Notizie su Israele 121 - 29 agosto 2002


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Ma ora così parla il SIGNORE, il tuo Creatore, o Giacobbe, colui che ti ha formato, o Israele! Non temere, perché io ti ho riscattato, ti ho chiamato per nome; tu sei mio! Quando dovrai attraversare le acque, io sarò con te; quando attraverserai i fiumi, essi non ti sommergeranno; quando camminerai nel fuoco non sarai bruciato e la fiamma non ti consumerà, perché io sono il SIGNORE, il tuo Dio, il Santo d'Israele, il tuo salvatore; io ho dato l'Egitto come tuo riscatto, l'Etiopia e Seba al tuo posto. Perché tu sei prezioso ai miei occhi, sei stimato e io ti amo, io do degli uomini al tuo posto, e dei popoli in cambio della tua vita.

(Isaia 43:1-4)



AMICI DI ISRAELE NON DESIDERATI?


Riportiamo un altro resoconto sulla manifestazione pro Israele che si è tenuta il 24 agosto a Berlino, anche perché vengono comunicati altri particolari degni di interesse.

    
Manifestanti pro Israele a Berlino

BERLINO - Circa 4.000 persone hanno manifestato sabato scorso [24 agosto] nella capitale tedesca a favore di Israele e contro l'antisemitismo: Il "Bild-Zeitung" ha dedicato la prima pagina alla manifestazione e anche il "Jerusalem Post" ha riferito sull'avvenimento. Soltanto dalla inondata Sassonia sono arrivati centinaia di amici di Israele. [...]
    Il Presidente dell'ICEJ (International Christian Embassy Jerusalem), Jürgen Bühler, ha fatto un bilancio positivo della manifestazione. Se i politici in Germania volessero adeguarsi al preambolo della Carta Costituzionale, dovrebbero mettersi dalla parte di Israele. Solo in questo modo adempirebbero alla loro "responsabilità davanti a Dio e davanti agli uomini". Il giorno prima, venerdì, gli organizzatori della dimostrazione erano stati ricevuti dall'ambasciatore di Israele in Germania, Shimon Stein.
    Una nota stonata si è avuta da un'azione di volantinaggio fatta dal "Bundesverband Juedischer Studenten in Deutschland"  (BJSD, Unione degli Studenti Ebrei in Germania). Già in primavera il BJSD aveva disturbato una manifestazione di Ludwig Schneider e diffuso la notizia che il giornalista è impegnato nella "Missione per gli Ebrei", accusa che gli organizzatori della dimostrazione hanno respinto.
    Qualche partecipante ha detto di sentirsi ferito da queste accuse. "Siamo qui per stare dalla parte di Israele, non per missionare", ha detto una partecipante arrivata il mattino dalla Sassonia.
    Il volantino aveva come titolo: "Falsi amici sono veri nemici". E sotto: "Il BJSD prende chiaramente le distanze dagli organizzatori di questa dimostrazione. Lo scopo della maggior parte dei gruppi che sostengono questa manifestazione è quello di missionare ogni Ebreo alla fede in Gesù. A questo scopo vengono organizzati seminari, preparate feste e distribuita propaganda cristiana nelle sinagoghe. Il diritto all'esistenza degli Ebrei non viene riconosciuto, nella misura in cui non credono in Gesù, cioè non accettano la fede cristiana. Noi condanniamo decisamente queste aspirazioni. Nello stesso tempo prendiamo le distanze dall'orientamento politico della manifestazione".
    Fatto strano: la Presidentessa del BJSD, Viktoria Dolburd (Berlino), soltanto l'autunno scorso aveva preso parte a un seminario in cui rappresentanti di gruppi cristiani e di gruppi ebrei avevano discusso insieme su come rafforzare l'azione pubblica "pro Israele".

