Così dice il Signore, l'Eterno: «Quando avrò raccolto quelli della casa d'Israele di mezzo ai popoli fra i quali sono dispersi e mi santificherò in loro agli occhi delle nazioni, essi abiteranno nel loro paese, che diedi al mio servo Giacobbe. Vi abiteranno al sicuro, edificheranno case e pianteranno vigne; sì, abiteranno al sicuro, quando eseguirò i miei giudizi su tutti quelli intorno a loro che li disprezzano. Allora riconosceranno che io sono l'Eterno, il loro Dio».
Ezechiele 28:25-26

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כאיל תערג, Come un cervo anela

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Dio con noi
    MATTEO 1
  1. Or la nascita di Gesù Cristo avvenne in questo modo. Maria, sua madre, era stata promessa sposa a Giuseppe; e prima che fossero venuti a stare insieme, si trovò incinta per virtù dello Spirito Santo.
  2. E Giuseppe, suo marito, essendo uomo giusto e non volendo esporla ad infamia, si propose di lasciarla occultamente.
  3. Ma mentre aveva queste cose nell'animo, ecco che un angelo del Signore gli apparve in sogno, dicendo: Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prender con te Maria tua moglie; perché ciò che in lei è generato, è dallo Spirito Santo.
  4. Ed ella partorirà un figlio, e tu gli porrai nome Gesù, perché è lui che salverà il suo popolo dai loro peccati.
  5. Or tutto ciò avvenne, affinché si adempiesse quello che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta:
  6. Ecco, la vergine sarà incinta e partorirà un figlio, al quale sarà posto nome Emmanuele, che, interpretato, vuol dire: «Iddio con noi».
    SALMO 145

  1. Io ti esalterò, o mio Dio, mio Re, e benedirò il tuo nome in eterno.
  2. Ogni giorno ti benedirò e loderò il tuo nome per sempre.
  3. L'Eterno è grande e degno di somma lode, e la sua grandezza non si può investigare.
  4. Un'età dirà all'altra le lodi delle tue opere e farà conoscere le tue gesta.
  5. Io mediterò sul glorioso splendore della tua maestà
    GENESI 2
  1. L’Eterno Iddio formò l'uomo dalla polvere della terra,
  2. gli soffiò nelle narici un alito vitale e l'uomo divenne un'anima vivente
    ISAIA 53
  1. Egli è cresciuto davanti a lui come un germoglio, come una radice che esce da un arido suolo.
    GIOVANNI 20
  1. Allora Gesù disse loro di nuovo: “Pace a voi! Come il Padre mi ha mandato, anch'io mando voi”.
  2. Detto questo, soffiò su di loro e disse: “Ricevete lo Spirito Santo”.
    PROVERBI 8
  1. Quando egli disponeva i cieli io ero là; quando tracciava un cerchio sulla superficie dell'abisso,
  2. quando condensava le nuvole in alto, quando rafforzava le fonti dell'abisso,
  3. quando assegnava al mare il suo limite perché le acque non oltrepassassero il suo cenno, quando poneva i fondamenti della terra,
  4. io ero presso di lui come un artefice, ero sempre esuberante di gioia, mi rallegravo in ogni tempo nel suo cospetto;
  5. mi rallegravo nella parte abitabile della sua terra, e trovavo la mia gioia tra i figli degli uomini.
    GENESI 2
  1. E udirono la voce dell'Eterno Iddio, il quale camminava nel giardino sul far della sera; e l'uomo e sua moglie si nascosero dalla presenza dell'Eterno Iddio fra gli alberi del giardino.
    GIOVANNI 3
  1. Dio ha tanto amato il mondo che ha dato il suo unigenito figlio affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna.
    1 CORINZI 15
  1. Così anche sta scritto: «Il primo uomo, Adamo, divenne anima vivente»; l'ultimo Adamo è spirito vivificante”.
    GENESI 3
  1. E io porrò inimicizia fra te e la donna, e fra la tua progenie e la sua progenie; questa ti schiaccerà il capo, e tu le ferirai il calcagno”.
    ISAIA 7
  1. Perciò il Signore stesso vi darà un segno: ecco, la giovane concepirà, partorirà un figlio, e lo chiamerà Emmanuele.
    GIOVANNI 12
  1. “Se il granello di frumento caduto in terra non muore, rimane solo, ma, se muore, produce molto frutto" .
    ESODO 3
  1. E l'Eterno disse: “Ho visto, ho visto l'afflizione del mio popolo che è in Egitto, e ho udito il grido che gli strappano i suoi oppressori; perché conosco i suoi affanni; 
  2. e sono sceso per liberarlo dalla mano degli Egiziani.
    ESODO 29
  1. Sarà un olocausto perenne offerto dai vostri discendenti, all'ingresso della tenda di convegno, davanti all'Eterno, dove io vi incontrerò per parlare con te.
  2. E là io mi troverò con i figli d'Israele; e la tenda sarà santificata dalla mia gloria.
  3. E santificherò la tenda di convegno e l'altare; anche Aaronne e i suoi figli santificherò, perché mi esercitino l'ufficio di sacerdoti.
  4. E dimorerò in mezzo ai figli d'Israele e sarò il loro Dio.
  5. Ed essi conosceranno che io sono l'Eterno, l'Iddio loro, che li ho tratti dal paese d'Egitto per dimorare tra loro. Io sono l'Eterno, l'Iddio loro
    GIOVANNI 1
  1. E la Parola è stata fatta carne ed ha abitato per un tempo fra noi, piena di grazia e di verità; e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come quella dell'Unigenito venuto da presso al Padre.

Marcello Cicchese
febbraio 2024

Una grande gioia

ATTI 2

  1. Quelli dunque i quali accettarono la sua parola furono battezzati; e in quel giorno furono aggiunte a loro circa tremila persone.
  2. Ed erano perseveranti nell'attendere all'insegnamento degli apostoli, nella comunione fraterna, nel rompere il pane e nelle preghiere.
  3. E ogni anima era presa da timore; e molti prodigi e segni eran fatti dagli apostoli.
  4. E tutti quelli che credevano erano insieme, ed avevano ogni cosa in comune;
  5. e vendevano le possessioni ed i beni, e li distribuivano a tutti, secondo il bisogno di ciascuno.
  6. E tutti i giorni, essendo di pari consentimento assidui al tempio, e rompendo il pane nelle case, prendevano il loro cibo assieme con gioia e semplicità di cuore,
  7. lodando Iddio, e avendo il favore di tutto il popolo. E il Signore aggiungeva ogni giorno alla loro comunità quelli che erano sulla via della salvezza.

ATTI 4

  1. E la moltitudine di coloro che avevano creduto, era d'un sol cuore e d'un'anima sola; né v'era chi dicesse sua alcuna delle cose che possedeva, ma tutto era comune tra loro.
  2. E gli apostoli con gran potenza rendevano testimonianza della risurrezione del Signor Gesù; e gran grazia era sopra tutti loro.
  3. Poiché non v'era alcun bisognoso fra loro; perché tutti coloro che possedevano poderi o case li vendevano, portavano il prezzo delle cose vendute,
  4. e lo mettevano ai piedi degli apostoli; poi, era distribuito a ciascuno, secondo il bisogno.

LUCA 2

  1. Or in quella medesima contrada vi erano dei pastori che stavano nei campi e facevano di notte la guardia al loro gregge.
  2. E un angelo del Signore si presentò ad essi e la gloria del Signore risplendé intorno a loro, e temettero di gran timore.
  3. E l'angelo disse loro: Non temete, perché ecco, vi reco il buon annuncio di una grande gioia che tutto il popolo avrà:
  4. Oggi, nella città di Davide, v'è nato un salvatore, che è Cristo, il Signore.

MATTEO 2

  1. Or essendo Gesù nato in Betlemme di Giudea, ai dì del re Erode, ecco dei magi d'Oriente arrivarono in Gerusalemme, dicendo:
  2. Dov'è il re dei Giudei che è nato? Poiché noi abbiamo veduto la sua stella in Oriente e siamo venuti per adorarlo.
  3. Udito questo, il re Erode fu turbato, e tutta Gerusalemme con lui.
  4. E radunati tutti i capi sacerdoti, s'informò da loro dove il Cristo doveva nascere.
  5. Ed essi gli dissero: In Betlemme di Giudea; poiché così è scritto per mezzo del profeta:
  6. E tu, Betlemme, terra di Giuda, non sei punto la minima fra le città principali di Giuda; perché da te uscirà un Principe, che pascerà il mio popolo Israele.
  7. Allora Erode, chiamati di nascosto i magi, s'informò esattamente da loro del tempo in cui la stella era apparita;
  8. e mandandoli a Betlemme, disse loro: Andate e domandate diligentemente del fanciullino; e quando lo avrete trovato, fatemelo sapere, affinché io pure venga ad adorarlo.
  9. Essi dunque, udito il re, partirono; ed ecco la stella che avevano veduta in Oriente, andava dinanzi a loro, finché, giunta al luogo dov'era il fanciullino, vi si fermò sopra.
  10. Ed essi, veduta la stella, si rallegrarono di grandissima gioia.
  11. Ed entrati nella casa, videro il fanciullino con Maria sua madre; e prostratisi, lo adorarono; ed aperti i loro tesori, gli offrirono dei doni: oro, incenso e mirra.
  12. Poi, essendo stati divinamente avvertiti in sogno di non ripassare da Erode, per altra via tornarono al loro paese.

ATTI 8

  1. Coloro dunque che erano stati dispersi se ne andarono di luogo in luogo, annunziando la Parola. E Filippo, disceso nella città di Samaria, vi predicò il Cristo.
  2. E le folle di pari consentimento prestavano attenzione alle cose dette da Filippo, udendo e vedendo i miracoli che egli faceva.
  3. Poiché gli spiriti immondi uscivano da molti che li avevano, gridando con gran voce; e molti paralitici e molti zoppi erano guariti.
  4. E vi fu grande gioia in quella città.

ATTI 13

  1. Ma Paolo e Barnaba dissero loro francamente: Era necessario che a voi per i primi si annunziasse la parola di Dio; ma poiché la respingete e non vi giudicate degni della vita eterna, ecco, noi ci volgiamo ai Gentili.
  2. Perché così ci ha ordinato il Signore, dicendo: Io ti ho posto per esser luce dei Gentili, affinché tu sia strumento di salvezza fino alle estremità della terra.
  3. E i Gentili, udendo queste cose, si rallegravano e glorificavano la parola di Dio; e tutti quelli che erano ordinati a vita eterna, credettero.
  4. E la parola del Signore si spandeva per tutto il paese.
  5. Ma i Giudei istigarono le donne pie e ragguardevoli e i principali uomini della città, e suscitarono una persecuzione contro Paolo e Barnaba, e li scacciarono dai loro confini.
  6. Ma essi, scossa la polvere dei loro piedi contro loro, se ne vennero ad Iconio.
  7. E i discepoli erano pieni di gioia e di Spirito Santo.

ROMANI 15

  1. Or l'Iddio della pazienza e della consolazione vi dia d'avere fra voi un medesimo sentimento secondo Cristo Gesù,
  2. affinché di un solo animo e di una stessa bocca glorifichiate Iddio, il Padre del nostro Signor Gesù Cristo.
  3. Perciò accoglietevi gli uni gli altri, siccome anche Cristo ha accolto noi per la gloria di Dio;
  4. poiché io dico che Cristo è stato fatto ministro dei circoncisi, a dimostrazione della veracità di Dio, per confermare le promesse fatte ai padri;
  5. mentre i Gentili hanno da glorificare Dio per la sua misericordia, secondo che è scritto: Per questo ti celebrerò fra i Gentili e salmeggerò al tuo nome.
  6. Ed è detto ancora: Rallegratevi, o Gentili, col suo popolo.
  7. E altrove: Gentili, lodate tutti il Signore, e tutti i popoli lo celebrino.
  8. E di nuovo Isaia dice: Vi sarà la radice di Iesse, e Colui che sorgerà a governare i Gentili; in lui spereranno i Gentili.
  9. Or l'Iddio della speranza vi riempia di ogni gioia e di ogni pace nel vostro credere, onde abbondiate nella speranza, mediante la potenza dello Spirito Santo.


    Marcello Cicchese
    maggio 2016

L'interesse di Cristo
FILIPPESI, cap. 1

  1. Soltanto, comportatevi in modo degno del vangelo di Cristo, affinché, sia che io venga a vedervi sia che io resti lontano, senta dire di voi che state fermi in uno stesso spirito, combattendo insieme con un medesimo animo per la fede del vangelo, 
  2. per nulla spaventati dagli avversari. Questo per loro è una prova evidente di perdizione; ma per voi di salvezza; e ciò da parte di Dio. 
  3. Perché vi è stata concessa la grazia, rispetto a Cristo, non soltanto di credere in lui, ma anche di soffrire per lui, 
  4. sostenendo voi pure la stessa lotta che mi avete veduto sostenere e nella quale ora sentite dire che io mi trovo.

FILIPPESI, cap. 2

  1. Se dunque v'è qualche incoraggiamento in Cristo, se vi è qualche conforto d'amore, se vi è qualche comunione di Spirito, se vi è qualche tenerezza di affetto e qualche compassione, 
  2. rendete perfetta la mia gioia, avendo un medesimo pensare, un medesimo amore, essendo di un animo solo e di un unico sentimento
  3. Non fate nulla per spirito di parte o per vanagloria, ma ciascuno, con umiltà, stimi gli altri superiori a se stesso, 
  4. cercando ciascuno non il proprio interesse, ma anche quello degli altri. 
  5. Abbiate in voi lo stesso sentimento che è stato anche in Cristo Gesù, 
  6. il quale, pur essendo in forma di Dio, non considerò l'essere uguale a Dio qualcosa a cui aggrapparsi gelosamente, 
  7. ma svuotò se stesso, prendendo forma di servo, divenendo simile agli uomini; 
  8. trovato esteriormente come un uomo, umiliò se stesso, facendosi ubbidiente fino alla morte, e alla morte di croce. 
  9. Perciò Dio lo ha sovranamente innalzato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni nome, 
  10. affinché nel nome di Gesù si pieghi ogni ginocchio nei cieli, sulla terra, e sotto terra, 
  11. e ogni lingua confessi che Gesù Cristo è il Signore, alla gloria di Dio Padre.
  12. Così, miei cari, voi che foste sempre ubbidienti, non solo come quando ero presente, ma molto più adesso che sono assente, adoperatevi al compimento della vostra salvezza con timore e tremore; 
  13. infatti è Dio che produce in voi il volere e l'agire, secondo il suo disegno benevolo. 
  14. Fate ogni cosa senza mormorii e senza dispute
  15. perché siate irreprensibili e integri, figli di Dio senza biasimo in mezzo a una generazione storta e perversa, nella quale risplendete come astri nel mondo, 
  16. tenendo alta la parola di vita, in modo che nel giorno di Cristo io possa vantarmi di non aver corso invano, né invano faticato. 
  17. Ma se anche vengo offerto in libazione sul sacrificio e sul servizio della vostra fede, ne gioisco e me ne rallegro con tutti voi; 
  18. e nello stesso modo gioitene anche voi e rallegratevene con me.


Marcello Cicchese
novembre 2006

Salmo 92
Salmo 92
    Canto per il giorno del sabato.
  1. Buona cosa è celebrare l'Eterno,
    e salmeggiare al tuo nome, o Altissimo;
  2. proclamare la mattina la tua benignità,
    e la tua fedeltà ogni notte,
  3. sul decacordo e sul saltèro,
    con l'accordo solenne dell'arpa!
  4. Poiché, o Eterno, tu m'hai rallegrato col tuo operare;
    io celebro con giubilo le opere delle tue mani.
  5. Come son grandi le tue opere, o Eterno!
    I tuoi pensieri sono immensamente profondi.

  6. L'uomo insensato non conosce
    e il pazzo non intende questo:
  7. che gli empi germoglian come l'erba
    e gli operatori d'iniquità fioriscono, per esser distrutti in perpetuo.
  8. Ma tu, o Eterno, siedi per sempre in alto.
  9. Poiché, ecco, i tuoi nemici, o Eterno,
    ecco, i tuoi nemici periranno,
    tutti gli operatori d'iniquità saranno dispersi.

  10. Ma tu mi dai la forza del bufalo;
    io son unto d'olio fresco.
  11. L'occhio mio si compiace nel veder la sorte di quelli che m'insidiano,
    le mie orecchie nell'udire quel che avviene ai malvagi
    che si levano contro di me.
  12. Il giusto fiorirà come la palma,
    crescerà come il cedro sul Libano.
  13. Quelli che son piantati nella casa dell'Eterno
    fioriranno nei cortili del nostro Dio.
  14. Porteranno ancora del frutto nella vecchiaia;
    saranno pieni di vigore e verdeggianti,
  15. per annunziare che l'Eterno è giusto;
    egli è la mia ròcca, e non v'è ingiustizia in lui.

Marcello Cicchese
gennaio 2017

Saggezza che viene da Dio
PROVERBI 2
  1. Figlio mio, se ricevi le mie parole e serbi con cura i miei comandamenti,
  2. prestando orecchio alla saggezza e inclinando il cuore all'intelligenza;
  3. sì, se chiami il discernimento e rivolgi la tua voce all'intelligenza,
  4. se la cerchi come l'argento e ti dai a scavarla come un tesoro,
  5. allora comprenderai il timore del Signore e troverai la scienza di Dio.
  6. Il Signore infatti dà la saggezza; dalla sua bocca provengono la scienza e l'intelligenza.
  7. Egli tiene in serbo per gli uomini retti un aiuto potente, uno scudo per quelli che camminano nell'integrità,
  8. allo scopo di proteggere i sentieri della giustizia e di custodire la via dei suoi fedeli.
  9. Allora comprenderai la giustizia, l'equità, la rettitudine, tutte le vie del bene.
  10. Perché la saggezza ti entrerà nel cuore, la scienza sarà la delizia dell'anima tua,
  11. la riflessione veglierà su di te, l'intelligenza ti proteggerà;
  12. essa ti scamperà così dalla via malvagia, dalla gente che parla di cose perverse,
  13. da quelli che lasciano i sentieri della rettitudine per camminare nelle vie delle tenebre,
  14. che godono a fare il male e si compiacciono delle perversità del malvagio,
  15. i cui sentieri sono contorti e percorrono vie tortuose.
  16. Ti salverà dalla donna adultera, dalla infedele che usa parole seducenti,
  17. che ha abbandonato il compagno della sua gioventù e ha dimenticato il patto del suo Dio.
  18. Infatti la sua casa pende verso la morte, e i suoi sentieri conducono ai defunti.
  19. Nessuno di quelli che vanno da lei ne ritorna, nessuno riprende i sentieri della vita.
  20. Così camminerai per la via dei buoni e rimarrai nei sentieri dei giusti.
  21. Gli uomini retti infatti abiteranno la terra, quelli che sono integri vi rimarranno;
  22. ma gli empi saranno sterminati dalla terra, gli sleali ne saranno estirpati.

Marcello Cicchese
aprile 2009

Sovranità e grazia di Dio
ROMANI 8
  1. Or sappiamo che tutte le cose cooperano al bene di quelli che amano Dio, i quali sono chiamati secondo il suo disegno.
GENESI 6
  1. Il Signore vide che la malvagità degli uomini era grande sulla terra e che il loro cuore concepiva soltanto disegni malvagi in ogni tempo.
  2. Il Signore si pentì d'aver fatto l'uomo sulla terra, e se ne addolorò in cuor suo.
  3. E il Signore disse: «Io sterminerò dalla faccia della terra l'uomo che ho creato: dall'uomo al bestiame, ai rettili, agli uccelli dei cieli; perché mi pento di averli fatti».
  4. Ma Noè trovò grazia agli occhi del Signore.
GENESI 12
  1. Il Signore disse ad Abramo: «Va' via dal tuo paese, dai tuoi parenti e dalla casa di tuo padre, e va' nel paese che io ti mostrerò;
  2. io farò di te una grande nazione, ti benedirò e renderò grande il tuo nome e tu sarai fonte di benedizione.
  3. Benedirò quelli che ti benediranno e maledirò chi ti maledirà, e in te saranno benedette tutte le famiglie della terra».
ESODO 3
  1. Il Signore disse: «Ho visto, ho visto l'afflizione del mio popolo che è in Egitto e ho udito il grido che gli strappano i suoi oppressori; infatti conosco i suoi affanni.
  2. Sono sceso per liberarlo dalla mano degli Egiziani e per farlo salire da quel paese in un paese buono e spazioso, in un paese nel quale scorre il latte e il miele, nel luogo dove sono i Cananei, gli Ittiti, gli Amorei, i Ferezei, gli Ivvei e i Gebusei.
  3. E ora, ecco, le grida dei figli d'Israele sono giunte a me; e ho anche visto l'oppressione con cui gli Egiziani li fanno soffrire.
  4. Or dunque va'; io ti mando dal faraone perché tu faccia uscire dall'Egitto il mio popolo, i figli d'Israele».
ESODO 6
  1. Il Signore disse a Mosè: «Ora vedrai quello che farò al faraone; perché, forzato da una mano potente, li lascerà andare: anzi, forzato da una mano potente, li scaccerà dal suo paese».
  2. Dio parlò a Mosè e gli disse: «Io sono il Signore.
  3. Io apparvi ad Abraamo, a Isacco e a Giacobbe, come il Dio onnipotente; ma non fui conosciuto da loro con il mio nome di Signore.
  4. Stabilii pure il mio patto con loro, per dar loro il paese di Canaan, il paese nel quale soggiornavano come forestieri.
  5. Ho anche udito i gemiti dei figli d'Israele che gli Egiziani tengono in schiavitù e mi sono ricordato del mio patto.
  6. Perciò, di' ai figli d'Israele: "Io sono il Signore; quindi vi sottrarrò ai duri lavori di cui vi gravano gli Egiziani, vi libererò dalla loro schiavitù e vi salverò con braccio steso e con grandi atti di giudizio.
DEUTERONOMIO 8
  1. Abbiate cura di mettere in pratica tutti i comandamenti che oggi vi do, affinché viviate, moltiplichiate ed entriate in possesso del paese che il Signore giurò di dare ai vostri padri.
  2. Ricòrdati di tutto il cammino che il Signore, il tuo Dio, ti ha fatto fare in questi quarant'anni nel deserto per umiliarti e metterti alla prova, per sapere quello che avevi nel cuore e se tu avresti osservato o no i suoi comandamenti.
  3. Egli dunque ti ha umiliato, ti ha fatto provare la fame, poi ti ha nutrito di manna, che tu non conoscevi e che i tuoi padri non avevano mai conosciuto, per insegnarti che l'uomo non vive soltanto di pane, ma che vive di tutto quello che procede dalla bocca del Signore.
  1. Nel deserto ti ha nutrito di manna che i tuoi padri non avevano mai conosciuta, per umiliarti e per provarti, per farti, alla fine, del bene.

Marcello Cicchese
gennaio 2008

Preghiera sacerdotale 1

    GIOVANNI 17

  1. Queste cose disse Gesù; poi levati gli occhi al cielo, disse: Padre, l'ora è venuta; glorifica il tuo Figlio, affinché il Figlio glorifichi te, 
  2. poiché gli hai data potestà sopra ogni carne, affinché egli dia vita eterna a tutti quelli che tu gli hai dato. 
  3. E questa è la vita eterna: che conoscano te, il solo vero Dio, e colui che tu hai mandato, Gesù Cristo. 
  4. Io ti ho glorificato sulla terra, avendo compiuto l'opera che tu mi hai data a fare. 
  5. Ed ora, o Padre, glorificami tu presso te stesso della gloria che avevo presso di te avanti che il mondo fosse. 
  6. Io ho manifestato il tuo nome agli uomini che tu mi hai dati dal mondo; erano tuoi, e tu me li hai dati; ed essi hanno osservato la tua parola. 
  7. Ora hanno conosciuto che tutte le cose che tu mi hai date, vengono da te; 
  8. poiché le parole che tu mi hai date, le ho date a loro; ed essi le hanno ricevute, e hanno veramente conosciuto ch'io sono proceduto da te, e hanno creduto che tu mi hai mandato. 
  9. Io prego per loro; non prego per il mondo, ma per quelli che tu mi hai dato, perché sono tuoi; 
  10. e tutte le cose mie sono tue, e le cose tue sono mie; ed io sono glorificato in loro. 
  11. Io non sono più nel mondo, ma essi sono nel mondo, e io vengo a te. Padre santo, conservali nel tuo nome, essi che tu mi hai dati, affinché siano uno, come noi. 
  12. Mentre io ero con loro, io li conservavo nel tuo nome; quelli che tu mi hai dati, li ho anche custoditi, e nessuno di loro è perito, tranne il figlio di perdizione, affinché la Scrittura fosse adempiuta. 
  13. Ma ora io vengo a te; e dico queste cose nel mondo, affinché abbiano compiuta in se stessi la mia allegrezza. 
  14. Io ho dato loro la tua parola; e il mondo li ha odiati, perché non sono del mondo, come io non sono del mondo. 
  15. Io non ti prego che tu li tolga dal mondo, ma che tu li preservi dal maligno. 
  16. Essi non sono del mondo, come io non sono del mondo. 
  17. Santificali nella verità: la tua parola è verità.
  18. Come tu hai mandato me nel mondo, anch'io ho mandato loro nel mondo. 
  19. E per loro io santifico me stesso, affinché anch'essi siano santificati in verità.
  20. Io non prego soltanto per questi, ma anche per quelli che credono in me per mezzo della loro parola: 
  21. che siano tutti uno; che come tu, o Padre, sei in me, ed io sono in te, anch'essi siano in noi: affinché il mondo creda che tu mi hai mandato.
  22. E io ho dato loro la gloria che tu hai dato a me, affinché siano uno come noi siamo uno; 
  23. io in loro, e tu in me; affinché siano perfetti nell'unità, e affinché il mondo conosca che tu mi hai mandato, e che li ami come hai amato me.
  24. Padre, io voglio che dove sono io, siano con me anche quelli che tu mi hai dati, affinché veggano la mia gloria che tu mi hai data; poiché tu mi hai amato avanti la fondazione del mondo.
  25. Padre giusto, il mondo non ti ha conosciuto, ma io ti ho conosciuto; e questi hanno conosciuto che tu mi hai mandato; 
  26. ed io ho fatto loro conoscere il tuo nome, e lo farò conoscere, affinché l'amore del quale tu mi hai amato sia in loro, ed io in loro.

    ATTI 10

  1. Voi sapete quello che è avvenuto per tutta la Giudea cominciando dalla Galilea, dopo il battesimo predicato da Giovanni: 
  2. vale a dire, la storia di Gesù di Nazaret; come Dio l'ha unto di Spirito Santo e di potenza; e come egli è andato attorno facendo del bene, e guarendo tutti coloro che erano sotto il dominio del diavolo, perché Dio era con lui. 
  3. E noi siamo testimoni di tutte le cose ch'egli ha fatte nel paese dei Giudei e in Gerusalemme; ed essi l'hanno ucciso, appendendolo ad un legno. 
  4. Esso ha Dio risuscitato il terzo giorno, e ha fatto sì ch'egli si manifestasse 
  5. non a tutto il popolo, ma ai testimoni che erano prima stati scelti da Dio; cioè a noi, che abbiamo mangiato e bevuto con lui dopo la sua risurrezione dai morti.


Marcello Cicchese
agosto 2017

Preghiera sacerdotale 2

    GIOVANNI 17

  1. Queste cose disse Gesù; poi levati gli occhi al cielo, disse: Padre, l'ora è venuta; glorifica il tuo Figlio, affinché il Figlio glorifichi te, 
  2. poiché gli hai data potestà sopra ogni carne, affinché egli dia vita eterna a tutti quelli che tu gli hai dato. 
  3. E questa è la vita eterna: che conoscano te, il solo vero Dio, e colui che tu hai mandato, Gesù Cristo. 
  4. Io ti ho glorificato sulla terra, avendo compiuto l'opera che tu mi hai data a fare. 
  5. Ed ora, o Padre, glorificami tu presso te stesso della gloria che avevo presso di te avanti che il mondo fosse. 
  6. Io ho manifestato il tuo nome agli uomini che tu mi hai dati dal mondo; erano tuoi, e tu me li hai dati; ed essi hanno osservato la tua parola. 
  7. Ora hanno conosciuto che tutte le cose che tu mi hai date, vengono da te; 
  8. poiché le parole che tu mi hai date, le ho date a loro; ed essi le hanno ricevute, e hanno veramente conosciuto ch'io sono proceduto da te, e hanno creduto che tu mi hai mandato. 
  9. Io prego per loro; non prego per il mondo, ma per quelli che tu mi hai dato, perché sono tuoi; 
  10. e tutte le cose mie sono tue, e le cose tue sono mie; ed io sono glorificato in loro. 
  11. Io non sono più nel mondo, ma essi sono nel mondo, e io vengo a te. Padre santo, conservali nel tuo nome, essi che tu mi hai dati, affinché siano uno, come noi. 
  12. Mentre io ero con loro, io li conservavo nel tuo nome; quelli che tu mi hai dati, li ho anche custoditi, e nessuno di loro è perito, tranne il figlio di perdizione, affinché la Scrittura fosse adempiuta. 
  13. Ma ora io vengo a te; e dico queste cose nel mondo, affinché abbiano compiuta in se stessi la mia allegrezza. 
  14. Io ho dato loro la tua parola; e il mondo li ha odiati, perché non sono del mondo, come io non sono del mondo. 
  15. Io non ti prego che tu li tolga dal mondo, ma che tu li preservi dal maligno. 
  16. Essi non sono del mondo, come io non sono del mondo. 
  17. Santificali nella verità: la tua parola è verità.
  18. Come tu hai mandato me nel mondo, anch'io ho mandato loro nel mondo. 
  19. E per loro io santifico me stesso, affinché anch'essi siano santificati in verità.
  20. Io non prego soltanto per questi, ma anche per quelli che credono in me per mezzo della loro parola: 
  21. che siano tutti uno; che come tu, o Padre, sei in me, ed io sono in te, anch'essi siano in noi: affinché il mondo creda che tu mi hai mandato.
  22. E io ho dato loro la gloria che tu hai dato a me, affinché siano uno come noi siamo uno; 
  23. io in loro, e tu in me; affinché siano perfetti nell'unità, e affinché il mondo conosca che tu mi hai mandato, e che li ami come hai amato me.
  24. Padre, io voglio che dove sono io, siano con me anche quelli che tu mi hai dati, affinché veggano la mia gloria che tu mi hai data; poiché tu mi hai amato avanti la fondazione del mondo.
  25. Padre giusto, il mondo non ti ha conosciuto, ma io ti ho conosciuto; e questi hanno conosciuto che tu mi hai mandato; 
  26. ed io ho fatto loro conoscere il tuo nome, e lo farò conoscere, affinché l'amore del quale tu mi hai amato sia in loro, ed io in loro.


Marcello Cicchese
ottobre 2017

Un sabato sacro
ESODO 31
  1. L'Eterno parlò ancora a Mosè, dicendo:
  2. 'Quanto a te, parla ai figli d'Israele e di' loro: Badate bene d'osservare i miei sabati, perché il sabato è un segno fra me e voi per tutte le vostre generazioni, affinché conosciate che io sono l'Eterno che vi santifica.
  3. Osserverete dunque il sabato, perché è per voi un giorno santo; chi lo profanerà dovrà essere messo a morte; chiunque farà in esso qualche lavoro sarà sterminato di fra il suo popolo.
  4. Si lavorerà sei giorni; ma il settimo giorno è un sabato di solenne riposo, sacro all'Eterno; chiunque farà qualche lavoro nel giorno del sabato dovrà esser messo a morte.
  5. I figli d'Israele quindi osserveranno il sabato, celebrandolo di generazione in generazione come un patto perpetuo.
  6. Esso è un segno perpetuo fra me e i figli d'Israele; poiché in sei giorni l'Eterno fece i cieli e la terra, e il settimo giorno cessò di lavorare, e si riposò'.
  7. Quando l'Eterno ebbe finito di parlare con Mosè sul monte Sinai, gli dette le due tavole della testimonianza, tavole di pietra, scritte col dito di Dio.

Marcello Cicchese
maggio 2017

Benedizione a domicilio?
GENESI 12
  1. Il Signore disse ad Abramo: «Va' via dal tuo paese, dai tuoi parenti e dalla casa di tuo padre, e va' nel paese che io ti mostrerò;
  2. io farò di te una grande nazione, ti benedirò e renderò grande il tuo nome e tu sarai fonte di benedizione.
  3. Benedirò quelli che ti benediranno e maledirò chi ti maledirà, e in te saranno benedette tutte le famiglie della terra».
  4. Abramo partì, come il Signore gli aveva detto, e Lot andò con lui. Abramo aveva settantacinque anni quando partì da Caran.
  5. Abramo prese Sarai sua moglie e Lot, figlio di suo fratello, e tutti i beni che possedevano e le persone che avevano acquistate in Caran, e partirono verso il paese di Canaan.
  6. Giunsero così nella terra di Canaan, e Abramo attraversò il paese fino alla località di Sichem, fino alla quercia di More. In quel tempo i Cananei erano nel paese.
  7. Il Signore apparve ad Abramo e disse: «Io darò questo paese alla tua discendenza». Lì Abramo costruì un altare al Signore che gli era apparso.
  8. Di là si spostò verso la montagna a oriente di Betel, e piantò le sue tende, avendo Betel a occidente e Ai ad oriente; lì costruì un altare al Signore e invocò il nome del Signore.

MARCO 10
  1. Mentre Gesù usciva per la via, un tale accorse e, inginocchiatosi davanti a lui, gli domandò: «Maestro buono, che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?»
  2. Gesù gli disse: «Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, tranne uno solo, cioè Dio.
  3. Tu sai i comandamenti: "Non uccidere; non commettere adulterio; non rubare; non dire falsa testimonianza; non frodare nessuno; onora tuo padre e tua madre"».
  4. Ed egli rispose: «Maestro, tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia gioventù».
  5. Gesù, guardatolo, l'amò e gli disse: «Una cosa ti manca! Va', vendi tutto ciò che hai e dàllo ai poveri e avrai un tesoro in cielo; poi vieni e seguimi».
  6. Ma egli, rattristato da quella parola, se ne andò dolente, perché aveva molti beni.
  7. Gesù, guardatosi attorno, disse ai suoi discepoli: «Quanto difficilmente coloro che hanno delle ricchezze entreranno nel regno di Dio!»
  8. I discepoli si stupirono di queste sue parole. E Gesù replicò loro: «Figlioli, quanto è difficile entrare nel regno di Dio!
  9. È più facile per un cammello passare attraverso la cruna di un ago, che per un ricco entrare nel regno di Dio».
  10. Ed essi sempre più stupiti dicevano tra di loro: «Chi dunque può essere salvato?»
  11. Gesù fissò lo sguardo su di loro e disse: «Agli uomini è impossibile, ma non a Dio; perché ogni cosa è possibile a Dio».
  12. Pietro gli disse: «Ecco, noi abbiamo lasciato ogni cosa e ti abbiamo seguito».
  13. Gesù rispose: «In verità vi dico che non vi è nessuno che abbia lasciato casa, o fratelli, o sorelle, o madre, o padre, o figli, o campi, per amor mio e per amor del vangelo,
  14. il quale ora, in questo tempo, non ne riceva cento volte tanto: case, fratelli, sorelle, madri, figli, campi, insieme a persecuzioni e, nel secolo a venire, la vita eterna.
  15. Ma molti primi saranno ultimi e molti ultimi primi».

PROVERBI 10
  1. Quel che fa ricchi è la benedizione dell'Eterno e il tormento che uno si dà non le aggiunge nulla.

Marcello Cicchese
giugno 2006


Salmo 56
Salmo 56
  1. Abbi pietà di me, o Dio, poiché gli uomini anelano a divorarmi; mi tormentano con una guerra di tutti i giorni;
  2. i miei nemici anelano del continuo a divorarmi, poiché sono molti quelli che m'assalgono con superbia.
  3. Nel giorno in cui temerò, io confiderò in te.
  4. Con l'aiuto di Dio celebrerò la sua parola; in Dio confido, e non temerò; che mi può fare il mortale?
  5. Torcono del continuo le mie parole; tutti i lor pensieri son vòlti a farmi del male.
  6. Si radunano, stanno in agguato, spiano i miei passi, come gente che vuole la mia vita.
  7. Rendi loro secondo la loro iniquità! O Dio, abbatti i popoli nella tua ira!
  8. Tu conti i passi della mia vita errante; raccogli le mie lacrime negli otri tuoi; non sono esse nel tuo registro?
  9. Nel giorno che io griderò, i miei nemici indietreggeranno. Questo io so: che Dio è per me.
  10. Con l'aiuto di Dio celebrerò la sua parola; con l'aiuto dell'Eterno celebrerò la sua parola.
  11. In Dio confido e non temerò; che mi può fare l'uomo?
  12. Tengo presenti i voti che t'ho fatti, o Dio; io t'offrirò sacrifizi di lode;
  13. poiché tu hai riscosso l'anima mia dalla morte, hai guardato i miei piedi da caduta, affinché io cammini, al cospetto di Dio, nella luce de' viventi.

Marcello Cicchese
agosto 2016

Una lampada al piede
Salmo 119
  1. La tua parola è una lampada al mio piede e una luce sul mio sentiero.
  2. Ho giurato, e lo manterrò, di osservare i tuoi giusti giudizi.
  3. Io sono molto afflitto; Signore, rinnova la mia vita secondo la tua parola.
  4. Signore, gradisci le offerte volontarie delle mie labbra e insegnami i tuoi giudizi.
  5. La mia vita è sempre in pericolo, ma io non dimentico la tua legge.
  6. Gli empi mi hanno teso dei lacci, ma io non mi sono allontanato dai tuoi precetti.
  7. Le tue testimonianze sono la mia eredità per sempre, esse sono la gioia del mio cuore.
  8. Ho messo il mio impegno a praticare i tuoi statuti, sempre, sino alla fine.

Marcello Cicchese
gennaio 2008

Il peggiore dei profeti
MATTEO

Capitolo 12
  1. Allora alcuni degli scribi e dei Farisei presero a dirgli: Maestro, noi vorremmo vederti operare un segno.
  2. Ma egli rispose loro: Questa generazione malvagia e adultera chiede un segno; e segno non le sarà dato, tranne il segno del profeta Giona.
  3. Poiché, come Giona stette nel ventre del pesce tre giorni e tre notti, così starà il Figliuol dell'uomo nel cuor della terra tre giorni e tre notti.
  4. I Niniviti risorgeranno nel giudizio con questa generazione e la condanneranno, perché essi si ravvidero alla predicazione di Giona; ed ecco qui vi è più che Giona!

GIONA

Capitolo 1
  1. La parola dell'Eterno fu rivolta a Giona, figliuolo di Amittai, in questi termini:
  2. 'Lèvati, va' a Ninive, la gran città, e predica contro di lei; perché la loro malvagità è salita nel mio cospetto'.
  3. Ma Giona si levò per fuggirsene a Tarsis, lungi dal cospetto dell'Eterno; e scese a Giaffa, dove trovò una nave che andava a Tarsis; e, pagato il prezzo del suo passaggio, s'imbarcò per andare con quei della nave a Tarsis, lungi dal cospetto dell'Eterno.
  4. Ma l'Eterno scatenò un gran vento sul mare, e vi fu sul mare una forte tempesta, sì che la nave minacciava di sfasciarsi.
  5. I marinai ebbero paura, e ognuno gridò al suo dio e gettarono a mare le mercanzie ch'erano a bordo, per alleggerire la nave; ma Giona era sceso nel fondo della nave, s'era coricato, e dormiva profondamente.
  6. Il capitano gli si avvicinò, e gli disse: 'Che fai tu qui a dormire? Lèvati, invoca il tuo dio! Forse Dio si darà pensiero di noi, e non periremo'.
  7. Poi dissero l'uno all'altro: 'Venite, tiriamo a sorte, per sapere a cagione di chi ci capita questa disgrazia'. Tirarono a sorte, e la sorte cadde su Giona.
  8. Allora essi gli dissero: 'Dicci dunque a cagione di chi ci capita questa disgrazia! Qual è la tua occupazione? donde vieni? qual è il tuo paese? e a che popolo appartieni?'
  9. Egli rispose loro: 'Sono Ebreo, e temo l'Eterno, l'Iddio del cielo, che ha fatto il mare e la terra ferma'.
  10. Allora quegli uomini furon presi da grande spavento, e gli dissero: 'Perché hai fatto questo?' Poiché quegli uomini sapevano ch'egli fuggiva lungi dal cospetto dell'Eterno, giacché egli avea dichiarato loro la cosa.
  11. E quelli gli dissero: 'Che ti dobbiam fare perché il mare si calmi per noi?' Poiché il mare si faceva sempre più tempestoso.
  12. Egli rispose loro: 'Pigliatemi e gettatemi in mare, e il mare si calmerà per voi; perché io so che questa forte tempesta vi piomba addosso per cagion mia'.
  13. Nondimeno quegli uomini davan forte nei remi per ripigliar terra; ma non potevano, perché il mare si faceva sempre più tempestoso e minaccioso.
  14. Allora gridarono all'Eterno, e dissero: 'Deh, o Eterno, non lasciar che periamo per risparmiar la vita di quest'uomo, e non ci mettere addosso del sangue innocente; perché tu, o Eterno, hai fatto quel che ti è piaciuto'.
  15. Poi presero Giona e lo gettarono in mare; e la furia del mare si calmò.
  16. E quegli uomini furon presi da un gran timore dell'Eterno; offrirono un sacrifizio all'Eterno, e fecero dei voti.

Capitolo 4
  1. Ma Giona ne provò un gran dispiacere, e ne fu irritato; e pregò l'Eterno, dicendo:
  2. 'O Eterno, non è egli questo ch'io dicevo, mentr'ero ancora nel mio paese? Perciò m'affrettai a fuggirmene a Tarsis; perché sapevo che sei un Dio misericordioso, pietoso, lento all'ira, di gran benignità, e che ti penti del male minacciato.
  3. Or dunque, o Eterno, ti prego, riprenditi la mia vita; poiché per me val meglio morire che vivere'.
  4. E l'Eterno gli disse: 'Fai tu bene a irritarti così?'
  5. Poi Giona uscì dalla città, e si mise a sedere a oriente della città; si fece quivi una capanna, e vi sedette sotto, all'ombra, stando a vedere quello che succederebbe alla città.
  6. E Dio, l'Eterno, per guarirlo della sua irritazione, fece crescere un ricino, che montò su di sopra a Giona per fargli ombra al capo; e Giona provò una grandissima gioia a motivo di quel ricino.
  7. Ma l'indomani, allo spuntar dell'alba, Iddio fece venire un verme, il quale attaccò il ricino, ed esso si seccò.
  8. E come il sole fu levato, Iddio fece soffiare un vento soffocante d'oriente, e il sole picchiò sul capo di Giona, sì ch'egli venne meno, e chiese di morire, dicendo: 'Meglio è per me morire che vivere'.
  9. E Dio disse a Giona: 'Fai tu bene a irritarti così a motivo del ricino?' Egli rispose: 'Sì, faccio bene a irritarmi fino alla morte'.
  10. E l'Eterno disse: 'Tu hai pietà del ricino per il quale non hai faticato, e che non hai fatto crescere, che è nato in una notte e in una notte è perito:
  11. e io non avrei pietà di Ninive, la gran città, nella quale si trovano più di centoventimila persone che non sanno distinguere la loro destra dalla loro sinistra, e tanta quantità di bestiame?'

Marcello Cicchese
febbraio 2015

Salmo 27
Salmo 27
  1. Il Signore è la mia luce e la mia salvezza; di chi temerò?
    Il Signore è il baluardo della mia vita; di chi avrò paura?
  2. Quando i malvagi, che mi sono avversari e nemici, mi hanno assalito per divorarmi, essi stessi hanno vacillato e sono caduti.
  3. Se un esercito si accampasse contro di me, il mio cuore non avrebbe paura; se infuriasse la battaglia contro di me, anche allora sarei fiducioso.
  4. Una cosa ho chiesto al Signore, e quella ricerco: abitare nella casa del Signore tutti i giorni della mia vita, per contemplare la bellezza del Signore, e meditare nel suo tempio.
  5. Poich'egli mi nasconderà nella sua tenda in giorno di sventura, mi custodirà nel luogo più segreto della sua dimora, mi porterà in alto sopra una roccia.
  6. E ora la mia testa s'innalza sui miei nemici che mi circondano. Offrirò nella sua dimora sacrifici con gioia; canterò e salmeggerò al Signore.

  7. O Signore, ascolta la mia voce quando t'invoco; abbi pietà di me, e rispondimi.
  8. Il mio cuore mi dice da parte tua: «Cercate il mio volto!»
    Io cerco il tuo volto, o Signore.
  9. Non nascondermi il tuo volto, non respingere con ira il tuo servo;tu sei stato il mio aiuto; non lasciarmi, non abbandonarmi, o Dio della mia salvezza!
  10. Qualora mio padre e mia madre m'abbandonino, il Signore mi accoglierà.
  11. O Signore, insegnami la tua via, guidami per un sentiero diritto, a causa dei miei nemici.
  12. Non darmi in balìa dei miei nemici; perché sono sorti contro di me falsi testimoni, gente che respira violenza.
  13. Ah, se non avessi avuto fede di veder la bontà del Signore sulla terra dei viventi!
  14. Spera nel Signore! Sii forte, il tuo cuore si rinfranchi; sì, spera nel Signore!

