bruno Zevi sull'Espresso elogiò l'anti-simbolismo di quelle "strane figure, tradotte poi in terza dimensione in un arcano dialogo di totem".

(Il Foglio, 29 maggio 2020)


Qual è stato il ruolo del Mossad nella lotta contro il Covid-19 in Israele

di Caterina Galloni

ROMA - Coronavirus e servizi segreti. Il Mossad, servizio segreto di spionaggio dello Stato di Israele, e Shin Bet, il controspionaggio interno, hanno avuto un ruolo decisivo nelle fasi iniziali della lotta al Covid-19.
Ora che la fase di emergenza sembra passata, c'è stato il passaggio delle consegne al ministero della Salute. Con una cerimonia pubblica, riportata dai giornali.
Riferisce Y net news, nell'ambito della battaglia mondiale sull'offerta, scoppiata a seguito dell'epidemia di Covid-19, per ottenere le forniture mediche salvavita, il capo del Mossad Yossi Cohen è stato costretto a utilizzare i contatti personali con varie nazioni di tutto il mondo, compresi paesi che non hanno legami diplomatici con Israele.
Secondo i media, alcune delle forniture sono arrivate in anonimo da paesi del Golfo Persico.
Ultimamente, il comando del Mossad ha avviato il trasferimento delle forniture al Ministero della Sanità, nel caso una seconda ondata di coronavirus colpisca il paese.
Secondo il rapporto, la quantità di macchinari e forniture mediche ottenute dall'inizio dell'epidemia comprende 2,5 milioni di occhiali protettivi, altri 5,5 milioni in arrivo.
Circa 80 milioni di mascherine chirurgiche, altri 142 milioni in arrivo; 1,3 milioni di mascherine di tipo N-95, altri 14 milioni in arrivo.
Oltre 30 tonnellate di disinfettanti, 180 milioni di guanti elasticizzati e almeno 1.300 respiratori, con altri 4.700 che dovrebbero arrivare tra giugno e ottobre.
A luglio verranno forniti al Ministero della salute altri 3.500 ventilatori di fabbricazione israeliana.
In totale, gli ospedali israeliani entro ottobre dovrebbero ricevere quasi 10.000 respiratori.
Il rapporto inoltre menziona quattro milioni di giubbotti di protezione e oltre due milioni di kit per il test coronavirus, molti dei quali arrivati dalla Cina e dalla Corea del Sud.
La consegna di 47 diversi tipi di farmaci, inclusi anestetici e insulina.
Aggiunge il Jerusalem Post che la lista completa delle forniture mediche, tra cui circa 80 milioni di mascherine chirurgiche, "inseguita" dal Mossad e portata in Israele durante la pandemia, è stata rivelata martedì dal sito Web ebraico Ynet.
Le informazioni sulle forniture garantite dal Mossad a Israele sono arrivate lo stesso giorno in cui Cohen, il capo dello staff dell'IDF Aviv Kochavi, il direttore generale del Ministero della Salute uscente Moshe Bar Siman Tov e altri alti funzionari, hanno partecipato a una cerimonia che segna la fine del coinvolgimento dell'IDF con il National Coronavirus Control Center presso lo Sheba Medical Center.
Nel corso della cerimonia, Cohen ha affermato che nonostante lui e i suoi agenti non abbiano "alcuna competenza medica", hanno ugualmente portato "lo spirito del Mossad" nelle azioni quotidiane intraprese per frenare la minaccia del coronavirus.
Knesset Intelligence Subcommittee ha esteso per altre tre settimane il monitoraggio da parte di Shin Bet, agenzia di intelligence per gli affari interni dello stato di Israele, dei cittadini positivi, mentre il governo sta per approvare una nuova legge mirata a regolamentare la materia.
Knesset Intelligence Subcommittee ha esteso la sorveglianza per un periodo limitato, cercando così di motivare il governo a presentare una proposta di legge ed evitare una fase di stallo.
A difesa del programma c'è la statistica secondo cui circa un terzo delle oltre 16.000 persone positive sono state rintracciate proprio grazie a Shin Bet.
Una delle principali critiche è che il 93% delle persone rintracciate da Shin Bet, è stata sottoposta a isolamento ma risultate negative e solo il 7% è risultato positivo.

(blitz quotidiano, 29 maggio 2020)


Regionali, Ariel Dello Strologo verso la candidatura unitaria dell'alleanza centrosinistra e M5s

Avvocato e presidente della Comunità ebraica di Genova, pronto a sfidare il centrodestra di Giovanni Toti

di Michela Bompani

L'alleanza tra Pd, M5s e liste civiche sta finalmente convergendo, in Liguria, sul candidato presidente della Regione che dovrà sfidare il governatore Giovanni Toti: e il nome s'impone nelle ultime ore, sparigliando la rosa di nomi finora circolata, è quello di Ariel Dello Strologo, 54 anni, avvocato, sposato, tre figli. Dal 2015 è anche presidente della Comunità Ebraica di Genova. Per otto anni, dal 2009 al 2017, è stato presidente della società pubblica Porto Antico e, dal 2015 al 2017, è anche stato presidente della Fiera di Genova. Nominato dai sindaci Marta Vincenzi e poi Marco Doria, si è dimesso dopo la vittoria del centrodestra in Comune, con il sindaco Marco Bucci, nelle cui mani ha rimesso i mandati.
   Il dibattito nazionale sulla data delle elezioni regionali ha dato un'ulteriore accelerata alla discussione sul candidato nelle file dell'alleanza, da poco sigillata in Liguria, tra 5s, Pd e forze civiche e politiche riunite nel Campo Progressista: uno schieramento ampio cui potrebbe unirsi, nelle prossime ore, anche Italia Viva. Dello Strologo avrebbe convinto gli alleati, molto più di quanto avevano fatto i nomi circolati finora: tra questi, giornalista del Fatto, Ferruccio Sansa, il rettore dell'ateneo genovese, Paolo Comanducci, l'ex preside della Scuola Politecnica, Aristide Massardo. Aveva fatto un passo avanti qualche tempo fa anche Maurizio Mannoni, giornalista Tg3, ligure di Spezia, ma poi aveva ritirato la propria disponibilità, non senza deludere i tanti liguri entusiasti del suo nome, oltre che le diverse forze dell'alleanza che parevano convergere sul suo nome.
   Il nome di Ariel Dello Strologo, avrebbe coagulato l'approvazione, nelle ultime ore, dell'asse Pd-M5s-Campo Progressista, offrendo un profilo civico per rappresentare i punti del programma indicato dalla coalizione, dalla sanità pubblica, allo sviluppo sostenibile, dal lavoro alla scuola. Per tutto il giorno esponenti delle diverse forze civiche e politiche alleate hanno contattato Dello Strologo.
   La Liguria è la prima regione, tra le sei che andranno al voto probabilmente a settembre, a sigillare l'alleanza giallorossa, duplicando quella di governo: per questo il nome di Dello Strologo è in queste ore sul tavolo dei leader nazionali della coalizione perché arrivi il placet ufficiale. E cominci, finalmente, la campagna elettorale per provare a strappare la Regione al centrodestra.

(la Repubblica, 29 maggio 2020)

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Liguria: fonti M5S, Dello Strologo nome non condiviso, in gioco Sansa-Massardo

ROMA - 'Nome non condiviso'. Così fonti del M5S stroncano all'Adnkronos le voci di una candidatura comune con il Pd per la presidenza della Regione Liguria: un'intesa trovata, stando ai rumors, sul nome di Ariel Dello Strologo, presidente della Comunità Ebraica di Genova, che, assicurano al contrario autorevoli fonti del Movimento, in realtà non sarebbe affatto sul tavolo. Le stesse fonti sostengono che il nome di Dello Strologo non sarebbe stato 'nemmeno preso in considerazione'. In campo, per il Movimento, restano al momento i nomi di Ferruccio Sansa, giornalista de Il Fatto Quotidiano, e quello di Aristide Massardo, ex preside della Facoltà di Ingegneria a capo della lista civica Oltre.

(Adnkronos, 29 maggio 2020)


Ambasciata italiana e Intesa Sanpaolo a supporto delle start-up con base in Israele

di Bruno Russo

Il Coronavirus non ha fermato le attività dell'Ambasciata d'Italia a Tel Aviv e di Intesa Sanpaolo Innovation Center a supporto delle startup e delle imprese innovative italiane in Israele. Due le importanti iniziative recentemente portate a termine: la conclusione in sicurezza e con successo del primo programma di accelerazione di sette startup italiane a Eilat, nel sud del Paese; l' EcoMotion 2020 Virtual Event: grandi aziende e startup italiane e internazionali a confronto a Tel Aviv su progetti dedicati alla smart mobility. Per ciò che attiene l'Israel-Italy Acceleration Program, si è concluso con successo il primo programma di accelerazione per startup italiane in Israele lanciato dall'Ambasciata d'Italia a Tel Aviv e da Intesa Sanpaolo Innovation Center, la società del gruppo bancario presieduta da Maurizio Montagnese e diretta da Guido de Vecchi. L'Israel-ItalyAcceleration Program ha visto la partecipazione di sette startup che, nel pieno rispetto dei parametri di sicurezza dovuti al diffondersi del Coronavirus, hanno potuto seguire in loco o, per un breve periodo, a distanza un percorso formativo e di crescita all'Eilat HighTech Center, l'acceleratore patrocinato dal gruppo israelo-americano Arieli Capital, che gestisce programmi di innovazione per università, centri di ricerca, istituzioni governative e grandi imprese. Il programma nasce nell'ambito delle attività previste dall'Accordo italo-israeliano di cooperazione industriale, scientifica e tecnologica. L'obiettivo è sviluppare nuove idee d'impresa in uno degli ecosistemi dell'innovazione più all'avanguardia a livello mondiale.
  Israele è al primo posto per numero di startup pro-capite e per la creazione di brevetti, con una percentuale sul Pil investito in ricerca e sviluppo pari al 4,1%. Anche per questi motivi, il Paese può contare su di una forte capacità di attrazione di capitali: il 47% delle imprese ha una partecipazione estera rilevante o è interamente controllata da gruppi stranieri, contro una media europea del 9%. Le domande di partecipazione all'Israel-Italy Acceleration Program sono state complessivamente 40. Tra queste il Comitato di valutazione ha selezionato le migliori realtà attive nei settori Healthtech, Smart mobility e Clean tech. Il Comitato ha coinvolto, oltre al Chief Scientist dell'Ambasciata d'Italia in Israele, Stefano Ventura, e a Dani Schaumann di Intesa Sanpaolo Innovation Center, Danny Biran, ex Vice president della Israel Innovation Authority, Jeremie Kletzkine di Startup Nation Central, e Dan Fishel di OurCrowd. Le sette startup finaliste che hanno avuto accesso al programma sono: per l'Health tech BionIT Labs, SyDiag, Materias ed Elysium; per la Smart mobility Isaac e Djungle; per la Clean techNanomia. La crisi internazionale legata al Coronavirus ha costretto le startup a un rientro anticipato in Italia, rimandando a data da destinarsi l'evento conclusivo finale, ma la grande professionalità e il costante impegno di tutti i partner coinvolti hanno comunque garantito il completamento del programma, che per la crescita dei giovani imprenditori italiani ha visto l'organizzazione di oltre 250 meeting b2b, 100 connessioni con grandi aziende a livello globali e oltre 30 sessioni one-to-one con investitori internazionali. La conclusione di accordi commerciali così come la grande soddisfazione dei partecipanti ha indotto l'Ambasciata d'Italia a Tel Aviv , e Intesa Sanpaolo Innovation Center a rinnovo dell'iniziativa, per la quale verrà presto pubblicato un nuovo bando. L'Ambasciatore italiano in Israele, Gianluigi Benedetti, ha dichiarato: "La prima edizione del programma Accelerate in Israel si è appena conclusa con pieno successo.
  Per le nostre sette startup si sono aperte significative opportunità di business, offerte di partnership e per qualcuna anche un round di investimento. Si è trattato di un'occasione unica per immergersi completamente nell'eccezionale ecosistema dell'innovazione israeliano e per affinare le idee progettuali e le soluzioni tecnologiche in un costante, serrato confronto con esperti, investitori e imprenditori israeliani e internazionali. L'Ambasciata che ha lanciato l'anno scorso questa iniziativa, convinta delle potenzialità che la complementarietà dei sistemi economici italiano e israeliano ancora offre, guarda con maggiori aspettative alla seconda edizione del programma, che verrà pubblicizzata fra pochissimi giorni con una più ampia partecipazione del sistema Paese e un budget raddoppiato". Il Direttore Generale di Intesa Sanpaolo Innovation Center, Guido de Vecchi, ha commentato: "Supportare la crescita delle migliori realtà tecnologiche italiane anche attraverso programmi di accelerazione internazionale è parte della mission di Intesa Sanpaolo Innovation Center e Israele, oltre a essere uno dei più importanti provider di tecnologie innovative per il nostro Gruppo, è l'esempio più concreto di ecosistema innovativo di successo in cui centri di ricerca, incubatori, investitori e governo possono fornire un valido aiuto nella formazione e nella crescita delle startup più promettenti". Or Haviv, partner e responsabile delle piattaforme di innovazione globale di Arieli Capital e CEO dell'Eilat Tech Center, ha affermato: "Siamo onorati di aver gestito questo primo programma per startup italiane in Israele. Siamo molto soddisfatti dei risultati ottenuti avendo prodotto affari reali e aumentato così il valore di queste giovani aziende. Nonostante la crisi globale del virus Corona, siamo riusciti a portare a termine il programma con collegamenti on line in remoto, con grandi sforzi professionali ma anche soddisfazioni da parte di tutti. Non vediamo l'ora di poter continuare questa connessione di successo fra gli ecosistemi di startup italiane e israeliane". Per quanto attiene invece alla seconda iniziativa importante; l'EcoMotion 2020 Virtual Event. Occorre dire che esso è uno degli eventi più importanti al mondo per quanto riguarda la mobilità del futuro e fa convergere a Tel Aviv le maggiori realtà a livello globale dell'automotive e dell'high tech.
  Quest'anno, a causa del diffondersi del Coronavirus, EcoMotion ha realizzato un Virtual Event a cui hanno preso parte oltre 400 partecipanti, in rappresentanza di big corporate e di 150 startup idivernternazionali. Intesa Sanpaolo Innovation Center, che da sempre partecipa all'iniziativa, ha accompagnato all'evento alcune delle più importanti realtà italiane che si occupano di mobilità, affiancandole a sette promettenti startup: Sentetic, seguita direttamente dallo stesso InnovationCenter, e Parkofon, Automotus, Nickelytics, V2X, TUC eWe Glad, che a Torino hanno intrapreso un percorso di crescita che coinvolge anche Techstars, uno dei più importanti acceleratori internazionali. Intesa Sanpaolo Innovation Center, in particolare, è stato protagonista del webinar Meet the Italian Smart Mobility Ecosystem and Opportunity, un convegno virtuale dedicato alle opportunità di investimento in Italia, con particolare focus sulla Smart mobility. L'appuntamento, sostenuto da Intesa Sanpaolo Innovation Center, è stato aperto dall'intervento dall'Ambasciatore d'Italia a Tel Aviv, Gianluigi Benedetti. Le sette startup dell'Israel-Italy Acceleration Program sono: "BionIT Labs", che sviluppa dispositivi medici innovativi applicando l'IT alle tecnologie Bionics, con l'obiettivo di "trasformare le disabilità in nuove possibilità". Il primo dispositivo in fase di sviluppo da parte di BionIT Labs è Adam's Hand, un'innovativa protesi mioelettrica della mano basata su di un meccanismo brevettato. La "SynDiag" che ha sviluppato un software per i ginecologi che he utilizza l'intelligenza artificiale per diagnosticare precocemente il carcinoma ovarico. SynDiag offre ai medici la possibilità di condurre facilmente esami diagnostici di imaging, con una valutazione accurata e obiettiva, producendo referti medici standardizzati, in tempi più brevi e costi inferiori. La "Materias" che ha brevettato un processo che genera in una sola fase schiume polimeriche stratificate e graduabili utilizzando la semplice tecnologia di schiumatura a gas, con l'introduzione di particolari condizioni che variano con tempistiche diverse lo stadio di assorbimento del gas.
  La tecnologia sviluppata può essere applicata per realizzare diversi prodotti, generando diverse linee di business. La "Elysium Tech" che offre una piattaforma decentralizzata basata sulla tecnologia blockchain per condividere in modo sicuro dati sanitari riservati tra pazienti, medici e strutture sanitarie. Sfruttando un protocollo di scambio dati decentralizzato, ha lo scopo di incoraggiare lo scambio di cartelle cliniche, terapie e farmaci e può essere esteso per includere qualsiasi altro tipo di dati condivisibili. La "Isaac" che si concentra sulla dinamica delle strutture, che è lo studio dei comportamenti degli edifici in risposta a terremoti, vento o altri fenomeni che inducono vibrazioni. Isaac sta sviluppando tre diversi tipi di servizi relativi alla resistenza sismica degli edifici esistenti: un sistema per la diagnosi e la valutazione sismica delle strutture, uno per il monitoraggio continuo dell'edificio e un altro - innovativo e brevettato - per la protezione sismica e il monitoraggio continuo. La "Djungle" che si dedica al coinvolgimento digitale dei clienti. Opera in due mercati principali: il settore Retail e il settore Smart City. Djungle utilizza la metodologia di gamification per coinvolgere le comunità attraverso i canali digitali, in particolare sul canale mobile. La sua tecnologia di base è stata concepita e progettata seguendo le linee guida dell'Octalysis Framework, un modello che utilizza i driver psicologici fondamentali della gamification per creare coinvolgimento duraturo e autentico, interattività e cambiamento positivo della predisposizione nei confronti di un prodotto o servizio. Infine la "Nanomania" che incapsula composti agrochimici in nanoparticelle organiche su misura, al fine di garantire il controllo del loro rilascio e della loro consegna in dosaggi contenuti sui tessuti delle piante bersaglio. In tal modo si prolunga il tempo di contatto e si evita un assorbimento eccessivo di sostanze chimiche non biodegradabili nel suolo. Le nanoparticelle sviluppate da Nanomnia con diversi polimeri biodegradabili e biocompatibili non causano alcun tipo di contaminazione ambientale e sono stabili durante lo stoccaggio.
  Le sette startup portate da Intesa Sanpaolo InnovationCenter a EcoMotion sono: "Sentetic" che ha sviluppato una soluzione tecnologica per la manutenzione di impianti e infrastrutture nell'ambito dell'Industry 4.0. Grazie all'utilizzo di sensoristica integrata, algoritmi di intelligenza artificiale e tecnologie di machine learning, la startup è in grado di controllare il comportamento di impianti industriali e infrastrutture, stimando la probabilità di guasto o anomalia e programmando in anticipo gli interventi di manutenzione. "Parkofon" che offre una piattaforma di mobilità all-in-one con una tecnologia basata sul rilevamento della posizione e automatizza le transazioni relative alla guida, come i pagamenti relativi a parcheggi, pedaggi, assicurazioni pay per use, ricariche mezzi elettrici o a gas e gestione di flotte aziendali. "Automotus" che aiuta le città a costruire e mantenere ecosistemi di mobilità organizzati e sostenibili attraverso un software di analisi video degli spostamenti urbani che fornisce informazioni in merito ai veicoli (auto, biciclette, bus, taxi, monopattini elettrici) e ai pedoni: identifica targhe, rileva violazioni del codice della strada e segnala le aree di parcheggio e carico/scarico disponibili. Con Techstars Smart Mobility Accelerator ha avviato un test con la Citta di Torino nell'ambito di Torino City Lab. "Nickelytics" che offre un nuovo modo di fare pubblicità, attraverso l'installazione di immagini promozionali su veicoli che percorrono un numero predefinito di chilometri al giorno su strade trafficate di città. Le aziende che utilizzano il servizio di Nickelytics possono avere conferma della lunghezza del percorso compiuto e ottenere informazioni quantitative e demografiche sui gruppi di persone esposte agli annunci. La tecnologia di tracciamento registra ogni impressione, utilizzando i dati raccolti per effettuare il re-target digitale dei consumatori. Nickelytics lavora con diversi operatori della mobilità (taxi, società di noleggio auto e flotte), che vengono rimborsati economicamente a seconda di parametri prefissati. "V2X Network" che automatizza completamente il processo di ricarica dei veicoli elettrici per l'utente finale, eliminando l'inconveniente di gestire molteplici applicazioni di ricarica, variazioni di prezzo e ansia di autonomia. La soluzione white label di V2X Network consente all'OEM di offrire un'esperienza di mobilità elettronica completamente integrata. Utilizzando la rete V2X, il veicolo elettrico può cercare, prenotare e pagare automaticamente la stazione di ricarica. "TUC" che introduce sul mercato una nuova tecnologia (TUC) in grado di digitalizzare e rendere continuamente riconfigurabile l'esperienza di mobilità all'interno dei veicoli, rendendoli a sua volta intelligenti e multimodali, ed è inoltre in grado di razionalizzare e semplificare il loro intero sistema elettronico. Il TUC è un plug multimodale, ovvero un'interfaccia digitale/strutturale implementabile in fase progettuale o di restyling nel telaio dei principali mezzi di trasporto, concepita sia come punto di fissaggio strutturale, dove è possibile ancorare in sicurezza i vari elementi costituenti l'esperienza interna dei veicoli, sia come sistema di hub & switches digitali per lo scambio e l'elaborazione dei dati tra i vari dispositivi connessi. L'intero sistema è gestito dal TUC Brain, una centralina unica collegata ai dispositivi personali dell'utente che consente di gestire e configurare direttamente da smartphone l'esperienza interna del veicolo. "We Glad" è una startup in ambito social impact in fase super-early stage. L'idea iniziale in corso di validazione si sta focalizzando sullo sviluppo di una app principalmente dedicata a persone con disabilità temporanea o permanente in grado di supportare la mobilità urbana attraverso l'individuazione di percorsi personalizzati privi di barriere architettoniche, a seconda della tipologia di disabilità e dell'ausilio motorio necessario.

(Il Denaro, 29 maggio 2020)


Khamenei usa Twitter per invocare la "soluzione finale" di Israele

Segnala Trump e caccia i suprematisti, ma Twitter glissa su Khamenei che ogni giorno vuole "eliminare Israele".

di Giulio Meotti

ROMA - L'account del partito Alba dorata in Grecia, del suprematista bianco Alex Jones negli Stati Uniti e del gruppo neonazista tedesco Better Hanover, per citare soltanto alcuni profili che Twitter ha bannato per violazione delle regole contro l'incitamento all'odio, l'antisemitismo e il razzismo. O il leader della Nazione dell'islam, Louis Farrakhan, costretto a cancellare un tweet in cui paragonava gli ebrei alle "termiti". Ma quando la Guida suprema della Repubblica islamica d'Iran, l'ayatollah Ali Khamenei, paragona gli ebrei israeliani a un "cancro", Twitter glissa. Khamenei ha pubblicato dieci giorni fa un poster che evoca la "soluzione finale". Si vede Gerusalemme conquistata dai terroristi e senza più ebrei, sovrastata dalla scritta: "La Palestina sarà libera. Soluzione finale".
  Sono partite subito richieste di mettere al bando l'account Twitter di Khamenei. Richieste, come già successo, ignorate. Khamenei ha appena "chiarito" sempre su Twitter che l'espressione "soluzione finale" (coniata dai nazisti a Wannsee) non si riferisce agli ebrei, ma "solo" a Israele. E ha concluso il suo nuovo tweet con le testuali parole: "Eliminating Israel & it will happen" ("Eliminare Israele ed è ciò che accadrà"). E l'Iran per far sì che "it will happen" finanzia con miliardi di dollari i gruppi terroristici antisraeliani.
  "I ventisette paesi Ue e Josep Borrell condannano le dichiarazioni di Khamenei che mettono in discussione la legittimità di Israele", ha detto l'Alto rappresentante per la politica estera dell'Unione europea. Tali dichiarazioni sono "totalmente inaccettabili e incompatibili con l'obiettivo" di garantire che "la regione sia stabile e pacifica. L'Ue ribadisce il proprio impegno a favore della sicurezza di Israele". E con una lettera al ceo di Twitter, Jack Dorsey, la neo ministra israeliana per gli Affari strategici Orit Farkash Hacohen ha chiesto la "sospensione immediata" dell'account di Khamenei "per la sua costante pubblicazione di post antisemiti e genocidi".
  Anche un anno fa, un tweet del leader iraniano ha sollevato dubbi sui termini di servizio di Twitter e sul doppio peso del gigante sociale. Khamenei aveva già twittato: "Israele è un tumore maligno canceroso nella regione dell'Asia occidentale che deve essere rimosso e sradicato: è possibile e accadrà".
  Le regole di Twitter dettano: "Non puoi fare specifiche minacce di violenza o desiderare gravi danni fisici, morte o malattie di un individuo o di un gruppo di persone". Eppure, quando i tweet di Khamenei vengono segnalati alla direzione del social, la risposta è quasi sempre la stessa: "Non vi è stata violazione delle regole di Twitter contro comportamenti abusivi". In risposta a una richiesta di commento, un rappresentante di Twitter aveva risposto a Fast Company sul caso Khamenei: "Bloccare un leader mondiale da Twitter o rimuovere i loro controversi tweet nasconderebbe informazioni importanti che le persone dovrebbero potere vedere e discutere". Una risposta in linea di principio corretta, salvo che Twitter è appena intervenuta per segnalare un tweet di Donald Trump contro il voto via posta, a suo dire "falsato". In fondo al tweet del presidente americano, il social ha inserito una frase in blu, "leggi come stanno le cose sul voto postale". Nulla di simile è mai comparso sotto ai tweet di Khamenei per segnalare la sua invocazione alla distruzione dello stato di sei milioni di ebrei israeliani.
  Siamo in pieno paradosso algoritmico. Il paradosso è che il Global Times, una sorta di Pravda inglese del Partito comunista cinese, diffonde propaganda antiamericana su Twitter, che è vietato in Cina, su come i soldati americani avrebbero portato il Covid-19 a Wuhan lo scorso autunno. Twitter, nel frattempo, oscurava il popolare sito web Zero Hedge per avere pubblicato un articolo che collegava uno scienziato cinese all'epidemia. Non meno paradossale del bando che il presidente iraniano Hassan Rohani ha deciso contro l'uso nel paese di qualsiasi prodotto israeliano, compresi hardware o software. Come ha spiegato David Horovitz su Times of Israel, "farebbe arretrare l'Iran di 50 anni: niente computer, internet, telefoni cellulari". Forse Jack Dorsey potrebbe dare loro una mano: niente Twitter a chi lo usa per invocare una nuova "soluzione finale del problema ebraico".

(Il Foglio, 28 maggio 2020)


Shavuot 5780

La sera di giovedì 28 maggio inizia la festa di Shavuot che termina il 30 maggio in corrispondenza del 6 e 7 del mese ebraico di Sivan e celebra il momento in cui gli ebrei ricevettero la Torà.
   Shavuot significa "settimane" e cade esattamente sette settimane dopo Pesach, la festa che ricorda la liberazione degli ebrei dalla schiavitù egiziana. Il periodo tra le due ricorrenze, contrassegnato dal conteggio dell'omer (la benedizione in ricordo della misura d'orzo che si offriva presso l'antico Tempio di Gerusalemme), è vissuto con profondo coinvolgimento e rappresenta una fase di elevazione spirituale in preparazione della rivelazione della Torà.
   Durante Shavuot vengono celebrati i valori universali dei Dieci Comandamenti, strumenti alla base dell'etica di ogni uomo e ogni donna.
   Il dono ricevuto viene festeggiato ogni anno con la stessa gioia ed intensità: è uso infatti decorare con tantissimi fiori le sinagoghe come simbolo della fioritura improvvisa del Monte Sinai e dello straordinario profumo che si diffuse durante il momento della rivelazione della Torà.
   Quello da Pesach a Shavuot è un vero e proprio cammino in cui progressivamente ci si libera interiormente dalla schiavitù per essere in grado di ricevere le regole di comportamento che permettono di convivere pacificamente e in armonia. La festa coincide con il momento di maturazione spirituale in cui si è pronti godere pienamente della libertà nel suo vero significato.
   Shavuot è chiamata anche Hag ha-Qatsir, Festa della mietitura e Yom ha-Bikkurim, Giorno delle primizie, esso era infatti il primo giorno in cui si potevano portare in offerta all'antico Tempio di Gerusalemme le primizie di frumento, orzo, fichi, uva, melagrane, olive e datteri; le sette specie per le quali si loda la Terra di Israele. Fa parte con Pesach (la festa della primavera e della rinascita della terra) e Sukkot (la festa del raccolto) degli Shalosh Regalim, i tre pellegrinaggi che si facevano per giungere al Tempio di Gerusalemme.
   Shavuot è una ricorrenza fatta di sapori e profumi, un'occasione nella quale si rinnova il forte legame tra ebraismo e natura, come racconta il video del MEIS qui a lato facendovi visitare il Giardino delle domande che riapre al pubblico giovedì 28 maggio.
   Durante la festa si legge il Libro di Ruth dedicato alla storia dell'omonima donna moabita, vedova del marito ebreo, che nonostante la fede religiosa diversa decise di convertirsi, abbandonare tutto e seguire la suocera Noemi in Terra di Israele dove sposò Boaz. "Ti seguirò ovunque tu vada" disse Ruth a Noemi, divenendo il simbolo di uno dei più toccanti sodalizi femminili. Il ruolo di Ruth nella storia ebraica è particolarmente emblematico: non solo pone al centro il ruolo cruciale delle donne nell'ebraismo celebrandone il coraggio e la caparbietà, ma racconta la vicenda di una donna convertita, non ebrea per nascita. È allora significativo che proprio dalla stirpe a cui dà vita Ruth discenderà David, uno dei re di Israele.
   Il Libro di Ruth viene letto a Shavuot proprio perché l'ambientazione della storia coincide con il periodo della mietitura e la donna si impegnò nel lavoro dei campi in prima persona facendo la spigolatrice. È però anche una delle storie che riflettono l'importanza della trasmissione dei valori di generazione in generazione (midor le dor) e dei rapporti interpersonali.
   Nelle comunità ebraiche italiane è tradizione celebrare proprio durante Shavuot il bat-mitzvà, la maggiorità religiosa, delle ragazze di dodici anni che attraverso questo rito di passaggio entrano nell'età adulta. Alcuni inoltre usano trascorrere tutta la notte a studiare Torà e consumare un pasto a base di latticini; spiegano infatti i maestri che come il latte per un neonato è un alimento completo, così il popolo ha recepito la Torà come una legge compiuta e autorevole. Chag Shavuot Sameach, Felice festa di Shavuot.

(meisweb.it, 28 maggio 2020)


Shavuot: Rousseau e la legge di Mosè

E' noto che i Dieci Comandamenti (meglio sarebbe dire le Dieci Parole) furono accettati dal popolo ebraico e successivamente accolti da tutti i popoli nelle linee essenziali (anche se con modifiche rilevanti). La festa di Shavuot è l'occasione per ascoltare, anche in questi giorni di epidemia, la promulgazione - rivelazione avvenuta davanti a tutto il popolo. La domanda è se gli ebrei e i gentili abbiano veramente accettato in toto la "Legge di Mosè" e che influenza essa ha avuto sugli ebrei.
   Può essere però interessante leggere cosa pensava, sugli ebrei e sulla legge di Mosè, Jean-Jacques Rousseau, filosofo che non simpatizzava particolarmente per il popolo ebraico, le cui parole sono quindi ancora più significative. Ecco cosa scrive Rousseau (nel testo conservato alla Biblioteca pubblica di Neuchatel, Cahier de Brouillons, notes and extraits, 7843):
    …. Ma è uno spettacolo stupefacente e veramente unico vedere un popolo senza patria, privo di tetto e di terra da circa duemila anni, un popolo misto di stranieri, forse senza più un solo discendente delle primitive razze , un popolo sparso, disperso sulla terra, asservito, perseguitato, disprezzato da tutte le nazioni, che nondimeno conserva le sue caratteristiche, le sue leggi, i suoi costumi, il suo amore patriottico per l'originaria unione sociale, quando tutti i legami sembrano spezzati. Gli Ebrei ci danno un sorprendente spettacolo: le leggi di Numa, di Licurgo, di Solone, sono morte; quelle di Mosè, ben più antiche, sono sempre vive. Atene, Sparta e Roma sono perite e non hanno più lasciato figli sulla terra; Sion distrutta non ha perso i suoi. Essi si mescolano fra tutti i popoli e non vi si confondono mai; non ha più capi, e sono sempre un popolo, non hanno più patria, e sono sempre cittadini.
       Quale deve essere la forza di una legislazione capace di operare simili prodigi, capace di sopravvivere ai costumi, alle leggi, all'autorità di tutte le nazioni, che, infine, per queste prove promette loro di continuare a sostenerli tutti, di vincere le vicissitudini, e di durare quanto il mondo? Di tutti i sistemi di legislazione che ci sono noti, gli uni sono enti razionali la cui stessa possibilità è discussa; altri hanno prodotto solo pochi fedeli, altri non hanno mai fatto uno Stato ben costituito,. Eccettuato questo qui, che ha sempre subito ogni prova ed ha sempre resistito. L'Ebreo e il Cristiano sono concordi nel riconoscervi la mano di Dio che, secondo l'uno, sostiene il suo popolo e, secondo l'altro, lo punisce; ma chiunque deve riconoscervi una meraviglia unica, le cui cause, divine o umane, certamente meritano lo studio e l'ammirazione dei saggi più di tutto quello che la Grecia e Roma offrono di ammirabile in materia di istituzioni politiche e di insediamenti umani.
Queste parole sono significative perché scritte oltre due secoli or sono: cosa direbbe oggi Rousseau dopo la nascita dello Stato d'Israele, un caso davvero unico di cui solo i libri di storia adottati nelle nostre scuole non si rendono conto, relegando la storia degli ebrei tra quella dei popoli antichi.
   Cosa ha preservato il popolo ebraico dall'assimilazione nonostante la dispersione, le persecuzioni, i massacri legati alle epidemie che hanno costellato la sua storia? Rousseau non ha dubbi: la legislazione di Mosè, messa al centro dell'educazione da una generazione all'altra ha garantito la continuità. Una legge ascoltata o trasmessa non da un solo uomo, ma da tutto un popolo, che ha voluto rimanere fedele alle parole e all'impegno assunto ai piedi del Monte Sinai.
   Una legge scritta sui rotoli di pergamena, con cui il popolo ebraico usa ballare con gioia. Perché solo ciò che si trasmette con gioia può attraversare i secoli.

(Progetto Dreyfus, 28 maggio 2020)


Le mascherine? Il nuovo fashion trend Made in Israel

di Michael Soncin

 
La moda, specchio del mondo, riflette il periodo nel quale viviamo. Se in questo momento l'intero globo per la salvaguardia della propria e altrui salute, deve indossare mascherine di protezione, meglio farlo con stile, scegliendo quello che rispecchia di più la propria personalità.
  La chiusura della maggior parte delle attività, durante la fase più delicata della pandemia, ha lasciato in Israele artisti, stilisti, sarti e operai del settore tessile senza lavoro. Molti di loro, come riporta NoCamels, si sono sentiti in dovere di aiutare, apportando ciascuno il proprio contributo. Maschere così belle, alla moda e innovative che non saranno più un imbarazzo ma divertenti accessori, oggi imprevedibilmente, indispensabili da indossare.
  Motivi floreali, fantasie geometriche, patchwork e messaggi di solidarietà sono solo alcuni degli elementi d'ispirazione che hanno contraddistinto la creatività degli stilisti israeliani nel disegnare le mascherine protettive da indossare, a causa del nuovo coronavirus.

 "Happy People". La collezione di Yarden Oz
  La stilista Yarden Oz con la collezione Happy People ha pensato alle esigenze di tutti.
Una delle varianti proposte e più richieste è l'animalier, trend che ciclicamente si ripresenta, come il maculato, lo zebrato o il tigrato. Se siete ai preparativi per una serata galante o all'insegna del chic-style, sarà una pioggia di paillettes dal colore argento ad adornare la vostra mascherina. L'olografico è praticamente ovunque, dagli accessori, all'abbigliamento fino al make up, dove ha spopolato con gli illuminanti per il viso, quindi tranquille, Yarden ha pensato anche a quello, troverete una mascherina dalla texture perlato cangiante, nello stesso stile da abbinarvi. Ma non è finita qui, sul sito della designer potrete acquistare fantasie murales, per chi predilige un look più streetwear, o un genere la cui ispirazione sembra fondersi tra un'opera dell'artista Roy Lichtenstein ed i fumetti della Marvel. Siete indecisi o preferite qualcosa di più monocromatico, magari da abbinare a qualche accessorio? Le tinte unite non mancano dalla lista. Davvero una bella mossa, quella di questa giovane stilista israeliana, nota per gli abiti da sposa e da sera, trovatasi improvvisamente senza lavoro quando le celebrazioni dei matrimoni furono del tutto bandite, ha colto l'occasione con le sue mascherine "di portare in questa era un po' di colore e gioia", si legge dal suo sito. "Adoro il mio lavoro perché posso vestire le donne nel giorno più felice della loro vita", afferma la designer ad Haaretz.

 Un insolito duo tra un ristoratore e un'imprenditrice di moda
  La moda israeliana è anche eco-sostenibile, creare maschere artigianali per il viso con tessuti riutilizzabili è l'idea venuta da un unione insolita e fortuita tra un ristoratore, Alon Levi, e Dana Kira un'imprenditrice della moda che opera a Tel Aviv, quando entrambi in occasione dell'epidemia hanno visto le loro attività bloccarsi.
  Tutte le maschere sono cucite localmente. Non essendo usa e getta è possibile ridurre gli sprechi. Amit Shalom del marchio BoBo contattato da Kira ha donato i tessuti rimasti inutilizzati, consentendo di ridurre ulteriormente il prezzo delle maschere, le quali sono consegnate gratuitamente e disponibili ovunque in Israele. "È molto importante per noi rendere accessibili le nostre maschere in modo che chiunque possa permettersele", spiega Levi.

 Trapunte da sogno e maschere gratuite ai più bisognosi
 
  Ruth Lenk, un'insegnante d'arte di Netanya dopo aver iniziato a vendere le proprie trapunte, sulla pagina Facebook, The Creative Adult, incoraggiata dalla propria famiglia, ha pensato di darsi anche alle mascherine. Per ogni maschera venduta ha deciso di regalarne una al personale ospedaliero e agli anziani che si trovano nelle case di riposo. Nel caso abbiate fatto già provvista di mascherine, non vi resta che dare uno sguardo a queste variopinte trapunte, che possono diventare anche una sorta di arazzo da appendere alle pareti di casa. Alcune riprendono il motivo del Maghen David (Stella di Davide), altre la Mano di Miriam. Guardandole sprigionano un'atmosfera che ricorda molto quella delle splendide illustrazioni che si trovano nei libri per bambini. Un tuffo di cromie che appaga la vista.

 Quando l'idea vien dal mare: "Le maschere Fishi Fish"
   "È successo tutto molto in fretta", dice Kancepolsky a NoCamels. "Ho passato tutta la notte a cucire campioni e la sera successiva li avevamo già messi in vendita." Doraya Avital Kancepolsky e Oryan Asher fondatori del marchio Fishi Fish quando le autorità israeliane annunciarono l'obbligatorietà di indossare le maschere all'aperto si misero subito al lavoro. Ne è venuto fuori un design che rispecchia i codici del brand, che ha il mare come principale punto d'ispirazione. I loro prodotti tutti fatti a mano, spaziano dagli accessori per donna e uomo come zaini, pochette e tracolle, a dei gioielli dallo stile semplice e essenziale davvero accattivante.

 Il progetto "futuristico" di Yael Mordecay
  Un tempismo perfetto, nato proprio in coincidenza nel momento del bisogno. La maschera protettiva creata dalla studentessa Yael Mordecay dell'Accademia di belle arti di Gerusalemme faceva parte di un progetto del primo semestre che si occupava di scenari futuri. "Ho deciso di affrontare l'inquinamento atmosferico, che diventerà un problema significativo in futuro. "L'obiettivo principale del corso era la tecnologia indossabile, quindi ho cercato una protezione contro l'inquinamento atmosferico, costruendo una maschera sugli stessi principi della tipologia N95 che sono anche in grado di filtrare il coronavirus", spiega a NoCamels. "La custodia per la maschera ha due funzioni: la prima è un sensore che monitora l'aria circostante e avvisa l'utente quando indossare la maschera, la seconda è la luce UV che si accende una volta che la maschera è all'interno della custodia per mantenerla sterile per un uso ripetuto". Nessun fastidio alle orecchie, poiché la maschera è senza spalline, grazie ad un adesivo speciale riutilizzabile da apporre sulla pelle. "Mordecay ha detto che voleva che la maschera per l'uso quotidiano fosse "comoda, leggera e compatta".

 II neo-barocco e il militar posh di Stav Ofman
  "Gianni" è il nome di una delle sue mascherine, molto probabilmente, visto lo stile neo-barocco, come tributo allo stilista italiano, genio della moda, Gianni Versace. Stav Ofman fashion designer diplomatasi in una delle scuole di design più rinomate in Israele, lo Shenkar College, ha ben pensato di dare un nome a ciascuna delle maschere di protezione facciale da lei pensate. Ritroviamo nomi come la "The Eden", probabilmente ispirata alla parashà di Bereshit nella Torah, o la "The Matrix", come la nota pellicola cinematografica. A Londra ha lavorato per Mary Katrantzou, stilista greca di fama internazionale. "È tornata in Israele per una vacanza durante la festività di Purim", scrive Haaretz, ma quando ha visto che la situazione a causa del coronavirus stava peggiorando ha deciso di rimanere. Le prime maschere ad essere prodotte furono dei pezzi unici, poiché per farle ha utilizzato i tessuti avanzati durante gli studi di moda. Sul suo sito potrete scegliere quella che più vi s'addice, avendo a disposizione tre tipi diversi di taglie. "Ora sta pensando di lavorare su abiti da abbinare alle maschere, o forse ai costumi da bagno".

 E per i più piccoli? Unicorni e Pois
  Nel creare maschere per bambini, Rachel Aharami si è sbizzarrita fra arcobaleni, unicorni e cuoricini. Tinte pastello e tinte vivaci, che incorniciano il volto, riempendolo d'armonia, sì, perché i suoi colori hanno catturato l'attenzione anche degli adulti, tant'è che la costumista si è vista arrivare persone adulte a richieder mascherine della loro taglia con le stesse fantasie che erano pensate per i più piccoli. Lo sappiamo tutti che gli adulti forse superano i bambini in tema d'unicorni. Da un paio d'anni o forse più l'unicorno è diventato una vera e propria ossessione. Rachel è una delle diverse persone che in Israele è riuscita a reinventarsi quando il covid-19 ha lasciato molti senza lavoro. Rachel Aharami prima di cucire mascherine per bambini, vista la difficoltà per loro di trovare una taglia della dimensione adatta, perché quelle in commercio erano troppo grandi, cuciva vestitini su misura per Purim ai bambini oltre a confezionare abiti per il Bat Mitzvah. Direi che il momento di ricominciare a produrne di nuovi è arrivato.
  Non c'è ombra di dubbio, le maschere customizzate nelle molteplici varianti diventeranno il nuovo fashion trend. Ne vedremo delle belle sulle prossime passerelle di tutto il mondo.

(Bet Magazine Mosaico, 28 maggio 2020)


USA vogliono che Israele blocchi gli investimenti cinesi nelle sue reti 5G

L'ambasciatore degli Stati Uniti in Israele David Friedman ha esortato i funzionari israeliani a fermare gli investimenti cinesi nella tecnologia di rete 5G nel paese, secondo il quotidiano Haaretz. Ciò è avvenuto durante i colloqui tra David Friedman e il ministro delle comunicazioni israeliano Yoaz Hendel.
  L'ambasciatore Friedman ha anche informato i suoi interlocutori della preoccupazione che gli Stati Uniti hanno riguardo agli investimenti della Cina in progetti tecnologici israeliani.
  Gli Stati Uniti ritengono che le società cinesi possano utilizzare la loro partecipazione a tali progetti per costruire reti 5G per lo spionaggio.
  A ottobre, dopo tre anni di pressioni statunitensi, il gabinetto di sicurezza israeliano ha deciso di creare un meccanismo per monitorare gli investimenti cinesi.

 Il confronto con Huawei
  Lo scorso maggio, Washington ha inserito nella lista nera Huawei, sostenendo che la società intende fornire accesso back-door ai servizi d'intelligence cinesi.
  Gli Stati Uniti hanno esercitato pressioni su altre nazioni affinché seguano l'esempio, sebbene queste siano state respinte da paesi come la Germania e il Canada, che hanno insistito sul fatto che prenderanno le proprie decisioni in merito al coinvolgimento di Huawei nella prossima generazione di tecnologia di connessione wireless.

