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Notizie su Israele 419 - 31 marzo 2008

1. L'ultima invenzione per proteggere i cittadini di Sderot
2. La striscia di Gaza non confina solo con Israele
3. Gli ultimi immigrati in Israele
4. Nuovi razzi a lunga gittata per Hezbollah
5. Un annoso punto di attrito
6. Difficoltà degli ebrei messianici in Israele
7. Musica e immagini
8. Indirizzi internet
Salmo 130:7-8. "O Israele, spera nel Signore, poiché presso il Signore è la misericordia e la redenzione abbonda presso di lui. Egli redimerà Israele da tutte le sue colpe."
AVVISO

È stata aggiunta una pagina di archivio da cui è possibile scaricare, in formato PDF, una selezione di articoli contenuti nella rubrica e altri documenti riguardanti Israele. archivio





1. L'ULTIMA INVENZIONE PER PROTEGGERE I CITTADINI DI SDEROT




Arriva la vernice anti-Qassam

di Michael Sfaradi

Resti di razzi Qassam caduti su Sderot

Una buona notizia, sia per Israele sia per il resto del mondo, arriva da Dimona, piccola città nel cuore del deserto del Neghev. Il ministero dell'industria israeliano, circa due anni fa, ha stanziato alcuni milioni di dollari nella ricerca di un rimedio, non militare, che possa garantire protezione per i cittadini di Sderot, città martoriata dal lancio dei razzi Qassam palestinesi, nelle case in cui non sono previsti rifugi o camere di sicurezza. Si tratta di un composto liquido, una miscela di quattro o cinque elementi che viene spruzzato sulla parete che si vuole fortificare, come una semplice vernice da parati. Quando questa sostanza entra a contatto con l'aria si solidifica e in circa 10-15 minuti diventa come uno strato di intonaco che va dai 5 ai 7 millimetri di spessore; dopo il trattamento la parete può essere verniciata o rivestita.
     Sono state mandate in onda alcune riprese delle prove tecniche. Il primo filmato era relativo ad un mattone da costruzione non trattato fatto cadere da un'altezza di 10 metri, quando è arrivato al suolo si è letteralmente sbriciolato, mentre un altro mattone, identico al primo, ma sottoposto al trattamento, è rimbalzato a terra senza neanche graffiarsi. Un'altra prova è stata fatta facendo brillare una carica detonante dello stesso potenziale dei Qassam, circa 5 Kg. di esplosivo, davanti ad una parete di mattoni non trattata. La parete si è frantumata. Inutile raccontare cosa ne è stato dei manichini che simulavano la presenza di persone. Una carica di uguale potenza è stata fatta poi esplodere accanto ad una parete trattata, e il risultato è stato incredibile. Il muro gonfiandosi ha assorbito completamente l'impatto senza sbriciolarsi, e i manichini ne sono usciti intatti. I responsabili della ricerca si sono affrettati a spiegare che questa scoperta, unica sotto certi aspetti, non può certo essere usata per fortificare bunker o rifugi militari in zone di guerra.
     Si tratta comunque di un passo avanti importante. Questo ritrovato può riservare sorprese importanti e infinite applicazioni, infatti si è ipotizzato l'uso della sostanza o di una sua derivazione per la blindatura di autovetture o camion destinati al trasporto di valori, oppure per la protezione delle casseforti da eventuali tentativi di forzarle a mezzo di esplosivi. Il Pentagono e la Casa Bianca ne hanno fatto un sostanzioso ordinativo e il progetto ha attirato l'attenzione dell'amministrazione americana. Con eventuali finanziamenti, che potrebbero arrivare dagli Stati Uniti, lo sviluppo potrebbe avere un'importante accelerazione. Un altro uso sul quale si sta attualmente lavorando, e non è cosa da poco, è il consolidamento degli edifici in zone sismiche. Un esperto spiegava che il maggior numero di vittime, in caso di terremoti, è causato dai detriti che cadono dall'alto e una parete trattata può resistere ad un movimento tellurico sostenendo il soffitto con maggiore forza statica. Tutte le applicazioni possibili sono attualmente in prova in speciali laboratori dove si riproducono le varie ipotesi di applicazione, dall'assalto alla cassaforte con la lancia termica ai terremoti di varia intensità.
     Questo è solo uno dei frutti del grande investimento sulla ricerca che il governo di Gerusalemme fa ogni anno e in tutti i campi, da quello tecnologico a quello medico, ed è un vero peccato che le informazioni che arrivano da Israele siano solamente di guerra e sofferenze. Al grande pubblico, purtroppo, non viene mai presentata l'immagine vera di Israele, quella di una nazione all'avanguardia mondiale e, spessissimo, vengono nascoste le origini del "Made in Israel" presente, in tutto il mondo, nella vita di ognuno di noi. Se le informazioni fossero meno di parte, Israele sarebbe, agli occhi di tutti, una nazione da stimare di più e da odiare di meno.