(Israelnetz, 26.08.02)


NOTA DI COMMENTO
di Marcello Cicchese

E' senz'altro vero che i cristiani evangelici biblici, che certamente costituivano la maggior parte degli aderenti alla manifestazione di Berlino, e tra cui si trova anche l'ebreo messianico Ludwig Schneider, desiderano ardentemente portare l'evangelo di Gesù Cristo a tutti gli uomini, non esclusi gli ebrei. Ma per fare questo non hanno bisogno di ricorrere a sotterfugi o, per dirla in linguaggio biblico, di camminare per "sentieri tortuosi". Non si vergognano di proclamare apertamente il vangelo ad ogni creatura, imitando in questo l'ebreo fariseo Paolo di Tarso che ebbe a dire: "Io non mi vergogno del vangelo; perché esso è potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede; del Giudeo prima e poi del Greco" (Romani 1:16).
    Semplicemente non è vero che questi cristiani riconoscono agli ebrei il diritto di esistenza solo nella misura in cui credono in Gesù. Capisco che per gli ebrei è difficile distinguere tra cristiani e "cristiani", e onestamente forse non si può neanche pretenderlo. Una cosa però si può far notare. I potenti "cristiani" che nel passato hanno dominato sul mondo in nome di Dio non hanno perseguitato e ucciso solo gli ebrei, ma anche tanti altri uomini e donne che credevano in Gesù, non secondo quello che insegnava l'istituzione ecclestiastica ma secondo quello che dice la Bibbia (Antico e Nuovo Testamento). Per i cristiani che oggi si riconoscono in quelle posizioni è del tutto naturale mettersi dalla parte degli ebrei e dello Stato di Israele, anche perché sanno che chi si mette contro gli ebrei prima o poi si mette anche contro i veri cristiani.
    I veri cristiani stanno dalla parte di Israele per il semplice fatto che stanno dalla parte del Dio di Israele, che hanno conosciuto e imparato ad amare attraverso Yeshua, il Messia promesso a Israele che è diventato anche il loro Signore e Salvatore. Attraverso le Sacre Scritture hanno capito che Dio ha dato "Eretz Israel" ai figli di Abraamo, Isacco e Giacobbe e che nessuno potrà fargli cambiare idea. Amano Israele perché Dio lo ama, e sanno che manterrà le numerose promesse fatte al Suo popolo nell'Antico Testamento e confermate nel Nuovo.
    Non sorprende che una posizione come questa non convinca tutti e susciti perplessità anche tra gli ebrei, ma i cristiani non devono sentirsi offesi per questo. Se sulla realtà e sulla politica dello Stato d'Israele gli stessi ebrei sono divisi, per quale ragione deve sembrare strano che ci siano degli ebrei che non capiscono o non condividono quello che fanno per Israele alcuni cristiani? In fondo, molti che portano il nome di "cristiani" hanno dato agli ebrei (e danno ancora) validissimi motivi per essere diffidenti.
    E' vero: i falsi amici sono veri nemici. Ma abbiamo la tranquilla fiducia che i veri amici alla lunga si riconosceranno.



VIETATO PUBBLICARE FOTO DI BAMBINI PALESTINESI ARMATI


Dichiarazione dell'Associazione Giornalisti Palestinese

"E' assolutamente vietato filmare o fotografare bambini che portano armi perché questo rappresenta una flagrante violazione dei diritti dei bambini e tali immagini si ripercuotono negativamente sull'immagine della Palestina nei media internazionali. Ogni giornalista palestinese che filmerà o fotograferà bambini armati o in uniformi paramilitari, o prenderà immagini di uomini mascherati, ne porterà ufficialmente la responsabilità e incorrerà nelle sanzioni previste dall'Associazione, sapendo che tali azioni favoriscono Israele e la campagna antipalestinese dei media contro la nostra giusta causa".
    Queste parole compaiono in una dichiarazione emessa lunedì scorso, [26 agosto] dall'Associazione Giornalisti Palestinesi, il cui presidente è Taufik Abu Chusa. La notizia è stata inviata per fax a molti giornali e diffusa per internet in diversi notiziari.
    La dichiarazione vale anche per i giornalisti palestinesi indipendenti, cioè quelli che lavorano per giornali stranieri. A loro viene detto che se  non si atterranno alle raccomandazioni espresse, non riceveranno alcun supporto dall'Associazione nel caso che l'Autorità Palestinese intentasse delle azioni contro di loro.

    L'Unione Giornalisti Stranieri in Israele (FPA) ha severamente criticato questa decisione e ne ha richiesto il ritiro. "Anche noi sosteniamo i diritti dei bambini, ma una limitazione della libertà di stampa non è certo il modo giusto", si dice in una dichiarazione pubblicata a Gerusalemme. I corrispondenti in Israele non vogliono né difendere né far crollare il "regime" palestinese, ma soltanto riferire quello che avviene in quel paese, conclude la FPA.