(Sputnik Italia, 28 maggio 2020)


Le insurtech israeliane a confronto con gli assicuratori italiani

Entra nel vivo dell'operatività l'Italian Insurtech Association (IIA), entità senza scopo di lucro costituita all'inizio del 2020 da soggetti rappresentativi di tutte le componenti della filiera del mercato assicurativo per accelerare l'innovazione digitale dell'industria assicurativa in Italia. Tra i servizi dell'associazione c'è anche l'organizzazione di momenti di confronto attraverso vertical workshop finalizzati a individuare le best practice (su tecnologia, customer experience e InsurTech User Journey) e a valutarne l'applicazione in Italia.
   Il primo appuntamento è con Israele, Paese in cui è diffusa l'applicazione delle nuove tecnologie digitali ai servizi finanziari e assicurativi. Sono circa 6.000 le imprese censite, 400 delle quali basate a Tel Aviv, una delle capitali mondiali dell'innovazione tecnologica.
   Il 18 giugno, grazie alla collaborazione con InsurTech Israel, società fondata nel 2017 per promuovere l'innovazione nel settore assicurativo, si terrà alle 15.00 un workshop nel corso del quale saranno presentate agli operatori italiani le migliori startup e scale-up insurtech del Paese. InsurTech Israel, che ha il compito di mettere in contatto startup e scale-up del Paese con i maggiori gruppi assicurativi globali, ha selezionato 11 imprese che illustreranno i loro modelli operativi e le tecnologie abilitanti.
   "L'IIA è nata per contribuire a recuperare il ritardo dell'Italia nell'evoluzione digitale del business assicurativo - ha affermato Simone Ranucci Brandimarte, socio fondatore e Presidente dell'IIA - Compiere questa missione richiede, necessariamente, anche di guardare oltre i nostri confini per incorporare nel nostro sistema le migliori esperienze internazionali. Israele è tra i Paesi con il maggior tasso d'innovazione nel fintech e nell'insurtech: partire dalle loro imprese ci è sembrato, anche simbolicamente, il modo migliore per dare inizio al nostro lavoro".

(insurzine.com, 28 maggio 2020)


Ingaggiato da squadra israeliana, minacce a un calciatore della nazionale palestinese

 
Abdallah Jaber
Abdallah Jaber è un difensore della nazionale palestinese di calcio, che è nato a Taibeh e quindi ha passaporto israeliano. È dal primo luglio prossimo militerà nella Hapoel Hadera, una squadra israeliana.
Un semplice trasferimento di club per uno sport che lentamente sta cercando di tornare alla normalità pre-pandemia. E invece no, perché il passaggio al campionato della Stato ebraico ha portato grossi problemi al 27enne calciatore, che alla stampa ha dichiarato:
"La gente è impazzita, è impazzita davvero. Sto ricevendo minacce e insulti sul web e anche miei familiari sono stati minacciati per strada. È solo un fatto politico, è una questione delicata che con il calcio non c'entra nulla".
Alla radio israeliana Jaber ha continuato:
"Ho partecipato ad incontri importanti con l'Arabia Saudita, con gli Emirati, con l'Australia e col Giappone. In passato mi muovevo nei Paesi arabi con un lasciapassare palestinese. Ma il fatto che io abbia tuttora la nazionalità israeliana mi ha ostacolato professionalmente. Ad esempio, ha impedito che io fossi ingaggiato da una squadra in Egitto. Se la nazionale mi chiamerà ancora e se il mio club attuale me lo consentirà, tornerò a giocare con la Palestina".
A colpire è un altro particolare. Il fratello minore di Abdullah Jaber, Mahmoud, attualmente è un centrocampista in rosa dell'Hapoel Nof HaGalil, squadra di seconda divisione israeliana che l'ha preso in prestito dal Maccabi Haifa.
Al momento non risulta che il mediano abbia subito le stesse minacce del fratello maggiore. E allora cosa potrebbe essere alla base di questo ostracismo nei confronti di Abdullah Jaber che potrebbe perdere la nazionale palestinese?
Forse perché è un simbolo della sua nazionale? Magari le diverse leadership palestinesi di vari settori non possono permettere che un calciatore della nazionale giochi in Israele?
Un conto è un giovane atleta (Mahmoud Jaber, classe 1999) agli inizi della carriera, un altro è un atleta nel pieno della sua attività agonista (Abdullah Jaber) che milita nella nazionale palestinese…

(Progetto Dreyfus, 28 maggio 2020)


L'Iran mette al bando tutti i prodotti israeliani

"Un crimine contro Dio collaborare con Israele"

di Paolo Castellano

Il 25 maggio il presidente iraniano Hassan Rouhani ha bandito dall'Iran i prodotti israeliani. Ennesima provocazione, dopo il tweet pubblicato la scorsa settimana da Ali Khamenei in cui il leader supremo ha invocato su Twitter una "soluzione finale" contro lo Stato ebraico. Il tweet di Khamenei ha indignato le diplomazie di tutto il mondo, compresa l'Unione Europea che ha condannato il gesto.
   L'ultima disposizione di Hassan Rouhani, che è stata approvata dal parlamento iraniano, vieta l'uso di qualsiasi prodotto made in Israel all'interno del territorio iraniano. Come riporta Israel National News, il divieto riguarda anche i prodotti tecnologici come hardware e software. Il provvedimento è stato accettato dai parlamentari iraniani con un voto unanime.
   Secondo le istituzioni iraniane, la legge è stata creata per "affrontare gli atteggiamenti ostili del regime sionista che minacciano la pace e la sicurezza". Da ora in poi, ogni cooperazione con Israele è considerata "un atto contro Dio". Recita il provvedimento vigente in Iran.
   Come è noto, il regime iraniano ha esteso il suo controllo anche sui mezzi di comunicazione. Per esempio, la censura iraniana si è abbattuta su Internet e su alcune applicazioni israeliane come Waze. Quest'ultimo evento si inserisce all'interno della lunga lista di atteggiamenti anti-israeliani condotti dai rappresentati dell'Iran. Incluso il leader supremo Ali Khamenei che minaccia ripetutamente Israele con toni violenti, dichiarando di voler bombardare Tel Aviv e definendo lo Stato ebraico come un "tumore da sradicare".
   Il 20 maggio, il leader supremo ha pubblicato un tweet contro Israele in cui si augurava una "soluzione finale". Queste due parole vennero utilizzate da Hitler per mettere in atto un genocidio che coinvolse 6 milioni di ebrei in tutta Europa. Benjamin Netanyahu ha immediatamente replicato alla minaccia iraniana sul suo profilo Twitter: «Khamenei deve sapere che qualsiasi regime che minacci Israele di sterminio si troverà in un simile pericolo». Dopo la reazione del governo Israeliano e della comunità internazionale, il leader supremo ha chiarito che "soluzione finale" non si riferiva agli ebrei ma solamente allo Stato di Israele.
   Il 22 maggio, l'account Twitter di Ali Khamenei ha insistito sulle minacce allo Stato ebraico: «Il virus sionista non durerà a lungo e il regime sionista non sopravviverà e sarà distrutto».

(Bet Magazine Mosaico, 28 maggio 2020)


Israele, fino a luglio non si vola

I voli commerciali in Israele non riprenderanno fino a metà luglio. È quanto ha dichiarato il direttore generale dell'aeroporto Ben Gurion Shmuel Zakaim al sito d'informazione Ynet. E anche quando ci sarà il via libera, ha spiegato Zakaim, il numero di aerei in partenza rimarrà basso. "Le norme sociali di distanziamento negli aeroporti non ci permetteranno di aumentare la capacità di passeggeri - ha dichiarato Zakaim - Se terremo il passo a questo ritmo, vedremo qualche dozzina di voli in partenza dall'aeroporto Ben Gurion a partire da metà luglio e non prima. Finché non ci sarà un vaccino per il coronavirus e la malattia continuerà a spostarsi da un paese all'altro, non ci saranno cambiamenti significativi".
   Nei giorni scorsi l'autorità aeroportuale ha stilato una lista di paesi considerati come destinazioni non a rischio, tra cui Grecia, Cipro, Seychelles, Austria, Slovenia, Croazia, Serbia, Montenegro, Islanda, che sono caratterizzati da una bassa percentuale di contagi da Covid-19. L'idea sarebbe non solo di permettere di andare nelle destinazioni in elenco ma anche di escludere - per chi torna da quei paesi - la quarantena obbligatoria di 14 giorni. Al momento le restrizioni di volo sono ancora in vigore, quindi l'atterraggio in Israele richiede due settimane di isolamento mentre l'ingresso ai passaporti non israeliani è proibito.
   Secondo il giornalista Amichai Stein dell'emittente israeliana Kan, in queste ore il Primo ministro Benjamin Netanyahu ha partecipato a una riunione convocata dal cancelliere Sebastian Kurz con alcuni dei paesi considerati a basso contagio. "Vorrei trovare un meccanismo per fare i test per il Covid-19 sul campo, prima della partenza e dopo l'atterraggio dei passeggeri", il virgolettato di Netanyahu, riportato da Stein.

(moked, 27 maggio 2020)


Il Meis di nuovo attivo: la cultura ebraica tra relax e alimentazione

FERRARA - Il Museo Nazionale dell'Ebraismo Italiano e della Shoah di Ferrara da domani riaprirà le sue porte dopo la chiusura forzata per l'emergenza sanitaria. A cominciare dal Giardino delle domande, dove un percorso verde conduce alla scoperta delle regole dell'alimentazione ebraica e delle piante bibliche. Uno spazio sicuro e accogliente per ripartire nella sede di via Piangipane 81, in cui poter giocare all'aria aperta, esplorare Il giardino didattico dedicato all'alimentazione ebraica, partecipare a laboratori rivolti ad adulti e bambini ma anche leggere e passare un po' di tempo immersi tra ulivi e melograni. Non è un caso che Il Meis riapra proprio domani, prima della festa ebraica di Shavuoth che ricorda il momento in cui venne data agli ebrei la Torah e che è anche chiamata Hag ha-Qatslr, Festa della mietitura, e Yom haBlkkurlm, Giorno delle primizie, il primo giorno in cui si potevano portare in offerta all'antico Tempio di Gerusalemme le primizie di frumento, orzo, fichi, uva, melagrane, olive e datteri.

(Corriere di Bologna, 27 maggio 2020)


A Gerusalemme scoperta una moneta con la scritta "Anno due della libertà d'Israele"

 
 
"Anno due della libertà d'Israele": sono queste le parole impresse su un'antica moneta coniata al tempo della rivolta del condottiero Bar Kochba, pretendente al trono del regno di Giudea che guidò la terza guerra giudaica contro i Romani. La Israel Antiquities Authority ha presentato, informa Israele.net, che cita articoli apparsi sul "Jerusalem Post" e il "Times of Israel", la rara moneta in bronzo risalente al periodo della rivolta anti-romana del 132 d.C.: è stata scoperta di recente negli scavi condotti, sotto la supervisione della Società per la ricostruzione e lo sviluppo del quartiere ebraico della Città Vecchia di Gerusalemme, nel parco archeologico William Davidson, che si trova tra il Monte del Tempio e la Città di David. Sul dritto, la moneta è decorata con un grappolo d'uva e la scritta "Anno due della libertà di Israele". Il rovescio presenta una palma e la scritta "Gerusalemme" in ebraico antico.
   Le monete del periodo della rivolta di Bar Kokhba, sono ben conosciute dagli archeologi. La scoperta di queste monete aiuta i ricercatori a mappare la rivolta, che ebbe luogo circa 1.900 anni fa. Donald Tzvi Ariel, capo del Dipartimento monete presso la Israel Antiquities Authority, ha esaminato più di 22.000 monete di varie epoche rinvenute durante scavi archeologici nell'area della Città Vecchia di Gerusalemme. Dalla sua indagine risulta che solo quattro di quelle monete risalgono al periodo della rivolta di Bar Kokhba: un numero decisamente esiguo se paragonato al grande numero di monete di Bar Kokhba che sono state trovate al di fuori di Gerusalemme. Fra l'altro, delle quattro monete di Bar Kokhba trovate dentro la città, questa da poco scoperta è l'unica in cui appaia la parola "Gerusalemme".

(Adnkronos, 27 maggio 2020)


Ramallah tenta l'indipendenza, almeno nella sanità

«Nel 2019 l'Anp ha speso 220 milioni di Euro per la cura negli ospedali israeliani di nostri cittadini. Abbiamo già ridotto questo flusso e puntiamo a sviluppare una sanità indipendente e migliore» afferma Mai Al Keile, ministra della sanità dell'Anp.

di Michele Giorgio

Superata, almeno così sembra, l'emergenza coronavirus, l'unico tema al momento sul tavolo israelo-palestinese è l'annessione a Israele di una larga porzione di Cisgiordania. Netanyahu è stato chiaro l'altro giorno incontrando i quadri dirigenti del Likud, il suo partito. «Non lascerò passare l'opportunità di estendere la sovranità israeliana a terre patrie in Giudea e Samaria (Cisgiordania, ndr). Si tratta di una occasione storica come mai si è avuta dal 1948», ha detto descrivendo il territorio palestinese occupato nel 1967 come parte di Eretz Israel, la biblica Terra di Israele. Parole che smentiscono le voci di una frenata al suo piano di annessione unilaterale, a partire dal 1 luglio, a causa degli ammonimenti rivolti a Israele da alcuni paesi europei e dalle Nazioni unite.
   Le frecce all'arco palestinese intanto restano poche, considerando il sostegno insufficiente che arriva loro dall'Ue e dal mondo arabo. L'Anp per ora insiste sulla linea del disimpegno dagli Accordi di Oslo annunciato dal presidente Abu Mazen e confermato dal governo. «Manterremo l'ordine e la nostra sovranità in Cisgiordania, difendendo al tempo stesso i diritti civili dei palestinesi» assicura il premier Mohammad Shtayyeh. «Questa è una battaglia importante - sottolinea - una battaglia sull'esistenza nazionale della Palestina nel suo territorio e sulla prevenzione dell'annessione israeliana di terra palestinese attraverso l'espansione delle colonie». I dubbi sulle intenzioni vere dell'Anp tuttavia restano. Non è facile stabilire se l'interruzione dei rapporti con Israele e Usa e la fine della cooperazione con l'intelligence rappresentino il passaggio del Rubicone o restino una minaccia volta a scoraggiare Israele e a raccogliere consenso internazionale.
   I dirigenti palestinesi a Ramallah ripetono che l'annuncio fatto da Abu Mazen è concreto. Staccare la spina però è complicato per l'Anp che, di fatto, non può schiacciare un pulsante senza il via libera di Israele. Economia e finanza palestinesi sono sotto il controllo di Israele, così come l'import ed export. Il governo israeliano, lo ha già fatto innumerevoli volte, può interrompere in qualsiasi momento il trasferimento dei fondi palestinesi derivanti dalla raccolta di tasse e dazi doganali che rappresentano circa il 40% delle entrate dell'Anp. Ed è importante ricordare che la "Zona A", il territorio amministrato pienamente dall'Anp, rappresenta appena il 14% della Cisgiordania.
   Shttayeh a inizio settimana ha dato ordine di limitare i rapporti con la sanità israeliana e di interrompere appena possibile il trasferimento negli ospedali dello Stato ebraico di palestinesi gravemente ammalati che non possono essere curati in Cisgiordania e a Gaza. «Nel 2019 l'Anp ha speso 850 milioni di shekel (circa 220 milioni di Euro) per la cura negli ospedali israeliani di nostri cittadini. Abbiamo già ridotto questo flusso e puntiamo a sviluppare una sanità indipendente e migliore» ci spiega Mai Al Keile, ministra della sanità ed ex ambasciatrice palestinese a Roma. «Il mio ministero - assicura Al Keile - sta preparando un piano volto a migliorare le nostre strutture e le nostra assistenza medica. Nel frattempo Giordania ed Egitto sono disponibili a ricevere coloro che non possiamo curare in Cisgiordania e Gaza, tra 1000 e 2000 persone ogni anno».
   Indipendenza da Israele. Facile a dirsi, molto meno a farsi. Senza intoppi lo sviluppo del sistema sanitario palestinese comunque richiederà anni e il trasferimento di ammalati in Giordania ed Egitto, all'estero, è soggetto a restrizioni e controlli molti rigidi. «Il problema riguarda soprattutto i malati oncologici che necessitano cure immediate e terapie speciali molto costose» ci dice Steve Sosebee, del Pcrf, una ong palestinese che assiste gratuitamente bambini ammalati. Il Pcrf negli anni passati ha aperto dipartimenti di oncologia pediatrica in due ospedali pubblici in Cisgiordania e Gaza. «I bambini con il cancro possono essere curati nei nostri dipartimenti. Diverso è il caso dei pazienti oncologici adulti» aggiunge Sosebee «gli ospedali locali hanno pochi macchinari e non abbastanza medici e infermieri specializzati in oncologia. Mi auguro che gli accordi con Giordania ed Egitto siano già ben avviati, altrimenti non vedo come gli ammalati più gravi potranno essere assistiti in modo opportuno».

(il manifesto, 27 maggio 2020)


I falasmura tornano a Gerusalemme

 
Gli ebrei etiopi continuano a emigrare verso Israele. A fine febbraio ne sono arrivati 43, seguiti da altri 72 a marzo e 119 giovedì 21 maggio. Sono i primi tre gruppi a fare aliya. Altri ne seguiranno fino a raggiungere il numero complessivo di 398 etiopi autorizzato dal governo di Banjamin Netanyhau il 9 febbraio.
   In realtà non si tratta di veri ebrei etiopi. La comunità originale dei Beta Israel (che i cristiani etiopi chiamavano in modo spregiativo falasha, in amarico «esiliato» o «straniero») è stata portata in Israele negli anni Ottanta con tre grandi ponti aerei organizzati dalle Operazioni Mosè, Salomone e Giosuè. Furono sottratti alle persecuzioni e alle privazioni alle quali erano stati condannati dal dittatore Menghistu Hailè Mariam. Allora 90mila ebrei etiopi, che la leggenda vuole fossero gli eredi degli ebrei nati dall'unione di Re Davide e la Regina di Saba, ma le cui origini sono incerte, furono trasportati nella Terra Promessa. Una volta giunti in Israele faticarono molto a integrarsi. Un po' perché abituati a vivere in un ambiente premoderno e un po' perché l'ebraismo tradizionale non li aveva mai veramente accettati come appartenenti all'ortodossia. Negli anni, però, lentamente hanno iniziato a far parte attiva della società israeliana. Molti ragazzi hanno fatto strada nelle forze armate. La comunità è riuscita a far eleggere propri deputati. Fino ai giorni scorsi, quando Pnina Tamano-Shata è stata nominata ministro dell'Immigrazione, prima donna di origine etiope (giunta in Medio Oriente nell'ambito dell'operazione Salomone) a ricoprire una carica all'interno di un governo israeliano.
   Ma chi sono allora gli ebrei etiopi giunti in Israele in questi ultimi tre mesi? In realtà sono falasmura, cioè gli eredi di quegli ebrei etiopi che in passato furono costretti a convertirsi al cristianesimo. In Etiopia vivrebbero, in gran parte nei dintorni di Gondar (antica capitale imperiale) e di Addis Abeba, 8.200 ebrei convertiti al cristianesimo. Nel 2018, il governo israeliano ha autorizzato l'arrivo di un migliaio di immigrati di origine ebraica. Poi il dossier si è fermato ed è stato ripreso a febbraio quando è giunta l'autorizzazione all'arrivo di 398 falasmura.
Ed è stata proprio Pnina Tamano-Shata, insieme a Isaac Herzog, capo dell'Agenzia ebraica, ad accogliere il terzo gruppo di ebrei etiopi. «È un enorme privilegio dare il benvenuto a questi meravigliosi [immigranti] dall'Etiopia proprio poco dopo aver assunto la mia importante carica - ha detto nella cerimonia di accoglienza -. Avete aspettato molto tempo per realizzare il sogno dell'aliya. Ora siete tornati a casa e io, personalmente, sono estremamente commossa. In questa occasione voglio ricordare le centinaia di ebrei etiopi che hanno sognato Gerusalemme e sono morti lungo la strada per arrivarci».
   Giovedì 21 ricorreva infatti la ricorrenza che ricorda gli ebrei etiopi morti durante il tentativo di giungere in Israele. Alla cerimonia sul Monte Herzl a Gerusalemme hanno partecipato, oltre ai membri delle famiglia che hanno perso i loro cari, anche il presidente Reuven Rivlin, il premier Benjamin Netanyahu, il presidente della Knesset Yariv Levin, il giudice della Corte suprema David Mintz e, appunto, Tamano-Shata.
   «Non tutti sono tornati a casa, a Gerusalemme - ha detto Rivlin -. Padri e figli, sorelle e fratelli, nipoti e nonni non sono sopravvissuti al viaggio estenuante, ai predoni lungo la strada, alla fame, alle malattie, alle terribili condizioni nei campi di transito. Gerusalemme conserva per sempre il loro ricordo nel suo cuore».

(Rivista Africa, 27 maggio 2020)


Israele abbandona Pechino dopo la visita di Pompeo

di Davide Bartoccini

Il piano economico cinese non tiene in Israele. Washington sbarra la nuova Via della seta che voleva passare nel cuore del Medio Oriente e Pechino perde così le commesse per la costruzione di grandi opere vicine ai "siti sensibili" sul suolo israeliano che avevano messo in allerta fin dal primo momento gli 007 dei "Five Eyes". Le pressioni mosse dal Segretario di Stato Mike Pompeo, che si è recentemente recato in visita a Gerusalemme per ribadire agli omologhi dello Stato ebraico il "netto rifiuto di Washington alla penetrazione di Pechino", sembrano essere state sufficienti a mietere un'altra "vittima": l'azienda cinese che ha perso il contratto per costruire il più grande impianto di dissalazione di Israele.
   Appena due settimane fa, Mike Pompeo era volato nell'ambasciata americana di Gerusalemme - nuovo simbolo dell'eterna vicinanza tra i due Paesi alleati - e aveva messo in guardia i vertici israeliani nei confronti della Hutchison Water, direttamente collegata ad una conglomerata cinese con sede ad Hong Kong. L'azienda cinese era stata selezionata per costruire il cosiddetto "Soreq B", un gigantesco impianto di desalinizzazione che andrà ad aggiungersi a quello già in funzione in prossimità della base aerea di Palmachim, situata a sua volta in prossimità del Centro di Ricerca nucleare di Soreq. Questa nuova struttura è destinata a diventare la più grande del suo genere. In grado di produrre "200 milioni di metri cubi di acqua all'anno e aumentare la capacità di dissalazione di Israele del 35%".
   Dopo il cambio di rotta "suggerito" dal Segretario di Stato americano, essa verrà realizzata interamente dalla israeliana Ide: senza investimenti e senza la presenza di Pechino nell'operazione che permetterà ad Israele di "risparmiare al paese circa 3,3 miliardi di shekel durante la vita dell'impianto". L'annuncio formale, come riportato oggi dal quotidiano Haaretz , è stato fatto da un comitato congiunto dell'Autorità per l'Acqua, il ministero delle finanze e il ministero dell'Energia israeliani. Le autorità hanno concesso l'appalto alla società israeliana con sede a Kadima che si era già occupata dell'attuale impianto di dissalazione di Soreq.
   Il direttorio israeliano conferma in questo modo, e ancora una volta, la sua piena fiducia dell'alleato americano; che ha espresso il suo consiglio "strategico" attraverso il più autorevole dei suoi ambasciatori. Durante la sua visita in Israele, l'ex direttore della Cia Mike Pompeo ha sottolineato come gli investimenti cinesi nelle infrastrutture che sorgono in prossimità di siti sensibili potrebbero rappresentare un rischio per la sicurezza di Israele e dei suoi alleati.
Messa al corrente delle dichiarazione del segretario americano, l'ambasciata cinese presso lo Stato ebraico aveva immediatamente reagito a queste insinuazioni bollando come "assurde" le congetture che Washington sta sollevando intorno agli investimenti all'estero promossi da Pechino e sulla colpevolezza della diffusione del virus che ha provocato la pandemia.
   I diplomatici cinesi hanno rilasciato una serie di dichiarazioni nelle quali confidano che Israele: "sconfiggerà il coronavirus" insieme al "virus politico"; vittoria che le consentirà di "sceglierà la linea d'azione che servirà meglio i suoi interessi". La velata querelle fa chiaramente riferimento alle pressioni che il presidente americano Donald Trump sta esercitando nei confronti di tutti i partner e gli alleati che stanno "aprendo" alla Cina; con l'obiettivo di limitare gli investimenti di Pechino, e proseguire a sferzare colpi vincenti nella lunga "guerra commerciale" che si protrae con la potenza asiatica.
   La strategia americana è in larga parte basata sull'onnipresente pericolo per la sicurezza. E questa evenienza ha già spinto il gabinetto di sicurezza israeliano ad istituire un "meccanismo per monitorare gli investimenti cinesi" come diretto seguito delle pressioni degli Stati Uniti. Le morti sospette, come quella dell'ambasciatore cinese o dell'ipotetica "spia" collegata alla grandi opere cinesi in Australia, non fanno che giocare a favore di questa teoria che finisce per farci immaginare trame intriganti (quanto indimostrabili) degne della penna di Le Carré. Nonostante l'insistenza di Washington, tuttavia, le ombre cinesi continuano ad incombere sull'Occidente. A nulla sono valsi infatti i continui "moniti" dell'intelligence americana di rifiutare l'installazione della rete 5g in gran parte d'Europa. Se c'è davvero un pericolo di spionaggio infatti, a Pechino basterà invadere il cyberspazio, non il dissalatore di Soreq.

(Inside Over, 27 maggio 2020)


«Storia dell'ebraismo», di Martin Goodman

di Matteo Moca

Martin Goodman, docente di Studi ebraici all'Università di Oxford, è l'autore del fondamentale Roma e Gerusalemme. Lo scontro delle civiltà (tradotto da Laterza nel 2012), vera e propria pietra miliare nella storiografia ebraica, libro unico nel raccontare le vicende di quel popolo durante l'Impero romano e nell'illustrare le motivazioni che hanno portato alle configurazioni storiche, sociali e politiche dei secoli successivi. Con il suo nuovo libro Storia dell'ebraismo, pubblicato nel 2018 dalla Princeton University Press e prontamente tradotto per Einaudi da Luigi Giacone, Goodman offre al lettore una storia completa dell'ebraismo, dalle origini, rintracciabili intorno a due millenni prima di Cristo, fino agli anni più recenti, alla nascita dello stato di Israele e alle nuove correnti interne all'ebraismo, fornendo così agli studiosi e agli interessati un compendio da cui in futuro sarà impossibile prescindere.
   Come il titolo suggerisce, l'ampio lavoro di Goodman si concentra sul percorso millenario dell'ebraismo e non è dunque una storia degli ebrei: eppure, e questa è una delle cifre più importanti di questo libro, indagare l'itinerario della religione porta a considerare anche tutti quegli elementi politici e culturali che con essa hanno interferito, in un lavoro che quindi fonde in maniera mirabile le molteplici variabili che chiama in causa, non ultime le differenze linguistiche, simbolo dei riflessi delle diverse culture con cui si è trovato a dialogare il popolo ebraico.
   Per questi motivi Goodman finisce per coprire, oltre a un numero di anni "scoraggiante", secondo le sue parole, per qualsiasi studioso, anche un'area geografica immensa, riuscendo nel difficile tentativo di gestire queste innumerevoli forze centrifughe all'interno di una narrazione bilanciata e completa, che si muove con dimestichezza e senza alcuna sbavatura da un capo del mondo a un altro. Il discorso di Goodman situa intelligentemente la storia ebraica all'interno degli eventi "del più vasto mondo", modellando proprio su questo principio dialogico la sua storia e individuando secondo questo paradigma i momenti più importanti: si incontreranno, partendo dalle descrizioni di Flavio Giuseppe, le vicende in cui si trovò a nascere e crescere l'ebraismo negli imperi del vicino oriente, in Grecia e a Roma, i movimenti di cristianizzazione in Europa, le interazioni fondamentali con il Rinascimento e con l'Illuminismo, fino appunto a giungere alla complessa conformazione contemporanea, in un intreccio che rende ottimamente conto anche delle maggiori idee filosofiche e delle più importanti discussioni dottrinarie.

(Il Foglio, 27 maggio 2020)


Comunità ebraiche a rischio. Il caso belga

di Michael Sfaradi

Per le comunità ebraiche l'Europa non è mai stata un posto tranquillo, la storia, quella vera, lo insegna. Questo, e vale la pena sottolinearlo, a prescindere da Israele e dalle sue politiche. Israele ha dichiarato la sua indipendenza solo il 13 maggio del 1948, mentre le persecuzioni contro gli ebrei, con contorno di antisemitismo feroce condito da calunnie e menzogne, che è sempre arrivato in maniera trasversale da parte di quasi tutti i colori politici e dottrine varie, sono molto più vecchie, ma che dico vecchie, antiche. Per cui chi oggi giustifica decine di attentati che negli ultimi decenni sono stati portati a termine contro le istituzioni ebraiche, attentati che hanno lasciato dietro di loro una lunga scia di morti e feriti, ricercandone il motivo scatenante nella politica del governo israeliano, cerca di fare ammuina non rendendosi probabilmente conto, o peggio nascondendo colpevolmente, la gravità di ciò che è successo o del pericolo di quello che potrebbe accadere.
  Chi ancora cerca di giustificare, o peggio sdoganare il terrorismo, è solo un illusionista che fa il gioco delle tre carte nascondendo l'asso di cuori in una cortina fumogena intrisa nelle calunnie e menzogne di cui sopra. Calunnie e menzogne che anche se in molti casi sono già state smascherate, quasi per incanto, dopo un periodo di decantazione e dopo una bella lucidata, vengono riesumate e mandate nuovamente allo sbaraglio perché, come diceva Joseph Goebbels "Una menzogna ripetuta alla fine diventa una verità". In quegli attentati, purtroppo e troppo spesso, ci sono stati morti e feriti, feriti che in molti casi sono poi diventati invalidi che ogni giorno vivono la loro esistenza nel rimpianto di una vita che non sarà mai vissuta a pieno perché caduta nel baratro della disperazione solo per essersi trovati nel posto sbagliato al momento sbagliato. Persone che se quel giorno fossero uscite di casa un minuto prima, o uno dopo, avrebbero potuto vivere felici o, almeno, con la speranza di una felicità ormai irraggiungibile.
  Persone alle quali è stata tolta anche la speranza di una felicità possibile per il solo fatto di essere ebree, perché i loro figli frequentavano una scuola ebraica o perché si voleva pregare in una sinagoga, o perché si voleva presenziare a un qualsiasi momento di vita o a un evento della tradizione ebraica. Chi credeva che dopo la seconda guerra mondiale tutto sarebbe cambiato sbagliava, perché quella che soffia in Europa per le comunità ebraiche è, una volta ancora e da molti anni a questa parte, una brutta aria e di esempi, purtroppo, ne esiste un elenco intero. L'ultima voce di questo elenco arriva dal Belgio dove il governo ha fatto sapere che dal prossimo settembre verrà rimossa la protezione delle forze dell'ordine, in questo caso si trattava di militari dell'esercito regolare, alle Sinagoghe di Anversa.
  Le truppe belghe erano state inviate a guardia delle istituzioni ebraiche della città fiamminga nel maggio 2014, dopo che un islamista aveva ucciso quattro persone in una sparatoria terroristica al Museo ebraico di Bruxelles. Fra tutte le città belghe Anversa è quella che ha nella sua popolazione residente la più alta percentuale di islamici, ma non solo, la città ospita circa cento istituzioni ebraiche al servizio di una popolazione di 18.000 persone. Anche se le autorità giustificano la decisione indicando problemi di budget, legati alla crisi del Covid-19, si è levata forte la protesta da parte del Forum delle Comunità Ebraiche Fiamminghe che ha dichiarato che in questi tempi difficili, proprio in questo periodo, gli ebrei hanno bisogno di più protezione.
  Togliere la sorveglianza alle istituzioni ebraiche è, di fatto, il modo più disonorevole per lasciarle in balia della furia che, fomentata dagli estremismi, non tarderà ad alzarsi e a far sentire il suo ruggito nell'andare a colpire, come già fatto decine di volte in passato e in tutto il mondo, il ventre molle, e ora indifeso, dell'ebraismo europeo. Il governo belga giustifica la sua decisione con la mancanza di budget, come giustificherà i morti e i feriti di un attacco contro una qualsiasi di quelle cento istituzioni ebraiche che dal primo settembre, proprio alla vigilia delle più importanti festività del calendario ebraico, saranno lasciate senza protezione? Speriamo che questa mia previsione sia assolutamente errata, ma la richiesta di copertura da parte dei vertici delle comunità belghe a società private specializzate proprio nel settore sicurezza è un campanello d'allarme di tutto rispetto.
  In Israele gli osservatori non escludono che il togliere la protezione alle istituzioni ebraiche sia un segnale, di fatto un ricatto, a Israele in vista dell'annessione di parte della Cisgiordania come previsto dal piano di pace del Presidente Trump. Una sorta di ricatto non scritto e non palese, ma non per questo meno minaccioso, che mette in pericolo famiglie e anche minori che potrebbero rimanere coinvolti, come già lo sono stati in passato. Un ricatto che potrebbe estendersi al resto d'Europa o a parte di essa, mettendo altre comunità ebraiche più in pericolo di quanto già non lo siano. Un ricatto che potrebbe colpire ancora più a fondo la parte debole dell'ebraismo europeo trattandolo da ostaggio, e se questa valutazione dovesse poi risultare giusta le conseguenze, sia politiche che di altro genere, potrebbero essere imprevedibili per il semplice motivo che Israele non si lascerebbe comunque condizionare perché la sua sicurezza è condizione assoluta e necessaria.
  Un ricatto che con ciò che sta succedendo in Francia dove gli atti antisemitismo stanno crescendo esponenzialmente, in Germania, in Olanda e in Norvegia dove i governi consigliano agli ebrei di non esporre in pubblico simboli religiosi, o in Svezia dove il sindaco di Malmö ha consigliato alla comunità ebraica locale di trasferirsi a Stoccolma perché non può più garantire la sicurezza delle istituzioni ebraiche cittadine, dovrebbe aumentare i decibel della sirena dall'allarme che da troppi anni è inascoltata, come è volutamente ignorato, sempre da troppi anni, che le comunità ebraiche europee, lentamente ma costantemente, si stanno assottigliando.
  Il vecchio continente sta perdendo la parte più importante dei suoi ebrei e non capisce quanto ciò sia pericoloso, eppure basterebbe leggere qualche libro di storia per capire la fine che hanno fatto le nazioni rimaste senza i loro ebrei con l'impoverimento in tutti i campi che ne è sempre seguito. Fatto sta, però, che le politiche europee vanno verso altre rotte e altri interessi, prova ne sono le decine di votazioni all'Onu e all'Unesco dove, a parte poche rare eccezioni, gli stati europei, inchinandosi al potere del petrolio e degli affari, hanno sempre votato, in blocco e senza vergogna alcuna, contro gli interessi degli ebrei e di Israele.
  Ora il Belgio, ed aspettiamo di capire chi lo seguirà nella stessa decisione o in una simile, lascia i suoi ebrei senza protezione alla vigilia delle festività ebraiche più importanti e ciò che scandalizza, oltre la decisione stessa, è che la notizia non ha avuto risonanza sui media europei. Ciò che scandalizza, è che per il momento non abbiamo ancora visto alcuna levata di scudi a questa assurda ma ragionata decisione.

(Nicola Porro, 26 maggio 2020)


Dove allignano davvero odio etnico e apartheid?

Convivenza e crogiolo culturale in Israele, ostracismo e rifiuto da parte palestinese

Nell'attimo di premere "play" sull'ultimo singolo di Amir Abu potreste averne un'impressione sbagliata. Con un titolo come Balagan ("Caos"), la prima cosa che viene in mente è un allegra pezzo pop mediorientale. Ma pochi secondi dopo si scopre che è la canzone di un artista che si definisce "sensibile": il "caos" di cui sta cantando è dentro il suo cuore.
Abu è un israeliano arabo musulmano di 26 anni che è nato e cresciuto a Beersheba e che ha frequentato scuole ebraiche per tutta la vita. La passione per la musica l'ha ereditata dal padre, suonatore di oud. Dopo essere apparso in un reality show musicale concluso dopo solo nove episodi, Abu ha registrato cover in arabo di canzoni ebraiche, fabbricandosi i suoi video musicali e mettendoli on-line. La sua ultima canzone, Balagan, intreccia le due lingue in cui ha vissuto tutta la sua vita: arabo ed ebraico. "Questa è la prima canzone - dice - che ho scritto insieme alla mia direttrice musicale, Nofar Makover, e ci siamo davvero noi due. E' incentrata sul caos dello spirito. Sensazioni di confusione"....

(israele.net, 27 maggio 2020)


In arrivo da Israele la terapia antivirus che rallenta il morbo

Individuata la proteina che attiva gli anticorpi nei pazienti. Lo Stato ebraico ha arginato la pandemia isolando gli anziani e ora prepara un siero per immunizzare la popolazione

di Alessandro Gonzato

Israele ha scoperto gli anticorpi che neutralizzano il Covid-19 e i ricercatori stanno ultimando un vaccino passivo che consentirà di indebolire drasticamente l'impatto del virus. Non si tratta ancora, quindi, di un immunizzante in grado di prevenire il contagio, bensì di una terapia messa a punto dopo che gli scienziati sono riusciti a isolare otto tipi diversi di anticorpi monoclonali neutralizzanti. «È un ottimo punto di partenza per una cura finalizzata a salvare molte vite» ha dichiarato il dicastero della Difesa, che il 5 maggio aveva anticipato la notizia. Il Jerusalem Post aveva dato conto della visita all'Israel Institute for Biological Research (IIBR) del ministro Naftali Bennet Il giorno prima il premier Benjamin Netanyahu aveva annunciato lo stanziamento di 60 milioni di dollari per la lotta internazionale alla pandemia. A inizio febbraio, inoltre - prima che il virus raggiungesse Israele - Netanyahu aveva incaricato il ministero della Salute e l'IIBR di lavorare alla creazione di un vaccino su vasta scala: «È possibile che anche su questo tema», aveva detto, «se procediamo abbastanza velocemente, con un budget adeguato e le persone di talento che abbiamo, Israele sarà in vantaggio rispetto al mondo». Di fatto, anche se per avere il primo vaccino immunizzante servirà ancora tempo, Israele in vantaggio lo è stato fin dall'inizio. La strategia di isolare il più possibile gli anziani e le persone malate, lasciando maggiore libertà al resto della popolazione, ha fatto sì che finora in tutta la nazione (8 milioni 300mila abitanti) i decessi legati al Covid-19 siano stati "appena" 280. La decisione è stata duramente criticata da una parte della stampa internazionale, ma ha evitato che il virus colpisse in massa le fasce più deboli. Ormai lo Stato viaggia a una decina scarsa di nuove infezioni al giorno. Al momento le persone contagiate sono 2.250, di cui meno di 50 considerate in condizioni preoccupanti.
  Va poi detto che la teoria del presidente del Consiglio nazionale per la Ricerca e lo Sviluppo, Isaac Ben- Israel, secondo il quale dopo 70 giorni il Coronavirus batterebbe in ritirata, sembrerebbe trovare riscontro a livello mondiale, anche se è presto per sbilanciarsi.

 Test super-rapido
  Ora, dicevamo, Israele è sul punto di avere una cura ufficiale ed efficace all'epidemia. I ricercatori sono riusciti a individuare le proteine che iniettate nell'organismo di un paziente affetto da Covid-19 svolgono la funzione di immunodepressori e permettono di rallentare il decorso della malattia, fino alla guarigione. Resta da capire se in seguito potranno verificarsi casi di recidiva e se sì dopo quanto tempo, insomma, quanto durerà la protezione garantita dagli anticorpi. Sennonché la battaglia di Israele contro il virus procede anche in altri settori. Sempre il Jerusalem Post ieri ha dato ampio spazio alla collaborazione tra la nazione e l'India per lo sviluppo di un test super-rapido in grado di rilevare la positività al Covid-19 in pochi minuti. «L'obiettivo» ha affermato Avigal Spira, portavoce dell'ambasciata israeliana a Nuova Delhi, «è di consentire alle persone di tornare il più velocemente possibile alla propria routine, dal momento che il virus continuerà a circolare ancora per qualche periodo».

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 Precauzioni
  Sulla riapertura delle frontiere però il governo sembra mantenere la linea prudenziale. Il sito di informazione in lingua ebraica Ynet riporta il parere di Shumerl Zakai, amministratore delegato dell'aeroporto di Tel Aviv "Ben Gurion", secondo il quale il numero di voli turistici rimarrà piuttosto limitato fino a metà luglio. «Allo stato attuale a partire da quella data potremmo avere decine di collegamenti. Forse entro metà settembre raggiungeremo mezzo milione di passeggeri. Finché non esiste un vaccino per il Coronavìrus», per Zakaì, «non ci saranno cambiamenti significativi». Nel frattempo però, questione di tempo, Israele grazie agli anticorpi neutralizzanti potrà assestare un altro duro colpo alla malattia

(Libero, 26 maggio 2020)


Ipotizzabile regressione estiva del Coronavirus

"Anche le nazioni che non hanno applicato il lockdown" per contenere l'epidemia di nuovo coronavirus "a un certo punto sembrano registrare un decremento di positivi sovrapponibile al nostro. Il che ci fa ipotizzare e sperare una regressione estiva, analogamente agli altri coronavirus e a tutti i virus respiratori". E' l'auspicio del virologo Giorgio Palù, intervistato da 'La Verità'. Rispetto ai suoi simili, Sars-CoV-2 è apparso comunque "molto più contagioso: gli altri virus hanno infettato solo 10mila persone - osserva il past president della Società europea di virologia - mentre con questo ormai siamo a 5 milioni. Ma non ha una letalità paragonabile agli altri, anche se oggi in Italia, in base ai tamponi fatti, dobbiamo ammettere una letalità superiore al 14%". Un dato non definitivo, precisa l'esperto, perché "il tasso di letalità vero lo avremo quando saranno pubblicati gli studi basati sui test sierologici. I dati cinesi ci dicono che circa l'80% di chi ha contratto il virus è asintomatico, ma aspettiamo di sapere anche i valori statunitensi ed europei, perché ormai tre quarti della pandemia è da noi".
   Quanto ai test sierologici per la ricerca degli anticorpi contro Covid-19, Palù dice no allo screening di massa: "Vanno fatti a strati per età, genere, occupazione e residenza su qualche decina di migliaia di persone". E i tamponi? "Il tampone è diventato un procedimento salvifico - risponde il virologo - ma ha una sensibilità del 60%. E adesso sta emergendo anche il caso dei falsi positivi. E' un elemento diagnostico che va studiato assieme alla sorveglianza sindromica, alla sierologia, all'isolamento del virus che nessuno fa perché non lo sanno fare".