(L'Opinione, 21 marzo 2008)





2. LA STRISCIA DI GAZA NON CONFINA SOLO CON ISRAELE




Ora spetta all'Egitto occuparsi di Gaza

di Roberto Santoro

Agli occhi di certi osservatori sembra che la Striscia di Gaza confini unicamente con lo stato di Israele. Invece occorre ricordare quale è stato il ruolo storico dell'Egitto nella questione arabo-palestinese.
     Nel 1948 Israele aveva appena dichiarato la sua indipendenza quando le forze egiziane invasero Gaza, ancora formalmente sotto mandato britannico, trasformandola in un protettorato. Israele reagì all'attacco e sconfisse l'Egitto e gli altri stati arabi. Questi ultimi rifiutarono il piano di spartizione proposto dall'ONU che avrebbe garantito agli abitanti di Gaza un territorio molto più ampio di quello in cui risiedono attualmente.
     Sotto il controllo egiziano la popolazione di Gaza si moltiplicò accogliendo i rifugiati che combattevano nel Sud di Israele. Il governo del Cairo si disinteressò totalmente dell'economia della Striscia e la forza-lavoro finì alle dipendenze degli amministratori Onu che si occupavano dei campi profughi. Oltre a restringere l'accesso nel suo territorio, l'Egitto si guardò bene dall'estendere la cittadinanza ai palestinesi che rimasero in una sorta di limbo senza nazionalità.
     Nel 1958 Egitto e Siria diedero vita alla RAU, la Repubblica araba unita. L'Unione Sovietica era il garante della nuova alleanza. Nel corso degli anni successivi il Cairo usò Gaza come testa di ponte per i suoi attacchi di disturbo contro Tel Aviv. A ridosso della Crisi di Suez, Nasser aveva già pronto un piano per colpire Israele, sapeva che una guerra sarebbe stata disastrosa per il suo Paese ma non voleva rinunciare alla strategia della tensione per ottenere qualche vantaggio politico e territoriale.
     L'Egitto mantenne il controllo sulla Striscia fino alla Guerra dei Sei Giorni. Nel 1967 Nasser chiuse il golfo di Aqaba agli israeliani e si rifiutò di schierare le truppe dell'Onu sul suolo egiziano. Il risultato fu che Israele colpì per primo dilagando nel Sinai fino allo Stretto di Suez. (L'Egitto ci avrebbe riprovato nel 1973 insieme alla Siria ma sarebbe stato sconfitto ancora una volta nella guerra dello Yom Kippur).  
     Nel saggio Six Days of War: June 1967 and the Making of Modern Middle East, Michael Oren ha spiegato che la Guerra dei Sei Giorni è stata un esempio della politica militare che ha caratterizzato la storia di Israele; politica che, troppo spesso, viene considerata uno schizofrenico impulso imperialista. Lo stesso governo israeliano rimase stupito dall'entità e dalla rapidità delle proprie vittorie. Tel Aviv avrebbe potuto mostrarsi arrogante con gli sconfitti ma preferì ragionare criticamente. Con gli accordi di Camp David del 1978 l'Egitto firmò una pace separata con Israele. Il presidente Sadat avrebbe pagato con la vita la sua decisione. Da essere la punta dei paesi arabi in lotta contro il sionismo, il Cairo divenne un alleato degli Stati Uniti, finanziato con miliardi di dollari.
     Israele accettò di ritirarsi dal Sinai e, con più riluttanza, di occupare Gaza, ridotta a un territorio povero e ostile. Gli ultimi insediamenti nel Sinai furono abbandonati nel 1981 e i coloni ebrei si spostarono nella Striscia aggiungendosi a quelli che ci vivevano già dall'inizio del secolo. L'Egitto sigillò i suoi confini e la storia di Gaza finì nella mani di Arafat e dei suoi successori. È a Gaza che scoppia la Prima Intifada ed è qui che Arafat fa il suo ingresso trionfale per festeggiare la nascita dell'Autorità palestinese.
     Il 4 maggio del 1994, al Cairo, il governo israeliano sottoscrive un accordo con i palestinesi per ritirarsi dal 60% della Striscia. Gli insediamenti e le postazioni militari erano diventate una debolezza strategica per Tel Aviv che inaugura la politica dei "piccoli passi". Circa dieci anni dopo, il 17 agosto 2005, inizia l'evacuazione definitiva degli ebrei di Gaza. Gli abitanti delle colonie cercano di resistere con la forza ai soldati israeliani. Una donna si dà fuoco per protesta. È sopravvissuta. La Corte Suprema 'dismette' trentotto sinagoghe che, dopo il ritiro, vengono occupate dai palestinesi in festa. In molti casi le sinagoghe sono incendiate, sempre dai palestinesi.