Marcello Cicchese
dicembre 2007

Il Re dei Giudei
Il Re dei Giudei

Dalla Sacra Scrittura

MATTEO 2
  1. Or essendo Gesù nato in Betleem di Giudea, ai dì del re Erode, ecco dei magi d'Oriente arrivarono in Gerusalemme, dicendo:
  2. Dov'è il re de' Giudei che è nato? Poiché noi abbiam veduto la sua stella in Oriente e siam venuti per adorarlo.
  3. Udito questo, il re Erode fu turbato, e tutta Gerusalemme con lui.
  4. E radunati tutti i capi sacerdoti e gli scribi del popolo, s'informò da loro dove il Cristo doveva nascere.
  5. Ed essi gli dissero: In Betleem di Giudea; poiché così è scritto per mezzo del profeta:
  6. E tu, Betleem, terra di Giuda, non sei punto la minima fra le città principali di Giuda; perché da te uscirà un Principe, che pascerà il mio popolo Israele.
  7. Allora Erode, chiamati di nascosto i magi, s'informò esattamente da loro del tempo in cui la stella era apparita;
  8. e mandandoli a Betleem, disse loro: Andate e domandate diligentemente del fanciullino; e quando lo avrete trovato, fatemelo sapere, affinché io pure venga ad adorarlo.
  9. Essi dunque, udito il re, partirono; ed ecco la stella che avevano veduta in Oriente, andava dinanzi a loro, finché, giunta al luogo dov'era il fanciullino, vi si fermò sopra.
  10. Ed essi, veduta la stella, si rallegrarono di grandissima allegrezza.
  11. Ed entrati nella casa, videro il fanciullino con Maria sua madre; e prostratisi, lo adorarono; ed aperti i loro tesori, gli offrirono dei doni: oro, incenso e mirra.
  12. Poi, essendo stati divinamente avvertiti in sogno di non ripassare da Erode, per altra via tornarono al loro paese.
GIOVANNI 18
  1. Poi, da Caiàfa, menarono Gesù nel pretorio. Era mattina, ed essi non entrarono nel pretorio per non contaminarsi e così poter mangiare la pasqua.
  2. Pilato dunque uscì fuori verso di loro, e domandò: Quale accusa portate contro quest'uomo?
  3. Essi risposero e gli dissero: Se costui non fosse un malfattore, non te lo avremmo dato nelle mani.
  4. Pilato quindi disse loro: Pigliatelo voi, e giudicatelo secondo la vostra legge. I Giudei gli dissero: A noi non è lecito far morire alcuno.
  5. E ciò affinché si adempisse la parola che Gesù aveva detta, significando di qual morte doveva morire.
  6. Pilato dunque rientrò nel pretorio; chiamò Gesù e gli disse: Sei tu il Re dei Giudei?
  7. Gesù gli rispose: Dici tu questo di tuo, oppure altri te l'hanno detto di me?
  8. Pilato gli rispose: Son io forse giudeo? La tua nazione e i capi sacerdoti t'hanno messo nelle mie mani; che hai fatto?
  9. Gesù rispose: il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori combatterebbero perch'io non fossi dato in mano dei Giudei; ma ora il mio regno non è di qui.
  10. Allora Pilato gli disse: Ma dunque, sei tu re? Gesù rispose: Tu lo dici; io sono re; io sono nato per questo, e per questo son venuto nel mondo, per testimoniare della verità. Chiunque è per la verità ascolta la mia voce.
  11. Pilato gli disse: Che cos'è verità? E detto questo, uscì di nuovo verso i Giudei, e disse loro: Io non trovo alcuna colpa in lui.
  12. Ma voi avete l'usanza ch'io vi liberi uno per la Pasqua; volete dunque che vi liberi il Re de' Giudei?
  13. Allora gridaron di nuovo: Non costui, ma Barabba! Or Barabba era un ladrone.
Marcello Cicchese
ottobre 2019

Come cerva che assetata
Marcello Cicchese
gennaio 2008

Vanità delle vanità
Vanità delle vanità, tutto è vanità

Dalla Sacra Scrittura

ECCLESIASTE 1
  1. Parole dell'Ecclesiaste, figlio di Davide, re di Gerusalemme.
  2. Vanità delle vanità, dice l'Ecclesiaste, vanità delle vanità, tutto è vanità.
  3. Che profitto ha l'uomo di tutta la fatica che sostiene sotto il sole?
  4. Una generazione se ne va, un'altra viene, e la terra sussiste per sempre.
  5. Anche il sole sorge, poi tramonta, e si affretta verso il luogo da cui sorgerà di nuovo.
  6. Il vento soffia verso il mezzogiorno, poi gira verso settentrione; va girando, girando continuamente, per ricominciare gli stessi giri.
  7. Tutti i fiumi corrono al mare, eppure il mare non si riempie; al luogo dove i fiumi si dirigono, continuano a dirigersi sempre.
  8. Ogni cosa è in travaglio, più di quanto l'uomo possa dire; l'occhio non si sazia mai di vedere e l'orecchio non è mai stanco di udire.
  9. Ciò che è stato è quel che sarà; ciò che si è fatto è quel che si farà; non c'è nulla di nuovo sotto il sole.
  10. C'è forse qualcosa di cui si possa dire: «Guarda, questo è nuovo?» Quella cosa esisteva già nei secoli che ci hanno preceduto.
  11. Non rimane memoria delle cose d'altri tempi; così di quanto succederà in seguito non rimarrà memoria fra quelli che verranno più tardi.
  12. Io, l'Ecclesiaste, sono stato re d'Israele a Gerusalemme,
  13. e ho applicato il cuore a cercare e a investigare con saggezza tutto ciò che si fa sotto il cielo: occupazione penosa, che Dio ha data ai figli degli uomini perché vi si affatichino.
  14. Io ho visto tutto ciò che si fa sotto il sole: ed ecco tutto è vanità, è un correre dietro al vento.
  15. Ciò che è storto non può essere raddrizzato, ciò che manca non può essere contato.
  16. Io ho detto, parlando in cuor mio: «Ecco io ho acquistato maggiore saggezza di tutti quelli che hanno regnato prima di me a Gerusalemme; sì, il mio cuore ha posseduto molta saggezza e molta scienza».
  17. Ho applicato il cuore a conoscere la saggezza, e a conoscere la follia e la stoltezza; ho riconosciuto che anche questo è un correre dietro al vento.
  18. Infatti, dov'è molta saggezza c'è molto affanno, e chi accresce la sua scienza accresce il suo dolore.

ECCLESIASTE 2
  1. Io ho detto in cuor mio: «Andiamo! Ti voglio mettere alla prova con la gioia, e tu godrai il piacere!» Ed ecco che anche questo è vanità.
  2. Io ho detto del riso: «É una follia»; e della gioia: «A che giova?»
  1. Perciò ho odiato la vita, perché tutto quello che si fa sotto il sole mi è divenuto odioso, poiché tutto è vanità, un correre dietro al vento.

ECCLESIASTE 12
  1. Ascoltiamo dunque la conclusione di tutto il discorso: Temi Dio e osserva i suoi comandamenti, perché questo è il tutto dell'uomo.

1 PIETRO 1
  1. E se invocate come Padre colui che giudica senza favoritismi, secondo l'opera di ciascuno, comportatevi con timore durante il tempo del vostro soggiorno terreno;
  2. sapendo che non con cose corruttibili, con argento o con oro, siete stati riscattati dal vano modo di vivere tramandatovi dai vostri padri,
  3. ma con il prezioso sangue di Cristo, come quello di un agnello senza difetto né macchia.
  4. Già designato prima della creazione del mondo, egli è stato manifestato negli ultimi tempi per voi;
  5. per mezzo di lui credete in Dio che lo ha risuscitato dai morti e gli ha dato gloria affinché la vostra fede e la vostra speranza fossero in Dio.
  6. Avendo purificato le anime vostre con l'ubbidienza alla verità per giungere a un sincero amor fraterno, amatevi intensamente a vicenda di vero cuore,
  7. perché siete stati rigenerati non da seme corruttibile, ma incorruttibile, cioè mediante la parola vivente e permanente di Dio.
  8. Infatti, «ogni carne è come l'erba, e ogni sua gloria come il fiore dell'erba. L'erba diventa secca e il fiore cade;
  9. ma la parola del Signore rimane in eterno». E questa è la parola della buona notizia che vi è stata annunziata.

1 CORINZI 15
  1. Quando poi questo corruttibile avrà rivestito incorruttibilità e questo mortale avrà rivestito immortalità, allora sarà adempiuta la parola che è scritta: «La morte è stata sommersa nella vittoria».
  2. «O morte, dov'è la tua vittoria? O morte, dov'è il tuo dardo?»
  3. Ora il dardo della morte è il peccato, e la forza del peccato è la legge;
  4. ma ringraziato sia Dio, che ci dà la vittoria per mezzo del nostro Signore Gesù Cristo.
  5. Perciò, fratelli miei carissimi, state saldi, incrollabili, sempre abbondanti nell'opera del Signore, sapendo che la vostra fatica non è vana nel Signore.
Marcello Cicchese
8 ottobre 2006

La prova della fede
La prova della fede

Dalla Sacra Scrittura

GIACOMO 1
  1. Giacomo, servo di Dio e del Signore Gesù Cristo, alle dodici tribù che sono disperse nel mondo: salute.
  2. Fratelli miei, considerate una grande gioia quando venite a trovarvi in prove svariate,
  3. sapendo che la prova della vostra fede produce costanza.
  4. E la costanza compia pienamente l'opera sua in voi, perché siate perfetti e completi, di nulla mancanti.
  5. Se poi qualcuno di voi manca di saggezza, la chieda a Dio che dona a tutti generosamente senza rinfacciare, e gli sarà data.
  6. Ma la chieda con fede, senza dubitare; perché chi dubita rassomiglia a un'onda del mare, agitata dal vento e spinta qua e là.
  7. Un tale uomo non pensi di ricevere qualcosa dal Signore,
  8. perché è di animo doppio, instabile in tutte le sue vie.
  9. Il fratello di umile condizione sia fiero della sua elevazione;
  10. e il ricco, della sua umiliazione, perché passerà come il fiore dell'erba.
  11. Infatti il sole sorge con il suo calore ardente e fa seccare l'erba, e il suo fiore cade e la sua bella apparenza svanisce; anche il ricco appassirà così nelle sue imprese.
  12. Beato l'uomo che sopporta la prova; perché, dopo averla superata, riceverà la corona della vita, che il Signore ha promessa a quelli che lo amano.
Marcello Cicchese
1 ottobre 2006

L’enigma Gesù
L’enigma Gesù

Dalla Sacra Scrittura

MARCO 15
  1. E venuta l'ora sesta, si fecero tenebre per tutto il paese, fino all'ora nona.
  2. E all'ora nona, Gesù gridò con gran voce: Eloì, Eloì, lamà sabactanì? il che, interpretato, vuol dire: Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?
  3. E alcuni degli astanti, udito ciò, dicevano: Ecco, chiama Elia!
  4. E uno di loro corse, e inzuppata d'aceto una spugna, e postala in cima ad una canna, gli diè da bere dicendo: Aspettate, vediamo se Elia viene a trarlo giù.
  5. E Gesù, gettato un gran grido, rendé lo spirito.
  1. Ed essendo già sera (poiché era Preparazione, cioè la vigilia del sabato),
  2. venne Giuseppe d'Arimatea, consigliere onorato, il quale aspettava anch'egli il Regno di Dio; e, preso ardire, si presentò a Pilato e domandò il corpo di Gesù.
  3. Pilato si meravigliò ch'egli fosse già morto; e chiamato a sé il centurione, gli domandò se era morto da molto tempo;
  4. e saputolo dal centurione, donò il corpo a Giuseppe.
  5. E questi, comprato un panno lino e tratto Gesù giù di croce, l'involse nel panno e lo pose in una tomba scavata nella roccia, e rotolò una pietra contro l'apertura del sepolcro.
ATTI 1
  1. Nel mio primo libro, o Teofilo, parlai di tutto quel che Gesù prese e a fare e ad insegnare,
  2. fino al giorno che fu assunto in cielo, dopo aver dato per lo Spirito Santo dei comandamenti agli apostoli che avea scelto.
  3. Ai quali anche, dopo ch'ebbe sofferto, si presentò vivente con molte prove, facendosi veder da loro per quaranta giorni, e ragionando delle cose relative al regno di Dio.

  4. E trovandosi con essi, ordinò loro di non dipartirsi da Gerusalemme, ma di aspettarvi il compimento della promessa del Padre, la quale, egli disse, avete udita da me.
  5. Poiché Giovanni Battista battezzò sì con acqua, ma voi sarete battezzati con lo Spirito Santo tra non molti giorni.
  6. Quelli dunque che erano radunati, gli domandarono: Signore, è egli in questo tempo che ristabilirai il regno ad Israele?
  7. Egli rispose loro: Non sta a voi di sapere i tempi o i momenti che il Padre ha riserbato alla sua propria autorità.
  8. Ma voi riceverete potenza quando lo Spirito Santo verrà su di voi, e mi sarete testimoni e in Gerusalemme, e in tutta la Giudea e Samaria, e fino all'estremità della terra.

  9. E dette queste cose, mentre essi guardavano, fu elevato; e una nuvola, accogliendolo, lo tolse d'innanzi agli occhi loro.
  10. E come essi aveano gli occhi fissi in cielo, mentr'egli se ne andava, ecco che due uomini in vesti bianche si presentarono loro e dissero:
  11. Uomini Galilei, perché state a guardare verso il cielo? Questo Gesù che è stato tolto da voi ed assunto dal cielo, verrà nella medesima maniera che l'avete veduto andare in cielo.

  12. Allora essi tornarono a Gerusalemme dal monte chiamato dell'Uliveto, il quale è vicino a Gerusalemme, non distandone che un cammin di sabato.
  13. E come furono entrati, salirono nella sala di sopra ove solevano trattenersi Pietro e Giovanni e Giacomo e Andrea, Filippo e Toma, Bartolomeo e Matteo, Giacomo d'Alfeo, e Simone lo Zelota, e Giuda di Giacomo.
  14. Tutti costoro perseveravano di pari consentimento nella preghiera, con le donne, e con Maria, madre di Gesù, e coi fratelli di lui.
Marcello Cicchese
dicembre 2019

Salmi 124, 129
Salmo 124
  1. Se non fosse stato l'Eterno
    che fu per noi,
    lo dica pure ora Israele,
  2. se non fosse stato l'Eterno
    che fu per noi,
    quando gli uomini si levarono
    contro noi,
  3. allora ci avrebbero inghiottiti tutti vivi, quando l'ira loro
    ardeva contro noi;
  4. allora le acque ci avrebbero sommerso, il torrente sarebbe passato sull'anima nostra;
  5. allora le acque orgogliose sarebbero passate sull'anima nostra.
  6. Benedetto sia l'Eterno
    che non ci ha dato in preda ai loro denti!
  7. L'anima nostra è scampata,
    come un uccello dal laccio degli uccellatori;
    il laccio è stato rotto, e noi siamo scampati.
  8. Il nostro aiuto è nel nome dell'Eterno,
    che ha fatto il cielo e la terra.

Salmo 129
  1. Molte volte m'hanno oppresso dalla mia giovinezza!
    Lo dica pure Israele:
  2. Molte volte m'hanno oppresso dalla mia giovinezza;
    eppure, non hanno potuto vincermi.
  3. Degli aratori hanno arato sul mio dorso,
    v'hanno tracciato i loro lunghi solchi.
  4. L'Eterno è giusto;
    egli ha tagliato le funi degli empi.
  5. Siano confusi e voltin le spalle
    tutti quelli che odiano Sion!
  6. Siano come l'erba dei tetti,
    che secca prima di crescere!
  7. Non se n'empie la mano il mietitore,
    né le braccia chi lega i covoni;
  8. e i passanti non dicono:
    La benedizione dell'Eterno sia sopra voi;
    noi vi benediciamo nel nome dell'Eterno!
Marcello Cicchese
31 maggio 2015

Dio con gli uomini
Dio abiterà con gli uomini

Dalla Sacra Scrittura

Apocalisse 21:1-3
  1. Poi vidi un nuovo cielo e una nuova terra, poiché il primo cielo e la prima terra erano scomparsi, e il mare non c'era più.
  2. E vidi la santa città, la nuova Gerusalemme, scendere giù dal cielo da presso Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo.
  3. E udii una gran voce dal trono, che diceva: «Ecco il tabernacolo (skene) di Dio con gli uomini! Egli abiterà (skenao) con loro, ed essi saranno suoi popoli e Dio stesso sarà con loro e sarà loro Dio."
Esodo 25
  1. E mi facciano un santuario perch'io abiti (shachan) in mezzo a loro.
  2. Me lo farete in tutto e per tutto secondo il modello del tabernacolo (mishchan) e secondo il modello di tutti i suoi arredi, che io sto per mostrarti.
Esodo 29
  1. Sarà un olocausto perpetuo offerto dai vostri discendenti, all'ingresso della tenda di convegno, davanti all'Eterno, dove io v'incontrerò per parlare qui con te.
  2. E là io mi troverò coi figli d'Israele; e la tenda sarà santificata dalla mia gloria.
  3. E santificherò la tenda di convegno e l'altare; anche Aaronne e i suoi figliuoli santificherò, perché mi esercitino l'ufficio di sacerdoti.
  4. E abiterò (shachan) in mezzo ai figli d'Israele e sarò il loro Dio.
  5. Ed essi conosceranno che io sono l'Eterno, l'Iddio loro, che li ho tratti dal paese d'Egitto per abitare (shachan) tra loro. Io sono l'Eterno, l'Iddio loro.
Giovanni 1
  1. E la Parola è stata fatta carne ed ha abitato (skenao) per un tempo fra noi, piena di grazia e di verità; e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come quella dell'Unigenito venuto da presso al Padre.
Luca 17
  1. Il regno di Dio non viene in modo da attirare gli sguardi; né si dirà:
  2. "Eccolo qui", o "eccolo là"; perché, ecco, il regno di Dio è in mezzo a voi.
Giovanni 1
  1. Egli era nel mondo, e il mondo fu fatto per mezzo di lui, ma il mondo non l'ha conosciuto.
  2. È venuto in casa sua, e i suoi non l'hanno ricevuto:
  3. ma a tutti quelli che l'hanno ricevuto egli ha dato il diritto di diventare figli di Dio; a quelli, cioè, che credono nel suo nome.
Matteo 18
  1. Poiché dovunque due o tre sono riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro.
1 Corinzi 3
  1. Non sapete che siete il tempio di Dio e che lo Spirito di Dio abita in voi?
  2. Se uno guasta il tempio di Dio, Dio guasterà lui; poiché il tempio di Dio è santo; e questo tempio siete voi.
Giovanni 14
  1. Il vostro cuore non sia turbato; abbiate fede in Dio, e abbiate fede anche in me!
  2. Nella casa del Padre mio ci sono molte dimore; se no, vi avrei detto forse che vado a prepararvi un luogo?
  3. Quando sarò andato e vi avrò preparato un luogo, tornerò e vi accoglierò presso di me, affinché dove sono io, siate anche voi".
Marcello Cicchese
novembre 2016

Io vi darò riposo
  «Io vi darò riposo»

  Matteo 11:28-30
  Venite a me, voi tutti
  che siete travagliati ed aggravati,
  e io vi darò riposo.
  Prendete su voi il mio giogo
  ed imparate da me,
  perch'io sono mansueto ed umile di cuore;
  e voi troverete riposo alle anime vostre;
  poiché il mio giogo è dolce
  e il mio carico è leggero.

Marcello Cicchese
ottobre 2015

Tempi difficili
Negli ultimi giorni
verranno tempi difficili


Seconda lettera di Paolo a Timoteo

Capitolo 3
  1. Or sappi questo: che negli ultimi giorni verranno dei tempi difficili;
  2. perché gli uomini saranno egoisti, amanti del denaro, vanagloriosi, superbi, bestemmiatori, disubbidienti ai genitori, ingrati, irreligiosi,
  3. senza affezione naturale, mancatori di fede, calunniatori, intemperanti, spietati, senza amore per il bene,
  4. traditori, temerari, gonfi, amanti del piacere anziché di Dio,
  5. avendo le forme della pietà, ma avendone rinnegata la potenza.
  6. Anche costoro schiva! Poiché del numero di costoro sono quelli che s'insinuano nelle case e cattivano donnicciuole cariche di peccati, e agitate da varie cupidigie,
  7. che imparano sempre e non possono mai pervenire alla conoscenza della verità.
  8. E come Jannè e Iambrè contrastarono a Mosè, così anche costoro contrastano alla verità: uomini corrotti di mente, riprovati quanto alla fede.
  9. Ma non andranno più oltre, perché la loro stoltezza sarà manifesta a tutti, come fu quella di quegli uomini.
  10. Quanto a te, tu hai tenuto dietro al mio insegnamento, alla mia condotta, ai miei propositi, alla mia fede, alla mia pazienza, al mio amore, alla mia costanza,
  11. alle mie persecuzioni, alle mie sofferenze, a quel che mi avvenne ad Antiochia, ad Iconio ed a Listra. Sai quali persecuzioni ho sopportato; e il Signore mi ha liberato da tutte.
  12. E d'altronde tutti quelli che vogliono vivere piamente in Cristo Gesù saranno perseguitati;
  13. mentre i malvagi e gli impostori andranno di male in peggio, seducendo ed essendo sedotti.
  14. Ma tu persevera nelle cose che hai imparate e delle quali sei stato accertato, sapendo da chi le hai imparate,
  15. e che fin da fanciullo hai avuto conoscenza degli Scritti sacri, i quali possono renderti savio a salute mediante la fede che è in Cristo Gesù.
  16. Ogni Scrittura è ispirata da Dio e utile ad insegnare, a riprendere, a correggere, a educare alla giustizia,
  17. affinché l'uomo di Dio sia compiuto, appieno fornito per ogni opera buona.

Capitolo 4
  1. Io te ne scongiuro nel cospetto di Dio e di Cristo Gesù che ha da giudicare i vivi e i morti, e per la sua apparizione e per il suo regno:
  2. Predica la Parola, insisti a tempo e fuor di tempo, riprendi, sgrida, esorta con grande pazienza e sempre istruendo.
  3. Perché verrà il tempo che non sopporteranno la sana dottrina; ma per prurito d'udire si accumuleranno dottori secondo le loro proprie voglie
  4. e distoglieranno le orecchie dalla verità e si volgeranno alle favole.
  5. Ma tu sii vigilante in ogni cosa, soffri afflizioni, fa' l'opera d'evangelista, compi tutti i doveri del tuo ministero.
Marcello Cicchese
luglio 2015

Il libro di Giobbe
Giobbe: una questione di giustizia

La figura di Giobbe viene di solito messa in relazione con il problema della sofferenza. Dallo studio del libro su cui si basa la seguente predicazione emerge invece che l’angoscioso tormento in cui si dibatte Giobbe non è dovuto all’inesplicabilità del problema della sofferenza, ma al crollo di un pilastro che aveva sostenuto fino a quel momento la sua vita: la fede nella giustizia di Dio. Le “buone parole” con cui i suoi amici cercano di metterlo sulla buona strada lo spingono sempre di più sul ciglio di un baratro in cui corre il rischio di cadere e perdersi definitivamente: il pensiero di essere più giusto di Dio.

Marcello Cicchese
novembre 2018

Testo delle letture

1.6 Or accadde un giorno, che i figli di Dio vennero a presentarsi davanti all'Eterno, e Satana venne anch'egli in mezzo a loro.
   7 E l'Eterno disse a Satana: 'Da dove vieni?' E Satana rispose all'Eterno: 'Dal percorrere la terra e dal passeggiar per essa'.
   8 E l'Eterno disse a Satana: 'Hai tu notato il mio servo Giobbe? Non ce n'è un altro sulla terra che come lui sia integro, retto, tema Iddio e fugga il male'.
   9 E Satana rispose all'Eterno: 'È egli forse per nulla che Giobbe teme Iddio?
 10 Non l'hai tu circondato d'un riparo, lui, la sua casa, e tutto quello che possiede? Tu hai benedetto l'opera delle sue mani, e il suo bestiame ricopre tutto il paese.
 11 Ma stendi un po' la tua mano, tocca quanto egli possiede, e vedrai se non ti rinnega in faccia'.
 12 E l'Eterno disse a Satana: 'Ebbene! tutto quello che possiede è in tuo potere; soltanto, non stender la mano sulla sua persona'. - E Satana si ritirò dalla presenza dell'Eterno.


1.20 Allora Giobbe si alzò e si stracciò il mantello e si rase il capo e si prostrò a terra e adorò e disse:
   21 'Nudo sono uscito dal seno di mia madre, e nudo tornerò in seno della terra; l'Eterno ha dato, l'Eterno ha tolto; sia benedetto il nome dell'Eterno'.
   22 In tutto questo Giobbe non peccò e non attribuì a Dio nulla di mal fatto.


2.E l'Eterno disse a Satana:
   3 'Hai tu notato il mio servo Giobbe? Non ce n'è un altro sulla terra che come lui sia integro, retto, tema Iddio e fugga il male. Egli si mantiene saldo nella sua integrità benché tu m'abbia incitato contro di lui per rovinarlo senza alcun motivo'.
   4 E Satana rispose all'Eterno: 'Pelle per pelle! L'uomo dà tutto quel che possiede per la sua vita;
   5 ma stendi un po' la tua mano, toccagli le ossa e la carne, e vedrai se non ti rinnega in faccia'.
   6 E l'Eterno disse a Satana: 'Ebbene esso è in tuo potere; soltanto, rispetta la sua vita'.
   7 E Satana si ritirò dalla presenza dell'Eterno e colpì Giobbe d'un'ulcera maligna dalla pianta de' piedi al sommo del capo; e Giobbe prese un còccio per grattarsi, e stava seduto nella cenere.
   8 E sua moglie gli disse: 'Ancora stai saldo nella tua integrità?
   9 Ma lascia stare Iddio, e muori!'
10 E Giobbe a lei: 'Tu parli da donna insensata! Abbiamo accettato il bene dalla mano di Dio, e rifiuteremmo d'accettare il male?' - In tutto questo Giobbe non peccò con le sue labbra.


3.1 Allora Giobbe aprì la bocca e maledisse il giorno della sua nascita.
   2 E prese a dire così:
   3 «Perisca il giorno ch'io nacqui e la notte che disse: 'È concepito un maschio!'
   4 Quel giorno si converta in tenebre, non se ne curi Iddio dall'alto, né splenda sovr'esso raggio di luce!
   5 Se lo riprendano le tenebre e l'ombra di morte, resti sovr'esso una fitta nuvola, le eclissi lo riempiano di paura!


3.11 Perché non morii nel seno di mia madre? Perché non spirai appena uscito dalle sue viscere?
   12 Perché trovai delle ginocchia per ricevermi e delle mammelle da poppare?
   20 Perché dar la luce all'infelice e la vita a chi ha l'anima nell'amarezza,
   23 Perché dar vita a un uomo la cui via è oscura, e che Dio ha stretto in un cerchio?


9.20 Fossi pur giusto, la mia bocca stessa mi condannerebbe; fossi pure integro, essa mi farebbe dichiarar perverso.
   21 Integro! Sì, lo sono! di me non mi preme, io disprezzo la vita!
   22 Per me è tutt'uno! perciò dico: 'Egli distrugge ugualmente l'integro ed il malvagio.
   23 Se un flagello, a un tratto, semina la morte, egli ride dello sgomento degli innocenti.
   24 La terra è data in balìa dei malvagi; egli vela gli occhi ai giudici di essa; se non è lui, chi è dunque'?


13.7 Volete dunque difendere Iddio parlando iniquamente?


19.5 Ma se proprio volete insuperbire contro di me e rimproverarmi la vergogna in cui mi trovo,
    6 allora sappiatelo: chi m'ha fatto torto e m'ha avvolto nelle sue reti è Dio.
    7 Ecco, io grido: 'Violenza!' e nessuno risponde; imploro aiuto, ma non c'è giustizia!


24.12 Sale dalle città il gemito dei morenti; l'anima de' feriti implora aiuto, e Dio non si cura di codeste infamie!

24.22 Iddio con la sua forza prolunga i giorni dei prepotenti, i quali risorgono, quand'ormai disperavano della vita.

24.25 Se così non è, chi mi smentirà, chi annienterà il mio dire?


27.5 Lungi da me l'idea di darvi ragione! Fino all'ultimo respiro non mi lascerò togliere la mia integrità.
    6 Ho preso a difendere la mia giustizia e non cederò; il cuore non mi rimprovera uno solo dei miei giorni.


31.35 Oh, avessi pure chi m'ascoltasse!... ecco qua la mia firma! l'Onnipotente mi risponda! Scriva l'avversario mio la sua querela,
    36 ed io la porterò attaccata alla mia spalla, me la cingerò come un diadema!
    37 Gli renderò conto di tutti i miei passi, a lui mi avvicinerò come un principe!


1.6 Or avvenne un giorno, che i figli di Dio vennero a presentarsi davanti all'Eterno, e Satana venne anch'egli in mezzo a loro.


16.19 Già fin d'ora, ecco, il mio Testimonio è in cielo, il mio Garante è nei luoghi altissimi.
    20 Gli amici mi deridono, ma a Dio si volgon piangenti gli occhi miei;
    21 sostenga egli le ragioni dell'uomo presso Dio, le ragioni del figlio dell'uomo contro i suoi compagni!


19.25 Ma io so che il mio Vendicatore vive, e che alla fine si leverà sulla polvere.
    26 E quando, dopo la mia pelle, sarà distrutto questo corpo, senza la mia carne, vedrò Iddio.
    27 Io lo vedrò a me favorevole; lo contempleranno gli occhi miei, non quelli d'un altro... il cuore, dalla brama, mi si strugge in seno!


9.32 Dio non è un uomo come me, perch'io gli risponda e che possiam comparire in giudizio assieme.
  33 Non c'è fra noi un arbitro, che posi la mano su tutti e due!


42.7 Dopo che ebbe rivolto questi discorsi a Giobbe, l'Eterno disse a Elifaz di Teman: 'L'ira mia è accesa contro te e contro i tuoi due amici, perché non avete parlato di me secondo la verità, come ha fatto il mio servo Giobbe.


32.1 Quei tre uomini cessarono di rispondere a Giobbe perché egli si credeva giusto.
     2 Allora l'ira di Elihu, figliuolo di Barakeel il Buzita, della tribù di Ram, s'accese:
     3 s'accese contro Giobbe, perché riteneva giusto se stesso anziché Dio; s'accese anche contro i tre amici di lui perché non avean trovato che rispondere, sebbene condannassero Giobbe.


32.13 Non avete dunque ragione di dire: 'Abbiam trovato la sapienza! Dio soltanto lo farà cedere; non l'uomo!'
 14 Egli non ha diretto i suoi discorsi contro a me, ed io non gli risponderò colle vostre parole.


33.1 Ma pure, ascolta, o Giobbe, il mio dire, porgi orecchio a tutte le mie parole!
   2 Ecco, apro la bocca, la lingua parla sotto il mio palato.
   3 Nelle mie parole è la rettitudine del mio cuore; e le mie labbra diran sinceramente quello che so.
   4 Lo spirito di Dio mi ha creato, e il soffio dell'Onnipotente mi dà la vita.
   5 Se puoi, rispondimi; prepara le tue ragioni, fatti avanti!
   6 Ecco, io sono uguale a te davanti a Dio; anch'io, fui tratto dall'argilla.
   7 Spavento di me non potrà quindi sgomentarti, e il peso della mia autorità non ti potrà schiacciare.
   8 Davanti a me tu dunque hai detto (e ho bene udito il suono delle tue parole):
   9 'Io sono puro, senza peccato; sono innocente, non c'è iniquità in me;
 10 ma Dio trova contro me degli appigli ostili, mi tiene per suo nemico;
 11 mi mette i piedi nei ceppi, spia tutti i miei movimenti'.
 12 E io ti rispondo: In questo non hai ragione; giacché Dio è più grande dell'uomo.
 13 Perché contendi con lui? poich'egli non rende conto d'alcuno dei suoi atti.
 14 Iddio parla, bensì, una volta ed anche due, ma l'uomo non ci bada;
 15 parla per via di sogni, di visioni notturne, quando un sonno profondo cade sui mortali, quando sui loro letti essi giacciono assopiti;
 16 allora egli apre i loro orecchi e dà loro in segreto degli ammonimenti,
 17 per distoglier l'uomo dal suo modo d'agire e tener lungi da lui la superbia;
 18 per salvargli l'anima dalla fossa, la vita dal dardo mortale.
 19 L'uomo è anche ammonito sul suo letto, dal dolore, dall'agitazione incessante delle sue ossa;
 20 quand'egli ha in avversione il pane, e l'anima sua schifa i cibi più squisiti;
 21 la carne gli si consuma, e sparisce, mentre le ossa, prima invisibili, gli escon fuori,
 22 l'anima sua si avvicina alla fossa, e la sua vita a quelli che danno la morte.
 23 Ma se, presso a lui, v'è un angelo, un interprete, uno solo fra i mille, che mostri all'uomo il suo dovere,
 24 Iddio ha pietà di lui e dice: 'Risparmialo, che non scenda nella fossa! Ho trovato il suo riscatto'.
 25 Allora la sua carne divien fresca più di quella d'un bimbo; egli torna ai giorni della sua giovinezza;
 26 implora Dio, e Dio gli è propizio; gli dà di contemplare il suo volto con giubilo, e lo considera di nuovo come giusto.
 27 Ed egli va cantando fra la gente e dice: 'Avevo peccato, pervertito la giustizia, e non sono stato punito come meritavo.
 28 Iddio ha riscattato l'anima mia, onde non scendesse nella fossa e la mia vita si schiude alla luce!'
 29 Ecco, tutto questo Iddio lo fa due, tre volte, all'uomo,
 30 per ritrarre l'anima di lui dalla fossa, perché su di lei splenda la luce della vita.
 31 Sta' attento, Giobbe, dammi ascolto; taci, ed io parlerò.
 32 Se hai qualcosa da dire, rispondi, parla, ché io vorrei poterti dar ragione. 33 Se no, tu dammi ascolto, taci, e t'insegnerò la saviezza».


34.29 Quando Iddio dà requie chi lo condannerà? Chi potrà contemplarlo quando nasconde il suo volto a una nazione ovvero a un individuo,
 30 per impedire all'empio di regnare, per allontanar dal popolo le insidie?
 31 Quell'empio ha egli detto a Dio: 'Io porto la mia pena, non farò più il male,
 32 mostrami tu quel che non so vedere; se ho agito perversamente, non lo farò più'?
 33 Dovrà forse Iddio render la giustizia a modo tuo, che tu lo critichi? Ti dirà forse: 'Scegli tu, non io, quello che sai, dillo'?
 34 La gente assennata e ogni uomo savio che m'ascolta, mi diranno:
 35 'Giobbe parla senza giudizio, le sue parole sono senza intendimento'.
 36 Ebbene, sia Giobbe provato sino alla fine! poiché le sue risposte son quelle degli iniqui, 37 poiché aggiunge al peccato suo la ribellione, batte le mani in mezzo a noi, e moltiplica le sue parole contro Dio».


35.9 Si grida per le molte oppressioni, si levano lamenti per la violenza dei grandi;
 10 ma nessuno dice: 'Dov'è Dio, il mio creatore, che nella notte concede canti di gioia,
 11 che ci fa più intelligenti delle bestie de' campi e più savi degli uccelli del cielo?'
 12 Si grida, sì, ma egli non risponde, a motivo della superbia dei malvagi.
 13 Certo, Dio non dà ascolto a lamenti vani; l'Onnipotente non ne fa nessun conto.
 14 E tu, quando dici che non lo scorgi, la causa tua gli sta dinanzi; sappilo aspettare!
 15 Ma ora, perché la sua ira non punisce, perch'egli non prende rigorosa conoscenza delle trasgressioni,
 16 Giobbe apre vanamente le labbra e accumula parole senza conoscimento».


36.8 Se gli uomini son talora stretti da catene, se son presi nei legami dell'afflizione,
   9 Dio fa lor conoscere la lor condotta, le loro trasgressioni, giacché si sono insuperbiti;
 10 egli apre così i loro orecchi a' suoi ammonimenti, e li esorta ad abbandonare il male.
 11 Se l'ascoltano, se si sottomettono, finiscono i loro giorni nel benessere, e gli anni loro nella gioia;
 12 ma, se non l'ascoltano, periscono trafitti da' suoi dardi, muoiono per mancanza d'intendimento.
 13 Gli empi di cuore s'abbandonano alla collera, non implorano Iddio quand'egli li incatena;
 14 così muoiono nel fiore degli anni, e la loro vita finisce come quella dei dissoluti;
 15 ma Dio libera l'afflitto mediante l'afflizione, e gli apre gli orecchi mediante la sventura.
 16 Te pure ti vuole trarre dalle fauci della distretta, al largo, dove non è più angustia, e coprire la tua mensa tranquilla di cibi succulenti.
 17 Ma, se giudichi le vie di Dio come fanno gli empi, il giudizio e la sentenza di lui ti piomberanno addosso.
 18 Bada che la collera non ti trasporti alla bestemmia, e la grandezza del riscatto non t'induca a fuorviare!


37.1 A tale spettacolo il cuor mi trema e balza fuor del suo luogo.
   2 Udite, udite il fragore della sua voce, il rombo che esce dalla sua bocca!
   3 Egli lo lancia sotto tutti i cieli e il suo lampo guizza fino ai lembi della terra.
   4 Dopo il lampo, una voce rugge; egli tuona con la sua voce maestosa; e quando s'ode la voce, il fulmine non è già più nella sua mano.
   5 Iddio tuona con la sua voce maravigliosamente; grandi cose egli fa che noi non intendiamo.


38.1 Allora l'Eterno rispose a Giobbe dal seno della tempesta, e disse:
   2 «Chi è costui che oscura i miei disegni con parole prive di senno?»


42.1 Allora Giobbe rispose all'Eterno e disse:
   2 «Io riconosco che tu puoi tutto, e che nulla può impedirti d'eseguire un tuo disegno.
   3 Chi è colui che senza intendimento offusca il tuo disegno?... Sì, ne ho parlato; ma non lo capivo; son cose per me troppo maravigliose ed io non le conosco.
   4 Deh, ascoltami, io parlerò; io ti farò delle domande e tu insegnami!
   5 Il mio orecchio aveva sentito parlare di te ma ora l'occhio mio t'ha veduto.
   6 Perciò mi ritratto, mi pento sulla polvere e sulla cenere».


42.12 E l'Eterno benedì gli ultimi anni di Giobbe più de' primi.


42.16 Giobbe, dopo questo, visse centoquarant'anni, e vide i suoi figli e i figli dei suoi figli, fino alla quarta generazione.
    17 Poi Giobbe morì vecchio e sazio di giorni.

Il lebbroso purificato
Il lebbroso purificato
  1. Ed avvenne che, trovandosi egli in una di quelle città, ecco un uomo pieno di lebbra, il quale, veduto Gesù e gettatosi con la faccia a terra, lo pregò dicendo: Signore, se tu vuoi, tu puoi purificarmi.
  2. Ed egli, stesa la mano, lo toccò dicendo: Lo voglio, sii purificato. E in quell'istante la lebbra sparì da lui.
  3. E Gesù gli comandò di non dirlo a nessuno: Ma va', gli disse, mostrati al sacerdote ed offri per la tua purificazione quel che ha prescritto Mosè; e ciò serva loro di testimonianza.
  4. Però la fama di lui si spandeva sempre più; e molte turbe si adunavano per udirlo ed essere guarite delle loro infermità.
  5. Ma egli si ritirava nei luoghi deserti e pregava.
Marcello Cicchese
novembre 2015

Io vi lascio pace
Io vi lascio pace

Giovanni 14:27
  Io vi lascio pace; vi do la mia pace.
  Io non vi do come il mondo dà.
  Il vostro cuore non sia turbato e non si sgomenti.

Giovanni 16:33
  Vi ho detto queste cose, affinché abbiate pace in me.
  Nel mondo avrete tribolazione;
  ma fatevi animo, io ho vinto il mondo.

Matteo 11:28-30
  Venite a me, voi tutti che siete travagliati ed aggravati,
  e io vi darò riposo.
  Prendete su voi il mio giogo ed imparate da me,
  perch'io sono mansueto ed umile di cuore;
  e voi troverete riposo alle anime vostre;
  poiché il mio giogo è dolce e il mio carico è leggero.

Marcello Cicchese
febbraio 2016

Salmo 62
Salmo 62
  1. Solo in Dio l'anima mia s'acqueta;
    da lui viene la mia salvezza.
  2. Egli solo è la mia rocca e la mia salvezza,
    il mio alto ricetto; io non sarò grandemente smosso.
  3. Fino a quando vi avventerete sopra un uomo
    e cercherete tutti insieme di abbatterlo
    come una parete che pende,
    come un muricciuolo che cede?
  4. Essi non pensano che a farlo cadere dalla sua altezza;
    prendono piacere nella menzogna;
    benedicono con la bocca,
    ma internamente maledicono. Sela.
  5. Anima mia, acquétati in Dio solo,
    poiché da lui viene la mia speranza.
  6. Egli solo è la mia ròcca e la mia salvezza;
    egli è il mio alto ricetto; io non sarò smosso.
  7. In Dio è la mia salvezza e la mia gloria;
    la mia forte ròcca e il mio rifugio sono in Dio.
  8. Confida in lui ogni tempo, o popolo;
    espandi il tuo cuore nel suo cospetto;
    Dio è il nostro rifugio. Sela.
  9. Gli uomini del volgo non sono che vanità,
    e i nobili non sono che menzogna;
    messi sulla bilancia vanno su,
    tutti assieme sono più leggeri della vanità.
  10. Non confidate nell'oppressione,
    e non mettete vane speranze nella rapina;
    se le ricchezze abbondano, non vi mettete il cuore.
  11. Dio ha parlato una volta,
    due volte ho udito questo:
    Che la potenza appartiene a Dio;
  12. e a te pure, o Signore, appartiene la misericordia;
    perché tu renderai a ciascuno secondo le sue opere.
Marcello Cicchese
agosto 2017

Salmo 22
Salmo 22
  1. Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? Perché te ne stai lontano, senza soccorrermi, senza dare ascolto alle parole del mio gemito?
  2. Dio mio, io grido di giorno, e tu non rispondi; di notte ancora, e non ho posa alcuna.
  3. Eppure tu sei il Santo, che siedi circondato dalle lodi d'Israele.
  4. I nostri padri confidarono in te; e tu li liberasti.
  5. Gridarono a te, e furono salvati; confidarono in te, e non furono confusi.
  6. Ma io sono un verme e non un uomo; il vituperio degli uomini, e lo sprezzato dal popolo.
  7. Chiunque mi vede si fa beffe di me; allunga il labbro, scuote il capo, dicendo:
  8. Ei si rimette nell'Eterno; lo liberi dunque; lo salvi, poiché lo gradisce!
  9. Sì, tu sei quello che m'hai tratto dal seno materno; m'hai fatto riposar fidente sulle mammelle di mia madre.
  10. A te fui affidato fin dalla mia nascita, tu sei il mio Dio fin dal seno di mia madre.
  11. Non t'allontanare da me, perché l'angoscia è vicina, e non v'è alcuno che m'aiuti.

  12. Grandi tori m'han circondato; potenti tori di Basan m'hanno attorniato;
  13. apron la loro gola contro a me, come un leone rapace e ruggente.
  14. Io son come acqua che si sparge, e tutte le mie ossa si sconnettono; il mio cuore è come la cera, si strugge in mezzo alle mie viscere.
  15. Il mio vigore s'inaridisce come terra cotta, e la lingua mi s'attacca al palato; tu m'hai posto nella polvere della morte.
  16. Poiché cani m'han circondato; uno stuolo di malfattori m'ha attorniato; m'hanno forato le mani e i piedi.
  17. Posso contare tutte le mie ossa. Essi mi guardano e m'osservano;
  18. spartiscon fra loro i miei vestimenti e tirano a sorte la mia veste.
  19. Tu dunque, o Eterno, non allontanarti, tu che sei la mia forza, t'affretta a soccorrermi.
  20. Libera l'anima mia dalla spada, l'unica mia, dalla zampa del cane;
  21. salvami dalla gola del leone. Tu mi risponderai liberandomi dalle corna dei bufali.

  22. Io annunzierò il tuo nome ai miei fratelli, ti loderò in mezzo all'assemblea.
  23. O voi che temete l'Eterno, lodatelo! Glorificatelo voi, tutta la progenie di Giacobbe, e voi tutta la progenie d'Israele, abbiate timor di lui!
  24. Poich'egli non ha sprezzata né disdegnata l'afflizione dell'afflitto, e non ha nascosta la sua faccia da lui; ma quand'ha gridato a lui, ei l'ha esaudito.
  25. Tu sei l'argomento della mia lode nella grande assemblea; io adempirò i miei voti in presenza di quelli che ti temono.
  26. Gli umili mangeranno e saranno saziati; quei che cercano l'Eterno lo loderanno; il loro cuore vivrà in perpetuo.
  27. Tutte le estremità della terra si ricorderan dell'Eterno e si convertiranno a lui; e tutte le famiglie delle nazioni adoreranno nel tuo cospetto.
  28. Poiché all'Eterno appartiene il regno, ed egli signoreggia sulle nazioni.
  29. Tutti gli opulenti della terra mangeranno e adoreranno; tutti quelli che scendon nella polvere e non posson mantenersi in vita s'inginocchieranno dinanzi a lui.
  30. La posterità lo servirà; si parlerà del Signore alla ventura generazione.
  31. 31 Essi verranno e proclameranno la sua giustizia, e al popolo che nascerà diranno come egli ha operato.
Marcello Cicchese
settembre 2016

L'intoppo
L’intoppo che fa cadere nell’iniquità

Ezechiele 7:1-4
  1. E la parola dell'Eterno mi fu rivolta in questi termini:
  2. 'E tu, figlio d'uomo, così parla il Signore, l'Eterno, riguardo al paese d'Israele: La fine! la fine viene sulle quattro estremità del paese!
  3. Ora ti sovrasta la fine, e io manderò contro di te la mia ira, ti giudicherò secondo la tua condotta, e ti farò ricadere addosso tutte le tue abominazioni.
  4. E l'occhio mio non ti risparmierà, io sarò senza pietà, ti farò ricadere addosso tutta la tua condotta e le tue abominazioni saranno in mezzo a te; e voi conoscerete che io sono l'Eterno.

Ezechiele 8:1-13
  1. E il sesto anno, il quinto giorno del sesto mese, avvenne che, come io stavo seduto in casa mia e gli anziani di Giuda erano seduti in mia presenza, la mano del Signore, dell'Eterno, cadde quivi su me.
  2. Io guardai, ed ecco una figura d'uomo, che aveva l'aspetto del fuoco; dai fianchi in giù pareva di fuoco; e dai fianchi in su aveva un aspetto risplendente, come di terso rame.
  3. Egli stese una forma di mano, e mi prese per una ciocca de' miei capelli; e lo spirito mi sollevò fra terra e cielo, e mi trasportò in visioni divine a Gerusalemme, all'ingresso della porta interna che guarda verso il settentrione, dov'era posto l'idolo della gelosia, che eccita a gelosia.
  4. Ed ecco che quivi era la gloria dell'Iddio d'Israele, come nella visione che avevo avuta nella valle.
  5. Ed egli mi disse: 'Figlio d'uomo, alza ora gli occhi verso il settentrione'. Ed io alzai gli occhi verso il settentrione, ed ecco che al settentrione della porta dell'altare, all'ingresso, stava quell'idolo della gelosia.
  6. Ed egli mi disse: 'Figlio d'uomo, vedi tu quello che costoro fanno? le grandi abominazioni che la casa d'Israele commette qui, perché io m'allontani dal mio santuario? Ma tu vedrai ancora altre più grandi abominazioni'.
  7. Ed egli mi condusse all'ingresso del cortile. Io guardai, ed ecco un buco nel muro.
  8. Allora egli mi disse: 'Figlio d'uomo, adesso fora il muro'. E quand'io ebbi forato il muro, ecco una porta.
  9. Ed egli mi disse: 'Entra, e guarda le scellerate abominazioni che costoro commettono qui'.
  10. Io entrai, e guardai: ed ecco ogni sorta di figure di rettili e di bestie abominevoli, e tutti gl'idoli della casa d'Israele dipinti sul muro attorno;
  11. e settanta fra gli anziani della casa d'Israele, in mezzo ai quali era Jaazania, figlio di Shafan, stavano in piedi davanti a quelli, avendo ciascuno un turibolo in mano, dal quale saliva il profumo d'una nuvola d'incenso.
  12. Ed egli mi disse: 'Figlio d'uomo, hai tu visto quello che gli anziani della casa d'Israele fanno nelle tenebre, ciascuno nelle camere riservate alle sue immagini? poiché dicono: - L'Eterno non ci vede, l'Eterno ha abbandonato il paese'.
  13. Poi mi disse: 'Tu vedrai ancora altre più grandi abominazioni che costoro commettono'.

Ezechiele 14:1-11
  1. Or vennero a me alcuni degli anziani d'Israele, e si sedettero davanti a me.
  2. E la parola dell'Eterno mi fu rivolta in questi termini:
  3. 'Figlio d'uomo, questi uomini hanno innalzato i loro idoli nel loro cuore, e si sono messi davanti l'intoppo che li fa cadere nella loro iniquità; come potrei io esser consultato da costoro?
  4. Perciò parla e di' loro: Così dice il Signore, l'Eterno: Chiunque della casa d'Israele innalza i suoi idoli nel suo cuore e pone davanti a sé l'intoppo che lo fa cadere nella sua iniquità, e poi viene al profeta, io, l'Eterno, gli risponderò come si merita per la moltitudine dei suoi idoli,
  5. affin di prendere per il loro cuore quelli della casa d'Israele che si sono alienati da me tutti quanti per i loro idoli.
  6. Perciò di' alla casa d'Israele: Così parla il Signore, l'Eterno: Tornate, ritraetevi dai vostri idoli, stornate le vostre facce da tutte le vostre abominazioni.
  7. Poiché, a chiunque della casa d'Israele o degli stranieri che soggiornano in Israele si separa da me, innalza i suoi idoli nel suo cuore e pone davanti a sé l'intoppo che lo fa cadere nella sua iniquità e poi viene al profeta per consultarmi per suo mezzo, risponderò io, l'Eterno, da me stesso.
  8. Io volgerò la mia faccia contro a quell'uomo, ne farò un segno e un proverbio, e lo sterminerò di mezzo al mio popolo; e voi conoscerete che io sono l'Eterno.
  9. E se il profeta si lascia sedurre e dice qualche parola, io, l'Eterno, sono quegli che avrò sedotto il profeta; e stenderò la mia mano contro di lui, e lo distruggerò di mezzo al mio popolo d'Israele.
  10. E ambedue porteranno la pena della loro iniquità: la pena del profeta sarà pari alla pena di colui che lo consulta,
  11. affinché quelli della casa d'Israele non vadano più errando lungi da me, e non si contaminino più con tutte le loro trasgressioni, e siano invece mio popolo, e io sia il loro Dio, dice il Signore, l'Eterno'.
Marcello Cicchese
ottobre 2016

Salmo 125
Salmo 125
    Canto dei pellegrinaggi.
  1. Quelli che confidano nell'Eterno
    sono come il monte di Sion, che non può essere smosso,
    ma dimora in perpetuo.
  2. Gerusalemme è circondata dai monti;
    e così l'Eterno circonda il suo popolo,
    da ora in perpetuo.
  3. Poiché lo scettro dell'empietà
    non rimarrà sulla eredità dei giusti,
    affinché i giusti non mettano mano all'iniquità.
  4. O Eterno, fa' del bene a quelli che sono buoni,
    e a quelli che sono retti nel loro cuore.
  5. Ma quanto a quelli che deviano per le loro vie tortuose,
    l'Eterno li farà andare con gli operatori d'iniquità.
    Pace sia sopra Israele.
Marcello Cicchese
luglio 2017

La pazienza dl Dio
La pazienza di Dio e la nostra speranza
Poiché siamo stati salvati in speranza. Or la speranza di ciò che si vede, non è speranza; difatti, quello che uno vede, perché lo spererebbe ancora? Ma se speriamo ciò che non vediamo, noi l'aspettiamo con pazienza (Romani 8.25).