(Adnkronos, 26 maggio 2020)


Israele e la cosiddetta "annessione": facciamo chiarezza

Un evento storico per lo Stato ebraico e chi cerca di esorcizzarlo

I segni premonitori ci sono tutti: un tentativo di imporre sanzioni da parte dell'Unione Europea (bloccato da "cattivi sovranisti" come l'Austria e l'Ungheria, ma la Francia dice che andrà avanti da sola); una manovra complessa per estendere la giurisdizione della Corte Penale Internazionale anche sullo stato di Israele che ne è esente non avendone firmato la convenzione istitutiva; una lettera minacciosa di diciotto senatori americani. Perfino una settantina di deputati italiani hanno firmato una dichiarazione (l'origine politica è molto significativa, Pd, Leu, 5 Stelle); il dittatore palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen) ha cercato di fare più rumore possibile dichiarando (per l'ennesima volta, ma giura che questa è la volta buona) di interrompere ogni collaborazione con Israele e gli Usa, facendo eco al re di Giordania Abdallah. Una durissima offensiva politico-diplomatica e giuridica contro Israele è annunciata per le settimane che verranno.
  L'oggetto di questa campagna viene spesso definito "l'annessione" che Israele si proporrebbe di compiere su alcuni territori della cosiddetta Cisgiordania. Il termine è chiaramente sbagliato perché annessione significa "Atto mediante il quale uno Stato estende la propria sovranità sul territorio di un altro Stato o su parte di esso" (così il dizionario di Repubblica), "atto con cui uno stato amplia il proprio territorio estendendo la propria sovranità su quello di un altro stato" (Garzanti), ecc. e non c'è nessuno stato del cui territorio si vorrebbe impadronire. I territori della Giudea e Samaria su cui Israele intende estendere la sua
I territori della Giudea e Samaria non sono stati sottratti ad alcuno stato, perché prima erano occupati illegalmente e senza alcun riconoscimento internazionale dalla Giordania, che vi ha rinunciato col trattato di pace del 1994.
legge civile, circa il 20%, per lo più il deserto della valle del Giordano oltre ai blocchi di insediamenti, appartengono tutti alla "zona C" che gli Accordi di Oslo del 1993, firmati oltre che dall' "Organizzazione per la Liberazione della Palestina" anche dall'Unione Europea e dagli USA come testimoni, attribuiscono all'amministrazione israeliana, erano sotto il controllo israeliano già dal 1967, in seguito alla vittoria nella Guerra dei Sei Giorni contro l'aggressione degli eserciti arabi. Essi non sono stati però sottratti ad alcuno stato, perché prima erano occupati illegalmente e senza alcun riconoscimento internazionale dalla Giordania, che vi ha rinunciato del resto col trattato di pace del 1994. La Giordania li aveva occupati nel 1948 durante la guerra in cui con Egitto Siria e altri stati arabi cercò di impedire la nascita dello stato di Israele. Prima ancora Giudea e Samaria facevano parte del Mandato britannico di Palestina, istituito dalla Società delle Nazioni nel 1922 su tutto il territorio attuale di Israele e della Giordania, allo scopo esplicito di costituire una "national home" (una casa nazionale, cioè uno stato) per il popolo ebraico, con il compito preciso per la Gran Bretagna che lo amministrava di favorire l'immigrazione e l'insediamento ebraico. Prima ancora, dal XVI secolo, tutto il Levante era una colonia turca. Il territorio del Mandato subì subito una divisione in due regioni politiche, una parte per gli arabi che divenne poi il regno di Giordania a Est del Giordano e una per gli ebrei a Ovest. Coloro che parlano di due stati dovrebbero tener presente che i due stati ci sono già, da quasi cent'anni.
  Israele dunque non occupa nulla, non annette nulla, semplicemente abolisce il regime militare che ha retto finora i territori liberati nel '67 usando le leggi britanniche ed estende loro la legge civile israeliana, molto più garantista. Perché protestano allora non solo l'Autorità Palestinese, che coglie ogni occasione per cercare di mettere in difficoltà Israele, ma anche i democratici americani e quelli italiani e Macron e l'Irlanda e il Belgio (promotori della mozione europea contro Israele)? Vi sono due ragioni, una di principio e una più politica. Quella di principio è che tutti i "progressisti" in Europa e negli Usa, inclusi alcuni nel mondo ebraico, hanno deciso che i territori al di là delle linee armistiziali del 1948 (che non sono confini, per esplicita dichiarazione dei trattati di armistizio, ma solo linee di cessate il fuoco) devono andare allo
Lo stato di Palestina sovrano su Giudea e Samaria è un pio desiderio di molti movimenti e stati, ma ha la stessa realtà della Catalogna o della Padania di Bossi: progetti politici senza base legale.
"stato di Palestina". Non esiste nessuna base legale per questa pretesa, non solo perché l'Autorità Palestinese non è uno stato secondo i criteri internazionalmente riconosciuti , ma soprattutto perché nessuno ha mai ceduto al governo di Ramallah la sovranità su quei territori: non Israele, non l'Onu, che non ha l'autorità per farlo, non un qualche trattato. Lo stato di Palestina sovrano su Giudea e Samaria è un pio desiderio di molti movimenti e stati, ma ha la stessa realtà della Catalogna o della Padania di Bossi: progetti politici senza base legale. Certo, è bello per soggetti ex coloniali come la Francia o il Belgio sentirsi titolati a decidere come debbano essere i confini di stati che sono fuori dalla loro portata, fa sentire di nuovo la grandeur… ma da questo gioco del Risiko allo stabilire principi legali ce ne passa.
  Poi c'è una ragione più politica. Per imperialisti e multilateralisti (che oggi paradossalmente sono quasi la stessa cosa), l'esistenza di negoziati, magari pomposamente intitolati "processi di pace" è molto rassicurante, sostituisce la pace vera con un'infinita trama di incontri, discorsi, chiacchiere progetti. Così, dato che fra Israele e Autorità Palestinese la pace non c'è e non è prevedibile, avere una "base di trattativa" sembra fondamentale. E una volta che - ahimè con la complicità di Peres e anche di Rabin - a Oslo si sono trasformati i terroristi in "legittimi rappresentanti del popolo palestinese", per mantenere questa "base" bisogna accordare loro in linea di principio quel che vogliono come base di partenza per iniziare a parlare e cioè tutta la Giudea e Samaria. Che questo non basti l'hanno sperimentato per ultimi Olmert e Barak, con la testimonianza di Clinton e di Bush jr. Perché questa concessione è solo la partenza per ottenere l'obiettivo vero, che è la distruzione di Israele, come i palestinisti e i loro protettori iraniani apertamente dichiarano. Ma ai "progressisti" questo non importa, anche perché si tratta della vita di Israele e degli ebrei, non della loro. Dunque non lasciare intatta e impregiudicata la sovranità di Giudea e Samaria è un crimine contro i "due stati" e contro la trattativa.
  Trump, che è un realista, molto più intelligente dei piccoli giornalisti e dei minuscoli politici che lo sfottono, ha capito che la strada della pace non passa per il mantenimento di questa "base della trattativa" e ha proposto una soluzione diversa, su cui certamente si può discutere, ma che ha una sua logica. Di
La dichiarazione di sovranità di Israele non solo mette in maggiore sicurezza lo stato ebraico ma potrebbe aprire una fase nuova al di là delle sterili liturgie di trattativa che si ripetono da trent'anni.
essa fa parte la possibilità per Israele di applicare la sua sovranità sulle zone di Giudea e Samaria essenziali per la sua sicurezza. Se i palestinisti vorranno cercare di ottenere la loro parte dell'accordo non potranno più stare fermi e rifiutare di discutere con Israele e con l'America. Dovranno muoversi, fare controproposte e non tirate retoriche. Insomma la dichiarazione di sovranità di Israele (questa è l'espressione giusta, non "annessione") non solo mette in maggiore sicurezza lo stato ebraico ma potrebbe (ripeto: potrebbe) aprire una fase nuova al di là delle sterili liturgie di trattativa che si ripetono da trent'anni e aprire una strada che porti davvero alla necessità della pace.
  Vedremo se questo avverrà. Per ora c'è il fatto che Netanyahu ha ottenuto come condizione per la formazione del nuovo governo la possibilità di decidere, d'accordo con gli Usa, la sovranità su zone di Giudea e Samaria. E' l'aspetto più positivo dell'accordo di governo, forse il solo davvero positivo. Certamente una tappa storica nel rapporto fra gli ebrei e la loro terra. Per questo gli antisemiti e i loro amici si agitano. Nelle prossime settimane ne vedremo delle belle.

(Progetto Dreyfus, 25 maggio 2020)


Le virtù del compromesso che la nakba avrebbe dovuto insegnare

I palestinesi non si limitano a rievocare la "catastrofe" della guerra persa contro la nascita di Israele: rifiutando di negoziare, continuano a tirarsi addosso altri fallimenti.

Gli arabi palestinesi continuano a imparare la lezione sbagliata dalla storia. Ogni anno, il 15 maggio, rievocano il dolore del 1948 ricordando tutte le cose terribili che gli sono capitate in seguito alla creazione del moderno stato d'Israele. La loro versione, che narra di un popolo martirizzato, cacciato dalla sua casa e ridotto a vittima senza patria, è assai più che una affermazione politica: è una fede, che fa parte integrante della loro identità. Il solenne voto rinnovato ogni anno di "ritornare" a tutto ciò che hanno perduto 72 anni fa - in pratica, di far girare all'indietro la ruota della storia - è così profondamente radicato nella loro coscienza da mettere qualunque loro dirigente nell'impossibilità di prendere in considerazione l'idea di rinunciarvi formalmente....

(israele.net, 26 maggio 2020)


La Comunità Ebraica di Napoli sostiene il progetto della Macroregione Mediterranea

di Paolo Pantani

"La Comunità Ebraica di Napoli condivide le finalità che l'Unione Europea ha posto come basi fondanti della strategia politico-culturale della Macroregione Mediterranea, e condivide anche il senso di "Identità Mediterranea" che, per quanto la riguarda, rappresenta certamente un aspetto che storicamente ha contribuito alla formazione di quella che è la specifica Identità di Ebrei della Diaspora Mediterranea. La Comunità Ebraica di Napoli inoltre, apprezza e condivide l'azione civile dell'EUSMED e del Coordinamento Operativo della Macroregione Mediterranea che, con la sua opera di diffusione dei valori euro-mediterranei e, attraverso il coinvolgimento attivo di Enti e Persone, con un'opera a partenza "dal basso", tende, con metodo democratico e civile al finale coinvolgimento del Governo Europeo per la indispensabile attuazione anche di quest'ultima macroregione non ancora realizzata. La Comunità Ebraica di Napoli, chiedendo di continuare ad essere informata sugli sviluppi dell'azione dell'EUSMED, spera di poter essere utile, una volta realizzata la Macroregione Mediterranea, come "anello di congiunzione locale" con lo Stato di Israele e con le consorelle Comunità Ebraiche del Bacino del Mediterraneo. Auspichiamo al più presto il riconoscimento da parte del Consiglio d' Europa di questa importante procedura innovativa di coesione territoriale e di partenariato euro-mediterraneo." E' il contenuto della significativa Manifestazione di Interesse inviata il 22 Maggio 2020 dalla Comunità Ebraica di Napoli alla EUSMED Macroregione Mediterranea (European Strategy for Mediterranean Macroregion) che tramite il coordinatore Paolo Pantani ha assicurato l'impegno a tenere informati su tutte le iniziative programmate e messe in atto auspicando la collaborazione della Comunità Ebraica di Napoli ai fini di un'adesione dello Stato di Israele all'EUSMED Macroregione Mediterranea.
   "Secondo il pensiero di Abraham B. Yehoshua: L'identità mediterranea è un'identità meravigliosa: antica e moderna. Nel bacino del Mediterraneo, sorsero e prosperarono grandi civiltà come quella cristiana, ebraica, musulmana e, naturalmente, greca e romana. Civiltà che sono il grande fondamento della cultura mondiale. È inconcepibile che gli ebrei, che furono a lungo ospiti in terre musulmane e cristiane, non debbano dare un contributo decisivo all'identità mediterranea per mezzo della loro storica identità israeliana, che risale a 3mila anni fa. Questo è il debito che gli israeliani hanno con il Mediterraneo, un luogo in cui, dopo le fatiche delle incessanti peregrinazioni, vogliono rimanere come cittadini permanenti".
   La Macroregione Mediterranea EUSMED, nata sulla base di specifici strumenti Comunitari previsti dalla strategia politico-culturale comunitaria approvata dalla Comunità Europea nel 2007, parte integrante del Trattato di Riforma di Lisbona, con lo scopo di favorire pacifici processi di interscambio tra cittadini dell'Unione Europea e cittadini viventi al di fuori dell'Unione Europea ma in aree confinanti, con simili caratteristiche identitarie, e filiere economiche complementari, è stata ufficialmente riconosciuta al fine di realizzare la Macroregione Mediterranea, con decreto n° 09/2018 del Difensore Civico presso la Regione Campania pubblicato sul BURC n° 89 del 29 novembre 2018 . Il Coordinamento Operativo dell'EUSMED, ha deciso di fondare il suo percorso operativo finalizzato all'obiettivo della realizzazione della Macroregione Mediterranea, mediante una capillare opera di informazione e raccolta di consenso, con una azione bottom-up, rivolta ai soggetti della Società Civile, nonché ad Enti Locali quali la Associazione dei Comuni e delle regioni d'Europa A.I.C.C.R.E., la Regione Campania, e Organizzazioni Sindacali e dei Diritti dei Lavoratori, nazionali ed sovra-nazionali , quale la UIL Nazionale.

(Il Denaro, 26 maggio 2020)

"...
ai fini di un'adesione dello Stato di Israele all'EUSMED Macroregione Mediterranea." Che ne pensa Israele?


Erdogan in difficoltà si inventa un nuovo golpe in Turchia. Epurazioni in vista?

Da diverse settimane politici e giornali turchi vicini al regime fanno trapelare notizie della possibilità di un nuovo golpe in Turchia.
«La minaccia permane» ha detto Ersin Ramoglu, editorialista del quotidiano filo-governativo Sabah. «I nemici della Turchia sono ovunque, nell'esercito, nella stampa, nella polizia, nella burocrazia, nei comuni e in politica».
A quasi quattro anni dallo "strano golpe"che ha permesso a Erdogan di epurare praticamente tutta la Turchia dai suoi nemici e di ottenere poteri inimmaginabili prima del "golpetto", si torna a ventilare la possibilità che qualcuno trami alle spalle del dittatore turco.
All'inizio di questo mese, Erdogan ha accusato il Partito popolare repubblicano (CHP) - fondato da Ataturk e ora il più grande partito di opposizione - di «bramare per un colpo di stato».
Gli hanno fatto eco diversi importanti personaggi del suo partito, l'AKP, i quali sostengono che «i secolaristi hanno ripreso vigore e intendono fermare con ogni mezzo il processo di islamizzazione iniziato da Erdogan».
Non mancano giornalisti e scrittori pro-regime che addirittura arrivano a fare liste di proscrizione dedicate principalmente all'opposizione o a giornalisti che invece non sostengono Erdogan.
«Con l'attuale governo, ogni figura dell'opposizione che esprime la necessità di un cambiamento è accusata di tramare un colpo di stato» ha detto Murat Emir, deputato del CHP di Ankara.
L'opposizione teme che tutto questo "vociferare" di colpo di stato altro non sia che un mezzo per mettere sotto silenzio gli oppositori e gli avversari politici, oltre che un disperato tentativo di distrarre la popolazione da una gestione scellerata dell'economia e della crisi scatenata dal Coronavirus.
In particolare Erdogan sembra essere molto disturbato dagli ottimi programmi di aiuto economico e sanitario messi in piedi nelle due maggiori città perse alle ultime elezioni comunali, Ankara e Istanbul.
In queste città la gestione del Partito popolare repubblicano (CHP) sta ottenendo una enorme approvazione da parte della popolazione, così come in altre città e comuni gestiti dalla opposizione, tanto che la settimana scorsa Erdogan ha detto di «temere che questi sindaci tentino di creare uno Stato parallelo».
«Le speculazioni di Erdogan su un potenziale colpo di stato sono uno stratagemma conveniente per distogliere l'attenzione del pubblico dalla crisi economica e dalla cattiva gestione finanziaria in patria», ha dichiarato Aykan Erdemir, direttore senior del Foundation for Defence of Democracies' Turkey Programme. «Spero solo che non sia l'anticamera per nuove violente epurazioni» ha concluso Erdemir.

(Rights Reporters, 26 maggio 2020)


"Da polizia e procura un golpe contro di me"

Il premier israeliano a processo per corruzione, frode e abuso di fiducia. Gantz, alleato di governo: "Lo considero innocente fino a prova contraria.

di Sharon Nizza

GERUSALEMME - Dopo altre tre anni di indagini che hanno pesato come una spada di Damocle sulle altrettante campagne elettorali dell'ultimo anno e mezzo, ieri Benjamin Netanyahu ha registrato un nuovo record: il premier israeliano più longevo, al suo quinto governo, è ora anche il primo premier in carica della storia del Paese ad affrontare un processo. «Lo Stato d'Israele contro Benjamin Netanyahu» si è pronunciato nel corso della prima udienza presso la Corte distrettuale di Gerusalemme, dove Netanyahu, insieme ad altri tre imputati, inizia ora una lunga battaglia legale che lo vede affrontare accuse di abuso di fiducia, frode e corruzione.
   Dopo avere aperto la prima riunione del neonato gabinetto, Netanyahu ha raggiunto il tribunale, acclamato da una grande folla di sostenitori, mentre centinaia di manifestanti dell'opposizione protestavano di fronte alla sua residenza. Prima di accedere all'aula 317, Netanyahu ha tenuto un discorso di 15 minuti, circondato dai suoi più fedeli ministri, in cui ha attaccato duramente la procura che «insieme ai media di sinistra, quelli del `tutto tranne Bibi', ha montato ad arte accuse inverosimili per cercare di sconfiggere un primo ministro di destra. Da polizia e procuratore un golpe contro di me». Ha chiesto che il processo fosse trasmesso in diretta - richiesta respinta già in precedenza dalla corte «per garantire la trasparenza, senza censure», menzionando l'inchiesta trasmessa giovedì sera dal Canale 13 sul processo, che ha suscitato clamore per le interviste a diversi testimoni chiave dell'accusa e che ha costretto la corte a ribadire la necessità di mettere un freno alle fughe di notizie. Benny Gantz, l'alleato di governo, esprime fiducia nei sistema giudiziario e dichiara che «il premier è innocente fino a prova contraria». La prossima udienza è fissata per luglio e la corte - a differenza di quanto accaduto per l'udienza di ieri in cui aveva respinto la richiesta di Netanyahu di non presenziare in aula - ha chiarito che per tutta la fase delle discussioni preliminari, che durerà almeno altri sei mesi, gli imputanti sono esonerati. Con oltre 300 testimoni da ascoltare, si parla di almeno due anni di processo, al netto dei ricorsi. Sono in discussione tre vicende: nel caso 1000, Netanyahu è accusato di aver ottenuto doni per un valore di circa 200.000 dollari da due miliardari in cambio di favori; nel caso 2000 di aver avviato con l'editore del principale quotidiano Israeliano, Yediot Ahronot, una trattativa - poi non andata in porto - per ottenere copertura mediatica positiva in cambio di una legge che avrebbe svantaggiato il principale concorrente, Israel Hayom, giornale fllogovernativo distribuito gratuitamente; nel caso 4000, il più grave in quanto include l'accusa di corruzione, Netanyahu avrebbe negoziato con Shaul Elovich, allora azionista di maggioranza del gigante delle telecomunicazioni Bezeq, copertura positiva sul sito di informazione Walla!, in cambio di politiche favorevoli all'azienda. Fuori dall'aula, il decennale dibattito pubblico sull'attivismo giudiziario ha raggiunto toni senza precedenti, tra i fedeli di Netanyahu che parlano di uso politico della giustizia e chi solleva la questione del conflitto di interessi di un premier sotto processo nel valutare eventuali riforme in materia giuridica. «Non ci sarà nulla, perché non c'è nulla» è la celebre frase con cui Netanyahu rivendica la sua innocenza, ripresa dal media come emblema della sua sfida al sistema. Ieri è iniziata la resa dei conti.

(Corriere della Sera, 25 maggio 2020)


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Netanyahu alla sbarra tra proteste e sospetti. E lui: «Un colpo di Stato»

Il premier contestato: «Sono perseguitato da un'élite». Il processo potrebbe durare anni.

di Fiamma Nirenstein

GERUSALEMME - Infuriato e a testa alta, mentre Gerusalemme prendeva fuoco con manifestazioni, urla, cartelli pro e contro, quando Benjamin Netanyahu si è presentato alle tre del pomeriggio al tribunale come imputato, si è tolto la mascherina, si è posto di fronte al microfono circondato dai suoi ministri (tutti con le mascherine) e ha sparato: «Lo scopo di questo processo è fare quello che con le elezioni, che da 11 anni mi danno democraticamente ragione, non sono mai riusciti a fare: eliminare un primo ministro forte e il suo governo di destra. Pensavano che mi sarei piegato, che mi sarei accucciato come un cucciolo impaurito, ma io non sono un cucciolo. E questo processo, pieno di impicci e falsificazioni, dovrete trasmetterlo tutto in diretta, da capo a fondo, perché la verità sia ristabilita». No, non è un cucciolo, anzi un «poodle», un barboncino, come ha detto. E' il Primo ministro che ha battuto con 11 anni di florido potere persino Ben Gurion; che arriva al processo dopo avere guidato il Paese fuori dalla pandemia; che è riuscito ad arrivare al processo da premier di una impossibile coalizione a rotazione. L'accusa formale del procuratore generale è del 21 novembre, il 28 gennaio l'accusa è stata formalizzata, e le tre elezioni (col Likud sempre in crescita nonostante le accuse), il coronavirus e le trattative di governo hanno allungato i tempi.
   Netanyahu ieri ha sostenuto che un gruppo elitario e compatto di politici, giornalisti, giudici ne ha decretato la persecuzione, e che per questo il Paese ha sofferto inganni, false testimonianze, prove fasulle e forzate, invenzioni giuridiche inesistenti. Le tre imputazioni, tutte incerte e pericolanti, richiedono per il dibattimento una massa di carte e di testimoni per cui, dopo questa prima seduta di pure formalità, i tre giudici, il procuratore Mandelblit, la pubblica ministera Liat Ben Ari si preparano a un processo lunghissimo. Non si porrà probabilmente, quindi, il problema di gestione del governo fino alla rotazione con Benny Gantz fra 18 mesi. Ma in realtà lascia senza fiato che un Primo ministro della stazza di Netanyahu sia stato trascinato fino nel banco degli imputati senza nessuna accusa di aver intascato denaro (come invece fu il caso di Ehud Olmert). Tre sono i casi in questione: il numero 2000 e il 4000 concernono tentativi di convincere i proprietari del quotidiano Yediot Aharonot e quello del sito Walla a dare a Bibi una copertura più favorevole. Ma non è successo, e mai Yediot ha abbassato i toni. Quanto a Walla (procedimento 4000) il padrone Shaul Elovitch (accusato di corruzione con Bibi) avrebbe ricevuto facilitazioni statali per una fusione con la grande compagnia Bezek in cambio di articoli positivi. Qui l'accusa è la più forte, ma sembra che Walla non abbia mai cambiato tono, e soprattutto che la fusione fosse stata decisa da una apposita commissione prima che arrivasse nelle mani del pm.
   Infine il caso 1000 (abuso di fiducia) riguarda i regali di sigari e champagne per 25mila euro l'anno per 20 anni: lusso eccessivo, ma lo scambio non si trova, a meno che non si consideri tale una telefonata all'ambasciata americana per far concedere il visto a Milchan. Il famoso avvocato americano Alan Dershowitz ha esaminato a fondo la cartella, e ha dedotto che si tratta di accuse pericolose per lo stessa sistema democratico, perché inducono sfiducia nel pubblico per la loro fragilità. La tempesta è appena cominciata: Netanyahu adesso, come volevano i suoi nemici, è sotto processo. Ma la sua forza, dopo che ha creato un Paese moderno, ben difeso, pacifico, è grande. Non la si uccide con un processo sfrangiato.

(il Giornale, 25 maggio 2020)


Perché né l'Italia né il resto del mondo hanno diritto a contestare Israele

di Maurizia De Groot Vos

Con una lettera indirizzata al Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, 70 parlamentari di centrosinistra e del M5S hanno chiesto il Governo Italiano di condannare quello israeliano per le prospettive di annessione della Valle del Giordano e di alcuni insediamenti in Giudea e Samaria, comunemente conosciute come "Cisgiordania".
  Per lo stesso motivo condanne e minacce a vario titolo sono arrivare anche dalle Nazioni Unite e dall'Unione Europea.
  Che l'ONU e l'Unione Europea abbiano da sempre una posizione anti-israeliana non è certo una novità, come non è una novità che la sinistra italiana e il M5S abbiano al loro interno una forte componente anti-sionista che nel corso degli anni ha preso sempre posizioni marcatamente anti-israeliane.
  Quindi parrebbe tutto nella norma. E invece no. Questa volta è diverso perché questa volta più che in ogni altra occasione in gioco c'è la sopravvivenza di Israele.
  In particolare l'annessione della Valle del Giordano non può più essere rinviata, non fosse altro che per stabilire confini sicuri e ben definiti per lo Stato Ebraico.
  Sicurezza di Israele, una frase che né all'ONU né alla UE sembrano minimamente considerare, come si evince dal fatto che le gravissime minacce rivolte allo Stato Ebraico dell'Ayatollah Khamenei non siano state condannate o, se lo sono state, sono state condannate con una certa superficialità mentre si è trattato di un atto gravissimo.
  Ma non è nemmeno questo il punto vero per il quale ONU, UE e Italia non hanno il Diritto di contestare la legittima decisione israeliana.
  Per decenni hanno tollerato la politica palestinese, una politica mai basata su programmi di pace o su colloqui con Israele, una politica mai pensata per la tanto declamata "soluzione a due Stati", una politica che anzi, è stata totalmente basata sull'odio anti-israeliano con le famiglie degli attentatori che venivano pagate dallo Stato Palestinese per aver ucciso cittadini israeliani e persino per aver tentato di farlo.
  Non hanno mai condannato le tantissime incitazioni all'odio da parte dei palestinesi, non hanno mai condannato gli attacchi di Hamas contro il sud di Israele, non hanno mai condannato i pagamenti alle famiglie dei terroristi, l'acquisto di armi in luogo di beni per la popolazione. Non hanno mai condannato il furto sistematico di denaro della comunità internazionale che in questi anni ha gonfiato i conti correnti dei boss palestinesi a discapito della costruzione di infrastrutture nella cosiddetta "Palestina".
  In oltre 70 anni i palestinesi non hanno mai cambiato la loro politica d'odio verso lo Stato Ebraico, non hanno mai accettato l'idea di vivere in pace e accanto a Israele. Al contrario, hanno sempre professato, esplicitamente o meno, la distruzione di Israele.
  E se i palestinesi per tutto questo tempo hanno potuto continuare a ricevere denaro pur portando avanti una politica del genere, lo si deve proprio alla assurda accondiscendenza di ONU e Unione Europea e di Stati "permissivi e indecisi su dove stare" come l'Italia.
  Ora queste importanti istituzioni internazionali e questi Stati permissivi (verso i palestinesi) vorrebbero criticare Israele perché, con attenzione alla propria sicurezza, vuole annettersi la Valle del Giordano e alcuni insediamenti ebraici.
  Beh, non ne hanno alcun Diritto. Non dopo che per oltre 70 anni hanno chiuso sistematicamente gli occhi di fronte alle gravissime malefatte palestinesi, ai furti di denaro, al pagamento statale dei terroristi, agli attacchi armati, alla politica dell'odio ecc. ecc.
  Non possono far finta di non comprendere i motivi di sicurezza (persino esistenziali) che spingono Israele a regolarizzare l'annessione della Valle del Giordano.
  Ed è una vera vergogna che parlamentari della Repubblica Italiana, responsabili di anni di silenzio sulle malefatte palestinesi, si adoperino per proteggere chi si è arricchito con miliardi di dollari della comunità internazionale, impoverendo nel contempo il popolo palestinese. I veri anti-palestinesi sono loro.

(Rights Reporters, 25 maggio 2020)


Un nuovo ministro del turismo per Israele

 
Asaf Zamir, nuovo Ministro del Turismo israeliano
Si è insediato in Israele il nuovo Ministro del Turismo Asaf Zamir, che ha preso il posto dell'uscente Yariv Levin. Durante la cerimonia di inaugurazione, il Ministro Asaf Zamir ha dichiarato: "Abbiamo diversi temi da affrontare. Dobbiamo ricostruire l'industria turistica, riaprire il prima possibile gli hotel, le attrazioni e tutto ciò che supporta il turismo, come ristoranti, locali e bar, per far ripartire le attività. Bisogna incoraggiare il turismo domestico, riaprire i cieli e minimizzare i danni, così che il settore possa tornare a crescere. Una volta compiuta questa importante missione, torneremo a realizzare il grande potenziale di questo Paese, da Eilat fino al Nord, da Nazareth a Tel Aviv, Gerusalemme e al Mar Morto. Abbiamo le capacità per uscire dalla crisi".
   Il Direttore Generale del Ministero del Turismo Amir Halevi ha dichiarato: "Vorrei ringraziare il Ministro uscente Yariv Levin per la leadership, la professionalità, il coraggio, la saggezza e la collaborazione, grazie alle quali siamo riusciti a portare il settore del turismo verso grandi successi e numeri da record anno dopo anno. Al nuovo Ministro del Turismo Assaf Zamir dico: la prima sfida che ti attende è far ripartire i flussi turistici, sia nel turismo domestico che in quello internazionale. Dovrai fare in modo che gli israeliani tornino a viaggiare per il mondo e che i turisti tornino in Israele. Abbiamo davanti a noi sfide e decisioni che riguardano direttamente tutti coloro che lavorano nel settore turistico e che per noi sono molto importanti. Dovremo permettere a tutti di ripartire il prima possibile. Spero che tu possa trascorrere degli anni importanti alla guida di questo Ministero e che possa lasciare il segno in questo settore. Tutta la squadra, me compreso, sono a tua disposizione e siamo sicuri che insieme riusciremo ad affrontare le grandi sfide che ci aspettano".

(Turismo & Attualità, 25 maggio 2020)


Intesa lancia le start up sull'asse Italia-Israele. «Acceleriamo le migliori società tecnologiche»

Successo per l'lsrael-Italy Acceleration Program ed EcoMotion 2020 che si è svolto in modo virtuale. Focus su health tech, smart mobility e clean tech. De Vecchi: "Israele, oltre a essere uno dei più importanti provider di tecnologie innovative per il nostro gruppo, è l'esempio più concreto di ecosistema innovativo di successo".

Guldo De Vecchi
«Supportare le migliori realtà tecnologiche italiane attraverso programmi internazionali fa parte della nostra missione».
L'ambasciatore Benedetti
«Grandi aspettative per la seconda edizione con una più ampia partecipazione del sistema Paese e budget raddoppiato».

di Achille Perego

MILANO - Il Coronavirus non ha fermato la crescita delle start up innovative sull'asse Italia-Israele. Si sono infatti conclusi con successo l'Israel-Italy Acceleration Program e il virtual event EcoMotion 2020. L'Israel Italy Acceleration - per cui è già previsto un secondo bando - è il primo programma di accelerazione per startup italiane in Israele lanciato dalla nostra Ambasciata a Tel Aviv e da Intesa Sanpaolo Innovation Center, la società del primo gruppo bancario italiano, presieduta da Maurizio Montagnese e diretta da Guido de Vecchi.
   Il programma ha visto la partecipazione di sette startup che, nel pieno rispetto dei parametri di sicurezza dovuti al diffondersi del Covid-19, hanno potuto seguire in loco o, per un breve periodo, a distanza un percorso formativo e di crescita all'Eilat HighTech Center, l'acceleratore patrocinato dal gruppo israelo-americano Arieli Capitai che gestisce programmi di innovazione per università, centri di ricerca, istituzioni governative e grandi imprese. Nata nell'ambito delle attività previste dall'accordo italo-israeliano di cooperazione industriale, scientifica e tecnologica, questa iniziativa ha come obiettivo quello di sviluppare nuove idee d'impresa in uno degli ecosistemi dell'innovazione più all'avanguardia a livello mondiale. Israele infatti è al primo posto per startup procapite e per la creazione di brevetti, con una percentuale sul Pii investito in ricerca e sviluppo pari al 4,1%. Le domande di partecipazione sono state complessivamente 40 e il Comitato di valutazione ha selezionato le migliori realtà attive nei settori health tech, smart mobility e clean tech.
   Il Comitato ha coinvolto, oltre al Chief Scientist dell' Ambasciata d'Italia in Israele, Stefano Ventura, e a Dani Schaumann di Intesa Sanpaolo Innovation Center, Danny Biran, ex vice presidente della Israel Innovation Authority, Jeremie Kletzkine di Startup Nation Central e Dan Fishel di OurCrowd. Al programma hanno avuto accesso sette start up finaliste: per l'health tech BionIT Labs, SyDiag, Materias ed Elysium. Per la smart mobility Isaac e Djungle e per la Clean tech Nanomia.
   La crisi internazionale legata al Coronavirus ha costretto le startup a un rientro anticipato in Italia ma la grande professionalità e il costante impegno di tutti i partner coinvolti hanno comunque garantito il completamento del programma, che per la crescita dei giovani imprenditori italiani ha visto l'organizzazione di oltre 250 meeting b2b, 100 connessioni con grandi aziende a livello globali e oltre 30 sessioni one-toone con investitori internazionali. La prima edizione del programma Accelerate in Israele si è appena conclusa con pieno successo - ha sottolineato l'Ambasciatore italiano in Israele, Gianluigi Benedetti -. Per le nostre sette start-up si sono aperte significative opportunità di business, offerte di partnership e per qualcuna anche un round di investimento. Si è trattato di un'occasione unica per immergersi completamente nell'eccezionale ecosistema dell'innovazione israeliano e per affinare le idee progettuali e le soluzioni tecnologiche in un costante, serrato confronto con esperti, investitori e imprenditori israeliani e internazionali. L'Ambasciata che ha lanciato l'anno scorso questa iniziativa convinta delle potenzialità che la complementarietà dei sistemi economici italiano e israeliano ancora offre, guarda con maggiori aspettative alla seconda edizione del programma che verrà pubblicizzata fra pochissimi giorni con una più ampia partecipazione del sistema Paese e un budget raddoppiato».
   «Supportare la crescita delle migliori realtà tecnologiche italiane anche attraverso programmi di accelerazione internazionale è parte della mission di Intesa Sanpaolo Innovation Center - ha commentato Guido de Vecchi, dg di Intesa Sanpaolo Innovation Center -. E Israele, oltre a essere uno dei più importanti provider di tecnologie innovative per il nostro gruppo, è l'esempio più concreto di ecosistema innovativo di successo in cui centri di ricerca, incubatori, investitori e governo possono fornire un valido aiuto nella formazione e nella crescita delle startup più promettenti». «Siamo onorati di aver gestito questo primo programma per startup italiane in Israele - ha aggiunto Or Haviv, partner e responsabile delle piattaforme di innovazione globale di Arieli Capital e Ceo dell'Eilat Tech Center -. Nonostante la crisi da Coronavirus siamo riusciti a portare a termine il programma con collegamenti on line in remoto. Non vediamo l'ora di poter continuare questa connessione di successo fra gli ecosistemi di startup italiane e israeliane». Il successo ha riguardato anche l'EcoMotion 2020 Virtual Event, uno degli eventi più importanti al mondo per quanto riguarda la mobilità del futuro che coinvolge le maggiori realtà internazionali dell'automotive e dell'high tech.
   Quest'anno, a causa del virus, EcoMotion ha realizzato un Virtual Event a cui hanno partecipato in oltre 400, in rappresentanza di big corporate e di 150 startup internazionali. Intesa Sanpaolo Innovation Center, che da sempre partecipa all'iniziativa, ha accompagnato all'evento alcune delle più importanti realtà italiane che si occupano di mobilità, affiancandole a sette promettenti startup che sta seguendo nel percorso di crescita in collaborazione con Techstars, uno dei più importanti acceleratori internazionali: Parkofon, Automotus, Nickelytics, V2X, TUC, WeG!ad e Sentetic.

(Nazione-Carlino-Giorno, 25 maggio 2020)


Comunità ebraica di Roma. Distribuzione di pacchi alimentari per famiglie bisognose

di Giacomo Kahn

 
Pasta, olio, riso, passata di pomodoro, tonno, zucchero, torte, cioccolata, burro, frutta, oltre a prodotti per igiene personale e per la pulizia della casa. Di questi beni di prima necessità è stata composta la spesa alimentare che la Comunità ebraica di Roma, attraverso l'assessorato alle politiche del welfare e assessorato coordinamento volontari, ha distribuito oggi a centinaia di famiglie in stato di bisogno.
   Moltissimi volontari, aiutati dalla Deputazione, fin dalle prime ore della mattina presso il Tempio Beth Shalom, hanno prima provveduto ad allestire i pacchi alimentari e poi a distribuirli a decine e decine di persone ordinatamente in fila nel rispetto del distanziamento.
   Da quando è iniziata l'emergenza coronavirus, è questa la sesta distribuzione che organizza la Comunità Ebraica, a cui hanno oggi dato il loro aiuto anche Alberto Ouazana (assessore al welfare), l'assessorato alle attività di Ghemilut Chasadim e volontariato e il consigliere Giorgio Heller.
"Purtroppo - ha spiegato Ouazana - il Covid ha messo a terra tantissime famiglie e la povertà ha colpito purtroppo una parte del ceto medio che fatica anche a fare la spesa quotidiana. Oltre a circa 250 famiglie che sono stabilmente aiutate dalla Deputazione, abbiamo avuto altre 250 famiglie che il lockdown ha privato di ogni entrata economica".
   Solo oggi si è provveduto a preparare e a distribuire quasi mille pacchi alimentari "per un valore della merce - prosegue Ouazana - vicina a 100.000 euro. Soldi che siamo riusciti a raccogliere sia grazie a tanti sostenitori privati, sia grazie alla generosità di tante aziende di settore. Un grazie quindi a tutti quelli che ci consentono di aiutare chi ha veramente bisogno, ed un grazie che va esteso a decine e decine di volontari che oggi, ma anche nelle settimane passate, ci hanno consentito di effettuare più di 750 consegne a domicilio a persone impossibilitate ad uscire, perché malate, anziane o affette da patologie invalidanti. Infine un ringraziamento va dato all'Associazione 'Da Lev el Lev' che ha raccolto il contributo di centinaia di israeliani che generosamente hanno deciso di aiutare gli ebrei italiani in difficoltà".

(Shalom, 24 maggio 2020)


Addio a Saturn, l'alligatore "di Hitler" sopravvissuto alle bombe della Seconda Guerra Mondiale

E morto Saturn, l'alligatore sopravvissuto alle bombe della Seconda Guerra Mondiale

di Fulvio Cerutti

Saturn
Saturn è morto a 84 anni. Età a parte, la vita di questo alligatore del Mississipi non si può dire che non sia stata avventurosa: sopravvissuto alle bombe della seconda guerra mondiale a Berlino e, dice la leggenda, appartenuto al leader nazista Adolf Hitler, si è spento nello zoo di Mosca dove ha vissuto dal 1946.
   La sua storia, almeno quella conosciuta, inizia nel 1936 quando venne donato allo zoo di Berlino dopo essere nato negli Stati Uniti. Nel novembre 1943 la città tedesca venne pesantemente bombardata dagli Alleati. In particolare nella notte fra il 22 e 23 di quel mese, gli ordigni danneggiarono pesantemente le aree a ovest del centro, incluso il distretto di Tiergarten, proprio dove c'era lo zoo. Un rapporto dell'epoca racconta che quattro coccodrilli vennero uccisi scagliati in strada dalla potenza delle esplosioni. Ma non Saturn che riuscì a sopravvivere e a fuggire. Per tre anni visse fra le rovine della città fin quando venne trovato dai soldati britannici che lo consegnarono ai militari sovietici e finì per essere portato nello zoo di Mosca. Lì è vissuto per altri 74 anni, raggiungendo così la ragguardevole età di 84 anni: almeno una trentina in più rispetto a quanto mediamente vivono gli esemplari in natura. Forse addirittura il più vecchio al mondo, anche se è impossibile dirlo: nello zoo di Belgrado in Serbia vive un altro alligatore maschio, Muja, che attualmente ha 80 anni e potrebbe superarlo.
   Di certo Saturn può vantare tanti racconti e leggende che gli sono stati attribuiti: «Appena arrivato a Mosca - racconta l'agenzia stampa Interfax - si è diffuso il mito che Saturn non provenisse dallo zoo di Berlino ma che appartenesse a una collezione privata del leader nazista Adolf Hitler». Una voce mai confermata e respinta dallo zoo moscovita secondo il quale gli animali «non appartengono alla politica e non devono essere ritenuti responsabili dei peccati umani».
   Altri miti raccontano che quando venne costruito nel 1990 un nuovo acquario, Saturn si rifiutò di mangiare cibo per 4 mesi quasi non volesse abbandonare la sua vecchia casa. E si dice anche che nel 1993, quando dei carri armati si spostarono lungo la tangenziale, Saturn pianse a causa della vibrazioni, ma che in realtà quelle lacrime fossero dovute al ricordo della battaglia di Berlino. Insomma un animale circondato da racconti davvero curiosi.
   «E' una grande gioia che ognuno di noi abbia potuto guardarlo negli occhi - raccontano dallo zoo moscovita - , stargli vicino in silenzio. Ha visto crescere molti di noi. Speriamo di non averlo deluso».

(La Stampa, 24 maggio 2020)


Via al processo Bibi «costretto» ad andare in aula

di Davide Frattini

Arriverà in tribunale accompagnato dalle guardie del corpo. Fino a pochi giorni fa i suoi avvocati hanno cercato di convincere i giudici che le misure di sicurezza sarebbero costate troppo, che bastavano loro per ascoltare l'elenco delle accuse di corruzione, frode, abuso d'ufficio contro Benjamin Netanyahu, le stesse che gli israeliani sentono ripetere da quasi quattro anni, da quando la polizia ha cominciato le indagini. Gli investigatori hanno chiamato i casi 1000, 2000, 4000, un'ascensione piena di strapiombi e passaggi delicati per arrivare ai vertici del potere. Il processo che inizia questa mattina ( con 45 giorni di ritardo sulla data prevista causa emergenza Covid- 19) non segna la fine della scalata: Il dibattimento - prevedono gli analisti - andrà avanti per anni, i documenti da analizzare sono migliaia, i testimoni da chiamare centinaia
   È la prima volta nella Storia di Israele che un primo ministro in carica finisce davanti ai giudici: Ehud Olmert, condannato per corruzione, era stato costretto a dimettersi dopo l'incriminazione.
   Da capo dell'opposizione Netanyahu aveva allora proclamato che un premier «immerso fino al collo nei problemi legali» non potesse guidare la nazione. Una settimana fa si è insediato il suo quarto governo, il quinto in totale nella carriera politica Si è rifiutato di lasciare la carica come invocava per il rivale e ha condotto tre campagne elettorali di fila. I fedelissimi nel Likud sono convinti che sia tutto un complotto per rimuovere il leader della destra, al potere senza interruzioni dal 2009, sostengono che i mandati popolari ripetuti dovrebbero garantirgli l'immunità. La battaglia legale si svolgerà tra i due palazzi uno di fronte all'altro su via Salah A-Din a Gerusalemme: la Corte distrettuale dove Netanyahu entra oggi e Il ministero della Giustizia, che il premier e i suoi consiglieri considerano la roccaforte da smantellare.

(Corriere della Sera, 24 maggio 2020)


La cyber guerra che lambisce i confini dell'Europa

Che prima o poi esploderà anche da noi

Chi come noi nella vecchia Europa vive in un mondo apparentemente pacificato, dove le tensioni e le volontà di potenza appaiono lontane, sfocate dalla nebbia della miopia, può credere davvero che il mondo contemporaneo non conosca la violenza, la guerra, l'antisemitismo, se non in spazi residuali dove abitano i "folli" o i "nostalgici". Se per caso capitano aggressioni e atrocità dalle nostre parti, si tratti delle guerre che hanno devastato l'ex Jugoslavia e l'Ucraina o del terrorismo, cerchiamo in tutti i modi di dimenticarlo, rimuoverlo, considerarlo frutto di "malattia mentale" o di una "eccessiva" risposta a colpe che comunque sono nostre, dell'Occidente, del capitalismo. Ma la guerra c'è, anche non lontano dai nostri confini (in Libra, in Siria), la volontà di dominio non è cessata (e per esempio motiva le mosse della Cina e della Russia) e soprattutto non è sparito l'antisemitismo, più o meno mascherato da "resistenza" contro il "colonialismo sionista", che poi in sostanza significa l'esistenza di ebrei in territori che l'Islam vorrebbe judenrein. Queste guerre continuano a essere atroci, ma assumono volti sempre nuovi, che le limitano sempre meno alla prossimità territoriale. E' la guerra del terrorismo, condotta anche nelle pacifiche città dell'Occidente da avanguardie militari che noi spesso accogliamo come rifugiati; coi missili, che ignorano le frontiere e colpiscono al di là dei continenti: l'Iran ne ha parecchi capaci di colpire Israele e anche l'Europa e sta cercando ostinatamente di armarli con l'atomica.
   L'ultimo teatro di guerra è la rete, che non conosce distanza. Qualche settimana fa l'Iran ha cercato di colpire la rete idrica israeliana - tipico obbiettivo civile della nuova guerra - Israele, che per l'Europa ha il torto di difendersi, ha reagito in maniera precisa ma limitato, mettendo fuori uso il principale porto iraniano. L'altro giorno l'Iran ha colpito altri obiettivi civili, come l'autorità che controlla il lago di Tiberiade, la città di Ramat Hasharon, il servizio di emergenza medica United Hatzalah. L'obiettivo dichiarato in mille modi è "eliminare Israele dalla carta geografica". Per fortuna Israele si sa difendere anche su questo piano, è tecnologicamente avanzato e non è preda dell'irenismo nichilistico dell'Europa. Prima o poi toccherà però anche ad essa. Si può ignorare la guerra, ma difficilmente la guerra ignora te. Saprà difendersi l'Europa dalla ciberguerra, vorrà difendersi, oltre a moraleggiare sugli "eccessi" di Israele?

(Progetto Dreyfus, 24 maggio 2020)


Un lavoro che non è fisico

La 'avodàt Hashèm - culto divino, non è lavoro creativo, ma il simbolo dell'accettazione del giogo del cielo. La filosofia moderna vi si è ribellata perché non l'ha capito pienamente.

di Shalom Rosenberg*

Shalom Rosenberg
Ci separiamo dal libro di Vayikrà che ci ha presentato il sistema dei sacrifici e passiamo al libro di Bemidbàr che si occupa anch'esso delle regole del santuario. Questi temi ci sembrano oggi appartenere a un passato lontano. La nostra vita ebraica è guidata dal principio stabilito dai nostri Maestri: «Sostituiremo i tori con le nostre labbra» (Hoshèa' 14, 3), che come spiegava rabbì Yehoshùa' ben Levì: «Le preghiere sono state stabilite in corrispondenza dei sacrifici quotidiani» (TB Berakhòt 26b). La preghiera ha rimpiazzato i sacrifici e la recitazione dei brani relativi ai sacrifici sostituisce i sacrifici stessi. La preghiera è 'avodà shebalèv - il culto nel cuore. «Lo servirete con tutto il vostro cuore», questo principio fondamentale è radicato nell'Ebraismo sin dalla sua nascita. Il principio della preghiera e la sua ritualità sono un'aggiunta che sostituisce il culto nel santuario. La sinagoga è diventata un piccolo santuario.
  Nel contesto dei sacrifici ricorre in continuazione una parola chiave: 'avodà - culto. Questa parola ha avuto un'importanza decisiva nel vocabolario sionista. Così nello slogan sionista-religioso Torà Va'avodà - Torà e lavoro, la 'avodà rappresentava l'idea della produttività che è alla base della redenzione del popolo sulla sua terra. Questo slogan ha rappresentato la fertile de-costruzione del detto classico dei Pirkè Avòt - Massime dei Padri: «Shim'òn il giusto ... diceva che su tre cose il mondo si appoggia, sulla Torà, sulla 'avodà e sulle opere di bene». Nelle prossime righe vorrei ritornare invece al significato originale di questo detto, e cioè la 'avodà intesa come 'avodàt Hashèm - culto divino, una 'avodà che non si esprime nella produttività che vi è in esso, ma nella sua simbologia di accettazione del giogo divino.