     Il presidente Abu Mazen dice che è "un giorno di gioia come il popolo palestinese non ne vedeva da un secolo". Il vicepremier israeliano Peres aggiunge: "Provo compassione per il dolore dei coloni ma non posso tenere in ostaggio il resto della popolazione". Il ritiro da Gaza è il prezzo da pagare per uscire dal tunnel della Seconda Intifada. L'evacuazione costa a Israele all'incirca novecento milioni di dollari. Millesettecento famiglie lasciano le loro case. Chiudono ospedali, scuole e asili. Viene sacrificata anche la produzione agricola delle colonie che rappresentava il 15% dell'export nazionale. Quando l'operazione è terminata nella Striscia non c'è più neanche un ebreo.
     Il 12 Settembre 2005, un mese dopo il ritiro, il primo razzo Qassam cade sulla città di Sderot. Da allora lo stillicidio sulle città israeliane è diventato una formalità. Le ritorsioni dell'esercito israeliano anche. Nel 2006 Hamas vince le elezioni e si prepara a scacciare Fatah dalla Striscia. L'Hamastan diventa uno stato nello stato palestinese, guidato da un'organizzazione che gli Stati Uniti e l'Unione Europea definiscono "terrorista". L'Europa chiede all'ANP di rispettare tre principi per proseguire le trattative di pace: Hamas deve rinunciare alla lotta armata, riconoscere lo stato di Israele, seguire la strada tracciata dagli accordi di Oslo. Nessuno dei tre punti è stato rispettato dal governo di Ismail Hanyeh.
     Torniamo all'Egitto. Dopo il ritiro israeliano da Gaza, il presidente egiziano Hosni Mubarak si era complimentato con Sharon per aver mantenuto la parola data: il primo pezzo del futuro stato palestinese festeggiava la sua indipendenza. "Quando arriverà il momento – disse Mubarak – accetterò l'invito di andare a Gerusalemme". Purtroppo l'Hamastan si è trasformato in una spina nel fianco del governo egiziano. Nel gennaio del 2008, mentre Israele assedia Gaza per soffocare Hamas, ai palestinesi non resta altra scelta che sconfinare nel Sinai per comprare indumenti, generi di prima necessità e bombole del gas. Mubarak perde la pazienza: "Gaza non è parte dell'Egitto né lo sarà mai". Il presidente egiziano si trova stretto tra due fuochi: tenere aperti i confini per non mostrarsi troppo spietato con gli abitanti di Gaza e reprimere le spinte fondamentaliste di Hamas che, insieme alla Jihad islamica, è una costola dei Fratelli Musulmani, organizzazione che è nata proprio in Egitto. 
     Dopo la crisi di marzo e le pesanti ritorsioni israeliane su Gaza, gli islamici di Hamas sono stati coinvolti da Mubarak in una serie di incontri ufficiosi per raggiungere un cessate il fuoco con Israele e la riapertura dei confini della Striscia verso il resto del mondo. Il dialogo tra Hamas e l'ANP è proseguito con la "Dichiarazione di Sanaa" del 24 marzo, una iniziativa di pace avanzata dal presidente yemenita Ali Abdullah Saleh.
     Saleh ha ammesso che una riconciliazione tra i palestinesi è "difficile" ma la Dichiarazione prevede di tornare allo status quo, prima che Hamas 'divorziasse' dall'ANP rinchiudendosi nel suo bunker. L'accordo dovrebbe anche portare a nuove elezioni, nel rispetto della leggi e della sicurezza palestinese. Purtroppo dopo la cerimonia gli esponenti dei due gruppi sono rimasti in disaccordo sul significato del documento. Allora il governo yemenita ha chiesto all'Egitto e agli altri stati arabi – Arabia Saudita, Siria e Giordania – di formare una sorta di 'consiglio' che sia in grado di far rispettare l'attuazione del piano di Sanaa.
     Gli Stati Uniti e l'Unione Europea dovrebbero spingere il Cairo a prendersi davvero cura di Gaza, che non significa annetterla o trasformarla in una provincia egiziana. Se le trattative tra l'ANP e Hamas andassero in porto è possibile che le (poche) forze armate palestinesi rimaste fedeli ad Abu Mazen tornino a pattugliare i confini occidentali della Striscia, protette dai Caschi Blu e dall'esercito egiziano. Sarebbe un primo passo per ridare legittimità ai leader dell'ANP. Come ha scritto Daniel Pipes, "l'avvio di questo processo di pace richiederà un'insolita immaginazione da parte di Israele e dei paesi occidentali".