    L'Autorità Palestinese si è astenuta da ogni commento. Le agenzie di notizie si servono massicciamente di fotografi palestinesi nei cosiddetti "territori occupati". In passato questi fotografi sono sempre stati oggetto di minacce da parte di rappresentanti dell'Autorità Palestinese o di uomini del servizio di sicurezza ogni volta che volevano fare riprese giudicate svantaggiose dai palestinesi.

(nsi* - fonti: Yahoo!News UK, Israelnetz, Stimme aus Israel, ICEJ-Nachrichten)

* Spiegazione valida anche per il futuro: con la sigla "nsi" d'ora in poi s'intenderà una notizia confezionata da "Notizie su Israele", naturalmente sulla base di altre fonti.

    
Immagini come queste non devono essere più viste, secondo l'Associazione
dei giornalisti palestinesi



L'OPINIONE DI UN CAPO DI STATO MAGGIORE ISRAELIANO


"L'attuale dirigenza palestinese non vuole la pace con Israele"

    Il capo di stato maggiore israeliano Moshe Ya'alon considera il terrorismo palestinese una delle piu' gravi minacce strategiche per Israele. Secondo Ya'alon, Israele deve assolutamente vincere il conflitto scatenato due anni fa dai palestinesi perche'solo in questo modo apparira' ben chiaro che i palestinesi non possono conseguire nessun risultato politico facendo ricorso alla violenza e al terrorismo.
    "Sul lungo termine - ha spiegato il capo di stato maggiore israeliano - le minaccia poste dai [fondamentalisti libanesi] Hezbollah e dall'Iraq non mi tolgono il sonno. Quello che non mi lascia dormire sono altre due cose. Primo, la prospettiva che un paese nemico ottenga armi atomiche, alterando irreparabilmente l'equilibrio strategico nella regione. Secondo, il conflitto armato con i palestinesi".
    Secondo Ya'alon la dirigenza palestinese ha lanciato l'attuale offensiva contro Israele nel settembre 2000 quando si accorse che il contenzioso stava andando verso una soluzione diplomatica: fu allora che, per non accettare il compromesso proposto da Usa e Israele, decise di lanciare una campagna di violenza e terrorismo. La cosiddetta seconda intifada non ha nulla della rivolta popolare, come alcuni vorrebbero far credere a Israele e al resto del mondo. E' piuttosto una guerra controllata dalla dirigenza dell'Autorita' Palestinese: sono gli ufficiali dell'Autorita' Palestinese che ne decidono tattiche e regole.
    La scelta dell'Autorita' Palestinese a favore del terrorismo riflette, secondo Ya'alon, la non volonta' da parte dell'attuale dirigenza palestinese di accettare Israele come uno stato nel Medio Oriente. "L'attuale dirigenza palestinese non riconosce il diritto d'Israele ad esistere come stato ebraico - ha detto - e cerca di attuare la propria tradizionale dottrina per fasi: con il terrorismo e altre minacce, arrivare a istituire dapprima uno stato in Cisgiordiania e Gaza senza un vero trattato di pace con Israele e poi muovere verso altre parti del paese". Oggi tuttavia molti palestinesi capiscono che i loro dirigenti li hanno condotti in un vicolo cieco.
    Alcuni capi palestinesi erano convinti che Israele si sarebbe piegato molto prima, che Israele non avrebbe retto a piu' di 600 morti uccisi in attentati e ai gravi danni economici indotti dal conflitto. Invece, ha concluso il capo di stato maggiore israeliano, Israele ha resistito e deve continuare a resistere. Se questo conflitto dovesse terminare con i palestinesi convinti d'aver guadagnato qualcosa con il terrorismo "ci ritroveremmo su una china estremamente pericolosa".