 L'uomo ribelle
  Più di ogni altro filosofo Friedrich Nietzsche rappresenta la rivolta contro questa 'avodà. Ci sono nella sua opera numerosi e diversi strati. A volte mi sembra che ci siano in lui tre anime diverse. Una di queste, è diventata, a mio avviso, il profeta della sitrà atrà - parte oscura (termine kabbalista che indica le forze del male NdT), cioè l'anima dell'uomo che si ribella. Nietzsche si ribellava contro la concezione che vedeva nella religione l'imposizione dell'accettazione del giogo del cielo e che pretendeva la sottomissione assoluta nei confronti del padrone del mondo. Egli non era solo in questa lotta. La rivolta contro Dio appare nell'insegnamento di molti pensatori moderni che sono alla base dell'umanesimo, e cioè la concezione secondo la quale l'uomo vive in piena autonomia ed è il centro di ogni valore.
  Con molte differenze, abbiamo trovato idee simili anche all'estremità filosofica opposta - i marxisti, che si identificavano nella figura di Prometeo che sottrae il fuoco agli dei. Il Marxismo ha costruito un'ideologia che ha trovato la sua espressione nel capovolgimento semantico del termine 'avodà. Questi proponevano la 'avodà - lavoro, come sostituzione della 'avodàt Hashèm - servizio divino. L'uomo redime se stesso per mezzo della politica e dell'economia. I nostri Maestri lo avevano già previsto descrivendo la generazione della divisione, che costruisce una torre (di Babele NdT) verso il cielo e dichiara: «Facciamoci una torre e pratichiamo la 'avodà zarà - culto estraneo (idolatria), sulla cima, mettendogli una spada in mano e sembrerà come se Gli facesse guerra».
  Questa è la rivolta dell'uomo che grida: «D-o è morto», ma anche «Meno male che sono orfano!» (citazione del racconto dello scrittore Shalòm 'Alekhèm, che descrive l'abbandono della tradizione paterna NdT). A mio avviso il risultato di questa rivolta è ben rappresentato dalla copertina di una rivista popolare, dove una nave affonda in mezzo al deserto, da qualche parte della Russia. Questa non è finita lì a causa di qualche incontro del terzo tipo, ma è la testimonianza muta del mare che si è ritirato per decine di chilometri ed è diventato deserto, proprio a causa dell'opera dell'uomo - con l'uso maldestro dei fiumi che vi scorrono. Questa immagine mi ha fatto capire il significato dell'intenzione divina quando ha messo l'uomo nel Gan 'Èden: «Le'ovdà ulshomrà - per operarvi e per proteggerlo». Promoteo ha certamente "lavorato", ma non l'ha protetto. Ma ancora peggio sono i "campi di lavoro", che erano in realtà "campi di schiavitù". E dal lato opposto dell'arco politico, i nazisti, discendenti di Caino l'assassino, hanno trasformato il "lavoro" in un inferno, quando hanno inciso sulla porta d'ingresso di Auschwitz lo slogan satanico "il lavoro rende liberi".

 Amore e tikkùn
 
  La controversia sulla 'avodà è un conflitto incentrato sull'immagine dell'uomo che ci poniamo come modello. Ma a questo riguardo, ci ha insegnato rav Kuk che nonostante la rivolta contro la divinità sia focalizzata in senso antropologico, questa è in realtà fondata su un principio teologico errato. Siamo in presenza di un errore fondamentale della comprensione del concetto di 'avodà. Quelli che hanno alzato la bandiera della rivolta hanno concepito la 'avodà divina in maniera errata, a causa di una percezione immatura, perché la 'avodà non è sottomissione.
  Per capire questo dobbiamo fare riferimento a un concetto preso dalla mistica e dalla kabbalà, diventato di dominio pubblico. Le parole di lyòv: «Che parte è stabilita da Dio lassù?» (lyòv 31, 2) sono diventate nel pensiero tradizionale ebraico l'espressione della condizione umana: l'anima dell'uomo non è un prodotto del mondo materiale, ma un'entità celeste, una scintilla del fuoco divino. La conseguenza è che il rapporto dell'uomo con Dio non è quello di un'entità estranea e lontana, ma quella di un Dio nascosto che supera i confini del mondo, ma che ha la sua presenza anche dentro noi stessi. La concezione che vede nella 'avodàt elo-kìm - culto divino, per esempio quando ci si inchina, come sottomissione a un re straniero, è totalmente estranea alla nostra concezione dell'anima come "scintilla divina". Noi mettiamo in pratica una 'avodà- culto, che è amore, e non una 'avodà che è sottomissione.
  Ma ancora di più, nella tradizione ebraica troviamo un concetto che completa questa idea, fondato sulla aggadà (in questo caso si riferisce al Midràsh NdT) e successivamente sviluppato dalla Kabbalà: Il santo, benedetto Egli sia, ha creato l'uomo non come servo ma come collaboratore. Questa è l'idea del tikkùn - riparazione. Il santo, benedetto Egli sia, ha creato l'uomo perché riparasse i mondi, compito che lo rende collaboratore di Dio. Anche la 'avodàt elo-kìm - culto divino, quindi è parte di questa riparazione del mondo. L'uomo, attraverso le mitzvòt, cambia sia sé stesso, sia il volto dell'intera realtà. La Kabbalà esprime questo concetto con una durezza senza precedenti, la 'avodà non sarebbe sottomissione, ma addirittura una necessità suprema. Come se fosse Dio ad aver bisogno dell'uomo, di noi che siamo i suoi collaboratori.

 Sangue che torna alle origini
  Non posso terminare questi appunti teorici senza fare riferimento al carattere concreto che la 'avodà - culto, ha nel libro di Vayikrà: il sacrificio di animali. Essenzialmente si tratta di sacrificarne le parti grasse e il sangue, che rappresentano la vita, che è il principio che supera la materia e che è presente in ogni essere vivente. L'anima è in effetti l'elemento divino superiore, ma troviamo la santità anche nel corpo materiale e quindi ci è vietato consumare il sangue. Per mezzo del sacrificio il sangue che si trova sull'altare viene restituito a Dio, alla fonte della vita.
  Questa cerimonia si scontra con la sensibilità estetica di tante persone nel mondo moderno, tuttavia senza che la non-eticità del consumo di carne riesca a sconvolgerli come buongustai. Nel suo commento al siddùr - formulario di preghiere, rav Kuk esprime dei concetti legati alla sua visione vegetariana. Alla fine della preghiera delle diciotto
  benedizioni aggiungiamo dei versetti che esprimono la nostra preghiera perché venga ripristinata la 'avodà - culto, ai tempi del messia: «Sia la Tua volontà. .. che venga ricostruito il santuario, presto, ai nostri giorni ... e là ti serviremo con timore ... e sarà gradita l'offerta di Yehudà e di Yerushalàyim come in passato e ai tempi antichi». Su quest'ultimo versetto scrive rav Kuk: «In futuro l'abbondanza della conoscenza sarà diffusa e penetrerà addirittura negli animali: "In tutto il Mio sacro monte non verrà fatto più alcun male o alcuna distruzione, poiché la terra si è riempita della conoscenza dell'Eterno" (Yeshayàhu 11, 9) e il sacrificio sarà allora composto di offerta farinacea, dai vegetali, e sarà gradita a Dio come in passato e ai tempi antichi». Rav Kuk ci delinea una visione più equa alla quale l'uomo dovrà prendere parte lasciandosi però dietro il suo istinto di sbranare la carne.

* Shalom Rosenberg (1935) è un pensatore ebreo osservante, israeliano, professore emerito dell'Università Ebraica, dove è stato preside della facoltà di pensiero ebraico. Si occupa principalmente di filosofia della religione, rapporto tra religione ed etica, interpretazione dei testi, ermeneutica ebraica e generale.

(Kolòt, 24 maggio 2020 - Trad. Piazza))


Coronavirus: primo morto a Gaza, timori dopo l'impennata di casi

Primo morto per coronavirus nella Striscia di Gaza. Il ministero della Salute dell'enclave palestinese governata da Hamas ha precisato che si tratta di "Fadila Muhammad Abu Raida, 77 anni, del governatorato di Khan Younis, morta in isolamento in ospedale al valico di Rafah". Di recente, Gaza ha registrato un'impennata di casi di Covid-19 tra coloro che sono rientrati nella Striscia, suscitando forti preoccupazioni per il possibile impatto dell'epidemia sulle fragilissime strutture dell'enclave. Finora i contagi erano rimasti a quota 20 ma con l'arrivo nei giorni scorsi di circa 1.500 residenti che erano rimasti bloccati in Egitto e pochi altri lasciati passare da Israele, sono stati riscontrati 35 nuovi casi tra di loro, di cui 25 solo giovedi', portando il totale dei contagi a 55. I nuovi arrivati sono stati messi tutti in isolamento ma le autorita' stanno cercando di verificare se hanno avuto contatti con altre persone a Gaza prima di mettersi in quarantena. Nelle ultime settimane le misure restrittive erano state allentate e caffe' e ristoranti avevano riaperto, ma con l'impennata di casi Hamas sta pensando di imporre un coprifuoco e di richiudere il confine con l'Egitto fino almeno alla fine di giugno.

(Shalom, 24 maggio 2020)


Così s'infranse il sogno del kibbutz

di Davld Bldussa

Amore tardivo di Amos Oz (compreso nel suo Finché non sopraggiunga, Feltrinelli) è un racconto che coglie in tempo reale l'inizio della trasformazione della società israeliana. Protagonista della storia è la crisi del kibbutz come comunità e come specchio di una realtà in cerca di se stessa. Sono gli anni a cavallo tra i '6o e '70, quando la nuova realtà successiva alla guerra lampo vittoriosa del giugno '67 rapidamente trasforma una società fino a quel momento ancora in equilibrio tra città industriale e agricoltura d'avanguardia in una struttura ormai urbana, virata in gran parte verso i consumi, decisamente spinta ad emanciparsi dalle sue origini.
   Assaf Inbari, con Verso casa, idealmente riprende quella condizione esistenziale e con occhio impietoso ricostruisce l'intera parabola: dal sogno, all'inizio del Novecento, alla dissoluzione, mezzo secolo dopo.
   All'inizio quel sogno si incarna in una generazione di ebrei ventenni, in gran parte russi, soprattutto ucraini Il sogno è uscire dal ghetto, andare via e inventarsi una vita altrove sulle ali del proprio progetto di utopia che si carica anche di una proiezione di redenzione. Lo slogan è rinascere altrove, andare in Palestina, costruire un altro futuro, meglio dove non c'è nulla, perché come dice Lonya, uno dei membri del gruppo, «non sono venuto qui per avere una casa. Ce l'avevo una casa. Sono venuto qui per fare la storia».
   La massima è che si fa tutto, tutti insieme, e la dimensione assembleare è quella che consente di costruire competenza. «Dei compagni ingenui pensano che nominare un comitato significhi nominare un gruppo di esperti. Il processo è inverso. Le persone non studiano economia e poi nominano un comitato sull'economia. Istituiscono un comitato sull'economia e così diventano economisti» [p.104]. Così scrive Mola Zaharhari, l'ideologo del gruppo, sulla bacheca della Comune agricola sulle rive del Lago di Tiberiade. Siamo verso la fine degli anni 20.
   Lì inizia la stagione di sviluppo inarrestabile dell'esperienza kibbutzistica e Assaf Inbari la segue e ne segna le tappe essenziali: la bonifica delle zone paludose, la messa a cultura delle aree semidesertiche del Negev, la trasformazione delle colline in Galilea o della costa mediterranea. Lo sviluppo significa immissioni di nuove tecniche, formazione di nuove competenze, crescita del fatturato. Fino agli anni 50.
   Poi a partire dall'inizio degli anni 60 l'atmosfera cambia. A partire da allora la seconda generazione dei figli dei fondatori non si riconosce più in quell'esperienza, spesso va via. Il kibbutz non attrae più nuovi immigrati; quelli che arrivano non si integrano con il gruppo precedente. I fondatori diventano sempre più la testimonianza di un sogno, mentre intorno la realtà cambia. Soprattutto cambiano i desideri.
   Improvvisamente fa la sua comparsa la proprietà privata. Il segno più evidente è la proprietà della casa dove si vive. Anche quella finirà per essere un segno della discordia: con i vecchi che abitano quelle case e i loro figli che ora vivono in città e che tornano, mentre tutti gli altri li guardano sospettosi
   Scrive Assaf Inbari in chiusura: «Alcuni figli che avevano lasciato il kibbutz secoli prima si presentarono all'improvviso, accolti calorosamente dai compagni che credevano fossero venuti per prendersi cura del vecchi genitori, ma ricevuti freddamente dai compagni che sospettavano fossero venuti per prendere possesso dell'eredità dei genitori mentre erano ancora vivi, sistemandosi nelle loro proprietà. Ma i compagni che erano sospettosi nei loro confronti, lo erano anche l'uno dell'altro; tutti chiudevano a chiave gli appartamenti quando uscivano» [p. 333].
   Fine del sogno. Forse tutti più ricchi, ma non più comunità. Soprattutto non più redenti.

(Il Sole 24 Ore, 24 maggio 2020)


Condannare Israele per le annessioni? Il solito strabismo dice Malan

Un gruppo di 70 parlamentari di centrosinistra e M5S ha scritto al premier Conte chiedendogli di "condannare" Israele per l'annessione di alcuni territori della Cisgiordania. Malan (Forza Italia) spiega perché non si può essere equidistanti.

di Gabriele Carrer

Settanta parlamentari del centrosinistra e del Movimento 5 Stelle hanno firmato una lettera indirizzata al presidente del Consiglio Giuseppe Conte chiedendogli di "condannare" lo Stato di Israele per l'annessione di alcuni territori della Cisgiordania e di "adoperarsi attivamente, prima della data dell'1 luglio, in tutte le sedi europee e internazionali, per scongiurarne la realizzazione". Le conseguenze, dicono, "potrebbero essere devastanti per l'intera regione". L'annessione è contenuta nell'intesa di governo tra Benjamin Netanyahu e Benny Gantz: dal primo luglio lo Stato ebraico potrebbe infatti annettere il 30 per cento dell'area C della Cisgiordania, "se gli Stati Uniti saranno d'accordo".
   "Numerose sono state le reazioni critiche verso questa decisione", sottolineano i deputati citando il segretario generale dell'Onu António Guterres e l'Alto rappresentante per la politica estera europea Josep Borrell, ma anche la Lega Araba e diversi governi europei. "Compreso il nostro, attraverso il ministero degli Affari esteri, tutti hanno ribadito due questioni fondamentali: che tale decisione è in aperta violazione del diritto internazionale e delle risoluzioni delle Nazioni Unite e che essa, qualora realizzata, porrebbe una pietra tombale su ogni rilancio del processo di pace in Medio Oriente e sulla prospettiva di due popoli e due Stati che convivano in pace e sicurezza reciproca".
   La lettera dei 70 (tra questi Laura Boldrini, Pino Cabras, Stefano Ceccanti, Stefano Fassina, Piero Fassino, Matteo Orfini e Lia Quartapelle) arriva a conclusione della prima settimana del nuovo governo israeliano ma anche della decisione della leadership palestinese di decretare la fine di tutti gli impegni con Israele e gli Stati Uniti come conseguenza del piano di annessione della Cisgiordania.
   Ma non tutto l'arco parlamentare italiano sembra condividere la posizione dei parlamentari della maggioranza. "Da parte di molti firmatari si tratta del consueto strabismo contro Israele", spiega a Formiche.net Lucio Malan, senatore di Forza Italia e presidente dell'intergruppo parlamentare di amicizia Italia-Israele. Tuttavia, continua, "alcuni di loro hanno anche firmato un comunicato molto duro contro Ali Khamenei che ha proclamato il Jihad contro lo Stato ebraico. Da parte loro l'intenzione è di evitare tensioni pericolose. Penso però che non si possa essere equidistanti in una situazione di questo genere. C'è uno Stato potente, l'Iran, dotato di missili, che lavora incessantemente per procurarsi armi nucleari, che già ha missili che possono arrivare in Europa, che più che minacciare, promette di distruggere Israele e il suo leader ammette chiaramente e di farlo anche finanziando i terroristi presenti sia a Gaza, sia nella cosiddetta Cisgiordania".
   Il senatore Malan aggiunge: "Cosa deve fare Israele? Deve dire va bene? Deve incoraggiare la nascita di uno Stato contiguo al suo, dichiaratamente rifornito di armi allo scopo di sterminare gli ebrei? No, l'equidistanza qui non ci sta. Se i nemici d'Israele gettano le armi, è la pace. Se lo fa Israele è una nuova Shoah. Chi il 27 gennaio dice 'mai più sterminio' lo ricordi anche oggi!".

(Formiche.net, 24 maggio 2020)



L'uomo moderno e la perdita della realtà

Quest'articolo è stato scritto circa trent'anni fa. Allora c'era solo la televisione. La realtà perduta era trasformata in immagini e vissuta dai più come spettacolo a cui partecipare passivamente. Oggi c'è internet. E le cose a questo riguardo sono ancora peggiori.

di Marcello Cicchese

L'uomo moderno è abituato a osservare la realtà con l'occhio di chi vuole modificarla. E' un atteggiamento di fondo che certamente gli è stato favorito dalle trasformazioni a dir poco impressionanti che è riuscito a produrre nell'arco degli ultimi secoli.
  Da qualche decennio, tuttavia, qualcosa si sta muovendo nella sensibilità dell'uomo moderno. E' venuta meno, anzitutto, la fiducia incondizionata nel fatto che i cambiamenti possibili siano sempre per il meglio. Ci si è accorti che l'"homo faber" con i suoi martelli, ogni tanto, oltre a creare nuovi e utili oggetti riesce anche a spaccare qualcosa che sarebbe stato meglio lasciare così com'è. Non è un caso allora se la parola "ecologia", di cui fino a vent'anni fa ben pochi conoscevano il significato, oggi è sulla bocca di tutti.
  Oltre a questo, l'uomo di oggi comincia ad accorgersi che se da una parte le trasformazioni che può operare sulla realtà sono sempre più estese e profonde, dall'altra gli strumenti di intervento diventano sempre più complessi e sofisticati, con la conseguenza che il contatto con la realtà da dominare deve necessariamente avvenire attraverso una fitta rete di relazioni intermedie tecniche e sociali che il singolo non è più in grado di comprendere e controllare in tutta la sua estensione.
  E neppure gli viene chiesto. Quello che gli viene chiesto è di inserirsi docilmente nel sistema, di non voler essere nulla di più che un elemento, non necessariamente molto importante, del sistema stesso.
  In altre parole, si può dire che negli ultimi secoli l'uomo moderno è riuscito ad arginare e dominare la realtà con la costruzione di un robustissimo traliccio artificiale, che però è diventato ormai così importante e sofisticato da non lasciare al singolo altra scelta che quella di diventare un nodo del traliccio stesso.

 La fase dell'integrazione
  Ad una fase eroica di "aggressione" della realtà da modificare con sistemi artificiali, sta dunque lentamente subentrando una fase burocratica di "integrazione" in una realtà che fin dall'inizio si presenta artificialmente modificata. L'amore per l'azione e lo spiccato senso di responsabilità con cui, per esempio, imprenditore e sindacalista si assumevano il compito di lavorare o di lottare per la trasformazione delle cose, hanno ceduto il posto alla capacità professionale di inserirsi, con la necessaria duttilità, nei complicati meccanismi di funzionamento di un sistema di produzione che ha leggi sue proprie.
  Oggi non è più tempo d'eroi. L'epoca mitica dei "self made men", dei rivoluzionari romantici, degli scienziati folli è ormai alle nostre spalle. Le doti principali che si richiedono oggi agli uomini impegnati sono l'adattabilità, l'equilibrio del temperamento, la capacità di integrarsi docilmente in un sistema complesso senza correre il rischio di cedere a reazioni personali imprevedibili. Anche ai piloti d'aereo e agli astronauti, figure atte a muovere la fantasia delle persone normali, non si chiede tanto di avere coraggio e fantasia individuali, quanto di saper svolgere con precisione tutte le operazioni previste dai programmi di volo. Si può dire insomma, tanto per fare un esempio, che se cinquecento anni fa l'America fu scoperta da un manipolo di avventurieri, vent'anni fa la luna fu visitata per la prima volta da due impiegati altamente specializzati.
  Anche nelle chiese cristiane, soprattutto in quelle dei paesi più ricchi, si cominciano a ricercare i funzionari, cioè persone che non necessariamente abbiano spiccate doti personali e autentici doni spirituali, ma sappiano far "funzionare" le cose, sappiano fungere da animatori, da catalizzatori di fenomeni complessi come quelli che possono avvenire in una chiesa un po' grande, inserita in una società complicata come quella di oggi.
  Nel mondo della produzione l'operaio diventa impiegato e l'imprenditore diventa manager: a entrambi viene affidato il compito di contribuire al funzionamento di un sistema che li ingloba e li sovrasta. L'alienazione, di cui si parlava volentieri qualche anno fa, si è estesa a tutti i livelli sociali e si presenta in una forma più complessa di quello che volevano gli schemi sociologici marxisti.
  Il rapporto con la realtà modificabile è diventato molto più sfuggente e problematico da quando l'uomo moderno ha cominciato a sospettare che nel processo di modificazione della realtà quello che rischia di doversi modificare più di tutti è proprio lui.

 La realtà dell'apparenza
  A questa accresciuta difficoltà di contatto diretto con la realtà da parte dell'uomo moderno corrisponde, per motivi che varrebbe la pena di indagare più a fondo, un impressionante aumento di offerta di immagini da parte dei mezzi di telecomunicazione. Dal teleschermo a colori la realtà "appare" ancora solida e ben delineata. A guardare le avventure di James Bond e Rambo, si direbbe che l'uomo singolo sa ancora tenere saldamente in mano le cose, dominarle, modificarle. I telegiornali e i servizi di attualità danno allo spettatore l'impressione di essere portato a contatto diretto con la realtà che si evolve. Le telenovele gli fanno provare emozioni personali che ben difficilmente potrebbero essere sperimentate in modo così intenso nella piatta consuetudine giornaliera. Come diceva la vignetta di un giornale: "Certi sentimenti profondi non si possono esprimere, bisogna vederseli in TV".
  Le cose guardate sembrano più reali delle cose vissute. Le immagini di miseria che ci giungono in casa da un mondo lontano attraverso il teleschermo ci fanno provare fremiti di compassione che non riusciamo ad avvertire quando la miseria si avvicina a noi nella forma di uno straccione fetido che ci siede accanto nella sala d'aspetto della stazione. Le sempre più complicate scene di sesso che vengono riversate su tutti gli schermi, pubblici e privati, fanno vivere a molti, nella loro fantasia, esperienze che mai riusciranno a fare nella vita pratica.

 Il diluvio di immagini spinge tutti a vivere nell'immaginazione.
  L'obiezione più elementare è che l'immagine rappresenta una realtà, e quindi è soltanto un veicolo di collegamento. E' indispensabile accettare le immagini - si dice - se si vuole entrare in contatto con la realtà sempre più complessa del mondo d'oggi. Ma si entra veramente in contatto? Con che cosa entra in contatto? Con la cosa o con la notizia? La notizia non è ormai diventata, essa stessa, una cosa? La notizia che oggi ci giunge in forma di immagine è ormai un oggetto a sé stante, con una relazione molto tenue e problematica con altre forme di realtà. Certo, un film di guerra interamente inventato è molto meno eccitante di una ripresa in diretta di una guerra vera, ma la differenza sta solo nel materiale con cui è costruita la notizia, non nel fatto fondamentale che, comunque, la notizia è una realtà costruita. Se già prima si diceva che "la cosa detta non è la cosa", questo è tanto più vero per la cosa teletrasmessa.
  Di questo, naturalmente, anche lo spettatore più sprovveduto ha un vago sentore. Ma non si ribella. Anzi, si direbbe che alla spigolosa, problematica, frammentaria, spesso deludente realtà vissuta in prima persona preferisca la realtà colorata, eccitante, ben confezionata, con tanto di sottofondo musicale e commento parlato, che si può contemplare nelle immagini dello schermo. Come nell'universo infantile, finzione e realtà si confondono, e alla fine ci si arriva a chiedere se veramente esista una realtà distinta dalla finzione, e se valga la pena di andarla a cercare.

 L'uomo diventa spettatore e la realtà si confonde con lo spettacolo.
  Si prenda in considerazione un momento forte della vita di una persona: il matrimonio. E' comprensibile che, da quando è stata inventata la macchina fotografica, alla cerimonia di nozze ci sia qualcuno che scatta fotografie per conservare ricordi particolari di una giornata memorabile. Sembrerebbe ovvio dire che il fatto importante è il matrimonio e le fotografie sono solo un mezzo per ricordare il fatto importante. Da qualche tempo, invece, si avverte uno spostamento d'accento. In alcuni casi sembra quasi che le persone, a partire dagli sposi, siano lì non per celebrare un matrimonio, ma per girare un film. Riflettori che illuminano a giorno ogni cosa, macchine da ripresa che spuntano da tutte le parti, operatori fotografici in tenuta da lavoro che si muovono con disinvoltura tra sposi, parenti e ufficiali civili dando ordini a destra e a sinistra, imponendo, se necessario, di ripetere qualche scena che non è riuscita bene. Viene spontaneo di chiedersi: ma qual è il fatto importante? Quello che sta accadendo ora o quello che si rivedrà dopo? Certo, quando gli sposi, comodamente seduti in poltrona, rivedranno insieme agli amici le scene della cerimonia abilmente montate, con la marcia nuziale di Mendelssohn suonata dall'organista famoso, gli zoom, le musiche di sottofondo, gli effetti sfumati e il commento parlato di qualcuno che ha una bella voce, il nudo "fatto" della cerimonia compiuta in quel giorno "apparirà" arricchito di significati profondi a cui, in quel momento, non si aveva neppure il tempo di pensare. La finzione si mescola alla realtà e la fa apparire più reale.
Il mondo delle immagini, anche se sono immagini tratte dalla vita concreta, diventa sempre più un mondo immaginario, un universo finto in cui chi guarda si inserisce con un impegno finto. Davanti allo schermo l'uomo assume la mentalità dello spettatore, che dalle immagini vuole essere stimolato a provare sentimenti diversi, ma non le prende sul serio, perché in fondo sa che sono una finzione. Ma poiché la finzione delle immagini appare più gradevole della realtà vissuta in prima persona, dal momento che non richiede impegni responsabili, l'uomo-spettatore preferisce illudersi, e si convince di stare mantenendo un rapporto stretto con la realtà perché attinge abbondantemente ai mezzi di comunicazione. E invece la valanga di messaggi da cui è investito lo lascia sempre più solo: solo con le sue impressioni e reazioni, senza un autentico rapporto con qualcuno e qualcosa che non sia sé stesso.

 Il vangelo estetico
  Si capisce allora quanto sia illusorio, per i cristiani, sperare di far arrivare alle persone il messaggio del vangelo attraverso immagini telecomunicate. Si possono dire le cose più bibliche sul peccato e la salvezza, sul perdono e la giustificazione, ma la mentalità da spettatore di chi le riceve le trasforma immediatamente in oggetti di consumo per lo svago di qualche minuto, fino a che non arriva la prossima trasmissione o non si passa ad un altro canale.
  In generale, è illusorio ogni tentativo di rendere più "commerciabile" il vangelo con una presentazione estetizzante. Concerti, mimi, rappresentazioni teatrali invitano l'interlocutore ad assumere l'atteggiamento dello spettatore, e quando ciò è accaduto, quello che gli arriva non è più l'evangelo. Il messaggio ricevuto come fatto estetico che si può valutare, giudicare, applaudire o fischiare, non è l'evangelo: è un'altra cosa.
  Ma il guaio più grosso è che gli assomiglia, come la finzione della rappresentazione scenica assomiglia alla realtà. Anzi, come abbiamo visto, qualche volta può sembrare addirittura più reale. Ma se questo tipo di finzione è grave in ogni caso, applicato all'evangelo arriva ad essere un'autentica menzogna, perché il messaggio trasmesso non porta l'uomo a contatto con la verità, ma con l'illusione della verità. Anche in questo caso, l'uomo resta solo con sé stesso, solo con quel mondo di impressioni e sensazioni che ha cominciato a ricercare nel momento stesso in cui ha assunto la mentalità dello spettatore.
  E questa solitudine, attorniata dalla finzione della realtà rappresentata, diventa ben presto un terreno ideale per il "padre della menzogna" (Giovanni 8:44), che nell'evanescente mondo delle immagini non ha difficoltà a mescolare i suoi precisi e finalizzati messaggi.

 I cristiani: uomini per la verità
  Se riconosciamo che l'uomo moderno, a causa della complessità degli strumenti tecnici che si è dato per dominare le cose, e a causa dell'impressionante mole di messaggi immaginosi che riceve da ogni parte, ha pericolosamente indebolito il suo rapporto con la realtà, come cristiani dobbiamo chiederci seriamente se è nostro compito scendere in lizza su questo terreno e cercare di offrire "spettacoli cristiani" più attraenti di quelli che ci sono già. Ha bisogno di questo l'uomo di oggi? Ha bisogno di una finzione in più? Di una bella finzione a sfondo religioso, professionalmente ben costruita e ben presentata? O non ha bisogno, piuttosto, di essere scosso dalla sua mentalità di consumatore passivo di immagini di tutti i tipi per essere portato a contatto, anche brutalmente se necessario, con l'autentica realtà illuminata dalla parola di Dio? E in questa realtà non dobbiamo esserci noi cristiani, in carne ed ossa, nella nostra dimessa, ma autentica versione giornaliera?
  In un mondo che vuole surrogare la realtà perduta con l'offerta di spettacoli avvincenti, i cristiani hanno il compito di testimoniare della verità offrendo sé stessi come uomini veri, che hanno trovato la loro realizzazione nell'"immagine di Cristo" a cui sono stati predestinati da Dio, che nella sua grazia li ha chiamati, giustificati e glorificati (Romani 8:29-30).
  C'è bisogno di uomini, non di spettacoli; di relazioni corte, non di telecomunicazioni; di persone autentiche, non di personaggi.
  Dobbiamo fuggire gli applausi e guardare con diffidenza i consensi. Dobbiamo guardarci dal desiderio di "curare l'immagine", perché chi cura l'immagine fa un uso plastico della menzogna. Dobbiamo avere fiducia nella forza della verità che si fa strada contro ogni apparenza. Troppe cose, oggi, vogliono soltanto apparire; e un mondo in cui l'apparenza è diventata realtà è un mondo che vive nella menzogna.
  Sono dunque più che mai attuali le parole del salmista:
    "Come avviene d'un sogno quand'uno si sveglia, così tu, o Signore, quando ti desterai, sprezzerai la loro vana apparenza" (Salmo 73:20).
Prima che il Signore si desti e disperda i vapori irreali dell'apparenza con la realtà del Suo giudizio, come cristiani abbiamo il compito di "testimoniare della verità" (Giovanni 18:37). Una verità che in questo tempo di grazia è una verità d'amore, che non arriva agli uomini in forma di immagini ben confezionate, ma trasforma gli uomini ad immagine di Colui che è l'autentico Uomo, in tutto conforme alla volontà di Dio.
    "E noi tutti contemplando a viso scoperto, come in uno specchio, la gloria del Signore, siamo trasformati nell'istessa immagine di lui, di gloria in gloria, secondo che opera il Signore, che è Spirito" (2 Corinzi 3:18).
(Credere e comprendere, luglio 1991)
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Allarme a Gaza, raddoppiano i contagi

Quando sembrava che la Striscia di Gaza fosse riuscita, in ragione dell'isolamento in cui è tenuta da Israele ed Egitto, a superare con pochi danni la pandemia, l'accertamento nel giro di poche ore di 29 nuove infezioni da Covid-19 ha fatto scattare l'allarme in questo lembo di terra palestinese con la più alta densità di popolazione della terra e un sistema sanitario fragile. Il numero totale dei positivi resta contenuto, 49, ma crea preoccupazione il fatto che i nuovi casi siano stati tutti diagnosticati fra le tante persone che rientrano dall'Egitto. Le autorità di Hamas hanno chiuso i valichi fino alla fine di luglio.

(il manifesto, 23 maggio 2020)


"Tradimento di Gantz, in Israele colpo alla speranza"

Intervista Yael Dayan. La scrittrice: il patto con Netanyahu allontana la pace

di Umberto De Giovannangeli

Yael Dayan
"Israele ha un governo, ma non avrà pace. Benny Gantz si è arreso a Netanyahu senza combattere, per usare una terminologia militare cara all'ex capo di stato maggiore. C'è chi ha detto e scritto che Gantz abbia tradito il suo elettorato. Ma accettando di governare assieme a Netanyahu, ha fatto qualcosa di peggio•. ha inferto una ferita mortale alla speranza di cambiamento". A sostenerlo" è Yael Dayan, scrittrice, più volte parlamentare e vice sindaca di Tel Aviv, paladina dei diritti delle donne, figlia di uno dei miti d'Israele: l'eroe della Guerra dei Sei giorni, il generale Moshe Dayan.

- Israele ha un nuovo governo: il governo Netanyahu-Gantz, C'è chi lo ha definito il "governo dell'annessione" chi un "matrimonio" politico contronatura. Qual è il suo giudizio?
  "Il più severo possibile. Gantz è entrato in politica col dichiarato proposito di mettere fine all'era Netanyahu. Lo ha fatto anzitutto in nome di uno dei pilastri di uno stato di diritto: nessuno, neanche un Primo ministro può considerarsi al di sopra della legge, come pretende Netanyahu. Gantz ha ceduto su questo e non può giustificare quella che è una mera operazione di potere in nome della 'guerra al Coronavirus. In passato, Israele ha combattuto tante guerre che ne hanno messo in pericolo la sua stessa esistenza, ma mai quelle guerre sono servite per operazioni politiche di potere. Nei momenti più duri della sua esistenza, Israele ha saputo mostrarsi unito, al di là delle divisioni politiche tra chi era al governo e chi all'opposizione. Il sale della democrazia è proprio il confronto tra diverse visioni, tra diverse alternative di governo. Gantz ha cancellato tutto questo e nel farlo si è consegnato a Netanyahu, provocando anche la rottura nella coalizione che aveva dato vita a Blu e Bianco".

- Tra diciotto mesi, per l'accordo raggiunto, sarà Gantz il primo ministro
  "Diciotto mesi sono una eternità per la politica israeliana, basti pensare che in meno di un anno abbiamo avuto tre elezioni anticipate. Piuttosto che cedere quella poltrona, Netanyahu farà in modo di andare a nuove elezioni. E ci andrà dopo aver diviso l'opposizione. Gantz ha ceduto a un primo ministro che fomenta odio e divisione, che con le sue parole intrise di odio arma ideologicamente e politicamente la mano alla destra più estrema".

- Lei ha fatto riferimento alle performance di Netanyahu. Performance vincenti
  "Ma che Israele pagherà a caro prezzo. Lo pagheranno le minoranze, non solo gli arabi israeliani, lo pagherà il processo di pace con i Palestinesi, lo pagheranno le fasce socialmente più deboli della società. D'altro canto, Netanyahu ha costruito il suo consenso sulla divisione del paese, radicalizzando a destra il Likud, cavalcando paura e insicurezza, indicando di volta in volta i nemici da combattere, esterni e interni. E ora si appresta a essere Primo ministro per altri 18 mesi. Un incubo".

- In questo scenario non certo rassicurante, c'è ancora uno spazio per rilanciare il dialogo lsraelo-palestinese?
  "Se questo spazio deve essere trovato da coloro che si apprestano a governare Israele, allora dico no, questo spazio non esiste più. Non esiste perché si è scelto di indebolire e delegittimare un leader moderato, disposto al compromesso, qual è Abu Mazen, anche se questo ha finito per rafforzare gli estremisti di Hamas. Non esiste, perché nella visione di cui questa destra è portatrice la sicurezza è sempre congiunta con disegni di grandezza che non contemplano il riconoscimento di uno Stato palestinese. Non esiste, non può esistere una pace vera, durevole, che possa conciliarsi con la massiccia colonizzazione dei Territori palestinesi occupati. Non è conciliabile per il semplice, inconfutabile, dato di realtà che la politica di annessione di fatto di terre palestinesi, la trasformazione, anche sul piano dello status, di colonie in città israeliane, minano dalle fondamenta un accordo fondato sul principio di "due popoli, due Stati".

- Ma gli insediamenti sono cresciuti, e tanto, anche quando a guidare Israele erano primi ministri laburisti.
  "Su questo la sinistra dovrebbe riflettere e fare una salutare autocritica. Ma c'è una differenza sostanziale: nell'orizzonte della destra nazionalista, gli insediamenti hanno una legittimazione ideologica e non rispondono a ragioni di sicurezza. Per la destra più estrema, che oggi ha un ruolo decisivo all'interno del governo, i coloni, anche nelle componenti più radicali, sono degli eroi, i pionieri di Eretz Israel. In questa ottica, gli insediamenti in Giudea e Samaria (i nomi biblici della Cisgiordania, ndr) sono la concretizzazione del disegno della Grande Israele che è stato a fondamento del revisionismo sionista di Zeev Jabotinsky, da sempre il pensatore di riferimento della destra israeliana. Dove dovrebbe nascere lo Stato dei palestinesi? Su quali territori, entro quali confini? E ancora: certo, può esistere uno stato smilitarizzato ma non uno stato che non eserciti la propria sovranità sul territorio nazionale. Uno Stato del genere sarebbe una finzione. Netanyahu, e con lui i capi della destra radicale, considerano la nascita di uno Stato di Palestina non come una minaccia alla sicurezza d'Israele ma come un colpo mortale alla Grande Israele. Non è con la forra che Israele diventerà un paese normale. Vede, Yitzhak Rabin capi che la pace, che è altra cosa dalla resa dell'altro contraente, non può essere a costo zero. La pace dei coraggiosi è un incontro a metà strada. E' alla ricerca di un compromesso sostenibile. Ma coraggio, compromesso, dialogo, sono parole che non esistono nel vocabolario politico di chi governerà Israele".

- Il presidente dell'Autorità nazionale palestinese, Mahmoud Abbas, ha annunciato nei giorni la fine di tutti gli accordi con Israele e gli Stati Uniti e affermato che il primo, come potenza occupante, è responsabile dei territori che occupa.
  "E' la conferma della gravità del momento. Pace e annessione sono tra loro inconciliabili. Ma questo Netanyahu lo sa bene. Lui ha scelto da tempo. Ha scelto l'annessione".

(l’Unità, 23 maggio 2020)


Annessione, stavolta Abu Mazen fa sul serio (forse)

Stop alla cooperazione con Israele, la polizia palestinese lascia la zona B

di Michele Giorgio

 
Ghassan Khatib
GERUSALEMME - L'Autorità nazionale palestinese prova, con fatti concreti, a dissipare i dubbi che ancora circondano la decisione annunciata martedì dal presidente Abu Mazen di svincolare i palestinesi dagli accordi fumati con Israele e di mettere fine alla cooperazione di intelligence con lo Stato ebraico.
   Unità della sicurezza palestinese si sono ritirate ieri da Azzariyah, Abu Dis, Biddu e Beit Iksa. Erano entrate nei quattro sobborghi di Gerusalemme est - "Zona B" a controllo misto secondo gli Accordi di Oslo - di recente e su autorizzazione israeliana per far rispettare le misure di contenimento del corona virus. Nulla di drammatico. Ma il passo indica che i palestinesi non accetteranno passivamente che larghe porzioni di Cisgiordania siano annesse unilateralmente a Israele, come ha promesso di fare il premier israeliano Netanyahu. A ciò si aggiungono la comunicazione alla Cia dell'interruzione del coordinamento di sicurezza con Israele e il rifiuto degli aiuti inviati dagli Emirati ai palestinesi a bordo di un aereo della Etihad atterrato per la prima volta a Tel Aviv in coordinamento solo con Israele.
   «Non mi meraviglia lo scetticismo di molti, stavolta però credo che l'annuncio fatto dal presidente contenga elementi di concretezza maggiori rispetto a dichiarazioni simili fatte in passato - ci spiega l'analista e docente dell'università di Bir Zeit, Ghassan Khatib - L'Anp non può rimanere inerte. Netanyahu si prepara a muovere un passo di estrema gravità. L'annessione a Israele di porzioni di Cisgiordania con l'approvazione di Donald Trump mette la leadership palestinese in una condizione insostenibile. Pertanto, me lo auguro, l'annuncio del presidente dovrà necessariamente avere riflessi sul terreno».
   Il nuovo governo israeliano, nato appena qualche giorno fa, non ha risposto. Ignora i palestinesi, evidentemente li ritiene irrilevanti nel quadro delle valutazioni da fare per l'annessione. Netanyahu resta in silenzio. I suoi nuovi alleati del partito Blu Bianco, il ministro della difesa Benny Gantz e il ministro degli esteri Gabi Askanazi, hanno soltanto cercato di placare le forti preoccupazioni della Giordania e di accorciare la distanza con l'Ue che non esclude (ma è una ipotesi remota) sanzioni contro Israele. Ai palestinesi non si sono rivolti in alcun modo.
   Qualche reazione è arrivata dall'esercito e dai servizi di intelligence israeliani. Un ufficiale delle forze di sicurezza ha avvertito che la decisione palestinese comporterà incursioni più frequenti dell'esercito in Cisgiordania «per catturare ricercati» e un impiego maggiore di reparti israeliani. Il ruolo del servizio di intelligence dell'Anp, guidata da Majd Faraj che vanta ottimi rapporti con la Cia e i servizi segreti europei, giordani ed egiziani, è stato fondamentale sin dalla firma di Oslo (1994) per tenere sotto controllo (spesso in cella) oppositori di ogni orientamento politico e i militanti del movimento islamico Hamas.
   La popolazione e la base di Fatah, il partito di Abu Mazen, hanno chiesto con forza la fine del coordinamento di sicurezza con Israele considerato una forma di collaborazione attiva con l'occupazione militare.
   «Gli effetti delle decisioni annunciate a inizio settimana andranno valutati più avanti - afferma Khatib - Israele è in grado di esercitare una pressione enorme sull'Anp, usando ad esempio blocco del trasferimento dei fondi palestinesi derivanti da dazi e tasse (una delle entrate principali per il governo dell'Anp, ndr). La capacità e la volontà di resistere alle pressioni sarà fondamentale».

(il manifesto, 23 maggio 2020)


Roma - Museo ebraico e sinagoghe già riaperti (con lo sconto)

La direttrice Olga Melasecchi: «Biglietti a 2 euro e ingressi gratuiti nel 2020 per medici e infermieri».

di Francesca Nunberg

 La visita
  Biglietto scontato a 2 euro (anziché 11) per i primi mille visitatori, ingresso gratuito per medici e Infermieri per tutto il 2020, entrate contingentate fino a un massimo di 50 persone alla volta. Seguendo le regole per la riapertura al pubblico anche il Museo Ebraico di Roma riparte dopo il lockdown e torna a raccontare la storia della più antica comunità della diaspora occidentale. La visita si potrà fare solo su prenotazione e diventerà coì un tour esclusivo per tutti quelli che vogliono scoprire, o riscoprire, gli argenti e i tessuti ebraici, i marmi e gli ornamenti che raccontano più di due millenni di presenza ebraica a Roma. Oltre al museo, torneranno visitabili anche il Tempio Spagnolo e soprattutto il Tempio Maggiore, luogo simbolo dell'ebraismo.

 La collezione
  «Siamo riusciti a riaprire il 18 maggio - spiega la direttrice Olga Melasecchi - e anche se non tutto è tornato accessibile, come il tavolo con la ricostruzione multimediale dell'antico ghetto, perché è necessario toccarlo con le mani, il pubblico potrà ammirare tutta la collezione del museo, tra cui circa novecento stoffe e quattrocento argenti di uso liturgico, quanto rimane degli antichi addobbamenti per il Sefer Torà. Queste complesse macchine cerimoniali costituivano i doni delle famiglie ebraiche alle loro sinagoghe e vanno dal Seicento al Novecento. Nella sala 4 abbiamo esposto da poco una collezione di argenti di una famiglia askenazita, con delle bellissime lampade di Hannukah, mentre nella sala 2 si può vedere la Menorah di Jar, realizzata da Joel Arthur Rosenthal, un gioielliere americano che lavora a Parigi, come quella descritta nell'Esodo, ossia a forma di bouquet con i rami di mandorlo che formano le 7 braccia e i frutti di rubini e diamanti».
  Si sta ancora cercando di capire se è possibile riprendere i tour del Portico d'Ottavia, mentre le mostre in programma, come quella Intitolata 1848-1870. Verso l"emancipazione degli ebrei di Roma che si sarebbe dovuta inaugurare in autunno, sono state rinviate al 2021.