(L'Occidentale, 28 marzo 2008)





3. GLI ULTIMI IMMIGRATI IN ISRAELE




Lo Tsahal presenta: Corsi di israelianità

Adattato dal Ha'aretz - Yuval Azulai

Sono immigrati in Israele nel corso degli ultimi due anni senza capire una parola di ebraico. In una base delle Forze di Difesa Israeliane (Tsahal) nel nord del Paese imparano a far funzionare armi e strumenti radio, ma anche studiano i fondamementi del sionismo e della lingua ebraica. L'obiettivo è quello di facilitare la loro integrazione nella società israeliana. Tre minuti e … via!

     Soldati della compagnia Dror, che si sono arruolati nello Tsahal solo sei settimane fa, siedono con le sedie disposte a ferro di cavallo in una piccola classe in una base nel nord del Paese. In sottofondo si sentono le note di una popolare canzone del gruppo "Hadag-Nachash" e il sottufficiale Maya racconta ai presenti che questa canzone è stata scritta da David Grossman. Per i nuovi immigrati, per lo più provenienti dai Paesi del Commonwealth degli Stati Indipendenti (CIS o ex-Unione Sovietica), tanto il nome del famoso scrittore quanto quello del gruppo hip-hop israeliano non  significano nulla. "Voglio che in tre minuti tutti voi prepariate un adesivo con il vostro mantra, lo slogan della vostra vita, in ebraico", ordina Maya ai suoi soldati, distribuendo carta e pennarelli colorati. "Preparate l'adesivo più bello che abbiate mai fatto. Cominciate subito, adesso. Avete tre minuti. Via!" Un soldato sincronizza l'orologio e controlla il tempo.
     Il giovane caporale cerca di spiegare le istruzioni a un soldato che non ha capito la parola "adesivo". "Ne vedi molti sulle macchine", spiega. "Sapete tutti chi era Rabin, vero? Ci sono molti adesivi che dicono: 'Shalom, amico' e 'Amico, ci manchi'. Altri dicono: 'Non possiamo contare su nessun altro se non su Nostro Padre nella Riserva'".  I soldati, che sono lungi dal parlare l'ebraico correttamente, cercano di concentrarsi e di creare un adesivo elegante ed efficace nel frastuono della musica in sottofondo. Scaduti i tre minuti, devono appoggiare i pennarelli sul tavolo e presentare i loro adesivi agli altri. Uno ha scritto: 'Attenzione: bambino a bordo', mentre un altro ha stancamente scritto e illustrato un adesivo che dice: 'Attenzione: Donna al volante'.
     Contemporaneamente altri soldati in un'altra classe studiano l'ebraico attraverso la pubblicità. Il loro sottufficiale, il caporale Nohar, li interroga sui rischi del fumo e ciascuno di loro deve parlarne in ebraico. Nohar racconta loro in ebraico che le ricerche hanno dimostrato che i fumatori sono maggiormente soggetti a depressione, aggiungendo subito la parola inglese 'depression'. "L'idea è di usare la parola ebraica insieme alla sua traduzione in una lingua universale capita da tutti", spiega il sottotenente Hadas Ben-Gigi, uno dei comandanti del corso per immigrati nella base. Nel frattempo la lezione