Marcello Cicchese
settembre 2017

Salmo 23
Salmo 23
  1. L'Eterno è il mio pastore, nulla mi manca.
  2. Egli mi fa giacere in verdeggianti paschi, mi guida lungo le acque chete.
  3. Egli mi ristora l'anima, mi conduce per sentieri di giustizia, per amore del suo nome.
  4. Quand'anche camminassi nella valle dell'ombra della morte, io non temerei male alcuno, perché tu sei con me; il tuo bastone e la tua verga sono quelli che mi consolano.
  5. Tu apparecchi davanti a me la mensa al cospetto dei miei nemici; tu ungi il mio capo con olio; la mia coppa trabocca.
  6. Certo, beni e benignità m'accompagneranno tutti i giorni della mia vita; ed io abiterò nella casa dell'Eterno per lunghi giorni.
Marcello Cicchese
settembre 2017

Il corpo dell'umiliazione
Il corpo della nostra umiliazione
Siate miei imitatori, fratelli, e riguardate a coloro che camminano secondo l'esempio che avete in noi. Perché molti camminano (ve l'ho detto spesso e ve lo dico anche ora piangendo), da nemici della croce di Cristo; la fine dei quali è la perdizione, il cui dio è il ventre, e la cui gloria è in quel che torna a loro vergogna; gente che ha l'animo alle cose della terra. Quanto a noi, la nostra cittadinanza è nei cieli, da dove anche aspettiamo come Salvatore il Signore Gesù Cristo, il quale trasformerà il corpo della nostra umiliazione rendendolo conforme al corpo della sua gloria, in virtù della potenza per la quale egli può anche sottoporsi ogni cosa.
Filippesi 3:17-21
Marcello Cicchese
giugno 2016

Una mente rinnovata
Il rinnovamento della mente
Vi esorto dunque, fratelli, per le compassioni di Dio, a presentare i vostri corpi in sacrificio vivente, santo, accettevole a Dio, il che è il vostro culto spirituale. e non vi conformate a questo secolo, ma siate trasformati mediante il rinnovamento della vostra mente, affinché conosciate per esperienza qual sia la volontà di Dio, la buona, accettevole e perfetta volontà.
Romani 12:1-2
Marcello Cicchese
gennaio 2017

Salmo 90
Salmo 90
  1. Preghiera di Mosè, uomo di Dio.
    O Signore, tu sei stato per noi un rifugio
    di generazione in generazione.
  2. Prima che i monti fossero nati
    e che tu avessi formato la terra e il mondo,
    da eternità a eternità tu sei Dio.
  3. Tu fai tornare i mortali in polvere
    e dici: Ritornate, o figli degli uomini.
  4. Perché mille anni, agli occhi tuoi,
    sono come il giorno d'ieri quand'è passato,
    e come una veglia nella notte.
  5. Tu li porti via come una piena; sono come un sogno.
    Son come l'erba che verdeggia la mattina;
  6. la mattina essa fiorisce e verdeggia,
    la sera è segata e si secca.
  7. Poiché noi siamo consumati dalla tua ira,
    e siamo atterriti per il tuo sdegno.
  8. Tu metti le nostre iniquità davanti a te,
    e i nostri peccati occulti, alla luce della tua faccia.
  9. Tutti i nostri giorni spariscono per il tuo sdegno;
    noi finiamo gli anni nostri come un soffio.
  10. I giorni dei nostri anni arrivano a settant'anni;
    o, per i più forti, a ottant'anni;
    e quel che ne fa l'orgoglio, non è che travaglio e vanità;
    perché passa presto, e noi ce ne voliamo via.
  11. Chi conosce la forza della tua ira
    e il tuo sdegno secondo il timore che t'è dovuto?
  12. Insegnaci dunque a così contare i nostri giorni,
    che acquistiamo un cuore saggio.
  13. Ritorna, o Eterno; fino a quando?
    e muoviti a pietà dei tuoi servitori.
  14. Saziaci al mattino della tua benignità,
    e noi giubileremo, ci rallegreremo tutti i giorni nostri.
  15. Rallegraci in proporzione dei giorni che ci hai afflitti,
    e degli anni che abbiamo sentito il male.
  16. Apparisca l'opera tua a pro dei tuoi servitori,
    e la tua gloria sui loro figli.
  17. La grazia del Signore Dio nostro sia sopra noi,
    e rendi stabile l'opera delle nostre mani;
    sì, l'opera delle nostre mani rendila stabile.

Marcello Cicchese
31 dicembre 2017

Dal Salmo 119
Salmo 119
  1. L'anima mia è attaccata alla polvere;
    vivificami secondo la tua parola.
  2. Io ti ho narrato le mie vie e tu m'hai risposto;
    insegnami i tuoi statuti.
  3. Fammi intendere la via dei tuoi precetti,
    ed io mediterò le tue meraviglie.
  4. L'anima mia, dal dolore, si strugge in lacrime;
    rialzami secondo la tua parola.
  5. Tieni lontana da me la via della menzogna,
    e, nella tua grazia, fammi intendere la tua legge,
  6. io ho scelto la via della fedeltà,
    mi son posto i tuoi giudizi dinanzi agli occhi.
  7. Io mi tengo attaccato alle tue testimonianze;
    o Eterno, non lasciare che io sia confuso.
  8. Io correrò per la via dei tuoi comandamenti,
    quando m'avrai allargato il cuore.

Marcello Cicchese
19 luglio 2018

Il giorno del riposo
Il giorno del riposo

Ricordati del giorno del riposo per santificarlo. Lavora sei giorni e fa' in essi ogni opera tua; ma il settimo giorno è giorno di riposo, sacro all'Eterno, che è l'Iddio tuo; non fare in esso lavoro alcuno, né tu, né il tuo figlio, né la tua figlia, né il tuo servo, né la tua serva, né il tuo bestiame, né il forestiero che è dentro alle tue porte; poiché in sei giorni l'Eterno fece i cieli, la terra, il mare e tutto ciò che è in essi, e si riposò il settimo giorno; perciò l'Eterno ha benedetto il giorno del riposo e l'ha santificato.

Esodo 20:8-11

Marcello Cicchese
dicembre 2014

Perché siete così ansiosi?
«Perché siete così ansiosi?»

Dal Vangelo di Matteo

CAPITOLO 6
  1. Nessuno può servire a due padroni; perché o odierà l'uno ed amerà l'altro, o si atterrà all'uno e sprezzerà l'altro. Voi non potete servire a Dio ed a Mammona.
  2. Perciò vi dico: Non siate con ansiosi per la vita vostra di quel che mangerete o di quel che berrete; né per il vostro corpo, di che vi vestirete. Non è la vita più del nutrimento, e il corpo più del vestito?
  3. Guardate gli uccelli del cielo: non seminano, non mietono, non raccolgono in granai, e il Padre vostro celeste li nutrisce. Non siete voi assai più di loro?
  4. E chi di voi può con la sua sollecitudine aggiungere alla sua statura anche un cubito?
  5. E intorno al vestire, perché siete con ansietà solleciti? Considerate come crescono i gigli della campagna; essi non faticano e non filano;
  6. eppure io vi dico che nemmeno Salomone, con tutta la sua gloria, fu vestito come uno di loro.
  7. Or se Dio riveste in questa maniera l'erba de' campi che oggi è e domani è gettata nel forno, non vestirà Egli molto più voi, o gente di poca fede?
  8. Non siate dunque con ansiosi, dicendo: Che mangeremo? che berremo? o di che ci vestiremo?
  9. Poiché sono i pagani che ricercano tutte queste cose; e il Padre vostro celeste sa che avete bisogno di tutte queste cose.
  10. Ma cercate prima il regno e la giustizia di Dio, e tutte queste cose vi saranno sopraggiunte. 34 Non siate dunque con ansietà solleciti del domani; perché il domani sarà sollecito di se stesso. Basta a ciascun giorno il suo affanno.
Marcello Cicchese
dicembre 2015



Quando dire “ebreo” non è più politicamente scorretto

L’antisemitismo torna a mostrarsi anche nel linguaggio pubblico: certe identità vengono taciute per prudenza, altre esibite senza esitazione. Una doppia misura che rivela quanto l’odio verso gli ebrei sia ormai entrato nella normalità del discorso occidentale.

di Ilaria Borletti

Ieri tutti i giornali italiani hanno dedicato molte pagine al terribile episodio di Modena e quasi tutti hanno definito l’attentatore, Salim El Koudri (nato a Seriate, in provincia di Bergamo, da famiglia di origine marocchina), un italiano di seconda generazione; solo in seguito, leggendo gli articoli, emergevano ulteriori dettagli sulla sua origine familiare. Ne ha anche scritto ieri Filippo Piperno su InOltre.
Poche settimane fa, un altro ragazzo girava per Roma con una pistola ad aria sparando: è stato arrestato e tutti i giornali che hanno riportato questo evento hanno definito il ragazzo “un ebreo”.
Non può non emergere la diversità di trattamento.
Oggi gli ebrei della diaspora si nascondono, mandano i loro figli a scuola protetti dalla polizia, si tolgono la kippah, evitano la sinagoga, sono nell’ombra, ormai difesi da pochi intellettuali o da cittadini che vengono regolarmente attaccati.
La parola ovvia è “antisemitismo”, anche se, e questa è forse la posizione più ambigua, molti danno la colpa a Israele e alla politica del premier israeliano per spiegare e giustificare quello che sta avvenendo in Occidente, dimostrando di non avere né l’apertura mentale né la cultura per capire che un attacco così ampio e così violento contro gli ebrei della diaspora ha radici più antiche e conseguenze ben più gravi sulla tenuta dei valori occidentali.
La normalità con la quale ormai è stato dato per acquisito l’antisemitismo è paradossale: è normale definire il giovane di Roma un ebreo, ma è evidente il desiderio di non voler essere politicamente scorretti sottolineando subito l’origine familiare dell’autore del grave fatto di Modena.
In qualche modo, i fatti di Roma mettono sotto accusa tutti gli ebrei, tutta la comunità ebraica, colpevole di estremismi.
Ma è giusto evitare che i fatti di Modena siano il pretesto per incitare l’odio contro i migranti, magari installati nel nostro Paese da molto tempo, o contro chiunque non abbia origini simili alle nostre.
Quindi dire “ebreo” non è politicamente scorretto, mentre indicare subito l’origine familiare di un giovane che ha commesso un atto gravissimo diventa discriminante e politicamente scorretto.
Lo stesso è avvenuto in Inghilterra dopo l’attentato sulle ferrovie di oltre un anno fa, quando ci si è ben guardati dal definire la nazionalità degli autori, perché questo sarebbe stato ritenuto politicamente inaccettabile.
Se lo stesso attentato fosse stato compiuto da ebrei, sarebbe stato scritto in tutti i titoli dei media britannici. Un ulteriore motivo di riflessione, in questi giorni, su come l’onda di antisemitismo stia crescendo, al di là dei numeri che purtroppo lo raccontano in modo impietoso.
Resta la domanda: se domani in Medio Oriente tornasse la pace, se Israele, che è una democrazia in cui si vota, decidesse di chiudere la fase di Netanyahu a settembre con le elezioni, gli ebrei italiani, francesi, tedeschi, inglesi sarebbero finalmente liberi di vivere senza essere circondati dall’odio e dalla paura?
Non credo.
Perché l’antisemitismo è il comodo rifugio di tutte le società fallite. E noi purtroppo lo siamo.

(InOltre, 18 maggio 2026)

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aleXsandro Palombo firma HATE, il nuovo murale con Hitler con la kefiah apparso alla manifestazione pro-Palestina di Milano

L’opera raffigura Adolf Hitler mentre applaude, con una kefiah palestinese al collo e una fascia rossa al braccio con la scritta “HATE” (“ODIO”). Il primo murale è apparso nel punto di partenza della manifestazione, dove Hitler è ritratto a mezzo busto. L’immagine si ripete in altri punti del percorso della manifestazione, dove la figura compare anche a corpo intero, trasformandosi in una presenza visiva ricorrente nello spazio urbano al passaggio del corteo Pro Pal. L’intervento richiama i meccanismi della propaganda, della radicalizzazione e della normalizzazione dell’odio nel dibattito pubblico contemporaneo, invitando a una riflessione sui linguaggi estremi e sulle dinamiche di polarizzazione sociale.

di R.I.

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Nel giorno della manifestazione nazionale pro-Palestina a Milano, sabato 16 maggio, un nuovo murale dell’artista aleXsandro Palombo è apparso lungo il percorso del corteo. L’opera raffigura Adolf Hitler mentre applaude, con una kefiah palestinese al collo e una fascia rossa al braccio con la scritta “HATE” (“ODIO”).
Il primo murale è apparso nel punto di partenza della manifestazione, dove Hitler è ritratto a mezzo busto, come se si affacciasse su una piazza pubblica durante un raduno di massa. L’immagine si ripete poi in altri punti del percorso della manifestazione, dove la figura compare anche a corpo intero, trasformandosi in una presenza visiva ricorrente nello spazio urbano al passaggio del corteo Pro Pal. Attraverso questa sequenza, l’intervento richiama i meccanismi della propaganda, della radicalizzazione e della normalizzazione dell’odio nel dibattito pubblico contemporaneo, invitando a una riflessione sui linguaggi estremi e sulle dinamiche di polarizzazione sociale.
Con questa nuova opera, Palombo affronta il tema della crescente normalizzazione dell’estremismo e dell’antisemitismo contemporaneo, denunciando il modo in cui propaganda, radicalizzazione ideologica e discorsi d’odio riescano sempre più a ottenere consenso sociale all’interno delle manifestazioni pro-Palestina e, più in generale, nello spazio pubblico europeo. La figura di Hitler diventa una metafora della legittimazione sociale di linguaggi e comportamenti che, secondo l’artista, stanno progressivamente tornando accettabili nell’Europa contemporanea. L’opera era apparsa in Piazza XXIV Maggio, Arco di Porta Ticinese, e in altri punti del percorso del corteo nazionale tra Corso di Porta Ticinese e Via Molino delle Armi.

• La serie di opere è stata velocemente vandalizzata dai Pro Pal in poche ore.

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A sinistra l’opera originale; a destra vandalizzata

L’intervento arriva pochi giorni dopo gli episodi avvenuti durante il corteo del 25 aprile a Milano, quando membri della Brigata Ebraica e cittadini ebrei italiani sono stati verbalmente attaccati, circondati e insultati con slogan antisemiti mentre partecipavano pacificamente alla manifestazione. Tra i cori uditi vi era anche “Siete solo saponette non finite”, una frase che richiama direttamente l’immaginario della Shoah e che è stata ampiamente condannata in tutta Italia. Secondo l’artista, quanto accaduto ha rappresentato “l’espulsione degli ebrei da una manifestazione storicamente democratica, inclusiva e antifascista”.
L’opera appare inoltre in un contesto di tensioni legate alla presenza di Israele alla Biennale di Venezia, dove gruppi radicali pro-Palestina hanno protestato contro il Padiglione Israeliano, tentando di raggiungerlo durante le manifestazioni e prendendo di mira figure pubbliche israeliane impegnate nel dialogo e nella cooperazione israelo-palestinese, tra cui l’imprenditore e attivista per la pace Eyal Waldman.
Attraverso questo intervento, Palombo riporta ancora una volta al centro della propria ricerca artistica il tema dell’antisemitismo contemporaneo e della sua crescente normalizzazione nello spazio pubblico. Negli ultimi anni, l’artista ha dedicato gran parte del proprio lavoro alla memoria della Shoah, ai diritti civili e alla lotta contro l’antisemitismo. Le sue opere dedicate ai sopravvissuti alla Shoah Edith Bruck, Liliana Segre e Sami Modiano sono state più volte vandalizzate a Milano con slogan e graffiti antisemiti. In seguito agli atti vandalici, le opere “Anti-Semitism, History Repeating” e “The Star of David” sono state acquisite dalla Fondazione Museo della Shoah di Roma e sono oggi esposte permanentemente davanti al Portico d’Ottavia, nel cuore dell’antico Ghetto Ebraico della città.
Tra le opere più note a livello internazionale di Palombo vi è “The Simpsons Go to Auschwitz”, un murale esposto all’esterno del Memoriale della Shoah di Milano, in cui la famiglia Simpson viene deportata nei campi di sterminio nazisti come monito contro la perdita della memoria storica. Anche quell’opera è stata più volte vandalizzata con scritte come “W Hitler” e “Free Palestine”.
Il 29 gennaio 2026, in occasione della Giornata della Memoria, è apparso inoltre un murale raffigurante Primo Levi e Anne Frank su un’ex caserma militare di Milano. Pochi giorni dopo, il volto di Primo Levi è stato deturpato. Con quest’ultimo episodio, il numero di atti vandalici antisemiti contro opere dedicate alla Shoah e alla lotta contro l’antisemitismo è aumentato in modo significativo.

(Bet Magazine Mosaico, 18 maggio 2026)

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«Senza la Torah non esiste il popolo d’Israele»

Il ministro Amsalem equipara gli studenti delle yeshiva ai soldati di truppa, alimentando ulteriormente la polemica sulla legge sulla coscrizione.

di Dov Eilon

Al congresso dell’Associazione degli enti locali a Eilat, il ministro Dudi Amsalem (Likud) ha suscitato scalpore. Come ha riportato il portale di notizie israeliano Ynet, in quell’occasione ha criticato aspramente la magistratura, la sinistra e la legge sulla coscrizione degli Haredim – senza lesinare dichiarazioni provocatorie.
«Senza la Torah non esiste il popolo d’Israele. Considero chiunque studi la Torah un contributore non meno importante di un soldato che sta combattendo a Gaza. Non c’è alcuna differenza tra loro», ha affermato Amsalem alla conferenza. Secondo lui, l’esercito avrebbe un «eccesso di soldati da combattimento», ma si lascerebbe comunque trascinare dalla «retorica tossica della sinistra».

• Attacco frontale alla sinistra
   Amsalem ha approfittato del congresso anche per un duro resoconto con i suoi avversari politici. «Abbiamo alle spalle quattro anni terribili e sono giunto alla conclusione che la sinistra in Israele sia l’elemento più violento e antidemocratico del Paese», ha affermato il ministro. Alla domanda sulla riforma della giustizia, ha rincarato la dose: «Faremo passare la riforma sia con la forza che con la ragione». Riguardo a possibili nuove elezioni, ha detto: «Le elezioni si terranno dopo le festività solenni – a un certo punto di settembre.»

• Una legge che divide Israele da decenni
   Il tema degli haredim e del servizio militare non è nuovo in Israele – ma dal 7 ottobre 2023 ha assunto una connotazione del tutto nuova. Secondo l’esercito, ci sono circa 70.000 haredim soggetti a leva di età compresa tra i 18 e i 29 anni. Molti semplicemente non si presentano alla data di chiamata alle armi, alcuni bruciano pubblicamente le loro cartelle di precetto. Per i riservisti, che in parte hanno prestato servizio quasi ininterrottamente per due anni, è difficile da sopportare. Secondo un sondaggio, l’85 per cento degli israeliani non ultraortodossi è favorevole a dure sanzioni contro i renitenti – tra cui la revoca delle prestazioni sociali, della patente di guida e persino del diritto di voto.
Come ha riportato il Jerusalem Post, nel gennaio 2026 la coalizione aveva addirittura rinviato la votazione sul bilancio dello Stato perché i partiti haredim Shas e Ebraismo Torah Unito (UTJ) minacciavano di ritirare il loro sostegno. Il capo di Stato Maggiore Zamir ha avvertito con urgenza il Parlamento: l’esercito ha urgente bisogno di decine di migliaia di nuovi soldati – altrimenti si rischia il collasso delle forze armate.

• Opposizione e coalizione sotto pressione

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Il rabbino Dov Lando, leader spirituale della fazione Degel HaTora, ha definito pubblicamente il primo ministro Benjamin Netanyahu un “bugiardo” e ha esortato il suo partito a promuovere lo scioglimento della Knesset. Il partito ha fatto sul serio e ha ritirato il proprio sostegno alla coalizione.
Il leader dell’opposizione Jair Lapid e l’ex primo ministro Naftali Bennett, che nell’aprile 2026 hanno formato una lista comune, hanno reagito prontamente: «Naturalmente è possibile arruolare gli haredim. Lo vedrete», ha detto Bennett secondo il Jerusalem Post. Lapid ha chiesto l’immediato scioglimento della Knesset.
Se la Knesset dovesse effettivamente essere sciolta, le nuove elezioni potrebbero tenersi già all'inizio dell'estate, prima di quanto suggerito da Amsalem.

(Israel Heute, 18 maggio 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)

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Maccabiadi confermate a luglio, l'Italia proverà ad esserci

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Un momento della cerimonia inaugurale delle Maccabiadi del 2022

Conosciute anche come “Olimpiadi ebraiche”, le Maccabiadi sono una delle manifestazioni sportive più partecipate al mondo. L’edizione numero 22 del torneo avrebbe dovuto svolgersi nell’estate del 2025 ma fu rinviata al luglio di quest’anno per via della guerra dei Dodici giorni tra Israele e Iran. A fine febbraio è però scoppiato un nuovo conflitto tra i due Paesi, ancora più lungo, e lo scenario geopolitico e in particolare mediorientale resta incerto.
  Le Maccabiadi restano al momento confermate, con inaugurazione prevista il primo luglio allo stadio Teddy Kollek di Gerusalemme e due settimane di gare a seguire. “All’ombra di un’altra guerra con l’Iran, i Giochi del Maccabi in Israele si svolgeranno a luglio”, titola il Times of Israel. Secondo gli organizzatori, degli 8mila atleti inizialmente previsti ne arriveranno 5mila. Un calo drastico, causato anche dalla decisione di varie compagnie aeree di sospendere i voli nella regione. «Non volevamo trovarci di nuovo in questa situazione, ma questa è la realtà in Israele adesso», sottolinea Roy Hessing, il presidente della Maccabi World Union. «La competizione di quest’anno non sarà la più grande, ma il messaggio che stiamo dando è che i Giochi si svolgeranno».
  Proverà ad esserci anche l’Italia, pur in forma ridotta con una mini-delegazione ancora da strutturare «come segno di vicinanza a Israele, come già facemmo nell’edizione del 2001 svoltasi in piena Intifada». Non sarà semplice, chiarisce Vittorio Pavoncello, il presidente del Maccabi Italia, «ma è un tentativo che intendiamo portare avanti e per questo mi sto rivolgendo al comitato organizzatore per chiedergli di venirci il più possibile incontro: i costi sono molto alti, dai voli all’iscrizione al torneo, e non è immaginabile trovare degli sponsor importanti a così breve distanza temporale». Pavoncello ci spera: «Vogliamo esserci. Con una squadra o con pochi atleti, sarà il nostro modo per essere solidali con Israele».

(moked, 18 maggio 2026)

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La lettera di Sinwar a Nasrallah. Il vero piano del 7 ottobre

Il documento firmato dai capi di Hamas mostra che l’obiettivo era trascinare Hezbollah e l’Iran in una guerra totale contro Israele

di Shira Navon 

La lettera inviata alle 6:30 del mattino del 7 ottobre 2023 da Yahya Sinwar, Mohammed Deif e Marwan Issa a Hassan Nasrallah cambia il modo in cui va letto l’attacco di Hamas contro Israele, perché mostra con brutale chiarezza che quella mattina non doveva essere soltanto una strage, ma l’innesco di una guerra regionale destinata a far crollare lo Stato ebraico. Il documento, rivelato da Ben Caspit e ritrovato dalle forze israeliane in un sito sotterraneo di Hamas a Gaza, non parla quasi affatto delle proteste interne israeliane, della riforma giudiziaria o del rifiuto dei riservisti. Parla di Al-Aqsa, di jihad, di Hezbollah, di Iran, di normalizzazione con l’Arabia Saudita da sabotare e di una strategia militare che avrebbe dovuto aprire più fronti contemporaneamente contro Israele.
Il punto più impressionante del testo è proprio questo. I leader di Hamas chiedono a Nasrallah di intervenire subito, nel momento in cui migliaia di uomini delle Brigate al-Qassam stanno già attraversando la barriera di Gaza per colpire basi, comunità israeliane, aeroporti e snodi strategici nel sud del Paese. La lettera, secondo quanto riportato anche dal Jerusalem Post, descrive l’attacco come l’avvio di un piano più vasto, fondato sulla convinzione che Israele potesse essere travolto da un assalto simultaneo da Gaza, Libano e altri fronti dell’Asse della Resistenza.
A colpire è la costruzione ideologica dell’intero documento. Hamas presenta Al-Aqsa come leva assoluta, come parola capace di saldare sunniti e sciiti, palestinesi e libanesi, iraniani e milizie regionali, superando divisioni che da decenni attraversano il mondo islamico. Gerusalemme diventa così il pretesto religioso e politico per chiamare Hezbollah alla guerra totale. Nella lettera vengono evocati versetti coranici legati alla jihad, accuse contro Israele per le tensioni sul Monte del Tempio, riferimenti alle vacche rosse, allo shofar, ai presunti piani per costruire il Tempio e a un complotto di “giudaizzazione” di Gerusalemme.
Il passaggio più rivelatore riguarda però la richiesta operativa. I tre capi di Hamas spiegano a Nasrallah che non serve un intervento diretto della Repubblica islamica iraniana o della Siria come Stati, mentre chiedono con urgenza la partecipazione di Hezbollah e delle altre forze dell’Asse della Resistenza. Vogliono razzi in grandi salve contro aeroporti, comandi militari e obiettivi strategici, così da consumare Iron Dome, paralizzare l’aeronautica israeliana e creare le condizioni per un’offensiva terrestre dal nord. In altre parole, Hamas non immaginava il 7 ottobre come un episodio isolato, bensì come la prima scena di una guerra d’annientamento.
Qui crolla anche una delle letture più comode e velenose circolate in Israele dopo il massacro, quella secondo cui Hamas sarebbe stato spinto ad agire soprattutto dalla crisi interna israeliana. Nel documento compare un accenno alla famosa immagine di Israele come “ragnatela”, formula cara a Nasrallah, ma la lettera non costruisce la propria logica sulla protesta contro Netanyahu o sulla frattura civile israeliana. La struttura del testo è un’altra: Al-Aqsa, jihad, normalizzazione saudita da impedire, coordinamento con Hezbollah e Iran, distruzione dello Stato ebraico.
Proprio la normalizzazione con l’Arabia Saudita appare come una delle ossessioni dei firmatari. Hamas teme che un accordo tra Riyad e Israele possa modificare definitivamente gli equilibri regionali, isolare l’Asse della Resistenza e ridurre lo spazio politico della guerra permanente contro lo Stato ebraico. Per questo l’attacco del 7 ottobre viene presentato come uno strumento per interrompere il processo diplomatico e far saltare i cosiddetti “regimi del tradimento e della normalizzazione”.
Il documento racconta inoltre il rapporto fra Hamas e Hezbollah in modo più realistico di molte analisi esterne. I leader di Hamas ammettono di non aver avvertito Nasrallah in anticipo, chiedono scusa e giustificano il silenzio con la necessità di conservare l’effetto sorpresa. Sapevano che l’intelligence israeliana poteva intercettare segnali, comunicazioni, movimenti. Per questo hanno mantenuto il segreto persino verso l’alleato più importante, salvo poi implorarlo di entrare immediatamente in guerra quando ormai l’attacco era iniziato.
Nasrallah esitò, e quella esitazione cambiò la storia del Medio Oriente. Hezbollah aprì un fronte al nord, ma non lanciò l’offensiva totale che Hamas chiedeva. La lettera mostra quanto Sinwar, Deif e Issa contassero su un collasso rapido di Israele, su una moltiplicazione dei fronti e su un panico strategico capace di trasformare il massacro nel sud in una guerra regionale. Molto di quel piano fallì, anche se il prezzo pagato da Israele fu spaventoso.
Resta il valore politico di questa rivelazione. La lettera toglie ogni velo romantico al 7 ottobre. Non fu “resistenza”, né disperazione, né reazione improvvisa. Fu un progetto freddo, religioso, militare e politico, pensato per assassinare civili, catturare soldati, spezzare Israele dall’interno e incendiare l’intera regione. Chi continua a raccontare quella giornata come un’esplosione di rabbia palestinese dovrebbe leggere quelle righe una per una. Non per Israele. Per decenza.

(Setteottobre, 17 maggio 2026)

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Povero e tuttavia ricco

Tutti vogliono adattarsi al sistema sociale moderno con tutti gli eccessi che questo comporta. 

di Wim Malgo (1922-1992)

APOCALISSE 2

  1. “All'angelo della chiesa di Smirne scrivi: queste cose dice il primo e l'ultimo, che fu morto e tornò in vita:
  2. 'Io conosco la tua tribolazione, la tua povertà (eppure sei ricco) e le calunnie lanciate da quelli che dicono di essere Giudei e non lo sono, ma sono una sinagoga di Satana. 
  3. Non temere quello che avrai da soffrire; ecco, il diavolo sta per cacciare alcuni di voi in prigione, perché siate provati, e avrete una tribolazione di dieci giorni. Sii fedele fino alla morte e io ti darò la corona della vita.
  4. Chi ha orecchio ascolti ciò che lo Spirito dice alle chiese. Chi vince non sarà colpito dalla morte seconda'”.

La causa della povertà della chiesa di Smirne è stata la loro testimonianza per Gesù, perché nella grande città commerciale i credenti avrebbero potuto certamente programmare e vivere nel benessere, come d'altronde facciamo anche noi in occidente in quest'epoca in cui se non possiamo avere l'ultimo modello di telefonino ci consideriamo di un livello socialmente basso. Loro hanno accettato lo svantaggio sociale e questo presupponeva un'assoluta disponibilità alla rinuncia. Questo è un punto focale. Chi accetta ancora oggi svantaggi economici per amore di Gesù? Quasi nessuno anzi, è vero il contrario. Tutti vogliono adattarsi al sistema sociale moderno con tutti gli eccessi che questo comporta. Ma aggrapparsi alle cose materiali, allo stato sociale terreno, alla ricchezza, conduce sempre alla povertà spirituale. Fondamentalmente non è un vantaggio per noi se possiamo muoverci tutti in una certa prosperità. 
  Quindi, non ci è permesso possedere qualcosa? Paolo dice: Posso avere molto e essere nel bisogno. Purtroppo quando ci si affeziona ai propri averi, appena si inizia a meditare su come conservarle o semplicemente non perdere i propri privilegi, si diventa automaticamente poveri in spirito. 
  Perché dovremmo valutare di poter vivere in povertà? Perché la richiesta di Gesù di fare nostra la sua esperienza e di prendere la sua croce in tutti i suoi aspetti presuppone la volontà di rinunciare. Il Signore non lo chiede a tutti. A chi chiede questa auto-rinuncia? A quelli che Lui sa che sono disposti a farlo. Siete disposti? La disponibilità a rinunciare si esprime nella disponibilità al sacrificio. Ma questa è la rinuncia in azione. Quando il Signore dice alla chiesa di Smirne: «Conosco [. ... ] la tua tribolazione e la tua povertà» (Apocalisse 2,9), questo significa che ha assunto la povertà di Gesù. La povertà di Gesù è menzionata in 2 Corinzi 8: 9: 

    «Perché voi conoscete la grazia del nostro Signore Gesù Cristo il quale, essendo ricco, si è fatto povero per amor vostro, affinché, mediante la sua povertà, voi poteste diventare ricchi». 

Questo significa che dobbiamo diventare tutti poveri? No, perché non si tratta di equità sul lavoro. Il significato è staccarsi internamente dai nostri beni. Ci è permesso godere di tutto ciò che abbiamo ricevuto con ringraziamento, ma dovremmo sempre mettere tutto sull'altare! In altre parole: sempre dovremmo essere sempre disposti e pronti a rinunciarvi. 
  La chiesa di Smirne non ha dovuto percorrere questo sentiero di povertà e tribolazione. Ma ha accettato volontariamente ogni svantaggio, ogni rinvio per amore di Gesù. La loro povertà deve essere stata grande, perché la parola greca usata in questo passaggio per indicare povertà è ptocheia. Il termine è usato quando si riferisce all'immagine di un mendicante curvo e sofferente. Ecco quanto erano infelici i credenti a Smirne. Ma a causa della loro disponibilità a rinunciare, il Signore aggiunge subito: «Ma tu sei ricco!».
   Esattamente il contrario di ciò che dice ai cristiani di Laodicea, che non erano né freddi né ferventi, ma tiepidi: 

    «Tu dici: sono ricco, mi sono arricchito e non ho bisogno di nulla; tu non sai, invece, che sei infelice fra tutti, miserabile, povero, cieco e nudo.» (Apocalisse 3:17). 

La chiesa di Laodicea versava in una profonda povertà spirituale a causa del suo attaccamento alle ricchezze. È, come dice lo stesso Signore Gesù, «è più facile per un cammello passare per la cruna di un ago che per un ricco entrare nel regno di Dio!» (Matteo 19:24). Voleva forse dire che non si può essere cristiani e anche ricchi? No, assolutamente no. Ma il cristiano ricco dovrebbe considerarsi solo come l'amministratore dei suoi beni, in quanto non sono suoi. Guai a colui il cui cuore è attaccato ai suoi beni! Nel libro dell’Apocalisse abbiamo i ricchi poveri di Smirne e i poveri ricchi di Laodicea. 
  La domanda naturale da porsi è questa: quanto è grande la tua disponibilità a rinunciare alle tue cose per amore di Gesù? Fino a che punto sei pronto ad avvicinarti alla mente di Gesù? Dice: «Chi di voi non rinuncia a tutto quello che ha non può essere mio discepolo» (Luca 14,33). Dio non costringe nessuno a rinunciare alla sua vita, ma il principio divino è che «Chi ama la sua vita, la perderà; ma chi odia la sua vita in questo mondo [per amore di Gesù] la conserverà per la vita eterna» (Giovanni 12,25). 
  La chiesa di Smirne accettò volontariamente la tribolazione e la rinuncia perché amava Gesù più di ogni altra cosa. Smirne è una delle due chiese che il Signore non rimprovera, cosa che invece fa con gli Efesini, a cui dice: «Ma ho contro di te che hai lasciato il tuo primo amore» (Apocalisse 2:4). 
  Vorrei ribadire con enfasi: il Signore non ci impone di amarlo, perché l'amore è un atto volontario. La comunità di Smirne lo amava ed è per questo li ha incoraggiati così fortemente, anche in vista del disagio che li attendeva: 

    «Non temere ciò che soffrirai! Ecco, il diavolo getterà alcuni di voi in prigione per essere processati, e avrete tribolazione per dieci giorni» (Apocalisse 2:10). 

E poi arriva l'incentivo: «Sii fedele fino alla morte, e ti darò la corona della vita!» 
  I credenti di Smirne erano felici - nel mezzo della loro tribolazione e povertà, nelle loro tentazioni e paure, nei loro tremiti e trepidazioni. La promessa del Signore ha superato qualsiasi peso nella loro vita. 
  Lascia che la promessa del Signore superi tutto ciò che appesantisce la tua vita. Paolo ha voluto chiarire la stessa cosa quando ha detto: 

    “Siamo tribolati in ogni maniera, ma non ridotti all'estremo; perplessi, ma non disperati; perseguitati, ma non abbandonati; atterrati, ma non uccisi» (2 Corinzi 4: 8-9). 

Esultava nella certezza della vittoria e il Signore era con lui. 

(Chiamata di Mezzanotte settembre/ottobre 2020)


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Yom Yerushalayim, Israele in festa per celebrare la liberazione e l’unificazione di Gerusalemme

di Luigi Yitzhak Diamanti

La sera del giovedì 14 maggio e venerdì 15 maggio è la festività di Yom Yerushalayim (Giorno di Gerusalemme), l’anniversario del giorno in cui, durante la Guerra dei Sei Giorni nel 1967, l’Idf riconquistò Gerusalemme. Quel giorno del 1967, per la prima volta dal 70 d.C., Gerusalemme – la Capitale eterna – fu unificata e tornò sotto il controllo del popolo ebraico.
Gli ebrei poterono nuovamente recarsi sul Monte Moriah. La cima del Monte Moriah, conosciuta come il Monte del Tempio, è il luogo più sacro della fede ebraica. Sopra il Monte Moriah, sorgeva il Beit Hamikdash (Tempio). Ciò che resta del muro di contenimento attorno al Monte del Tempio è chiamato Kotel (il Muro). Alcuni lo chiamano Muro del Pianto o Muro Occidentale.
Oggi i musulmani affermano che il Monte del Tempio è loro e che non vi sia mai stato un Tempio ebraico sul Monte Moriah. Persino le Nazioni Unite negano l’eredità ebraica del Monte del Tempio. Ma qualsiasi affermazione secondo cui il Monte del Tempio non sia ebraico è propaganda che ignora il fatto che antichi greci, romani, cristiani hanno scritto che Gerusalemme e il Monte del Tempio appartenevano al popolo ebraico. Come si dice: Israele è il cuore del popolo ebraico, Gerusalemme è il cuore di Israele, e il Monte Moriah è il cuore di Gerusalemme.

(HaKol, 15 maggio 2026)

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Il vino del Negev conquista il mondo e trasforma il deserto israeliano in un marchio globale

di Shira Navon

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Per capire quanto sia cambiata Israele negli ultimi decenni basta osservare una vigna piantata nel deserto del Negev, dove il sole brucia la terra per gran parte dell’anno e l’acqua è un bene da dosare quasi goccia per goccia. In quel paesaggio che per molti stranieri continua a evocare soprattutto guerra, tensione e frontiera, oggi cresce invece un vino che ha appena ottenuto un riconoscimento internazionale destinato a cambiare il volto economico e turistico del sud israeliano.
La regione del Negev è stata ufficialmente riconosciuta come appellation internazionale, cioè una denominazione geografica vinicola protetta, entrando così nella stessa famiglia di territori simbolo dell’enologia mondiale come Champagne, Bordeaux, Chianti o Napa Valley. Dietro questo traguardo c’è un lavoro durato quattro anni, durante il quale un gruppo di esperti israeliani ha dovuto dimostrare che i vini prodotti tra Kiryat Gat ed Eilat possiedono caratteristiche organolettiche precise e riconoscibili, legate al clima desertico, alla composizione del terreno e alle tecniche di coltivazione sviluppate nella regione.
Il risultato ha sorpreso anche molti specialisti del settore. La scarsità d’acqua, le forti escursioni termiche e il terreno sabbioso producono infatti uve particolarmente concentrate e aromatiche, capaci di dare vita a vini molto fruttati e immediatamente riconoscibili. Guy Haran, uno degli esperti che ha seguito il progetto sin dall’inizio, ha spiegato che il processo di riconoscimento ha incluso degustazioni ufficiali e perfino blind tasting, degustazioni alla cieca pensate proprio per verificare se il Negev avesse davvero una firma enologica autonoma rispetto ad altre aree vinicole israeliane.
La documentazione finale, un dossier di circa centocinquanta pagine elaborato insieme a storici, geografi e antropologi, è stata consegnata al ministero della Giustizia israeliano, che gestisce l’adesione del paese all’Accordo di Lisbona, il trattato internazionale che tutela le denominazioni di origine. Dopo l’approvazione arrivata nell’aprile 2026, il Negev è diventato ufficialmente una regione vinicola riconosciuta a livello mondiale.
Dietro questo riconoscimento c’è anche una trasformazione impressionante del territorio. Fino a pochi anni fa i produttori della zona erano appena dodici; oggi sono circa sessanta e producono oltre un milione di bottiglie l’anno. Accanto alle aziende agricole è cresciuto un intero ecosistema turistico fatto di cantine, degustazioni, piccoli hotel, itinerari gastronomici e percorsi nel deserto che attirano visitatori israeliani e stranieri.
Un ruolo decisivo lo ha avuto la Merage Foundation Israel, fondata da David e Laura Merage, imprenditori e filantropi di Denver, che da anni investono nello sviluppo economico del Negev attraverso il turismo del vino. Nicole Hod Stroh, direttrice esecutiva della fondazione, ha definito il progetto “una forma contemporanea e concreta di sionismo”, spiegando che il riconoscimento internazionale rafforza la capacità del sud di Israele di attrarre investimenti, lavoro e turismo di qualità.
Il dato più interessante, però, riguarda forse il significato simbolico di questa vicenda. Negli ultimi anni Israele è stato investito da campagne di boicottaggio, proteste internazionali e tensioni politiche che hanno colpito anche il settore culturale ed economico. Eppure proprio mentre cresce l’ostilità verso lo Stato ebraico in molti ambienti occidentali, il vino del Negev riesce a imporsi come prodotto globale grazie alla sua qualità e alla sua unicità.
Guy Haran racconta che, durante i suoi viaggi professionali nel mondo del vino, riceve spesso sostegno da produttori stranieri incuriositi dall’idea di vigne nel deserto. Le fotografie dei filari che emergono dalla sabbia suscitano stupore perfino tra esperti abituati alle grandi regioni vitivinicole europee o americane. “Il vino unisce le persone”, ha detto Haran, ricordando che il Negev rappresenta anche una possibilità di racconto diversa per Israele, lontana dalle immagini della guerra.
Il riconoscimento della denominazione Negev arriva infatti dopo oltre tre anni segnati dal conflitto e dalle ferite aperte del 7 ottobre. In questo quadro, il deserto trasformato in terra di vino assume quasi il valore di una dichiarazione culturale e nazionale. Non soltanto agricoltura, turismo o marketing territoriale, dunque, ma anche l’idea che Israele continui a costruire, innovare e produrre bellezza perfino nelle aree considerate più difficili e marginali del paese.

(Setteottobre, 15 maggio 2026)

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Un bambino di otto anni scopre un frammento di una statuetta risalente a 1.700 anni fa

Durante un'escursione nel Negev, un bambino di otto anni si imbatte in una strana pietra striata. Si tratta di un ritrovamento archeologico.

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Dopo la scoperta, l'ottoenne Dor ha potuto consultare immediatamente un esperto

MIZPE RAMON – Un bambino di otto anni ha fatto un ritrovamento speciale nel deserto del Negev, nel sud di Israele: durante una gita nel fine settimana con la sua famiglia, si è imbattuto in un frammento di una statuetta antica – e ha potuto chiedere immediatamente il parere di un esperto.
Dor Wolynitz, della città di Rechovot, nel centro del Paese, stava cercando oggetti particolari nel cratere di Ramon, ha comunicato lunedì l’Autorità israeliana per le antichità (IAA). Voleva poi mostrare i reperti ai suoi compagni di classe. Improvvisamente, la sua attenzione è stata attirata da una pietra interessante con delle striature.

• Un archeologo ha accompagnato la famiglia in gita
  “Mi è sembrato un oggetto insolito”, ha detto Dor. “Così l'ho mostrato ad Akiva, un archeologo e amico di mio padre, che era con noi durante la nostra gita”.
Akiva Goldenhersch lavora presso l'IAA nel dipartimento per la prevenzione dei furti. Inizialmente, secondo quanto da lui stesso dichiarato, pensava si trattasse di un fossile. «Ma poi ho notato le pieghe scolpite della veste e mi sono emozionato molto.» Il mantello della statuetta avvolge una figura umana con linee morbide e fluide.

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Le pieghe del mantello sono ben scolpite

Il frammento misura circa 6 x 6 centimetri e raffigura la parte superiore di un torso maschile. Potrebbe trattarsi di un pezzo di una statuetta di Giove. Ma è possibile anche che si tratti di Zeus-Duschara: in epoca romana, il dio principale greco Zeus si era fuso con una divinità locale nabatea.
I Nabatei erano un popolo seminomade che viveva nel deserto. Il loro territorio si estendeva sull'odierna Arabia Saudita, Giordania, Israele e la penisola egiziana del Sinai. I Nabatei partecipavano attivamente al commercio nel Negev. Erano molto presenti tra il III secolo a.C. e il II secolo d.C.

• Luogo di ritrovamento sull'antica via delle spezie
  Il luogo del ritrovamento si trova nei pressi di Chan Saharonim. In antichità questo luogo fungeva da rifugio per i viaggiatori sulla via internazionale delle spezie che attraversava il cratere di Ramon. Questa via era molto trafficata in epoca romana e nabatea.
Il geologo Nimrod Wieler ha scoperto che la statuetta era realizzata in fosforite. Questo minerale si trova spesso nel Negev. Da ciò lo scienziato ha dedotto che la scultura non fosse stata importata, ma prodotta nella regione.
Per la datazione è stato invece d'aiuto lo stile del vestito. Si tratterebbe di un mantello pesante, chiamato himation, ha spiegato Goldenhersch secondo il sito di notizie “Times of Israel”. Questo non presentava alcun chition visibile, ovvero una sottoveste. Da ciò l'esperto ha dedotto che la statuetta dovesse avere circa 1.700 anni.
Il giovane scopritore ha consegnato il suo ritrovamento al dipartimento dei tesori nazionali dell'IAA. In cambio ha ricevuto un certificato di buona condotta civica.

(Israelnetz, 15 maggio 2026)

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Al via il Jewrovision 

Il concorso musicale giovanile ebraico è iniziato. Nella capitale del Baden-Württemberg si esibiscono oggi 13 squadre provenienti da tutta la Germania.

di Joshua Schultheis

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DJ Levinsky sul palco del Jewrovision a Stoccarda

La sala è piena, l'atmosfera euforica: a Stoccarda è iniziato il concorso ebraico di danza e canto «Jewrovision». Per tutta la giornata, 13 squadre provenienti da centri giovanili ebraici di tutta la Germania si esibiranno in una sala della Fiera di Stoccarda. In serata saranno proclamati i vincitori. È attesa una performance speciale della superstar israeliana Noa Kirel.
Il presidente del Consiglio centrale degli ebrei in Germania, Josef Schuster, ha sottolineato nel suo discorso di apertura che «gli ultimi mesi non sono stati facili» per i giovani ebrei. L’odio verso gli ebrei è aumentato in Germania. «Ma noi non ci nascondiamo. Al contrario: oggi alziamo il volume della musica al massimo».
Il sindaco di Stoccarda, Frank Nopper, ha dato un caloroso benvenuto ai partecipanti in città. A Stoccarda oggi si svolge «qualcosa di ancora più importante e grandioso» che a Vienna, dove domani si terrà la finale dell’Eurovision Song Contest, ha affermato il politico della CDU. La Jewrovision è «una grande festa dell’amicizia, della comunità e della speranza».
La ministra per la Famiglia Karin Prien (CDU) era presente a Stoccarda con un videomessaggio. Il Jewrovision dimostra che la vita ebraica «è una parte indispensabile della Germania», ha affermato Prien, che ha lei stessa origini ebraiche. Il concorso musicale lancia un segnale, ha detto la politica: «Siamo uniti e non ci tiriamo indietro».
Anche il neoeletto primo ministro del Baden-Württemberg, Cem Özdemir (Verdi), ha inviato un video per la Jewrovision: nel «Ländle» si è «molto orgogliosi» che il concorso si svolga nella capitale del Land. Rivolgendosi ai partecipanti, Özdemir ha detto: «Mostrate con sicurezza chi siete, cosa sapete fare, cosa è importante per voi».

• Il più grande concorso musicale ebraico della Germania
  Il Consiglio Centrale organizza la Jewrovision. Secondo le sue indicazioni, si tratta del più grande concorso ebraico di canto e danza della Germania e d’Europa. Questo si ispira alla «sorella maggiore», l’Eurovision Song Contest (ESC). L’ESC si svolge in parallelo a Vienna, dove sabato andrà in scena la finale.
Oggi a Stoccarda si esibiranno le seguenti squadre: Amichai Francoforte, Chai Hannover, Chasak Amburgo & Atid Brema, Chaverim Lipsia, Emet Norimberga feat. Am Echad Baviera, Emnua Dortmund, Halev Stoccarda, Jachad Colonia & Kavanah Aquisgrana, JuJuBa, Kadima Düsseldorf, Neschama Monaco, Olam Berlino e We.Zair Westfalia.
L'anno scorso hanno partecipato 14 gruppi giovanili. Ha vinto un gruppo congiunto dei centri giovanili Jachad di Colonia e Kavanah di Aquisgrana. Il premio per il miglior video è andato al centro giovanile Chesed di Gelsenkirchen.