(Il Messaggero, 23 maggio 2020)


Fine del Ramadan con il fiato sospeso. Khamenei torna a minacciare Israele

Nonostante i divieti si temono assembramenti per la festa del Sacrificio che chiude il mese sacro all'islam La diffusione può ulteriormente crescere, specie in realtà come l'Iran con più di 131 mila malati.

di Camille Eid

 
Ali Khamenei
Si spegne la speranza di poter celebrare "normalmente» Eid al-Fitr, la festa che segna la fine del mese di Ramadan, attesa a partire da domani. Quasi tutti i Paesi arabi e islamici hanno imposto un giro di vite alle celebrazioni per evitare una nuova ondata di contagi da coronavirus. «Non spostatevi durante l'Eid», è l'invito rivolto dal ministro della Sanità di Teheran agli iraniani, soliti mettersi in viaggio durante questi giorni. Anche ieri i morti sono stati 51 e i contagi oltre duemila con oltre 131mila malati dall'inizio della pandemia. «In molte zone - ha aggiunto Saeid Namaki- circa il 90% della popolazione non ha contratto il virus. Nel caso di una nuova epidemia, sarebbe molto difficile controllarla». Tuttavia, l'Iran consentirà ai fedeli di pregare all'interno dei centri religiosi e non nei luoghi all'aperto.
  Ieri, in occasione dell'ultimo venerdì di Ramadan dedicato alla "Giornata di al-Quds" (Gerusalemme), la Guida suprema Ali Khamenei ha precisato che «il jihad e la lotta per liberare la Palestina sono doveri islamici», sottolineando che «la vittoria è garantita da Dio» e che sarebbe «un grave errore considerare la questione palestinese solo come una questione prettamente araba». «I gruppi jihadisti, ha aggiunto Khamenei, devono essere organizzati e si devono espandere nelle terre palestinesi, perché i sionisti capiscono solo il linguaggio della forza». A Gerusalemme, dopo due mesi di chiusura, la Spianata delle moschee riaprirà probabilmente solo dopo le festività. Il direttore della moschea al-Aqsa, il terzo luogo sacro dell'islam, ha detto che i dettagli della riapertura saranno finalizzati «a evitare critiche sulla mancanza di precauzioni sanitarie». Moschee ancora serrate a La Mecca e Medina, in Arabia Saudita, dove le autorità hanno imposto restrizioni dopo un'improvvisa impennata dei casi positivi registrati. A Dubai, negli Emirati Arabi Uniti, è stato deciso un ulteriore giro di vite sul distanziamento sociale durante l'Eid per evitare che i festeggiamenti diventino un moltiplicatore del contagio. La città è disseminata di poliziotti dotati di "thermal scan" per rilevare la temperatura corporea. Misure drastiche anche in Egitto, dove il governo ha deciso di estendere i giorni di festa (retribuita per i dipendenti pubblici) da tre a cinque. Fino a venerdì è quindi prevista la chiusura di tutti i negozi, ristoranti, centri commerciali, servizi di intrattenimento e spiagge, mentre è previsto il coprifuoco dalle 17 fino alle 6 del mattino.
  Il premier egiziano, Mostafa Madbouli, ha indicato che il coprifuoco nel Paese si applicherà successivamente dalle 20 alle 6 di mattina, mentre il ritorno di alcuni riti religiosi nei luoghi di culto sarà studiato in modo da consentirlo nella seconda metà di giugno. In occasione dell'Eid e per evitare il collasso del settore turistico, alcune strutture alberghiere del Mar Rosso e del Sinai che avranno soddisfatto tutti i controlli di sicurezza sanitaria potranno ricevere i primi clienti dal mercato interno per la prima volta dalla fine di marzo, ma garantendo una capacità del 25 per cento soltanto. Secondo le disposizioni in vigore, gli hotel devono mantenere il distanziamento sociale tra gli ospiti, misurare la temperatura corporea dei clienti e seguire una serie di rigorose misure preventive anti-coronavirus.
  In Algeria, il primo ministro ha annunciato il divieto di circolazione di veicoli e motocicli durante i giorni dell'Eid, nonché l'obbligo di indossare una mascherina nei luoghi pubblici. Il divieto riguarda tutte le province del Paese, a prescindere dalla fascia oraria 7-13 in cui è possibile circolare, ma solo a piedi. Le indagini epidemiologiche condotte dagli esperti del ministero della Sanità, si legge in un comunicato del governo, «hanno rivelato che la maggior parte» degli oltre ottomila casi contagio «sono stati registrati durante eventi familiari e assembramenti di persone».
  Clima di non-festa anche in una Siria devastata, oltre che dal Covid-19, anche da nove anni di guerra. Come se non bastasse, la celebrazione di quest'anno è stata ulteriormente oscurata dal crollo del potere d'acquisto della valuta nazionale. Al mercato dell'usato di Damasco, nei giorni scorsi si sono viste molte donne siriane intente a cercare, tra le pile di abiti, i loro "nuovi" vestiti dell'Eid. L'unico Paese in cui la festività avrà una certa "libertà di azione" è forse il Pakistan che ha già revocato il lockdown riaprendo anche le poche moschee che erano state chiuse. Non senza gravi rischi. Ieri, il numero di 2.603 nuovi contagi è stato quello più alto registrato dall'inizio dell'emergenza.

(Avvenire, 23 maggio 2020)


Crisi, rabbia e proteste. Il declino violento del Sultano Erdogan

Controllo della dissidenza, persecuzioni contro i curdi e lo stallo in Siria. Dopo il golpe fallito, il presidente turco ha perso il controllo del Paese.

di Giordano Stabile

La bambina, appena sei anni, la bandiera in mano e indosso una giacca militare, il basco amaranto delle forze speciali, voltava la testa e piangeva, mentre Recep Tayyip Erdogan le dava un bacio sulla guancia. Febbraio 2018, nella cittadina di Reyhanli, a due chilometri dal confine siriano, tutti seguivano i notiziari tv. L'operazione "Ramoscello d'olivo" era cominciata. I boati delle bombe che martellavano i guerriglieri curdi ad Afrin facevano tremare i vetri. Alla fine del comizio il presidente aveva fatto salire la piccola Arnine sul palco: «Hai la bandiera turca. Se diventerai una martire ti avvolgeranno con quella». Il proprietario dello sgarrupato hotel di frontiera, che però aveva il vantaggio di una terrazza da dove si potevano filmare i raid, sgranava gli occhi: «Se vince le prossime elezioni vendo tutto e me ne vado a Londra. Qui è finita».
  Dopo aver scacciato i curdi da Afrin ed essersi preso un pezzo di Siria, nel giugno seguente Erdogan ha vinto senza storie le presidenziali. Ma non si è ancora preso la Turchia. Ad Ankara, nel palazzo da mille stanze e da 400 milioni di dollari, con le guardie in costume ottomano, riflette spesso sui due eventi storici che vuole in qualche modo conciliare. Il «sogno di Osman», fondatore nel 1300 dell'impero turco, un albero che «abbracciava tutto il mondo», e il discorso di Mustafa Kemal Ataturk dell'ottobre 1927, una requisitoria di 36 ore, destinata a modellare in senso autoritario la Repubblica kemalista. In un passaggio Atarurk se l'era presa con la stampa, bestia nera anche di Erdogan. Oggi Reporter senza frontiere definisce la Turchia «la più grande prigione al mondo per giornalisti», con 48 imprigionati, un record.
  Le cose non vanno meglio a quelli stranieri. Nel 2015 l'olandese Frederike Geerdink è finita in galera con accuse di «terrorismo», per aver incontrato oppositori curdi. Il corrispondente di Radio Radicale da Istanbul, Mariano Giustino, si è visto cancellare la sua pagina Facebook dopo i pezzi sui tre musicisti della band Grup Yorum, morti dopo mesi di sciopero della fame. Il sistema presidenziale ha ridotto gli spazi democratici, anche se esiste ancora una società civile, e un'opposizione che ha il suo perno nel partito repubblicano Chp, e che è stata capace di imporre il suo candidato sindaco a Istanbul.
  Ekrem Imamoglu è diventato il simbolo della "resistenza" alla deriva autocratica, proprio nella città dove è cominciata l'ascesa di Erdogan, nel 1994. Il volto della metropoli è cambiato. Nel quartiere Fatih, dal nome di Mehmet Sultan, il "conquistatore", il velo islamico è la norma. Dopo il fallito colpo di Stato del 2016 la magnifica moschea cinquecentesca si era riempita di fedeli. Nel cortile una fila infinita di cittadini rendeva omaggio ai "martiri", uomini e ragazzi che si erano opposti a mani nude ai carri armati dei golpisti sul ponte sul Bosforo. Il rosso delle bandiere turche si mischiava al verde islamico, come nel sogno di Erdogan.
  A Istanbul, e poi come premier dal 2003, il "Sultano" ha unito conservatorismo religioso e liberalismo in economia, in due decenni di successi continui. La sua parabola ha cominciato la discesa proprio dopo il golpe fallito. Il controllo paranoico della dissidenza, la campagna implacabile contro i curdi del Pkk ma anche contro sindaci eletti e rimossi con la scusa dell'antiterrorismo, cinque solo la scorsa settimana, ha finito per minare il miracolo economico della Turchia pro-business, aperta ai mercati europei. Le purghe continue, 150 mila arresti, 18 mila dipendenti pubblici licenziati, le avventure militari in Siria e Libia, lo scontro con gli Stati Uniti, sospettati di aver favorito il golpisti, è costato caro. La lira è crollata. Nel 2015 ne bastavano 2,5 per un dollaro, ora ne servono quasi sette. La disoccupazione è salita al 12%, il Pil quest'anno è previsto in caduta dell'1,4%. Il coronavirus ha dato la mazzata finale.
  Nel disagio sociale l'opposizione rialza la testa. L'episodio di mercoledì, quando gli altoparlanti di una moschea di Smirne hanno diffuso la canzone Bella Ciao invece che l'adhan, il richiamo alla preghiera, è folgorante. Forse è un blitz della sinistra antagonista, per vendicare la band Grup Yorum. O dei curdi, che resistono a Diyarbakir come ad Afrin e Kobane, in Siria. Erdogan ha perso il suo tocco magico. Ma incarna ancora la Turchia profonda, del quartiere Fatih, o degli altipiani anatolici, o di Konya, la città di Rumi, il grande poeta islamico che ispira anche i jihadisti. Su giornali e tv si moltiplicano le cartine che mostrano una Turchia allargata, che include il Nord della Siria e dell'Iraq, Cipro, Rodi, le isole dell'Egeo. Erdogan ha spiegato che "nella patria del cuore» Aleppo, Mosul, e persino Misurata in Libia, sono «turche». E' un richiamo potente al «popolo guerriero». Il "Sultano" è convinto che lo seguirà. Fin dove è tutto da vedere.

(La Stampa, 23 maggio 2020)


La bellezza vive senza mascherina

La nostalgia del silenzio e le notti insonni. L'attacco al buonismo e ai "cretini sorridenti". Intervista ad Alain Finkielkraut. Parla il più anticonvenzionale dei filosofi francesi.

di Anais Ginori

 
                                Anais Ginori                                                                        Alain Finkielkraut
PARIGI - «Non voglio vivere nel mondo di cretini sorridenti che alcuni tentano di propinarci ». Alain Finkielkraut racconta di avere avuto la "pelle d'oca" quando ha letto il manifesto ambientalista di Nicolas Hulot.Il popolare ex minlstro dell'Ambiente che propone in un lungo testo di costruire un "nuovo mondo" basato sull'empatia, la benevolenza, il rispetto del Pianeta. Il filosofo non vede né auspica una svolta buonista alla fine del tunnel nel quale slamo finiti. «Il mondo che ci aspetta non sarà né migliore né peggiore. E' sbagliato ragionare in modo così schematico» - commenta Finkielkraut, settant'anni, protagonista di epici scontri intellettuali e vittima un anno e mezzo fa di un'aggressione antisemita da parte di un gilet giallo. E' nella sua casa parigina.Risponde al telefono fisso, non ha mai voluto avere il cellulare.

- - Non è giusto interrogarsi su come possiamo uscire migliori da questa crisi?
«Stiamo vivendo una tragedia, e in ogni tragedia c'è una parte di assurdità e contingenza. Molti pensano che questa crisi debba rimettere in discussione la nostra modernità perché l'uomo ha selvaggiamente sfruttato il Pianeta, distrutto habitat naturali, deforestato intere regioni. Il coronavirus sarebbe la vendetta della Natura. Nemesis, la potenza divina che punisce l'hybris. Non condivido quest'analisi. Preferisco restare modesto. Tanti cedono all'immodestia della colpevolezza».

- A chi si riferisce?
«La ricerca di colpevoli si traduce in decine di denunce già presentate contro il governo presso la Corte della Repubblica. Si vuole far pagare i responsabili per i ritardi, le contraddizioni sulle mascherine o i test. Qualsiasi errore viene trasformato in crimine. C'è addirittura chi parla di una futura Norimberga del coronavirus. È aberrante. L'ho chiamato nuovo populismo penale».

- Come spiega che il giudizio del francesi su Macron sia così duro?
«È una triste eccezione francese. Boris Johnson gode ancora della fiducia dei britannici nonostante abbia ritardato il confinamento, si sia ammalato e abbia portato il Regno Unito a un alto numero di vittime. Se fosse successo qualcosa di simile in Francia, i cittadini avrebbero chiesto la testa di Macron. Siamo quel Paese che continua a voler decapitare i suoi re. È il lato oscuro della Rivoluzione accanto a quello luminoso della Dichiarazione dei diritti dell'Uomo».

- Riconosce che il governo ha fatto diversi errori?
«Personalmente cerco di seguire il consiglio di Raymond Aron: prima di criticare i governanti, provate a mettervi al loro posto. In questa crisi abbiamo visto che la scienza non è onniscienza. La medicina ha lavorato in tempo reale, correggendosi, esitando. E la politica ha seguito lo stesso accidentato percorso».

- Da dove viene quest'eccezione francese?
«Un giorno bisognerà fare una genealogia del malcontento francese. I cittadini accusano il potere ma al tempo stesso non vedono quanto hanno beneficiato dello Stato Provvidenza. Oltre 12 milioni di francesi sono stati protetti da ammortizzatori sociali, molti di più che in Germania. Negli ospedali non è stata fatta nessuna selezione dei pazienti, tutti sono stati accolti. Eppure domina la collera».

- Chi sono i "cretini sorridenti" di cui parla?
«Chi pensa che ieri eravamo tutti cattivi e domani, passata questa terribile prova, diventeremo tutti buoni. Mi sembra di vedere i film di propaganda sovietica È quello che Milan Kundera definisce "kitsch" ne L'insostenibile leggerezza dell'essere. Oggi c'è un kitsch dell'ecologia, e mi duole notarlo. Credo nella causa ambientalista ma non voglio che venga affidata a persone come Hulot o Greta Thunberg per cui la soluzione è sradicare il Male. La realtà non è così semplice. Ce lo insegna la letteratura. Prendete Flaubert, Proust, Svevo, Roth. I libri dovrebbero renderci impermeabili a questi incantamenti».

- Usciremo diversi da questa crisi?
«La storia del Novecento mi ha insegnato a diffidare del sogno dell'Uomo Nuovo. E so, attraverso Auguste Comte, che la società è composta più di morti che di vivi. Si ragiona come se tutto il passato dovesse essere liquidato. Da tempo rivendico invece il diritto alla nostalgia».

- Di cos'ha nostalgia?
«Del silenzio che era quasi scomparso dalle nostre vite frettolose e rumorose. Durante il confinamento il silenzio è tornato. Dovremmo imparare a dargli spazio. Come non lo so, organizziamo una festa del silenzio. In questo momento ho nostalgia dei café che sono una componente della civiltà europea Non si può immaginare la Francia né l'Italia senza i café».

- E l'immagine di una Parigi che non ha ancora ripreso la sua vita culturale?
«Già prima di questa crisi, avevo nostalgia dello charme della vita urbana che ha subito un colpo fatale con l'avvento dei cellulari. La poesia di Baudelaire dedicata all'incontro furtivo di sguardi con una passante oggi non sarebbe possibile. Adesso osservo che quel poco che restava dello charme urbano è stato deturpato dalla mascherine».

- E' contrario?
«Non è un giudizio militante. Probabilmente è giusto indossare una mascherina per proteggere se stessi e gli altri ma non vorrei che diventasse un'abitudine come in Asia. Se me lo chiedono, obbedirò e la porterò anche io. Ma lasciatemi la nostalgia dei volti senza mascherine».

- Oggi parliamo dl "distanziamento sociale". Lei che ama tanto le parole, cosa pensa di quest'espressione?
«Più che distanziamento, preferisco parlare di distanza. Dovremmo riscoprire il senso delle distanze. Io non ho nessuna nostalgia per i bacetti che si davano i francesi a tutto spiano prima della crisi. Un po' di distanza aiuta la civiltà. Non significa che bisogna cedere alla virtualizzazione del mondo e rinunciare all'incarnazione di un incontro fisico».

- Ci sono momenti in cui ha avuto paura?
«Ho vissuto bene il confinamento perché sono abituato a lavorare a casa e mia moglie è rimasta con me. C'è stato un momento in cui ho dovuto fare dei controlli medici. Ho temuto di avere il coronavirus ma era un'altra cosa. L'angoscia che mi attanaglia è legata al mio lavoro. Mi alzo ogni mattina chiedendomi se ho ancora qualcosa da dire».

- Ha qualche nuovo progetto di libro?
«È quello che cerco nelle mie notti insonni».

(la Repubblica, 23 maggio 2020)


La "soluzione finale" di Khamenei

La Guida suprema iraniana evoca una nuova “Endlösung” per Israele

Il segretario di stato americano Mike Pompeo e il premier israeliano Benjamin Netanyahu hanno accusato il leader supremo dell'Iran, l'ayatollah Ali Khamenei, di invocare il genocidio degli ebrei. Il poster condiviso sul sito web del leader supremo iraniano mostra persone in festa nel complesso del Monte del Tempio a Gerusalemme dopo averlo catturato da Israele e una bandiera palestinese che si alza sulla moschea di al Aqsa, "La Palestina sarà libera. La soluzione finale", dice il testo. Endlösung der Judenfrage. La "soluzione finale della questione ebraica" è l'espressione usata dai nazisti alla Conferenza di Wannsee che pianificò in dettaglio lo sterminio di undici milioni di ebrei (i nazisti sarebbero riusciti a incenerirne sei). "Il leader del principale sponsor mondiale del terrorismo e dell'antisemitismo nega l'Olocausto, invia denaro e armi ai terroristi anti israeliani e ora invoca l'espressione nazista della soluzione finale", ha detto Pompeo. La questione è terribilmente seria. "Le minacce di Khamenei le fanno venire in mente il piano nazista della 'soluzione finale' per annientare il popolo ebraico", ha affermato Netanyahu. "Dovrebbe sapere che qualsiasi regime che minaccia la distruzione dello stato di Israele deve affrontare un pericolo simile". Gli ebrei israeliani hanno qualcosa che gli ebrei europei negli anni Quaranta non avevano e che garantisce che le minacce di Khamenei non siano facilmente realizzabili: uno stato e la sua straordinaria potenza militare. Il punto è che Khamenei ha chiesto la distruzione di Israele in numerose occasioni e che si riferisce a Israele come a un ''tumore canceroso". Il punto è che in occidente dovremmo prendere sul serio queste parole. L'Iran ha la chiara volontà di distruggere lo stato ebraico, lo proclama apertamente dal 1979. Quello che gli manca sono i mezzi per poterlo fare. Una testata atomica. E' qui che Israele non può essere lasciato solo. E' compito anche nostro, delle democrazie, lavorare per far si che quei mezzi non li abbiano mai.

(Il Foglio, 22 maggio 2020)


Domenica in Israele il processo a Netanyahu

Si avvicina il processo a Benjamin Netanyahu e sale la tensione per un evento che, per la prima volta nella storia del Paese, vede un premier in carica salire sul banco degli imputati. La giornata fatidica è domenica 24 maggio, quando il primo ministro, fresco di nomina per il nuovo governo di emergenza nazionale ma il più longevo nella vita politica israeliana, dovrà rispondere in un'aula di Gerusalemme alle accuse di corruzione, frode e abuso di potere derivanti da tre inchieste terminate dopo una complessa istruttoria. Accuse che Netanyahu - la cui richiesta di non partecipare alla prima udienza gli è stata negata dal Tribunale - ha sempre respinto con fermezza rispondendo agli inquirenti e definendo l'incriminazione «un tentativo di ribaltamento di potere da parte di una magistratura politicizzata». Tesi - quella del golpe giudiziario - che ha ripetuto nelle tre campagne elettorali che hanno contraddistinto la lunga crisi politica israeliana terminata la scorsa settimana con la formalizzazione dell'esecutivo con il suo ex avversario Benny Gantz.

(Il Messaggero, 22 maggio 2020)


Perché si parla molto di annessione da quando Israele ha un governo

Abu Mazen ha decretato la fine di tutti gli accordi con Gerusalemme e con Washington, ma le minacce confuse e le risposte sconnesse hanno lasciato indifferenti anche i palestinesi che vorrebbero una posizione forte da parte del loro leader e la reazione del mondo arabo. Ma non hanno un piano.

di Micol Flammini

ROMA - Martedì, durante una riunione della leadership palestinese, Abu Mazen ha decretato la fine di tutti gli accordi, di tutti gli impegni presi con Israele e gli Stati Uniti come conseguenza del piano di annessione della Cisgiordania. Tutti, anche quelli che riguardano la sicurezza. Il leader dell'Autorità palestinese non ha risposto alle domande dei giornalisti presenti né alle lamentele di chi gli faceva notare, tra i funzionari palestinesi, che la decisione l'aveva presa senza consultare nessuno e sembrava imprecisa e confusa. Alcuni dei membri del suo partito, al Fatah, hanno anche abbandonato la sala in cui si teneva la riunione e hanno rilasciato dichiarazioni ai giornali israeliani per dire che la situazione non è chiara per nessuno e che le parole di Abu Mazen non corrispondono alla posizione ufficiale palestinese. I membri del partito attendono delle istruzioni più chiare, e hanno detto al giornale israeliano Haaretz che vorrebbero da parte del loro leader una posizione più forte sulla base di tre principi: dichiarare gli accordi nulli, annullare il riconoscimento di Israele e convocare tutte le fazioni palestinesi per concertare una strategia comune. A poche ore dalle dichiarazioni di Abu Mazen sono iniziati annunci e contro annunci e alcuni funzionari palestinesi hanno fatto sapere a Israele, alle Forze di difesa e all'agenzia di sicurezza Shin Bet che un certo coordinamento sarebbe rimasto comunque, anche perché Israele controlla alcuni posti di blocco e alcune strade in Cisgiordania e i palestinesi devono coordinarsi con loro per attraversare quei luoghi, Nel caos del suo annuncio, c'è soltanto un punto che tutti hanno compreso: che il governo israeliano adesso c'è, esiste e che la possibilità che il premier Benjamin Netanyahu proceda all'annessione della WestBank è sempre più reale. Ha l'avallo dell'America, gli manca ora di risolvere alcuni attriti dentro al governo, ma il premier ha le idee chiare e vuole andare avanti, vuole rischiare e i rischi sono molti.
  A fine gennaio Donald Trump aveva accolto a Washington Netanyahu e Benny Gantz, allora rivale del premier e adesso compagno di governo. Li aveva chiamati per esporre il suo "deal of the century", la sua offerta "generosissima" che prevede l'annessione da parte di Israele degli insediamenti della Cisgiordania e la valle del Giordano, che lo stato ebraico controlla dal 1967. Gerusalemme, secondo il piano, dovrebbe rimanere capitale indivisa di Israele e in cambio gli israeliani dovranno fermare la costruzione di insediamenti nei territori arabi, Il resto potrà rimanere nelle mani dei palestinesi che potranno costruire un proprio stato a cui apparterranno anche un reticolo di vie, strade, ponti e tunnel per collegare la parte palestinese della Cisgiordania a Gaza Il documento di 80 pagine era stato presentato durante una conferenza stampa in cui Trump e Netanyahu - Gantz se ne era già andato via in camicia e jeans e aveva chiesto agli americani di evitare che lui e il premier si incontrassero - esponevano la grande offerta davanti agli ambasciatori di Oman, Bahrein ed Emirati Arabi Uniti,
  Il leader del Likud era poi tornato in Israele, allora ancora senza un governo, con in tasca la grande approvazione del presidente americano e con un'enorme promessa da fare agli israeliani: l'annessione della Cisgiordania Avrebbe voluto procedere subito, ma su richiesta degli Stati Uniti ha deciso di rimandare. Israele è tornata al voto il 2 marzo, la terza elezione in un anno, nei seggi già preparati per la quarantena: Netanyahu ottiene più seggi del rivale ma non la maggioranza. I frettolosi parlavano già di quarta elezione, poi Gantz ha dato la sua disponibilità per un governo di unità nazionale: "In tempi eccezionali servono scelte eccezionali", aveva detto. Questo "sì" a Gantz è costato molto, la sinistra gli rimprovera di aver tradito le sue battaglie, il suo partito, Kahol Lavan, ha iniziato a perdere pezzi, ma il governo è nato - ha 36 ministri e 16 vice - e si è insediato domenica con Netanyahu premier per 18 mesi e Gantz ministro della Difesa, poi ci sarà il cambio.
  Domenica davanti alla Knesset il leader del Likud ha preso la parola per primo, ha detto di essere felice di collaborare con Gantz, ha ricordato la loro missione del 2014 a Gaza, quando il ministro della Difesa era capo dell'Idf, ha parlato del budget, un'urgenza per lo stato, e della sua promessa "Le regioni della Cisgiordania sono la culla del popolo ebraico - ha detto - E' tempo di estendere la legge di Israele. Questo passaggio non ci porterà più lontano dalla pace, ci avvicinerà. La verità, e tutti lo sappiamo, è che i coloni di Giudea e Samaria rimarranno il qualsiasi accordo faremo". Gantz non ha toccato l'argomento, in passato ha detto di essere contrario, ma ha comunque firmato l'intesa di governo in cui c'è scritto che dal primo luglio Israele potrebbe procedere all'annessione del 30 per cento dell'area C della Cisgiordania, "se gli Stati Uniti saranno d'accordo". Prima ci vorrà l'approvazione da parte della Knesset e sarà questo il punto in cui il governo di unità nazionale potrebbe traballare. E' il primo luglio la data che tutti guardano per capire il futuro di Israele.
  Il piano, nonostante l'appoggio degli Stati Uniti e oltre la resistenza palestinese, potrebbe anche mettere a rischio alcuni dei più recenti progressi diplomatici con il mondo arabo nati in funzione anti iraniana, in particolare con gli stati del Golfo, che hanno, almeno formalmente, biasimato l'annessione. I sauditi hanno confermato il loro sostegno ai palestinesi, i ministri degli Esteri della Giordania e dell'Egitto hanno rilasciato dichiarazioni per dire che l'annessione metterebbe a rischio la pace nella regione. Poi ci sono i rapporti con l'Unione europea da considerare, Josep Borell, alto rappresentante per la politica estera e la sicurezza, ha già detto che Bruxelles non riconoscerà l'annessione e ci sono alcuni paesi che minacciano sanzioni contro Gerusalemme. Sul fronte interno non c'è solo il silenzio di Gantz da gestire ma ci sono anche i deputati di estrema destra, per i quali il piano trumpiano non è affatto generoso, anzi il solo fatto che ammette la creazione di uno stato palestinese e che chiede di bloccare gli insediamenti lo rende, ai loro occhi, poco ambizioso.
  Netanyahu quindi potrebbe dover rimandare la sua promessa per tenere in piedi il governo. Potrebbe preferire che il paese si riprenda del tutto dalla crisi sanitaria e venga votato il nuovo budget E' pronto a negoziare sui tempi dell'annessione ma non sull'annessione stessa. Il suo mandato da premier scadrà il 13 novembre del 2021, poi sarà il momento di Gantz e probabilmente anche il momento di un'altra epoca per Israele: la prima dopo dieci anni di Netanyahu al governo.
  A decidere come e quando avverrà l'annessione, "se gli Stati Uniti saranno d'accordo" - e lo saranno - sarà soltanto Israele. I palestinesi, come ha dimostrato il non-annuncio di Abu Mazen, non hanno piani da opporre all'annessione. Sono divisi, non hanno una visione da presentare in alternativa ai piani di Gerusalemme. Tutti sono rimasti freddi all'annuncio. Anche i palestinesi sembrano attendere il primo luglio, nel frattempo danno risposte confuse, senza un progetto, una controproposta o un'offerta.

(Il Foglio, 22 maggio 2020)


IL CIMITERO EBRAICO DI MANTOVA
Scheletri nell'ex ceramica. Sono in zona che fu ebraica

Affiorano scheletri nell'ex ceramica, vicino all'antico cimitero ebraico. Il ritrovamento immediatamente a ridosso dell'antico cimitero. Le analisi delle ossa potrebbero riaprire la partita con l'Unione delle Comunità Ebraiche.

di Enrico Comaschi
« ... entrato per la portella che dà ingresso alla suddetta ortaglia, ho rinvenuto alla destra due lapidi fitte nel muro con iscrizioni in ebraico e due altre alla sinistra pure fitte nel muro, e queste sepolte per un terzo nella terra segnali dimostranti che una volta vi fu cimitero; di fatto interrogato l'Ortolano che coltiva la suddetta ortaglia, mi disse che quello era il vecchio cimitero degli Ebrei e che all'atto di riffare la muraglia destra ci furono rimesse le dette due lapidi e li stessi Ebrei gli dissero che quelle erano lapidi sepolcrali all'uso loro e di una data di trecento anni addietro ... ».

 
   Queste le parole del perito ingegnere Francesco Bronzi. Nel 1787 descrisse così le proprietà dell'Università degli Ebrei a proposito dell'orto con casa censito al mappale della parrocchia di Santa Caterina in corrispondenza di via Cappadocia (la citazione e il riferimento sono contenuti. nel libro "Il gradino degli ebrei" a cura di Anna Maria Mortari e Claudia Bonora Previdi).
   Chissà se gli addetti agli scavi a fianco dell'ex ceramica conoscevano questa relazione quando l'altro ieri si sono ritrovati davanti almeno tre scheletri umani completi. E chissà se sapevano di trovarsi in un fondo ebraico a poche decine di metri da dove Bronzi aveva individuato il primo luogo di sepoltura della comunità, concesso nel 1442, oggi a fianco dell'ex ceramica. Le ossa andranno analizzate e datate, ma il luogo in cui sono state ritrovate suscita più di un'ipotesi che si tratti in effetti di sepolture ebraiche: il confine del cimitero è a pochi passi, a ridosso di via Argine Maestro, una ventina di metri al massimo.
   Negli ultimi dieci anni si è spesso fatto riferimento a quell'area chiusa tra via Argine Maestro e il lago Inferiore. Su questa porzione di terreno in particolare si è consumata una battaglia politica arrivando, alla fine, ad un'intesa per procedere con i lavori di Mantova Hub. Il presupposto dell'intesa era che nel vecchio cimitero non ci fossero più sepolture in quanto Napoleone aveva fatto spostare il cimitero al Rigoletto: non che questa considerazione sia stata accettata dai rabbini ultraortodossi del Comitato europeo per la tutela dei cimiteri ebraici, che tuttora chiedono uno stop ai lavori, ma una quadra era stata trovata tra molte difficoltà.
   Ora però, se le analisi delle ossa e l'incrocio dei mappali confermeranno che il cantiere dell'ex ceramica è incappato nell'estrema propaggine del cimitero ebraico, il problema si proporrà di nuovo. Perché questa volta non si tratta soltanto di trovare una soluzione per rendere fruibile un prato: questa volta le ossa ci sono e come dimostra la fotografia che pubblichiamo in questa pagina sono ben visibili e richiamano all'approfondimento della storia mantovana.
   Sull'edizione di lunedì avevamo riportato la notizia del ritrovamento di vecchie fondazioni che, in effetti, si vedono a ridosso del posto in cui sono stai ritrovati gli scheletri. Il cantiere era stato fermato, ma i tecnici della sovrintendenza ai beni archeologici avevano ritenuto di sbloccarlo nel giro di pochissimo tempo. Impossibile, a distanza, capire se insieme agli scheletri siano state ritrovate lapidi o pezzi dilapidi: il cantiere è blindato.
   A questo punto, probabilmente, gli scavi proseguiranno per vedere cosa c'è sotto questi scheletri: ci vorrà più tempo di quanto non sia stato necessario per i muri di fondazione.

(Gazzetta di Mantova, 21 maggio 2020)


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Sono sepolti a Mantova i grandi maestri della Qaballah

Dieci anni fa la visita di un gruppo di rabbini ultraortodossi. Volevano pregare sulla tomba di Azariah Da Fano.

 La storia
  Sono passati dieci anni esatti da quando la Gazzetta di Mantova ha riportato la notizia di un gruppo di rabbini ultraortodossi che erano arrivati in città per pregare sulla tomba di Azariah Da Fano (Fano, 1548 - Mantova, 1620), considerato uno dei padri della Qaballah.
  Da allora il problema della tutela dell'antico cimitero ebraico si è trasformato in un caso politico, ma non bisogna dimenticare il risvolto storico della rivelazione su Da Fano.
  Mantova è stata una delle capitali della Qaballah, ed è ancora considerata tale, e nel cimitero di San Nicolò sono sepolti molti grandi maestri: persone che sono conosciute e studiate in tutto il mondo. Nel 2016 un rabbino israeliano aveva scovato a Budapest l'elenco delle sepolture, e aveva fatto un salto sulla sedia: «Moshè Zacuto, Aviad Basilea, David Pinzi, Yehudà Briel - aveva annunciato Rav Shmaya Levi, che dopo la scoperta aveva portato subito la notizia di persona alla Gazzetta - sono seppelliti a Mantova, ora lo sappiamo per certo. Per la nostra comunità questi nomi sono i maestri. Ancora oggi leggiamo e studiamo le loro opere ogni giorno». Molte lapidi sono state ritrovate, molte altre sono state trafugate nel corso dei secoli e sono andate perdute. La comunità ultraortodossa, formata soprattutto da rabbini israeliani, statunitensi e ucraini, ha combattuto il progetto Mantova Hub: avrebbe voluto che l'antico cimitero fosse lasciato così com'era.

(Gazzetta di Mantova, 21 maggio 2020)


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Proseguono i lavori. Murari: Ucei informata

«Gli scavi stanno avvenendo con molta attenzione e scrupolo guidati dalla Soprintendenza, che ci ha comunicato che si trovano al di fuori dell'antico cimitero ebraico - ha dichiarato l'assessore all'urbanistica Andrea Murari - ho in ogni caso informato l'Ucei (Unione delle Comunità Ebraiche Italiane) dei ritrovamenti e delle indicazioni della Soprintendenza e ho proposto di organizzare appena possibile un confronto congiunto. La collaborazione con l'Unione è stata massima nell'intenzione di preservare al meglio l'antico cimitero ed arricchire insieme tutto il progetto di Mantova Hub».
   Di tutt'altro tenore la posizione del consigliere di minoranza Giuliano Longfils: «Tutto quello che è stato fatto dal 1852, quando comunità ebraica ha dato al regno austriaco l'intero sedime, fino al 2017, certifica che anche il terreno di Mantova hub è area cimiteriale. Questa amministrazione si comporta in modo superficiale: lì non dovrebbe essere toccato nulla».

(Gazzetta di Mantova, 22 maggio 2020)


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Gli archeologi sugli scheletri: «Fossa comune, non cimitero»

La Soprintendenza: resti di persone morte per un evento come un'epidemia. Gli esperti escludono che l'area del ritrovamento rientrasse nella zona ebraica.

di Nicola Corradini

 
«Siamo davanti a scheletri di individui che morirono probabilmente a seguito di un singolo evento - come un'epidemia di peste - e che furono sepolti insieme in una fossa scavata appositamente. Nulla a che vedere, pertanto, con il rituale funerario caratteristico della religione ebraica». Come dire: l'antico cimitero ebraico che sorgeva aldilà del confine di via Argine Maestro, nell'area di San Nicolò, non c'entra. Con una nota nutrita e dettagliata la Soprintendenza di Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per le province di Cremona, Lodi e Mantova interviene sul ritrovamento di antichi resti umani avvenuto a inizio settimana nel cantiere dell'ex Ceramica.
   Un ritrovamento che, considerando la storia di questa zona non può non far sorgere delle domande. Cosa che la Gazzetta ha fatto nell'edizione di mercoledì. «Il settore attualmente soggetto a indagine archeologica - risponde la Soprintendenza - nel quale sono venuti alla luce i resti, è situato appena a nord dell'ex Ceramica, tra l'edificio e via Santa Marta. Si trova pertanto al di fuori dell'antico cimitero ebraico, che occupava parte dei terreni posti nell'area di San Nicolò, al di là dell'attuale via Argine Maestro e oltre un muro di recinzione riportato anche nei catasti storici. È possibile che l'area degli scavi si collochi nello spazio occupato un tempo dalle ortaglie annesse alla scomparsa chiesa di Santa Marta e che effettivamente entrarono a un certo punto nella proprietà dell'Università degli Ebrei. Tali terreni, però, furono gestiti come spazi ortivi e dati in affitto a privati, come dimostra una nutrita serie di documenti di contratto conservati negli archivi. Soprintendenza e archeologi hanno svolto uno studio preliminare approfondito sull'antica storia e topografia di questa zona».
   «Fin dall'inizio dei lavori - prosegue la nota - e proprio perché consapevole della delicatezza dell'area, la Soprintendenza ha coordinato l'indagine con la massima cautela e attenzione, insieme ai responsabili del Comune e agli archeologi che lavorano sul campo con grande professionalità. I lavori procedono e al momento non è emerso alcun elemento che possa fare ipotizzare un utilizzo dell'area come parte del cimitero ebraico: non sono presenti né frammenti di lapidi né iscrizioni ( ... ). Occorreranno più dati per poter datare con precisione la fossa e i suoi occupanti e comprendere meglio a quale traumatico accadimento storico vada ascritta la loro morte. Si prevede già di divulgare il risultato di tutte queste indagini, insieme alle altre informazioni provenienti dallo scavo dell'ex Ceramica, ma ciò potrà avvenire solo a lavoro ultimato: sono frammenti preziosi della millenaria storia mantovana, una storia che, come Soprintendenza, tuteliamo col massimo impegno perché possa essere conosciuta da ogni cittadino».

(Gazzetta di Mantova, 22 maggio 2020)



"Basta accordi con Israele" Tramonta il sogno di pace del popolo palestinese

Abu Mazen reagisce agli annunci di Netanyahu: "I patti con lo Stato ebraico e Usa non valgono più" Entrambe i leader dicono addio alla formula "due popoli due Stati". Ma nei Territori si rischia il caos. Rompere la collaborazione tra i servizi segreti però un pericolo per tutti

di Giordano Stabile

Alla fine su una cosa, una soltanto, Abu Mazen e Benjamin Netanyahu si sono ritrovati d'accordo. Il processo di Oslo è morto, un guscio vuoto, una finzione. E toccato al presidente palestinese prenderne atto. Dopo mesi di annunci, in una riunione notturna, ha comunicato alla leadership dell'Olp che «lo Stato di Palestina non è più tenuto a rispettare gli accordi con i governi americano e israeliano e tutte le obbligazioni a essi legate, comprese quelle sulla sicurezza». E stato un incontro tempestoso, con molti delegati dubbiosi sulle reali intenzioni dell'84enne raiss, al potere da quindici anni senza essere mai rieletto e indebolito dalla crisi economica e dalla fronda interna. Se per Netanyahu il dopo-Oslo è molto chiaro ed è una Israele più grande, per Abu Mazen è un passo verso il buio. Il messaggio era rivolto più all'America che a Israele. Un appello a fermare Netanyahu. Perché rompere davvero gli accordi di Oslo, l'inizio di un percorso che doveva portare alla nascita di uno Stato indipendente, significa svuotare l'Autorità palestinese e condannarsi all'irrilevanza.
  Certo anche lo Stato ebraico è interessato al mantenimento di Oslo per quanto riguarda la collaborazione fra i servizi di sicurezza, che sotto la presidenza di Abu Mazen ha consentito di evitare una nuova Intifada e limitato gli attacchi terroristici. Lo Shin Bet israeliano e il Moukhabarat palestinese hanno lavorato gomito a gomito, come ha mostrato con un certo realismo la serie tv Fauda, senza scandalizzare più di tanto. In base agli accordi del 1993 la Cisgiordania è stata divisa in tre. L'Area C, il 60 per cento dei 5655 chilometri quadrati totali, è sotto controllo delle forze di sicurezza israeliane, ed è la zona dove sorgono gli insediamenti che Netanyahu intende annettere assieme alla valle del Giordano. L'Area B è sotto controllo misto, mentre l'Area A, il 20 percento, è affidata in esclusiva alla polizia palestinese.
  Lo status quo ha creato un semi-Stato, con una imponente burocrazia, che soddisfaceva parte della leadership e il mondo degli affari palestinese. Ma è stato spazzato via da Donald Trump e il «piano di pace americano». Quando Abu Mazen, a fine febbraio, ha visto la mappa della «nuova Palestina» ha rischiato il collasso. Lo Stato indipendente era diventato «una gruviera» come lui stesso lo ha definito, poche aree colorate di verde, immerse nell'Israele ingrandita. Una mappa tagliata su misura per isolare i 2,6 milioni di palestinesi della West Bank dai 600 mila israeliani a Gerusalemme Est e negli insediamenti. La «gruviera» è la fine del sogno di indipendenza, ancora più impresentabile perché priva di Gerusalemme Est. Abu Mazen ha cominciato allora a rilanciare l'idea di uno «Stato unico-, con pari diritti fra ebrei e palestinesi, una vecchia proposta di Mustafa Barghouti, diventata di colpo più realistica dei «due popoli, due Stati» di Oslo.

 Il semi-Stato
  Per Israele la proposta è inaccettabile, perché mette in discussione il «carattere ebraico» dello Stato. Fra il Mediterraneo e il Giordano i palestinesi, compresi i cittadini arabo-israeliani, sono circa il 45%. L'idea di Netanyahu è di continuare con il semi-Stato. Che però si riduce pezzo dopo pezzo, come la Pelle di Zigrino di Balzac. Lungo la Route 60 che sale da Gerusalemme verso Nablus lo si può toccare con mano. Insediamenti che si espandono, con le loro villette immerse nel verde dei vigneti e degli ulivi, strade riservate ai loro abitanti, che evitano il caos delle città palestinesi strangolate. Per mantenere la calma nel semi-Stato Netanyahu ha pensato al dopo-Abu Mazen. L'uomo scelto è Mohammed Dahlan, capo di Al-Fatah a Gaza, cacciato dal raiss nel 2014 quando ha capito che voleva fargli le scarpe. Dahlan ha trovato protezione ad Abu Dhabi ed è diventato il braccio destro del principe ereditario Mohammed bin Zayed. Ha creato legami stretti fra i Servizi dei due Paesi, e con la compagnia di sorveglianza elettronica Nso che dà la caccia a potenziali terroristi palestinesi come ai dissidenti emiratini.

 Gli alleati arabi
  Attraverso questi rapporti Netanyahu si è guadagnato l'appoggio di Emirati e Arabia Saudita, mentre l'Egitto, che dipende dai soldi del Golfo, non ha la forza di opporsi. E probabile però che l'ipotesi Dahlan alla guida di un'Autorità dimezzata non vada in porto.
  Lo stesso Shin Bet, il servizio interno israeliano, ha messo in guardia da annessioni non concordate, perché porteranno all'esplosione della violenza. L'opportunità è stata fiutata dall'Iran. Una settimana fa la guida suprema dell'Iran ha proposto la Striscia di Gaza come modello per tutti i Territori, in quanto «i sionisti capiscono soltanto il linguaggio della forza» e anche la Cisgiordania «deve essere armata». Teheran ha rifornito e addestrato le forze speciali di Hamas, e, dopo la rottura del 2011, un movimento ancora più estremista, la Jihad islamica. In caso di collasso dell'Autorità palestinese i Pasdaran cercheranno di fare lo stesso a Nablus o Hebron.
  Una scenario da incubo che assilla la comunità internazionale. L'Unione europea, in particolare la Francia, è pronta a passi senza precedenti, come sanzioni economiche, se Israele andrà avanti con le annessioni. L'Alto rappresentante Josep Borrell ha anticipato che l'Ue «non accetterà modifiche dei confini del 1967». Netanyahu conta però sul veto di Austria e Paesi dell'Est. Bruxelles è anche preoccupata dalle ripercussioni sulla Giordania. Re Abdullah, custode della moschea di Al-Aqsa, ha avvertito che lo Stato ebraico andrà incontro a «conflitti» con il regno hashemita. Il sovrano governa una popolazione per metà palestinese, teme un'insurrezione se gli arabi verranno tagliati fuori per sempre da Al-Quds, come chiamano la Città Santa. «King Bibi», che domenica dovrà comparire alla prima udienza nel processo per corruzione, è sordo a tutti gli avvertimenti, va avanti come un treno. Sa che la «finestra di opportunità» potrebbe chiudersi a novembre, se Trump perdesse le presidenziali. E questa, tutto sommato, l'unica carta in mano ad Abu Mazen. Il vecchio raiss sa che senza gli accordi con Israele «non potrebbe sopravvivere un giorno», come sintetizza una giornalista palestinese di lungo corso, adesso allevatrice di cavalli a Ramallah. Ma non può passare allo storia come il leader arabo che «ha venduto Gerusalemme».