continua e l'insegnante ora parla dei rischi di una dieta troppo ricca di zucchero. "Le persone che mangiano troppi zuccheri ingrassano", dice uno dei soldati in ebraico.

Disciplina ferrea
     Come i loro amici nella compagnia Nir, i soldati della compagnia Dror presso la base dei corpi didattici Allon vicino al villaggio di Maghar in Galilea, sono immigrati in Israele nel corso degli ultimi due anni. Sapevano l'ebraico molto poco, o non lo parlavano affatto e il programma dello Tsahal di cui fanno parte è stato pensato per offrire loro il vocabolario necessario a condurre una conversazione in ebraico elementare.
     Questo speciale percorso per immigrati dura tre mesi. Il primo mese è dedicato all'addestramento militare di base: allenamento fisico, disciplina e studio del funzionamento delle armi e degli strumenti radio. Quindi i soldati partecipano a laboratori intensivi per imparare l'ebraico e i fondamenti della dottrina sionista. Il sottotenente Ben-Gigi è convinta che oltre ad essere un mezzo per imparare l'ebraico e per entrare in contatto con il sionismo, questo particolare programma non sia niente di meno che una scuola di 'israelianità'.
     Il corso viene gestito con "disciplina ferrea," - spiega l'ufficiale - "con orari molto precisi e inflessibili". Si alzano alle 5:30 del mattino e il loro orario giornaliero include esercizi, colazione, marcia mattutina, un incontro con il comandante della compagnia e sette ore di studio della lingua ebraica, con varie pause di pochi minuti tra una classe e l'altra. L'ultima ora è dedicata all'auto-apprendimento e a lezioni di sostegno per coloro che ne hanno bisogno. Oltre a imparare idiomi, collegare le frasi, espandere il vocabolario e costruire l'autostima necessaria ad adottare ed iniziare ad usare una lingua straniera, i soldati frequentano anche laboratori di dottrina sionista e storia ebraica, che includono seminari sull'antisemitismo, sull'Olocausto e sulle guerre israeliane.