(Jüdische Allgemeine, 15 maggio 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)

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L’obiettivo è sempre stato la distruzione di Israele

di Stefano Magni

Il 14 maggio 1948 Israele proclamava la sua indipendenza accettando in linea generale le disposizioni previste dalla Risoluzione 181 dell’Onu. Era la risoluzione che avrebbe riconosciuto la soluzione “due popoli in due Stati”, la stessa che tuttora viene invocata da tutte le cancellerie occidentali. Il 15 maggio 1948, però, Arabia Saudita, Egitto, Transgiordania (attuale Giordania), Siria, Libano, Iraq e Yemen invadevano il territorio del neonato Stato ebraico. Nel 1949 Israele si salvava solo grazie a un miracolo militare del suo nascente esercito e fissava nuovi confini provvisori, più difendibili, noti come Linea Verde. Quei confini provvisori che l’opinione pubblica occidentale conosce come “confini del ‘67” indicando Israele come colpevole per averli attraversati nella Guerra dei Sei Giorni.
Questa è l’origine del conflitto mediorientale e ne spiega la natura. Cambiano i governi, cambiano i regimi, cambiano i confini, ma abbiamo sempre, da allora, uno Stato ebraico che vuole sopravvivere da una parte e dall’altra, con pochissime eccezioni, Stati arabi che non ne riconoscono l’esistenza e lo vorrebbero annientare fisicamente.
Inutile farsi illusioni: da parte araba e islamica, “due popoli in due Stati” è sempre stato solo un espediente retorico. L’obiettivo finale era sempre l’annientamento dello Stato ebraico, non la partizione in due Stati. La prova più evidente, fin banale da trovare, senza scomodare dichiarazioni o leggere fra le righe, è la mappa della Palestina, rappresentata anche sulle bandiere dei partiti e movimenti palestinesi anche dopo che avevano formalmente accettato, nel 1993, la soluzione dei “due Stati”. Non è certo la mappa dei “confine del 67”, ma di tutto il territorio compreso fra il Giordano e il Mediterraneo. Se l’Olp di Yassir Arafat e dei suoi successori ha sempre mantenuto questa doppiezza, il movimento terrorista islamico Hamas e i gruppi islamisti suoi alleati non hanno mai fatto mistero di volere l’annientamento di Israele.
Non per ironia, ma per inevitabile conseguenza, Hamas ha preso il potere nel 2006 nell’unica zona di Medio Oriente in cui gli israeliani, l’anno precedente, avevano applicato alla lettera la filosofia “due popoli in due Stati”: dopo che si sono ritirati dalla Striscia di Gaza, per ordine di Ariel Sharon, allora premier. Il messaggio è chiaro, come la dinamica degli eventi: dove Israele si ritira, lì si insedia un movimento jihadista che va avanti, verso la tappa successiva della distruzione dello Stato ebraico. Dopo tre guerre minori fra Hamas e Israele, il pogrom del 7 ottobre 2023, ai danni di cittadini israeliani (anche non ebrei) nel Negev occidentale, è stato sferrato sempre da Hamas, da Gaza.
Gli unici a credere ancora alla realizzabilità della soluzione “due popoli in due Stati” siamo noi occidentali, noi europei in particolare. Ma fino a un certo punto. Perché dopo il 7 ottobre 2023 è avvenuta una mutazione importante pure nella nostra opinione pubblica, anche se pochi lo hanno realizzato. La retorica pro-Palestina araba non chiede più “due popoli in due Stati”. Lo slogan delle manifestazioni pro-Pal è “dal fiume al mare”. Nelle manifestazioni delle più prestigiose università americane, nel 2024, gli israeliani e gli ebrei in generale erano apostrofati con “tornate in Polonia” e non con “tornate dietro i confini del 67”. La maschera è caduta: si chiede direttamente la distruzione dello Stato ebraico.
Per restare in Italia, è significativo l’appello lanciato l’11 novembre 2023 da ben 4000 fra docenti e ricercatori universitari di tutta Italia, dove si lamenta l’ingiustizia subita dai palestinesi “da oltre 75 anni”. Dunque dalla nascita stessa di Israele.
“Come docenti, ricercatori e ricercatrici della comunità accademica e di ricerca italiana – si legge nell’appello – da molti anni assistiamo con dolore e denunciamo ciò che accade in Palestina e Israele, dove vige, secondo Amnesty International, un illegale regime di oppressione militare e Apartheid. Ancora una volta, ci sentiamo atterriti e angosciati dal genocidio (sic! Lo chiamavano così già un mese dopo il 7 ottobre) che sta accadendo a Gaza, definito a ragione dalla scrittrice Dominque Eddé come ‘un abominio che bene esemplifica la sconfitta senza nome della nostra storia moderna’”.
Questo il punto dell’appello più incredibile: “In tutti i report messi a disposizione dalle Nazioni Unite e dalle numerose organizzazioni umanitarie (ad esempio Amnesty International e Human Rights Watch), è segnalata l’importanza di considerare e comprendere le determinanti e antecedenti a questa violenza, da ricercarsi nella illegale occupazione che Israele impone alla popolazione palestinese da oltre 75 anni attraverso una forma di segregazione razziale ed etnica. Comprendere e analizzare queste determinanti è l’unica possibilità per poterne riconoscere le radici, contrastare l’escalation e sperare e reclamare  pace e sicurezza per tutti”.
Con una certa dose di ipocrisia, leggiamo inoltre che: “È possibile e necessario condannare le azioni di Hamas e, al contempo, riconoscere l’oppressione storica, disumana e coloniale che i palestinesi stanno vivendo da 75 anni”.
Questo manifesto ha fornito la cornice entro la quale si sono mosse tutte le successive manifestazioni e occupazioni universitarie, miranti soprattutto a interrompere ogni rapporto con le università di Israele. Non con le università “dei territori occupati” come nelle precedenti campagne di boicottaggio, ma proprio con quelle di tutto Israele: “Chiediamo inoltre di pronunciarsi con chiarezza sulla necessità da parte dei singoli atenei italiani di procedere con l’interruzione immediata delle collaborazioni con istituzioni universitarie e di ricerca israeliane fino a quando non sarà ripristinato il rispetto del diritto internazionale e umanitario, cessati i crimini contro la popolazione civile palestinese da parte dell’esercito israeliano e quindi fino a quando non saranno attivate azioni volte a porre fine all’occupazione coloniale illegale dei territori palestinesi e all’assedio di Gaza”. Occupazione illegale di quali territori, a questo punto? Se nel documento stesso si parla di un peccato originale risalente al 1948, è facile intuire che Israele, in sé, sia considerato “occupazione coloniale”.
Le manifestazioni studentesche e gli appelli dei docenti non galleggiano nel vuoto, ma si appoggiano a un’ormai vasta letteratura del nuovo anti-colonialismo. Il nuovo anti-colonialismo non c’entra nulla con la liberazione nazionale da una potenza occupante. Israele stesso è nato, appunto, il 14 maggio 1948 dichiarando la propria indipendenza dalla potenza coloniale britannica. Il nuovo anti-colonialismo è puramente etnico-razziale. Si rivolge contro i comuni cittadini discendenti di chi è andato ad abitare terre “non native”. Se la prende con il “settler colonialism”, il colonialismo di insediamento, condannando, dalla nascita, Usa, Canada, Australia, Nuova Zelanda e soprattutto Israele. Secondo Noam Chomsky, il settler colonialism è “la forma più estrema e spietata di imperialismo”, perché si basa sulla sostituzione delle popolazioni native con quelle europee di cultura occidentale. La frase più frequentemente citata nella letteratura sul colonialismo è quella dello studioso australiano Patrick Wolfe: “L’invasione è una struttura, non un evento”. Wolfe si riferiva specificamente all’insediamento britannico in Australia, ma viene adattata anche a Israele.
Se l’invasione è “struttura”, tutto Israele diventa occupazione e tutti gli israeliani bersagli legittimi di un movimento di “liberazione”. Tutti, anche i bambini che dormono nei loro letti in un kibbutz di confine, anche adolescenti (che magari hanno studiato gli stessi autori anti-colonialisti) che ballano in un festival, anche anziani scampati alla Shoah e pacifisti che credono alla convivenza di due popoli in due Stati.

(L'informale, 14 maggio 2026)

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I partiti della coalizione di Netanyahu avviano l’iter per sciogliere la Knesset

La crisi politica si inserisce nel contesto delle crescenti tensioni tra Netanyahu e i partiti ultra-ortodossi della coalizione riguardo alla controversa legge sull’esenzione dal servizio militare per gli studenti delle yeshivot. Nei giorni precedenti, il leader spirituale del partito ultra-ortodosso Dov Lando aveva chiesto di procedere “il prima possibile” allo scioglimento della Knesset, dopo che Netanyahu aveva comunicato ai partner ultra-ortodossi che la legge non sarebbe stata approvata prima di eventuali elezioni. 

di Anna Balestrieri

I partiti della coalizione guidata dal primo ministro Benjamin Netanyahu hanno avviato il procedimento per lo scioglimento della Knesset, aprendo formalmente la strada a possibili elezioni anticipate in Israele.
La proposta di legge presentata dalla coalizione non indica una data precisa per il voto. Secondo il testo, la decisione verrà presa successivamente dalla Commissione della Knesset competente.

• Le tensioni sulla legge sull’esenzione militare
   La crisi politica si inserisce nel contesto delle crescenti tensioni tra Netanyahu e i partiti ultra-ortodossi della coalizione riguardo alla controversa legge sull’esenzione dal servizio militare per gli studenti delle yeshivot.
Nei giorni precedenti, il leader spirituale del partito ultra-ortodosso Dov Lando aveva chiesto di procedere “il prima possibile” allo scioglimento della Knesset, dopo che Netanyahu aveva comunicato ai partner ultra-ortodossi che la legge non sarebbe stata approvata prima di eventuali elezioni.
La mancata approvazione della legge avrebbe ridotto gli incentivi dei partiti haredi a mantenere in vita la coalizione.

• Le diverse posizioni sulle date del voto
   Secondo quanto riportato dai media israeliani, la fazione ultra-ortodossa Degel Hatorah spingerebbe per elezioni il 1° settembre, mentre il partito Shas preferirebbe il 15 settembre, durante il periodo delle festività ebraiche.
L’obiettivo, secondo le ricostruzioni, sarebbe favorire una maggiore partecipazione degli elettori religiosi e tradizionalisti.
In ogni caso, la legislazione israeliana prevede che eventuali elezioni si tengano entro cinque mesi dall’approvazione definitiva dello scioglimento della Knesset. La scadenza naturale della legislatura resta fissata al 27 ottobre 2026.

• Un iter parlamentare ancora lungo
   La proposta di scioglimento deve ancora superare diverse fasi parlamentari: lettura preliminare, prima, seconda e terza lettura.
Questo lascia alla coalizione la possibilità di rallentare o accelerare il processo a seconda degli sviluppi politici delle prossime settimane.
Secondo le regole parlamentari israeliane, inoltre, una proposta di scioglimento respinta non può essere ripresentata per sei mesi, elemento che sta influenzando le strategie sia della coalizione sia dell’opposizione.

• Una maggioranza sempre più fragile
   Mercoledì la coalizione ha ritirato dall’agenda parlamentare tutte le proprie proposte di legge previste per il voto preliminare, dopo che l’opposizione aveva annunciato mosse analoghe per evidenziare la perdita della maggioranza parlamentare del governo.
Il ritiro dei provvedimenti ha evidenziato la crescente fragilità della coalizione nella Knesset.
Secondo diversi sondaggi recenti, i partiti di opposizione potrebbero ottenere la maggioranza dei seggi in caso di nuove elezioni. Tuttavia, alcuni leader dell’opposizione, tra cui l’ex primo ministro Naftali Bennett, hanno escluso la possibilità di formare un governo sostenuto dai partiti arabi, circostanza che potrebbe complicare la formazione di una maggioranza alternativa.

• Le reazioni politiche
   Diversi leader dell’opposizione hanno accolto positivamente la prospettiva di elezioni anticipate.
Il leader dell’opposizione Yair Lapid ha dichiarato sui social media che il fronte anti-governativo sarebbe “pronto”, mentre Benny Gantz ha definito l’attuale esecutivo “il peggior governo della storia di Israele”.
Nel frattempo, osservatori politici israeliani sottolineano che non è ancora chiaro se la crisi rappresenti una rottura effettiva tra Netanyahu e i partiti ultra-ortodossi oppure una strategia coordinata per controllare tempi e modalità di eventuali elezioni anticipate.
Secondo alcune fonti parlamentari citate dalla stampa israeliana, i partiti haredi continuerebbero infatti a coordinarsi strettamente con Netanyahu sul processo di scioglimento della Knesset.

(Bet Magazine Mosaico, 14 maggio 2026)

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Scandalo nell’IDF: un soldato si trova dietro le sbarre  per la scritta «Messia» 

Un soldato del Nahal tornato dal Libano, dove ha combattuto per il suo Paese, ora si trova in carcere militare per 30 giorni perché aveva sull’uniforme un distintivo con la parola “Messia”. Genitori, rabbini e membri della Knesset sono sbalorditi.

di Michael Selutin

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L’incidente ha scatenato un acceso dibattito politico: genitori, rabbini e deputati della Knesset chiedono l’immediato rilascio del soldato e accusano il capo di Stato Maggiore Eyal Zamir di applicare due pesi e due misure.

• Cosa è successo in Giudea e Samaria
  Il capo di Stato Maggiore Eyal Zamir ha scoperto il distintivo “Messia”  associato al movimento Chabad-Lubavitch durante una visita in Giudea e Samaria e ha ordinato un processo. Il tribunale militare ha condannato il soldato a 30 giorni di prigione militare; il caposquadra ha ricevuto 14 giorni con la condizionale, il comandante di compagnia un richiamo ufficiale e il comandante di battaglione un richiamo.
Particolare scottante: i soldati erano stati espressamente avvertiti prima della visita del capo di Stato Maggiore – eppure indossavano comunque la toppa. Già il mese precedente, in occasione di una conferenza con alti ufficiali dell’esercito, Zamir aveva definito la comparsa di simboli non autorizzati come una “ribellione contro i valori dell’IDF”.

• Genitori: «Uno schiaffo in faccia a migliaia di soldati»
  I genitori dei soldati della Brigata Nahal hanno reagito con una lettera di protesta indirizzata a Zamir e al comandante della brigata, il colonnello Arik Moyal. Hanno definito  «draconiana» la pena detentiva di 30 giorni e ne hanno chiesto l’immediata revoca. Nella lettera si legge: «Vedere  il capo di Stato Maggiore mandare un soldato in prigione perché esprime la sua fede ebraica è uno schiaffo in faccia a migliaia di soldati». I genitori hanno criticato aspramente il fatto che, nel bel mezzo della guerra, si stia operando una sorta di «polizia dei distintivi», mentre le vere mancanze disciplinari ai livelli più alti rimangono impunite.
Il deputato della Knesset Boaz Bismuth (Likud), presidente della Commissione Affari Esteri e Difesa, ha definito la punizione «grave e scandalosa» e ha affermato: «Il capo di Stato Maggiore deve spiegare cosa è cambiato da allora e se vengono esercitate pressioni esterne, mediatiche e politiche, sulla leadership dell’IDF alle quali non riesce a resistere. Rilasciate subito i soldati!»
La deputata Tally Gotliv (Likud) ha rincarato la dose: «Se il capo di Stato Maggiore manda un combattente in prigione per 30 giorni a causa di un distintivo messianico, lo manderei a casa per questa grave distorsione del pensiero».
Il fenomeno dei distintivi non autorizzati sulle uniformi dell’IDF non è nuovo. Già nel gennaio 2025, due riservisti di Givati sono stati pubblicamente contestati mentre indossavano distintivi del Messia. All’epoca, una fonte militare del Comando Nord dichiarò a Walla: «I soldati di riserva non hanno rimosso la toppa del Messia e non la rimuoveranno. Si tratta di un distintivo legato alla loro fede. I comandanti di alto rango hanno fallito il 7 ottobre e non sono stati condannati – quindi volete punire i soldati per un distintivo?»

(Israel Heute, 14 maggio 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)

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Silenced No More: il rapporto sulle violenze del 7 ottobre è un macigno su silenzi e distinguo

Il rapporto Silenced No More riporta al centro del dibattito le violenze sessuali del 7 ottobre, sottraendole alla vergognosa rimozione politica e morale. Un corpus così ampio ed esaustivo certifica che il silenzio selettivo di una parte del femminismo militante è stata ed è una scelta deliberata per coprire i crimini di Hamas.

di Filippo Piperno

La narrazione del massacro del 7 ottobre 2023 compiuto da Hamas ai danni di circa 1200 israeliani ha ricevuto un trattamento singolare. Ogni atrocità è stata contestualizzata in una cornice attenuante. Il massacro è diventato “reazione”. Il terrorismo è diventato “resistenza”. La presa di ostaggi è diventata “conseguenza del conflitto”. E la violenza sessuale, la più difficile da assorbire nella narrazione, è stata dolosamente espunta dal campo visivo.
È qui che un rapporto come Silenced No More, pubblicato dalla Civil Commission on October 7th Crimes by Hamas Against Women and Children , assume il suo significato più rilevante perché sottrae quelle violenze alla zona di silenzio in cui erano state confinate.
Le nomina, le ordina, le documenta. Le riconduce a pattern ricorrenti, a testimonianze, immagini, archivi, analisi forensi, luoghi, sequenze. In altre parole: rende molto più difficile continuare a voltarsi dall’altra parte.
A oltre due anni e mezzo dal 7 ottobre 2023, il rapporto consegna al dibattito pubblico trecento pagine di documentazione: oltre 430 testimonianze, più di 1.800 ore di analisi visiva, tredici pattern di violenza sessuale e di genere commessa durante l’attacco e nella successiva prigionia degli ostaggi.
Viene indicato come il corpus probatorio più ampio finora raccolto su questi crimini. La sua utilità non è soltanto probatoria, ma morale e politica: costringe a misurare la distanza tra ciò che è stato documentato e ciò che una parte del discorso pubblico occidentale ha scelto di non vedere.

• Che cosa racconta il rapporto
  Il rapporto ricostruisce i fatti seguendo due direttrici: i luoghi dell’attacco e le forme ricorrenti della violenza. La prima parte attraversa il Nova Music Festival, la Route 232 e le aree circostanti, poi i kibbutz, le basi militari e i luoghi in cui, dopo il massacro, furono identificati i corpi delle vittime.
Una sezione specifica è dedicata agli ostaggi: alla violenza subita durante il rapimento, durante il trasferimento e poi nella prigionia a Gaza.
Il quadro che ne emerge non è quello di una brutalità indistinta, ma di una serie di condotte ripetute in contesti diversi. Il rapporto elenca stupro, stupro di gruppo e altre forme di aggressione sessuale; tortura sessuale, comprese ustioni e mutilazioni intenzionali; colpi sparati alla testa, al volto e all’area genitale; uccisioni avvenute dopo o insieme ad atti di violenza sessuale; abusi post mortem, umiliazione e profanazione dei corpi; nudità forzata; legature, ammanettamenti e forme di immobilizzazione.
Elenca inoltre esposizione pubblica e parata di donne e bambini; rapimento di madri e figli; ripresa e diffusione digitale degli abusi; minacce di matrimonio forzato; violenze sessuali anche contro uomini e ragazzi.
Il rapporto ha messo insieme testimonianze di sopravvissuti, ostaggi rilasciati, familiari, soccorritori, personale medico, immagini, video, documenti ufficiali e materiali provenienti dai luoghi dell’attacco. Il risultato è una mappa della violenza: non un singolo episodio isolato, ma una costellazione di atti che, secondo la Commissione, mostra una logica ricorrente.
Uno degli aspetti più odiosi riguarda la dimensione pubblica e comunicativa dell’orrore. I perpetratori, scrive il rapporto, non si limitarono a compiere violenze: in molti casi le filmarono, le diffusero, le usarono come parte stessa dell’attacco.
La violenza non finiva con il corpo della vittima. Continuava nello sguardo imposto ai familiari, nella circolazione delle immagini, nella trasformazione della sofferenza in messaggio politico e psicologico. È questa la ragione per cui il documento parla di visibilità come arma: il terrore non doveva soltanto accadere, doveva essere visto.
La parte sugli ostaggi aggiunge un ulteriore livello. Il rapporto sostiene che la violenza sessuale e di genere non si esaurì il 7 ottobre, ma proseguì durante la prigionia a Gaza, attraverso aggressioni, umiliazioni sessuali, minacce, coercizione e forme di tortura psicologica.
Anche qui il punto non è solo il singolo atto, ma la continuità della violenza: dal massacro al rapimento, dal trasferimento alla cattività.
Il concetto di “kinocide” serve a descrivere proprio questa estensione del danno. Secondo la Commissione, in diversi casi la violenza fu diretta non solo contro l’individuo, ma contro i legami familiari: parenti costretti ad assistere, famiglie separate, madri e figli trasformati in strumenti di pressione, corpi e affetti usati per moltiplicare il trauma.
La famiglia, in questa lettura, non è solo vittima collaterale: diventa uno dei bersagli della violenza.

• Un documento che non ammette ambiguità
  Il rapporto Silenced No More è dunque un lavoro di documentazione, archiviazione e analisi giuridica. La Civil Commission si presenta come organizzazione indipendente e non profit, nata per documentare i crimini di guerra e le violenze di genere commessi contro donne, bambini e famiglie durante il massacro del 7 ottobre e durante la prigionia degli ostaggi.
Il suo archivio intende essere al tempo stesso memoria, fonte storica e base giuridica per future azioni di responsabilità.
La tesi centrale non lascia spazio a interpretazioni: la violenza sessuale non fu un eccesso casuale né un episodio marginale. Fu una componente sistematica, diffusa e integrata nell’architettura del terrore del 7 ottobre.
Non sono note a margine, non sono dettagli propagandistici, non sono elementi da lasciare nell’indistinto: sono categorie analitiche del documento, ricorrenze documentate, sequenze che compongono una struttura.
Sheryl Sandberg, in una delle introduzioni, lo definisce il più ampio corpus probatorio finora raccolto su questi crimini. Ma ciò che colpisce non è solo la quantità. È la struttura. Il rapporto non accumula episodi: ricostruisce ricorrenze, modalità operative, sequenze. E proprio questa struttura rende più difficile continuare a usare la prudenza come alibi.

• Il silenzio selettivo e i distinguo di una parte del femminismo militante
  È qui che si apre il nodo più rivelatore: non un generico silenzio, ma il silenzio selettivo di una parte del femminismo militante davanti alle violenze sessuali del 7 ottobre. Non tutto il femminismo ha taciuto: sarebbe falso e ingiusto sostenerlo.
Ma proprio le voci femministe che nel rapporto rivendicano una giustizia coerente e universale, senza gerarchie tra le vittime, misurano per contrasto il fallimento di quella parte del femminismo occidentale e italiano che, davanti agli stupri e agli abusi sessuali documentati contro donne israeliane ed ebree, non ha prodotto parole, mobilitazione e indignazione minimamente proporzionate alla gravità dei fatti.
In particolare, pesano i distinguo dell’area di Non Una di Meno, un femminismo che ha fatto della denuncia della violenza sui corpi uno dei propri fondamenti identitari.
Se la violenza sessuale è un crimine assoluto, resta tale anche quando le vittime sono israeliane ed ebree, anche quando disturbano la narrazione binaria tra oppressi e oppressori.
E invece quelle violenze non hanno ricevuto lo stesso rilievo politico, morale e simbolico che sarebbe stato preteso in qualunque altro contesto. Si è parlato di corpi, ma non di quei corpi. Si è denunciato il patriarcato globale, ma si è esitato davanti alla violenza sessuale commessa da uomini palestinesi contro donne israeliane.
Si è costruita per anni una grammatica pubblica del trauma, salvo sospenderla quando quel trauma non era conveniente.
Da oggi, dopo un rapporto di questa portata, espungere quelle violenze dal campo visivo non può più essere presentato come cautela. È una scelta.
Chi continua a non nominarle, chi non accusa Hamas anche per l’uso dello stupro come arma di guerra e di terrore, non sta più aspettando la verità. Sta scegliendo deliberatamente di tacerla.

(InOltre, 14 maggio 2026)

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Il sondaggio che smentisce molti stereotipi mentre crescono il sostegno al servizio civile e la volontà di restare nel Paese

di Rosa Davanzo 

Mentre fuori da Israele si continua spesso a descrivere la minoranza araba come un corpo estraneo, distante o fatalmente destinato alla rottura con lo Stato ebraico, un nuovo sondaggio diffuso dall’istituto Afkar e anticipato dal canale pubblico arabo-israeliano Makan racconta una realtà molto più complessa e, per certi versi, sorprendente. La maggioranza degli arabi israeliani dichiara infatti di sentirsi profondamente legata al Paese e di non avere alcuna intenzione di lasciarlo, nonostante la guerra, le tensioni interne, la crisi economica e il deterioramento della sicurezza personale che colpisce in modo pesantissimo proprio molte città e comunità arabe.
Il dato più forte emerge subito e pesa come un macigno dentro il dibattito politico israeliano e internazionale. Il 70% degli intervistati afferma di sentirsi appartenente a Israele e di voler continuare a vivere nel Paese. Ancora più significativo il dettaglio delle risposte: il 40% si definisce “fortemente d’accordo” con questa affermazione, mentre un ulteriore 30% dice semplicemente di essere d’accordo. Soltanto il 14% esprime una posizione contraria.
L’indagine, condotta tra il 19 e il 25 febbraio 2026 su un campione di 402 cittadini arabi israeliani musulmani, cristiani e drusi provenienti dalla Galilea, dal Triangolo (in ebraico ‘haMeshulash’, parte centrale del Paese, vicino alla Linea Verde, tra la pianura costiera e la Samaria), dal Negev e dalle città miste, arriva in un momento molto delicato. Poche ore prima della pubblicazione dei dati, Mansour Abbas, leader della formazione islamica moderata RAAM ed ex partner della coalizione Bennett-Lapid, aveva sostenuto apertamente all’Università di Tel Aviv la necessità di un servizio civile nazionale aperto anche agli arabi israeliani, spiegando che una partecipazione condivisa potrebbe aiutare a risolvere diversi problemi strutturali della società araba.
Le parole di Abbas hanno provocato polemiche immediate negli ambienti più radicali, ma il sondaggio mostra che una parte molto consistente della popolazione araba israeliana sembra muoversi in una direzione diversa rispetto a quella raccontata per anni da una certa propaganda ideologica. Parallelamente, un’altra ricerca pubblicata dall’Università di Tel Aviv rivela che il 75% degli arabi israeliani si dichiara favorevole al volontariato nel servizio civile nazionale, percentuale che sale oltre l’83% tra coloro che sostengono le cosiddette “forze di difesa nazionali”.
Naturalmente il quadro non è idilliaco e sarebbe superficiale, per non dire ridicolo, presentarlo come tale. Proprio i dati del sondaggio fanno emergere un livello molto alto di inquietudine sociale. Il problema principale indicato dagli intervistati riguarda la sicurezza personale. Quasi la metà del campione, il 49%, ritiene che la criminalità, la violenza diffusa e l’assenza di sicurezza siano oggi il fattore che più potrebbe spingere gli arabi israeliani a emigrare. Negli ultimi anni le città arabe sono state travolte da un’ondata di omicidi, traffici criminali e regolamenti di conti che hanno provocato centinaia di morti, alimentando una crescente sfiducia verso le istituzioni e verso la capacità dello Stato di ristabilire l’ordine.
La questione economica pesa anch’essa in modo rilevante. Il 16% cita le difficoltà economiche come possibile motivo di emigrazione, mentre il 15% parla della ricerca di un futuro migliore per i propri figli. Seguono il senso di disuguaglianza, indicato dall’8% degli intervistati, e motivazioni sociali, educative o professionali.
Proprio qui emerge il nodo più interessante del sondaggio. Una parte significativa degli arabi israeliani sembra distinguere sempre di più tra il disagio verso alcuni problemi interni e il rapporto complessivo con Israele. In altre parole, la critica alle disuguaglianze o alla gestione della sicurezza non si traduce automaticamente in un rifiuto del Paese. Anzi, molti degli intervistati sembrano rivendicare il diritto a essere parte integrante della società israeliana chiedendo maggiore integrazione, più sicurezza e opportunità migliori.
Anche il dato sull’emigrazione va letto con attenzione. Il 64% afferma di non avere mai pensato di lasciare Israele. Il 17% dice di averci pensato in passato, mentre il 20% sostiene di prenderlo in considerazione oggi. Percentuali che raccontano inquietudine, certamente, ma che allo stesso tempo restituiscono un’immagine molto diversa da quella di una popolazione pronta a rompere ogni legame con lo Stato.
Dentro la società araba israeliana convivono identità differenti, tensioni politiche, appartenenze religiose e fratture generazionali profonde. Eppure, a quasi ottant’anni dalla nascita di Israele, il dato che emerge da questo sondaggio resta difficile da ignorare. Una larga parte degli arabi israeliani continua a vedere il proprio futuro dentro Israele, non altrove.

(Setteottobre, 14 maggio 2026)

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Israele - Nuove speranze per biglietti aerei economici

Dopo mesi di sospensioni dei voli, le compagnie aeree internazionali tornano a volare: Lufthansa e Wizz Air aprono la strada

di Sabine Brandes 

È un segnale che i viaggiatori e il settore turistico attendevano da mesi: con il gruppo Lufthansa e Wizz Air, due nomi importanti tornano nel traffico aereo internazionale verso Israele. Dopo una lunga fase di cancellazioni di voli, potrebbe così delinearsi, in tempo per l’estate, uno sviluppo che fa sperare gli israeliani in più collegamenti e prezzi più convenienti.
Il ritorno delle compagnie aeree segna la fine di un'interruzione eccezionalmente lunga – e ripetutamente prorogata. A partire dalla guerra contro l'Iran e dalla conseguente situazione di sicurezza, numerose compagnie aeree internazionali avevano sospeso o rinviato i propri collegamenti verso Israele. Solo dopo che la situazione si è calmata e l'Agenzia europea per la sicurezza aerea (EASA) ha allentato i propri avvertimenti, le prime compagnie stanno ora iniziando a tornare.

• Il gruppo Lufthansa intende riprendere i voli gradualmente
  Il gruppo Lufthansa ha annunciato che riprenderà gradualmente i propri voli. La prima a ripartire sarà Austrian Airlines il 1° giugno. Un mese dopo seguiranno Swiss e la stessa Lufthansa, che intendono offrire nuovamente collegamenti da Monaco e Francoforte. Brussels Airlines dovrebbe essere l’ultima compagnia del gruppo a tornare in servizio il 24 ottobre.
L'importanza di questo annuncio va ben oltre i singoli collegamenti aerei. Prima della guerra di Gaza, iniziata dopo il massacro di Hamas del 7 ottobre 2023, in Israele erano attive circa 100 compagnie aeree straniere. Oggi il loro numero è inferiore a due dozzine. Molte compagnie aeree internazionali si erano ritirate a causa dei persistenti rischi per la sicurezza o avevano sospeso ripetutamente le loro operazioni con breve preavviso. Di conseguenza, i prezzi dei biglietti sono aumentati in alcuni casi in modo significativo, mentre la scelta delle destinazioni si è ridotta.
Un fattore determinante per il ritorno delle compagnie aeree è stata una nuova valutazione dell’Agenzia europea per la sicurezza aerea (EASA). L’autorità ha notevolmente allentato la sua precedente raccomandazione relativa allo spazio aereo israeliano. Invece di sconsigliare in linea di principio alle compagnie aeree i voli verso Israele, ora richiede semplicemente una «maggiore vigilanza». Per molte compagnie aeree questo è un segnale che la situazione di sicurezza si è almeno in parte stabilizzata.
Wizz Air, la prima grande compagnia aerea straniera, intende riprendere le operazioni già il 28 maggio. Il Chief Commercial Officer dell’azienda, Ian Malin, ha parlato di un ritorno «cauto e graduale» sul mercato israeliano. «La sicurezza rimane la priorità assoluta.» Allo stesso tempo ha sottolineato che l’allentamento delle linee guida EASA ha spianato la strada per ricollegare Israele agli hub europei della compagnia aerea low cost.
Wizz Air è oggetto di particolare attenzione. La compagnia aerea low cost ungherese è stata a lungo considerata la speranza per un cambiamento radicale nel trasporto aereo israeliano. Insieme al Ministero dei Trasporti, l’azienda aveva pianificato un hub permanente all’aeroporto Ben-Gurion, con l’obiettivo di creare maggiore concorrenza e ridurre le tariffe aeree.
I piani erano ambiziosi: Wizz Air voleva investire circa un miliardo di dollari, stazionare in modo permanente dieci aerei in Israele e creare circa 50 rotte aeree aggiuntive. Si sarebbero dovuti creare migliaia di posti di lavoro. Per rendere possibile il progetto, Israele ha persino modificato le norme esistenti: il divieto di stazionare aerei stranieri durante la notte all’aeroporto Ben-Gurion è stato revocato, nonostante l’opposizione delle compagnie aeree israeliane.

• Il progetto dell’hub Wizz in Israele è in stallo
  Ma nel frattempo il progetto è in stallo. Il ministro dei Trasporti Miri Regev ha sospeso per il momento le discussioni su una base permanente di Wizz Air, dopo che la compagnia aerea aveva nuovamente rinviato il suo ritorno in Israele. Allo stesso tempo, l’aumento dei prezzi del carburante grava in modo particolare sulle compagnie aeree low cost. Si tratta di un ulteriore fattore di incertezza.
Ciononostante, si profila un cauto ottimismo. Il ritorno delle grandi compagnie aeree europee segnala che gli operatori internazionali stanno riprendendo fiducia nel mercato israeliano. Se questa tendenza dovesse continuare e altre compagnie aeree dovessero seguire l’esempio, la situazione per i viaggiatori potrebbe alleggerirsi sensibilmente. L’estate in Israele potrebbe alla fine rivelarsi più conveniente di quanto molti si aspettassero solo pochi mesi fa.

(Jüdische Allgemeine, 14 maggio 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)

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Un centro di formazione porta il nome di uno dei mandanti dell’attentato alle Olimpiadi di Monaco

Un centro di formazione palestinese porta il nome di uno dei mandanti dell’attentato alle Olimpiadi. Questa pratica commemorativa rende omaggio ai terroristi.

NABLUS – Il “Centro per la formazione dei giovani leader ‘Martire Salah Khalaf’”, situato in Cisgiordania, prende il nome da Salah Khalaf, ideatore dell’attentato alle Olimpiadi di Monaco. Il Consiglio Supremo per la Gioventù e lo Sport, a cui fa capo il centro, ha pubblicato un post su Facebook in occasione della “Giornata dei prigionieri”. Ogni anno questa giornata è dedicata alla commemorazione dei palestinesi detenuti in Israele. Gli edifici del centro erano un tempo una prigione israeliana, prima di essere ceduti da Israele ai palestinesi.
Salah Khalaf – meglio noto come Abu Ijad – è stato per decenni uno stretto confidente del leader dell’«Organizzazione per la Liberazione della Palestina» (OLP), Yasser Arafat. Sotto la sua guida, Khalaf era capo della sicurezza e vicepresidente dell’OLP.
È inoltre considerato il fondatore dell’organizzazione terroristica «Settembre Nero», un sottogruppo di Fatah. Il gruppo terroristico è responsabile, tra l’altro, dell’attentato alle Olimpiadi di Monaco. In quell’occasione, nel settembre 1972, i terroristi rapirono e uccisero undici membri della delegazione israeliana. Abu Ijad è stato inoltre cofondatore del gruppo guerrigliero armato Fatah, il predecessore dell’odierno partito Fatah.

• Essere martiri è la cosa più sacra
  L’Autorità Palestinese (AP), alla quale fa capo anche il Consiglio Supremo per la Gioventù e lo Sport, intitola quindi il proprio centro di addestramento a un ideatore di atti terroristici violenti. Questo principio non è nuovo: l’Autorità spesso onora la memoria dei terroristi che perdono la vita nella lotta contro Israele, l’Occidente o altri nemici.
Jibril Rajoub, presidente del Consiglio Supremo e segretario generale del Comitato Centrale dell’attuale partito Fatah, ha commentato in un video la morte del terrorista palestinese Riyad al-Amur con queste parole: «La cosa più sacra agli occhi dei palestinesi sono coloro che sacrificano la propria vita e la propria libertà: i nostri martiri». Al-Amur ha guidato diverse cellule terroristiche, ha compiuto attentati e rapimenti. Dopo il suo arresto all’inizio degli anni 2000, ha trascorso 23 anni in carcere in Israele, è stato liberato grazie a uno scambio di ostaggi ed è morto all’inizio di aprile in Egitto. Al-Amur è responsabile della morte di nove israeliani.
Il post su Facebook relativo al centro mostra alcuni giovani del «campo profughi» di Far’a che hanno visitato il centro di formazione.
Il Consiglio Supremo ha scritto a tal proposito: «La visita è servita […] a trasmettere la storia del centro, che in passato è stato un luogo di sofferenza per i palestinesi e oggi funge da centro di formazione e promozione di giovani leader, bambini e apprendisti, offrendo molti programmi e attività rilevanti – in linea con la visione e gli obiettivi del Consiglio Supremo per la Gioventù e lo Sport».
Nel frattempo, ci sono almeno quattro centri che portano il nome di Abu Ijad. Lo riferisce l’osservatorio israeliano sui media “Palestinian Media Watch”, che ha richiamato l’attenzione sull’attuale denominazione.

(Israelnetz, 13 maggio 2026)

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Il Canada travolto dall’antisemitismo mentre sinagoghe e scuole ebraiche finiscono sotto attacco

Nel 2026 gli episodi violenti contro gli ebrei canadesi hanno già superato il totale dell’intero anno scorso. Spari contro fedeli a Toronto, scuole colpite, incendi e aggressioni alimentano la paura di una comunità sempre più isolata

di Paolo Montesi

Meno di cinque mesi sono bastati perché il Canada superasse già il numero totale di aggressioni antisemite violente registrate durante tutto il 2025. È un dato che fotografa qualcosa di molto più profondo di una semplice crescita statistica. Dentro il Paese che per decenni ha coltivato l’immagine di società multiculturale pacifica e tollerante, una parte crescente della comunità ebraica vive ormai con la sensazione concreta di essere diventata un bersaglio quotidiano.
L’allarme è stato lanciato da B’nai Brith Canada, una delle più importanti organizzazioni ebraiche del Paese, che venerdì ha diffuso dati preliminari eccezionali proprio per la rapidità con cui la situazione sta peggiorando. Secondo la League for Human Rights dell’organizzazione, dall’inizio del 2026 sono già stati registrati undici episodi di antisemitismo violento, superando i dieci casi documentati durante l’intero anno precedente.
L’ultimo episodio è avvenuto giovedì sera a Toronto, dove tre ebrei sono stati presi di mira all’uscita della sinagoga Chasidei Bobov, su Bathurst Street, da persone che hanno sparato da un’automobile utilizzando una gel blaster gun, un’arma che replica l’aspetto di un fucile reale e che può comunque provocare ferite. Anche se l’attacco non ha causato vittime gravi, il messaggio intimidatorio è apparso chiarissimo. E soprattutto si inserisce in una lunga sequenza di aggressioni contro sinagoghe e istituzioni ebraiche che sta colpendo soprattutto l’area di Toronto e Montréal.
Simon Wolle, amministratore delegato di B’nai Brith Canada, ha parlato apertamente di una crisi ormai fuori controllo. “Questi attacchi sfacciati contro gli ebrei canadesi mostrano un antisemitismo che è ormai esploso”, ha dichiarato, accusando le istituzioni di avere sottovalutato per troppo tempo il problema mentre l’odio antiebraico diventava sempre più normalizzato nello spazio pubblico.
Il termine usato da Richard Robertson, direttore della ricerca e dell’advocacy dell’organizzazione, è ancora più duro. Secondo lui gli ebrei canadesi “vengono terrorizzati”. Per questo B’nai Brith ha chiesto al governo federale la creazione immediata di una task force d’emergenza contro l’antisemitismo.
I numeri spiegano perché il clima sia diventato così pesante. Nel 2025 il Canada aveva già registrato il record storico di 6.800 episodi antisemiti, con una media di quasi diciannove incidenti al giorno. Era stato un aumento del 9,3 per cento rispetto al precedente record del 2024. Ma il salto qualitativo che preoccupa oggi riguarda soprattutto la violenza fisica e l’attacco diretto a persone, scuole e luoghi di culto.
Dopo il 7 ottobre 2023 e la guerra scatenata da Hamas contro Israele, il Canada è diventato uno dei Paesi occidentali dove l’escalation antisemita è stata più evidente. Una scuola ebraica femminile di Toronto è stata colpita da spari in tre occasioni diverse durante la notte, due istituzioni ebraiche di Montréal sono finite nel mirino di attentati incendiari, un uomo ebreo è stato aggredito davanti ai propri figli e in Nuova Scozia sono apparse scritte antisemite su diverse sinagoghe.
Negli ultimi giorni B’nai Brith ha inoltre denunciato la presenza online di una rete estremista che avrebbe diffuso una “mappa degli obiettivi” contenente l’indicazione di istituzioni israeliane ed ebraiche in Canada. Un salto ulteriore verso un clima di intimidazione organizzata che molte famiglie ebree descrivono ormai come una minaccia concreta alla propria sicurezza quotidiana.
Il problema sta assumendo anche una dimensione politica sempre più delicata. In diverse università canadesi le tensioni legate alla guerra di Gaza hanno prodotto proteste radicalizzate, occupazioni e slogan apertamente ostili agli ebrei e a Israele. Una parte della comunità ebraica accusa il governo e molti ambienti accademici e mediatici di avere tollerato troppo a lungo un linguaggio che, poco alla volta, ha contribuito a legittimare aggressioni e intimidazioni.
Per questo il dibattito canadese non riguarda più soltanto la sicurezza delle sinagoghe o la protezione delle scuole. Sempre più ebrei canadesi si chiedono infatti come sia stato possibile che un Paese considerato per anni uno dei modelli del multiculturalismo occidentale stia diventando uno dei luoghi dove l’antisemitismo appare oggi più aggressivo e visibile nello spazio pubblico.

(Setteottobre, 13 maggio 2026)
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Il Canada è Occidente. Occidente americano, in senso geografico e culturale. È di questo Occidente che Israele dovrebbe essere il baluardo difensivo? M.C.

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«Questo mi ha dato forza» - Noam Bettan ha cercato bandiere israeliane tra il pubblico

Quando l’israeliano si è esibito in semifinale, sono stati uditi chiari fischi da parte del pubblico.

Quando martedì sera Noam Bettan ha cantato la sua canzone «Michelle» all’Eurovision Song Contest di Vienna, oltre a forti applausi si sono levati anche fischi evidenti dal pubblico, e diversi spettatori hanno anche alzato in aria in modo dimostrativo bandiere palestinesi. Secondo quanto riportato dai media, la polizia ha dovuto accompagnare fuori dall’arena alcuni manifestanti. Ma l’israeliano non si è lasciato scoraggiare.
«Ho sentito i fischi», ha detto dopo essersi qualificato per la finale. Allo stesso tempo, però, ha percepito subito anche il sostegno di molti spettatori. «La gente ci ha incoraggiato e mi ha dato energia».
La fine della canzone è stata particolarmente emozionante per lui. Durante la frase «C'è qualcuno che ascolta», ha detto di aver pensato soprattutto alle persone in Israele. «Ho avuto davvero la sensazione di cantare per lo Stato di Israele».
Nonostante le tensioni, molti spettatori hanno cantato il ritornello di «Michelle». Bettan ha spiegato in seguito di aver cercato intenzionalmente le bandiere israeliane tra il pubblico durante l’esibizione. «Questo mi ha dato forza», ha detto.
Dopo la semifinale di successo, il cantante ha ringraziato i suoi sostenitori in Israele e in tutto il mondo. «Grazie a tutte le persone in Israele e alle comunità ebraiche in tutto il mondo», ha detto Bettan. «Grazie per aver votato per me. Vi amo.»

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Il capo della delegazione Yoav Tzafir con Noam Bettan

Dopo l’accesso alla finale dell’Eurovision Song Contest a Vienna, la delegazione israeliana ha guardato con fiducia al futuro. Il capo della delegazione Yoav Tzafir ha parlato, dopo l’esibizione del cantante Noam Bettan, di un’importante vittoria di tappa – e ha già formulato il prossimo obiettivo: la vittoria finale all’ESC. Lo ha riportato «Ynet».
«La prima e più importante missione è alle nostre spalle. Ora vogliamo arrivare in cima», ha detto Tzafir dopo la qualificazione. Bettan si è «meritato il miglior piazzamento possibile». Il capo della delegazione è rimasto impressionato dall’esibizione di Bettan. «Le reazioni sono state fantastiche. È stata un’esibizione perfetta», ha spiegato Tzafir. Ha sottolineato in particolare che il cantante non si è lasciato influenzare dalle azioni di disturbo: «Noam è un vero professionista.»

(Jüdische Allgemeine, 13 maggio 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)

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«Smettetela di chiamarli coloni. Ebrei da sempre in Cisgiordania. Oggi si difendono dai terroristi» 

Fiamma Nirenstein boccia le sanzioni Ue: «Intromissione arbitraria e sciocca. Giudea e Samaria, boom di attentati: da lì può arrivare un nuovo 7 ottobre». 

di Luca Sablone 

«È un'intromissione arbitraria e sciocca». _Fiamma Nìrensteìn - scrittrice, editorialista de Il Giornale e direttrice della sezione antisemitismo del Jerusalem Center for Foreign Affairs - ammonisce duramente l'Unione europea, che ha approvato sanzioni contro i «coloni israeliani violenti» in Cisgiordania. Ignorando la Storia e sottovalutando il terrorismo palestinese. 

• Li chiamano «coloni» ... 
   «È arrivato il momento di smettere di usare questo termine, è diventato un insulto a delle persone che abitano in un'area che non può in nessun modo essere definita colonia: non sono mai entrati con le armi, non hanno mai sfruttato la manodopera locale. Era in gran parte deserto: di certo non è stato colonizzato, ma è stato abitato per una parte soltanto con l'intento di farlo fiorire». 

• Cosa dice la Storia? 
   «La Giudea e la Samaria erano occupate dalla Giordania, e non sono mai state palestinesi. Nel 1967 la Giordania ha attaccato Israele, che si è difeso su quel terreno conquistandolo. Quando la guerra è finita, ha immediatamente offerto di dare indietro la terra in cambio della pace con i Paesi arabi, ma si è trovato subito di fronte tanti no assoluti. No alle trattative, no alla pace. La decisione di insediarsi in questo territorio fu senz'altro elemento di discussione, ma non fu mai illegale; si stabilì con due risoluzioni dell'ONU che l'assetto definitivo della Giudea e della Samaria andava deciso con un accordo tra le parti. Ma non ci fu proprio nessuna caratteristica di colonizzazione. La presenza in quelle aree è una presenza ancestrale. Gli ebrei sono sempre stati lì da tremila anni: se si gira con la Bibbia in mano, se ne ritrova la mappa precisa». 

• Come sono suddivise le aree, secondo gli Accordi di Oslo? 
   «L'area A è tutta quanta sotto il controllo palestinese, e contiene tutte quelle aree e città da cui l'esercito israeliano se ne andò immediatamente all'inizio degli anni '90, quando ci furono gli accordi. Non c'è più traccia di presenza israeliana. L'area B è sotto il controllo delle due parti. L'Area C è quella sotto il controllo israeliano in cui si sono sviluppati gli insediamenti». 

• Li chiama «insediamenti» tranquillamente, con leggerezza ... 
   «Certo. Però nell'area C si assiste ormai da anni - soprattutto dopo il 7 ottobre - a un'attività espansiva palestinese che è contro gli accordi di Oslo. Gli attacchi palestinesi nell'area C vanno in parallelo con dei tentativi di colonizzazione araba, e infatti la popolazione palestinese qui è cresciuta verticalmente, con un'autentica invasione della zona. La presenza dei palestinesi è aumentata del 504%, mentre quella degli ebrei del 58%». 