(La Stampa, 21 maggio 2020)


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Abu Mazen chiude a Usa e Israele

Erekat chiama la Santa Sede. Che invita al dialogo e alla ricerca di un negoziato. Il leader palestinese ha annunciato l'interruzione delle intese anche in materia di sicurezza. Ma potrebbe solo voler lanciare un segnale.

di Barbara Uglietti

Il presidente dell'Autorità nazionale palestinese (Anp) Abu Mazen ha annunciato l'interruzione di tutti gli accordi con Israele e con gli Stati Uniti, compresi quelli che riguardano la sicurezza La decisione - comunicata alla leadership palestinese durante una riunione di emergenza, l'altra notte, a Ramallah - è stata presa in reazione alla proposta di annessione di parte della Cisgiordania e della Valle del Giordano contenuta nell'"Accordo del secolo" che il presidente statunitense Donald Trump ha presentato lo scorso gennaio. Proposta che l'Amministrazione americana ha fin da subito subordinato a un periodo di negoziazione; proposta su cui la stessa Amministrazione Usa si è mostrata a più riprese prudente; proposta che da settimane è al centro di un intenso dibattito interno alla società civile e alla politica israeliana. Il nuovo governo di unità nazionale guidato dal premier Benjamin Netanyahu cui subentrerà tra 18 mesi l'attuale ministro delle Difesa Benny Gantz si è mostrato sin qui cauto, sensibile alle conseguenze sul piano regionale (evidenziate in particolare dai vertici delle Forze Armate) di una decisione sulle annessioni, e disponibile all'ascolto. Non è la prima volta che il presidente Abu Mazen annuncia la chiusura delle relazioni con gli Stati Uniti l'ultima a febbraio senza poi dare seguito alle minacce.
   Anche adesso la sua potrebbe essere una mossa volta a richiamare l'attenzione su un problema che preoccupa Ramallah. Secondo fonti sentite dal quotidiano israeliano Haaretz, Abu Mazen non sarebbe intenzionato a chiudere la porta: punterebbe solo a lanciare un segnale, riducendo l'impegno delle forze palestinesi nel coordinamento con la controparte israeliana. Va ricordato che sono gli Accordi di Oslo del 1993 (con altri memorandum successivi) a fissare i parametri della cooperazione, anche, e soprattutto, in fatto di sicurezza. Abu Mazen ha comunque ribadito l'impegno a una soluzione del conflitto «basata sulla soluzione dei due Stati», e ha rinnovato la disponibilità a tornare al tavolo dei negoziati purché si svolgano «sotto gli auspici internazionali».
   Ieri, poi, Saeb Erekat, capo negoziatore e segretario generale dell'Olp, ha raggiunto telefonicamente l'arcivescovo Paul Richard Gallagher, segretario per le relazioni con gli Stati, rappresentandogli le preoccupazioni palestinesi sulla possibilità che la sovranità israeliana venga applicata unilateralmente su alcune porzioni dei Territori. La Santa Sede ha ribadito che il rispetto del diritto internazionale «è un elemento indispensabile affinché i due Popoli possano vivere fianco a fianco in due Stati». E ha espresso «preoccupazione per eventuali atti che possano compromettere ulteriormente il dialogo», auspicando «che gli israeliani e i palestinesi possano trovare di nuovo, e presto, la possibilità di negoziare direttamente un accordo, con l'aiuto della Comunità internazionale».

(Avvenire, 21 maggio 2020)


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«Stop agli accordi con Israele e Usa». Ma solo Fatah ci crede

Sembra più una minaccia che una decisione vera e propria. E non è passata inosservata la scarsa incisività del discorso del presidente Abbas.

di Michele Giorgio

GERUSALEMME - Un annuncio del genere non molti anni fa avrebbe innescato una crisi regionale, manifestazioni popolari nelle strade dei Territori palestinesi occupati e l'invio di rinforzi di truppe e mezzi corazzati israeliani in Cisgiordania.
   Invece le parole con cui martedì sera, dopo una riunione dei vertici politici palestinesi, il presidente Mahmoud Abbas (Abu Mazen) ha decretato la fine degli accordi con Israele e Usa a causa delle intenzioni del governo Netanyahu di voler annettere allo Stato ebraico la Valle del Giordano e larghe porzioni di Cisgiordania, è stato accolto tiepidamente dai palestinesi e con palese disinteresse nello Stato ebraico.
   «Sapete quante volte il presidente Abbas ha annunciato o minacciato l'interruzione dei rapporti con Israele, inclusa la cooperazione di sicurezza (tra le intelligence delle due parti)? Tante. E alle sue parole non sono seguite azioni concrete. La nostra popolazione non ci crede più», ci dice l'analista Hamada Jaber di Rarnallah.
   I vertici di Fatah, il partito guidato da Abbas e spina dorsale dell'Autorità nazionale palestinese (Anp), ieri giuravano sulla sostanza del passo mosso dal presidente. «Siamo di fronte a una decisione storica, spiegava Osama Qawasme, portavoce di Fatah,,è la risposta all'attacco di Netanyahu e Donald Trump ai diritti legittimi del popolo palestinese e alle risoluzioni internazionali». Altri dirigenti di Fatah hanno usato toni simili.
   Hamada Jaber invece ridimensiona la portata dell'annuncio. «Lo considero più una minaccia che una decisione vera e propria, afferma «ì'altronde non è passato inosservato che il presidente Abbas sia stato poco perentorio e incisivo leggendo il suo discorso. L'intervento che pronunciò alle Nazioni unite lo scorso autunno e la sua condanna delle demolizione di case palestinesi a Wadi Hommus (a sud di Gerusalemme) erano stati molto più accesi contro Israele e Usa»
   Fonti dell'ANP ci riferiscono che la riunione dei vertici palestinesi è stata infuocata. Alcuni dei presenti hanno invocato, a tratti alzando la voce, di tagliare ogni rapporto con Israele e di dare all'occupazione militare israeliana l'intero peso del mantenimento dei tre milioni di palestinesi. Non si è parlato di uno scioglimento delle autorità palestinesi. Tuttavia nelle pieghe del dibattito, a mezza bocca, è emerso anche un possibile ritorno al periodo precedente agli Accordi di Oslo del 1993 (tra Yasser Arafat e Yitzhak Rabin) e, quindi all'esistenza dell'Anp che ha sgravato Israele dall'obbligo di fornire servizi a milioni di civili palestinesi sotto occupazione e non ha conquistato l'indipendenza. In questo clima ha avuto origine l'annuncio di Abbas.
   Ma il presidente non cerca lo scontro. Spera che l'Unione europea, le Nazioni unite e altre parti internazionali convincano Netanyahu a frenare l'annessione, almeno fino alle presidenziali Usa di fine anno che il presidente palestinese si augura possa vincere Joe Biden, il candidato democratico. Per questo ha ribadito che la via del negoziato resta aperta. «A patto - ha spiegato che si svolga sotto auspici internazionali (il Quartetto per il Medio oriente) e attraverso una Conferenza di pace basata sulla legittimità internazionale».
   L’opinione pubblica palestinese è divisa al suo interno. Da un lato reclama una posizione più ferma nei confronti di Israele e insiste per la fine della cooperazione di intelligence. Dall'altro pur non avendo fiducia nell'Anp teme il suo smantellamento che significherebbe disoccupazione per circa 200 mila persone e altrettante famiglie senza reddito.

(il manifesto, 21 maggio 2020)


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Abu Mazen minaccia (e bluffa): «Stop a tutti gli accordi di pace»

L'obiettivo è far saltare il piano di Trump per Israele

di Fiamma Nirenstein

GERUSALEMME - Mahmoud Abbas, al secolo Abu Mazen, ha un'ambizione chiara: essere ricordato come Arafat, l'uomo che ha vissuto per trascinare parte del mondo in uno scontro frontale con Israele, con lo scopo di destrutturarne le alleanze internazionali, prima fra tutte quella con gli Stati Uniti, e la sua stessa legittimità. Così, con un ennesimo «armiamoci e partite» che ancora non ha effettività pratica, ha giurato con un discorso urlato di voler cancellare ogni tipo di accordo con Israele. La minaccia investirebbe la vita civile, dall'elettricità all'acqua ai patti di sicurezza, passando per gli accordi Oslo del '93, di Hebron del '97, di Wy River del '98. Difficile che lo faccia: salterebbe la cornice dell'amministrazione civile e di commercio, la cooperazione, gli accordi per la sanità.
   La ragione conclamata nella rabbia è la paura che Netanyahu, adesso che è primo ministro, si affretti a realizzare il piano Trump che prevede l'annessione del 30 per cento dell'West Bank e della Valle del Giordano. Non sarà certo questione di pochi giorni, ma la proposta di Trump è sul tavolo sia di Netanyahu che di Gantz, che sarà fra 18 mesi primo ministro a rotazione. Le elezioni americane di novembre incombono sulla rielezione di Trump: Israele ne tiene certo conto, come i palestinesi che vogliono fare rumore almeno fino ad allora. E anche gli Usa sembrano rallentare un po'.
   Ma la verità è che molte volte Abu Mazen ha minacciato di spaccare tutto: le ragioni in genere sono soprattutto propagandistiche, perché funziona ogni volta che si dice «territori palestinesi occupati» e si parla di annessione israeliana. Ma i cosiddetti «territori» non sono palestinesi, né lo sono mai stati, né, secondo la legge internazionale, sono occupati, ma «disputati» secondo le risoluzioni Onu. Tuttavia già dall'Unione Europea il commissario Josef Borrell condanna preventivamente ogni «annessione». Intanto il primo ministro Shtayye chiede all'Onu sanzioni per Israele. Più diretto è l'ayatollah Khamenei, che accusa Israele di essere «il male». L'ondata è variegata, e lo sarà di più se si seguiterà a ignorare il contenuto di un piano che mette in mano a Israele solo territori abitati da ebrei (il 30%) e il 70% invece destina ai palestinesi, gli consente uno Stato con grande aiuto internazionale, mette alla prova una leadership che ha saputo solo rifiutare ogni proposta e ha sempre portato a campagne di terrorismo. Quanto alla Valle del Giordano, tutto il Medio Oriente diventerebbe possibile preda di eserciti di regimi autoritari se Israele non ne avesse il controllo. Pompeo, tornato negli Usa dopo tre giorni in Israele, si è dispiaciuto che Abu Mazen non voglia accettare la prima opzione del piano Trump, i colloqui far le due parti. Può darsi che coronavirus e furia politica rallentino questa opzione, e che i palestinesi, come sempre da 40 anni, distruggano ogni opzione di pace. Sarebbe un peccato per tutti.

(il Giornale, 21 maggio 2020)


«Vietato indossare shorts a scuola»

Studentesse israeliane in piazza

 
La protesta delle ragazze israeliane di Gedera
Di ritorno questa settimana nelle scuole dopo due mesi di assenza forzata per il Coronavirus, gli allievi israeliani di medie e licei hanno trovato ad attenderli agli ingressi un'altra insidia inaspettata. Un'ondata di calore impietosa e prolungata, con temperature fino a 40 gradi. I maschi sono stati ammessi anche se vestiti in modo 'casual'. Alle ragazze invece è stato vietato tassativamente di presentarsi con pantaloncini corti.
   Un primo caso isolato di una ragazza in shorts bloccata ai cancelli, verificatosi lunedì nella località laica di Raanana (Tel Aviv), ha subito fatto rumore nei media. La protesta si è estesa ad altri istituti.
   A Gedera, nel sud di Israele, ieri le studentesse ribelli erano oggi 150, secondo il sito Ynet. Bloccate ai cancelli, sotto al sole, hanno scandito indignate che i loro pantaloncini erano del tutto identici a quelli dei maschi. Poi sono state ammesse in classe, ma sotto la minaccia di sospensioni.
   In un'altra città laica, Petach Tikwa, una bambina di sette anni è stata obbligata a togliersi un abitino perché - è stato spiegato - «lasciava le spalle scoperte». In alcune località più progressiste - in particolare nella zona agricola di Emek Hefer, a nord di Tel Aviv - le autorità hanno invece sostenuto la lotta delle ragazze rilevando che in quel modo, più ancora che nelle lezioni in classe, dimostravano di aver assimilato concetti base di democrazia e libertà di espressione.
   Alla Knesset un deputato di sinistra, Nitzan Horowitz, si è scagliato contro «la polizia degli abbigliamenti» che nelle scuole, a suo parere, «dissemina umiliazioni». Nei banchi delle destre la protesta invece non è piaciuta. «Un po' più di modestia - hanno osservato deputati tradizionalisti - non guasta certo».
   Un giornalista di destra ha poi rilanciato su twitter il codice di abbigliamento stabilito per i suoi dipendenti dal tabloid Yediot Ahronot, che è stato in prima fila nel sostegno alle studentesse. «Anche in quella redazione - ha polemizzato - è vietato girare con pantaloncini corti e sandali da mare».

(Nazione-Carlino-Giorno, 21 maggio 2020)


Dopo Hitler, Khamenei torna a proporre la "soluzione finale" per gli ebrei

di Sarah G. Frankl

Jón Kalman Stefànsson sostiene che a volte "le parole sono come proiettili". Parlare di "soluzione finale" quando si parla di ebrei significa assumersi la responsabilità di quanto si afferma consapevoli che il suo vero significato è "sterminio degli ebrei".
  Se poi a parlare di soluzione finale è un dittatore islamico come Ali Khamenei a capo di un regime islamico come l'Iran che da sempre non fa mistero delle sue intenzioni verso Israele, allora quelle parole diventano veramente dei proiettili sparati deliberatamente per chiarire il proprio pensiero.
  Succede così che la guida sprema iraniana, Ali Khamenei, in occasione della imminente Quds Day, l'evento annuale organizzato dall'Iran per celebrare la "resistenza palestinese", pubblichi sul suo blog una immagine dove si vedono persone che celebrano la liberazione/conquista di Gerusalemme (dal "perfido nemico sionista") sotto le mura della moschea di Al-Aqsa. La soluzione finale, secondo il poster.
  L'uso di quella frase non è certo passato inosservato. Ieri il Segretario di Stato americano, Mike Pompeo, nonché il Premier israeliano, Benjamin Netanyahu, hanno accusato il leader supremo iraniano di proporre lo sterminio degli ebrei usando le stesse parole di Hitler.

 La risposta di Khamenei
  Non si è fatta attendere la risposta di Khamenei il quale con un twitter precisa che "eliminare il regime sionista (Israele n.d.r.) non significa eliminare gli ebrei". Secondo il nazista persiano gli iraniani non sono contro gli ebrei. Certo, aggiungo io, a patto che non si difendano e si lascino sterminare nella loro terra. Insomma, gli ebrei vanno bene solo se sono morti oppure se non si difendono. "Questo vuol dire eliminare Israele e accadrà" conclude Khamenei.
  Naturalmente la cosa è passata del tutto inosservata su quei media che amano così tanto gli Ayatollah iraniani. Il successore della Mogherini, Josep Borrell, che tanto ama i nazisti iraniani, ci è allegramente passato sopra. A parte Pompeo e Netanyahu nessun politico occidentale si è sentito il dovere di rispondere a Khamenei e alla gravità delle sue parole. Evidentemente, chi tace acconsente.

(Rights Reporters, 21 maggio 2020)


Gerusalemme, scoperte stanze sotterranee risalenti a duemila anni fa

Scavando nella roccia sotto al Muro Occidentale della Città Vecchia di Gerusalemme, in Israele, gli archeologi hanno scoperto delle stanze risalenti a duemila anni fa. La loro funzione, al momento, è ancora sconosciuta.
La struttura sotterranea è una testimonianza della vita nella Città santa prima della distruzione del Secondo Tempio. Nelle stanze sono stati trovati anche oggetti di uso quotidiano.

(BI Italia, 20 maggio 2020)


Israele nella morsa dello scontro tra Usa e Cina

In bilico progetti «cinesi» in infrastrutture e tecnologie

di Michele Giorgio

GERUSALEMME - Il freno tirato dagli Stati uniti all'annessione in tempi stretti a Israele di larghe porzioni di Cisgiordania palestinese potrebbe essere legato anche ai rapporti commerciali esistenti tra la Cina e lo Stato ebraico.
  Relazioni che Washington, impegnata in una guerra economica e diplomatica sempre più dura contro Pechino, segue con forte disappunto già da tempo. E potrebbe condizionare il rapido via libera all'annessione che vuole Netanyahu al soddisfacimento delle aspettative americane da parte del nuovo governo israeliano. Lo ipotizzano fonti israeliane precisando che non è a rischio il progetto di annessione, figlio diretto del piano di Donald Trump per il Medio Oriente. Il tempo però è un fattore decisivo. Netanyahu ha fretta: teme che Trump possa uscire sconfitto dalle presidenziali americane di fine anno a vantaggio del democratico Joe Biden.

 Ipotesi, voci
  Intanto il Jerusalem Post cita un non meglio precisato funzionario americano che ricorda agli alleati israeliani che gli Usa chiedono con insistenza di interrompere i legami con la Cina, in particolare in aree a rischio per la sicurezza. Ed è lecito pensare che il «problema» sia stato al centro dei colloqui della scorsa settimana a Gerusalemme tra il segretario di Stato Mike Pompeo e Netanyahu. Alla domanda se l'istituzione di una versione israeliana del "Comitato per gli investimenti esteri negli Stati uniti" riuscirà a soddisfare Washington, il funzionario americano ha risposto: «È un buon inizio ma andrei oltre».
  Quindi ha ribadito che Israele deve ridurre i legami con la Cina: da parte israeliana ha riconosciuto le nostre preoccupazioni ma non si è impegnata in azioni concrete» Gli Stati uniti sono talmente rigidi sulla questione che qualche giorno fa ha inizialmente destato sospetti a Pechino la morte improvvisa dell'ambasciatore cinese in Israele avvenuta, come è stato accertato, per causa naturali.
  La Cina è il terzo partner commerciale di Israele e gli scambi tra i paesi sono cresciuti del 402% negli ultimi dieci anni (14 miliardi di dollari). Un settore in cui gli Usa sono particolarmente sensibili è la tecnologia: masticano amaro di fronte ai miliardi di dollari che le società cinesi hanno investito in tecnologie israeliane che potrebbero essere usate dall'intelligence. Altra area critica è il coinvolgimento di aziende cinesi in importanti progetti infrastrutturali in Israele, a cominciare dal nuovo terminal, parzialmente costruito, nel porto di Haifa dove la sesta flotta della Marina Usa attracca almeno una volta all'anno.
  Israele non sembra avere alcuna intenzione di sganciarsi da un partner importante come la Cina e avrebbe chiesto agli Stati uniti forme di indennizzo per limitare i rapporti economici con Pechino. Richiesta che, riferiva un paio di giorni fa la radio militare israeliana, Washington ha respinto. Si aspetta comunque che Israele sia dalla sua parte nello scontro con la Cina.

(il manifesto, 20 maggio 2020)


«Gli occhi di nonna Liliana» svelano la Shoah

Le Illustrazioni per i più piccoli sulla storia della senatrice a vita Segre. L'autrice Giusy Mondani: così spieghiamo l'orrore ai più piccoli.

di Carla Parisi

 
MULAZZANO - Raccontare l'Olocausto ai più piccoli in maniera delicata ma profonda, attraverso gli occhi di una donna che, prima di diventare una testimone della più grande tragedia del Novecento, è stata una bambina che ha visto la sua vita normale sconvolta dall'orrore del nazifascismo. Questo lo scopo di «Gli occhi di nonna Liliana», il libro di Giusy Mondani, originaria di Mulazzano (Lodi), pubblicato a fine marzo da Europa Edizioni. Classe 1977, l'autrice è laureata in Disegno Industriale al Politecnico di Milano e vive da anni a Campoformido, in provincia di Udine. Da sempre appassionata di illustrazione per l'infanzia, questo è il suo primo albo: «Da tempo volevo realizzarne uno, e la scelta dell'argomento è arrivata l'anno scorso, quando come presidente dell'associazione «Genitori per la Scuola» della mia città ho organizzato un incontro con Oleg Mandic, sopravvissuto alla Shoah - racconta - e ho approfondito le testimonianze di molti reduci. Quella della Segre mi ha colpita perché è una donna e una madre, quando ha iniziato a vivere l'orrore era una bambina. Mi sono chiesta come potessi spiegare ai miei figli questa tragedia, e anche cosa farei e quali responsabilità mi prenderei in una situazione del genere».
   Il testo, dal tono quasi di filastrocca, è accompagnato da scene illustrate dove Segre compare sempre, accompagnando il lettore attraverso vari avvenimenti: la vita normale sconvolta dalle leggi razziali, la prigionia nei campi di sterminio, il ritorno e l'incontro con il marito Alfredo. Per raccontare questa storia Mondani ha scelto di affidarsi a poche parole e alla loquacità delle illustrazioni, nelle quali il colore è assente, a eccezione, spiega «di alcune note che caratterizzano il personaggio di Liliana. Importante è il ruolo del fiocco, che perde e ritrova con l'incontro con il marito, salvifico per lei».

(Il Giorno - Milano, 20 maggio 2020)


Caccia a Zemmour

"Viva l'islam, viva Allah". E il giornalista francese viene nuovamente aggredito per strada

di Giulio Meotti

ROMA - La prima minaccia di morte a Eric Zemmour risale al 7 giugno 2012, quando una lettera arrivò alla radio Rtl, il suo datore di lavoro, in rue Bayardnell ottavo arrondissement di Parigi. Zemmour è chiamato "SS in libertà" e gli autori annunciano di voler attaccare fisicamente il giornalista e la sua famiglia. L'ultima minaccia, due settimane fa, ha spinto anche il presidente francese Emmanuel Macron a esprimergli solidarietà "Parigi. Francia 2020. Questa donna inveisce contro Zemmour nel nome di 'Viva l'islam!'. E' ridicolo, non lo accetto. Mi rifiuto di abituarmi", ha reagito l'avvocato Gilles-William Goldnadel in un video. Il polemista del Figaro, antimmigrazione e antisistema, il più critico dell'integrazione e delle banlieue, camminava per strada a Parigi senza scorta (gli è stata tolta mesi fa) quando una donna gli si è avvicinata gridando "Éric Zemmour! Lunga vita all'islam! Lunga vita ad Allah! Lunga vita a Maometto!". E' il secondo episodio in due settimane. Il 1° maggio, Zemmour era stato aggredito e insultato sempre a Parigi mentre faceva la spesa. "Figlio di puttana! Fan culo a tua madre!", gli urlano. Il video, diventato virale, aveva causato tumulti sui social e un'ondata di indignazione da parte dei politici di tutte le parti.Nel novembre scorso, Zemmour era stato chiamato "bastardo sionista" da una fiche S, un sospettato di terrorismo, di fronte alla sede di Cnews durante una dimostrazione. Una manifestazione chiamata "Stop Zemmour" era stata indetta davanti all'emittente che ha arruolato il polemista di destra. Il co-fondatore del Coordinamento contro il razzismo e l'islamofobia, Abedelaziz Chaambi, prende la parola dal palco e chiama Zemmour "bastardo sionista", "virus" e "bestia disgustosa".

 "Ha un bersaglio nella schiena"
  Qualche giorno dopo, durante la grande "marcia contro l'islamofobia" a Piace de la République, un oratore dal palco arringa così la folla: "Se non ti piace Zemmour batti le mani!". Il giornalista finora è sfuggito al peggio. Ma fino a quando? "Se questa storia potesse aprire gli occhi a tutti coloro che, disumanizzando i propri avversari, hanno appeso dei bersagli dietro la loro schiena", ha scritto sul Figaro Céline Pina. E Zemmour non è certo il solo. Un anno fa, il filosofo ebreo Alain Finkielkraut era stato minacciato di morte e apostrofato da un islamista salafita durante una manifestazione dei gilet gialli. Lo stesso Finkielkraut avrebbe poi confessato: "Ho paura a girare per strada".
  L'autore dell'aggressione a Zemmour, Mehdi K, si fa chiamare "haram", proibito. Originario di Orleans, ha detto all 'Express di essere "manager di un rapper'' e dice di aver incontrato "per caso" quel giorno Zemmour. Uscendo dal commissariato di polizia, l'uomo ha pubblicato su Snapchat la prima pagina di una vecchia copia di France Soir, dal titolo:
  "Nemico pubblico numero uno". Come se Zemmour, la cui trasmissione è già boicottata da alcuni grandi gruppi industriali e che è stato già trascinato più volte in tribunale, fosse il nemico numero uno della banlieue francese. I rapper lo odiano. E Youssoupha declama; "Chi zittirà questo stupido Zemmour''?
  L'amico del giornalista Eric Naulleau è preoccupato: "Un giorno, ci sarà un dramma". Anche il padre di Zemmour ci pensa: "Lo uccideranno". Emilio Lussu avrebbe scritto che con queste parole (sionista bastardo, razzista islamofobo) "le pistole sparano da sole".

(Il Foglio, 20 maggio 2020)


L'ufficiale tedesco suonò la musica di Bach

di Giuseppe Giorgio Mariani

 
Polcenigo - Chiesa di San Giacomo
All'inizio della primavera 1945 verso sera, a Polcenigo, sul sagrato della Chiesa di San Giacomo, durante il nostro raduno di chierichetti, ci fu il passaggio di due militari tedeschi a cavallo diretti verso il Castello. Ci stupimmo, era strano quell'incontro. Entrammo in chiesa richiamati dal seminarista ospite dell'arciprete che ci avrebbe, come da programma, illustrato il funzionamento dell'organo del '700. Salimmo e si iniziò a prendere contatto con quella meraviglia. Il seminarista toccava i tasti e noi tiravamo le corde dei mantici e nasceva una musica frammentata: si interrompeva ci spiegava.
   Improvvisamente, senza fare rumore, salì fino a noi un ufficiale tedesco con il frustino e il cappello con visiera in mano. Sorrise e fece cenno di voler suonare. Ci raggiunse l'arciprete don Maurizio Amadio che tentò di dire qualcosa e l'ufficiale tedesco gli rispose in latino, sorridendo. Sorpresa per tutti. Si accomodò ed incominciò a suonare. Lo stupore fu generale e grandissimo perché non avevamo mai sentito la musica dell'organo così da vicino. Al suo cenno, di tanto in tanto, a turno tiravamo le corde dei mantici. Attimi per noi memorabili. La musica era bellissima. Poi ad un tratto finì, fece un inchino all’arciprete ed anche a noi, e disse «Johann Sebastian Bach. Toccata e fuga ... Immortalis! Grazie». Scese la scaletta di corsa e sentimmo i cavalli allontanarsi. Quei nomi a noi ragazzini non dicevano niente, ma don Amadio li scrisse sulla lavagna.
   Il giorno dopo ci chiese le nostre impressioni. Noi eravamo tutti entusiasti di quell'evento a cui avevamo partecipato, tanto che lui rimase un po' perplesso, il tedesco era pur sempre un nemico. Cercò di spiegarci che lo studio rende gli uomini migliori e quell'ufficiale era certamente molto istruito. Le sere successive dal sagrato vedemmo ancora il tedesco cavalcare velocissimo nel vicino campo sportivo. L'ultima sera si fermò al centro della strada che dal Castello porta al Borgo allargandosi sul sagrato e ci salutò ripetutamente. Noi ricambiammo con entusiasmo, ma avevo notato un mesto sorriso che mi parve come un triste addio.
   Il giorno dopo don Amadio ci disse che erano partiti tutti per la Germania e che sperava tanto ci arrivasse vivo, perché erano passate tante Fortezze Volanti da oscurare il cielo; anche noi lo speravamo e avremmo voluto suonare come lui, non era più un nemico da temere, ma un amico da proteggere. Toccata e fuga in Re minore opera 565, del vecchio J. S. Bach, Immortalis!

(il Giornale, 20 maggio 2020)


Antisemitismo in Ucraina, la polizia vuole schedare gli ebrei a Kolomyya

L'antisemitismo fa tappa in Ucraina, dove la polizia ha chiesto alla comunità ebraica di Kolomyya di consegnare una lista con i nomi di tutti gli ebrei della città, che si trova nella parte occidentale del paese.
A firmare la richiesta è stato l'ufficiale Myhaylo Bank, il cui intento formale è indagare "sulle organizzazioni che lottano contro i gruppi transnazionali ed etnici e la criminalità organizzata".
Il presidente della Comunità ebraica locale, Jacob Zalichker, ha rispedito alla mittente una richiesta, che da molti ebrei ucraini è stata vista come un atto di antisemitismo.
L'episodio risale alla seconda metà di febbraio, ma è venuto alla ribalta in questi giorni grazie a Eduard Dolinsky, direttore dell'Ukrainian Jewish Committee, che postato il testo della richiesta su Twitter:
"Vi chiediamo cortesemente di fornirci le seguenti informazioni relative alla comunità religiosa ebraica ortodossa di Kolomyja , in particolare: lo statuto della comunità e l'elenco dei membri, con indicazione di dati, numeri di telefono e luoghi di residenza".
Il testo è stato così commentato dallo stesso Dolinsky:
"È una vergogna e una manifestazione di palese antisemitismo ed è una cosa particolarmente pericolosa perché proviene dalle stesse autorità che invece dovrebbero combattere proprio quello che stanno mettendo in pratica [l'antisemitismo]".
Quanto accaduto in Ucraina è molto preoccupante. Nella storia del popolo ebraico quando si parla di lista non è mai una cosa buona, perché fotografa il momento che si sta vivendo.
D'altro canto l'ex repubblica sovietica non si è mai contraddistinta per una "simpatia" nei confronti degli ebrei, come nel caso di indire una festa nazionale per onorare Stepan Bandera, esponente nazionalista e antisemita ucraino, che collaborò con il Terzo Reich nei rastrellamenti degli ebrei durante la Seconda Guerra Mondiale.

(Progetto Dreyfus, 19 maggio 2020)


Verità, giustizia e bellezza nel pensiero di Adriano Olivetti

Storia e attualità del progettare, a partire dal modello Ivrea

di Sandra Sicoli e Pierpaolo Nicolini

 
Casa popolare di Borgo Olivetti a Ivrea
Parlare oggi di una figura come quella di Adriano Olivetti (scomparso sessanta anni fa), significa cercare di coglierne l'attualità del pensiero e dell'azione in campo industriale, architettonico, urbanistico, sociale, politico istituzionale e culturale. Due termini innanzi tutto sui quali riflettere oggi: quelli di "comunità" e di "città dell'uomo". li libro dal titolo Città dell'uomo, uscì pochi giorni prima della morte di Olivetti: contiene una summa del suo pensiero e costituisce una sorta di testamento spirituale. Vi è presentata, rielaborata, tutta la complessità del suo sogno. Pensiero e opera, due aspetti per lui inscindibili che derivano dall'eredità morale trasmessagli dal padre, Camillo; azione sostanziata da pensiero e radicata nella giustizia sociale. E' da questo testo che prende avvio la nostra riflessione. Due termini, "comunità" e "città dell'uomo", come vedremo, intrecciati e dal cui serrato dialogo sarà possibile scorgere una luce, un chiarimento per l'oggi e una interpretazione più puntuale sull'originalità.
  In questi giorni si celebra il settantesimo anniversario della prima fase economica della futura comunità politica europea. E' proprio l'analisi del significato che Olivetti attribuisce a "comunità", a segnare la differenza tra il suo progetto politico e quello che allora si avviava nell'ambito europeo. La genesi dell'Idea di Comunità è legata in modo indissolubile alla fabbrica fondata dal padre all'inizio del Novecento e sta a indicare la realtà umana dei lavoratori, operai, impiegati, tecnici, dirigenti. Comunità indica perciò una unità di persone responsabili di un processo produttivo, a vari livelli, che ne possono condividere i frutti, anche in termini di partecipazione agli utili. Una comunità fondata sul lavoro come principio di dignità e come garanzia per un livello di vita che permetta l'accesso al godimento dei beni essenziali: diritto all'abitare, alla città, alle relazioni sul territorio, ai servizi, alla sanità, alla scuola, alla cultura. Comunità di persone, di abitanti, di famiglie che si relazionano con altri tipi di lavoro sul territorio di riferimento. Comunità fondata sul principio di responsabilità e di appartenenza.
  Appartenenza a un territorio con i suoi propri confini geografici e topografici ereditati dalla storia, dalla tradizione che l'ha trasformato e modificato. Territorio amato, teatro delle vite che si sono avvicendate, abituate a una esistenza circoscritta da profili paesaggistici ben precisi, imprescindibili punti di riferimento per lo svolgersi della vita e delle funzioni abitative. E' su questo territorio amato, gestito con cura, affidato alle nuove generazioni che la comunità cresce con senso di armonia, ordine e con senso di responsabilità. E' il principio di solidarietà come istanza morale che precede l'aggregazione umana. E' tutto ciò a rendere poi vera la città, l'architettura, l'abitare. La quale città non sussiste dove non ci sia solidarietà, giustizia e verità. La città può essere bella se è vera. li bello nell'architettura e nell'arte è in quanto valore spirituale. Parlando nel 1958 di pianificazione territoriale dice Olivetti:
"Mi sia consentito ricordare parole che sono care agli architetti: "E quando l'uomo si è elevato prendendo la buona via dell'amore delle cose del mondo, sino a intendere la Bellezza, egli non è lontano dal fine. E colui che prende il giusto cammino, deve cominciare ad amare le bellezze della terra e progredire, incessantemente, verso l'idea della Bellezza stessa: dall'armonia delle forme a quella delle azioni, dalla perfezione delle azioni a quelle delle conoscenze, per pervenire infine a quell'ultima conoscenza che è la Bellezza in sé"."
Si potrebbe dire che il processo generativo del pensiero di Olivetti sull'architettura e la città è contenuto tutto nell'andamento dinamico che si apre alla meraviglia del microcosmo della comunità di lavoro intorno alla fabbrica di oggetti metalmeccanici (macchine di calcolo elettriche e calcolatori elettronici) con le caratteristiche prima individuate; poi si espande come una fioritura dalla cellula madre fino alle esperienze e alle realtà più grandi, mantenendo intatti i caratteri primari e rendendoli sempre riconoscibili, anche se mutati. Così avviene col passaggio, l'allargamento di interesse verso la città e la sua architettura, la progettazione di spazi nuovi per la fabbrica, le strutture sociali e i servizi (biblioteca, asili nido, mense, abitazioni per operai, impiegati e dirigenti). Lo spazio abitativo di lavoro è pensato dal punto di vista dell'interiorità dell'abitante che porta con sé il bagaglio della propria memoria: la struttura prima dell'armatura visiva dell'abitare è il profilo paesaggistico, pianura - monti, che l'uomo ha sempre visto dalla nascita, quindi è elemento di riferimento spaziale indispensabile. Perciò l'architettura con facciata vetrata a tutta altezza nella fabbrica nuova di Ivrea, così diversa dagli opifici ottocenteschi, è negli Anni Trenta e poi Cinquanta, pensata per la totale trasparenza tra interno ed esterno e per il benessere spirituale di chi lì opera e vive. Non è omaggio formale all'estetica del Bauhaus in Germania, ma una scelta oculata di architetti razionalisti milanesi, Figini e Pollini, che sulla base di quella esperienza straniera, di democrazia e apertura prima della tragedia nazista, interpretano il pensiero di libertà di Olivetti. Analogo processo si verifica per la realizzazione della edilizia abitativa: principi guida sono la facilità di accesso dal luogo di lavoro alla casa, il rapporto con il paesaggio, il verde come parte integrante dell'abitare. L'architettura di Ivrea si viene perciò accrescendo con episodi urbanistici nuovi in dialogo con l'antica configurazione della città, dove il centro storico, con le sue memorie e la sua fisionomia, si rende più vero e più vivo attraverso il contatto con i nuovi innesti residenziali.
  Progressivamente l'idea del bello, come verità spirituale, si espande sulla città intera attraverso gli strumenti dei piani regolatori. Gli urbanisti e gli architetti diventano i protagonisti in una sorta di comunità maieutica tra Adriano Olivetti e chi deve valutare le possibilità di attuazione delle sue intuizioni; e poi ancora questa spinta a interpretare e configurare il nuovo per l'uomo moderno e per i suoi più profondi desideri e bisogni, si concretizza nel disegno dei piani regolatori di una area più vasta della città, ma che alla città appartiene, che è il piano della comunità o delle comunità che vanno a definire il piano regionale. La comunità, come si vede, si allarga, sempre nel rispetto del codice originario. Prefigurazione, predisposizione, mai imposizione di una forma. Il bello, la forma, la disegneranno coloro che si succederanno sul territorio. C'è insieme a questa ideazione un'ammirazione per l'arte e l'urbanistica delle città d'Italia medievali, cui Olivetti guarda come esempio di civiltà che ha dato i suoi frutti attraverso la consapevolezza di essere cittadini e la coralità pubblica che sostiene gli sforzi economici. C'è in Olivetti che viaggia per l'Italia per la diffusione delle sue idee e dei suoi progetti, un rispecchiamento tra ciò che intravede per la rinascita dell'Italia e il passato di un'Italia artistica frammentata, sì, ma pur sempre capace di affermare una unitarietà di disegno urbano e di rapporto con il territorio.
  Una lezione della storia come alimento per il presente. Ciò che Olivetti vede nell'Italia di ieri non è una tipologia formale da riprodurre, ma una continuità di spirito che si può inverare nel presente, nelle forme nuove che prefigura per le sue fabbriche e i suoi insediamenti. Ci riferiamo a Pozzuoli, a Matera, a Massa. Centrale rimane in Olivetti l'attenzione all'uomo che lavora, abita, vive nei nuovi edifici. Puntuale riemerge l'attenzione ai paesaggi nei quali il lavoratore è cresciuto che restano ancora come asse direzionale per la crescita della persona, il mare, il golfo di Pozzuoli non è immagine da cartolina, ma imprescindibile punto di riferimento. Perciò, ancora una volta, la trasparenza è carattere distintivo della fabbrica affinché il lavoratore vi porti dentro la propria bussola visiva (architetto Luigi Cosenza). Così a Matera (architetti Luigi Piccinato e Ludovico Quaroni), i campi, la terra, le argille, i sassi, sono teatro di intere generazioni di contadini e devono essere assunti nel nuovo abitare. Pensiamo alla figura di Carlo Levi che lì al confino in Lucania negli anni 1935-36 vive la realtà contadina, la condivide, ne ha cura come medico e la vede con occhi prensili di pittore. Intanto la conosce con gli strumenti dell'indagine medica, in quanto la riconosce come realtà umana inscritta in quei limiti di paesaggio e di storia e li ritrae. E' la stessa logica di Olivetti che comprende i caratteri dell'uomo, li rispetta nella loro genesi e nella loro storia; non è molto lontano l'atteggiamento di Carlo Levi, che prendendosi cura dei corpi, ne assume anche le storie, e li fissa nella pittura e nella letteratura. Adriano Olivetti ha però nella volontà di creare spazi abitativi e di lavoro per l'uomo, per il suo benessere, una estensione ancora maggiore del prendersi cura da parte del medico. Ha nel progetto il motore che avvia un meccanismo a catena di speranze per il futuro e per l'avvenire. In Olivetti prevale il sogno profetico che intravede i lineamenti di un futuro, ma non ne può godere appieno i frutti che avverranno dopo. Intanto prevale in lui l'attitudine a gettare generosamente semi, a generare. Olivetti visionario non solo in direzione del futuro, ma visionario già nel presente; cioè in ogni progetto prefigura, accarezza ciò che sta nascendo, ciò che potrà essere.
  li progetto abitativo, architettonico e urbanistico, con i criteri di cui sopra si è detto, di profondo rispetto dell'uomo e del suo abitare, è però inserito in una visione politica di comunità che estende il modello originario di piccola comunità in un sistema, "Movimento di comunità". Insieme a queste vanno a definire unità che si collocano approssimativamente in spazi geografici corrispondenti alle provincie, in rapporto con le regioni. Ma anche questo progetto più ampio deve rispettare i principi guida della partecipazione e della responsabilità, anche sul piano amministrativo. Il movimento politico prevede figure istituzionali saldamente legate al territorio che conoscono e sono chiamate a valorizzare. Ma soprattutto sono legittimate a governare da uno stretto rapporto di fiducia con gli abitanti che li eleggono e li riconoscono. Obiettivo è sconfiggere la diffidenza fra cittadino, regione e stato che Olivetti intravede nell'ordinamento politico dell'Italia del dopoguerra, nel Parlamento e nel governo. Ancora una volta lo strumento principe è il piano urbanistico. La comunità deve essere di grandezza opportuna, "la dimensione ottima"; la grandezza esatta: un termine precisamente greco che lui prende da Aristotele. La misura, il numero; e ancora città e territorio solo nella misura esatta dei propri confini possono garantire armonia e benessere. E lì solo possono fiorire quelle virtù morali degli abitanti che fanno "grande" una città:
"Secondo l'opinione prevalente - scriveva Aristotele - la città felice dovrebbe essere grande. Ma se anche questo giudizio fosse giusto, non è proprio chiaro il criterio quale sia veramente la città grande e quale la città piccola; poiché chiamiamo grande la città che ha un numero notevole di abitanti, mentre si deve avere riguardo non alla quantità della popolazione bensì alle forze materiali e morali dell'associazione civile".
Il Movimento Comunità ispirato al concetto più pregnante di libertà ha le sue origini nella riflessione di Olivetti in clandestinità in Svizzera, in Engadina, negli anni 1943-44 e lì, con tutta l'urgenza di una situazione di drammatica oppressione dell'Italia negli ultimi anni di guerra, egli scrive la bozza del suo progetto, l'ordine politico delle Comunità. Il nome non è un caso. E il movimento che si apre alla sua pienezza negli anni successivi alla Costituzione italiana, avrà per linee guida quelle già tracciate a Ivrea negli Anni Trenta ed espresse in forma di programma politico in Engadina. Ivrea diventa quindi l'"esperimento pilota" per la realizzazione di nuove comunità e per la sua estensione sul piano nazionale. Proprio Ivrea è da qualche anno patrimonio dell'Unesco: uno dei frutti maturali dal sogno e dalla capacità di vedere di Olivetti. Il Movimento Comunità si sostanzia poi con l'attività editoriale della rivista "Comunità" che diviene una sorta di seminario pluridisciplinare coordinato da Adriano Olivetti. Lì lavorano con spirito di collaborazione e grande forza creatrice intellettuali di diversa pratica disciplinare e tutti contribuiscono alla creazione di un pensiero collettivo. Singolarmente tutte le analisi sociologiche, urbanistiche, filosofiche, architettoniche, concorrono a creare uno stile Olivetti che non per magia, ma per forza intrinseca, produce un'eccellente qualità estetica dell'oggetto prodotto (design), grafica pubblicitaria e pubblicistica che traducono in forma l'idea del bello accarezzata da Olivetti: un altro frutto. E ancora, una riflessione conclusiva, sulle radici del pensiero di Olivetti: l'idea di giustizia sociale appresa dal padre, ebreo socialista; l'idea del lavoro come etica del giusto operare, dall'ambiente protestante della madre; dalla comunità valdese, la forza delle radici identitarie di una minoranza e la cura e salvaguardia puntuale dei villaggi. Dall'ebraismo, il principio-dovere di avere cura della terra ereditata e di saperla migliorare. Infine da Sant'Agostino, la città terrena e la città celeste, al cristianesimo radicale di marca francese, di Maritain (Umanesimo integrale), Mounier (Il personalismo), la visione mistica di Simone Weil, filosofa ebrea, deriva una forza di interlocuzione con il mondo moderno e con le scienze. La formazione di ingegnere del padre e di Adriano è il connotato costante della famiglia Olivetti, quello cioè del mondo della tecnica che padroneggia i segreti della materia ed è capace di trasformarli in prodotti e in forma. Il messaggio di Olivetti oggi cade su un terreno difficile dove non sembra di poter ravvisare echi del suo pensiero. D'altra parte esso è attuale perché i problemi sono ancora lì, ingombranti come le macerie della guerra da cui è fiorito il Movimento comunità. Oggi il messaggio è attuale proprio perché c'è una urgenza di "verità, giustizia e bellezza",

- Sandra Sicoli, storica dell'arte, ha lavorato presso la pinacoteca di Brera e la soprintendenza alle Belle arti di Milano.
- Pierpaolo Nicolini, architetto, docente di Storia dell'arte

(JoiMag, 18 maggio 2020)


Israele: da domani riaprono le spiagge e dal 27 ristoranti e caffè

Dal 27 maggio in Israele riapriranno completamente ristoranti, locali e caffè, dopo che per settimane è' stato concesso solo consegne e ordini a portar via. Lo ha annunciato l'Associazione dei Ristoranti, dopo aver raggiunto un accordo con il ministero della Salute sulle misure di sicurezza da attuare. I clienti verranno sottoposti al controllo della temperatura e si potranno sedere all'estero a una distanza minima di un metro l'uno dall'altro. Intanto da domani prenderà ufficialmente il via la stagione estiva, con l'apertura al pubblico delle 136 spiagge del Paese. Per prendere la tintarella la distanza minima dovrà essere almeno di due metri e al momento non si potrà accedere a docce al chiuso e spogliatoi.