Il compleanno della mamma
     In passato il comandante della base, il tenente colonnello Itai, ha prestato servizio come pilota di caccia in squadroni di Phantom e F-16. È stato nominato comandante della base Allon sei mesi fa ed è fiero dei risultati del programma. "Ogni anno mettiamo a disposizione dello Tsahal molti soldati che prima parlavano a mala pena l'ebraico, o non lo parlavano affatto, mentre ora possono farlo. Quando arrivano qui, li ricevo con un discorso di benvenuto in ebraico e molti non mi capiscono", racconta e aggiunge: "Del mio discorso di congedo capiscono quasi ogni parola".
     I quadri della base sono particolarmente fieri di tre soldati che hanno fatto i primi passi nell'esercito attraverso questo programma. Sono tra i soldati che hanno ricevuto una citazione dopo aver partecipato all'ultima guerra in Libano. "Non è facile", ammette il comandante della base. "Oltre alle difficoltà con la lingua, hanno anche altri problemi legati all'integrazione, ai divari tra livelli di disciplina e non sempre accettano l'autorità dei loro comandanti. Inoltre, alcuni hanno problemi anche a casa e per altri è difficile gestire i sentimenti che provano quando si avvicina il compleanno della madre. Questo è vero in particolare per i russi, che a questo riguardo sono così sensibili che se un membro dello staff  non lo capisce rischia di fare errori che possono portare alla fine del servizio di quel dato soldato nelle Forze di Difesa Israeliane".
    I soldati semplici Dennis Kim di Bat Yam e Igor Rachles di Hod Hasharon sono immigrati in Israele circa 18 mesi fa. Sono molto motivati ad imparare l'ebraico e ad assorbire il sionismo. Igor dice che a casa la sua famiglia non parla ebraico. "Mio padre non conosce una parola di ebraico, a parte 'shalom', 'lehitraot' (arrivederci) e 'Che cosa vuoi da me?' All'inizio l'ebraico mi sembrava molto difficile. La lingua mi irritava perché contiene molte variabili, che non riuscivo a ricordare. Ora capisco di più", aggiunge Igor.  Dennis vuole completare il corso e arruolarsi nella 101° compagnia paracadutisti, sulle orme del fratello maggiore. Nel frattempo affina la sua nuova lingua. "È difficile per me, ma non ho alternative. Dobbiamo imparare l'ebraico", spiega. "Ho appena finito i compiti per casa: la traduzione di una poesia dal russo all'ebraico. È stato interessante. L'ebraico non è poi così difficile. Il russo è più complicato perché ci sono più variabili. Ma in ebraico i verbi sono più difficili".

(Keren Hayesod, 21 marzo 2008)to





4. NUOVI RAZZI A LUNGA GITTATA PER HEZBOLLAH




E l'Egitto vuole il nucleare

Israele è sempre più accerchiata

di Dimitri Buffa

I nuovi razzi iraniani in dotazione agli Hezbollah, riarmatasi con comodo all'ombra della missione Unifil 2, possono ormai raggiungere anche la città di Dimona. Dove, tra l'altro, ha sede il più segreto degli impianti per la costruzione di armi nucleari del Medio Oriente. Quello del governo israeliano. Un segreto che purtroppo non è più tale da quando il famigerato scienziato Mordechai Vanunu lo ha raccontato a tutto il mondo vendendo, anche per pochi soldi, le foto dei laboratori in cui lavorava, beccandosi per questo una condanna a diciotto anni di carcere in Israele, scontata dopo essere stato rocambolescamente rapito dal Mossad a Roma nel 1986. Durante i colloqui tra Ehud Olmert e il numero due dell'attuale amministrazione americana Dick Cheney sarebbero stati discussi molti temi riguardanti la sicurezza di Israele nei prossimi mesi. E pare che il problema non sia più solo l'Iran, bensì il riformarsi, come all'epoca che precedette la guerra dei Sei Giorni, di una "santa alleanza" arabo-islamica, trasversale a sunniti e sciiti, volta a distruggere lo Stato ebraico. Ormai circondato da Hamas, Hezbollah, la Siria e lo stesso Iran. Che potrebbero, anche prima della prossima estate, sferrare un attacco congiunto, tutto missilistico, che, secondo i rapporti segreti fatti vedere a Cheney da Olmert, potrebbe costare qualche centinaio di morti civili israeliani e costringere Israele a una nuova guerra asimmetrica. Per la quale, poi, si troverà sempre qualche europeo o italiano che parlerà di "reazione sproporzionata".
     Israele, inoltre, teme attacchi terroristici con armi non convenzionali, probabilmente chimiche, che potrebbero causare oltre 16 mila vittime. Infine il pericolo più grosso nel lungo termine è quello rappresentato dai nuovi rapporti di cooperazione nucleare tra la Russia e l'Egitto, che potrebbe diventare la seconda potenza arabo islamica, dopo il Pakistan, dotata di bomba atomica. Magari ancora prima dell'Iran. E si sa benissimo quanto l'Egitto cerchi la rivincita contro Israele nonostante l'attuale "pace fredda" tra i due paesi. Per quel che riguarda le nuove capacità missilistiche degli Hezbollah (che dovranno un giorno ringraziare anche D'Alema per avere, di fatto, protetto il loro riarmo con la missione Unifil 2), il movimento sciita sarebbe riuscito a potenziare notevolmente le proprie capacità di attacco e di rifornimento del suo arsenale al punto che oggi sarebbe in grado di colpire la maggior parte del territorio israeliano. Secondo le fonti dell'esercito israeliano, citate tanto dal Jerusalem Post quanto dalla Cnn in lingua araba, Hezbollah avrebbe ottenuto nuovi razzi di fabbricazione iraniana con un raggio d'azione di circa 300 chilometri, che quindi potrebbero colpire il territorio dello Stato ebraico esattamente fino a Dimona, nel Sud Est di Israele, vicino al Negev. Ben oltre, dunque, le città di Tel Aviv e Gerusalemme. Staremo a vedere come le Nazioni Unite reagiranno a questi ulteriori allarmi che vengono dal Medio Oriente. Il problema però è che all'Onu Israele esiste solo per le condanne da infliggergli in nome del politically correct filo palestinese e terzomondista. In sessanta anni ne ha collezionate a centinaia, se non migliaia.