(israele.net, 26.08.02 - dalla stampa israeliana)

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DONNA PALESTINESE "GIUSTIZIATA" COME COLLABORAZIONISTA

    
Ikhlas Khouli

Il figlio della prima donna palestinese giustiziata come collaborazionista domenica [25 agosto] ha dichiarato che degli uomini armati l'hanno torturato finché non ha inventato una storia riguardante il coinvolgimento di sua madre nella morte di un terrorista. Ikhlas Khouli, 35 anni, madre di sette figli, è stata uccisa da colpi di arma da fuoco sabato [24 agosto] dopo essere stata catturata nella città di Tul Karm, in Cisgiordania.
    Bakir Khouli, 17 anni, domenica ha sollevato la sua maglietta nel suo monolocale di Tul Karm per mostrare segni neri e blu che sono stati causati da cavi elettrici poco prima che sua madre fosse uccisa. "Mi hanno accusato di aiutare l'intelligence israeliana" ha dichiarato all'Associated Press. "Quando hanno iniziato a colpirmi con questi cavi, ho confessato e ho inventato una storia". Decine di palestinesi sospettati di collaborazionismo sono stati uccisi dall'inizio della rivolta palestinese nel settembre 2000, ma Khouli e' la prima donna giustiziata di cui si ha notizia.
    Un membro delle brigate dei martiri di al-Aqsa, che e' collegato al movimento al Fatah, del presidente dell'Autorita' Palestinese Yasser Arafat, ha dichiarato che "la milizia ha catturato Khouli dalla sua casa venerdi' per portarla in un edificio abbandonato dove hanno registrato la sua confessione di aver fatto la spia per Israele".
    "Sabato e' stata giustiziata per servire da esempio a chi sta pensando di collaborare con Israele", ha dichiarato, chiedendo di rimanere anonimo. Ha inoltre dichiarato che Khouli ha ammesso di aver chiesto a suo figlio Bakir di aiutarla.
    Bakir ha dichiarato di aver detto ai suoi torturatori di aver informato sua madre riguardo al luogo in cui si trovava il leader terrorista Ziad Daas, ucciso da Israele il 7 agosto. Ma ha dichiarato di aver inventato la storia per evitare ulteriori torture. Bakir ha detto che gli uomini armati gli hanno permesso di vedere sua madre poco prima che venisse portata via per essere uccisa. Ha aggiunto di essere stato catturato venerdì dalla sua casa di Tul Karm, la sua testa è stata coperta da un sacco, ed è stato torturato per circa un'ora. Poche ore dopo, anche sua madre è stata catturata.
    Najla'a Khouli, la maggiore dei sette figli, di 18 anni, scoppia a piangere quando parla del corpo di sua madre, che ha visto in ospedale. "E' stato orribile da vedere. Non avrei mai pensato che un giorno avrei visto mia madre così". Ha aggiunto che il padre è morto di malattia otto mesi fa e che lei sta per sposarsi e che presto lascerà la famiglia. "Chi si prenderà cura dei miei fratelli e delle mie sorelle?" ha chiesto.
    Un leader delle brigate dei martiri di al Aqsa ha dichiarato che il suo gruppo è stato costretto ad "usare il pugno di ferro" per prevenire il collaborazionismo con Israele. "So che questa donna aveva dei bambini, ma non abbiamo avuto scelta. Abbiamo lasciato vivo suo figlio per prendersi cura dei bambini" ha dichiarato parlando in anonimato. Quando gli è stato chiesto per quale motivo il suo gruppo utilizzi la tortura, ha risposto: "questo e' l'unico modo in cui si possono ottenere delle confessioni dalla gente che tradisce il suo popolo"
   
(Amici di Israele 26/08/02 - dalla stampa israeliana)