• Però non possono essere negate le violenze di alcuni israeliani... 
   «Non ho nessun dubbio che possa esistere qualche testa calda e anche qualche criminale. E lungi da me difenderli, anche perché Israele si occupa molto attivamente dei propri criminali e li sbatte in galera. Ma c'è un'altra cosa di cui sono sicura: nel 2024 ci sono stati in Giudea e Samaria 6.228 attentati terroristici. 3.436 nel 2023. Nell'area C c'è un gruppo palestinese (la Fossa dei Leoni) che ha già compiuto molti attentati. 
La Cisgiordania è diventata l'altro possibile grande spazio abitato da palestinesi in cui, come Gaza, può albergare la possibilità di un'aggressione sanguinosa come quella del 7 ottobre, se Israele non la previene». 

• Addirittura? 
   «Parlano i numeri. Nel 2025 sono stati sventati in quelle zone mille attentati. Questo è stato fatto con operazioni militari che probabilmente hanno salvato Israele da un nuovo 7 ottobre. Quando si chiede a Israele di lasciare ai palestinesi che lì venga costruito il loro Stato, prima di tutto occorre - come da accordi - una vera trattativa in cui i palestinesi dimostrino con una nuova leadership di essere pronti a un vero accordo con Israele, e quindi di accettarne l'esistenza. Ma fino ad ora l'unica volontà che si manifesta da quelle parti è quella di vedere sparire gli ebrei. Tant'è vero che quando ad Abu Mazen è stato chiesto come vedrebbe uno Stato palestinese, che secondo lui certamente dovrebbe comprendere anche la Cisgiordania, ha risposto che non vi deve vivere neanche un ebreo. Al momento non ho nessun segnale né che i palestinesi abbiano veramente intenzione di costruire uno Stato accanto a uno Stato ebraico, né che intendano pensare alla Cisgiordania come a un'area di pace». 

• Allora cos'è la Cisgiordania? 
   «La chiamo Giudea e Samaria. La vedo come un'area da cui - se in mano palestinese - si potrebbe bombardare tutta la zona costiera, Tel Aviv e tutte le città più vivaci e più popolate di Israele. Soprattutto da lì si potrebbe tenere sotto controllo l'aeroporto internazionale. Mi domando come tutto questo passi inosservato agli occhi dell'Unione europea. Come verrebbe garantita l'esistenza di Israele in quel caso?»

(Il Riformista, 13 maggio 2026)

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L’ Università di Tel Aviv e il Technion nella top 10 mondiale per numero di founder di startup

di Jacqueline Sermoneta

Due università israeliane rientrano nella top 10 mondiale per numero di founder di startup tra i propri laureati, secondo l’ultima analisi basata sui dati di PitchBook e pubblicata dalla società di venture capital Andreessen Horowitz (a16z).
  L’Università di Tel Aviv si colloca al settimo posto con circa 865 imprenditori che hanno raccolto complessivamente circa 30 miliardi di dollari. Il Technion – Israel Institute of Technology è decimo, con 783 imprenditori e circa 23 miliardi di dollari raccolti. Israele è l’unico Paese, oltre agli Stati Uniti, a vantare due atenei nella top 10, elemento che evidenzia la forte densità di imprenditorialità high-tech rispetto alla popolazione.
  Lo studio si basa sull’analisi di oltre 170.000 founder di startup a livello globale che hanno ottenuto finanziamenti di venture capital tra il 2014 e il 2025.
  Secondo il report, le università israeliane, come anche quelle indiane, superano le prestigiose università americane della Ivy League per “efficienza imprenditoriale”. In cima alla classifica per numero assoluto di founder c’è l’Università della California – Berkeley (1.804), mentre l’Università della Pennsylvania guida per capitale totale raccolto dai laureati, con oltre 120 miliardi di dollari.
  Il rapporto individua, inoltre, tre poli chiave del boom dell’intelligenza artificiale: Stanford, definita la principale “fabbrica di IA”, il MIT, leader nell’integrazione tra IA, robotica e biotech, e l’Università di Toronto, principale hub AI al di fuori degli Stati Uniti. Il Technion e l’Università di Tel Aviv emergono come centri rilevanti nella formazione di imprenditori attivi in cybersecurity e computer vision.
  Nel complesso, il 2026 viene descritto come un’“età dell’oro” per giovani imprenditori grazie alla riduzione dei costi di accesso alla potenza di calcolo, che consente a piccoli team di sviluppare prodotti un tempo possibili solo con grandi strutture aziendali.

(Shalom, 13 maggio 2026)

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L’EUPAC chiede all’UE di sospendere gli accordi commerciali con Israele

Mentre i suoi dirigenti risultano sanzionati dagli USA per presunti legami con Hamas

di Rosa Davanzo 

Nel cuore di Bruxelles, a pochi passi dalle istituzioni europee che decidono le politiche commerciali e diplomatiche dell’Unione, opera un’organizzazione che si presenta come un ponte politico tra Europa e causa palestinese, ma che secondo il Tesoro americano sarebbe guidata da figure centrali della rete internazionale di finanziamento di Hamas. E proprio questa organizzazione, l’European Palestinian Council for Political Relations, conosciuta come EUPAC, ha pubblicato nei giorni scorsi uno studio che invita l’Unione Europea a sospendere l’accordo di associazione commerciale con Israele, prospettando danni economici miliardari per lo Stato ebraico.
La vicenda rischia di aprire un nuovo fronte politico dentro l’Europa, perché mette in luce la distanza crescente tra il sistema sanzionatorio americano contro Hamas e l’approccio molto più ambiguo e lento adottato da alcuni Paesi europei, a cominciare dal Belgio.
Secondo il documento diffuso il 6 maggio da EUPAC, una sospensione parziale dell’accordo commerciale UE-Israele costerebbe all’economia israeliana circa 2,15 miliardi di euro all’anno, mentre una sospensione totale provocherebbe perdite superiori ai 14 miliardi già nel primo anno. Lo studio sostiene che Israele, definito “potenza occupante”, dovrebbe essere sottoposto alle normali tariffe doganali previste dalle regole dell’Organizzazione mondiale del commercio.
Fin qui potrebbe sembrare uno dei tanti documenti politici che circolano negli ambienti delle lobby europee. Il problema nasce guardando chi guida l’organizzazione.
Sul sito ufficiale dell’EUPAC compaiono infatti come presidente Majed Al-Zeer e come vicepresidente Mohammad Hannoun. Entrambi sono stati sanzionati dal Dipartimento del Tesoro americano il 7 ottobre 2024 con l’accusa di avere svolto ruoli di primo piano nella rete internazionale di raccolta fondi di Hamas.
Secondo il Tesoro statunitense, Majed Al-Zeer sarebbe stato “il principale rappresentante di Hamas in Germania” e avrebbe avuto un ruolo centrale nella raccolta di fondi europei per il movimento islamista palestinese. Israele lo aveva già indicato nel 2013 come operativo di Hamas, mentre i servizi tedeschi lo avevano pubblicamente identificato come rappresentante occulto dell’organizzazione sul territorio tedesco.
Negli ultimi mesi il suo nome è emerso anche in relazione a un presunto mandato di arresto europeo emesso dalla Germania, riportato da diverse fonti giornalistiche tra cui il Jerusalem Post sulla base di informazioni provenienti dalla Svezia. Le accuse riguarderebbero attività di coordinamento di Hamas in Europa, comprese raccolte di fondi e supporto logistico.
Prima della nascita di EUPAC, Al-Zeer aveva guidato il Palestinian Return Centre di Londra, organizzazione dichiarata da Israele “associazione illegale” per presunti legami con Hamas. Sui social media, inoltre, Al-Zeer ha descritto il massacro del 7 ottobre 2023 come un’azione di “autodifesa”.
Anche Mohammad Hannoun è al centro di un’inchiesta pesantissima. Fondatore dell’Associazione Benefica di Solidarietà con il Popolo Palestinese, conosciuta come ABSPP, Hannoun è stato indicato dal Tesoro americano come responsabile di una struttura che raccoglieva fondi apparentemente umanitari destinati in realtà all’ala militare di Hamas. Secondo Washington, nel corso di dieci anni sarebbero stati trasferiti almeno quattro milioni di dollari.
Il 27 dicembre 2025 Hannoun è stato arrestato in Italia insieme ad altre otto persone nell’ambito di un’indagine antiterrorismo che ipotizza il trasferimento di circa sette milioni di euro verso entità collegate a Hamas attraverso canali umanitari. Durante le perquisizioni sarebbero stati sequestrati oltre un milione di euro in contanti insieme a materiale di propaganda favorevole ad Hamas.
Nonostante tutto questo, EUPAC continua a operare regolarmente in Belgio come associazione senza scopo di lucro registrata a Bruxelles. Ed è qui che il caso assume un significato politico molto più ampio. Già nel febbraio 2024 il ministro della Giustizia belga Paul Van Tigchelt aveva ammesso davanti al Parlamento che nel Paese operavano gruppi impegnati in attività di lobbying e raccolta fondi per Hamas. Senza citare nomi specifici, Van Tigchelt aveva però spiegato che sciogliere organizzazioni di questo tipo risulta estremamente complicato secondo la legislazione belga.
Intanto EUPAC continua a pubblicare studi, organizzare incontri e tentare di influenzare il dibattito europeo su Israele proprio dalla capitale politica dell’Unione Europea. Una situazione che per molti osservatori sta trasformando Bruxelles in uno dei principali punti ciechi dell’infrastruttura europea legata al sostegno politico e finanziario di Hamas.

(Setteottobre, 12 maggio 2026)

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La Germania omaggia le sorelle Spizzichino

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Le sorelle Spizzichino: da sinistra, Grazia, Sara e Rivka

ROMA – Rivka, Grazia e Sara Spizzichino sono tre sorelle, ebree romane. Discendono da Settimia Spizzichino, l’unica donna sopravvissuta alla razzia del 16 ottobre 1943. È anche in ragione di questo legame che hanno contribuito a plasmare l’associazione Ricordiamo Insieme, nata per volontà dei coniugi tedeschi Friederike e Tobias Wallbrecher e dall’incontro di due storie familiari diametralmente opposte: da una parte quella di chi la Shoah l’ha subita, dall’altra quella di chi alla Shoah ha preso parte in modo attivo. Un nonno di Friederike faceva parte dei gruppi di quartiere che, nella Germania nazista, davano la caccia agli ebrei e a chi li aiutava.
  L’obiettivo dell’associazione è lavorare da diverse prospettive all’elaborazione del trauma e tra gli appuntamenti che più ne segnano l’attività nel corso dell’anno c’è la commemorazione del rastrellamento nel cortile dell’ex Collegio militare, oggi Centro Alti Studi per la Difesa (Casd) dell’esercito, un appuntamento da tempo al centro del calendario memorialistico del 16 ottobre. Premierà questo sforzo l’Ordine al Merito della Repubblica Federale di Germania, che le tre sorelle riceveranno durante una cerimonia in programma la mattina di mercoledì 13 maggio a Villa Almone, residenza ufficiale dell’ambasciatore tedesco a Roma.
  «Siamo molto onorate», racconta Rivka, che è vicepresidente di Ricordiamo Insieme. «Il periodo è purtroppo molto complicato per chi si occupa di temi come il nostro, con un ritorno di moda dell’antisemitismo davvero preoccupante. Più di quello dichiarato, per contrastare il quale ci sono le istituzioni, a me inquieta quello non esplicito». Il riconoscimento, spiega, «arriva in un momento difficile anche a livello familiare: a settembre abbiamo perso nostro padre Mario, ma a ottobre abbiamo comunque onorato il nostro impegno perché sentiamo di avere una responsabilità: tutto questo, purtroppo, mentre un numero crescente di docenti e scuole ci ha voltato le spalle».
  Il tema è stato sollevato durante la scorsa commemorazione, anche con una installazione artistica di denuncia con tante sedie vuote e un interrogativo: «Dove sono le persone che credevamo amiche?». E se è vero che «abbiamo perso vari pezzi per strada», l’onorificenza tedesca «ci ridà un po’ di motivazione». Concorda la sorella Sara, ideatrice dell’installazione: «È significativo che questo premio arrivi dalla Germania, anche per quella che è la genesi di Ricordiamo Insieme. Con quelle sedie vuote abbiamo evidenziato un vuoto che tocchiamo con mano e con dolore. Da allora quella ferita si è ampliata ancora, allargandosi a macchia di olio». Ci sono però anche stimoli positivi all’orizzonte. Come la nascita di una fondazione che «sarà alla base del centro di documentazione che apriremo prossimamente a Roma, in via Domenico Silveri», sottolinea Rivka. «Promuoveremo iniziative di Memoria, faremo incontrare storici con studenti e universitari, lavoreremo per promuovere stage e tirocini. Per la gestione dell’archivio, contiamo inoltre sulla collaborazione di docenti in pensione». Uno dei focus della fondazione sarà l’analisi delle radici dell’antisemitismo e dell’antigiudaismo «perché le persone spesso si esprimono, non avendone coscienza, attraverso codici antisemiti». Ed è quindi fondamentale un impegno di studio e decostruzione. Intanto, per le Spizzichino, è arrivato l’apprezzamento della Germania.

(moked, 12 maggio 2026)

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«Vieni da Israele, che schifo» – Come la guerra mi ha raggiunto in paradiso

Ero andato in Thailandia per schiarirmi le idee – e ho dovuto constatare che nemmeno lì si può sfuggire alla realtà.

di Elad Schneider

Isole tropicali, spiagge bianche, libertà senza limiti: era questo che cercavo quando sono arrivato a Koh Phangan, in Thailandia. La sera volevo andare a una tradizionale festa nella giungla. Prima sono passato dall’ostello dove alloggiavano due amici che avevo conosciuto sull’isola: un ebreo francese e un’olandese che vive in Italia. Ci siamo seduti nella hall e, nella tipica atmosfera cosmopolita da backpacker, il nostro gruppo si è rapidamente allargato. Si sono unite a noi due turiste tedesche, un altro tedesco e una giovane americana.
La conversazione è iniziata in modo spontaneo. Dopo qualche minuto abbiamo fatto un giro di presentazioni. L'americana ha chiesto a ciascuno il proprio nome e il proprio paese di provenienza. Quando è stato il mio turno, ho risposto semplicemente: «Vengo da Israele».
La sua reazione è stata quasi istintiva: «Ew» – «Che schifo».
Si è diffuso un silenzio imbarazzante. Era chiaro a tutti che cosa fosse appena successo, ma la maggior parte ha abbassato lo sguardo e ha taciuto. Io, però, ho deciso di non tacere. Le ho chiesto di spiegare cosa intendesse dire. Non ha ritrattato nulla, anzi ha ribadito: «Israele, che schifo». Le ho fatto capire in modo inequivocabile che doveva sedersi da un’altra parte – per me la conversazione a quel punto era finita. Solo allora ha cominciato a balbettare e a relativizzare, dicendo che il suo problema aveva a che fare con «la situazione e la politica».
Ho guardato lei e gli altri e ho chiarito le cose. "Anch’io ho delle critiche nei confronti dei politici – ma dire “che schifo” a una persona come prima reazione, solo per la sua origine, è puro antisemitismo. È il modo di parlare di chi ha subito un lavaggio del cervello". In quel momento una delle tedesche ha cercato di difenderla, sostenendo che Israele agisce in modo sbagliato e “uccide i bambini”.
All’improvviso mi sono ritrovato in prima linea. Non era più una situazione da trattare con i guanti di velluto. «Voi europei state comodamente seduti su un continente senza guerre esistenziali e vi lasciate influenzare dai media che vi trasmettono un’immagine distorta di noi», ho ribattuto. Ho aggiunto che è vergognoso muovere accuse morali a una nazione a cui è stata imposta una guerra brutale. Ho concluso dicendo che erano dei “perdenti” nel modo in cui gestivano i propri problemi migratori – e che, se non si fossero svegliati, avrebbero pagato un prezzo alto. Le parole hanno colpito nel segno. Il silenzio nella hall dimostrava che erano arrivate.
Nonostante tutto, l’americana si è unita più tardi al nostro gruppo quando siamo partiti per la festa nella giungla. Per tutta la serata si percepiva che la situazione la metteva a disagio. Continuava a guardare nella mia direzione, evidentemente alla ricerca di un modo per colmare la distanza.
In quel momento ho deciso di mettere da parte il mio ego. Per quanto avessi percepito chiaramente il suo comportamento come antisemita, mi sono reso conto che si può perdonare una persona che giorno dopo giorno è esposta a un'influenza mediatica unilaterale.
Mi avvicinai a lei, le diedi un cinque e le dissi che speravo avesse davvero compreso la complessità della situazione.
La sua reazione fu immediata e sembrò sincera. Disse di aver capito. Poi si scusò e mi abbracciò in modo amichevole.
Tornai da quella serata con una chiara consapevolezza: La lotta per il nostro nome nel mondo è dura e logorante. Ma a volte è proprio questa combinazione – difendere con fermezza la propria verità ed essere allo stesso tempo pronti al perdono – che può abbattere i muri.
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All’articolo segue un appello del giornale ai lettori.
Cari lettori,
ora tocca a VOI. Conoscete persone o conoscenti nel vostro quartiere che la pensano come questi giovani? Molti traggono le loro opinioni dai resoconti dei media, che spesso sono contro lo Stato di Israele e tralasciano fatti importanti o distorcono la verità. Vorremmo ascoltare le critiche dei giovani nei confronti di Israele.
Quali domande si pongono queste persone, cosa le spinge, cosa rimproverano a Israele, perché odiano Israele, dove risiedono i malintesi? Scriveteci e inviateci proprio questi punti critici! Ne terremo conto e pubblicheremo sulla nostra rivista un articolo che tratterà proprio quelle domande, quelle accuse e quelle denunce. Perché è possibile rispondere ai giovani con le risposte giuste, come dimostra il caso di Elad. C’è speranza! Ancora oggi molte persone si lasciano convincere dai fatti. Scriveteci cosa avete vissuto o quali domande sono in sospeso.

(Israel Heute, 12 maggio 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)

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Perché sono sionista

Oggi, per molti, «sionismo» è un termine dispregiativo, sinonimo di razzismo. Ma si tratta di un malinteso. L’antisionismo è razzismo. Il sionismo è la risposta più naturale a duemila anni di persecuzioni, espulsioni e genocidi. L'autore dell’articolo è presidente del consiglio di amministrazione di Axel Springer SE. Questo articolo è una versione stampata del suo discorso in occasione del 90° anniversario del World Jewish Congress, tenuto l'11 maggio 2026 a Ginevra.

di Mathias Döpfner 

Non voglio più tenere né ascoltare un discorso «Mai più». «Mai più» è diventata una frase da discorsi di circostanza. Perché semplicemente non è vero. Se fosse vero, non ci sarebbe stato il terrorismo di Hamas il 7 ottobre. Se fosse vero, non ci sarebbero grida di «Juda verrecke» per le strade europee. Se fosse vero, non ci sarebbe la paura dei genitori ebrei di mandare i propri figli a scuola con la kippah.
Mai più è una dichiarazione d’intenti morale senza conseguenze. Mai più sarebbe adesso. Ma adesso non vale il «mai più». Vale: ancora e ancora. Ancora e ancora antisemitismo. Ancora e ancora violenza. Ancora e ancora inversione tra carnefice e vittima.
Il World Jewish Congress è stato fondato il 13 agosto 1936 a Ginevra. Mi congratulo di cuore per il 90° compleanno e auguro forza e successo per il futuro. Ma Ginevra è anche sede del Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite, in cui Israele è di gran lunga il Paese più condannato da anni – più spesso della Siria, della Corea del Nord, dell’Iran e del Venezuela messi insieme. Si preferisce occuparsi di presunte violazioni dei diritti umani in Islanda piuttosto che degli omicidi nelle dittature come la Russia, la Cina o l’Iran. L’organo delle Nazioni Unite è diventato un consiglio che stravolge i diritti umani.

• Esplosione dell’odio contro gli ebrei
   Dal 7 ottobre 2023, dal pogrom più crudele contro gli ebrei dopo la Shoah, non assistiamo a solidarietà, ma a un’esplosione globale dell’odio contro gli ebrei. Il 7 ottobre non è stato un incidente militare. Non è stato un «conflitto». È stato un pogrom. Persone sono state uccise perché erano ebree. Uomini sono stati torturati in modo bestiale. Donne violentate. Bambini linciati. Famiglie sterminate. Perché erano ebrei.
Ciò che è seguito è stato inconcepibile. Appena sono state mostrate le immagini delle vittime, sono iniziate le relativizzazioni. Appena sono stati resi noti i nomi delle persone uccise, sono iniziate le giustificazioni. Israele è stato accusato mentre era ancora sotto attacco. Come ha affermato il segretario generale dell’ONU António Guterres: bisogna «riconoscere che gli attacchi di Hamas non sono avvenuti nel vuoto». Non nel vuoto. In altre parole: la colpa è di nuovo degli ebrei.
Contrariamente a quanto spesso affermato, queste reazioni non sono arrivate solo dopo mesi di rappresaglie israeliane a Gaza. È iniziato subito. Poche settimane dopo il 7 ottobre, la maggioranza dei giovani americani ha dichiarato di comprendere le azioni di Hamas. Un sondaggio rappresentativo dell’Università di Harvard ha rivelato che il 60 per cento degli americani di età compresa tra i 18 e i 24 anni riteneva che «l’uccisione di 1200 israeliani fosse giustificata dalle condizioni di vita dei palestinesi». E un sondaggio dell’«Economist» ha documentato che il 20% dei giovani americani tra i 18 e i 29 anni è convinto che l’Olocausto sia una menzogna.

• Successo di esportazione globale
   Il 7 ottobre è stato il punto di svolta. Come se il terrore di Hamas avesse aperto una diga. L’antisemitismo non è più un’ombra nera proveniente dall’Austria e dalla Germania. Da allora è diventato un successo di esportazione globale. Particolarmente di successo tra i giovani. Modernizzato e ringiovanito, quasi come un fenomeno della cultura pop, si sta diffondendo a una velocità vertiginosa negli Stati Uniti, in tutta Europa, nelle università, nella scena artistica e culturale, sui social media e per le strade delle nostre città – nelle parole e nei fatti.
L’antisemitismo ha raggiunto una nuova dimensione a livello mondiale. È una nuova dimensione, inimmaginabile dal 1945, una nuova situazione che richiede un nuovo modo di pensare, un nuovo spirito e, soprattutto, un nuovo modo di agire.
Particolarmente perfido è il nuovo, ma antico antisemitismo proprio dove meno ce lo si aspetterebbe: nelle università d’élite, nei teatri, nei musei, nei circoli apparentemente colti. Proprio gli artisti, i musicisti, i pittori, gli scrittori, gli attori e gli intellettuali, che dovrebbero essere i sensori più sensibili nella lotta contro l’autoritarismo e l’intolleranza, sono diventati – non tutti, ma troppi – opportunisti spietati e sostenitori dell’oblio storico.

• Freddezza e mancanza di cuore
   Forse è questo che mi sconcerta di più nelle reazioni e nelle dichiarazioni di tanti amici del mondo della cultura: la freddezza e la mancanza di cuore con cui gli esteti assecondano lo spirito del tempo dominato dall’islamismo. Se glielo si chiede, naturalmente lo negano con forza. Ovviamente non sono antisemiti. Ma si potrà pur criticare Israele, no? Proprio come se questa critica fosse qualcosa di proibito – e invece è all’ordine del giorno.
Solo in Germania ci sono ormai 17 responsabili per l’antisemitismo, a livello nazionale e a livello dei Länder, con schiere di collaboratori. Un’intera burocrazia si occupa a tempo pieno di placare le coscienze. Guardate quanto facciamo! In teoria funziona alla grande, nella pratica ci sono delle lacune.
Un esempio: il 13 aprile 2026 è stata pronunciata a Berlino una sentenza nel caso di Mustafa A., che aveva brutalmente picchiato lo studente Lahav Shapira. Il tribunale non ha potuto individuare alcun movente antisemita – poiché l’autore del reato avrebbe picchiato la sua vittima «così, senza motivo», mandandola all’ospedale; secondo il tribunale, però, il fatto sarebbe stato antisemita solo se avesse espressamente annunciato in precedenza il suo odio per gli ebrei. Come se l’odio dovesse compilare un modulo prima di colpire. Il fatto che sul cellulare di Mustafa A. sia stato trovato un video in cui si dice: «Musti ha picchiato a morte quel figlio di puttana ebreo», non è bastato al tribunale come indizio.

• Violenza fisica
   Proviamo semplicemente – come esperimento mentale – a scambiare i nomi e le religioni. Quale sarebbe stata la reazione dei media? Sgomento. Scandalo. Solidarietà con la vittima Mustafa. In realtà – con Shapira come vittima – nulla. Silenzio.
In Francia, nel 2023, i reati antisemiti sono quadruplicati. Un anno dopo, lo stupro di gruppo di una ragazzina ebrea di dodici anni ha fatto notizia. In Inghilterra, le manifestazioni con contenuti antisemiti sono all’ordine del giorno. Poche settimane fa, due ebrei sono stati aggrediti con un coltello in strada. Alla violenza verbale segue regolarmente la violenza fisica. Siamo realistici: Germania, Francia o Inghilterra non sono più paesi veramente sicuri per gli ebrei.
In questo contesto penso spesso a Tommy Lapid. Lapid era un politico in Israele, a un certo punto l’unico sopravvissuto all’Olocausto nella Knesset. L’ho incontrato molti anni fa a Gerusalemme e mi ha raccontato perché era diventato un politico. «Da bambino» – raccontò davanti a un caffè sulla terrazza del King David Hotel – «in Ungheria sono sopravvissuto per un soffio a un’azione omicida dei nazisti; tutti i miei compagni di classe furono fucilati, solo me tralasciarono. In quel momento giurai a me stesso: se sopravvivo, farò di tutto affinché esista da qualche parte nel mondo un luogo in cui i bambini ebrei siano al sicuro. Per questo sono andato in Israele. Per questo sono entrato nella politica israeliana. Per questo ho fatto di tutto affinché Israele fosse un rifugio sicuro per i bambini ebrei». E poi ha aggiunto con le lacrime agli occhi: «Spero che lo sarà».

• Stessi diritti
   Theodor Herzl fondò questa visione nel 1896 nella sua opera epocale «Lo Stato ebraico» – non solo per i bambini, ma per tutti gli ebrei. Questa era ed è l’idea profonda del sionismo: gli ebrei hanno lo stesso diritto di qualsiasi altro popolo di vivere nel proprio Stato in autodeterminazione, in pace e sicurezza.
Oggi il sionismo è per molti una parolaccia. In Inghilterra, i membri del Partito dei Verdi, che in modo del tutto infelice mescolano la protezione del clima e l’odio verso gli ebrei, affermano: «Il sionismo è razzismo». Deve esserci un malinteso. Non è il sionismo a essere razzista. È l’antisionismo ad essere razzista. Il sionismo è la risposta più naturale a duemila anni di persecuzioni, espulsioni e genocidi.
Ciò che non mi è chiaro è perché il sionismo debba essere un’idea e un obiettivo che solo gli ebrei possono fare propri. Io sono un goy. E sono sionista. Con tutto il cuore, per convinzione e con passione. Israele è l’unica democrazia imperfetta in una regione dominata da dittature piuttosto perfette, cioè molto brutali. Israele è una testa di ponte dei valori occidentali in Medio Oriente. Israele è una terra di conoscenza e scienza. Nonostante tutto, una terra di libertà e tolleranza. E di difesa consapevole e vincente dei valori dell’Illuminismo. Dei nostri valori.

• Conseguenza logica
Il sionismo non è una parolaccia. Il sionismo è la conseguenza logica della storia. Il diritto di un popolo a vivere in sicurezza. Il diritto di difendersi. Il diritto di non dipendere più dalla clemenza altrui. Chi mette in discussione questi diritti, non mette in discussione solo Israele, ma i principi su cui si fondano le società libere.
Ecco perché sono sionista. E anche perché, come figlio della generazione tedesca del dopoguerra, voglio che gli ebrei non debbano mai più temere per la propria vita, semplicemente perché sono ebrei. Voglio che gli ebrei, così come i cristiani, i musulmani, i buddisti, gli indù e i non credenti, siano fondamentalmente al sicuro e liberi. In tutto il mondo. E soprattutto sempre in Israele. Ecco perché sono sionista.
L’ho dichiarato pubblicamente per la prima volta vent’anni fa in una conversazione con lo scrittore e premio Nobel Günter Grass. Proprio con Grass. L’intellettuale preferito della sinistra tedesca, di cui solo poche settimane dopo la nostra conversazione si è saputo che era stato membro delle SS. Un nazista. Un nazista che dopo la fine del Terzo Reich è passato alla sinistra, quando la sinistra era diventata il nuovo Zeitgeist. Grass ha trovato naturalmente terribile la mia professione di fede sionista. Il che mi ha dimostrato definitivamente quanto io abbia ragione.

• Ebreo o non ebreo
   Che si sia ebrei o non ebrei: chiunque abbia davvero a cuore la democrazia, la libertà e l’umanità deve essere sionista oggi. Chiunque abbia a cuore la società aperta e il nostro stile di vita dovrebbe professarlo con orgoglio. Dovremmo essere tutti sionisti!
Ma perché l’antisionismo è diventato la nuova forma di antisemitismo, l’odio verso gli ebrei, per così dire, politicamente corretto? Perché Israele è così odiato? Perché questo odio verso gli ebrei? Ci sono diverse cause e una motivazione particolarmente infondata. La motivazione infondata è l’affermazione che, dopo il 7 ottobre, con le sue misure di rappresaglia a Gaza, Israele abbia perso ogni misura e agisca in modo molto discutibile sia in politica estera che interna.
Il governo israeliano ha commesso degli errori? Credo di sì, certamente. Molti. È questo un motivo per essere antisemiti? Assolutamente no. È assurdo quanto giustificare la guerra di aggressione di Putin contro l’Ucraina sostenendo che in Ucraina la corruzione sia diffusa. L'una cosa non ha assolutamente nulla a che vedere con l'altra. Sarebbe assurdo quanto odiare il popolo americano solo perché non si è d'accordo con un governo e le sue misure. Ogni giorno vengono espresse critiche alla politica interna ed estera di Israele; addurre questo come motivo per un antisemitismo più o meno palese è quindi solo una scusa a buon mercato. Il motivo e le vere cause sono più profondi.

• Progresso ed eccellenza
La causa principale è l'invidia. Gli ebrei – nonostante tutte le persecuzioni, nonostante tutti i pogrom e nonostante la Shoah – hanno plasmato e arricchito la società occidentale come nessun altro. Nell'economia, nella scienza, nella cultura, nella medicina, nella tecnologia. Rispetto alle dimensioni ridotte della comunità ebraica a livello mondiale, il suo contributo al progresso e all'eccellenza in tutti questi settori è chiaramente sproporzionato.
È filosemitismo constatare questo fatto? No. È la conseguenza ovvia, dal punto di vista storico-culturale, di millenni di discriminazione e persecuzione. Chi viene sistematicamente emarginato e svantaggiato per così tanto tempo può solo soccombere o sopravvivere grazie a un’eccellenza particolare. Il successo, però, suscita invidia. L’invidia è la forma più sincera di riconoscimento.
Credo che non possiamo più tacere su questo. Dobbiamo cambiare la narrativa. L’unica reazione adeguata all’invidia è l’orgoglio. Solo un’identità ebraica sicura di sé e orgogliosa può aiutare a ridurre l’invidia e il nuovo antisemitismo.

• Cinque proposte
   Cosa significa questo concretamente? Vorrei avanzare cinque proposte:
Primo: abbiamo bisogno di una politica di tolleranza zero nei confronti dell’odio aperto verso gli ebrei. Tutti gli antisemiti nelle parole e nei fatti – indipendentemente dalla loro origine – devono essere espulsi, ovunque ciò sia legalmente possibile. La politica britannica e presidente del Conservative Party Kemi Badenoch lo ha formulato in modo chiaro e coraggioso: «Tutto ciò che incita alla violenza contro gli ebrei deve sparire». Abbiamo bisogno di questa frase e delle sue conseguenze non solo in Gran Bretagna, ma in ogni paese democratico.
Secondo: la Germania e l’Europa dovrebbero introdurre un regime preferenziale di immigrazione e naturalizzazione per le famiglie ebree. Negli Stati Uniti vivono circa 7,7 milioni di ebrei. Si tratta del 2,2% della popolazione. Nell’UE e nel Regno Unito sono circa un milione. Si tratta dello 0,2% e di dieci volte meno che in America. È nell’interesse egoistico dell’Europa cambiare questa situazione. È più di un semplice gesto. Se l’idea di una società multiculturale deve essere presa sul serio, nelle società europee, caratterizzate dal cristianesimo e sempre più dal musulmanesimo, c’è oggi un urgente bisogno di maggiore diversità. Anche per mettere alla prova le affermazioni sulla tolleranza, è importante rendere più visibile la cultura ebraica. L’Europa deve diventare più ebraica.
Terzo: l’antisemitismo sulle piattaforme dei social media deve essere sistematicamente arginato. Soprattutto TikTok è oggi una delle macchine di propaganda più pericolose per l’amplificazione di contenuti estremisti: vietato dalla censura in Cina, in avanzata quasi inarrestabile nelle democrazie occidentali, di gran lunga il mezzo di informazione più influente tra i giovani. Nei mesi successivi allo scoppio della guerra, i post filopalestinesi sulla guerra tra Hamas e Israele sono stati diciassette volte più numerosi di quelli filoisraeliani, molti dei quali apertamente antisemiti. Domina una propaganda piena di miti cospirazionisti, pullula di incitamenti alla violenza e di aperta incitazione all’odio contro gli ebrei. Ma perché non si fa nulla? Perché lo permettiamo – e la diffusione, amplificata dagli algoritmi, di contenuti dell’estrema sinistra e dell’estrema destra? Ogni piccolo giornale locale deve assumersi la responsabilità legale se ha diffuso qualcosa di falso o illegale. Ma TikTok, pur raggiungendo oltre due miliardi di utenti, non deve praticamente assumersi alcuna responsabilità. In America, TikTok è stato costretto a essere venduto a proprietari non cinesi. L’Europa dovrebbe seguire questo esempio. Il fatto che i giovani vengano manipolati da un mezzo di comunicazione che deve trasmettere i dati dei propri utenti ai servizi segreti di una dittatura comunista è uno scherzo macabro della storia.

• Infiltrato dagli islamisti
   Quarto: dobbiamo smascherare l’ideologia «woke» come cavallo di Troia dell’antisemitismo e dell’islamismo. Sotto la copertura della «decolonizzazione», «antirazzismo» e «giustizia sociale» e soprattutto dell’attivismo verde per il clima, oggi viene spesso diffuso puro odio contro gli ebrei. Greta Thunberg non si preoccupa quasi più dell’impronta di CO₂, ma sempre più appassionatamente di fomentare pregiudizi antisemiti.
Il movimento «woke» è da tempo infiltrato e influenzato dagli islamisti. Esso persegue la rivalutazione di tutti i valori. E la svalutazione dell’Occidente. Per secoli di civiltà è valso: avere successo è meglio che non averlo, essere ricchi è meglio che essere poveri, essere belli è meglio che essere brutti, essere forti è meglio che essere deboli. Il «woke» ora vuole farci credere il contrario – e idealizza le vittime come nuovi eroi. Nella società «woke», il potere è di chi decide chi è vittima. E il movimento tossico del “woke” ha deciso: le vittime sono gli antisemiti. Per questo vale: Be awake against woke! Dove, in nome di un ordine mondiale “woke”, si scandisce “From the river to the sea”, dove a Israele viene negato il diritto all’esistenza, dove gli studenti ebrei vengono molestati e aggrediti nei campus – lì finisce l’Illuminismo. Lì inizia l’inferno.
E infine, quinto: non dobbiamo smettere di ricordare. Dobbiamo trasmettere la nostra memoria e la nostra conoscenza della storia ai giovani. Dalla storia impariamo davvero solo che dalla storia non impariamo nulla? Non voglio crederci. I viaggi nel passato sono la migliore preparazione per il futuro.

• Omicidio industriale
   Qualche anno fa ho fatto un viaggio del genere, nella Polonia orientale, in un passato terribile. Con un amico mi sono recato dove un tempo si trovava la Galizia. Nella terra degli shtetl. Nel triangolo di confine tra Polonia, Bielorussia e Ucraina. E nella terra in cui, sotto il nome di «Aktion Reinhardt», tra agosto e ottobre 1942 furono uccisi circa 1,3 milioni di ebrei. Un massacro meno conosciuto, ma la cui crudeltà industrializzata non era affatto inferiore a quella di Auschwitz, anzi, forse la superava.
Per prima cosa abbiamo cercato il campo di sterminio di Sobibor. Abbiamo seguito i binari del treno e, nascosta in una foresta buia, abbiamo trovato la stazione ferroviaria omonima. E un sentiero tra gli abeti, costellato da migliaia di nomi delle vittime. Lì, nascosti dietro gli alberi e circondati da un campo minato, oltre 200.000 ebrei furono portati direttamente nelle camere a gas e uccisi nel giro di pochi mesi da treni composti da dozzine di vagoni merci.
A un’ora di distanza, sempre lungo i binari, si trova Belzec. Il primo campo dell’«Aktion Reinhardt». Già all’inizio del 1942 qui entrò in funzione una camera a gas; in precedenza si era fatto pratica e si era testato l’omicidio industriale con i furgoni a gas. Il campo si trova direttamente sui binari. Era pratico. Perché così l’uccisione era più veloce. Non c’era bisogno di baracche.

• Sentimento contraddittorio
   Ciò che rimane oggi: una moderna architettura commemorativa in cemento con un piccolo museo, un campo di detriti, pietre laviche bruciate, con travi d’acciaio arrugginite, finanziata dall’American Jewish Committee e da alcune famiglie ebree. Una domanda: perché in realtà così pochi donatori non ebrei partecipano al finanziamento dei luoghi della memoria dell’Olocausto e delle commemorazioni? È davvero in primo luogo responsabilità degli ebrei garantire che le azioni dei loro assassini non cadano nell’oblio?
La maggior parte delle tracce della più terribile frenesia di sterminio si trova ancora nel campo di concentramento di Majdanek. Situato proprio alla periferia di Lublino, fu istituito nell’ottobre 1941 inizialmente come campo di lavoro per gli ebrei deportati da Lublino. È rimasto in funzione fino al luglio 1944 e nel corso del tempo è stato in parte trasformato in campo di sterminio.
Qui i resti del campo costituiscono il vero e proprio memoriale. In fondo si trova una baracca dall’aspetto un po’ diverso. Una parte dell’edificio è in mattoni. «Bagno e disinfezione II» è scritto in bianco su una lavagnetta di ardesia. Siamo arrivati in quella che è probabilmente l’unica camera a gas ancora conservata, nella quale durante l’Olocausto furono uccisi migliaia e migliaia di ebrei.
È una sensazione contraddittoria. Volevamo assolutamente vedere questo luogo, siamo venuti qui proprio per questo, eppure esitiamo ad entrare. Poi all’improvviso ci troviamo nell’anticamera. Qui i prigionieri dovevano spogliarsi. Nella stanza successiva, al soffitto sono montati dei soffioni doccia su lunghi tubi di zinco. Ancora oggi i visitatori guardano in alto con timore. Ma da questi soffioni non usciva gas, bensì acqua vera e propria. Solo la sezione successiva è la vera camera a gas. Uno spazio angusto come una scatola da scarpe. La banalità del male in cemento. Sulla parte anteriore e su quella posteriore c'è una spessa porta di ferro arrugginita di colore rosso; una scritta indica il produttore, la Auert-Werke di Berlino. Cemento grigio. Sulle pareti depositi blu, probabilmente dovuti alla composizione chimica del gas. L'intera stanza sfuma tra il blu, il grigio e il marrone. Un buco di merda. Nelle porte, aperture vetrate, spioncini della camera a gas, affinché le guardie potessero osservare le vittime urlanti e contorte mentre morivano in agonia.

• Monumento commemorativo per eccellenza
   Siamo giunti al punto più basso della civiltà umana. Non si possono immaginare più disprezzo per l’uomo, odio e crudeltà. L’uomo non può cadere più in basso. Questa camera a gas è il monumento commemorativo per eccellenza. Qui è silenzioso. Sento il vento estivo che fuori soffia tra le foglie degli alberi. E immagino come le urla dei morenti penetrassero nel campo e gettassero sempre più persone nella paura, nella paura della morte. E mentre mi trovo sulla soglia della camera a gas, smetto di pensare e provo solo qualcosa di travolgente: nausea.
Cosa possiamo quindi imparare dalla storia? Naturalmente: combattere il male fin dall’inizio! Naturalmente: l’individuo non deve mai nascondersi dietro il collettivo quando si tratta di giusto e sbagliato, di umanità e disumanità. Credo però che dovremmo imparare anche questo: l’antisemitismo non è solo un problema esistenziale della comunità ebraica. È un problema esistenziale dell’umanità.
Nell’antisemitismo l’Occidente odia e invidia se stesso. Se l’Occidente – inteso naturalmente non in senso geografico, ma come mondo libero –, se questo Occidente non sconfiggerà l’antisemitismo, finirà per autodistruggersi.

• La minaccia più grave
   L’Olocausto tedesco ha causato la morte di sei milioni di persone tra il 1933 e il 1945 – spezzando così la spina dorsale morale e spirituale della nazione. Ancora oggi il mio Paese è sotto molti aspetti un Paese spezzato: privo di un sano patriottismo, privo di una vera volontà di rendimento ed eccellenza, intrappolato in un’eterna cultura del senso di colpa e della penitenza – senza, e questo è tragico, conseguenze per il presente.
Ma oggi non si tratta più solo della Germania. Oggi si tratta dell’intero mondo libero, che dovrebbe prendere la Germania di allora come monito e esempio negativo. L’islamismo è la più grande minaccia del nostro tempo. Il terrorismo islamista in nome di una religione strumentalizzata. La nostra passività nell’affrontarlo potrebbe essere il nostro errore più fatale. Il mondo libero rimarrà libero solo se si sveglia. Se trova il coraggio di rimanere fedele ai propri valori. Se combatte l’invidia, l’odio e l’odio verso se stesso.
E questo è soprattutto un compito per tutti i non ebrei. Oggi mi rivolgo principalmente ai non ebrei. È nel nostro comune interesse combattere efficacemente l’antisemitismo. E chi non vuole farlo per altruismo, dovrebbe farlo almeno per egoismo, per un ragionevole interesse personale.

• Patriottismo e sionismo
   Per questo vorrei concludere il mio intervento con la convinzione che il patriottismo e il sionismo siano fratelli. Gli alleati del sionismo che non sono patriottici nel proprio paese sono falsi amici. Possono quindi esistere sionisti tedeschi? Io credo di sì. Sono forse quei pochi che hanno capito che possiamo dare un'altra svolta alla nostra storia recente, tragica, triste e, sì, a mio avviso anche miserabile. Una svolta verso una democrazia forte, una svolta verso la vera libertà, una svolta verso la vera tolleranza. Nella consapevolezza che la vera tolleranza non deve mai – mai più – essere tollerante nei confronti dell'intolleranza.
Dovremmo essere tutti sionisti!

(Jüdische Allgemeine, 12 maggio 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)

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Israele teme un accordo sfavorevole con l’Iran

Il corrispondente di Israel Heute Itamar Eichner riferisce, a margine delle consultazioni del Consiglio di sicurezza, della cautela di Trump, delle gravi lacune nei negoziati e della preoccupazione di Israele per i miliardi destinati a Teheran.

di Itamar Eichner

Dalle valutazioni della situazione presentate al gabinetto di sicurezza emerge un quadro chiaro: il presidente degli Stati Uniti Donald Trump vuole apparentemente evitare una ripresa dei combattimenti. Per lui, un nuovo scontro militare sarebbe solo l’ultima risorsa. Trump non avrebbe accettato un cessate il fuoco per tornare ai combattimenti poco dopo, è emerso dalle consultazioni.
La questione centrale è ora se ci sarà effettivamente un accordo tra gli Stati Uniti e l’Iran – e, in caso affermativo, se sarà un accordo positivo o negativo. Dal punto di vista israeliano, la situazione attuale non è necessariamente svantaggiosa: secondo le valutazioni presentate, l’Iran perde ogni giorno circa 500 milioni di dollari a causa del blocco americano. Si tratta di un duro colpo per l’economia iraniana. Per questo motivo, alcuni in Israele considerano la situazione attuale decisamente vantaggiosa – indipendentemente dal fatto che i combattimenti riprendano o meno.
Alti rappresentanti israeliani sottolineano che Washington insiste attualmente su richieste decisive anche per Israele: la sospensione del programma nucleare iraniano e l’esportazione dell’uranio arricchito. Non è chiaro, tuttavia, se gli americani manterranno una posizione rigida fino alla fine. Al momento non ci sono segnali che facciano presagire un accordo sfavorevole nell’immediato. Ma non ci sono nemmeno indicazioni che un accordo sia imminente. Le distanze tra le parti sono molto ampie.
Pertanto, in Israele si prevede al massimo un accordo in due fasi o un accordo quadro – simile al modello graduale adottato nei rapporti con Hamas. In tal caso, gli americani revocherebbero il blocco, l’Iran da parte sua porrebbe fine al blocco dello Stretto di Hormuz e i colloqui proseguirebbero. Ufficialmente si parla di 30 giorni. Ma in Israele si dubita che entro un mese si possano effettivamente raggiungere degli accordi.
Tutti i segnali indicano che Trump non voglia tornare ai combattimenti. Allo stesso tempo, incontra delle difficoltà. Tra queste c'è il rifiuto del principe ereditario saudita Mohammed bin Salman di consentire agli americani l'uso delle basi saudite per gli attacchi – per paura di una rappresaglia iraniana con missili e droni. In Israele ciò suscita notevole malcontento. Dietro le quinte, secondo la visione israeliana, l'Arabia Saudita spinge per un rovesciamento del regime di Teheran. Ma nel momento decisivo Riad si sarebbe tirata indietro e avrebbe frenato Trump.
La preoccupazione maggiore in Israele riguarda un accordo sfavorevole che porterebbe miliardi di dollari all’Iran. Un Iran del genere sarebbe, dal punto di vista israeliano, una tigre ferita in cerca di vendetta, che utilizzerebbe i fondi sbloccati per il proprio riarmo e per armare i propri alleati.
Un alto funzionario israeliano ha dichiarato: «Non è certo che ci sarà un accordo. Se ciascuna parte rimane sulla propria posizione e non si verifica un cambiamento radicale, a quanto pare non ci potrà essere alcun accordo – oppure si tratterà di un accordo in due fasi. Trump non vuole riaprire il fuoco. Ma alla fine dovrà tornare con qualcosa. Gli iraniani non lo stanno aiutando a porre fine a questa vicenda».
In Israele cresce inoltre la preoccupazione che, in un possibile accordo, gli americani non affrontino in modo adeguato la questione dei missili balistici e del finanziamento dei proxy iraniani. Tutta la pressione si concentrerebbe attualmente sulla questione nucleare.
Anche in Libano la situazione rimane tesa. Gli iraniani insistono su un collegamento tra i vari fronti e chiedono la fine dei combattimenti in Libano. Dal punto di vista israeliano, tuttavia, la situazione è cambiata di poco. Un alto rappresentante israeliano ha dichiarato: «Se alla fine ci fosse un cessate il fuoco come prima dell’inizio della guerra e rimanessimo nella zona di sicurezza nel Libano meridionale, per noi sarebbe un ottimo risultato. La nostra situazione sarebbe migliorata. Abbiamo creato una zona di sicurezza e allo stesso tempo smantellato i villaggi sciiti in prima linea. Le case lì sono tutte infrastrutture di Hezbollah».
Israele vorrebbe al contempo riservarsi il diritto di agire contro ogni nuova minaccia – come già previsto nel precedente accordo di cessate il fuoco. «Se ci arrivassimo, il risultato sarebbe un successo», ha detto il rappresentante. Secondo i dati israeliani, sono già stati uccisi più di 2.000 terroristi di Hezbollah, di cui circa 250 dall’ultimo cessate il fuoco.
Nonostante la tregua, Israele continua le sue attività nel Libano meridionale. «Stiamo ripulendo l’area dei villaggi», ha detto il rappresentante israeliano. «Hezbollah è quindi sotto forte pressione perché capisce che, se viene espulso da lì, non potrà tornare. Allora ci spara per costringerci a smettere, e noi rispondiamo al fuoco». Secondo l’interpretazione israeliana, c’è sì una tregua, ma non funziona perché Hezbollah non accetta le continue attività di Israele. «Stiamo ampliando gradualmente la nostra libertà d’azione», è stato affermato.
Nella Striscia di Gaza, secondo le valutazioni presentate al gabinetto, Hamas non ha fornito una risposta formale. Sta eludendo la questione. Nel cosiddetto comitato di pace la sua posizione è stata interpretata come una risposta negativa, ma in realtà Hamas non ha dato alcuna risposta ufficiale. In Israele nessuno si fa comunque illusioni sul fatto che Hamas accetterà volontariamente il disarmo.
Un alto funzionario israeliano ha dichiarato: «Era prevedibile che Hamas non si affrettasse a disarmarsi. La situazione in Iran e in Libano influenza la ripresa dei combattimenti a Gaza. La situazione attuale non è negativa per noi». L’IDF controlla circa il 60% della Striscia di Gaza e continua a colpire Hamas quotidianamente. Tra gli ultimi bersagli c’era anche il figlio di Khalil al-Hayya. L'attacco, tuttavia, non era diretto personalmente contro di lui, ma contro un terrorista che si muoveva insieme ad altri terroristi.
Per quanto riguarda il coordinamento con Washington, in Israele si afferma: «C'è un dialogo intenso con gli americani. Il coordinamento è buono. Ma non bisogna dimenticare: non siamo noi a guidare gli americani. Alla fine decidono in base agli interessi americani».