(L'Opinione, 28 marzo 2008)





5. UN ANNOSO PUNTO DI ATTRITO




La strana disputa sulle fattorie di Shebaa

di Rodolfo Bastianelli

Quella per le fattorie di Shebaa è una disputa che risulta difficile da decifrare, viste le limitate dimensioni del territorio ed il loro irrilevante peso economico. Situate tra le alture del Golan e la frontiera israelo – libanese, quest'area di 25 Kmq è contesa da Siria e Libano e rappresenta uno dei maggiori punti di attrito tra i governi di Gerusalemme, Beirut e Damasco. Le origini della disputa risalgono alla fine del primo conflitto mondiale quando, con il crollo dell'Impero Ottomano, alla Francia venne affidato dalla Società delle Nazioni il mandato sulla Siria ed il Libano ed alla Gran Bretagna quello sulla Palestina. In seguito, nel 1923, le due potenze si accordarono segnando una demarcazione riconosciuta nel 1949 come linea armistiziale da Israele, Siria e Libano dopo il primo conflitto arabo–israeliano, mentre nessun confine venne tracciato tra la Siria ed il Libano, essendo entrambi mandati francesi. E da ciò deriva la contesa per il possesso delle fattorie di Shebaa. Infatti, anche se per alcune carte geografiche la zona si situerebbe in territorio siriano, il governo libanese ha sempre contestato questa affermazione, tanto che negli anni Sessanta i due Paesi istituirono una commissione tecnica incaricata di studiare il problema. E forse sarebbe rimasta solo una disputa giuridica se gli eventi accaduti in Libano non avessero fatto emergere il problema sulla scena politica mediorientale.
     Quando il Paese dei Cedri sprofonda nella guerra civile, nel 1978 Israele decide l'operazione "Litani" in risposta ad alcune azioni terroristiche partite dal Libano meridionale e nel 1982 avvia una più vasta azione militare, denominata "Pace in Galilea", con lo scopo di eliminare l'attività dei gruppi armati palestinesi e far ritirare le truppe siriane. L'impegno militare israeliano si protrarrà fino al 2000, quando il governo di Ehud Barak decise il completo ritiro dell'esercito dal Libano, non solo per porre termine ad un conflitto divenuto impopolare ma anche per compiere un gesto distensivo verso il mondo arabo alla vigilia dell'importante conferenza di pace di Camp David. Da questo momento la questione di Shebaa diventa un rebus per la diplomazia internazionale. Se le Nazioni Unite, appoggiate da Washington e Gerusalemme, dichiararono che Israele aveva completato il ritiro dal Libano rispondendo a quanto contenuto nella Risoluzione 425, al contrario il governo di Beirut, sostenuto in questo dalla Siria, affermò che le forze israeliane continuavano ad occupare l'area delle fattorie di Shebaa, allegando a sostegno delle sue rivendicazioni una mappa in cui l'area rientrava all'interno del territorio libanese.
     A queste dichiarazioni l'Onu rispose sottolineando come altre mappe, tra le quali una del ministero della Difesa di Beirut, mostrassero invece le fattorie di Shebaa situate in territorio siriano, ribadendo inoltre che l'area rientrava sotto il mandato della missione Undof, la forza di interposizione dispiegata sul Golan, e non invece in quella dell'Unifil, presente in Libano fin dal 1978. In realtà la questione è essenzialmente politica. Ignorata dai libanesi, la disputa sulle fattorie di Shebaa rappresenterebbe solo uno strumento di pressione della Siria nei confronti di Israele che si servirebbe in questo degli Hezbollah. Per risolvere il problema, due anni fa il premier libanese Fouad Siniora propose una soluzione per cui Israele si sarebbe dovuto ritirare lasciando la zona sotto il controllo delle Nazioni Unite fino a che Siria e Libano non avessero raggiunto un accordo. Ma per gli Hezbollah un eventuale ritiro israeliano presenterebbe però dei rischi politici non indifferenti, in quanto, senza l'esistenza di alcun pretesto, i libanesi non sarebbero più disposti a tollerare le loro azioni contro lo Stato ebraico, cosa che per il movimento sciita si tradurrebbe in una forte perdita di popolarità. Evenienza, questa, che nessuno si augura tra gli Hezbollah.