AVVOCATI ITALIANI E TRIBUNALI PALESTINESI


da un articolo di Angelo Pezzana

    Ikhlas Khouli [era una vedova di 36 anni con 7 figli a carico [ved. articolo precedente]. Era una palestinese di Tulkarem, un villaggio a pochi chilometri da Tel Aviv. E' stata uccisa brutalmente dalla milizia palestinese sabato scorso, il suo cadavere buttato in strada, presa a calci dai passanti in segno di disprezzo. Era una "collaborazionista" di Israele, hanno dichiarato i suoi carnefici. Prima di ucciderla hanno sequestrato suo figlio Baker, 17 anni, lo hanno torturato e frustato con un cavo della corrente per ottenere da lui la "confessione" che la madre era colpevole. Molto probabilmente il suo "tradimento" era consistito in qualche frequentazione di troppo per ottenere un lasciapassare che le consentisse di recarsi al lavoro. Non aveva scelto di sacrificare uno dei suoi figli agli appelli di Arafat o di Hamas. Non voleva che una delle sue creature marciasse su Gerusalemme inneggiando allo sterminio degli ebrei. Quei figli voleva allevarli perche' vivessero, perche' li amava piu' di quanto non odiasse, forse, gli ebrei. Aveva implicitamente rinunciato alle migliaia di dollari che le sarebbero arrivati se avesse fatto come tante altre madri "rivoluzionarie". Intascando il compenso, sarebbe stata portata ad esempio. Non ha voluto. I vicini di casa, quasi a sottolineare la giustezza del crimine, hanno dichiarato ai giornali che molti dei suoi parenti erano andati a vivere in Israele, evidentemente una colpa che richiede di essere lavata nel sangue.
    Si parla molto in questi giorni, e se ne parlera' ancora di piu' ai primi di settembre quando riprendera', del processo a Marwan Barghouti, il capo terrorista che Israele giudichera' per gli attentati che ha diretto e organizzato per conto di Arafat. Un processo con tanto di pubblico ministero e avvocati di difesa, come usa negli stati democratici. Barghouti, in un collegio di difesa che si annuncia affollatissimo, avra' anche un gruppo di avvocati italiani, tutti rigorosamente di sinistra, guidati dall'on. Giuliano Pisapia di Rifondazione comunista. Saranno presenti, hanno dichiarato, per garantire al pluri-imputato di stragi un processo giusto. Ikhlas Khouli, invece, non ha avuto la stessa fortuna di Barghouti. Lei non e' finita in un carcere israeliano. E' caduta invece sotto la giustizia palestinese che l'ha eliminata senza darle la possibilita' di aprire bocca per urlare la sua verita'. In quella stanza avra' affrontato da sola i suoi carnefici, avra' cercato invano di muovere a pieta' chi stava gia' pregustando il macabro rituale del disprezzo stradale del cadavere.
    Povera Ikhlas, nemmeno sui media europei la sua fine ha destato lo sdegno che avrebbe dovuto. Molti hanno trovato la notizia nemmeno degna di essere pubblicata. Altri hanno frugato nella sua vita alla ricerca di qualche motivo che giustificasse la sua esecuzione. Certamente nessun avvocato, di quelli che accorrono in difesa dei terroristi ovunque vengano catturati, mostrera' interesse per Ikhlas Khouli. L'on Pisapia non si precipitera' in "Palestina" per appurare come si sono svolti i fatti, cosi' come se ne staranno ben zitti tutti i sostenitori di Arafat di fronte a una "giustizia" amministrata in modo cosi' democratico. E' noto che per costoro i crimini sono solo quelli commessi da Israele. Le esecuzioni sommarie, l'inesistenza persino di una parvenza di legalita' non turba le coscienze di chi e' solito giustificare qualunque delitto purche' commesso da chi e' ritenuto essere dalla parte giusta. Ikhlas non era da quella parte, pur essendo una palestinese. E ha pagato con la vita. Che i suoi figli la ricordino con orgoglio.

(da "informazionecorretta.com" 27.08.02)



BAMBINI PALESTINESI CHE GIOCANO A FARE I KAMIKAZE


TEL AVIV - Mentre Israele conferma il blocco del ritiro dalle zone occupate, in seguito al perdurare delle violenze, dai Territori [dell'Autonomia Palestinese] arriva una notiziachoc: i bambini palestinesi si divertono giocando ai kamikaze.
    Per il sito dell'esercito israeliano, che riprende un servizio del settimanale 'al-Aman', il gioco consiste nel nascondere un finto corpetto imbottito di esplosivo sotto la camicia, per poi recarsi vicino a un autobus. Qui, il "suicida" grida "Allah è grande" e poi simula un boato. I compagni, attorno, si gettano a terra. Il ruolo più ambito è proprio quello dell'uomo bomba: si va avanti finché tutti i ragazzini lo hanno ricoperto almeno una volta.