(Israel Heute, 11 maggio 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)

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Hezbollah cambia guerra i droni invisibili mettono in difficoltà Israele

Fibra ottica, materiali che sfuggono ai radar e piccole unità autonome nel sud del Libano

di Costantino Pistilli 

Secondo l’emittente israeliana Channel 12, sulla base delle valutazioni degli apparati di sicurezza, Hezbollah avrebbe oggi nel sud del Libano un’unità composta da circa 100 operatori dedicata esclusivamente ai droni. Non si tratterebbe di una struttura rigida o centralizzata, ma di una rete frammentata, fatta di piccoli gruppi distribuiti sul territorio, con compiti specifici e una certa autonomia operativa. Una configurazione leggera, difficile da colpire in modo diretto e pensata per adattarsi rapidamente alle condizioni sul campo. Sempre secondo queste stime, dall’inizio della fase più recente del conflitto il gruppo avrebbe lanciato circa 160 droni contro obiettivi israeliani. Di questi, circa 90 sarebbero collegati direttamente agli operatori tramite fibra ottica, una soluzione che sta diventando sempre più centrale nelle tattiche recenti.
Le informazioni diffuse dal quotidiano Al Ahed, vicino a Hezbollah, vanno nella stessa direzione e aggiungono un livello di dettaglio sullo sviluppo tecnologico del sistema. Il giornale parla infatti di un’accelerazione nella produzione e modifica dei droni nei mesi successivi al cessate il fuoco del novembre 2024. In particolare, il focus sarebbe stato sui sistemi FPV (First Person View), adattati per un utilizzo operativo sempre più aggressivo sul campo.
Il passaggio chiave è proprio questo: l’introduzione della fibra ottica. Si tratta di un cavo sottilissimo che si srotola durante il volo del drone e mantiene un collegamento fisico diretto tra operatore e mezzo. In pratica, viene eliminato il ricorso a radio, GPS o segnali wireless. Questo rende il sistema molto più difficile da disturbare o intercettare con le tradizionali contromisure elettroniche. Il drone diventa meno “tracciabile”, mantenendo però un controllo continuo e stabile fino al momento dell’impatto. Un approfondimento del Long War Journal evidenzia come le Forze di Difesa Israeliane stiano affrontando crescenti difficoltà legate proprio all’uso esteso dei droni FPV da parte di Hezbollah. Perché questi droni sarebbero stati modificati anche sul piano strutturale. L’impiego di materiali come fibra di carbonio e fibra di vetro avrebbe permesso di ridurre la firma radar, mentre la progettazione a bassa emissione termica li renderebbe meno visibili ai sistemi di rilevamento. In combinazione, questi elementi rendono il mezzo più difficile da individuare sia in fase di avvicinamento sia durante il volo a bassa quota.
Dopo la ripresa del conflitto nel marzo 2026, l’utilizzo di questi sistemi sarebbe aumentato in modo significativo. Gli FPV vengono impiegati soprattutto in attacchi rapidi e ravvicinati, spesso contro veicoli blindati o gruppi di fanteria, sfruttando la sorpresa e la difficoltà di reazione delle difese sul terreno. La logica è quella di colpire in modo preciso, con costi ridotti e alta adattabilità tattica.
Questa evoluzione non nasce in modo isolato, ma dentro un contesto operativo preciso. Dopo il 2024, Hezbollah ha dovuto affrontare una pressione crescente sulle proprie infrastrutture e sulle linee di approvvigionamento. Le difficoltà logistiche e il restringimento dei canali di supporto hanno spinto verso soluzioni più autonome, meno dipendenti da forniture esterne e più facili da produrre sul territorio.
In questo scenario, i droni FPV rappresentano una risposta diretta: sistemi economici, assemblabili localmente e basati su componenti civili facilmente reperibili. Non richiedono una filiera industriale complessa e possono essere adattati rapidamente alle esigenze del campo. Questo ne spiega la diffusione e l’intensificazione dell’uso nelle fasi recenti del conflitto.
Il risultato complessivo è un modello operativo sempre più frammentato. Non una struttura militare compatta, ma una rete distribuita, composta da unità piccole e mobili, difficili da localizzare e neutralizzare in modo centralizzato. Una forma di guerra che si basa meno sulla massa e più sulla dispersione, sulla rapidità e sull’adattabilità.
Israele, dal canto suo, ha reagito rafforzando le difese lungo il confine con il Libano. Le misure adottate combinano sistemi elettronici, intercettori e soluzioni improvvisate per contrastare i droni a bassa quota, che rappresentano oggi una delle principali difficoltà operative. Mentre sono stati intensificati gli attacchi contro siti produttivi, officine e infrastrutture legate alla catena logistica dei droni di Hezbollah, nel tentativo di rallentarne la capacità di adattamento e produzione.

(Setteottobre, 11 maggio 2026)

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Intervista di “60 minutes” a Netanyahu: renderemo Israele indipendente dagli aiuti USA

Un Netanyahu deciso ad andare avanti con l'ampliamento dei rapporti con i Paesi Arabi e, soprattutto, a sottrarre Israele dalla dipendenza dagli aiuti americani

di Maurizia De Groot Vos

Il primo ministro israeliano Binyamin Netanyahu spera di rendere Israele indipendente dal sostegno militare statunitense entro un decennio, mentre il suo Paese si adopera per rafforzare i legami con gli Stati del Golfo, ha affermato in un’intervista andata in onda domenica.
«Voglio azzerare il sostegno finanziario americano, la componente finanziaria della cooperazione militare che abbiamo», ha dichiarato Netanyahu al programma «60 Minutes» della CBS News. Netanyahu ha affermato che Israele riceve circa 3,8 miliardi di dollari di aiuti militari dagli Stati Uniti all’anno. Gli Stati Uniti hanno concordato di fornire un totale di 38 miliardi di dollari in aiuti militari a Israele dal 2018 al 2028.
Ma è “assolutamente” il momento giusto per un possibile riassetto delle relazioni finanziarie tra Stati Uniti e Israele, ha detto Netanyahu.
“Non voglio aspettare il prossimo Congresso”, ha detto alla CBS. “Voglio iniziare ora.”
Israele ha goduto a lungo di un consenso bipartisan all’interno del Congresso degli Stati Uniti per gli aiuti militari, ma il sostegno dei legislatori e dell’opinione pubblica si è logorato dallo scoppio della guerra a Gaza nell’ottobre 2023. Il 60% degli adulti statunitensi ha un’opinione sfavorevole di Israele e il 59% aveva poca o nessuna fiducia in Netanyahu per fare la cosa giusta riguardo agli affari mondiali, secondo un sondaggio Pew condotto a marzo. Entrambe le percentuali sono aumentate di sette punti percentuali rispetto all’anno precedente.
Netanyahu ha affermato che il deterioramento del sostegno a Israele negli Stati Uniti «è correlato quasi al 100% all’ascesa esponenziale dei social media».
Ha aggiunto che diversi paesi, che non ha identificato, hanno «praticamente manipolato» i social media in un modo che «ci ha danneggiato gravemente», sebbene lui personalmente non creda nella censura.
Anche il sostegno al presidente degli Stati Uniti Donald Trump, stretto alleato di Netanyahu, è diminuito da quando gli Stati Uniti e Israele hanno lanciato una guerra contro l’Iran il 28 febbraio. La guerra ha portato a un aumento dei prezzi della benzina, che ha contribuito a far salire l’inflazione statunitense su base annualizzata a marzo al livello più alto dal maggio 2023.
Un fattore significativo all’origine dell’aumento dei prezzi del carburante è stata la limitazione da parte dell’Iran del traffico attraverso lo Stretto di Hormuz, dove normalmente transita il 20% del petrolio mondiale.
Solo dopo l’inizio della guerra i pianificatori israeliani hanno riconosciuto la capacità dell’Iran di chiudere lo stretto, ha affermato Netanyahu. «Ci è voluto un po’ perché capissero quanto fosse grande quel rischio, cosa che ora comprendono», ha detto.
Nell’intervista a “60 Minutes”, Netanyahu ha rifiutato di discutere i piani militari o il calendario di Israele in Iran, ma ha affrontato le potenziali ramificazioni se la leadership iraniana dovesse cambiare.
«Se questo regime venisse davvero indebolito o magari rovesciato, penso che sarebbe la fine di Hezbollah, la fine di Hamas e probabilmente la fine degli Houthi, perché crollerebbe l’intera impalcatura della rete di proxy terroristici costruita dall’Iran», ha detto Netanyahu.
Alla domanda se fosse possibile rovesciare il regime iraniano, Netanyahu ha risposto: «È possibile? Sì. È garantito? No».

(Rights Reporter, 11 maggio 2026)

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Il procuratore della CPI Karim Khan ritira le accuse di genocidio contro Israele

di Nathan Greppi

Karim Khan, il procuratore capo della Corte Penale Internazionale (CPI), ha messo in dubbio le accuse rivolte a Israele di aver commesso un genocidio a Gaza, sostenendo in un’intervista che non è ancora stata raggiunta alcuna conclusione per quanto riguarda la battaglia legale in corso.
Secondo Algemeiner, l’intervista in questione è stata rilasciata al giornalista britannico Mehdi Hasan, noto per le sue posizioni fortemente antisraeliane. Khan si è rifiutato di sostenere la retorica dominante che etichetta come “genocidio” la campagna militare israeliana portata avanti contro i terroristi di Hamas a Gaza, iniziata dopo il 7 ottobre 2023.
Quando gli è stato chiesto se il comportamento di Israele costituisse un genocidio, Khan ha sottolineato la necessità di prove concrete per lanciare accuse contro il governo israeliano, e che i procuratori devono seguire degli standard legali ben precisi piuttosto che delle narrazioni politiche.
“Quindi, non escludi che possa esserci un ordinanza in futuro?”, ha chiesto Hasan. “Tutto dipende dalle prove”, ha risposto Khan, sostenendo che accusare Israele di genocidio per scopi politici sarebbe “sconsiderato”.
Hasan allora gli ha chiesto: “Stai dicendo che negli ultimi tre anni non ci sono state prove di genocidio a Gaza?”. Khan ha denunciato la sofferenza patita dalla popolazione di Gaza, ma ha anche ribadito che la CPI non può emettere verdetti definitivi sulla natura dell’operazione militare israeliana a Gaza senza prove sufficienti. Ha affermato che i funzionari della CPI stanno analizzando il caso con rigore e che non può rivelare di più sulla natura dell’indagine. “Quindi, il genocidio non è fuori questione?”, ha insistito Hasan. “Nessun crimine è fuori questione se ci sono delle prove”, rispose Khan.
Khan è stato criticato per aver chiesto nel maggio 2024 dei mandati di arresto nei confronti del Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu e dell’allora Ministro della Difesa Yoav Gallant (emessi nel novembre dello stesso anno), nello stesso giorno in cui aveva improvvisamente cancellato una visita pianificata da tempo sia a Gaza che in Israele per raccogliere prove di presunti crimini di guerra. Il viaggio avrebbe offerto ai leader israeliani una prima opportunità per presentare la loro posizione e delineare eventuali azioni da intraprendere per rispondere alle accuse di crimini di guerra.
All’epoca il mandato di arresto, che includeva anche il defunto leader dell’ala militare di Hamas Mohammed Deif, fece infuriare le autorità americane e israeliane, in quanto metteva sullo stesso piano dei leader democraticamente eletti con quelli di un’organizzazione terroristica. Inoltre, Israele ha sostenuto più volte di aver cercato di contenere le vittime civili, facendo evacuare le zone da colpire e inviando degli avvisi tramite messaggi e volantini per dare alla popolazione il tempo di mettersi al riparo.
In tempi recenti, Karim Khan si è ritrovato al centro di diverse polemiche: dopo che una donna lo ha accusato di abusi sessuali nei suoi confronti, ad aprile un articolo del Wall Street Journal ha sostenuto che il Qatar avrebbe promesso di aiutare il procuratore della CPI, attuando un’operazione di propaganda per diffamare la donna che lo ha accusato.
Come rivelato dall’analista israeliano Yigal Carmon sul sito del MEMRI (Middle East Media Research Institute), nel 2013 proprio Khan ha pubblicato un saggio accademico di 43 pagine scrivendo che, per come era strutturata, la Corte Penale Internazionale non era in grado di garantire un giusto processo agli imputati, in quanto influenzata dalle pressioni di ONG e altri enti internazionali che tendono ad imporre la sentenza prima ancora che sia stata emessa.

(Bet Magazine Mosaico, 11 maggio 2026)

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Gesù ebreo in mostra

di Marco Cassuto Morselli

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Adi Kichelmacher

LECCE - Adi Kichelmacher è un’artista israeliana che da vent’anni vive a Roma, insieme al marito e ai tre figli. Il Museo Ebraico di Lecce ospita fino al 31 ottobre una sua mostra intitolata Le radici ebraiche di Gesù nei Vangeli. Come scrive nel catalogo: «Ho aspirato a creare dipinti che raccontassero in uno stile iconografico dieci momenti della vita di Gesù, e ho aggiunto ciò che mancava, la sua identità ebraica, e ho restituito le sue radici alla storia». I titoli delle dieci opere sono: Nascita, Circoncisione, L’infanzia, La strage degli Innocenti, Gesù discute con i Maestri nel Tempio, Il miqweh, Amerai il prossimo tuo come te stesso, Gesù nel Tempio, L’ultima cena, L’albero della vita. Il catalogo è presentato da Fabrizio Lelli, direttore del Museo Ebraico di Lecce, rav Riccardo Di Segni, rabbino capo di Roma, l’ambasciatore d’Israele presso la Santa Sede, Yaron Sideman, monsignor Mauro Carlino, parroco di Santa Croce (LE), Serena Di Nepi, storica de La Sapienza Università di Roma, Nathania Zevi, giornalista Rai.
  «Gesù nacque, crebbe, visse e morì come ebreo durante il periodo del Secondo Tempio» (Sideman); «Il Vangelo nasce dentro Israele, parla il linguaggio delle Scritture di Israele, si esprime attraverso segni, gesti, tempi liturgici e simboli propri dell’ebraismo del suo tempo… da un punto di vista teologico-pastorale, queste immagini possiedono anche una notevole forza catechetica: educano a non separare mai il Cristo della fede dal Gesù della storia» (Carlino); altre presentazioni richiamano la lunga storia dell’antiebraismo cristiano, le recenti riscritture ideologiche che attraverso post, video, meme alterano e strumentalizzano la figura di Yeshua/Gesù, la svolta rappresentata dal Concilio Vaticano II. L’auspicio di Adi Kichelmacher è che l’arte possa contribuire a «superare barriere storiche, promuovere la conoscenza reciproca e stimolare una riflessione profonda sull’unità spirituale che può emergere dal rispetto delle differenze».

(moked, 11 maggio 2026)

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Anche una tregua è guerra

Anche se in una guerra non si spara in quel momento, ciò non significa affatto che la guerra sia finita. La tregua può servire anche a preparare le mosse successive.

di Henning Danneberg

Ogni esercito tiene un elenco di obiettivi chiave relativi ai regimi nemici, la cosiddetta “Joint Prioritized Target List”. Gli obiettivi possono essere singoli individui, rampe di lancio, quartier generali, accademie militari, bunker, vie di trasporto, fabbriche di armamenti e molto altro ancora. Chi o cosa figura in questa lista e cosa no è naturalmente top secret.
Questi obiettivi vengono continuamente controllati. Ciò significa che si indaga su chi si trova dove e come si muove. Cosa è blindato, bunkerizzato o protetto? Chi comunica con chi e con chi no? Tutte le informazioni disponibili vengono collegate tra loro e vengono analizzati i modelli di movimento e comunicazione.
In caso di guerra, questa lista di obiettivi viene «elaborata». Ciò significa: attaccata in base all’importanza e alla disponibilità.
Nel caso dell’Iran, ciò ha significato circa 25.000 attacchi in 40 giorni. I primi tre livelli di comando del regime sono stati eliminati. La Guardia Rivoluzionaria (IRGC) opera ora in modo non coordinato e frammentato a livello locale sotto 32 signori della guerra provinciali. Il patrimonio missilistico iraniano è ancora significativo, ma disperso, proprio come l’uranio arricchito.

• Non sparare a casaccio senza coordinamento
  Anche se la lista degli obiettivi per l'Iran è segreta, sembra plausibile che la parte rimanente della lista appaia molto vuota. Per non sparare a casaccio senza coordinamento, gli Stati Uniti e Israele devono quindi riempire nuovamente la loro lista di obiettivi. Per farlo hanno bisogno di informazioni:
Chi ricopre attualmente un certo ruolo? Dove si trovano i quartieri generali di riserva? Quali risorse rimanenti sono più importanti per il regime? Quali fabbriche di armi sono state completamente distrutte e quali solo in parte? Dove è sepolto l’arsenale missilistico rimanente? Dove viene addestrata la nuova generazione di signori del terrore?
Gli unici in grado di rispondere a queste domande sono i membri rimanenti dell’IRGC.
Purtroppo le persone – e anche i mullah e i membri dell’IRGC sono persone – hanno l’abitudine di nascondersi e di non emettere nemmeno un suono quando vengono bersagliati. Motivati dalla paura della morte che – come hanno dimostrato gli ultimi mesi - è molto fondata. Si nascondono persino dietro al gravemente ferito e in stato comatoso Mojtaba Khamenei.

• La tregua come soluzione
  La risposta a questo problema si chiama «cessate il fuoco» – «Cease Fire».
  Quando il fuoco cessa, tutte le teste dei mullah spaventati spuntano di nuovo dai loro nascondigli. Cominciano a parlare, a fare piani, a combattere lotte di potere, a cercare le loro armi e a sentirsi come se avessero vinto. Ora inizia la fase calda per i servizi segreti, le truppe di ricognizione e di rifornimento, per preparare il campo di battaglia per il “prossimo round”:
ricerca delle strutture di ripiego nemiche: dove si trovano i depositi di armi finora sconosciuti, i bunker di comando, i centri di addestramento e altre risorse? Ricerca della prossima guardia di comando: chi è ancora vivo, chi prevarrà nelle successive lotte di potere, chi assumerà quale funzione? Scoprire da quale nascondiglio strisciano fuori i funzionari.
È compito del livello politico indurre il nemico a cessare il fuoco a sua volta.

• Equilibrio precario
  Questo equilibrio precario viene mantenuto finché le proprie truppe non si sono conquistate una posizione di partenza vantaggiosa. La disciplina regina in politica è quella di far credere al nemico che abbia appena preso il sopravvento e che si sia conquistato questa tregua. Un'eccessiva sicurezza di sé rende imprudenti e facilita il compito dei servizi segreti e della ricognizione militare.
Negli ultimi giorni, gli osservatori attenti di Flightradar hanno potuto assistere a un flusso incessante di aerei da ricognizione e da trasporto che andavano e venivano dall’America verso il Medio Oriente. Uno degli ultimi passi prima che la guerra “calda” possa riprendere è il dispiegamento di aerei cisterna nell’area operativa. Infatti, i rifornitori servono solo quando i caccia devono volare in luoghi dove non possono atterrare …
Nelle prime ore del mattino del 4 maggio è successo proprio questo.
Anche se in una guerra non si spara, ciò non significa affatto che la guerra sia finita. Le truppe americane sono pronte per la prossima escalation.

(Israelnetz, 11 maggio 2026)

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Il «Nuovo Patto»

Il «Nuovo Testamento» conferma il piano di salvezza di Dio anche nei confronti del popolo d’Israele. Infatti, testimonia che Dio adempie le promesse fatte ai profeti.

di Klaus-Dieter e Gisela Dreyer

I predicatori cristiani fanno spesso riferimento al «Nuovo Patto». Esso apre infatti agli uomini una relazione con Dio e la promessa della salvezza attraverso Gesù Cristo. Tuttavia, troppo raramente nella predicazione si fa riferimento al fatto che  il fondamento di questo patto sta in una promessa fatta al popolo d’Israele durante l’esilio babilonese: 

    «Questo è il patto che io farò con la casa d’Israele dopo quei giorni, dice il Signore: Metterò la mia legge nel loro intimo e la scriverò nei loro cuori. E io sarò il loro Dio, ed essi saranno il mio popolo» (Geremia 31,33). 

Negli ultimi decenni si sono registrati buoni progressi nelle relazioni cristiano-ebraiche da parte delle chiese. Tuttavia, manca ancora la consapevolezza di quanto la «nostra» salvezza sia legata alla promessa di salvezza per il popolo ebraico. 
  Dopo il patto con Noè, Dio ha stretto tutti i suoi patti con il suo popolo eletto: gli ebrei. E così anche il «Nuovo Patto». L’«Ultima Cena» fu un evento puramente ebraico. Yeshua di Nazaret la celebrò come sera del Seder della festa ebraica di Pesach con i suoi compagni di fede ebrei. Come cristiani consideriamo la “cena del Signore” come un’istituzione del «Nuovo Patto». 
  Naturalmente l’ebreo Yeshua, che noi chiamiamo Gesù e veneriamo come Figlio di Dio, ha sofferto ed è morto per tutti gli uomini. I suoi contemporanei ebrei hanno fatto fatica ad accettare che Dio volesse donare la sua salvezza anche ai popoli pagani. Dopotutto, il rapporto di alleanza con Dio era una peculiarità ebraica!
  Allo stesso modo, noi cristiani, oggi come fin dai tempi dei Padri della Chiesa, facciamo fatica a comprendere che la promessa di salvezza di Dio continui a valere, in primo luogo, per il popolo d’Israele. Per entrambe le parti del popolo del patto, ebrei e cristiani, c’è stato e continua ad esserci un processo di apprendimento. Come cristiani, siamo responsabili dei nostri «compiti a casa».
  La salvezza del mondo non è separabile dalla salvezza del popolo d’Israele. Nel «Nuovo Patto» entriamo in relazione con il popolo ebraico come primo popolo del patto di Dio (Efesini 2,12-13). Possiamo riconoscerlo e ringraziare il popolo d’Israele per il fatto che da esso sono scaturiti il Vangelo e Cristo – l’Unto/Messia. Per i cristiani, l’«Antico Testamento», il Tanach ebraico, e il «Nuovo Testamento» formano un’unità che non può essere separata. 
  Come cristiani viviamo sotto il potere di Yeshua – il «Re dei Giudei». Siamo innestati nell’ulivo, il popolo d’Israele. In questa parabola, il rapporto con la radice della nostra fede, Dio, va di pari passo con l’albero, il popolo d’Israele. Se coltivo questo rapporto, vengo nutrito – attraverso il rapporto con Dio, ma anche attraverso la testimonianza di fede e l’eredità spirituale del popolo ebraico, dai patriarchi, dai profeti e dagli apostoli fino ad oggi.
  Il «Nuovo Testamento» adempie e completa l’«Antico», ma non lo sostituisce. Al contrario, il «Nuovo Testamento» conferma il piano di salvezza di Dio anche con il popolo d’Israele – poiché testimonia che Dio adempie le sue promesse ai profeti.
  Se noi cristiani accogliamo i fratelli ebrei di Yeshua come nostro prossimo, questo lo onora e ci fa crescere insieme. Cominciamo ad apprezzare, amare e onorare il popolo di Dio, perché Yeshua è uscito da esso. A noi resta il compito di sostituire l’arroganza teologica dei secoli passati con l’umiltà e la gratitudine verso il popolo ebraico e di cercare il perdono. Sottolineare nella predicazione quanto la storia della fede e della salvezza cristiana sia legata a quella ebraica sarebbe un importante contributo delle Chiese cristiane alla lotta contro l’antisemitismo. 

(Israelnetz Magazin, febbraio 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)

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    “Gerusalemme, Gerusalemme, che uccidi i profeti e lapidi coloro che ti sono mandati, quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli, come la chioccia raccoglie i suoi pulcini sotto le ali; e voi non avete voluto! Ecco, la vostra casa sta per esservi lasciata deserta. Io vi dico che non mi vedrete più, fino al giorno in cui direte: “Benedetto colui che viene nel nome del Signore!”»” (Luca 13:34-35).

Il rifiuto della sovranità di Dio da parte di Israele non solo non ha portato al rifiuto di Israele da parte di Dio, ma ha permesso anzi il compimento del piano di grazia per tutto il mondo. Al popolo è stato annunciato il perdono dei peccati e il dono dello Spirito Santo per chiunque si fosse ravveduto e avesse manifestato di credere in Gesù facendosi battezzare nel suo nome. 
Ma come la grazia, per agire in modo positivamente efficace, deve essere liberamente accolta dal singolo, così anche la sovranità, per risultare benefica, deve essere liberamente accolta dal popolo. Questo un giorno avverrà, quando tutto Israele, sospinto dai suoi capi, dirà con convinzione a Gesù: “Benedetto colui che viene nel nome del Signore”.
(da "La superbia dei gentili").

(Notizie su Israele, 10 maggio 2026)



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Altneuland, la casa editrice ebraica di Berlino che riapre la partita della letteratura israeliana

Fondata da Dory Manor e Moshe Sakal, pubblica in ebraico fuori da Israele e prova a costruire uno spazio culturale libero da boicottaggi, nazionalismi e dipendenza dai fondi statali

di Shira Navon

Una casa editrice ebraica che pubblica in ebraico da Berlino, con scrittori israeliani, lettori israeliani e nessun finanziamento del governo israeliano, sembra già da sola una provocazione culturale abbastanza forte da attirare sospetti da ogni parte. E invece Altneuland, fondata nel 2024 da Dory Manor e Moshe Sakal, prova a fare qualcosa di più sottile e più ambizioso: restituire alla lingua ebraica una geografia più ampia dello Stato che l’ha riportata al centro della storia moderna.
Il progetto nasce da due israeliani che vivono da anni tra Berlino e Parigi e che rifiutano le definizioni troppo strette. Altneuland non si presenta come una casa editrice israeliana all’estero, né come un marchio europeo dedicato a un’esotica nicchia linguistica. Manor, poeta, traduttore ed editor, e Sakal, scrittore ed editore, parlano piuttosto di una casa per la letteratura ebraica globale, capace di accogliere autori israeliani senza dipendere dal ministero della Cultura israeliano e senza consegnarsi alla logica dei boicottaggi che oggi attraversa una parte crescente del mondo editoriale.
La scelta del nome è già un programma. Altneuland rimanda al romanzo utopico di Theodor Herzl, pubblicato nel 1902, in cui il fondatore del sionismo politico immaginava una società ebraica moderna, aperta, multiculturale, costruita sulla convivenza tra ebrei e arabi. Manor e Sakal riprendono quel titolo con una torsione contemporanea, sostenendo che la loro “terra vecchia e nuova” non sia un territorio, ma la lingua ebraica stessa. È un’idea potente, perché sposta il baricentro dalla sovranità politica allo spazio culturale, senza negare Israele e senza rinunciare a dialogare con i suoi lettori.
In un momento in cui migliaia di scrittori e operatori culturali hanno aderito ad appelli di boicottaggio contro istituzioni israeliane, Altneuland sceglie una strada diversa. I suoi fondatori lavorano con autori che vivono in Israele, vendono nelle librerie israeliane e pubblicano opere che parlano direttamente alla società israeliana, ma lo fanno da una posizione autonoma, fuori dal circuito dei premi e dei finanziamenti pubblici. Per Manor, il problema non è Israele in sé, bensì l’attuale governo, che egli considera ostile allo spirito più profondo del Paese.
Questa distinzione è il punto più delicato e interessante del progetto. Altneuland non cancella Israele, non lo mette in quarantena culturale e non lo consegna ai suoi nemici. Prova invece a separare la letteratura ebraica dalla dipendenza politica, immaginando un luogo in cui gli autori possano continuare a scrivere, tradurre e circolare senza essere costretti a scegliere tra fedeltà nazionale e isolamento internazionale.
La linea editoriale si sta già allargando. Accanto ai testi in ebraico, la casa editrice pubblica autori ebrei in tedesco, francese, russo, yiddish e inglese. Il lancio negli Stati Uniti prevede un libro originale in inglese della giornalista Ruth Margalit e traduzioni di romanzi ebraici di Noa Yedlin e Itamar Orlev. In Germania, Altneuland pubblica anche The Future is Peace, il libro scritto dall’israeliano Maoz Inon, i cui genitori sono stati uccisi da Hamas il 7 ottobre 2023, e dal palestinese Aziz Abu Sarah, il cui fratello morì dopo un anno trascorso in una prigione israeliana per lancio di pietre.
Anche la scelta di Berlino pesa simbolicamente. La città ospita oggi una comunità israeliana ampia, fatta di scrittori, artisti, studenti, intellettuali e professionisti che spesso hanno lasciato Israele per ragioni politiche, economiche o personali. Ma Berlino porta con sé anche l’ombra della grande editoria ebraica spazzata via dal nazismo. Manor e Sakal guardano esplicitamente alla Schocken Verlag, la casa editrice che negli anni Trenta pubblicò Kafka, Heine, Leo Baeck e Shmuel Yosef Agnon, prima di essere costretta a chiudere nel 1939 e trasferirsi nella Palestina mandataria.
Non tutti, in Israele, sono convinti che l’esperimento possa reggere. Il mercato dei lettori ebraici fuori dal Paese è ristretto, e alcuni editori israeliani dubitano che possa sostenere una casa editrice vera e propria. Eppure Altneuland sta stampando in migliaia di copie per il mercato israeliano, avviando seconde tirature per alcuni titoli e costruendo, con edizioni più piccole, anche un pubblico in Germania.
Il caso Altneuland dice qualcosa di più ampio sul futuro della cultura ebraica. In un’epoca di boicottaggi, cancellazioni e pressioni identitarie, una casa editrice ebraica a Berlino che pubblica in ebraico senza chiedere permesso né al governo israeliano né ai suoi detrattori rappresenta una forma rara di libertà. Non pretende di sostituire Israele come centro della letteratura ebraica, ma ricorda che una lingua viva non appartiene mai a un solo luogo, soprattutto quando quella lingua ha attraversato secoli di esilio, rinascita, ferite e ostinazione.

(Setteottobre, 9 maggio 2026)

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Attivista di Fatah: «Abbas vuole instaurare una monarchia palestinese»

GERUSALEMME  – «Non si può sostenere la soluzione dei due Stati e negare i diritti storici degli ebrei in questa terra». È quanto ha affermato giovedì l’attivista palestinese Samer Sinijlawi in un’intervista al quotidiano israeliano «Jerusalem Post».
Con ciò ha criticato il presidente dell’Autorità Palestinese (AP) e leader di Fatah, Mahmud Abbas. Quest’ultimo ha affermato, tra l’altro, che gli ebrei provengono dall’Impero Khazaro e che gli antichi templi ebraici sorgono nello Yemen anziché a Gerusalemme.
L’Occidente, a sua volta, sarebbe troppo disposto ad accettare l’AP nel suo stato attuale come scenario migliore, ha criticato Sinidschlawi. Eppure, l’Autorità Palestinese è caratterizzata da corruzione, dittatura e una narrativa estremista persistente.

• Cambiamento di opinione in prigione
   Sinidschlawi è nato a Gerusalemme nel 1972. È membro di Fatah. Durante la “Prima Intifada” alla fine degli anni ’80, lanciò pietre contro gli israeliani. Per questo motivo fu incarcerato per cinque anni.
Lì non solo ha imparato l’ebraico, come molti compagni di prigionia, ma si è anche aperto alla prospettiva israeliana. Ora ritiene che un simile cambiamento di opinione sia indispensabile anche nella società palestinese: «Questo conflitto non è più un conflitto israelo-palestinese. È un conflitto tra i moderati di entrambe le parti contro i radicali», ha dichiarato al «Jerusalem Post». Sia dal lato israeliano che da quello palestinese, negli ultimi anni i radicali avrebbero dominato la politica. Migliaia di palestinesi avrebbero pagato un prezzo per il loro estremismo, ha aggiunto Sinidschlawi.
«Per tutta la vita sono stato un attivista di Fatah. Ora sono la voce dell’opposizione», ha spiegato il presidente del Fondo di sviluppo di Gerusalemme. La riforma dell’Autorità palestinese sarebbe una battaglia persa. Solo un rinnovamento della leadership ormai logora potrebbe portare prosperità ai palestinesi.
«Per questo ci siamo mobilitati in un movimento che ha partecipato alle elezioni comunali ottenendo successo», ha aggiunto Sinidschlawi. «Questo potrebbe essere il fondamento, il punto di partenza per un nuovo partito palestinese liberale-democratico che crede nella democrazia, nel rispetto dei diritti dei palestinesi e nel diritto di partecipare alla vita politica».

• Per un dialogo diretto
   È indispensabile un dialogo diretto con Israele – e il riconoscimento del fatto che la libertà palestinese dipende dalla sicurezza israeliana. «L’unico modo per ottenere risultati con gli israeliani sta nel tentativo di convincerli, di toccare i loro cuori e le loro menti e di far loro vedere che siamo un partner qualificato per raggiungere una soluzione a questo conflitto. E la soluzione è così semplice: sicurezza da una parte e libertà dall’altra.»
Ma questa «soluzione semplice» non sarebbe raggiungibile con Abbas. Egli si concentrerebbe sul preparare suo figlio come successore. Il 64enne Jasser Abbas è milionario, gestisce aziende nel settore del tabacco e dell’edilizia in Cisgiordania. Come ha riferito all’agenzia di stampa “Reuters” una fonte vicina alla questione, egli punta a uno dei 18 seggi nel Comitato Centrale di Fatah. Questo si riunirà dal 14 al 16 maggio.
Riguardo al presidente dell’Autorità Palestinese, Sinidschlawi ha aggiunto: “Vuole creare una monarchia palestinese degli Abbas.” Non si dovrebbe «continuare a dare a questo novantunenne il potere assoluto di determinare il nostro obiettivo». Infatti, per 21 anni ha svolto un pessimo lavoro. Ciò si manifesta giorno dopo giorno in tutti gli aspetti: economia, istruzione, assistenza sanitaria, infrastrutture, rispetto e dignità per i palestinesi, libertà di parola – nonché nella dinamica delle relazioni con Israele, con i paesi arabi e con gli americani.
«Non ho riserve nei confronti degli israeliani, assolutamente no. Ho molte riserve nei confronti dell’Occidente, che continua a non considerarci esseri umani al 100%, meritevoli di democrazia e diritti umani interni», ha affermato il palestinese. «Continua a sostenere e ad abbracciare un leader che da anni dimostra di essere un peso per il suo popolo». L’Occidente avrebbe aiutato Abbas a tenere il popolo palestinese in «ostaggio».

• Critiche alle «pensioni del terrore»
   Egli ha attribuito la crisi economica anche alle «pensioni del terrore», che ha definito «una questione molto simbolica». A tal proposito, la leadership palestinese potrebbe tranquillamente dire: «Da oggi non paghiamo più nulla. Siamo totalmente contrari a qualsiasi forma di violenza. Se qualcuno vuole ricorrere alla violenza, è una sua scelta». Tuttavia, la maggior parte dei detenuti in carcere sarebbe stata istruita e mobilitata da Fatah a compiere i propri atti.
I leader politici del mondo occidentale ignorano le radici dell’estremismo, ha affermato Sinidschlawi. E anche se si modificassero i libri di testo, si agirebbe sugli aspetti sbagliati. «Chi può cambiare la discussione in classe? Nessuno.»
Non si tratta solo dei libri di testo, ha proseguito. «È la narrativa che questa leadership continua a perseguire. Non ha il coraggio di dire ai palestinesi che dovremmo pensare in modo diverso.»
Ha chiesto: «Dobbiamo liberare i palestinesi dal loro ostaggio durato 21 anni. Questo è derivato dai risultati elettorali che hanno portato Hamas al potere. Perché tutte le circostanze sono cambiate». Nulla osta a tenere le elezioni presidenziali, in sospeso dal 2009. «I palestinesi sono stanchi delle opzioni: che si tratti di Hamas, che ha portato la distruzione su di loro, o di Abbas, che ha portato la corruzione su di loro.»
Prima dell’intervista, Sinidschlawi aveva intrapreso un viaggio in Gran Bretagna. Lì ha parlato con gruppi ebraici e sionisti. 

(Israelnetz, 8 maggio 2026)

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Solo con Israele lo stupido gesto di un soldato diventa la colpa di un intero popolo

Lo sdegno selettivo per il gesto osceno di un soldato israeliano diventa, in certa stampa, materia narrativa: non più un episodio da condannare, ma la prova simbolica di una malvagità collettiva. Così il fatto sparisce dietro la confezione politica dell’accusa.

di Iuri Maria Prado

Molti quotidiani e siti di cosiddetta informazione si sono occupati della fotografia del soldato israeliano che infila una sigaretta nella bocca di una Madonna in statuetta.
Un gesto disgustoso, ovviamente. Ma il fatto di darne conto nel modo in cui certa stampa ha ritenuto di darne conto (il Corriere della Sera, per esempio, parla del “nuovo oltraggio di un soldato israeliano in Libano”), ecco, il fatto di darne conto in questo modo riesce a essere più disgustoso del gesto stesso.
Perché quella dicitura — “nuovo oltraggio” — è adoperata con l’intenzione o almeno con l’effetto di alludere a una specie di fenomeno sistematico, sulla scorta delle divagazioni del ministro degli Esteri, che prende un caso di violenza di strada contro una suora per dire che in Israele e nel sud del Libano le comunità dei cristiani sono sistematicamente oggetto dell’ostilità israeliana.
Ma un’altra osservazione è necessaria su questa faccenda, che poi è esemplare nel generale romanzo anti-israeliano e anti-ebraico che ormai da anni si va scrivendo sulla guerra che Hamas e Hezbollah hanno scatenato contro Israele, ma che in quel romanzo ha un titolo opposto, cioè la guerra che Israele avrebbe scatenato contro Gaza e contro il Libano.
E l’osservazione è questa: a Gaza e in Libano sono passati e hanno operato decine di migliaia, centinaia di migliaia di soldati israeliani. Ecco, c’è qualche seria ragione per pensare che tra di loro non possa esserci qualche criminale, qualche malvagio, qualche pazzo, qualche sadico?
Non ce n’erano negli eserciti sbarcati in Normandia? Non ce n’erano tra i militari alleati che risalivano l’Italia? Non ce n’erano tra i partigiani italiani? E non hanno commesso atrocità decisamente incomparabili a quella del soldato israeliano che si prende gioco in quel modo insultante — senza dubbio — di una statuetta?
La realtà è che lo sdegno per il “nuovo oltraggio” non ha niente a che fare con la tutela, non ha niente a che fare con il rispetto per quel simbolo religioso: ha tutto a che fare con la confezione dell’immagine della malvagità sionista.

(InOltre, 9 maggio 2026)

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Alla Biennale va in scena la caccia al sionista

I manifestanti «anti-genocidio» tacciono sul padiglione russo e si scagliano contro Israele 

di Aldo Rosati 

Lunga vita al padiglione russo, ci interessa boicottare quello del "genocidio". Particolarissime geometrie lagunari: la polemica tra il presidente Pietrangelo Buttafuoco e il quasi amico ministro della Cultura Alessandro Giuli ha infuocato il dibattito mediatico; la piazza, però, si anima solo sullo straripante feticcio: fuori i "sionisti". Insomma, dai David di Donatello alle calli, lo stesso film. Così ieri la Biennale ha vissuto un'altra giornata ad alta tensione per l'inaugurazione blindatissima dello spazio dedicato a Israele: polizia e carabinieri in tenuta antisommossa e ingresso nel padiglione riservato agli invitati e a pochissimi giornalisti. Tra i Giardini e l'Arsenale va in scena l'ennesima sfilata organizzata da 113 lavoratori del settore dell'arte, riuniti nella sigla Anga (Art Not Genocide Alliance), con un concentramento partito nel pomeriggio nel sestiere Castello per giungere proprio a ridosso della struttura con la stella di David. 
Una ventina di padiglioni aderisce alla serrata contro Israele; tra gli altri, quelli di Austria, Belgio, Polonia, Slovenia, Spagna, Svizzera, Turchia, Finlandia, Olanda, Irlanda, Qatar e Regno Unito. Il messaggio è diffuso in mattinata: "I padiglioni rimangono chiusi per lo sciopero dei lavoratori della cultura contro la presenza degli israeliani e il genocidio ancora in corso in Palestina". In piazza anche l'Arei: "Pensiamo che non sia più rimandabile una presa d'atto, da parte dei governi occidentali, della propria complicità morale, politica e culturale rispetto 
al genocidio in atto in Palestina". Alla faccia del doppio standard (avversione alla Russia e occhio di riguardo per Israele) criticato dai pro-Pal, una levata di scudi del genere non ha mai sfiorato l'area riservata a Mosca e organizzata da società legate al Cremlino. 
"Le proteste non aiuteranno i palestinesi", commenta amaramente l'ambasciatore di Israele in Italia Jonathan Peled, presente all'inaugurazione. Il diplomatico manda messaggi distensivi: "Siamo qui per costruire ponti, non per fare discussioni o conflitti. Siamo qui per esprimere il nostro desiderio di coesistenza e di accettazione tra le persone e tra i popoli". Poi, più netto: "Israele ha il diritto di esistere, di esprimersi e di essere qui in Italia, a Venezia, con tutti i popoli e tutti i Paesi". Infine il sogno: "Continueremo a lottare per la nostra libertà e per la nostra sicurezza - conclude - e magari per arrivare un giorno anche alla pace con i nostri vicini". 
Per Belu-Sìmìon Fainaru, l'artista che rappresenta lo Stato di Israele alla Biennale, è il momento di fare il punto su una vittoria. La sua opera Rose of Nothingness è stata riammessa ai premi dopo le dimissioni della giuria internazionale e la nascita dei Leoni dei Visitatori. L'artista israeliano aveva inviato una diffida formale per "discriminazione razziale" e "antisemitismo" alla Biennale, minacciando un ricorso fino alla Corte europea dei diritti dell'uomo. "È stata una vittoria della libertà di espressione", ha sottolineato Fainaru a proposito delle dimissioni. "Ogni artista ha il diritto di esprimere liberamente le proprie convinzioni e di mostrare la propria arte". Per lui, la battaglia principale è già fatta: "Rivendico il diritto di essere un artista israeliano e un artista ebreo. Il mio gesto qui è semplice: esserci". 
A visitare i padiglioni nel pomeriggio, il vicepresidente del Consiglio Matteo Salvini, unico esponente del governo visto da queste parti, dopo la rinuncia del ministro della Cultura Alessandro Giuli, in segno di protesta per il ritorno della Federazione Russa. "Ci sono 100 nazionalità diverse che partecipano, quindi visiterò il padiglione americano, il padiglione cinese, il padiglione italiano, il padiglione israeliano e quello veneziano. E, certamente, anche quello russo", commenta il leader della Lega. Il paradosso resta tutto lì: la Russia divide i salotti culturali, Israele incendia le piazze. Altro che Biennale, molto più stimolante la "caccia" al sionista. Il fascino discreto del conformismo. 

(Il Riformista, 9 maggio 2026)
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«Rivendico il diritto di essere un artista israeliano e un artista ebreo. Il mio gesto qui è semplice: esserci».  Appunto. “Esserci o non esserci?” Questo è il problema. “Non esserci”, questa è la soluzione. Dicono. È la presenza dell’artista con la sfacciataggine di presentarsi come israeliano, e pure ebreo, ad aver gettato scompiglio nelle menti e nei cuori dei visitatori pro-palestinesi. E riappare in loro l’angosciosa domanda: che ci sta a fare qui uno che non doveva esserci e invece c’è? E il mostro riappare. Bisogna capirli, questi visitatori. Tutti hanno il diritto di essere capiti. Anche i mentecatti. M.C.

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La scomoda verità di Israele nei rapporti con i cristiani

Ci sono immagini che danneggiano un paese più delle sconfitte militari. Non perché siano strategicamente decisive, ma perché scuotono moralmente.

di Aviel Schneider

GERUSALEMME - Il brutale attacco contro una suora a Gerusalemme. Il soldato israeliano che infila una sigaretta nella bocca di una statua della Madonna nel Libano meridionale. La statua di Gesù precedentemente distrutta nel villaggio cristiano di Debel. Questi non sono “piccoli incidenti”. Sono una realtà sgradevole che in Israele non può essere ignorata e che si manifesta ripetutamente, ad esempio in episodi come lo sputo contro i sacerdoti nella Città Vecchia di Gerusalemme. Proprio per questo bisogna parlarne senza mezzi termini.
Perché sì, in Israele esiste una minoranza radicale, piccola ma rumorosa, il cui comportamento nei confronti dei cristiani e dei simboli cristiani è vergognoso. Alcune di queste persone agiscono per arroganza nazionalista, altre per fanatismo religioso, altre ancora per una brutalità aggravata dalla guerra e dalle tensioni sociali. Chi ignora o minimizza la questione commette un errore. Perché immagini del genere si diffondono in tutto il mondo in pochi secondi e danneggiano non solo la reputazione di Israele, ma anche il fondamento morale su cui lo Stato ebraico stesso si basa.
Le scene di Gerusalemme hanno sconvolto ben oltre i confini della città. Una suora viene inseguita, brutalmente spintonata a terra e presa a calci anche mentre giaceva a terra. Pochi giorni dopo, il trentaseienne Yona Schreiber, di Gerusalemme, viene accusato: riprese video effettuate nei pressi del complesso della Tomba di Davide mostrano come egli attacchi la suora in modo apparentemente mirato, evidentemente perché era riconoscibile come cristiana. E le immagini provenienti dal Libano non sono state meno vergognose. Un soldato schernisce un simbolo cristiano, nonostante proprio Israele sottolinei ripetutamente di essere l’unico Stato del Medio Oriente in cui i cristiani possono vivere liberamente e praticare apertamente la loro fede. La vergognosa ripresa mostra un soldato israeliano mentre infila una sigaretta nella bocca di una statua della Madonna nel Libano meridionale. Anche questo soldato è stato identificato pochi giorni dopo e portato in tribunale – così come i due soldati che hanno danneggiato una statua di Gesù nel villaggio cristiano di Debel e sono stati condannati a pene detentive.
Eppure è proprio qui che sta la differenza che molti al di fuori di Israele ignorano consapevolmente. In Israele tali atti non vengono celebrati, ma condannati pubblicamente. I responsabili vengono accusati, arrestati, puniti o allontanati dal servizio militare. L'aggressione alla suora ha portato immediatamente a indagini e accuse.
Dopo la distruzione della statua di Gesù, anche i vertici dell'esercito hanno reagito con insolita durezza. Il capo di Stato Maggiore Eyal Zamir ha parlato apertamente di un «fallimento morale». I soldati sono stati puniti e sono state emanate nuove linee guida sul trattamento dei simboli religiosi. I media israeliani ne hanno dato notizia in modo critico, i rappresentanti della Chiesa hanno preso la parola e persino molti ebrei religiosi si sono mostrati indignati.
Di tanto in tanto compaiono anche video sui social network arabi in cui coloni ebrei vessano, insultano o provocano i palestinesi. Tali scene spesso fanno scalpore a livello internazionale e influenzano in modo duraturo l’immagine di Israele all’estero. Allo stesso tempo, però, si nota un notevole divario di percezione: quando sono coinvolti i cristiani, spesso l’attenzione è ancora maggiore, perché i simboli cristiani e il clero esercitano un particolare effetto emotivo e mediatico in tutto il mondo. La violenza o le umiliazioni nei confronti dei palestinesi, invece, spesso si perdono più rapidamente nel rumore di fondo del conflitto politico in Medio Oriente. Proprio in questo risiede una realtà problematica della percezione internazionale: alcune vittime suscitano più indignazione di altre.
Si nota anche una netta differenza nelle reazioni: gli episodi contro i cristiani vengono spesso condannati in modo rapido e chiaro dalle autorità ufficiali. Quando invece gli ebrei molestano o aggrediscono i palestinesi in Giudea e Samaria, le dichiarazioni e le misure adottate appaiono non di rado più esitanti o meno inequivocabili. I critici attribuiscono questa discrepanza anche all'impronta politica dell'attuale governo di destra religiosa, che in questi casi non sempre mostra la stessa urgenza di agire.
In ogni caso, ciò non rende nessuno degli episodi citati meno grave. Ma mostra la differenza tra uno Stato che combatte tali eccessi e una regione in cui i cristiani in Medio Oriente sono spesso sistematicamente perseguitati, espulsi o messi a tacere.
Infatti, mentre Israele viene messo alla gogna in tutto il mondo per tali episodi, in molti paesi arabi regna il silenzio su una realtà ben più brutale. In Iraq, antiche comunità cristiane sono state quasi completamente spazzate via. In Siria, gruppi islamisti hanno distrutto chiese e cacciato i cristiani da intere regioni. In Egitto, sono state incendiate chiese e uccisi cristiani. Nella Striscia di Gaza vivono ormai solo pochi cristiani, sottoposti a un'enorme pressione. Uno sguardo a Betlemme rivela una realtà spesso trascurata: gli abitanti cristiani della città natale di Gesù, a sud di Gerusalemme, riferiscono ripetutamente di tensioni e pressioni nella vita quotidiana che li opprimono più della presenza delle forze di sicurezza israeliane. Tuttavia, se ne parla a malapena, anche perché molti rimangono cauti per timore delle reazioni dell’ambiente musulmano. Nel Libano stesso, la popolazione cristiana si sta riducendo drasticamente da anni. E in molte parti del mondo islamico, cambiare religione significa ancora oggi essere emarginati dalla società o mettere a rischio la propria vita.
La reazione della Custodia di Terra Santa, che cura i luoghi santi cristiani per conto del Vaticano, ha espresso profondo sgomento per il continuo disprezzo dei simboli cristiani e ha esortato Israele e l’IDF ad agire con chiarezza e a dimostrare in modo inequivocabile che un simile comportamento non sarà tollerato. Tuttavia, in Israele i cristiani hanno interlocutori che li ascoltano, anche se purtroppo si verificano ripetutamente episodi in cui singoli israeliani si comportano in modo scorretto nei confronti dei cristiani. La grande maggioranza della società israeliana rifiuta chiaramente tale comportamento. Ciononostante, ci sono sempre pochi individui che con il loro comportamento danneggiano la reputazione di Israele a livello mondiale e appesantiscono inutilmente la convivenza. Ed è proprio questo il punto cruciale: Israele non deve mai normalizzare tali episodi. Non per ragioni diplomatiche. Non per la stampa internazionale. Ma per se stesso.
Questo non giustifica nulla in Israele. Al contrario. Proprio perché Israele vuole essere diverso, perché lo Stato ebraico si considera una democrazia e uno Stato di diritto, tali immagini hanno lì un effetto particolarmente distruttivo. Sono in contraddizione con la pretesa di essere un Paese che tutela la libertà religiosa.
Perché la vera forza di Israele non sta solo nel suo esercito o nella sua tecnologia. Sta nel fatto che questo Paese, nonostante la guerra, il terrorismo e le tensioni interne, è ancora in grado di mettersi in discussione in modo critico. È proprio questa capacità che distingue Israele da molti dei suoi vicini. Chi ama sinceramente Israele non ne nasconde i lati brutti. Li affronta apertamente, proprio perché non vuole che diventino più grandi.