(Ideazione, 31 marzo 2008)





6. DIFFICOLTÀ DEGLI EBREI MESSIANICI IN ISRAELE




Attentato contro una famiglia ebrea messianica:
un adolescente gravemente ferito

di Jean-Marie Allafort

Vigilia di Purim. Un adolescente di 15 anni della città di Ariel in Cisgiordania ha aperto un pacco che pensava essere uno di quei regali che si mandano tradizionalmente in occasione della festa. Era un pacco bomba. L'adolescente, gravemente ferito, è stato trasportato all'ospedale Beillison di Petah Tikva. L'operazione è durata tutta la notte, ma i medici hanno dovuto procedere all'amputazione di una delle gambe, e lottano per salvare gli occhi. E' arrivato all'ospedale in uno stato molto grave, la sua stessa vita era in pericolo.
     Secondo la polizia, è più che probabile che il pacco bomba sia stato inviato a questa famiglia ebrea perché è messianica. I loro vicini raccontano che spesso sono stati molestati perché noti come ebrei che credono in Gesù.
     I genitori, David e Lea, lavorano in ambiente palestinese. Hanno ricevuto minacce di morte da parte di musulmani che li accusano di fare opera missionaria. Inoltre, la coppia guida una piccola comunità ad Ariel di una dozzina di membri. Foto della loro famiglia sono circolate nel vicinato, in cui venivano denunciati come «pericolosi perché credenti in Gesù".
     Alcuni membri di comunità ebree messianiche sono sempre di più disturbati da ebrei ortodossi e da certe organizzazioni ebraiche, con incendi contro i loro luoghi di riunione come a Arad o a Gerusalemme, telefonate nel cuore della notte, lettere di minaccia, violenze verbali...
     Avi, un ebreo messianico della regione di Tel Aviv, confida a Un écho d'Israèl : «Sappiamo tutti che prima o poi arrivano attentati di questo tipo, e li aspettiamo con una certa angoscia.» Questo ebreo messianico è stato costretto, circa quattro anni fa, a lasciare il moshav dove lui abitava con la sua famiglia. L'organizzazione ebrea ortodossa «Yad LeAhim» li ha denunciati ai responsabili del moshav come cristiani, e i loro figli sono stati immediatamente mandati via dalla scuola. «Non facciamo assolutamente opera missionaria, ma ci devono aver visti in un'assemblea messianica», spiega Avi. «Sappiamo di essere sorvegliati, ma crediamo che Israele è uno stato democratico e che la libertà di fede e di opinione non è qualcosa di fittizio.» Avi spera che la polizia riuscirà a trovare i colpevoli di questo atto, ma non si fa troppe illusioni: «Nessuno è stato mai condannato per aver molestato un ebreo messianico.»

(Un Echo d'Israèl, 21 marzo 2008 - trad. www.ilvangelo-israele.it)





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Zemer Atik




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