(Shalom, 19 maggio 2020)


Se il governo più strano di Israele può riportare il Paese alla normalità

All'insegna della prudenza i primi passi dell'esecutivo a rotazione Netanyau-Gantz

di Fiammetta Martegani

 
Omer Yankelevich, titolare del dicastero della Diaspora
Dopo 509 giorni di gestazione, il 35esimo governo della storia di Israele è nato in mezzo a un'emergenza nazionale - il coronavirus - e non proprio sotto i migliori auspici. Il giuramento è avvenuto domenica tra mille polemiche. Non piace quel (fragilissimo) meccanismo di rotazione tra il premier Benjamin Netanyahu; che guiderà per i prossimi 18 mesi, e l'ex rivale Benny Gantz, per ora ministro della Difesa e premier "vicario''. Non piace l'ingombrante richiamo ai tre processi (per corruzione, frode e abuso d'ufficio) a cui si dovrà sottoporre il primo ministro a partire dal prossimo 24 maggio (salvo i soliti imprevisti). Non piace il numero record di ministri: 36 - «più ministri che contagiati», la battuta che girava ieri -, prodotto di una negoziazione da Manuale Cencelli tra i due partiti principali, il Likud di Bibi, e Blu Bianco di Benny. Non piace, infine, la subordinazione, mai così tanto esplicitamente dichiarata, al sostegno e agli obiettivi americani. Eppure, proprio questa coalizione così stranamente assortita potrebbe tirare fuori il Paese da uno stallo che si è protratto per un anno e mezzo (con tre tornate elettorali andate a vuoto). E persino mostrare un suo equilibrio. Un primo (incoraggiante) segnale di ponderatezza c'è. E riguarda proprio una delle questioni più delicate sul tavolo negoziale: le annessioni di parte della Cisgiordania e della Valle del Giordano così come viene prefigurato nell"'Accordo del Secolo" per il Medio Oriente proposto in gennaio dal presidente americano Trump.
   In questo nuovo governo ibrido c'è un'ala, quella più vicina a Bibi Netanyahu, che spinge per una definizione dei confini da attuarsi al più presto. Nei giorni scorsi lo stesso premier, indubbiamente rafforzato dal risultato elettorale, ha ribadito senza tentennamenti che «è tempo di estendere la legge israeliana agli insediamenti». Ma il neo-alleato Gantz, che non ha dimenticato i suoi quarant'anni di carriera militare (fino alla carica più alta di ramatkal), non sembra per nulla intenzionato ad aprire un fronte con la comunità internazionale e con i Paesi confinanti già sul piede di guerra (Egitto e Giordania hanno definito le possibili annessioni una «catastrofe»). E ha fatto capire, Gantz, che qualsiasi decisione sulle annessioni deve essere prima sottoposta alle Forze Armate. La stessa Casa Bianca ha mostrato una certa cautela: «Pensiamo che queste decisioni debbano essere il risultato delle discussioni fra israeliani e palestinesi», è stato suggerito. Così la prudenza sembra aver guidato i primi passi del neonato esecutivo. E ieri il ministro degli Esteri (a sua volta ex capo dell'esercito) Gabi Ashkenazi ha sottolineato che il piano «verrà portato avanti con responsabilità e in coordinamento con gli Usa, tutelando i trattati di pace e gli interessi strategici di Israele». Chiaro riferimento agli accordi con Giordania ed Egitto.
   Parlano di saggezza, poi, due nomine che spiccano: quelle delle ministre che rappresentano due importanti minoranze del Paese. A Pnina Tamano-Shata, esponente della comunità etiope, è andato il ministero dell'Immigrazione. All'ultraortodossa Omer Yankelevich
Ultraortodossa? non si direbbe a prima vista (vedi foto)
il dicastero della Diaspora. Entrambe sono scese in campo grazie alla pressione di Gantz. Tra le novità, infine, c'è l'uscita di scena di Avigdor Lieberman, leader della formazione nazionalista Israel Beitenu che per tre elezioni è stato considerato l'ago della bilancia politica israeliana. Proprio lui è stato escluso dai giochi, schiacciato dall'inaspettata alleanza Bibi-Benny. Almeno fino alla prossima mossa.

(Avvenire, 19 maggio 2020)


Inciampi israeliani sulla via della seta

La guerra scatenata dagli Stati Uniti contro la Cina si intensifica e trova un nuovo e inatteso campo di battaglia: Israele. Nella sua recente visita in Israele il Segretario di Stato americano (giunto a esprimere il sostegno Usa al nuovo governo Netanyahu) ha esortato Tel Aviv a evitare di intrattenere rapporti troppo stretti con Pechino.
  Nell'occasione Mike Pompeo ha ribadito le usuali accuse contro la Cina per il Covid-19, invitando l'alleato mediorientale a non far affari con Pechino, perché avrebbero come effetto una dipendenza di Tel Aviv da Pechino.
  In effetti, negli ultimi anni la Cina ha rafforzato gli scambi commerciali con Israele, includendo anche Tel Aviv nella nuova Via della Seta. Uno sviluppo apparentemente in contrasto con la geopolitica del Medio oriente, dato la Cina ha rapporti fecondi con l'Iran, considerato irriducibile antagonista da Tel Aviv (China Goabroad).
  Ma, appunto, si tratta di un contrasto solo apparente, dato che la Cina intende sviluppare la sua rete diplomatico-commerciale globale bypassando le conflittualità locali e ponendosi come superpotenza super partes, almeno laddove non siano toccati i propri interessi.
  La partnership con Israele ha irritato non poco gli Usa, da cui la reprimenda di Pompeo. Una controversia che ha trovato un focus simbolico e che si è tinta di giallo.

 Questione di sale
  Al centro della controversia è finito l'impianto di desalinizzazione "Sorek B" che, scrive Axios, "dovrebbe essere il più grande impianto di desalinizzazione al mondo, dato che dovrebbe produrre 200 milioni di metri cubi di acqua ogni anno - un quarto dell'acqua che Israele utilizza ogni anno".
  Un impianto che è stato aggiudicato alla "Hutchison Israel" filiale locale della Hutchison Water International, società cinese con sede a Hong Kong.
  Un'aggiudicazione che ha duplice importanza: sdoganerebbe in via definitiva la possibilità dei cinesi di far affari in Israele (la fornitura di un servizio più che essenziale apre prospettive); in più Israele costituirebbe una vetrina perfetta per la ditta cinese, alla quale si aprirebbero così nuove vie commerciali nel mondo.
  Un'importanza che non è sfuggita a Washington, come riferisce la nota di Axios citata, che ha tentato di vanificare l'affare, che peraltro aveva suscitato allarme anche nella Sicurezza israeliana, che aveva paventato intromissioni in siti sensibili (Timesofisrael).
  L'intemerata di Pompeo a Tel Aviv ha trovato una pronta replica da parte dell'ambasciata cinese in Israele, che in una nota nella quale ha ribadito l'infondatezza delle accuse Usa sul coronavirus e ha invitato Israele a preservare le relazioni commerciali con Pechino, che peraltro, non rappresentano che 0.4% degli investimenti cinesi nel mondo.
  "Confidiamo che gli amici ebrei - conclude la nota - siano in grado di sconfiggere non solo il coronavirus, ma anche il 'virus politico' [riferimento alla propaganda anti-cinese ndr] e di scegliere la linea di azione che meglio soddisfa i loro interessi" (Haaretz).

 La morte improvvisa dell'ambasciatore
  Dopo la nota, il giallo: ieri mattina l'ambasciatore cinese in Israele, Du Wei, è stato trovato morto nella sua abitazione. Probabile causa della morte un malore, come da dichiarazioni del ministero degli Esteri cinese, anche se evidentemente altre causali , pur se taciute, sono state prese in considerazione sia a Tel Aviv che a Pechino.
  Lo conferma il fatto che la polizia israeliana è andata sul posto, ispezione che seppure giustificata come normale procedura, così nella nota ufficiale della polizia riferita da Tansim, appare incongrua, dato che nei malori in genere intervengono i medici.
  E lo conferma l'invio da parte di Pechino di una squadra di investigatori con il compito far luce sulla morte improvvisa, mossa anche qui forse dettata dalla procedura, ma che appare alquanto desueta, e che probabilmente serve anche a dissipare eventuali malumori all'interno dell'composito ambito diplomatico cinese.
  Al di là del giallo, destinato a chiudersi come si è aperto, cioè acclarando le cause naturali del decesso, resta che la ferma opposizione Usa al progetto cinese sembra aver fatto breccia nelle autorità israeliane.
  The Hill riferisce che Netanyahu, chiamato a ratificare l'aggiudicazione della gara per l'impianto di desalinizzazione in favore della ditta cinese, ha rimandato l'atto formale, con mossa che appare un ripensamento.
  Piccolo episodio in sé, ma emblematico, quello della Hutchison Water International: sia The Hill sia il South China morning post (succitati) spiegano come ormai lo scontro epocale Usa-Cina abbia investito anche Israele. Il degrado dei rapporti tra le due grandi potenze rischia cioè di porre a Tel Aviv il dilemma che finora aveva deciso di non affrontare, cioè da che parte stare.
  In realtà, a Tel Aviv non può che convenire tenere in piedi la partnership con la Cina, dati gli indubbi vantaggi economici per i suoi cittadini. Ma il clima da Guerra Fredda porta il gelo anche nei Paesi più temperati.

(Piccole Note, 19 maggio 2020)


Quando si tratta di condannare Israele, l'Ue è sempre pronta

di Roberto Penna

L'Unione europea, quando occorre prendere una posizione circa le mosse di Israele e l'eterno conflitto con i palestinesi, di solito non è mai tenera nei confronti dello Stato ebraico. Ciò si concretizza solitamente attraverso le dichiarazioni ufficiali delle Istituzioni comunitarie, vale a dire nel momento in cui l'Ue parla con una voce sola, anche se poi emergono distinguo fra i vari Paesi membri. C'è chi non vede l'ora di poter trattare Israele quasi come uno Stato terrorista e criminale, ma vi sono anche governi del Vecchio Continente assai più cauti e ponderati. Si avverte tuttavia l'esistenza in Europa di una sorta di costante pregiudizio che quando non è palese, diventa almeno strisciante e si cela dietro a tante affermazioni ipocrite e di circostanza. Già la cosiddetta equidistanza europea fra Israele e il fronte arabo-palestinese, perorata da molti esponenti della politica presente e passata del nostro continente, rappresenta un atteggiamento abbastanza abominevole. Lo Stato d'Israele è l'unica e vera democrazia del Medio Oriente, che offre peraltro opportunità di lavoro e di un'esistenza migliore anche a tanti arabi.
   "La libertà dell'Occidente si difende sotto le mura di Gerusalemme", così diceva Ugo La Malfa, e non aveva affatto torto. Proprio per la sua natura, lo Stato ebraico non può mai essere messo sullo stesso piano non solo di Hamas, ma anche dei cosiddetti "moderati" di Al-Fatah, dell'Anp e del leader palestinese Abu Mazen, i quali restano comunque lontani anni luce dallo Stato di diritto e dalla democrazia liberale. Negli ultimi anni sono stati lanciati a più riprese dalla Striscia di Gaza, sotto il pieno controllo dei terroristi, perché questo sono, di Hamas, missili e razzi su alcune città israeliane come Sderot e Ashkelon, con la deliberata intenzione di colpire civili inermi ed abitazioni private. Israele ha reagito militarmente più di una volta colpendo obiettivi di Hamas a Gaza, e del resto non avrebbe potuto fare in altro modo perché una completa inazione sarebbe stata deleteria per la sicurezza del popolo israeliano e ai fini del contenimento delle mire criminali di chi ha in pugno la Striscia. Il governo di Benjamin Netanyahu, durante le risposte militari dei tempi più recenti, non è andato oltre all'eliminazione di quelle basi operative di Hamas più pericolose per il territorio israeliano ed ha evitato quindi, pur potendolo fare, una totale rioccupazione della Striscia di Gaza con conseguente cacciata dei loschi figuri di Isma'il Haniyeh.
   Netanyahu si è attirato persino qualche critica interna da parte di coloro i quali ritengono, non del tutto a torto, non sufficiente il semplice contenimento dei terroristi di Gaza perché questi, dopo ogni raid israeliano, tornano puntualmente e sistematicamente a riarmarsi e ad attaccare di nuovo. Ma le Istituzioni europee tendono quasi sempre a vedere le reazioni da parte di Israele come eccessive e sproporzionate, invitando lo Stato ebraico alla calma, cioè di fatto a soccombere, mentre non stigmatizzano con altrettanta convinzione i razzi Qassam provenienti da Gaza e l'uso di donne e bambini come scudi umani. Poi capita che il rappresentante Ue presso la Striscia di Gaza e la Cisgiordania scriva alle Ong palestinesi circa la possibilità di ottenere fondi europei anche da parte di persone fisiche affiliate o sostenitrici in qualche modo di organizzazioni presenti nella lista nera del terrorismo internazionale redatta dalla stessa Unione europea. Per dirla in parole semplici, Hamas, il cui nome compare nella citata lista, non può chiedere alcunché se si presenta nel suo complesso come organizzazione paramilitare o partito, ma un militante della stessa sarebbe autorizzato a richiedere singolarmente per sé i finanziamenti europei.
   Una follia destinata a foraggiare il terrorismo e chi vuole cancellare Israele dalle carte geografiche. Occorre precisare che il rappresentante dell'Unione presso i Territori palestinesi, tale Sven Kühn von Burgsdorff, è stato smentito da Bruxelles, ma il contenuto della sua missiva inviata alle Ong è un segnale che inquieta. Si tratta di una notizia di pochi giorni fa passata quasi inosservata in un mondo concentrato solo sul Covid-19, ma sempre non molti giorni fa la nostra Ue, pur presa dal Coronavirus, è riuscita comunque a trovare il tempo per tornare su Israele, e con intenti non proprio amichevoli. Il governo israeliano di unità nazionale di Netanyahu e Benny Gantz, fra l'altro appena insediatosi, sarebbe deciso a procedere con l'annessione degli insediamenti ebraici in parti della Cisgiordania e nella Valle del Giordano. L'Europa, per bocca di Peter Stano, portavoce dell'Alto rappresentante dell'Ue Josep Borrell, minaccia sanzioni e ritorsioni come se avesse a che fare con l'Iran o qualche altro Stato canaglia, rivelando per l'ennesima volta di non comprendere o di non voler comprendere i particolari bisogni di sicurezza dello Stato d'Israele. Quest'ultimo non combatte un nemico convenzionale, che magari spera soltanto in una vittoria militare e in un ridimensionamento altrui, bensì si confronta da sempre con chi intende cancellarlo dalla faccia della terra.

(L'Opinione, 19 maggio 2020)


Vittima o Nazista? Una mostra gioco "interattiva" sulla Shoah a Babyn Yar

L'idea per il museo Ucraino di Kiev

di Michael Soncin

Fa discutere un piano per un museo di Kiev (Kyiv) che dovrebbe classificare i visitatori in "carnefici" o "vittime". La notizia è apparsa in prima e seconda pagina sull'edizione internazionale del The New York Times, "probabilmente sembrava una buona idea al momento", si legge.
  Un'idea che sarebbe nata da parte di Ilya A. Khrzhanovsky, un regista di Mosca e riguarderebbe il Memoriale dell'Olocausto Babyn Yar, a Kiev in Ucraina, dove il tutto inizierebbe facendo un questionario con un test psicologico attraverso un computer che raccoglierebbe i dati dai social media.
  Khrzhanovsky è per il momento il direttore artistico del grande progetto di commemorazione dell'Olocausto ucraino, progetto che prende il nome - Babyn Yar, conosciuto anche come Babi Yar - da uno dei peggiori pogrom della Shoah, in cui furono assassinate più di 150.000 persone, tra cui 50.000 ebrei, nel burrone di Babyn Yar, fuori Kiev.

 Carnefice, collaboratore o vittima?
  L'algoritmo dopo aver elaborato i dati, assegnerebbe una o più delle seguenti categorie ai visitatori. Il motivo di tale proposta avrebbe come oggetto la personalizzazione della propria visita all'interno del museo.
  Sul progetto, a prescindere che venga effettivamente messo in atto, è già caduta una pioggia di critiche. L'apertura con la revisione del centro è prevista nel 2025 e si trova nello stesso luogo in cui i nazisti hanno assassinato a colpi d'arma da fuoco migliaia d'ebrei, rom e pazienti degli ospedali psichiatrici.
  "Il luogo, un burrone boscoso alla periferia di Kiev, fu lasciato in gran parte intatto dai sovietici come memoriale all'aperto; negli anni del dopoguerra, la città crebbe attorno ad esso, lasciando tra i condomini e le strade trafficate, un'isola di alberi con una storia terribile".
  Si legge che durante il genocidio sul fronte orientale gli ebrei non erano trasferiti nei campi di sterminio venivano spesso direttamente uccisi vicino alle loro case.
  Sono molti i testimoni che raccontano di quella colonna di persone che videro passare quell'anno, quando nel settembre del 1941, a Kiev, i nazisti, aiutati dagli agenti di polizia locali ordinarono agli ebrei di radunarsi all'angolo tra le strade di Melnykova e Dehtyarivska, vicino a Babyn Yar. Quel viaggio a piedi era per loro l'ultimo.

 "De gustibus non est disputandum". Siamo davvero sicuri?
  I visitatori, se il piano si mantiene, sarebbero indirizzati dai computer, su uno dei molteplici percorsi labirintici, assistendo all'orrore di Babyn Yar come partecipanti a una "esperienza interattiva basata sui diversi ruoli", indossando occhiali per la realtà virtuale, che offrirebbe loro l'esperienza di essere "vittime, collaboratori, nazisti e prigionieri di guerra che hanno dovuto bruciare i cadaveri".
  Come se non bastasse, si è pensato di utilizzare la cosiddetta "deep-fake technology" che potrebbe mostrare rievocazioni di video horror con i volti dei visitatori incollati ai personaggi delle scene, si tratta di una tecnologia utilizzata per creare "video pornografici falsi sulle celebrità".

 L'indignazione degli intellettuali
  "Come possono questi progetti essere appropriati nell'affrontare l'Olocausto situati tra l'altro proprio in un ex sito dell'Olocausto?" È quanto afferma in una lettera di dimissioni Karel Berkhoff, storico presso l'Institute of War, Holocaust and Genocides di Amsterdam ed ex capo storico del progetto. "Dove sono la sensibilità e il senso della misura?"
  "Molte delle persone che stavano lavorando al progetto, l'hanno in seguito abbandonato".
  Dozzine di scrittori, storici, artisti e altre figure intellettuali ucraine hanno firmato il 29 aprile una lettera aperta di protesta, disapprovando quelle che venivano denominate "forme di coinvolgimento attraverso la ricostruzione della realtà virtuale dell'Olocausto e della "ludicizzazione" della morte".

 "Una Disney dell'Olocausto" dal costo di 100 milioni di dollari
  "Il tracciare un profilo dei visitatori, ha detto Khrzhanovsky, potrebbe avere molti usi, ad un visitatore, ad esempio, potrebbe essere mostrata la storia di una vittima di età e professione simili".
  "Le mostre esploreranno le scelte morali individuali", afferma. "Non è stato un "cattivo Hitler" o un "cattivo Stalin" che ha procurato un omicidio di massa in Europa nella metà del secolo scorso, è stato fatto da persone che hanno iniziato a partecipare a questo".
  L'intento è mostrare, ha detto, che "qualsiasi persona può essere in qualsiasi condizione, e si basa sulle decisioni prese".
  Ha ammesso che la visita al museo potrebbe diventare straziante. "Non puoi renderlo non spaventoso", ha detto. "È una storia spaventosa."
  Il progetto suggerisce ai visitatori di completare il loro viaggio catartico in un "parco giochi urbano" per adulti, come simbolo di speranza. La presentazione raffigura adulti che si dondolano sulle altalene.
  Ai critici non piace. C'è chi si è dimesso dal progetto. Dieter Bogner, uno dei membri ha scritto: "La mostra principale si avvicina pericolosamente all'impressione di una Disney dell'Olocausto".
  Un tipo di mostra interattiva che immerge il visitatore nel contesto è forse più consona in altre situazioni, vedi le mostre d'arte, ma farlo replicando la Shoah sembra alquanto inopportuna e di cattivo gusto. Come si dovrebbe sentire un reduce, particolarmente quelli che spesso sono sul luogo e offrono la propria testimonianza ai visitatori, coloro che hanno vissuto gli orrori compiuti dai nazisti vedendo la propria famiglia interamente sterminata? Che direbbero i figli della Shoah, che sono gli eredi di queste testimonianze?

(Bet Magazine Mosaico, 19 maggio 2020)


Le relazioni tra Israele e Giordania sono a rischio

di Futura D'Aprile

Il re di Giordania, Abdullah II, ha lanciato un chiaro messaggio a Israele: se annetterete la Valle del Giordano, scoppierà un conflitto. Il monarca si riferiva ovviamente al piano israeliano avallato dal Governo Netanyahu-Gantz appena instauratosi che prevede l'annessione di una parte della Valle del Giordano sulla base di quanto previsto dall'Accordo del secolo americano. I due leader hanno di recente trovato un accordo per procedere entro l'estate all'espansione territoriale israeliana, minando secondo diversi esperti il processo di pace con la controparte palestinese.
  Nonostante il recente acuirsi delle tensioni tra Israele e Giordania, i rapporti tra i due Paesi non sono mai stati semplici, soprattutto da quando il regno è passato nelle mani di Abdullah II e Israele in quelle del premier Netanyahu.

 L'accordo di pace del '94
  La Giordania è stato uno dei Paesi che nel 1948 si è opposto alla nascita dello Stato israeliano, facendosi fin dal principio paladino della causa palestinese e accogliendo nel proprio territorio un alto numero di rifugiati. Ad oggi, infatti, più della metà della popolazione giordana ha origine palestinese e circa 2 milioni di abitanti sono registrati come rifugiati della guerra del '48 o loro discendenti. I rapporti tra Giordania e Israele hanno segnato una prima normalizzazione solo nel 1994, quando i due Paesi hanno firmato un accordo di pace tuttora in piedi. L'accordo ha anche comportato la restituzione da parte dello Stato israeliano di due aree di confine appartenenti alla Giordania e occupate fin dal 1948 dagli israeliani. La monarchia giordana aveva però concesso a Israele l'affitto dell'area per 25 anni, ma il contratto non è stato più rinnovato e dal 2019 i contadini israeliani hanno perso il diritto allo sfruttamento dell'area.
  C'è da dire che l'allora premier Netanyahu non ha dato grosso peso alla questione, dimostrando come il re fosse più alla ricerca di un consenso interno per mettere almeno in parte a tacere il malcontento dei sudditi, cavalcato dall'opposizione e dai Fratelli Musulmani. La maggioranza della popolazione giordana infatti non ha mai sostenuto l'accordo di pace con Israele, ritenendolo sì un male necessario, ma pur sempre un male. Il trattato di pace e l'avvio delle relazioni bilaterali avrebbe dovuto portare dei vantaggi a entrambi i Paesi, ma non è stato così in tutti gli ambiti. A livello di sicurezza, Israele fa affidamento sul ruolo della Giordania nel contenere la popolazione palestinese presente nel Regno, mentre la Giordania riceve supporto nella lotta al terrorismo dall'intelligence israeliana. I due Paesi avrebbero dovuto anche implementare i rapporti commerciali, ma su questo fronte i risultati raggiunti sono stati piuttosto scarsi. Stessa situazione per il dossier acqua: Israele avrebbe dovuto costruire un sistema di canali per alleviare la siccità che caratterizza la Giordania, ma il progetto non ha mai visto la luce. Nonostante ciò, fino ad oggi l'accordo di pace tra i due Stati è rimasto in piedi ma l'espansione israeliana - come confermato dagli esperti della Difesa - rischia di metterne seriamente in pericolo la tenuta.

 Gli scontri recenti
  A minare i rapporti tra Israele e Giordania in tempi recenti è stato prima di tutto lo spostamento dell'ambasciata Usa da Tel Aviv a Gerusalemme e il riconoscimento di quest'ultima quale capitale dello Stato ebraico. La mossa non è piaciuta al re Abdullah, ma la monarchia giordana può fare ben poco contro gli Stati Uniti a causa della forte dipendenza del Regno dagli aiuti internazionali e principalmente statunitensi. La situazione è però peggiorata con la presentazione dell'Accordo del secolo redatto dagli Stati Uniti e che mette definitivamente fine alla creazione di due Stati, come invece richiesto da sempre dalla Giordania. Il Piano inoltre prevede che chiunque possa pregare nei luoghi sacri presenti a Gerusalemme, andando contro la decisione della Giordania che prevede che solo i musulmani possano pregare ad Haram al-Sharif (o Monte del Tempio). Il recente annuncio della preparazione per l'annessione di una parte della Valle del Giordano ha ovviamente messo ancora più in pericolo la tenuta dei rapporti tra Israele e Giordania. Senza contare che la decisone ha anche fornito all'opposizione interna giordana un ulteriore pretesto per attaccare la monarchia, che a inizio anno aveva già dovuto fare i conti con manifestazioni popolari contro la stipula dell'accordo per l'acquisto di gas da Israele.
  Tuttavia una rottura dei rapporti avrebbe conseguenze negative per entrambi i Paesi, considerata l'importanza delle loro relazioni a livello prima di tutto di sicurezza regionale. Il Regno hashemita si trova in una situazione particolarmente delicata e se Israele dovesse procedere con l'annessione non solo metterebbe a repentaglio la pace con la Giordania, ma darebbe anche assist ai Fratelli Musulmani che guidano l'opposizione interna al re Abdullah II.

(Inside Over, 18 maggio 2020)


Il neo ministro degli esteri israeliano sottolinea la priorità della pace con la Giordania

Ashkenazi ha definito il piano Trump "un'opportunità storica", ma questo non significa promuovere annessioni unilaterali.

Il nuovo ministro degli esteri israeliano Gabi Ashkenazi ha sottolineato lunedì la necessità di preservare i trattati di pace fra Israele, Egitto e Giordania. La pace è una risorsa strategica per Israele che deve essere preservata così come deve essere preservata la forza militare, ha detto l'ex capo di stato maggiore alcuni giorni dopo che il re giordano Abdullah II aveva dichiarato che il trattato di pace fra il suo paese e Israele potrebbe essere a rischio nel caso in cui Israele attuasse l'annessione unilaterale di porzioni della Cisgiordania. "Attribuisco una grande importanza al rafforzamento dei legami con i paesi con cui siamo in pace: l'Egitto e la Giordania - ha detto Ashkenazi durante una breve cerimonia di insediamento al Ministero degli esteri - Sono i nostri alleati più importanti nell'affrontare le sfide in questa regione"....

(israele.net, 19 maggio 2020)



La prova della Scrittura

Dobbiamo ricominciare a conoscere la sacra Scrittura come l'hanno conosciuta i Riformatori e i nostri padri. Non possiamo avere scrupoli per il tempo e il lavoro impiegato a questo scopo. Dobbiamo imparare a conoscere la Scrittura innanzitutto per amore della nostra salvezza.
   Ma inoltre ci sono tanti altri validi motivi per considerare impellente questa esigenza. Ad esempio, come conseguire una certa sicurezza e fiducia nell'azione personale ed ecclesiale, se non abbiamo il solido fondamento della Scrittura? Non è il nostro cuore a decidere la strada, ma la Parola di Dio. Ma oggi chi è che comprende ancora, in modo corretto, la necessità della «prova della Scrittura»? Molto spesso sentiamo elencare innumerevoli argomenti tratti «dalla vita», dall'«esperienza», per motivare importanti decisioni, ma non sentiamo mai la prova della Scrittura, che magari indicherebbe una direzione opposta.
   Non c'è da meravigliarsi comunque che si tenti di gettare discredito sulla prova della Scrittura, da parte di chi neppure legge la Scrittura con serietà, non la conosce e non l'indaga a fondo. E chi non vuol imparare a cimentarsi abitualmente e in prima persona con la Scrittura, non è un cristiano evangelico.
   Inoltre ci si dovrebbe chiedere come si pensi di poter aiutare nel modo giusto un fratello in difficoltà e in tentazione, senza ricorrere alla Parola stessa di Dio. Tutte le nostre parole fanno presto a venir meno. Ma chi, simile a «un padrone di casa che trae fuori dal suo tesoro cose nuove e cose antiche» (Matteo13,5), è in grado di parlare attingendo alla pienezza della Parola di Dio, alla ricchezza delle prescrizioni, degli ammonimenti, delle consolazioni della Scrittura, grazie alla Parola di Dio scaccerà il demonio e sarà in grado di aiutare i fratelli. Qui ci fermiamo. «Fin da fanciullo hai conosciuto le sacre Scritture, le quali possono darti la sapienza che conduce alla salvezza» (2 Timoteo 3,15).

(Da "La vita comune" di Dietrich Bonhoeffer)

 


Netanyahu, il premier immortale. "Ora annessioni in Cisgiordania"

Dopo 500 giorni di crisi e tre elezioni anticipate, il leader del Likud vara un governo di unità nazionale con il rivale Gantz.

I cittadini volevano un governo di unità, e l'avranno. Adesso si apre un'era
di riconciliazione
Abbiamo messo fine alla peggiore crisi politica. I nostri obiettivi sono: sanità, economia e sicurezza

di Giordano Stabile

La crisi dei record, 500 giorni e tre elezioni anticipate di seguito, si è chiusa con un governo dai numeri mai visti, 36 ministeri, come mai prima in Israele, ma segna soprattutto il record di permanenza di Benjamin Netanyahu, l'uomo che ha governato lo Stato ebraico più di ogni altro premier, il primo a formare un quinto esecutivo sotto la sua guida. «King Bibi» ci è arrivato con l'ostinazione, la determinazione che lo contraddistingue, la «churzpah» come dicono gli israeliani, ma anche con un compromesso finora inimmaginabile, il patto con l'ex rivale Benny Gantz, lo spostamento al centro, il sacrificio di gran parte degli alleati della destra.
   Un sacrificio reso necessario dalla crisi del coronavirus, un'emergenza da affrontare tutti assieme, in un esecutivo di unità nazionale. Ma anche un passo reso inevitabile dal processo per corruzione e abuso di ufficio che incombe, con la prima udienza prevista per il 21 maggio. Netanyahu mai e poi mai lo avrebbe voluto affrontare nudo, senza lo schermo protettivo della premiership.
   Adesso ha la possibilità di portare a compimento la sua «missione», lasciare un'eredità storica. Per prima cosa, stabilire una volta per tutte i confini di Israele lungo la Valle del Giordano, con le annessioni che gli sono state promesse da Donald Trump. «Il popolo vuole un governo di unità e lo avrà», ha rivendicato Netanyahu nel discorso prima del giuramento e del voto di fiducia alla Knesset, che ha approvato il nuovo governo con 73 voti a favore su 120 deputati, una maggioranza confortevole. L'esecutivo mette fine «alla peggiore crisi politica- e apre a «un'era di riconciliazione», gli ha fatto eco Gantz. L'ex capo delle Forze armate ha strappato caselle importanti, la Difesa per sé, oltre alla carica di vicepremier, gli Esteri per il collega di stellette e di partito Gabi Ashkenazi. Ha imposto una virata verso il centro, e pure la prima ministra di origine etiope nella storia israeliana, Pnina Tamano-Shata, 39 anni, uno schiaffo alle derive xenofobe della destra. E soprattutto fra 18 mesi, salvo colpi di scena, il generale di ferro darà il cambio a Netanyahu alla guida del governo.
   Si chiuderà un'era lunghissima, cominciata con il secondo governo Netanyahu, il31 marzo 2009. E stata l'era della «start-up nation», delle liberalizzazioni e dell'inserimento dell'economia israeliana nel ciclo globale a guida Usa, della nascita della Silicon Valley con la Stella di David, del reddito pro capite arrivato a superare quello della Germania. Ma è stata anche l'era dell'intransigenza nei confronti dei palestinesi, delle due operazioni di terra nella Striscia di Gaza con la loro scia di vittime civili, e della fine del processo di pace di Oslo, seppellito in via definitiva dal piano «di pace» americano che apre la strada all'annessione di almeno un terzo della Cisgiordania e chiude la porta al sogno di uno Stato indipendente del raiss Abu Mazen. Con questi 11 anni di seguito, più la parentesi del primo governo fra il 1996 e il 1999, Netanyahu ha sommato 14 anni e 65 giorni al potere, contro i 13 e 127 giorni di Ben Gurion, il padre della patria.
   Il suo quarto governo, appena concluso, è durato più di cinque anni, un altro record, più del secondo governo di Golda Meir, allungato oltre la scadenza della legislatura per via della Guerra dello Yom Kippur nel 1973. Il prolungamento questa volta è stato orchestrato dallo stesso premier, dopo che la sua coalizione era andata in pezzi, nel dicembre del 2018, per il ritiro dell'ex alleato più fidato, Avigdor Lieberman, che voleva scalzarlo come leader del centrodestra.
   Ha vinto invece Netanyahu, che però ha ancora parecchie montagne da scalare. La crisi economica innescata dalla Covid-19, con il 30 percento di disoccupazione. I guai giudiziari, che possono macchiare il suo posto nella storia. La questione palestinese, con il rischio sempre più concreto di una caotica, ancora più violenta Terza Intifada. E infine la «questione cinese», il pressing degli Usa perché vengano stoppati gli investimenti cinesi nel porto di Haifa e nella rete 5G. Tensione alimentate anche dall'improvvisa scomparsa, proprio ieri, dell'ambasciatore cinese. «King Bibi» ha dimostrato di saper vincere anche contro tutti i pronostici. La partita più difficile è però sempre l'ultima.

(La Stampa, 18 maggio 2020)


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Due premier e 34 ministri è il governo più affollato di Israele

Parte la staffetta tra Netanyahu e Gantz. E già sono in disaccordo sulla Cisgiordania

di Sharon Nizza

GERUSALEMME - Tre round elettorali inconcludenti e 508 giorni di stallo politico hanno portato ieri alla nascita in Israele di un governo di unità nazionale, con 73 voti a favore e 46 contrari. Sarà il quinto esecutivo per Benjamin Netanyahu, che questa volta dovrà condividere la poltrona con l'ex rivale Benny Gantz, per il quale scatterà la rotazione il 17 novembre 2021, ma che già ieri ha prestato giuramento nella sua funzione di "Primo Ministro alternativo" oltre che Ministro della Difesa. Sostenuto da 8 partiti, alcuni dei quali frutto di secessioni dell'ultima ora, è il governo più nutrito della storia del Paese: 34 ministri e 16 viceministri.
   «Ci sono più ministri e viceministri che persone ricoverate in terapia intensiva per il Coronavirus» - effettivamente 50 contro 48 - ha attaccato Yair Lapid in un passaggio del durissimo discorso durante la cerimonia di insediamento, in cui ha accusato il suo ex alleato Gantz di aver tradito il proprio elettorato e «di essersi venduto per le poltrone». Dopo la scissione del suo partito "Yesh Atid" dall'alleanza Blu e Bianco, Lapid diventerà ora capo dell'opposizione.
   Netanyahu ha dovuto rinviare il giuramento da giovedì a domenica e fino all'ultimo ha lavorato per sbrogliare l'intricata matassa delle nomine, cercando di accontentare i numerosi alleati politici e soprattutto i suoi ministri uscenti. Sono stati suddivisi ministeri: Energia e Risorse idriche, Intelligence e Affari Strategici, d'ora in avanti saranno quattro dicasteri diversi; ne sono stati creati nuovi di zecca: uno dei più discussi, il "Ministero per il Rafforzamento Comunitario", affidato a Orly Levy, che ha rotto un'alleanza con il partito di sinistra Meretz e con i laburisti il giorno dopo le elezioni e che andava quindi ricompensata; seguita poco più tardi anche dai due soli superstiti dello storico Partito Laburista - quello dei fondatori della patria - che pure sono venuti meno alla promessa elettorale «di non sedersi mai con un premier accusato di corruzione» e si sono aggiudicati i Ministeri dell'Economia e del Welfare. Altro ministero controverso, ideato in extremis pochi minuti prima del discorso di Netanyahu alla Knesset, quello per "gli insediamenti", affidato alla già viceministra degli esteri Tzipi Hotoveli.
   Difendendosi dalle accuse sullo sperpero di soldi pubblici durante la peggiore crisi economica che il Paese abbia mai affrontato, con la disoccupazione in-impennata dal 3,6% al 27%, Netanyahu ha affermato che il costo di questo governo (85 milioni di shekel all'anno) è comunque inferiore a quello di nuove elezioni (2 miliardi di shekel).
   Sono diversi i nodi che il nuovo governo dovrà affrontare nel brevissimo raggio e che potrebbero mettere a rischio il delicato equilibrio tra le anime che lo formano. Tra questi, la possibile estensione della sovranità israeliana a parti della Cisgiordania, come previsto dal Piano di Trump. Netanyahu ha affermato nel suo discorso di insediamento che «è giunto il momento di procedere», ma Blu e Bianco contesta l'eventuale unilateralità della mossa. E soprattutto, il processo di Netanyahu, la cui prima udienza è prevista per il 24 maggio.
   Nonostante la Corte Suprema si sia pronunciata a favore della possibilità di un premier inquisito di governare fino a sentenza passata in giudicato, ci sono nuovi ricorsi in vista che potrebbero fare saltare l'accordo di governo.

(la Repubblica, 18 maggio 2020)


Morte sospetta dell'ambasciatore

Il diplomatico cinese a Tel Aviv, 57 anni, forse morto per infarto, ma si attende l'autopsia. Al centro di una feroce polemica.

di Angela Di Pietro

 
L'ambasciatore cinese Du Wei
Un infarto. O «altro». Sono in fase di verifica le cause della morte di Du Wei, 57 anni, ambasciatore cinese in Israele. Il diplomatico è stato trovato ieri mattina, senza vita, nel letto della sua residenza ufficiale di Herzliya, località costiera a nord di Tel Aviv. A scoprire il cadavere è stato un impiegato dell'ambasciata. Du Wei, attraente ed in piena salute, non presentava segni di violenza. Chen Kugel, capo del Centro nazionale israeliano di medicina legale, si è rifiutato tuttavia di aggiungere commenti. L'autopsia, già fissata per oggi, dovrebbe sconfessare o avallare ipotesi diverse da quella della disgrazia. Un eventuale enigma, dietro la morte di Wu, non sembra essere poi così campato in aria. L'ambasciatore ha iniziato il suo incarico il 15 febbraio scorso, in piena pandemia da covid-l9 e si è spiacevolmente trovato al centro di una feroce polemica tra Stati Uniti ed Israele, per via dei sempre più congrui investimenti cinesi a Tel Aviv. Una saldatura economica non gradita a Trump. La Cina ha preso parte a centinaia di Start Up tecnologiche ed ha acquisito una partecipazione nella società di trasformazione alimentare Tnuva.
   Non solo. Washington non ha apprezzato che le aziende cinesi abbiano effettuato importanti investimenti infrastrutturali in località sensibili di Israele. Tanto per fare un esempio, una società ha firmato un contratto di 25 anni per gestire il porto israeliano di Haifa (scalo per la Marina degli Usa) a partire dal 2021. La tensione si è arroventata quando Trump ha accusato la Cina di aver nascosto al mondo i termini epidemiologici del coronavirus. Du Wei è dovuto intervenire avallando la buona fede del suo Paese di origine. Impiegato del Ministero degli Affari Esteri per 30 anni, ambasciatore in Ucraina dal 2016 al 2019, Du Wei lascia moglie ed un figlio, non presenti nella residenza dell'ambasciatore al momento del decesso. Lui stesso, arrivato a Tel Aviv, si era messo in quarantena a scopo precauzionale, incontrando solo il 3 marzo il ministro degli Affari Esteri israeliano.

(Il Tempo, 18 maggio 2020)


Quella tela degli Stati Uniti per isolare Pechino

Il viaggio di Pompeo in Israele che mette in guardia Netanyahu. Enormi gli interessi cinesi

di Fiamma Nirenstein

Ci mancava solo la strana morte del 52enne ambasciatore cinese Du Wei trovato esanime nella sua villa per incrementare i grattacapi sulla questione cinese a Gerusalemme: un energetico personaggio ligio a Xi Jinping, e che d'un tratto, dopo la visita di Pompeo due giorni fa e un seguito di furiose dichiarazioni contro il Segretario di Stato, lascia questa Terra Un serial di Netflix sul Mossad e la Cina sarà certo già per strada.
   La veloce visita di Mike Pompeo a Netanyahu segnala al mondo intero la determinazione americana primaria nell'affrontare la questione cinese. E' vero, il Segretario di Stato alla vigilia dell'insediamento del governo, è venuto anche per il Piano Trump, che aspetta sul tavolo di Bibi. Ma la Cina è stato il nodo urgente della conversazione: una amicizia essenziale, dopo il virus e fra imprevedibili sviluppi mediorientali, coll'Iran alle porte, non sopporta che il Dragone avvolga qui la coda. E Pompeo ha sparato quello che potrebbe dire a ognuno dei Paesi che intrattengono intensi rapporti commerciali con la Cina, perché con Xi Jinping ogni rapporto commerciale, attraente e grandioso quanto può apparire, contiene un significato binario, soldi e politica, assorbimento in un sistema e controllo, merci e informazioni, Vìa della Seta e Made in China 2025. «La Cina - ha detto - mette Israele a rischio minacciando i progetti comuni», Niente di più chiaro. Ovvero: io ti amo, attento a non tradire la mia fiducia. Perché non è facile dire di no ai miliardi cinesi per chi è stato colpito nello stomaco dalla crisi economica del virus; la Cina può adoperare misure economiche uniche perché le banche e le compagnie sono sue come le navi da guerra.
   Gli investimenti cinesi in Israele sono imponenti, Huawaei è all'attacco, da tempo gli USA mettono in guardia dal «doppio uso» delle imprese cinesi: il più vistoso è nel porto di Haifa, un terminal costruito in parte. E' chiaro il rischio che diventi un'antenna che raccoglie informazioni nel cuore di Israele e del Mediterraneo. C'è poi il disegno del maggiore impianto di desalinizzazione del mondo, Sorek2, di una compagnia basata a Hong Kong. Biotecnologia, intelligenza artificiale senza protezione della proprietà intellettuale, navigazione, robotica, miniprocessori, analisi di data, gli scambi con le Startup sono un campo di caccia immensamente attraente per la Cina. Ma Pompeo ha aggiunto un argomento imbattibile: «Ti ricordi - ha detto a Bibi - che la Cina sta con l'Iran e il suo progetto nucleare che prevede la vostra distruzione?».
   Al momento, dopo il viaggio amichevole in Cina di Bibi del 2018 Clalit, la maggiore organizzazione sanitaria, ha bloccato alla Cina l'ingresso nella lotta contro il Covid perché avrebbe consentito di penetrare informazioni mediche di 5 milioni di persone. Inoltre l'ufficio del PM alla fine dell'anno scorso ha istituito un ufficio che misura la compatibilità fra investimenti stranieri e sicurezza. Dopo lo scherzo cinese, quale ne sia l'origine, del Corona virus, sembra un'idea per tutti.

(il Giornale, 18 maggio 2020)


Attacco aereo (Israeliano?) contro base iraniana in Siria. Morti e feriti

Un attacco aereo contro una base iraniana in Siria, attribuito a Israele, è avvenuto sabato scorso anche se ne abbiamo avuto conferma solo ieri sera.
Stando a quanto riferito da testimoni locali, aerei non identificati hanno bombardato "in modo severo" una base iraniana nella città di Boukamal, al confine tra Siria e Iraq.
Nel bombardamento sarebbero morti almeno sette miliziani iraniani e almeno due ufficiali, mentre non si conosce il numero dei feriti.
Ad essere colpiti sono stati depositi di armi, veicoli blindati pronti a partire per il Libano, almeno un deposito di missili e un intero deposito di componentistica avanzata.
Testimoni locali riferisco che da diversi giorni gli iraniani stavano trasportando nella base interi container di armi e di componenti per sistemi d'arma, nonché centinaia di miliziani sciiti trasportati con aerei cargo direttamente dall'Iran.
La stampa siriana e iraniana attribuisce l'attacco ad aerei israeliani, ma da Gerusalemme non arrivano né conferme né smentite.
Con la formazione del nuovo governo in Israele si presume che gli attacchi verso obiettivi iraniani in Siria, seguendo una precisa strategia, si moltiplicheranno fino a quando gli Ayatollah non decideranno di lasciare completamente il territorio siriano.