(Israel Heute, 8 maggio 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)

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Israele invia l’Iron Beam agli Emirati Arabi Uniti per intercettare missili e droni iraniani

di Nina Prenda

Israele ha inviato una versione del sistema di difesa aerea basato su laser, l’Iron Beam, agli Emirati Arabi Uniti durante i recenti combattimenti con l’Iran per aiutare a proteggere la Nazione del Golfo dagli attacchi di missili e droni, secondo un rapporto di giovedì 30 aprile 2026, segnando così un passo significativo per i legami di difesa tra i due Paesi.
Secondo il Financial Times, Gerusalemme ha anche inviato un sistema di sorveglianza avanzato noto come Spectro per aiutare gli Emirati Arabi Uniti a rilevare i droni iraniani fino a 20 chilometri di distanza.
Citando una fonte che ha familiarità con la questione, il Financial Times ha riferito che Israele ha anche inviato sistemi d’arma aggiuntivi e non specificati agli Emirati Arabi Uniti. “Non è un piccolo numero di stivali a terra”, ha detto la fonte.
Il giornale ha riferito che oltre all’attrezzatura, Gerusalemme ha anche fornito agli Emirati Arabi Uniti informazioni in tempo reale sui lanci di missili dall’Iran diretti verso lo Stato del Golfo.
I rapporti secondo cui Israele ha fornito una significativa assistenza militare agli Emirati Arabi Uniti sembrano essere tra i primi casi di cooperazione divulgati pubblicamente al di là di esercitazioni di formazione congiunte.
Gerusalemme e Abu Dhabi hanno stabilito legami diplomatici, economici e di sicurezza nel 2020 nell’ambito degli accordi di Abramo, un accordo motivato in parte dalla minaccia condivisa dell’Iran.
Sebbene anche il Bahrein abbia firmato gli accordi nello stesso periodo e, come gli Emirati Arabi Uniti, sia stato attaccato dall’Iran durante i recenti combattimenti, non c’è alcuna indicazione sul fatto che questo Stato abbia ricevuto un sostegno simile da Israele.
Fonti a conoscenza dei fatti hanno riferito al Financial Times che i vari sistemi difensivi e offensivi forniti agli Emirati Arabi Uniti erano per lo più prototipi, o comunque non completamente integrati nei sistemi israeliani. Ciò fu fatto, è stato detto, per stare al passo con il ritmo incalzante della guerra.

• Cos’è l’Iron Beam
  L’Iron Beam è un sistema di intercettazione laser ad alta potenza ed è stato solo recentemente integrato nella matrice di difesa delle forze di difesa israeliane, con il primo sistema operativo consegnato all’esercito nel dicembre 2025.
Il sistema è stato in fase di sviluppo per più di un decennio dopo la sua prima svendita nel 2014. È stato dichiarato operativo a settembre 2025 dopo aver completato lo sviluppo e i test finali.
All’interno di Israele, ha lo scopo di integrare l’Iron Dome e altri sistemi di difesa aerea, abbattendo proiettili più piccoli e lasciando quelli più grandi per le batterie basate su missili più robusti come i sistemi David’s Sling e Arrow.
Da quando la guerra è iniziata il 28 febbraio, funzionari israeliani ed emiratini hanno affermato che i due Paesi sono stati in stretto coordinamento militare e politico: l’aeronautica israeliana ha anche effettuato attacchi nel sud dell’Iran durante la guerra per neutralizzare i missili a corto raggio che minacciano gli Stati del Golfo.
Tra il 28 febbraio e l’8 aprile, quando è entrato in vigore un tenue cessate il fuoco, Teheran ha sparato circa 550 missili balistici e da crociera e più di 2.200 droni, secondo il ministero della difesa degli Emirati, rendendolo il Paese più preso di mira nella regione, incluso Israele.
Mentre la maggior parte dei proiettili sparati contro gli Emirati Arabi Uniti sono stati intercettati, alcuni hanno colpito obiettivi militari e civili, spingendo Abu Dhabi a cercare assistenza dagli alleati.

(Bet Magazine Mosaico, 8 maggio 2026)

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Molinari: «Israele leader del nuovo Medio Oriente. Ora la vera minaccia è l'asse tra Turchia e Qatar» 

di Ruben Caivano 

- Come sta vivendo Israele la tregua con l'Iran? 
  «Con una diffusa sensazione di bilico fra guerra e pace. Il vistoso indebolimento di Iran, Hezbollah e Hamas fa sentire gli israeliani più sicuri rispetto al 7 ottobre 2023 ma c'è anche la consapevolezza che tali e tanti nemici non sono scomparsi, restano determinati a riprendere la sfida, portare nuovi pericoli. E il regime iraniano, nonostante i colpi subiti, non rinuncia né al nucleare né ai missili balistici. Dunque Israele si sente sospesa: prevale la volontà di studiare una regione con nuovi attori e pericoli ma anche opportunità». 

- Il Paese sta tornando alla normalità? 
  «Ero a Tel Aviv il giorno del cessate il fuoco con l'Iran. Mi ha colpito molto come nell'arco di poche ore milioni di israeliani siano passati da un modo di vita basato sulla protezione minuziosa dalla minaccia di missili e droni alla ripresa delle attività normali, di tutti i giorni. È stato un passaggio rapido, quasi istantaneo, che ha ribadito la forza della vita, l'energia interiore e l'ottimismo di fondo che accomuna gli israeliani, a dispetto delle molte differenze identitarie e politiche che li dividono». 

- Le trattative per gli accordi di pace con il Libano e la fornitura di sistemi di difesa agli Emirati Arabi Uniti stanno delineando un diverso scenario regionale? 
  «Dietro i conflitti ancora in atto c'è un nuovo Medio Oriente che sta prendendo forma. L'intesa strategica con gli Emirati Arabi Uniti apre un robusto orizzonte ai "Patti di Abramo" così come gli accordi con i drusi in Siria e la convergenza con i sunniti in Libano pongono le premesse per intese con Beirut e Damasco, che possono portare a pacificare il confine Nord, completando gli accordi siglati con Egitto nel 1979 e Giordania nel 1994. Ma più in generale ciò che conta è il tramonto del progetto dell'egemonia iraniana sul Medio Oriente, basata su programma nucleare e sostegno a gruppi paramilitari, perché crea una nuova dinamica che vede i rapporti con Israele non essere più un tabù. Ciò che più conta è l'affermarsi, in maniere diverse, dell'idea di fondo che ha spinto il leader degli Emirati, Mohammed bin Zayed Al Nahyan, a volere gli accordi di Abramo con Israele: costruire un Medio Oriente basato su cooperazione, connettività e infrastrutture fra popoli e fedi che vivono assieme dall'alba della civiltà». 

- In Europa si parla con insistenza di «isolamento» di Israele. È veramente così? 
  «Israele sigla accordi su sicurezza, commercio ed energia con Emirati e Paesi sunniti, vede entrare il Kazakhstan nei Patti di Abramo, ha sull'alta tecnologia intese in crescita con Giappone e Corea del Sud, la partnership strategica con l'India è di dimensioni senza precedenti, le relazioni con l'Indonesia accelerano e con gli Stati Uniti l'intesa sul doppio binario hi-tech e Difesa è tale da consentire di prevedere che Gerusalemme nel 2028 rinuncerà ai 3,8 miliardi annuali di aiuti economici Usa. Ma non è tutto, perché c'è anche un'Europa che cerca più integrazione con Israele: dalla Germania che acquista l'Iron Dome a Repubblica Ceca, Slovacchia, Grecia e Cipro che moltiplicano le intese su sicurezza. Per non parlare degli "Accordi di Isacco", ovvero le intese con una dozzina di Paesi latino-americani, guidati dall'Argentina, che incontreranno a breve il presidente Herzog in un summit ad hoc. E nel Corno d'Africa il riconoscimento della sovranità del Somaliland ha fatto di Israele un protagonista degli equilibri regionali, d'intesa con Washington e Abu Dhabi. Nel complesso, lo Stato ebraico esce dalla sua guerra più lunga con le dimensioni di una potenza regionale grazie non solo alla potenza militare ma anche alla crescita tecnologica, scientifica ed energetica. Ciò che stride con questo scenario è il clima di crescente ostilità verso lo Stato ebraico che si respira in alcuni grandi Paesi europei - dalla Spagna alla Francia, dalla Gran Bretagna alla Polonia - come anche in Canada e Australia, e sta contagiando perfino l'Italia. Sono Paesi dove il 7 ottobre e la conseguente guerra a Gaza hanno portato a un'ondata di forte ostilità nei confronti del governo e dello Stato di Israele, con conseguenze a pioggia nella vita quotidiana che troppo spesso degenerano nell'intolleranza».

- Con l'Iran degli ayatollah indebolito, chi è il maggiore avversario di Israele in Medio Oriente? 
  «È l'intesa strategica fra Turchia e Qatar, perché si tratta di due Paesi con molte risorse - militari, energetiche e finanziarie - che sono anche i grandi protettori e partner del movimento dei Fratelli musulmani che predica l'Islam politico ed è stato messo fuorilegge in più Stati sunniti, dall'Egitto alla Giordania fino agli Emirati Arabi Uniti, perché al suo interno ha a volte anche gruppi che predicano e praticano la violenza armata. Non a caso, Turchia e Qatar hanno un legame molto 
  forte con Hamas, espressione proprio della Fratellanza a Gaza e nella West Bank. Le conseguenze sono visibili: se Hamas ritarda il previsto disarmo a Gaza, è perché si sente sostenuto da Ankara e Doha». 

- Qual è il fine del primo ministro spagnolo Sànchez nel chiedere uno scudo europeo per proteggere Francesca Albanese dalle sanzioni Usa?
  Lo spagnolo Sánchez è il leader europeo più ostile a Israele. Le sue posizioni estreme, dalla scelta di sposare l'accusa di genocidio alla proposta di sanzioni economiche, si originano nell'ideologia di una sinistra sudamericana contaminata dal chavismo che poco ha a che fare con il socialismo europeo della Spd e di Glucksman in Francia. La scelta di chiedere alla Ue di sfidare le sanzioni Usa a Francesca Albanese e al Tpi rientra in questo approccio che in Spagna viene contestato dall'opposizione parlamentare, secondo cui sono i legami con Cina e Iran che spingono Sanchez ad assumere tali iniziative, al fine di diventare il capofila del fronte anti-Usa in Europa». 

- Come possono rilanciarsi i rapporti tra l'Europa e lo Stato ebraico? 
  «Facendo prevalere gli interessi comuni. Israele ha nella Ue il suo partner commerciale più importante, e dunque ha interesse ad ascoltare Bruxelles anche quando solleva critiche all'operato del suo governo. Così come l'Ue ha in Israele un partner indispensabile nella sicurezza aerea, missilistica e cyber così come nello sviluppo delle tecnologie più avanzate nell'agricoltura e nella ricerca medica. E dunque è interesse della Ue mantenere un rapporto saldo con Gerusalemme, anche a dispetto di alcune divergenze politiche sull'assetto del Medio Oriente». 

- Lapid e Bennett correranno insieme alle prossime elezioni in Israele. Che mosse politiche si aspetta dal premier Netanyahu? 
  «Israele è già immerso nella campagna elettorale in vista del voto di autunno. I sondaggi hanno evidenti oscillazioni ma disegnano un sostanziale equilibrio fra le attuali maggioranza e opposizione. Dunque, i giochi sono aperti. Nuovi protagonisti come il generale Eisenkot meritano attenzione al pari della popolarità di Netanyahu nell'elettorato più giovane, quello che ha subìto l'impatto emotivo più forte dal 7 ottobre. Giochi apertissimi dunque. Sarà una sfida all'ultimo voto». 

- Ieri il segretario di Stato americano Rubio ha incontrato Leone XIV. Perché, alla vigilia, Trump ha alzato la tensione con nuovi aspri attacchi verso il Papa? 
  «Perché Trump ripete sempre lo stesso metodo negoziale: va all'attacco della controparte, provocandola, per poi aspettare la reazione e cercare un accordo a lui favorevole. In questo caso, credo che Trump sia andato all'attacco del Papa sull'Iran per cercare in realtà con lui un accordo sulla transizione a Cuba». 

(Il Riformista, 8 maggio 2026)

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Quando le mie figlie mi chiederanno

L'8 maggio 1945 lo Stato nazista fu sconfitto, ma non la mentalità che lo aveva reso possibile. Oggi l'odio sta tornando a crescere. Potrò mai dire ai miei figli che non sono rimasto in silenzio, ma che ho espresso il mio dissenso?

di Andreas Albrecht

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Andreas Albrecht, vicepresidente della Conferenza dei genitori della Renania Settentrionale-Vestfalia

L'8 maggio è il giorno della liberazione dal nazionalsocialismo. Ricorda la fine della Seconda guerra mondiale in Europa, la liberazione dal terrore nazista e i milioni di persone che furono perseguitate, private dei diritti civili, deportate e uccise.
Per me l’8 maggio non è una data da archiviare. È una domanda: cosa facciamo con la consapevolezza di ciò che è accaduto?
Forse questa è stata una delle illusioni più amare dopo l’8 maggio: credere che con la sconfitta militare del nazionalsocialismo fosse stato sconfitto anche il pensiero che lo aveva reso possibile. Ma il disprezzo per l’umanità non muore in una data. Può continuare a covare come braci sotto la cenere: repressa, minimizzata, coperta dalla quotidianità e dalla rassicurante narrazione che non potrà mai più accadere. Ma le braci rimangono pericolose. Hanno solo bisogno di ossigeno: paura, rabbia, invidia, silenzio, indifferenza, incitamento all’odio. E se nessuno le soffoca, si fanno nuovamente strada attraverso ciò che ritenevamo sicuro.
Vorrei vivere in un mondo in cui la diversità non è un difetto, ma la normalità. Mi preoccupa quindi ancora di più il modo in cui l’odio riemerge oggi così apertamente. Il suo nucleo è sempre lo stesso: inizia là dove l’altro non viene più visto come un essere umano. Dove le persone diventano gruppi. Categorie. Problemi. Immagini nemiche.

• Le vittime non erano astratte
  Quest'anno ricorre l'85° anniversario del massacro di Babi Yar. Il 29 e 30 settembre 1941, unità tedesche nei pressi di Kiev uccisero più di 33.000 ebrei di Kiev e dintorni. Anche a Esch-sur-Alzette, 85 anni fa, si è cercato di cancellare la vita ebraica. La vecchia sinagoga fu distrutta nel 1941 dagli occupanti tedeschi. Oggi a Esch c’è di nuovo una sinagoga – e con essa una vita ebraica visibile in città. Ricordare significa anche proteggere questa vita.
Questi ricordi mi portano allo stesso pensiero: le vittime non erano astratte. Erano madri e padri, figlie e figli, amiche e amici. Erano vicine e vicini. Persone con nomi, famiglie, speranze e storie. Vivevano in mezzo ad altre persone. E gli altri stavano a guardare.
Forse la memoria inizia proprio da lì: dalla consapevolezza che distogliere lo sguardo non è mai neutrale.
Anche oggi gli ebrei non sono «gli altri». L’antisemitismo colpisce i nostri concittadini ebrei: i nostri vicini, i nostri amici, i nostri compagni di scuola, i nostri colleghi, le nostre famiglie.
Forse il ricordo inizia proprio da lì: dalla consapevolezza che distogliere lo sguardo non è mai neutrale.
Non scrivo questo testo a nome di un’associazione né in veste ufficiale. La mia posizione è più personale, biografica e più antica di qualsiasi incarico io ricopra oggi.

• Quando una persona diventa una «anomalia»
  Quando parlo di storia, penso alle mie due figlie. La più grande è affetta da autismo. È – come sua sorella – gioiosa, curiosa, aperta, piena di calore. Eppure proprio questa bambina non avrebbe avuto quasi nessuna possibilità durante il nazismo. Molto probabilmente sarebbe stata privata dei suoi diritti in quanto «vita indegna» – e presumibilmente uccisa.
Questo pensiero è per me dolorosamente concreto. Mi mostra quanto velocemente una persona smetta di essere vista come un essere umano e diventi solo una categoria: una deviazione, un problema, una vita su cui gli altri esprimono un giudizio.
La scuola non deve essere un luogo in cui i bambini imparano che la loro dignità è negoziabile.
È proprio a scuola che si vede se i bambini si sentono parte di qualcosa. Lì sperimentano se vengono protetti, se gli adulti li contraddicono o se distolgono lo sguardo. Lì imparano presto quale valore ha un essere umano. Per questo la scuola non deve essere un luogo in cui i bambini imparano che la loro dignità è negoziabile.
Oggi in Europa si creano di nuovo altre tombe a causa della guerra d’aggressione russa contro l’Ucraina – proprio nel momento in cui commemoriamo i morti della Seconda guerra mondiale. Non si tratta di un’equivalenza. Ma è un monito a stare all’erta quando il nazionalismo, la violenza e il disprezzo vengono nuovamente anteposti alle vite umane.
Anche le guerre e i conflitti del nostro tempo non restano fuori dal cancello della scuola. Entrano con i bambini: attraverso le notizie, i social media, le storie di famiglia, la paura, la rabbia e talvolta anche come slogan. È in classe che si decide poi se ne nascerà una conversazione – o una nuova immagine del nemico.

• Contrastare quando succede di nuovo
  Proprio per questo la memoria appartiene alla scuola: come esperienza, non come rituale. Ogni bambino dovrebbe, nel corso della sua carriera scolastica, trovarsi in un luogo in cui l’orrore nazista non rimanga astratto – in un memoriale di un campo di concentramento o in un altro luogo di persecuzione nazista. Non come programma obbligatorio, ma come missione contro l’oblio.
Ho paura che le mie figlie vivano in una società in cui non conta più chi sei, ma da dove vieni, quanto sei efficiente o in quale categoria ti inseriscono gli altri.
E so che un giorno le mie figlie potrebbero chiedermi se sono rimasto in silenzio o se ho obiettato.
Vorrei poter dire loro che ho cercato di vedere le persone accanto a me. Che non ho permesso che i vicini e le vicine fossero trasformati in «gli altri».
Forse è proprio questo il compito dell’8 maggio: non solo ricordare ciò che è stato, ma contraddire quando ricomincia. Oggi. Per i nostri figli. Per le persone accanto a noi.
* L’autore è padre di due figlie. È impegnato, tra l’altro, come vicepresidente della Conferenza dei genitori della Renania Settentrionale-Vestfalia, nell’associazione di gemellaggio tra le città di Colonia e Tel Aviv-Yafo e come membro del consiglio direttivo dell’associazione di gemellaggio tra le città di Colonia ed Esch-sur-Alzette. È inoltre membro della Kölsche Kippa Köpp. Il testo riflette la sua posizione personale.

(Jüdische Allgemeine, 8 maggio 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)

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Israele. Il Bauhaus, quando la necessità diventa virtù

di Josef Oskar

FOTO
Amazing Tel Aviv! La città bianca non finisce di sorprendere; oltre agli avveniristici grattacieli della zona High Tech e finanziaria, essa nasconde un tesoro architettonico raro al mondo: il quartiere Bauhaus (in tedesco:la costruzione della casa) derivante dalla famosa scuola di architettura di Walter Gropius, Staatliches Bauhaus fondata nel 1919 a Weimar e Dessau in Germania. Il Paese usciva distrutto politicamente ed economicamente dalla prima guerra mondiale. Gropius cercava un inizio nuovo per il popolo tedesco e in questo caso, era la sua impostazione, si partiva dalla casa. Ne nasce uno stile definito modernistico e razionalistico che si può riassumere in dieci linee guida: l’artista è un artigiano esaltato, la forma segue la funzione, l’edificio deve essere un’opera d’arte completa, devono essere usati dei veri materiali adatti al caso specifico, occorre prediligere forme lineari e geometriche, la tecnologia va messa in risalto, fare uso intelligente delle risorse, con semplicità ed efficacia, e a sviluppo costante.
Maestri e docenti famosi appartenevano al movimento Bauhaus, tra cui Hannes Meyer, Ludwig Mies van Der Rohe, Wassily Kandinsky, Paul Klee, Adolf Meyer e altri.
Tra i seguaci della scuola figuravano anche, ovviamente, architetti ebrei: Shlomo Bernstein, Munio Gitai (Weinraub), Edgar Hed (Hecht), Shmuel Mestechkin, Chanan Frenkel e Arieh Sharon. Nel 1933, con l’avvento del nazismo al potere, questi lasciarono la Germania e si trasferirono nella Palestina Mandataria. Qui adattarono il disegno prendendo in considerazione le condizioni climatiche del territorio. Tel Aviv, in quel momento, era inconsciamente alla ricerca di uno stile proprio e il design Bauhaus capitò al posto giusto nel momento giusto. Si fece, anzi, di necessità virtù.
Nel 1936 scoppiò in Palestina la rivolta araba durata fino al 1939; le tecniche Bauhaus non necessitavano della costruzione in pietra, nella quale gli operai arabi eccellevano, si passò invece al cemento armato che gli operai ebrei erano perfettamente in grado di padroneggiare. In questo caso, non dovendo più contare su mano d’opera araba, fu anche risolto un problema di sicurezza con la relativa diminuzione degli attentati.
Arriviamo ai giorni nostri. Oggi Tel Aviv, unica al mondo, vanta circa quattro mila edifici stile Bauhaus, concentrazione architettonica unica al mondo. Tant’è vero che UNESCO nel 2003 le conferì il titolo di patrimonio artistico dell’umanità. La Germania, che ha visto la distruzione di moltissimi edifici Bauhaus nel secondo conflitto mondiale, ha assunto un ruolo attivo, finanziando le varie ristrutturazioni rivolte a conservare questo tesoro, anche culturale. Nel 2019 furono festeggiati cent’anni dalla fondazione della scuola Bauhaus con il restauro della Max Liebling House (v. immagine). La data della ricorrenza fu scelta in perfetto stile razionalistico: 19.9.19, ovvero 19 settembre del 2019.
Nella storia del popolo ebraico gli eventi felici non sempre abbondano, ma il caso del quartiere Bauhaus è un gioioso esempio di come, anche nei momenti più tristi, la storia possa riservare delle piacevoli sorprese. Quanto basta per rincuorare gli ottimisti. Amazing Tel Aviv.

(Setteottobre, 8 maggio 2026)

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I terroristi palestinesi hanno occupato una chiesa. Dov'è l’indignazione?

I terroristi palestinesi hanno attaccato gli israeliani, hanno aggredito i cristiani locali e hanno occupato la loro chiesa. I soliti difensori dei cristiani in Terra Santa sono rimasti in silenzio.

di Ryan Jones

GERUSALEMME - Le voci anti-israeliane in Occidente colgono immediatamente ogni episodio in cui un ebreo maltratta un cristiano in Terra Santa. Tucker Carlson e altri ne hanno fatto un tema ricorrente: Israele, ci viene detto, sarebbe ostile al cristianesimo e indifferente al destino dei fedeli che vi risiedono.
Ma che dire della persecuzione effettiva dei cristiani locali da parte dei musulmani locali?
La settimana scorsa un giovane ebreo ha aggredito una suora cristiana nella Città Vecchia di Gerusalemme. L’incidente ha fatto notizia a livello internazionale e si è diffuso viralmente sui social media. Israele è stato condannato, sebbene le autorità avessero arrestato l’autore e trattato l’atto per quello che era: vergognoso, criminale e inaccettabile.
Giorni dopo, combattenti palestinesi hanno attaccato automobilisti israeliani e hanno poi usato cristiani locali come scudi umani. Eppure questa storia ha ricevuto pochissima attenzione. Non ci sono stati commenti virali, né condanne generalizzate della società palestinese, né richieste all’Autorità Palestinese di spiegare come uomini armati abbiano potuto usare dei cristiani come copertura dopo un attacco.
Secondo il Ministero degli Esteri israeliano, l’incidente è avvenuto martedì ad al-Khader, un villaggio arabo a ovest di Betlemme. Aggressori palestinesi avevano lanciato bombe incendiarie contro civili israeliani in Giudea prima di rifugiarsi nella chiesa di San Giorgio, dove i cristiani del luogo si erano riuniti per celebrare la festa di San Giorgio.
I terroristi non solo si sono nascosti in un luogo di culto cristiano, ma hanno anche usato le persone presenti come scudo per proteggersi. E non è la prima volta.
Le forze armate israeliane hanno deliberatamente evitato di entrare nella chiesa per risparmiare i civili e rispettare la sacralità del luogo. In altre parole: proprio quella moderazione che nei commenti occidentali viene regolarmente negata a Israele si è manifestata in tempo reale: gli aggressori hanno usato una chiesa come copertura, mentre le forze armate israeliane si sono trattenute per non mettere in pericolo i fedeli cristiani.
Poco dopo si sono verificati scontri tra cristiani locali e abitanti musulmani del villaggio, come si vede in alcuni video poi pubblicati sui social media.
Anche questo fa parte della storia che tanti commentatori preferiscono tacere. I cristiani palestinesi non si trovano solo nel campo di tensione tra Israele e il nazionalismo palestinese. Spesso sono intrappolati anche all'interno della stessa società palestinese, dove il loro numero è drasticamente diminuito e la loro vulnerabilità è vista come un fattore di disturbo per la narrativa preferita.
La realtà demografica è difficile da ignorare. Secondo stime del 2022, nelle tre città della regione di Betlemme vivono ormai solo circa 33.000 cristiani palestinesi. Nella stessa Betlemme, i cristiani costituiscono oggi circa un quinto della popolazione – un drastico calo rispetto al 1995, quando Israele trasferì il controllo della città all’Autorità Palestinese e circa l’80% degli abitanti di Betlemme si identificava come cristiano. 
Per quasi 30 anni, dal 1967 al 1995, Betlemme aveva mantenuto la sua forte maggioranza cristiana sotto il dominio israeliano. Non appena l’Autorità Palestinese ha assunto il potere, i cristiani hanno iniziato a fuggire.
Questo crollo non è avvenuto perché gli ebrei a Gerusalemme sputavano sui cristiani, per quanto tali episodi siano ripugnanti e riprovevoli. È avvenuto sotto il dominio palestinese, in un contesto di pressioni sociali, politiche e religiose di cui gli opinionisti cristiani occidentali sono sorprendentemente restii a parlare.
Quindi, quando degli aggressori si rifugiano in una chiesa dopo aver attaccato civili israeliani, mettendo in pericolo i cristiani locali, il silenzio non è casuale. È editoriale, è ideologico, ed è proprio per questo che questa storia è significativa.
L'unica conclusione onesta è che a molti esperti occidentali non interessano realmente i cristiani in Terra Santa, ma piuttosto strumentalizzarli contro Israele. Se davvero fosse così, condannerebbero gli abusi in modo coerente e adeguato. Sputare o aggredire una suora è riprovevole e dovrebbe essere perseguito penalmente. Ma uomini armati che lanciano pietre contro i cristiani e occupano una chiesa sono più di una semplice nota a margine. Si tratta di un crimine ben più grave. Il silenzio la dice lunga: la sofferenza dei cristiani viene tematizzata a gran voce quando si può attribuire agli ebrei, e in modo sommesso – se non del tutto ignorata – quando rivela la brutalità dei nemici di Israele.

(Israel Heute, 7 maggio 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)

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Soli

di Daniele Scalise

Ti giri, e non c’è nessuno. Non perché non ci sia gente intorno, anzi: le stanze sono piene, le piazze affollate, le bacheche traboccano di parole. È che a un certo punto capisci che quelle presenze non reggono più, non tengono quando serve. Restano lì, ma dall’altra parte.
La solitudine non arriva all’improvviso. Si deposita. Una frase non detta, una presa di distanza elegante, una battuta ambigua che nessuno corregge. Poi il silenzio, che è la forma più onesta del disimpegno. E infine lo scarto: tu da una parte, loro dall’altra, con quella tranquillità di chi è convinto di stare nel posto giusto.
Succede quando dici una cosa semplice, elementare: che gli ebrei non si toccano, che l’odio ha un nome e una storia, che certe parole non sono opinioni ma residui tossici. E ti ritrovi a spiegare l’ovvio a persone che credevi vicine, affini, magari anche intelligenti. Ti guardano come se fossi tu ad aver esagerato, come se stessi spostando il discorso su un terreno improprio. Intanto, nelle piazze, qualcuno urla “saponette mancate” e nessuno interviene. Nessuno davvero.
Non sono ragazzini allo sbando. Sono adulti, integrati, colti quanto basta per sapere cosa stanno facendo. E proprio per questo è più grave. Si sentono dalla parte giusta, si raccontano una moralità a basso costo, si assegnano una patente che li mette al riparo da ogni responsabilità. È lì che capisci che la distanza non è temporanea, non è un equivoco: è una frattura.
La parola “tradimento” è grossa, ma a volte è l’unica che resta. Tradimento di amicizie, di legami costruiti nel tempo, di una certa idea di civiltà condivisa. Non c’è bisogno di gesti plateali. Basta il voltarsi dall’altra parte nel momento preciso in cui qualcuno dovrebbe dire: questo no.
E allora sì, soli. Senza retorica. Senza autocommiserazione. Una constatazione che arriva quando smetti di aspettarti qualcosa da chi non è disposto a darla. Non rende più forti, non consola. Porta con sé una specie di nausea che non passa, che resta lì, come un sapore cattivo che non riesci a mandare giù.
Però chiarisce. Taglia il rumore, elimina le illusioni, lascia in piedi quello che c’è davvero. Pochissimo, a volte. Ma reale. E da lì, volenti o nolenti, si riparte.
VIDEO

(Setteottobre, 7 maggio 2026)
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Il nocciolo del problema.
«Da secoli esiste nel mondo una questione ebraica. In ogni tempo e ovunque si trovino, gli ebrei costituiscono un problema. Ed è un problema scivoloso, sfuggente, perché mentre davanti a un enigma normalmente ci si chiede “qual è la soluzione?” nel caso degli ebrei invece si è costretti a chiedersi “dov’è il problema?” E ogni volta che si crede di aver individuato la risposta, poco dopo l’enigma si ripresenta in forma nuova e inaspettata. Si ripresenta allora anche oggi la domanda: dov’è il problema? Risposta: Il nocciolo della questione ebraica sta nel fatto che gli ebrei ci sono. L’esserci degli ebrei è il vero problema» (da “Dio ha scelto Israele”).
Non è difficile allora spiegare il disagio creato da Scalise: intorno a lui si sono improvvisamente accorti che c’è. Non se l’aspettavano. E non sanno cosa dire. Che si può dire a uno che non doveva esserci e invece c’è? Non sono pronti. E allora, educatamente, tacciono. M.C.

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Rav Ariel Di Porto: L’amore nel Sefer HaChinukh

di Lucilla Efrati

Nella quattro giorni al Moked 2026, dedicato quest’anno all’amore (tema anche della prossima Giornata Europea della Cultura Ebraica), non poteva mancare un approfondimento sui testi rabbinici. Rav Ariel Di Porto ha dedicato il suo intervento allo studio delle regole sull’amore contenute nel Sefer haChinukh, dedicato allo studio delle mitzvot. Gli abbiamo chiesto qualche chiarimento.

• Crea imbarazzo il fatto che un testo di studio, come il Sefer haChinukh detti alcune regole sull’amore?
  Nella tradizione ebraica non c’è nessun imbarazzo nel parlare di amore attraverso norme precise — anzi, è esattamente il contrario di come potrebbe sembrare dall’esterno. Il Sefer haChinukh parte da una visione del mondo in cui tutto, dalle emozioni al diritto, rientra nel servizio divino. E questa apertura nel trattare qualsiasi argomento, anche i più intimi, è in realtà una caratteristica distintiva dell’ebraismo. L’amore non è qualcosa di vago o incontrollabile: è un dovere morale, e come tale deve tradursi in azioni concrete.

• Ma di quale amore si parla? Quali sono i precetti dettati dal testo sull’amore?
  In questo quadro si distinguono tre forme fondamentali di amore. La prima è l’amore per il prossimo — che significa avere per ogni membro del popolo d’Israele, e per i suoi beni, la stessa cura che si ha per sé stessi. Concretamente: non rubare, non ingannare, proteggere l’onore altrui, non gioire della vergogna di nessuno.
La seconda è l’amore per Dio, che si esprime impegnando pensiero e intelletto per comprendere le Sue azioni e trovare piacere nella Torah che ci ha donato. Ogni bene materiale deve essere considerato nullo rispetto a questo legame, che deve accompagnare ogni momento della giornata.
E poi c’è una terza forma, molto caratteristica: l’amore per i gherim (coloro che si sono convertiti), per chi ha lasciato la propria famiglia e religione per abbracciare l’ebraismo. Per loro esistono precetti specifici: è vietato affliggerli o rinfacciargli le origini passate, e anzi si è chiamati a mostrare loro un trattamento speciale.

(moked, 7 maggio 2026)

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Autorità Palestinese sotto accusa

I libri di scuola diffondono odio e l’Europa minaccia di tagliare i fondi

di Alessandro Carmi

Sette anni di condanne consecutive da parte del Parlamento europeo non bastano a cambiare una linea che, nei fatti, continua a formare generazioni di giovani palestinesi dentro un impianto ideologico in cui Israele viene delegittimato, gli ebrei ridotti a presenza estranea e la violenza inserita in un orizzonte di legittimità. Il punto non riguarda più soltanto il contenuto dei manuali scolastici dell’Autorità Palestinese, ma la credibilità stessa delle promesse di riforma avanzate a Bruxelles e Washington, promesse che nel tempo si sono accumulate senza produrre modifiche sostanziali.
L’ultima presa di posizione dell’Europarlamento segna un passaggio importante perché introduce, con maggiore chiarezza rispetto al passato, l’idea che i finanziamenti debbano essere condizionati a cambiamenti verificabili. Il richiamo ha una sua piccola storia. Già da anni organismi di analisi indipendenti come Impact-se segnalano come i manuali in uso continuino a includere riferimenti espliciti al jihad, alla glorificazione del martirio e a una rappresentazione degli ebrei che oscilla tra cancellazione storica e demonizzazione. Le revisioni annunciate dall’Autorità Palestinese risultano, secondo le verifiche più recenti, limitate, parziali e soprattutto cosmetiche.
Il nodo centrale è politico prima ancora che educativo. Dichiarazioni pubbliche di esponenti di primo piano dell’Autorità Palestinese, dal primo ministro al ministero dell’Istruzione, indicano una scelta consapevole di non intervenire in modo significativo sui contenuti. La resistenza alle modifiche non appare legata a difficoltà tecniche o mancanza di risorse, ma a una precisa linea ideologica che considera quei materiali parte integrante della costruzione identitaria.
Dentro i manuali, l’assenza è tanto rilevante quanto la presenza. La Shoah non viene trattata, la storia degli ebrei nella regione viene rimossa e, in alcuni casi, viene messa in discussione l’esistenza stessa di un popolo ebraico come soggetto storico. Parallelamente, il conflitto con Israele viene inserito in una chiave anticoloniale che assimila lo Stato ebraico a una potenza straniera da respingere, alimentando una visione che esclude in partenza qualsiasi forma di riconoscimento reciproco.
Il risultato emerge con particolare evidenza negli esempi concreti utilizzati nei programmi scolastici. Esercizi di matematica che introducono il concetto di numero attraverso il conteggio dei “martiri”, lezioni di scienze in cui la fisica viene spiegata ricorrendo all’immagine di una fionda puntata verso un bersaglio, materiali didattici che celebrano figure coinvolte in attentati contro civili israeliani trasformandole in modelli di riferimento. Non si tratta di episodi isolati, ma di un’impostazione che attraversa diverse materie e livelli scolastici, rendendo il messaggio coerente e pervasivo.
A questo si aggiunge un uso disinvolto di elementi giuridici e storici che finiscono per confondere i piani. Alcuni manuali presentano la “resistenza armata” come un diritto naturale, richiamando in modo distorto principi del diritto internazionale e lasciando intendere una legittimazione generale della violenza. In questo contesto, la distinzione tra conflitto politico e attacco a civili si dissolve, con effetti che vanno ben oltre l’ambito educativo.
Il problema, a questo punto, investe direttamente i Paesi donatori. L’Unione europea e gli Stati Uniti hanno continuato a finanziare il sistema educativo palestinese nella speranza di favorire un’evoluzione verso standard più compatibili con una prospettiva di coesistenza. Oggi quella scelta viene rimessa in discussione, perché il rischio è che fondi pubblici occidentali contribuiscano, anche indirettamente, a sostenere contenuti che alimentano ostilità e radicalizzazione.
Condizionare gli aiuti a risultati verificabili rappresenta una svolta che arriva tardi, ma che potrebbe avere effetti concreti se accompagnata da meccanismi di controllo indipendenti. Senza strumenti di verifica, ogni promessa resta sospesa e ogni dichiarazione perde valore nel momento in cui i libri di testo continuano a raccontare una realtà che esclude la possibilità stessa di una convivenza.
In questo quadro, la questione educativa diventa uno snodo decisivo per qualsiasi prospettiva politica futura. Una leadership che aspira a uno Stato e a un riconoscimento internazionale non può sottrarsi alla responsabilità di preparare le nuove generazioni a un orizzonte diverso da quello dello scontro permanente. Finché questo passaggio resta bloccato, ogni negoziato rischia di poggiare su fondamenta fragili, perché la distanza tra i tavoli diplomatici e le aule scolastiche continua a essere troppo ampia per poter essere ignorata.

(Setteottobre, 6 maggio 2026)

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La logica alla base dell'occultamento delle perdite da parte di Hezbollah

Nascondere l'entità delle proprie perdite non è solo una tattica mediatica, ma un meccanismo strategico fondamentale che permette a Hezbollah di mantenere la propria narrativa di “vittoria” e di prevenire l'erosione interna. L'occultamento è un tentativo di preservare un'immagine artificiale di vittoria di fronte a una realtà fatta di logoramento e distruzione, con l'organizzazione terroristica ben consapevole che rivelare la verità potrebbe portare al suo crollo.

di Yossi Mansharof *

Nel confronto strategico tra Israele e Hezbollah, il numero di vittime non è solo una misura statistica del lutto, ma una risorsa strategica nella battaglia per il controllo della narrazione.
Mentre Israele emette avvisi di evacuazione prima degli attacchi nelle aree civili nel tentativo di ridurre al minimo le vittime civili, anche Hezbollah sta adottando una politica di sistematica ambiguità nell'attuale guerra riguardo alla portata delle proprie perdite. Questa politica è un meccanismo di sopravvivenza, progettato per colmare il divario crescente tra le promesse dell'organizzazione e la sanguinosa realtà sul campo.

• Il mito della “vittoria divina”
  Il nucleo della narrativa di Hezbollah si basa sull'ethos della “muqawama”, ovvero la resistenza, una forza imbattuta che opera sotto il patrocinio religioso. Rivelare la vera entità delle sue perdite potrebbe incrinare l'immagine della “vittoria divina” che l'organizzazione ha cercato di promuovere. Hezbollah ha anche nascosto l'entità delle perdite subite in passato, anche durante la seconda guerra del Libano del 2006, tra cui il numero di morti e feriti. Oggi, tuttavia, l’organizzazione è più sensibile che mai alle critiche. Dopo aver trascinato il Libano in una terza guerra devastante prima ancora che il Paese fosse riuscito a riprendersi dalle rovine della guerra e dal collasso economico, Hezbollah teme un’ondata di critiche da parte dello Stato e della società libanese, e in particolare da parte dell’opinione pubblica sciita. Sebbene l’organizzazione mantenga il controllo sulla propria base sciita attraverso la dipendenza economica e sociale, si possono individuare segni di agitazione anche nel sud del Libano. Nascondere l'entità delle proprie perdite è il modo in cui l'organizzazione impedisce che queste critiche diventino una vera minaccia alla sua stabilità.
A livello operativo, la pubblicazione di elenchi dei morti sarebbe un “regalo” di intelligence alle Forze di Difesa Israeliane. L'ambiguità permette a Hezbollah di preservare la nebbia di guerra che circonda l'efficacia degli attacchi israeliani. Ogni rivelazione di una vittima tra i ranghi del comando o nelle unità d’élite, come la Forza Radwan, permette a Israele di verificare l’accuratezza degli attacchi contro la struttura di comando e di identificare i punti deboli nell’assetto operativo dell’organizzazione. Per Hezbollah, l’ignoranza del nemico è un moltiplicatore di forza inteso a nascondere la profondità del danno alle sue proprie capacità.
Un elemento centrale di questa strategia, come emerge anche dalle analisi dell’Alma Research and Education Center, è l’inserimento degli agenti dell’organizzazione uccisi nelle liste delle vittime civili. Hezbollah sta mettendo in atto una doppia manipolazione: nasconde l’erosione della propria forza militare e allo stesso tempo gonfia le notizie sulle perdite civili. L'obiettivo è quello di generare pressione internazionale e legale su Israele, utilizzando la guerra cognitiva per forzare un cessate il fuoco che salverebbe l'organizzazione da una sfida significativa.

• La mancanza di responsabilità come espressione del carattere dell'organizzazione
  In definitiva, questa politica riflette il carattere essenziale di Hezbollah come organizzazione totalitaria che non deve rendere conto a nessuno in Libano, né allo Stato né alla comunità sciita. Il suo unico obbligo di riferire la verità è verso il suo protettore a Teheran. Internamente, l’organizzazione continua a operare come un organismo chiuso che sopprime la trasparenza, consapevole che la verità è il nemico numero uno della narrativa che cerca di instillare.
In conclusione, l’ambiguità di Hezbollah non è un segno di forza, ma una prova della sua vulnerabilità.
Si tratta di un tentativo di preservare un'immagine artificiale di vittoria di fronte a una realtà di logoramento e distruzione, con l'organizzazione consapevole che rivelare la verità potrebbe portare al crollo del mito da cui dipende. In questa realtà, Israele farebbe bene a dedicare i propri sforzi a rivelare l'entità dei danni inflitti a Hezbollah e a radicare questa consapevolezza nell'opinione pubblica libanese, al fine di indebolire l'organizzazione e minarne ulteriormente la posizione.
Tale denuncia andrebbe anche a vantaggio di Israele di fronte alle voci in Occidente che protestano contro l’entità dei danni causati da Israele ai civili libanesi. Le crescenti richieste provenienti da vari ambienti in Libano di promuovere un accordo di pace con Israele riflettono il potenziale “partner” che esiste in Libano, che Israele deve impegnarsi a rafforzare. Rivelare la profondità del colpo inferto a Hezbollah contribuirà a servire questo chiaro interesse israeliano.

* Il dottor Yossi Mansharof è docente del programma di master in “Politica del Medio Oriente” presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università di Haifa e ricercatore senior presso il Misgav Institute for National Security and Zionist Strategy.

(Israel Hayom, 6 maggio 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)

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Le fake news su Israele dei “giovani turchi” della sinistra americana

Dalle accuse sui luoghi cristiani alle teorie sull’Iran, una parte della sinistra americana radicale scivola sempre più spesso nel complottismo anti-israeliano. Il caso di Ana Kasparian, Cenk Uygur e Hasan Piker mostra una convergenza tossica tra estremismi, propaganda e odio reso trendy.

di Nathan Greppi

Nel luglio 2025, ospite del conduttore di estrema destra Tucker Carlson, la commentatrice americana Ana Kasparian ha accusato Israele di voler cancellare i luoghi cristiani: “Non puoi negare il fatto che le chiese siano state prese di mira a Gaza e in Cisgiordania”, disse Kasparian, formatasi nella sinistra radicale e successivamente spostatasi su posizioni che in Italia verrebbero definite “rossobrune”.

• Un mito da sfatare
  Queste tesi sono state smentite dall’archeologo israeliano Benjamin Adam Saidel, che sul “Times of Israel” ha scritto: “Se la premessa di Tucker Carlson e Ana Kasparian fosse corretta, perché Israele dovrebbe confinare questa presunta campagna alle aree palestinesi? Se Israele fosse davvero intenzionato a cancellare l’eredità cristiana, la logica vorrebbe che iniziasse in casa propria — dove non c’è controllo internazionale e potrebbe agire nell’impunità più totale. Quei siti non verrebbero regolarmente presi di mira e distrutti?”.
Saidel ha spiegato che “è vero il contrario. Entrando in quasi tutti i parchi nazionali israeliani costruiti attorno a un sito archeologico — ad esempio Avdat e Mamshit — troverai una chiesa chiaramente segnata, interpretata e integrata nell’esperienza del visitatore. Il sito web del Parco Nazionale di Avdat invita i visitatori a vedere la Chiesa bizantina di San Teodoro, una caratteristica di rilievo di questa antica città”.
Inoltre, ha aggiunto, “Israele ospita anche una vivace comunità cristiana di circa 180.000 persone, servita da quasi 400 chiese operative. È l’unico paese del Vicino Oriente dove il cristianesimo sta crescendo”.
Ironia della sorte, “lo scenario descritto da Tucker Carlson e Ana Kasparian si è effettivamente verificato — non in Israele, ma nel nord di Cipro occupato dalla Turchia. Dall’invasione turca del 1974, nel 2021 si stimava che circa 530 chiese e monasteri fossero stati distrutti o vandalizzati. Nel 2009, 48 chiese sono state convertite in moschee”.