(nsi - fonte: Yahoo!Notizie, 25.08.02)



ARABI ISRAELIANI ARRABBIATI CON I PALESTINESI


SAFED - Gli abitanti del villaggio arabo Be´ana in Galilea sono arrabbiati: la località è finita sui titoli dei giornali perché sette suoi abitanti hanno partecipato a un attentato terroristico contro Israele. Il "Consiglio Nazionale Arabo" quindi ha invitato i gruppi terroristici palestinesi a non reclutare più arabi israeliani per i loro attacchi.
    Lunedì la polizia israeliana aveva reso noto che sette arabi della famiglia Bakri di Be´ana erano stati arrestati. Sembra che gli uomini hanno aiutato l'attentatore suicida palestinese che all'inizio di agosto si è fatto saltare in aria in un autobus nelle vicinanze di Safed, provocando la morte di nove persone.
    In questo appello il Consiglio Nazionale ha condannato la collaborazione di arabi all'attentato. Inoltre ha invitato gli arabi israeliani a non partecipare a questi attacchi. Il coinvolgimento della famiglia Bakri nell'attentato terroristico e l'immagine negativa che ne ha ricevuto il villaggio ha fatto infuriare gli arabi israeliani contro i palestinesi.
    "Devono lasciarci in pace e combattere la loro propria lotta per l'indipendenza. Noi non vogliamo l'indipendenza. Noi siamo cittadini dello Stato d'Israele e tali vogliamo rimanere", ha detto Ali Hassan Badran di Be´ana.
    Alcuni abitanti del villaggio nordisraeliano hanno addirittura richiesto l'espulsione della famiglia Bakri. "Chi fa queste cose deve andare a vivere con i palestinesi. Per persone come queste qui non c'è posto", ha detto un altro abitante del villaggio.
    Nella località araba vivono 6.000 persone, di cui il 20 per cento sono cristiani. Alcuni abitanti hanno prestato servizio nell'esercito israeliano, cosa molto inusuale per un arabo israeliano.

(Israelnetz, 28.08.02)



L'AUTORITA' PALESTINESE NON VUOLE FERMARE IL TERRORISMO


Esponente Fatah ai palestinesi di Betlemme: "Non siamo obbligati a fermare le violenze"
   
    Il piano "Gaza e Betlemme First" non obbliga l'Autorita' Palestinese a confiscare armi illegali nei territori sotto il suo controllo ne' ad arrestare i miliziani palestinesi armati. Lo ha sostenuto domenica Hani al-Hassan, membro del comitato centrale del movimento Fatah e stretto consigliere di Yasser Arafat, durante un incontro a Betlemme con vari rappresentati della popolazione palestinese (cristiana e musulmana) della citta'.
    "L'Autorita' Palestinese e Fatah non accetteranno mai di fare i poliziotti che garantiscono la sicurezza degli israeliani" ha detto Hassan, aggiungendo: "Non arresteremo mai coloro che combattono contro l'occupazione israeliana. La resistenza deve continuare".
    Il cosiddetto piano "Gaza e Betlemme First" proposto dal ministro della difesa israeliano Ben-Eliezer prevede un graduale ritiro-pilota delle truppe israeliane dalle due citta' palestinesi condizionato a concrete ed efficaci misure da parte palestinese per garantire calma, sicurezza e ordine pubblico.
    Molti palestinesi presenti alla riunione hanno espresso preoccupazione per lo stato di anarchia in cui versa la citta' di Betlemme e hanno chiesto che l'Autorita' Palestinese ponga fine al fenomeno delle bande di miliziani palestinesi armati che spadroneggiano per le strade e nei villaggi dei dintorni. Molti hanno anche chiesto all'Autorita' Palestinese di fare il possibile per impedire che i miliziani riprendano a usare i quartieri palestinesi come basi per lanciare attacchi contro civili e soldati israeliani. Secondo uno degli intervenuti, vi sono "segnali" che indicano preparativi da parte dei miliziani di Fatah per riprendere le sparatorie da Beit Jala contro le abitazioni ebraiche del prospiciente quartiere Gilo di Gerusalemme. "Siamo molto preoccupati - ha detto il palestinese - Fra poco i nostri ragazzi torneranno a scuola e non vogliamo che vengano minacciati da una ripresa degli scontri". E' a queste richieste che l'esponente di Fatah ha replicato che l'Autorita' Palestinese non ha alcuna intenzione di fermare i miliziani armati.

(israele.net, 26.08.02 - dalla stampa israeliana)



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