(Rights Reporters, 18 maggio 2020)


Se la comunità fa bene al nostro io

L'ultimo saggio di Jonathan Sacks: siamo troppo infelici e non riusciamo a guarire. Per questo una morale del bene collettivo deve entrare nel mercato e nella società.

di Susanna Nirenstein

Il rabbino Jonathan Sacks è un maestro di armonia. Pensatore globale, filosofo, teologo, è un uomo che non si tira mai indietro quando si tratta di affrontare e combattere a tu per tu i mali che travolgono il mondo. E non vi immaginate che si rivolga solo al pianeta ebraico, il suo è uno spirito universalista che prende spunto dai dettami della Bibbia, ma si sporge verso un'audience totale, rompendo in fondo quella convinzione così diffusa che dal giudaismo possa nascere solo una lezione particolaristica radicata nell'esclusiva vicenda ebraica.
   La sua è una voce profetica riconosciuta a tutto tondo: nato nel 1949, è stato rabbino capo della Gran Bretagna e del Commonwealth dal 1991 al 2013, la Regina Elisabetta l'ha fatto Sir per i servizi resi alle relazioni interreligiose e poi Barone con un seggio a vita nella camera dei Lord: lo scranno da cui parla, insegna, scrive i suoi libri (25 finora), tiene le sue trasmissioni sulla Bbc, viene seguito da migliaia di persone sul suo sito dove alterna lezioni di Torah a interventi sulle tematiche politiche e sociali più attuali, ha una dimensione planetaria.
   Aggredito dalle tensioni che ci attraversano, al centro della sua ricerca è il bene, un bene dove tutti i popoli possano procedere insieme, ed è in questo spazio redentivo che pochi anni fa ha dato una delle maggiori prove di sé, Non nel nome di Dio, edito dalla casa editrice Giuntina nel 2017.
   Un saggio stupefacente anche per chi frequenta i testi sacri, dove si chiede il perché tanta violenza sgorghi da matrici religiose, principalmente dal fondamentalismo islamico, per rispondersi come, interrogando il testo comune alle tre religioni monoteistiche, si possa invece trovare una risposta unificante, perché le rivalità fraterne come quelle tra Caino e Abele, tra Isacco e Ismaele, tra Giacobbe e Esaù, tra Giuseppe e i suoi fratelli non sono affatto definitive, ma sono invece interpretabili, dirimibili e pongono già le basi per una ricomposizione che dovrebbe diventare il dovere di ogni uomo di fede.
   Adesso la sua sete di palingenesi si fa ancora più grande: è appena uscito in Gran Bretagna Morality, Restoring the Common Good in Divided Times (Moralità: ristabilire il bene in tempi divisivi - testo che verrà pubblicato negli Usa a settembre e entro la fine 2020 in Italia, sempre per Giuntina naturalmente - e chi affronta un tema, un obiettivo del genere, senza pensare di fare una banale predica buonista ma corredandola di migliaia di dati, citazioni, ricerche, analisi sociologiche, filosofiche, storiche, ha davvero coraggio da vendere.
   Rav Jonathan Sacks si getta nell'arena indicando ad ognuno come ragionare smettendo di illudersi che il bene del singolo possa prescindere da quello della collettività. smettendo di perdere di vista quanto siamo interconnessi gli uni agli altri, una riflessione che al tempo del Covid 19 può diventare ancora più attuale.
   Il suo ragionamento parte da un documentatissimo grido d'allarme: la democrazia liberale è a rischio, come è a rischio tutto ciò che rappresenta in termini di libertà, dignità, solidarietà che non possono essere sostenute solo dall'economia di mercato e dallo Stato.
   Quello di cui ha bisogno è la moralità, l'impegno attivo nei confronti dell'altro, un rimettere al suo posto primario il "Noi" e non l"'Io".
   Troppi i segnali che ci indicano una decadenza, una destabilizzazione, a cui bisogna reagire: il sovranismo della Brexit e l'antisemitismo che ha preso piede nel Labour inglese, le rivolte violente dei gilet gialli in Francia, un presidente Usa tanto divisivo (il 15 per cento degli americani ha smesso di parlare con un parente o un amico in conseguenza di quelle elezioni), la demonizzazione reciproca che prende piede in tutte le arene politiche, la crescita del populismo nata dal risentimento contro istituzioni ed élite da parte di chi ha visto aprirsi disuguaglianze inaccettabili, la perdita di fiducia nelle istituzioni pubbliche, la nascita di politiche identitarie che si concentrano su gruppi e minoranze a discapito dell'interesse per la collettività.
   Ma oltre a questi macrofenomeni, sottolinea il rabbino Sacks, figura che non può non pensare all'anima dei singoli, c'è una contraddizione pesante e all'apparenza irrecuperabile tra il benessere che sicuramente è cresciuto nel mondo e la mancanza di felicità personale: nel 2017 negli Usa, per citare dei dati, 70200 americani sono morti di overdose, il doppio di dieci anni prima. Il tasso dei suicidi è salito. del 33 per cento. E l'abuso di droghe è collegato al fenomeno della depressione, un male da cui il 70 per cento dei giovani americani, tra i 13 e i 17 anni, si sente o si è sentito toccato nell'ultimo decennio. Nel frattempo il 20 per cento delle quattordicenni in Gran Bretagna si sono rese responsabili di episodi di autolesionismo: la iGen, la generazione nata nel 1995 o dopo, è spaventata, terrorizzata
   Complici di questa situazione, l'attacco alla libertà di parola (stigmatizzata sui vari Facebook e affini e nelle università dove ogni opinione politically uncorrect viene censurata), e, tra molte altre componenti, i social, che hanno mutato la natura dell'incontro interpersonale, ponendo il sé, l'autostima, l'individualismo, l'autorealizzazione, l'autoespressione e non la società al centro della vita. Ci sono altre, infinite, trasformazioni negative verso cui Sir Sacks punta il dito, mostrando ancora una volta come il suo pensiero non sia mai pedissequamente up to time e progressista, come il declino del matrimonio e della famiglia, che sono invece, a suo parere e non solo, la prima molla dell'altruismo e della moralità.
   La felicità continua a sfuggirci. E se l'economia della disuguaglianza non si placherà (l'amministratore delegato della Disney nel 2018 ha ricevuto una paga 1424 volte la retribuzione media di un lavoratore della compagnia), continuerà a sfuggirci, e non solo: in un'economia globalizzata lascerà enormi aree svantaggiate in sofferenza.
   Per combattere questo "cambiamento climatico culturale" l'idea di Sacks è che ognuno, a iniziare dal mercati e dalle industrie che devono ridiventare un'economia interessata non solo al profitto ma anche all'impatto sociale (molti i buoni esempi che porta), ha il dovere di riassumersi le proprie responsabilità. Dobbiamo farlo noi, uno per uno, e tutti insieme, ripartendo dal principi fondanti della moralità, da quel che orgogliosamente Sacks rivendica all'ebraismo e che invece così spesso viene attribuito alla sola cristianità, ovvero dalle parole che Dio disse a Mosè (Levitico 19,18): "Amerai il prossimo tuo come te stesso».

(la Repubblica, 18 maggio 2020)


Israele - Mastercard ed Enel X lanciano il nuovo laboratorio di innovazione

Mastercard ed Enel X lanciano un nuovo laboratorio in Israele per accelerare l'innovazione nei settori della tecnologia finanziaria e della sicurezza informatica nei pagamenti e nel campo energetico a livello globale. Il laboratorio collaborerà con le start-up per testare e sviluppare prodotti e soluzioni, concentrandosi sulla sicurezza digitale, le piattaforme tecnologiche per servizi finanziari, l'autenticazione digitale e inclusione finanziaria. La struttura verrà realizzata in partnership con il Governo di Israele, a seguito di una gara d'appalto indetta dall'Autorità israeliana per l'innovazione (IIA) per promuovere l'innovazione nei settori della tecnologia finanziaria e della sicurezza informatica accelerando la crescita dell'ecosistema di start-up del Paese. Il nuovo laboratorio unirà la forza della start-up economy israeliana al supporto, alle conoscenze e alle competenze tecniche dell'infrastruttura. "Oggi più che mai, le organizzazioni devono porre la sicurezza al primo posto per tutte le innovazioni", ha dichiarato Ajay Bhalla, presidente Cyber & Intelligence Solutions di Mastercard. "Questa nuova collaborazione ci consentirà di attingere a numerosi partner e risorse, inclusa la rinomata start-up economy di Israele per contribuire a portare le innovazioni sul mercato ancora più rapidamente e ridurre la crescente minaccia e il costo degli attacchi informatici".
  "Il nuovo laboratorio ci offre l'opportunità unica di lavorare con le start-up israeliane per portare tecnologie finanziarie innovative ai nostri milioni di clienti nel mondo", ha affermato Francesco Venturini, Amministratore Delegato di Enel X. "Unendo le forze con un importante partner come Mastercard, aiuteremo queste start-up a sviluppare e a introdurre sul mercato le migliori soluzioni nei settori della tecnologia finanziaria e della sicurezza informatica". Il nuovo laboratorio avrà sede nella parte meridionale del paese a Be'er Sheva, una città definita dal governo israeliano come la capitale cibernetica e della tecnologia finanziaria nel mondo, che ospita numerosi centri di R&S cibernetici delle principali imprese tecnologiche globali. La struttura riceverà una licenza triennale e circa 3,7 milioni di dollari USA di fondi pubblici a copertura della sua realizzazione, dei costi operativi e dello sviluppo di Proof of Concept con le start-up locali.
  Questo progetto rappresenta l'ultimo di una serie di investimenti di Mastercard nella cybersecurity, che rafforzano l'impegno della società a supporto dell'innovazione e dello sviluppo di talenti. Il laboratorio andrà a integrare la sede centrale israeliana di Mastercard a Tel Aviv, il suo premiato programma globale dedicato al coinvolgimento di start-up Start Path e i suoi otto centri tecnologici globali di Arlington, Dublino, New York, Pune, St. Louis, Sydney, Vadodora e Vancouver. La nuova struttura capitalizza le precedenti collaborazioni di Mastercard ed Enel in aree quali i prodotti per l'inclusione finanziaria dei soggetti che rimangono al di fuori del sistema bancario e ai pagamenti con wallet digitale per le stazioni di ricarica dei veicoli elettrici. Enel ha aperto il suo primo Innovation Hub a Tel Aviv nel 2016 e, da allora, ha collaborato con 35 start-up locali in settori quali Internet of Things, cybersecurity, mobilità elettrica, accumulo energetico e molti altri. Inoltre, l'Infralab di Enel, un innovation lab dedicato alla digitalizzazione delle imprese del settore delle infrastrutture, ospita oggi oltre sei società laboratorio e altre otto start-up. L'Hub e l'Infralab fanno parte di una rete globale di 10 Innovation hubs e 20 laboratori dedicati all'innovazione che Enel possiede nel mondo, in Paesi quali Brasile, Cile, Italia, Russia, Spagna e Stati Uniti. Grazie a questa rete globale, Enel lavora con circa 300 start-up di tutto il mondo, promuovendo l'innovazione in tutte le sue attività globali.

(il denaro, 17 maggio 2020)


Israele: nasce il governo di unità nazionale. Netanyahu: "Lo vuole il Paese"

Il premier alla Knesset per il giuramento dell'esecutivo formato con Benny Gantz. Finisce uno stallo durato 500 giorni

 
"Sanità, economia e sicurezza". Queste i tre compiti prioritari che il premier Benyamin Netanyahu ha rivendicato al "governo di emergenza e di unità nazionale" che ha presentato oggi alla Knesset riunita per il voto. Nel suo discorso il premier - che si alternerà fra 18 mesi alla guida del governo con suo alleato Benny Gantz - ha aggiunto che "come primo passo formerà un gabinetto ministeriale per affrontare una eventuale seconda ondata di coronavirus". Netanyahu ha poi attaccato l'Iran ed ha denunciato i tentativi del Tribunale penale dell'Aja di voler incolpare i soldati israeliani per "crimini di guerra". Netanyahu ha infine confermato l'intenzione di voler procedere all'estensione della sovranità israeliana a parti della Cisgiordania sulla scia del Piano di pace di Trump. Subito dopo ci sarà il dibattito, quindi il voto e il giuramento.
"Questo è un importante giorno per lo stato d'Israele", ha detto Netanyahu. E ancora: "il nuovo governo è stato formato con il sostegno della maggior parte d'israele e sarà il governo di tutti". Le sue parole sono state però accolte da urla dai banchi dell'opposizione, che hanno ricordato le accuse di corruzione di cui dovrà rispondere in tribunale. Premier più longevo della storia d'Israele, Netanyahu rimarrà alla guida del governo per i primi 18 mesi, passando poi la mano al suo alleato Benny Gantz, leader del partito Blu e Bianco.

(la Repubblica, 17 maggio 2020)


Tamano-Shata: "Ho attraversato il Sahara oggi sono ministra in Israele"

I politici devono essere pragmatici. L'unità nazionale era l'unica via per evitare quarte elezioni.

di Sharon Nizza

GERUSALEMME - Dopo tre round elettorali, in Israele oggi giurerà un nuovo governo di unità nazionale, guidato da Benjamin Netanyahu, con il quale tra 18 mesi scatterà la rotazione a favore dell'ex rivale Benny Gantz. Tra le new entry del governo, il più nutrito di ministri della storia del Paese, Pnina Tamano-Shata, 38 anni, avvocatessa, giornalista e attivista sociale. Sarà il primo ministro di origine etiope in Israele. Guiderà il portafoglio per l'Immigrazione e l'integrazione. Tra le feroci lotte per la distribuzione dei ministeri, la sua è una delle poche nomine su cui c'è consenso trasversale.

- La sua infanzia è stata segnata da un'epopea che negli anni Ottanta ha consentito a 20 mila ebrei etiopi di raggiungere Israele, di recente raccontata anche nel film per Netflix "Red Sea Diving".
  «Sono nata nel villaggio di Wuazaba in Etiopia. Nel 1984, a tre anni, ho attraversato il Sahara a piedi con i miei genitori e sette fratelli per raggiungere Israele nell'ambito dell'Operazione Mosè. Mia madre e due fratelli rimasero in Sudan e la famiglia si è riunita solo dopo un anno».

- Questa nomina rappresenta quindi la chiusura di un cerchio?
  «È un momento molto emozionante per tutta la mia comunità e una conquista per tutta la società israeliana».

- Anche con Gantz c'è stato una sorte di ricongiungimento.
  «Gantz era il comandante dell'unità speciale coinvolta nell'Operazione. Non lo sapevo. Quando abbiamo formato Blu e Bianco (l'alleanza guidata da Gantz, ndr), in un convegno ha raccontato che una delle operazioni che più l'hanno coinvolto nella sua lunga carriera fu proprio quella e così abbiamo ricostruito che io ero una delle bambine che aveva portato in salvo».

- Con il giuramento del governo in vista dopo oltre 500 giorni di stallo politico, si può tirare un sospiro di sollievo?
  «Siamo riusciti a mettere in piedi un governo di unità nazionale e a impedire così quarte elezioni. Netanyahu e Gantz hanno dimostrato che la giusta strada è quella della cooperazione».

- Dal 2012 lei era parlamentare per Yesh Atld, C'è un futuro, il partito di Yair Lapid, che ha preferito sciogliere l'alleanza con Gantz e rimanere all'opposizione. Che cosa l'ha spinta ad abbandonare Lapid?
  «Come ha detto Einstein, la follia sta nel fare sempre la stessa cosa aspettandosi risultati diversi. Abbiamo provato non una, due, ma ben tre volte a formare un governo. II fatto che ogni volta dopo le elezioni i numeri non lo consentissero era la dimostrazione che il popolo richiedesse unità nazionale».

- In molti vi definiscono traditori...
  «A volte le opzioni non sono ottimali, ma bisogna sapere prendere decisioni. I politici devono anche dimostrare pragmatismo. Se non avessimo dimostrato la capacità di scendere a compromessi, avremmo causato un disastro nazionale, con quarte elezioni, che avrebbero avuto probabilmente un altro risultato non determinante, con ulteriore sperpero di soldi pubblici».

- Questo sarà il governo più largo e costoso della storia del Paese, con 36 ministri.
  «Il costo di elezioni anticipate sarebbe stato decisamente più elevato. L'emergenza Coronavirus con oltre un milione di disoccupati rappresenta una sfida nazionale e ci sono dei momenti, e questo il nostro Paese lo sa bene, in cui l'unità è l'unica strada percorribile. È già successo nel 1967 con il governo Eshkol-Begin e nel 1984 con Shamir-Peres. Nella comunità etiope, in cui sono nata e cresciuta, l'unità è un valore fondamentale. Abbiamo attraversato epopee incredibili per raggiungere questo Paese, spinti dall'amore per questa terra. Personalmente, mi era più difficile pensare che avrei potuto votare contro l'unità nazionale. Ho lasciato Yesh Mid per non mentire a me stessa».

- Dopo un anno e mezzo dl dibattito pubblico avvilente tra le fazioni politiche, c'è speranza?
  «Non c'è dubbio che l'incertezza di questo anno e mezzo abbia creato un clima di diffidenza. Nel preambolo delle linee guida è menzionato che questo è un governo di emergenza e di conciliazione nazionale, verrà istituito anche un gabinetto per la pacificazione. La diversità di opinioni è legittima e importante, ma il settarismo, specie se sconfina nel bullismo mediatico, non va tollerato. E dobbiamo cominciare noi, come leadership, a dare un esempio».

(la Repubblica, 17 maggio 2020)


L'ambasciatore cinese in Israele Du Wei è stato trovato morto in casa

Du Wei, 58 anni, era arrivato a febbraio: il corpo è stato trovato nel suo letto. L'indagine della polizia e l'ipotesi di un infarto.

di Davide Frattini

Il corpo è stato trovato dagli assistenti. Ancora nel suo letto. L'ambasciatore cinese in Israele è morto nel sonno, la polizia sta indagando, i primi soccorritori ipotizzano che la causa sia un infarto. Du Wei era nella sua residenza a Herzeliya, il sobborgo residenziale a nord di Tel Aviv dove sulla costa del Mediterraneo si affacciano le finestre delle ville dei diplomatici di tutto il mondo. Non sono stati trovati segni di violenza.
   L'ambasciatore, 58 anni, aveva assunto l'incarico a metà febbraio, arrivato in Israele si era messo in quarantena. Dopo i quattordici giorni di isolamento, aveva incontrato il presidente Reuven Rivlin per ricevere le credenziali. Al giornale conservatore Makon Rishon aveva spiegato di voler rafforzare le relazioni tra i due Paesi: «All'inizio dell'epidemia, l'atteggiamento verso la Cina passava dalla compassione alla soddisfazione per le nostre disgrazie. Poi siamo diventati il capro espiatorio, come se fosse colpa nostra: questo virus è nemico di tutti e dobbiamo combatterlo insieme».
   Due giorni fa il portavoce dell'ambasciata aveva protestato per le parole di Mike Pompeo: il segretario di Stato americano, in visita a Gerusalemme, ha accusato Pechino di continuare a tenere nascoste le informazioni sul Covid-19. Gli americani stanno cercando di convincere il premier Benjamin Netanyahu a cancellare gli accordi commerciali con la Cina, dallo sviluppo del porto di Haifa alla costruzione di un mega-impianto per la desalinizzazione dell'acqua di mare.
   Nel 2014 i servizi segreti israeliani avevano cercato di opporsi alla vendita della Tnuva, il più grande produttore alimentare nazionale, al gruppo Bright Food di proprietà del governo cinese: «Non possono controllare il nostro cibo, è in gioco la sicurezza nazionale».
   La guerra economica rilanciata dal presidente Donald Trump mette in difficoltà l'amico Netanyahu: in questi anni ha rafforzato i legami con l'Oriente - anche con l'India - perché è convinto che sia la strada da seguire per un progressivo allontanamento dall'Europa, se l'Unione dovesse inasprire le critiche verso Israele.
   La settimana scorsa alcuni Paesi, guidati dalla Francia, hanno minacciato sanzioni contro l'ipotesi di annettere alcune aree della Cisgiordania che gli europei considerano parte di un futuro Stato palestinese.
   Prima di Tel Aviv, l'ambasciatore Du Wei era stato in Ucraina dove aveva sostenuto la strategia diplomatica di Pechino: «Le sanzioni contro la Russia non servono», aveva spiegato. Anche perché Mosca è un partner commerciale molto più importante - e confinante - di Kiev.

(Corriere della Sera, 17 maggio 2020)


Shtisel: una serie Netflix poco conosciuta rispetto ai suoi tanti meriti

Come Unthordox, Shtisel tratta il tema della difficile appartenenza, stemperato però da un'ironia sempre presente

di Margherita Fratantonio

 
Il grande successo della serie Unorthodox ci dà modo, finalmente, di parlare di un'altra storia ambientata tra le comunità ultra-ortodosse, sempre su Netflix, uscita nel 2013: Shtisel, che merita davvero di essere raccontata. Ha avuto molta risonanza in Israele, ma stranamente pochissima da noi. Con Unorthodox condivide il tema dell'appartenenza, della difficoltà di adattamento ai rigidi dettami familiari e sociali, a logiche quotidiane così lontane da noi, eppure così normali per chi le vive.

 Il dramma stemperato dall'ironia
  Rispetto a Unorthodox, il dramma è sempre stemperato da una piacevolissima ironia, dall'umorismo tipicamente yiddish che rievoca le tante letture o le scene filmiche che conosciamo. I dialoghi di Woody Allen, per primi, o i motti di spirito tanto amati da Sigmund Freud, e i brevi spassosissimi testi di Moni Ovadia (quelli di Così giovane e già così ebreo). Ancora, forse più di tutti, i racconti efficaci di Isaac Singer. Negli shtetl di un tempo, a Gerusalemme oggi, o nel cuore dell''odierna Brooklyn, una cultura che rimane intatta, almeno nei gruppi Haredì, con le incrollabili chiusure che si fanno sicurezze. Niente tv, internet o altri simboli di modernità. Così, la nonna Shtisel che in casa di riposo scopre l'entusiasmo per la televisione e le trame di Beatiful diventa veramente comica, insieme ad altre situazioni spassose scritte e girate dai giovani autori, Ori Elon e Yehonatan Indursky.

 Delicatezza nella resa dei personaggi
  Si sorride con autentica simpatia davanti ai personaggi, che i registi, nella vita molto religiosi, hanno saputo rendere garbatamente, e come fossero narratori interni alla storia. Senza giudizi o pregiudizi, ma con una delicatezza che inizia fin dalla sigla. Gerusalemme. Quartiere di Geula. Musica che sembra una nenia, parole della canzone in lingua originale (tutta la serie alterna ebraico e yiddish), ritmo lento, immagini a tratti sfumate. Akiva, detto Kive (Michael Aloni) e suo padre Shulem (Dov Glickman) sono ripresi dall'alto e di spalle, separatamente, mentre camminano piano. Poi avanzano verso la macchina da presa, sempre a riprese alternate. A Kive, distratto come poi sapremo, conoscendolo, cade il quaderno di disegni. Lo riprende, rivolge lo sguardo sognante al cielo, e, ripresa la sua andatura, si attorciglia i payot, timidamente. Shulem invece controlla l'orologio, pulisce gli occhiali, fuma (niente altri vizi, ma quanto fumano in questa serie!). Uno ci si presenta già come un'artista svagato, l'altro è colui che controlla. Però, almeno nella sigla, si incontrano. E, un braccio del padre sulle spalle del figlio, iniziano a salire una scala. Non importa vedere tutta la scena: bastano i piedi dei due appaiati nella salita.

 Rapporto complesso tra padre e figlio
  Un anticipo di ciò che avverrà nelle due stagioni di Shtisel, cioè i ripetuti allontanamenti padre-figlio e gli inesorabili ritorni. Kive vuole rispetto per le sue scelte. Quella amorosa per Elisheva (Ayelet Zurer) e quella artistica nel seguire il suo talento di pittore. Shulem le disprezza entrambe, tanto che lo sentiamo dire al figlio: "Con te ho perso ogni speranza" fin dal primo episodio. Elisheva, due volte vedova e con un bambino, è per lui una cotoletta riscaldata, rispetto alle offerte di matrimoni combinati di cui Kive potrebbe vantarsi. Kive e Shulem vivono insieme a un anno dalla morte della madre di Kive, che Shulem ama ancora silenziosamente, mentre trama, vergognandosene, per cercare una nuova moglie.

 Ricerca del ruolo familiare e sociale di ciascuno
  Risponde in pieno allo stereotipo del rabbino di tanta letteratura, nella sua miscela di sarcasmo e amore che non esprime, perché cultura e carattere non glielo consentono. Anche il giovane Kive è rabbino. Insegna, insieme al padre, alla yeshivah ketanah, Shulem con i modi burberi che gli appartengono, Kive con la sua imbranataggine.
  Lì, gli allievi imparano tutte le regole di un buon haremì; le benedizioni, per esempio, di cui è piena la giornata, anche solo prima di bere un bicchier d'acqua. Sono bambini e ragazzini, inutile dirlo, maschi. Eppure, il personaggio più radicale di tutta la serie è femmina: si tratta della nipote Rushama (l'intensissima Shira Haas, protagonista di Unorthodox). Incredibile come ciascuno trovi il proprio ruolo in una comunità opprimente, ma a suo modo rassicurante. Le donne in particolare, per non soccombere del tutto, sperimentano soluzioni tra le più fantasiose (dalla manipolazione, all'attacco diretto, al ricatto) dimostrando comunque una forza superiore a quella degli uomini.

 Fascino e ambivalenza del protagonista
  Ma quanta fatica dovrà fare Kevi per trovare la sua strada senza rinnegare le norme, e se stesso! Il fascino del personaggio sta proprio in questa ambivalenza, nella ricerca di un equilibrio instabile su cui fondare la sua identità. Un dramma che di volta in volta si ricompone, e che non esplode nella fuga, come avviene invece per Esty di Unorthodox o per i tre protagonisti del documentario One of us (anche questo consigliato) che testimoniano il loro allontanamento senza ritorno dalla comunità e la loro sofferenza.

(Taxidrivers, 17 maggio 2020)


Francia. A processo per antisemitismo gli assassini di Mireille Knoll

di Paolo Castellano

I due uomini che sono stati accusati di aver ucciso Mireille Knoll, sopravvissuta alla Shoah di 85 anni, saranno processati per omicidio a sfondo antisemita. Lo ha comunicato la Procura di Parigi, come ha riportato il 16 maggio il sito d'informazione Israel National News. L'omicidio avvenne il 23 marzo e sconvolse non solo l'opinione pubblica francese ma anche quella mondiale. Inoltre, la Comunità ebraica di Milano ricordò l'anziana signora con una cerimonia di commemorazione al Tempio Maggiore di via Guastalla.
   La sopravvissuta alla Shoah venne barbaramente uccisa nel suo appartamento: bruciata viva dopo aver subito 11 coltellate dai suoi aggressori. Il suo corpo carbonizzato venne ritrovato dalle forze dell'ordine. In passato Mireille Knoll aveva denunciato alla polizia che il suo vicino l'aveva ripetutamente minacciata. Ed è proprio il vicino di casa, insieme al suo presunto complice, che dovrà affrontare un processo per omicidio e antisemitismo.
   Yacine Mihoub, 28 anni, figlio del vicino di Mireille Knoll, e il suo amico Alex Carrimbacus, 23 anni, hanno ricevuto l'incriminazione lo scorso 14 maggio. I due presunti assassini hanno evidenti problemi psichiatrici, come hanno scoperto gli investigatori delle forze dell'ordine francesi.
   Durante gli interrogatori, Carrimbacus aveva dichiarato che lui e Mihoub avevano deciso di rapinare Mireille Knoll perché era ebrea. Mihoub ha poi respinto la versione del complice in un successivo colloquio con gli inquirenti. Infine, i due ragazzi si sono dichiarati innocenti. Entrambi hanno precedenti penali.
   Sammy Ghozlan, capo dell'Ufficio nazionale per la vigilanza contro l'antisemitismo, ha detto che la sua organizzazione ha accolto con favore la decisione della Procura di Parigi. Durante il 2019, Ghozlan ha inoltre criticato una sentenza della magistratura francese che aveva stabilito di non poter riaprire l'indagine sulla morte Sarah Halimi: il suo assassino era stato prosciolto dalle accuse per abuso di marijuana. Kobili Traore spinse dalla finestra la donna ebrea, causandone la morte. Questo episodio è avvenuto nel 2017.

(Bet Magazine Mosaico, 17 maggio 2020)



«Io vi lascio pace»

Giovanni 14:27
  Io vi lascio pace; vi do la mia pace.
  Io non vi do come il mondo dà.
  Il vostro cuore non sia turbato e non si sgomenti.

Giovanni 16:33
  Vi ho detto queste cose, affinché abbiate pace in me.
  Nel mondo avrete tribolazione;
  ma fatevi animo, io ho vinto il mondo.

Matteo 11:28-30
  Venite a me, voi tutti che siete travagliati ed aggravati,
  e io vi darò riposo.
  Prendete su voi il mio giogo ed imparate da me,
  perch'io sono mansueto ed umile di cuore;
  e voi troverete riposo alle anime vostre;
  poiché il mio giogo è dolce e il mio carico è leggero.

  --> Predicazione
Marcello Cicchese
febbraio 2016



L'oasi anti virus

Israele, quel pezzetto di occidente che ha saputo contenere il contagio. "Siamo abituati a chiuderci nei bunker", ci spiegano i suoi intellettuali.

di Giulio Meotti

Israele non era pronto. Ma chi lo era? Shuki Shemer, a capo dei centri medici Assuta, la più grande rete ospedaliera privata nel paese, ha detto che mancavano letti in terapia intensiva, dispositivi medici di protezione individuale e ventilatori. E il premier Benjamin Netanyahu, che aveva appena definito la pandemia "la peggiore da cento anni", era preoccupato. Channel 12 rivela che al culmine della battaglia di Israele per piegare la curva del Covid19, Netanyahu ha avvertito i membri della Knesset che nel caso di reinfezione da coronavirus "l'umanità potrebbe essere spazzata via", immaginando "scenari di anarchia globale". Il direttore del ministero della Salute Moshe Bar Siman-Tov ha avvertito all'inizio della crisi che Israele poteva trovarsi nella "stessa situazione disastrosa dell'Italia e della Spagna". Intanto, Amos Yadlin, l'ex generale dell'aviazione e già a capo dell'intelligence militare, scriveva un editoriale su Yedioth Ahronoth per avvertire: "La campagna contro il coronavirus è la più critica che Israele abbia condotto dalla guerra del Kippur del 1973. E mentre un virus non è un esercito, per sconfiggerlo è di vitale importanza adottare i metodi precedenti per gestire campagne pericolose e costose che erano spesso piene di incertezza". Netanyahu disse poi ai suoi ministri che Israele avrebbe potuto avere un milione di pazienti e diecimila decessi entro la fine di aprile, con gli ospedali sopraffatti. Alle accuse di aver seminato il panico e
"Siamo sotto una sorta di `blocco' dall'inizio della nostra esistenza e l'assedio non è mai veramente diminuito" (Yossi Klein Halevi)
spinto inutilmente l'economia verso la crisi, Netanyahu ha appena risposto: "Non stavamo spaventando la gente; abbiamo salvato la gente. I risultati di Israele sono un modello per molti altri paesi".
Non c'è paese dell'Ocse che abbia fatto meglio contro il Covid. Israele per ora si è fermato a 250 morti. Per avere una idea, Belgio e Svezia, paesi grandi come Israele, di morti ne hanno avuti quasi diecimila il primo e tremila il secondo. Una storia di successo che affonda le radici nella storia dello stato ebraico.
  Il ministro della Difesa israeliano Naftali Bennett ha appena annunciato che l'Istituto di ricerca biologica ha raggiunto lo sviluppo di un anticorpo che neutralizzerebbe il coronavirus. Questo istituto è un'unità segreta che lavora direttamente per l'ufficio del premier. Nel 1948, all'interno dell'esercito ebraico fu istituito un dipartimento scientifico, noto come "Hemed". Era ospitato in un edificio in un aranceto fuori Ness Ziona, a sud di Tel Aviv. Nel 1993, uno degli scienziati coinvolti nell'istituto e quarto presidente dello stato ebraico, Ephraim Katzir, è stato intervistato da Hadashot: "Sapevamo che nei paesi circostanti stavano sviluppando armi biologiche. Credevamo che gli scienziati avrebbero dovuto contribuire al rafforzamento dello stato di Israele". Oggi lo dirige il professor Shmuel Shapira e impiega 350 persone, tra cui circa 160 scienziati con dottorati in biologia, biochimica, biotecnologia, chimica analitica, chimica organica, chimica fisica, farmacologia, matematica, fisica e scienze ambientali. Il pubblico non sa cosa succede dietro le mura altamente custodite dell'istituto, accusato in passato di essere dietro il tentativo di eliminazione del capo di Hamas, Khaled Mashaal, ad Amman nel 1997.
  Quando il ministro della Sanità israeliano, Yaakov Litzman, è stato trovato positivo al coronavirus all'inizio di aprile, chiunque era entrato in contatto con lui è finito in quarantena. Non solo i membri del governo, ma anche Yossi Cohen, il direttore del Mossad, il servizio segreto. Si è scoperto così che la potente agenzia di intelligence è stata profondamente coinvolta negli sforzi di Israele contro il virus. E' stato coinvolto Dani Gold, il padre del sistema antimissile di Iron Dome, che guida la direzione per la ricerca e lo sviluppo della Difesa. A gestire i test, Israele ha messo il capo della Sayeret Matkal, una celebre unità clandestina dell'esercito. E se lo Shin Bet, il servizio segreto interno, è stato incaricato di tracciare le infezioni, l'intelligence militare ha rifocalizzato le sue ricerche da nemici come l'Iran e Hezbollah al coronavirus. La famosa Unità 8.200 ha aperto un centro di informazioni sul coronavirus presso il Sheba Medical Center per aiutare a fermare la diffusione. I cervelloni dell'analisi israeliana intanto si riunivano all'Institute for National Security Studies per simulare vari scenari sul virus. Vi partecipavano ex capi di stato maggiore come Gadi Eisenkot e numerosi ex generali di brigata. Ora si fanno scenari su una eventuale seconda ondata.
  "Israele è abituato alle emergenze nazionali, siamo stati sotto una sorta di `blocco' dall'inizio della nostra esistenza e l'assedio non è mai veramente diminuito", dice al Foglio Yossi Klein Halevy, intellettuale americano-israeliano che vive a Gerusalemme, dove lavora allo Shalom Hartman. "Ci ritroviamo in conflitto con i nostri vicini ogni pochi anni. E così gli israeliani rispondono all'emergenza con una disciplina autoimposta, che decade immediatamente al termine dell'emergenza. Il coronavirus è la nostra prima emergenza non di sicurezza, ma abbiamo applicato gli strumenti che abbiamo imparato da quelle situazioni. Ad esempio un blocco immediato dei confini. E chiarezza da parte dei leader, che sono apparsi ogni sera in tv per fornire aggiornamenti. Siamo una società abituata a mostrare una forte solidarietà
"Gli israeliani hanno uno scopo. Gli europei in epoca post cristiana meno. E gli americani? Non ne sono più sicuro" (Joshua Muravchik)
sotto minaccia e questo è successo anche stavolta. Sono stato particolarmente commosso nel vedere i numerosi esempi di arabi israeliani ed ebrei israeliani che lavoravano insieme negli ospedali. Un recente sondaggio mostra uno stupefacente 77 per cento degli arabi israeliani che afferma di sentirsi fortemente legati al destino di Israele. Questo è il risultato della solidarietà che abbiamo vissuto tutti durante il coronavirus. Tendiamo a pensare alle nostre istituzioni come caotiche, ma la verità è che lavorano bene insieme in caso di emergenza. E sì, lo stiamo vedendo nel modo in cui il Mossad ha cercato di acquisire attrezzature mediche e come le agenzie di difesa e il sistema sanitario stanno lavorando insieme per trovare una cura. Israele offre al mondo un modello su come rispondere alle emergenze, anche se va sottolineato che siamo una specie di isola in medio oriente, il che rende più facile rispondere in modo efficace rispetto, per esempio, all'Europa".
  Secondo Leon de Winter, uno dei più noti scrittori olandesi che ha un pezzo di famiglia in Israele e autore de "Il diritto di ritorno", c'è qualcosa di culturalmente unico in Israele che lo rende pronto. "Israele è l'unica nazione sulla terra la cui esistenza è continuamente minacciata di morte", dice De Winter al Foglio. "E prima che fosse creato, le persone che vennero a viverci furono per generazioni di fronte alla minaccia. La vita non è mai stata una realtà, ma un prezioso miracolo contro ogni previsione. Non è un'esagerazione affermare che questa è una parte essenziale dell'esperienza ebraica da migliaia di anni. Forse i padri ebrei fondatori di Israele desideravano che potesse lentamente abbandonare la mentalità ebraica, ma non è così. La vita può sbocciare solo quando viene rispettata la consapevolezza della sua fragilità".
  Ma Israele, così particolare, dovrebbe essere visto dall'Europa come un universale emulabile. "Se l'occidente non segue l'esempio di Israele, collasserà lentamente", dice De Winter. "Il senso dello stato-nazione è forte e vivo in Israele e, nonostante tutti gli sforzi per creare un'Unione europea transnazionale, le linee di difesa contro la pandemia sono completamente nazionali. E la difesa dal virus di Israele non è collettivista come in Asia ma orientata alla comunità, una lotta di individui liberi vincolati da un destino comune". Mossad, esercito, scienziati, civili, politici, medici...Un paese unito contro il virus. "Soltanto se c'è un sentimento di identità nazionale, un paese può organizzarsi efficacemente contro un `nemico invisibile"'. E allora cosa è mancato all'occidente? "Il postmodernismo e il marxismo moderno hanno portato via il senso della storia dell'occidente con le sue tragedie e vittorie: niente verità, niente falsità, ma relativismo culturale", conclude De Winter al Foglio. "Ci rendiamo conto che nulla viene gratis e tutto deve essere conquistato. Come Israele".
  Questa mobilitazione contro la morte in Israele si riflette anche nell'abbondanza di vita, che l'Europa ha sempre meno. "Penso che ci sia qualcosa di culturalmente unico che si esprime nell'alto tasso di natalità non solo tra ebrei e musulmani devoti, ma anche tra i laici", dice al Foglio Joshua Muravchik, saggista e intellettuale americano neoconservatore, autore su Israele del libro "Liberal oasis", su come ha fatto fiorire il liberalismo in una terra che lo ha sempre rigettato. "C'è uno spirito di amore per il paese più profondo che in altri paesi occidentali, e il senso di essere `in tutto questo insieme' che deriva dall'aver sempre avuto nemici dediti alla distruzione del paese. Lo si può vedere nell'esercito, dove gli ufficiali accompagnano i loro soldati nel pericolo. Puoi vederlo nei kibbutz, l'unico posto nella storia che ha praticato il socialismo con successo (anche se alla fine ne sono usciti) perché faceva parte di un progetto più ampio. Puoi vederlo per Yom HaShoah, quando l'intero paese si ferma". Muravchik dice che Israele
"Se l'occidente non segue l'esempio di Israele, collasserà lentamente. Nulla è gratuito nella vita" (Leon de Winter).
ce la fa a causa dell'identità. "Usiamo il termine `occidente' per quello che un tempo chiamavamo `cristianità', un sentimento religioso condiviso alla base della società europea e che le da coerenza. Temo che il regno dell'incredulità sia oggi un grande ostacolo al fiorire di queste società. Israele non è un paese altamente religioso, ma ha il senso di tenere nelle proprie mani il destino del popolo ebraico. E c'è nell'ebraismo la distinta dualità di popolo e fede, una dualità che si fonde in una certa misura in Israele. Così per Yom Kippur le strade si svuotano e nessuno guida. Strano in un paese in gran parte laico, ma anche ebrei laici lì sentono che merita il loro rispetto. Penso che se l'Europa ha bisogno di modelli ciò di cui ha bisogno è riscoprire il suo centro spirituale. Da ciò seguirà tutto il resto, quello economico, politico. Gli israeliani amano la vita. Esistono sondaggi globali che dimostrano che il loro amore per la vita è tra i più alti del mondo, ma vivono anche vicino alla morte. Pochi israeliani non hanno subito perdite a causa della guerra o del terrorismo. Ogni israeliano sa com'è entrare in un rifugio antiaereo. Quando è stato detto loro che questo virus era molto letale e richiedeva un'azione urgente e un sacrificio per la conservazione della vita, questo avvertimento lo hanno preso sul serio. Ma gli israeliani fanno parte di un grande progetto, la redenzione del popolo ebraico dopo duemila anni di diaspora, persecuzioni, espulsioni, massacri. Sono fortemente motivati perché sentono uno scopo. Mi chiedo se gli europei in questa epoca post-cristiana abbiano uno scopo. E gli americani? Credevo di sì, ma non ne sono più sicuro".
  Israele non ha soltanto piegato la curva del virus dentro i propri confini, ma ha anche collaborato con i palestinesi, dove la pandemia non è dilagata. Dice Muravchik che "il numero di palestinesi che sono entrati in Israele per cure mediche in un anno è di circa 120.000. Questo su una popolazione totale di tre milioni. Sembra che ogni volta che si ammalano vadano in Israele e Israele li cura. E i cittadini arabi israeliani sono completamente integrati nel sistema di assistenza sanitaria come pazienti ma anche come personale medico. Molti studenti di medicina arabi israeliani e palestinesi si preparano negli ospedali israeliani".
  Amnon Lord è l'ex direttore del quotidiano Makor Rishon. "Penso che gli israeliani conservino un senso di unità di fronte al pericolo", dice Lord al Foglio. "Nonostante anni di libera economia di mercato, esiste una forte solidarietà sociale e nazionale. Molte situazioni di emergenza hanno reso gli israeliani disposti ad ascoltare le istruzioni. Nonostante lo storico conflitto nazionale, nel sistema sanitario in Israele c'è una completa integrazione di arabi ed ebrei e lo si può vedere nel giorno dell'indipendenza quando due medici, un arabo e un ebreo, accendono insieme la torcia". Israele nella gestione del virus viene accostato a Taiwan, Corea del sud e Singapore. Ma secondo Lord è diverso. "Israele è un moderno paese asiatico avanzato che ha interiorizzato i valori occidentali: democrazia, stato di diritto, modernismo e scienza. Penso che la principale differenza rispetto all'Europa sia la forte leadership centralizzata, la capacità di mobilitare il knowhow operativo e il riconoscimento che il primo impegno del governo è proteggere i cittadini", dice Lord. "Tutte le istituzioni operative e militari si sono mobilitate a sostegno del sistema sanitario. E' la leadership di Netanyahu. Ha riconosciuto in una fase iniziale che la pandemia poteva essere letale e ha assunto tutte le decisioni necessarie. Ha instillato il senso di urgenza ed emergenza; e tutti hanno ricevuto il messaggio. Ha lavorato a pieno ritmo con un solo obiettivo: salute pubblica, salvare vite. Nel frattempo, fanculo l'economia. Ricordiamo che l'economia è stata la conquista di Netanyahu. Ha accettato la strategia secondo cui il rilancio dell'economia dipende dalla situazione sanitaria". L'Europa impari dal tanto esecrato stato ebraico. "Penso che alcuni paesi occidentali abbiano dimenticato quali sono gli obblighi dello stato. I paesi europei purtroppo hanno adattato la politica di pacificazione all'islamismo e al terrorismo. E' successo molto tempo fa, negli anni Settanta, un decennio molto importante come gli anni Trenta".
  La differenza fra Israele e gli alleati europei fu evidente nella prima, fatale settimana di marzo. Avevano tutti davanti agli occhi l'esempio italiano. Eppure, Emmanuel Macron andava a teatro a vedere "Par le bout
"Gli anni Settanta per l'Europa sono stati importanti come gli anni Trenta, la pacificazione di fronte al nemico islamista" (Amnon Lord)
du Nez". Sembrava uscito dal libro di Manuel Chaves Nogales, "L'agonia della Francia", dove racconta che mentre i soldati tedeschi marciavano per le strade di Parigi i francesi sciamavano fuori dai cinema, "in tempo per l'aperitivo al bistrot". Intanto, le autorità spagnole invitavano i cittadini a scendere per strada per la festa della donna e l'epidemiologo Fernando Simón, in conferenza stampa, dichiarava: "Se mio figlio mi chiedesse se andare, gli direi di fare quello che vuole". Un suicidio nazionale, tanto da spingere Juan Luis Cebriàn, cofondatore del quotidiano El País, a scrivere: "Le lacrime di coccodrillo di così tanti politici che sostengono che nessuno avrebbe potuto immaginare una cosa del genere non hanno alcun senso". L'8 marzo, intanto, mentre in Italia erano già morte 366 persone per il virus, in Belgio il primo ministro Sophie Wilmès non vedeva problemi nel fatto che masse si riversassero al Salon Batibouw (fiera immobiliare), la Foire du Livre (fiera del libro) e, naturalmente, la Giornata della donna. Il Belgio avrebbe battuto ogni record di morte pro capite in Europa. Non andava meglio nell'Inghilterra del keep calm and carry on. Boris Johnson stringeva mani come una star e liquidava il pericolo incombente augurandosi l'immunità di gregge. Di lì a poco avrebbe avuto bisogno di "litri e litri di ossigeno". L'occidente era talmente compromesso da non essersi difeso da una pandemia neanche quando il suo vicino di casa italiano stava già riempiendo i cimiteri. E Israele? Aveva già chiuso i confini da due settimane, imposto la quarantena a chiunque rientrasse nel paese e ordinato al suo servizio segreto di trovare tutto il necessario per far fronte al virus che stava già lavorando all'interno. Ma Israele è il piccolo occidente che ce l'ha fatta.

(Il Foglio, 16 maggio 2020)


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