• Un complottismo diffuso
  Questo caso rappresenta un fenomeno più grande: negli Stati Uniti, così come in altri paesi, vi è una convergenza sempre più forte tra gli estremismi di destra e di sinistra per quanto riguarda l’odio verso Israele e le teorie del complotto.
In questo caso, tale convergenza ha portato dallo stesso lato della barricata un ex sostenitore di Trump come Carlson e un’ex sostenitrice di Bernie Sanders come Kasparian.
Quest’ultima è di origine armena e discendente di sopravvissuti al genocidio perpetrato dalla Turchia, ma ciò non le ha impedito di lavorare nel programma d’informazione “The Young Turks”, che prende il nome dal movimento dei Giovani Turchi, responsabile del genocidio armeno.
Il fondatore del programma, l’opinionista turco-americano Cenk Uygur, quando era uno studente all’Università della Pennsylvania scrisse un articolo sul giornale studentesco a favore del negazionismo di tale genocidio.
Secondo il sito “Stop Antisemitism”, pur presentandosi come un uomo di sinistra, nel 2015 Uygur ha ospitato nel suo programma David Duke, ex leader del Ku Klux Klan, sostenitore di tesi secondo cui gli ebrei controllano il mondo.
Dopo il 7 ottobre, il conduttore ha adottato questa narrazione sostituendo “ebrei” con “Israele”, dicendo che “non è antisemita dire che Israele controlla il Congresso”, o che non importava se vincesse Trump o Biden perché “Netanyahu rimane al comando”.
Una volta Uygur ha detto che americani e israeliani “sostengono che Hamas e Hezbollah stiano attaccando Israele senza motivo […] ovviamente stanno combattendo l’occupazione tirannica”. Ha anche appoggiato negoziati diretti con Hamas, perché “Israele non vuole la pace, e pertanto devi lavorare alle loro spalle”.

• L’America “sottomessa” a Israele
  Se in rare occasioni Uygur ha cercato di moderare i toni, come quando nel dicembre 2023 ha chiesto ai suoi compagni propal di non usare lo slogan “dal fiume al mare”, in quanto “è estremamente offensivo per i nostri fratelli e sorelle ebrei”, al contrario Kasparian non sembra avere nessun tabù.
Nel febbraio 2026, l’opinionista armeno-americana ha twittato: “Ehi, troie, i goyim si stanno svegliando. Fatevene una ragione”.
Quando le è stato fatto notare che usare il termine “goyim” sembrava contrapporre i gentili a tutti gli ebrei, e pertanto sconfinava nell’antisemitismo, anziché fare marcia indietro Kasparian ha rincarato la dose.
In un altro tweet, ha aggiunto: “Non mi pento di questo commento. Non mi scuso. Israele è malvagio, genocida e ha distrutto il nostro paese. Stanno per trascinarci in un’altra guerra e tutto ciò che sentiamo dagli israeliani e dai loro sostenitori senza cervello è ‘ANTISEMITA’ se non si è d’accordo con l’agenda d’Israele. […] Israele ama fare la vittima mentre bombarda sette paesi, ruba la terra ed espone apertamente le proprie intenzioni genocide. LORO sono quelli immorali. È una macchia per il nostro paese considerarli alleati”.

• Disinformazione sull’Iran
  Se non hanno peli sulla lingua quando vogliono attaccare Israele e gli ebrei, quando si tratta invece del regime iraniano i commentatori di “The Young Turks” sono molto più accondiscendenti.
Come riporta il sito “HonestReporting”, tra dicembre 2025 e la prima metà di gennaio 2026 Uygur e Kasparian hanno detto poco o niente sulle proteste in Iran, salvo poi ricorrere a tesi complottiste.
Ospite del conduttore britannico Piers Morgan, Uygur ha sostenuto che le rivolte degli iraniani contro il regime erano pilotate da Israele.
Gli ha risposto per le rime l’attivista iraniano-canadese Goldie Ghamari, che nello stesso programma ha detto che Uygur “non ha idea di quello che sta succedendo nell’Iran occupato (dal regime)”, accusandolo di diffondere una “schifosa propaganda jihadista e islamista”.

• L’odio trendy di Hasan Piker
  Cenk Uygur ha contribuito a lanciare la carriera di suo nipote, l’influencer Hasan Piker: diventato famoso inizialmente per i contenuti sui videogiochi su Twitch e YouTube, può contare milioni di follower sulle varie piattaforme dove è presente, e utilizza toni ancora più violenti di suo zio.
Come riporta il sito dell’AJC (American Jewish Committee), Piker, noto sui social anche con lo pseudonimo “HasanAbi”, ha collaborato con le deputate democratiche Alexandria Ocasio-Cortez e Ilhan Omar, oltre ad aver ospitato sul suo canale i senatori dem Ed Markey e Ro Khanna.
Piker ha ottenuto tutti questi agganci politici nonostante il suo curriculum sia assai preoccupante: ha definito le violenze sessuali del 7 ottobre “fantasie di stupro”, aggiungendo che “non importa se quei cazzo di stupri sono avvenuti il 7 ottobre […] la resistenza palestinese non è perfetta”.
Si è persino messo a ridere mentre commentava in streaming la consegna da parte di Hamas delle bare dei piccoli Ariel e Kfir Bibas. E questi suoi contenuti sono fruiti da milioni di americani, principalmente giovani.

(InOltre, 6 maggio 2026)

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Dalla Foresta Nera a Israele: il CSI ringrazia per le 110 manifestazioni a sostegno di Israele tenutesi ad Altensteig

Ad Altensteig, una piccola località della Foresta Nera, dopo il massacro di Hamas del 7 ottobre 2023, per un totale di 110 domeniche, decine di persone si sono radunate nella piazza del mercato per manifestare la loro solidarietà agli ostaggi israeliani rapiti. Per questa fedeltà, alla fine di aprile il CSI (Christen an der Seite Israels - Cristiani dalla parte di Israele) ha espresso la propria gratitudine con un evento speciale, insieme a ospiti ebrei e israeliani.

di Dana Nowak

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Il presidente del CSI Luca Hezel, qui con il suo successore designato Christian Frach, ha condotto l’evento

«La maggior parte degli ospiti presenti ha regolarmente preso posizione in pubblico a favore di Israele. Oggi, come Christen an der Seite Israels, vogliamo onorare coloro che, per amore di Sion, non hanno taciuto finché l’ultimo ostaggio non è tornato a casa. Vi esprimiamo la nostra profonda stima e il nostro rispetto. Questa serata è dedicata innanzitutto a voi», ha esordito il presidente della CSI Luca Hezel nel dare il benvenuto ai circa 130 ospiti presenti nei locali dell’associazione amica ZEDAKA a Bad Liebenzell. «Ma non festeggiamo solo voi, bensì anche Israele, che oggi compie 78 anni di giovinezza e 3000 anni di storia», ha aggiunto Hezel. Ha inoltre menzionato una coppia che ha dimostrato una fedeltà speciale, partecipando alla manifestazione per Israele in 109 delle 110 domeniche.
Tra gli ospiti c’era anche il rabbino Mordechai Mendelsohn di Karlsruhe. In alcune domeniche era stato lui stesso presente ad Altensteig e durante la serata di ringraziamento ha trovato parole commoventi: «È stato un onore per me vedere cittadini tedeschi cristiani che si sono incontrati ogni domenica – anche quando faceva freddo – per dimostrare il loro amore per il popolo di Israele. Questo ha dato forza a molte persone in Israele. Quando ero in Israele, dicevo sempre alla gente del posto: “Non siete soli, avete molti amici in Germania su cui potete contare”. In Isaia si dice: ‘Consolate, consolate il mio popolo’. Noi siamo consolati perché esiste il CSI, perché ci sono cristiani che pregano per noi.»

• Rabbi Mendelsohn: «Dio ama le vostre preghiere»
  Durante il loro attacco a Israele, i terroristi di Hamas non avrebbero fatto alcuna distinzione, ma avrebbero ucciso sia ebrei laici che religiosi. «Mi rivolgo a voi come ebreo credente. Hitler ha gasato la famiglia di mio nonno, anche lui non ha fatto alcuna distinzione. Non potete immaginare quanto apprezziamo il vostro sostegno». È venuto da Israele a Karlsruhe per avvicinare nuovamente gli ebrei al loro Dio. «E qui ho conosciuto tanti cristiani che amano Israele. Non sapevo che esistessero persone del genere. Dio ama le vostre preghiere».

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«Qui ho conosciuto tanti cristiani che amano Israele. Non sapevo che esistessero persone del genere.» Il rabbino Mendelsohn di Karlsruhe

La manifestazione di solidarietà domenicale è stata organizzata su base volontaria dalla collaboratrice del CSI Delly Hezel, coadiuvata da altre due donne. Markus Neuman, membro del consiglio direttivo di CSI, ha dichiarato nel suo discorso di ringraziamento: «Ci vogliono coraggio e determinazione per portare a termine ciò che avete messo in piedi. Fino a quando l’ultimo ostaggio non sarà tornato – non so se avreste pianificato le manifestazioni su base settimanale se all’inizio aveste saputo cosa significasse questa frase: ovvero alzarsi per 110 domeniche. Ma avete dato prova di fedeltà e per questo vi va il nostro più sentito ringraziamento.»

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Delly Hezel (a sinistra) e due volontarie hanno dato vita alle manifestazioni ad Altensteig e le hanno portate avanti per 110 domeniche. Markus Neumann, membro del consiglio direttivo di CSI, ha ringraziato le donne per la loro fedeltà

Delly Hezel ha detto che per lei questa serata era come una grande riunione di amici e familiari. «Le nostre manifestazioni non riguardavano la destra o la sinistra, ma l’oscurità e la luce. Abbiamo potuto lanciare un segnale forte a favore di Israele e contro l’antisemitismo. Ne è valsa la pena, lo rifarei».
Alla serata di ringraziamento erano presenti anche ospiti provenienti da Israele. Si sono mostrati sopraffatti dalla solidarietà e dalla fedeltà dei cristiani presenti e hanno apprezzato lo scambio di opinioni davanti a vino e stuzzichini. «Non avrei mai pensato che al di fuori di Israele e della comunità ebraica ci fossero persone che stanno dalla parte di Israele», ha dichiarato commosso Roschel, un giovane uomo.

• «Voi ci date forza»
  Avishai, un sopravvissuto al massacro di Hamas, giunto nella Foresta Nera per un periodo di riposo con la sua famiglia nell’ambito del programma di assistenza alle vittime del terrorismo del CSI, ha sottolineato: «Persone come voi ci danno la forza di andare avanti e di lottare per la verità. Non smettete di fare ciò che fate. Siete dalla parte giusta della storia».
Una menzione speciale da parte del CSI è andata quella sera anche all’attrice e doppiatrice Esther Brandt. In un progetto video congiunto del CSI con l’autore Ahmad Mansour e l’associazione WerteInitiative, si era occupata della presentazione di contenuti sul conflitto in Medio Oriente. Luca Hezel ha elogiato l’attrice per il suo coraggio nel mettersi davanti alla telecamera per i video.
A Maisenbach c’era ancora una sorpresa per gli amici del CSI: il successore designato del presidente del CSI Luca Hezel, Christian Frach, ha fatto la sua prima apparizione nella nuova carica proprio quella sera. Ha pronunciato le sue prime parole al microfono del CSI in ebraico, suscitando grande entusiasmo soprattutto tra gli israeliani presenti.

(Christen an der Seite Israels, 6 maggio 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)

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Lag Ba’Omer – La tradizione di un giorno di gioia

di Morè Leone Chaim

Quando Rabbì Akivà vedeva Bar Kozivà diceva: – Questo è il Re Messia. – Rabbì Yochanan ben Tortà gli disse: – Akivà, l’erba crescerà sulle tue guance eppure il Figlio di David non sarà ancora venuto. – ( T. J. Ta’anit 4,6)
  Potrebbe essere racchiusa proprio in queste poche righe la spiegazione dell’origine di La”g Ba’Omer, il giorno 33 dell’Omer.
  Nella Torà, al cap. 23 del Levitico, vengono prescritti tutti i mo’adim.
  E, dal verso 15, l’ordine di contare i 49 giorni, le sette settimane, che vanno da Pesach  Shavuot. Ma nessuno di questi giorni è indicato come diverso dagli altri.
  Oggi invece La”g Ba’Omer è diventato un giorno tradizionale di festa, soprattutto in Israele, con scuole chiuse e gite con gli “obbligatori” falò.
  Le sette settimane tra l’uscita dall’Egitto al giorno del Sinài – e sotto un altro aspetto, dalla raccolta delle prime spighe di orzo alla mietitura dei cereali – dovevano essere certamente per i nostri padri, giorni di trepida attesa. Per noi invece sono diventate settimane di restrizioni severe, quasi giornate di lutto.
  E torniamo così a Rabbì Akivà, uno dei grandi Maestri d’Israele. Vissuto tra il primo e il secondo secolo, epoca di dominazione romana,  Rabbì Akivà aveva – si legge nel Talmud – 24.000 scolari. Improvvisamente morirono tutti, forse per un’epidemia. Gli storici ritengono invece che siano andati a combattere contro i Romani – ispirati dal Maestro – sotto il comando di Bar Kozivà, soprannominato Bar Kochbà, “figlio della stella”, insomma: il (presunto) Messia  Redentore di Israele. Le cose andarono male e gli studenti-soldati furono sterminati proprio nei giorni tra Pesach e Shavuot. Il giorno 33, accadde qualcosa (fine della pestilenza o fine dei combattimenti) che fu festeggiato e tramandato come gioioso.
  E un altro grande Maestro, Shimon bar Yochai, il tradizionale autore dello Zohar e quasi contemporaneo di Rabbì Akivà, ha reso fausto questo giorno. Rabbì Shimon bar Yochai morì proprio nel giorno di La”g Ba’Omer. Ma, per sua stessa volontà, questo giorno da “giorno della morte” (yom she-mèt) si è trasformato in “giorno della felicità” (yom simchatò). Di qui i grandi festeggiamenti (yom Hillula) a Meron con migliaia di fedeli che visitano le tombe del Maestro e del figlio tra preghiere, canti e fiaccole. E il tradizionale primo taglio dei capelli dei bimbi di tre anni. Evento memorabile lungamente atteso.
  Resta comunque ancora non chiarito fino in fondo il lutto dell’Omer e la gioia di questo 33esimo giorno. Ma come augurano i Maestri ci auguriamo anche noi: Aumentino le gioie in Israele.

(moked, 5 maggio 2026)

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Diverse città israeliane aprono i rifugi – La tregua con l’Iran vacilla

I sindaci di Ashdod, Rishon LeZion e Haifa aumentano lo stato di allerta, mentre Teheran torna ad attaccare per la prima volta dalla tregua.

I comuni israeliani si preparano a una possibile escalation con l’Iran: diverse città hanno aperto e controllato i propri rifugi pubblici, temendo che la tregua tra Stati Uniti e Iran, in vigore dal mese scorso, possa rompersi.

• Ashdod e Rishon LeZion in stato di allerta elevato

Persone sedute davanti a un rifugio pubblico ad Haifa,
10 marzo 2026
La città di Ashdod, nel sud di Israele, ha aperto i propri rifugi pubblici già lunedì sera. Il sindaco Yehiel Lasri, la cui città conta circa 230.000 abitanti, ha dichiarato martedì mattina di aver ordinato di «aumentare lo stato di allerta e rafforzare la preparazione in tutti i sistemi municipali». Il centro di gestione delle emergenze è operativo e la hotline comunale è stata potenziata.
A Rishon LeZion, una città nell’area metropolitana di Tel Aviv con circa 260.000 abitanti, martedì mattina sono stati ispezionati tutti i rifugi. Il sindaco Raz Kinstlich ha dichiarato al portale di notizie israeliano Ynet: «Non c’è alcun cambiamento di politica, ma siamo in stato di massima allerta. Siamo abituati a passare da zero a cento – più velocemente di una Tesla». Ha sottolineato che circa 50.000 cittadini non dispongono di un rifugio privato – motivo per cui la città sta aprendo gli istituti scolastici, nei cui rifugi i cittadini possono anche pernottare.
Anche ad Haifa la situazione rimane tesa, sebbene la vita quotidiana per ora proceda come al solito. Il sindaco di Haifa Yona Yahav ha dichiarato a Ynet che la vita in città procede normalmente. «I cittadini hanno una disciplina ferrea. Non mi fido delle organizzazioni terroristiche e mi preparo a ogni sorpresa», ha detto Yahav. Allo stesso tempo ha rivolto aspre critiche al governo: «Non vengono qui e non mi chiamano, anche se sono uno dei politici più esperti del Paese. Sono profondamente indignato per questo». Inoltre, il 35% della popolazione di Haifa non dispone di rifugi propri.

• Contesto: escalation nello Stretto di Hormuz
  L’escalation è stata innescata da un’operazione militare guidata dagli Stati Uniti, con cui il presidente Donald Trump intende garantire il libero passaggio delle navi mercantili attraverso lo Stretto di Hormuz. In risposta, l’Iran ha attaccato navi militari e mercantili con missili, droni e motoscafi. Secondo i media, per la prima volta dall’entrata in vigore del cessate il fuoco, Teheran ha sparato anche contro gli Emirati Arabi Uniti e l’Oman, ferendo leggermente tre persone.
L'esercito statunitense ha inoltre affondato diverse imbarcazioni delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC) nello Stretto di Hormuz, dopo che una nave da carico sudcoreana era stata colpita dal fuoco iraniano.
In questo contesto, lunedì il primo ministro Benjamin Netanyahu ha tenuto colloqui di sicurezza ad alto livello per prepararsi a un possibile crollo della tregua. Un funzionario della sicurezza israeliano, che ha preferito rimanere anonimo, ha dichiarato all’emittente Kanal 12: «Finora la palla era nelle mani di Trump – ora è nelle mani dell’Iran. Se decidono di combattere per il passaggio attraverso lo Stretto di Hormuz, ciò significherà un ritorno alle ostilità».

(Israel Heute, 5 maggio 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)

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Migliaia di fedeli alle celebrazioni sul Monte Meron

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Ebrei ortodossi hanno violato le norme di sicurezza durante le celebrazioni di Lag BaOmer sul Monte Meron. A causa del conflitto con la milizia terroristica Hezbollah al confine settentrionale, il Comando del Fronte Interno aveva limitato a 200 partecipanti la capienza degli eventi pubblici all'aperto. La polizia ha dichiarato di aver impedito l'accesso a numerose persone. Secondo quanto riportato dai media, migliaia di fedeli sono comunque riusciti ad aggirare le barriere. Il Monte Meron si trova a soli otto chilometri a sud del confine con il Libano.

(Israelnetz, 5 maggio 2026)

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Iran. La guerra invisibile che manipola la verità online

Dalla disinformazione virale ai video generati con l’intelligenza artificiale, la strategia iraniana punta a confondere milioni di persone e a paralizzare la capacità di distinguere tra realtà e finzione

di Alessandro Carmi 

Milioni di utenti scorrono video che mostrano Tel Aviv sotto attacco, folle in fuga da un aeroporto inesistente, soldati americani catturati da truppe iraniane. Scene credibili, costruite con cura, condivise a una velocità impressionante mentre scorrono sui social come se fossero cronaca in tempo reale. Il problema è che non è successo nulla di tutto questo, eppure quelle immagini hanno inciso, hanno orientato percezioni, hanno alimentato paure e convinzioni difficili da correggere anche quando la smentita arriva.
Durante quella che è stata definita Operation Epic Fury, tra febbraio e marzo 2026, l’Iran ha portato a un livello superiore la propria strategia di guerra informativa, trasformando la disinformazione in un’arma sistemica capace di operare su larga scala. Un recente studio accademico pubblicato nell’aprile 2026 sull’International Journal of Research and Innovation in Social Science, firmato dai ricercatori Mehran Hayat e Nazni Noordin, descrive questo fenomeno con un’espressione precisa, paralisi cognitiva, una condizione in cui il pubblico perde la capacità di distinguere tra informazione verificata e contenuti manipolati.
Il punto decisivo non riguarda la quantità di falsità diffuse, bensì la qualità del meccanismo che le rende credibili. Il ciclo individuato dai ricercatori si basa su tre passaggi interconnessi che funzionano con una precisione quasi industriale. Prima viene la costruzione del contenuto, dove elementi reali vengono mescolati a distorsioni calibrate per risultare plausibili; poi la distribuzione mirata attraverso piattaforme digitali che segmentano il pubblico; infine l’amplificazione, affidata agli algoritmi che premiano i contenuti emotivamente più coinvolgenti e li spingono verso una diffusione virale. In questo modo la verità perde peso specifico mentre l’impatto emotivo diventa il vero criterio di visibilità.
Non si tratta di un modello teorico. Le analisi di NewsGuard hanno individuato almeno diciotto affermazioni false diffuse da fonti iraniane in sole due settimane di conflitto, mentre centri di ricerca come quello della Clemson University hanno osservato un fenomeno ancora più significativo, cioè la riconversione immediata di reti di account già attivi su altri temi verso la propaganda filo-iraniana non appena la crisi è esplosa. Un sistema flessibile, pronto a cambiare obiettivo senza soluzione di continuità, capace di adattarsi al contesto in tempo reale.
A rendere più efficace questa macchina è l’uso crescente dell’intelligenza artificiale generativa, che consente di produrre immagini e video con un livello di realismo tale da ingannare anche osservatori esperti. Alcuni esempi sono diventati emblematici, come la presunta distruzione della base di Al-Udeid in Qatar pubblicata dal Teheran Times o le notizie diffuse da Tasnim su centinaia di soldati statunitensi uccisi, dati che il Central Command americano ha ridimensionato drasticamente. Anche la falsa notizia di un attacco alla portaerei USS Abraham Lincoln, rilanciata da Mehr, rientra nello stesso schema, dove l’obiettivo non è convincere tutti, ma saturare lo spazio informativo fino a rendere ogni verifica faticosa e tardiva.
Questo tipo di offensiva non si limita al piano mediatico, perché procede in parallelo con operazioni informatiche più tradizionali. Il team Unit 42 di Palo Alto Networks ha rilevato migliaia di domini utilizzati per campagne di phishing legate al conflitto, mentre gruppi associati a Teheran hanno rivendicato intrusioni in infrastrutture sensibili israeliane e di altri paesi della regione. La dimensione digitale e quella cognitiva si rafforzano a vicenda, creando un ambiente in cui la percezione del rischio può essere alterata prima ancora che il rischio si concretizzi davvero.
In questo quadro si inserisce anche una componente ideologica esplicita, documentata da un rapporto del Simon Wiesenthal Center, che segnala come la propaganda iraniana utilizzi contenuti antisemiti per influenzare l’opinione pubblica occidentale, spostando il dibattito su un terreno emotivo e polarizzato.
Per Israele e per gli Stati Uniti la sfida assume contorni nuovi, perché la difesa non riguarda soltanto confini fisici o sistemi di sicurezza, ma la capacità delle società di mantenere un rapporto stabile con la realtà dei fatti. Quando la distinzione tra vero e falso si offusca, la vulnerabilità cresce in modo esponenziale e il conflitto si sposta dentro le percezioni individuali. In questa dimensione, la velocità conta più della verifica e la credibilità si costruisce attraverso l’impatto, non attraverso l’accuratezza, lasciando spazio a una guerra che non ha bisogno di conquistare territori per produrre effetti profondi e duraturi.

(Setteottobre, 5 maggio 2026)

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Libano: il prezzo della “ospitalità” a Hezbollah

di Franco Londei

Ogni guerra ha da sempre avuto i suoi sostenitori e i suoi oppositori e la guerra tra Israele ed Hezbollah non fa eccezione. Non ho deliberatamente parlato di “guerra in Libano” o di “guerra tra Israele e Libano” perché Hezbollah non è il Libano, Hezbollah è l’Iran.
La riprova sta nel fatto che sin dal giorno successivo al massacro del 7 ottobre 2023 Hezbollah ha sistematicamente e quotidianamente preso di mira il nord di Israele con un martellante lancio di missili ben sapendo che prima o poi avrebbe scatenato la reazione di Israele. Lo sapevano Hezbollah e i suoi sostenitori in Libano, lo sapevano i libanesi. Come sapevano che Hezbollah non attaccava Israele come parte integrante dell’esercito libanese ma come parte integrante delle forze armate iraniane.
Non è un caso che il Libano abbia un esercito armato e addestrato da Francia e Stati Uniti separato da Hezbollah che invece è armato e finanziato dall’Iran.
Per intenderci, l’esercito libanese non è minimamente comparabile a Hezbollah, né in termini di uomini, né in termini di potenza di fuoco e neppure in termini di esperienza in combattimento, visti gli anni di guerra in Siria ai quali ha partecipato Hezbollah.
È la storia a dirci che Hezbollah è un corpo estraneo al Libano, la storia di decenni durante i quali il Partito di Dio ha progressivamente preso le redini politiche del Paese dei cedri senza mai tuttavia fare gli interessi del Libano, preferendo fare quelli dell’Iran. Ma è anche la storia recentissima, quella delle ultime settimane durante le quali hanno messo formalmente fuorilegge il Partito di Dio è stato lo stesso governo libanese.
Il problema è che il Libano ha aperto gli occhi troppo tardi su Hezbollah, oppure li ha voluti aprire troppo tardi, perché la convivenza tra il Libano e quel corpo estraneo ha fatto comodo politicamente per troppo tempo a troppe persone.
Decenni di “ospitalità” a questa mano armata dell’Iran sono costati al Libano almeno due guerre con Israele, una progressiva regressione dei Diritti e l’espulsione de facto del Paese dei Cedri dal mondo arabo, costata carissimo in termini economici.
Oggi quella “ospitalità” costa al Libano la guerra in corso, la distruzione di interi villaggi sciiti, covi di Hezbollah a sud della Linea blu tracciata dalle Nazioni Unite, e di qualche villaggio cristiano, anch’essi trasformati in avamposti sciiti a sud del fiume Litani.
La narrazione comune, in Italia e non solo, tende ad invertire i fattori considerando Israele come «paese aggressore» e il Libano «come paese aggredito» senza fare nessuna distinzione tra Libano ed Hezbollah. Eppure è stato Hezbollah dall’8 ottobre 2023 a lanciare migliaia di missili dal Libano verso il nord di Israele provocando lo sfollamento di decine di migliaia di israeliani. È stato Hezbollah a trascinare il Libano in guerra con Israele su ordine di Teheran, senza minimamente curarsi per le conseguenze per il Paese dei cedri. È stato Hezbollah ad aggredire Israele, non il contrario.
Ora assistiamo al solito “piagnisteo” arabo che vuole Israele cattivo ed Hezbollah buono. Israele cattivo e il Libano, che ospita Hezbollah, buono e vittima di aggressione. Eppure i libanesi, dal più umile fino alle alte sfere, sapevano benissimo quale sarebbe stato il prezzo da pagare per l’ospitalità generosamente fornita a Hezbollah. E non credo che questa volta Israele si fermerà tanto facilmente, non prima di aver presentato il conto a chi di dovere.

(Rights Reporter, 5 maggio 2026)

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A Tel Aviv il summit della pace: migliaia in piazza per rilanciare la partnership israelo-palestinese

di Anna Balestrieri

Migliaia di persone si sono riunite a Tel Aviv per il terzo People’s Peace Summit, un grande incontro promosso dalla coalizione “It’s Time”, che riunisce oltre 80 organizzazioni israeliane impegnate nella coesistenza, nei diritti umani e nella costruzione della pace. Il messaggio centrale dell’evento è stato netto: la pace non deve più essere considerata un’utopia marginale, ma una necessità politica, sociale e morale.
All’Expo Tel Aviv si sono incontrati attivisti storici, studenti di scuole bilingui, famiglie, religiosi e laici, ebrei e arabi, donne con hijab, uomini con kippah e tzitzit, giovani dei movimenti socialisti e rappresentanti di organizzazioni come Standing Together, Women Wage Peace, Parents Circle-Families Forum, Rabbis for Human Rights e Breaking the Silence.
La giornata è stata articolata in panel, workshop, proiezioni e spettacoli musicali. I temi affrontati hanno incluso Gaza, la Cisgiordania, la violenza dei coloni, l’annessione, il futuro politico di Israele e la possibilità di costruire un nuovo ordine regionale non fondato sulla guerra permanente.
Il cuore politico del summit è stato il richiamo a una partnership ebraico-araba come condizione indispensabile per il futuro di Israele. Diversi interventi hanno insistito sull’idea che nessuna soluzione stabile possa nascere dall’esclusione dei cittadini arabi israeliani o dall’ignorare la leadership palestinese.
Particolarmente forti sono state le testimonianze dei familiari delle vittime del 7 ottobre e dei palestinesi colpiti dalla guerra a Gaza. Mai Peri, nipote dell’attivista pacifista Chaim Peri, ucciso dopo essere stato rapito da Hamas, ha spiegato che la pace non è una favola in cui “credere”, ma una condizione concreta di sicurezza in cui simili tragedie non debbano più ripetersi.
Dalla Striscia di Gaza, Wouroud Amir, madre di quattro figli, ha inviato un messaggio video in cui ha parlato della paura, della perdita del fratello e della stanchezza condivisa da madri e bambini israeliani e palestinesi. “Gli esseri umani sono più importanti della vittoria politica” è stato uno dei passaggi più significativi del suo intervento.
Sul palco sono intervenuti anche leader religiosi e attivisti che hanno denunciato l’uso della fede per giustificare la violenza. Rabbine, pastori e rappresentanti musulmani hanno richiamato ebraismo, cristianesimo e islam a un compito comune: difendere la dignità umana e opporsi alla vendetta.
La dimensione culturale ha avuto un ruolo centrale. Dana International ha cantato una versione techno di “Oseh Shalom”, mentre Achinoam Nini, Noor Darwish e il Rana Choir hanno eseguito una versione ebraico-araba di “Bella Ciao”. La musica è diventata parte del messaggio politico: trasformare il dolore in mobilitazione collettiva.
Il summit ha mostrato anche le tensioni interne al campo pacifista. La partecipazione palestinese è rimasta limitata, soprattutto a causa delle restrizioni di movimento imposte dopo il 7 ottobre. Tuttavia, gli organizzatori e diversi partecipanti hanno sostenuto che proprio questa difficoltà renda ancora più urgente costruire fiducia dentro e oltre i confini.
In vista delle prossime elezioni israeliane, molti interventi hanno indicato la necessità di un’alternativa politica concreta. Alcuni parlamentari hanno sostenuto che senza cooperazione con i partiti arabi non sarà possibile formare una maggioranza né cambiare rotta rispetto a guerra, occupazione e annessione.
Il messaggio conclusivo del summit è stato insieme fragile e ambizioso: rendere di nuovo popolare la parola “pace”. In un contesto segnato da anni di guerra, ostaggi, lutti e distruzione, l’incontro di Tel Aviv ha cercato di dimostrare che esiste ancora una parte della società israeliana e palestinese disposta a immaginare un futuro diverso.

(Shalom, 4 maggio 2026)

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Il pacifismo a intermittenza dell’International Solidarity Movement

Dietro la retorica della non violenza dell’International Solidarity Movement emergono dichiarazioni, collaborazioni e prese di posizione che raccontano un pacifismo selettivo: severissimo contro Israele, molto più indulgente verso la lotta armata palestinese e verso figure legate al terrorismo.

di Nathan Greppi

In un precedente articolo, abbiamo illustrato come la figura di Vittorio Arrigoni, attivista filopalestinese ucciso a Gaza nel 2011 da jihadisti salafiti, presentasse molte ombre dietro all’immagine del pacifista che ne è stata veicolata dopo la morte. Tuttavia, meno conosciuti sono i lati oscuri che si celano dietro all’organizzazione di cui faceva parte, l’ISM (International Solidarity Movement).
Fondato nel 2001, l’ISM dice di essere un movimento pacifista e non violento, i cui volontari spesso ostacolano le attività dell’esercito israeliano nei territori palestinesi come parte di una forma di “resistenza”. Tuttavia, se si scava a fondo nelle loro azioni e parole, emerge un quadro ben più fosco.
Pur presentandosi come fautori della non violenza, nel 2002 i fondatori dell’ISM, i coniugi americani Huwaida Arraf e Adam Shapiro, scrissero un’editoriale sul sito “The Palestine Chronicle” nel quale dichiararono: “La resistenza palestinese deve assumere una varietà di caratteristiche — sia non violente che violente.
Ma soprattutto, deve sviluppare una strategia che coinvolga entrambi gli aspetti. Nessun altro movimento non violento di successo è riuscito a raggiungere il proprio obiettivo senza che ce ne fosse uno violento simultaneo”.
In un’intervista rilasciata nel luglio 2003 al giornale giordano “The Star”, Shapiro dichiarò che, pur non essendo favorevole agli attentati suicidi, giustificava la “lotta armata palestinese contro Israele” fintanto che i bersagli erano i soldati israeliani o gli abitanti degli insediamenti.
Sempre nel 2003, l’impostazione “gandhiana” del movimento venne smentita anche da Saif Abu Keshek, coordinatore dell’ISM a Nablus, il quale a febbraio disse in un’intervista online per il sito della loro sezione di Londra che “sicuramente vi è un sostegno alla resistenza armata. È uno dei diritti dei palestinesi per reagire contro l’occupazione”.
Nel febbraio 2006 la Arraf, avvocatessa di origini palestinesi, ammise in una lettera pubblicata sul “Washington Post” che il suo movimento collaborava con Hamas, la Jihad Islamica palestinese e il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina. Per giustificarsi, sostenne di voler “offrire esempi concreti dei modi in cui questi gruppi ingaggiano una resistenza non violenta”.
Come riportato dal sito “HonestReporting” nel 2021, quando la Arraf si è candidata senza successo per un seggio nel Congresso USA, l’ISM ha una lunga storia di connivenza con i terroristi.
Nel 2002, mentre infuriava la Seconda Intifada, durante la quale diversi attentatori suicidi palestinesi fecero strage di civili israeliani, l’ISM inviò diversi attivisti a proteggere dei terroristi della Brigata Martiri di Al-Aqsa che si nascondevano all’interno della Chiesa della Natività a Betlemme. La stessa Arraf organizzò personalmente una missione per portare cibo e acqua ai terroristi asserragliatisi all’interno della chiesa.
Il 30 aprile 2003, un bar sul lungomare di Tel Aviv, il “Mike’s Place”, venne colpito da due cittadini britannici di religione musulmana in un attentato terroristico che fece tre morti e 50 feriti. I kamikaze, che operavano sotto la guida di Hamas e delle Brigate Martiri di Al-Aqsa, erano arrivati in Israele dalla Giordania e, pochi giorni prima dell’attacco, avevano visitato l’ufficio dell’ISM a Gaza.
Circa un mese prima, il 27 marzo 2003, nell’ufficio dell’ISM a Jenin venne arrestato dall’IDF Shadi Sukiya, membro della Jihad Islamica che aveva pianificato diversi attentati suicidi. Alcuni attivisti avevano cercato di nasconderlo e di impedirne l’arresto.
Prima della vicenda di Arrigoni, l’ISM aveva già acquisito una certa fama dopo che un’altra loro attivista, l’americana Rachel Corrie, morì a Rafah il 16 marzo 2003 schiacciata da un bulldozer dell’esercito israeliano, difronte al quale si era messa per impedire la distruzione di un edificio utilizzato come postazione dai terroristi.
Dopo che i genitori dell’attivista sporsero denuncia, venne avviata un’inchiesta da parte della magistratura israeliana. Questa si concluse solo nell’agosto 2012, quando il Tribunale di Haifa decretò che l’IDF non era responsabile della morte della Corrie, in quanto il conducente del bulldozer non l’aveva vista mentre si piazzava proprio sotto di esso.
Oltre che con le azioni sul campo, l’ISM ha difeso i terroristi anche con dichiarazioni pubbliche. Nel gennaio 2017, hanno pubblicato su Facebook un comunicato per chiedere la liberazione di Ahmad Sa’adat, segretario generale del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina. Da notare che Sa’adat venne incarcerato dopo che la sua organizzazione rivendicò l’omicidio del Ministro del Turismo israeliano Rehavam Ze’evi, avvenuta il 17 ottobre 2001.
Nel dicembre 2016, l’International Solidarity Movement ha pubblicato anche delle dichiarazioni su Facebook e Twitter in difesa della terrorista Rasmea Odeh, incarcerata in Israele per aver pianificato nel 1969 un attentato dinamitardo a Gerusalemme nel quale persero la vita due studenti universitari.

(InOltre, 5 maggio 2026)

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Indagini dell'USAID: altri dipendenti dell'UNRWA coinvolti il 7 ottobre

Tre insegnanti dell'UNRWA e un assistente sociale dell'organizzazione sono accusati di aver preso parte ad attività terroristiche o di aver trattenuto ostaggi

Nuove informazioni provenienti dagli Stati Uniti mettono gravemente sotto accusa l'agenzia delle Nazioni Unite UNRWA. Secondo l'autorità di controllo USAID Office of Inspector General, vi sono indizi che altri dipendenti dell'organizzazione potrebbero essere stati coinvolti negli attacchi di Hamas del 7 ottobre 2023 o avere avuto legami con l'organizzazione terroristica.
Secondo gli investigatori, sono state identificate altre quattro persone – tra cui tre insegnanti e un assistente sociale – che lavoravano o lavorano per l’UNRWA. Sono accusate di aver partecipato ad attività terroristiche o di aver trattenuto ostaggi rapiti da Israele.
Le persone coinvolte sono state segnalate al Dipartimento di Stato americano. Qui si sta ora valutando se imporre loro sanzioni che impedirebbero loro in futuro di lavorare nei programmi di aiuto finanziati dagli Stati Uniti.

• Sospensioni o esclusioni
  Le indagini hanno già conseguenze di ampia portata: finora sono state prese di mira in totale più di 20 persone, accusate di partecipazione diretta agli attacchi o di legami con Hamas. In diversi casi si è già giunti a sospensioni o esclusioni a lungo termine dai progetti finanziati dagli Stati Uniti.
Viene sottolineato in particolare un caso esemplare: un preside dell’UNRWA, identificato anche come membro di un’unità di Hamas, è stato escluso per dieci anni da tutti i programmi sostenuti dal governo statunitense. Gli investigatori lo accusano di aver coordinato i contatti con altri presunti membri di Hamas durante gli attacchi dell’ottobre 2023.
L’autorità statunitense ha sottolineato che le indagini non sono ancora concluse. L’obiettivo è garantire che i fondi di aiuto americani non vadano indirettamente a beneficio di organizzazioni terroristiche.

• Critiche di lunga data all’UNRWA
  Un portavoce ha dichiarato: «I contribuenti americani non dovrebbero finanziare gli stipendi di persone che partecipano ad attività terroristiche e allo stesso tempo impediscono che gli aiuti raggiungano chi ne ha bisogno».
Da anni le autorità israeliane accusano l’UNRWA di non intervenire con sufficiente determinazione contro le strutture di Hamas all’interno dell’organizzazione. Le nuove accuse potrebbero inasprire ulteriormente il dibattito sul ruolo dell’agenzia umanitaria nella Striscia di Gaza.

(Jüdische Allgemeine, 4 maggio 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)

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Il caso Bondì e il processo mediatico all’ebraicità

Un caso di cronaca minore diventa prova generale di un processo pubblico: non per la gravità del gesto, ma per l’identità di chi lo avrebbe compiuto. Nel rumore indignato sul “ragazzo ebreo” affiora così qualcosa di più antico e più torbido della semplice cronaca giudiziaria.

di Iuri Maria Prando

Come l’orrore dei vagoni piombati non dipendeva dall’innocenza o dalla rettitudine delle vittime, così l’oscenità del pubblico linciaggio di Eitan Bondì – responsabile dell’”attentato” del 25 aprile con un aggeggio caricato a granelli di plastica – non dipendeva dalle presunte responsabilità delittuose del ragazzo.
Un gesto di micro-delinquenza che, se commesso da altri, non avrebbe potuto ambire ad altro che al trafiletto, è diventato il caso esemplare e nazionale della “violenza ebraica” e delle “derivazioni” che essa avrebbe generato, come ha scritto il primo quotidiano d’Italia.
È stata l’ebraicità di quel ragazzo, non ciò che ha fatto, ad adunare in una solerte e allarmata requisitoria il pensoso editorialismo italiano e la malvissuta coscienza del Paese che fa dello sparatore di bussolotti di plastica il brigatista giudeo impegnato a far saltare la democrazia repubblicana. Un impegno di monitoraggio della temperie civile della società italiana che non si registra per una sparatoria vera a Bergamo o per un accoltellamento in un bassofondo napoletano.
Il marcio della campagna, la ripugnanza del chiasso per la vicenda risiedevano ed erano evidenti già lì, in quell’interesse infoiato per un caso che ha meritato tanta attenzione e ha suscitato tanto sdegno non per ciò che era, ma per chi ne era protagonista: un ebreo.
Caratteristica che infatti – senza che avesse qualsiasi interesse giornalistico, senza che avesse qualsiasi rilievo per le indagini – era opportunamente e immancabilmente sottolineata non solo nei resoconti di cronaca, ma anche da parte di esponenti politici punti dall’urgenza di condannare il “criminale appartenente alla comunità ebraica di Roma”.
La scelta di pubblicare il nome della madre del ragazzo, la fornitura abbondantissima di indicazioni di esattezza quasi millimetrica dell’indirizzo di abitazione della famiglia, compreso il piano dell’appartamento, le divagazioni sulla “ideologica esasperazione” di cui sarebbe preda il “cecchino”, l’indugiare sulla stanza del ragazzo foderata di bandiere israeliane, sorta di corpo del reato, sono solo i dettagli più appariscenti e i corollari più infami dell’orrenda gazzarra anti-ebraica organizzata nel Paese che scrisse le leggi razziali.

(InOltre, 4 maggio 2026)

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La saga criminale della Flotilla

di Davide Cavaliere

La saga della flottiglia per Gaza iniziò nel maggio 2010, quando la Mavi Marmara, nave ammiraglia della Freedom Flotilla organizzata dall’IHH — una ONG turca legata al mondo musulmano conservatore —, tentò di forzare il blocco navale israeliano. Il blocco era in vigore dal 2007 per contrastare il contrabbando di armi nella Striscia gestito da Hamas. A bordo non c’erano pacifisti con medicinali: c’erano militanti armati di spranghe, coltelli e giubbotti antiproiettile, pronti ad aggredire i soldati israeliani che avrebbero logicamente abbordato la nave.
Quando i militari salirono a bordo, infatti, furono accolti con granate stordenti e gas lacrimogeni da una trentina di turchi armati di mannaie e bastoni. Nella stiva furono rinvenute decine di altre armi bianche, giubbotti antiproiettile dell’esercito turco e quintali di farmaci scaduti. È utile rileggere la trascrizione del contatto radio avvenuto prima dello scontro:
Marina israeliana: «Vi state avvicinando a un’area che è sotto blocco navale. L’area di Gaza, la zona costiera e il porto di Gaza sono chiusi al traffico marittimo. Vi ordino di cambiare immediatamente rotta e di rinunciare a entrare nell’area. Se ignorate questo ordine e tentate di entrare nell’area sotto blocco, la Marina israeliana sarà costretta a prendere ogni misura necessaria per far rispettare il blocco. Capitano, ignorando questo ordine lei sta mettendo a rischio il suo equipaggio e la sua imbarcazione. Capitano, lei è il solo responsabile per le conseguenze delle sue azioni».
Risposta 1: «Negativo, negativo. La nostra destinazione è Gaza, la nostra destinazione è Gaza».
Risposta 2: «State zitti, tornatevene ad Auschwitz».
Il bilancio finale dello scontro fu di dieci soldati israeliani feriti e nove «attivisti» morti. La narrativa internazionale li trasformò immediatamente in martiri della libertà. Nessuno si interrogò sull’IHH — İnsani Yardım Vakfı —, organizzazione turca con documentati legami con Hamas e al-Qaeda, classificata come organizzazione terroristica da Israele e monitorata dai servizi di intelligence di mezzo mondo. Nessuno si chiese perché una missione umanitaria avesse bisogno di militanti addestrati al combattimento corpo a corpo.
Da quel precedente nacque un mito e dal mito un’industria umanitaria: quella delle flottiglie per Gaza, periodicamente rilanciate con nuovi nomi, nuove navi e nuovi volti, ma con la medesima struttura politica e la medesima funzione propagandistica.
La Global Sumud Flotilla — sumud è il termine arabo per «resilienza», la parola d’ordine dell’idiozia conformista globale — è l’ultima incarnazione di questa vicenda.
Organizzata da una coalizione di gruppi che include la Freedom Flotilla Coalition, Ship to Gaza e numerose altre organizzazioni, si propone ufficialmente di «rompere il blocco illegale di Gaza» e consegnare aiuti umanitari alla popolazione civile. Ma la realtà è decisamente diversa.
Tra le organizzazioni promotrici figurano gruppi con legami documentati con Hamas e con la Fratellanza Musulmana. L’IHH turca — la stessa della Mavi Marmara — è ancora tra i finanziatori e gli organizzatori. Associazioni europee di facciata, finanziate in parte con fondi pubblici di paesi come Svezia, Norvegia e Paesi Bassi, fungono da copertura rispettabile per un’operazione politica il cui unico obiettivo, quello non esplicitamente dichiarato, è la delegittimazione di Israele. Lo dimostra un fatto elementare: quando Gerusalemme ha offerto di far consegnare gli aiuti attraverso i canali ufficiali, previa ispezione, le flottiglie hanno sistematicamente rifiutato. Un’organizzazione genuinamente umanitaria accetterebbe qualsiasi canale pur di far arrivare medicine e cibo alla popolazione civile. Al contrario, un’organizzazione politica preferisce la provocazione alla consegna.
Il banco di prova morale e definitivo per valutare la natura della Global Sumud Flotilla e del movimento che la sostiene è arrivato il 7 ottobre 2023. Quel giorno, Hamas ha compiuto il peggior massacro di ebrei dalla Shoah: oltre milleduecento morti, donne stuprate e mutilate, bambini bruciati vivi, anziani trascinati a Gaza come ostaggi. Un pogrom pianificato nei dettagli e filmato con orgoglio dai suoi esecutori. La risposta della rete internazionale che sostiene la flottiglia è stata immediata: non la condanna, ma la giustificazione. Sui social media degli organizzatori sono apparsi post che celebravano la «resistenza», che inquadravano il massacro come risposta inevitabile all’«occupazione» e che si rifiutavano di riconoscere come vittime i civili israeliani assassinati. Anzi, Ana Alcalde, leader della Flotilla, meglio nota come la «Barbie di Gaza», protagonista di balletti e sculettamenti sul pontile di una delle navi, ha pubblicamente negato gli stupri compiuti dai miliziani di Hamas il 7 ottobre.
Nessuna flottiglia, ça va sans dire, è mai stata organizzata per protestare contro la tirannia islamica di Hamas. La «solidarietà» dei marinai «per Gaza» riguarda i palestinesi in quanto strumento di pressione su Israele, non in quanto esseri umani il cui destino meriterebbe attenzione indipendentemente dalla sua utilità alla causa antisionista.
Inoltre, è bene sottolineare che tra gli organizzatori e i simpatizzanti della Flotilla, la retorica antiebraica non è un’eccezione occasionale: è una presenza costante, che si manifesta in forme diverse a seconda del contesto e del pubblico. La forma più comune è quella che Jean Améry aveva già identificato e denunciato mezzo secolo fa: l’«antisemitismo rispettabile», che non attacca gli ebrei in quanto tali ma «il sionismo», «l’entità sionista», «il regime coloniale». Questa distinzione — «non siamo antisemiti, siamo antisionisti» — è la stessa che Améry smontò con precisione chirurgica: quando l’antisionismo nega il diritto di Israele a esistere, quando equipara il sionismo al nazismo, quando usa il lessico della «pulizia etnica» e del «genocidio» per descrivere l’unico Stato ebraico del mondo mentre ignora i reali crimini contro l’umanità che si consumano altrove, allora l’antisionismo è antiebraismo con la coscienza tranquilla.
Tra gli episodi documentati: esponenti di Ship to Gaza hanno condiviso materiali che negavano o minimizzavano la Shoah; oratori invitati agli eventi di raccolta fondi della Flotilla hanno fatto riferimento a «lobby sioniste» che controllano i governi occidentali — tropo classico della propaganda antiebraica —; manifesti e striscioni nelle manifestazioni di supporto alla Flotilla hanno accostato la stella di David alla svastica. Quando queste manifestazioni vengono segnalate, la risposta degli organizzatori è invariabilmente la stessa: si tratterebbe di «elementi isolati», di «provocatori» o di episodi «non rappresentativi». Dopo che questi episodi si ripetono sistematicamente per oltre quindici anni, la spiegazione degli «elementi isolati» comincia a sembrare quello che è: una menzogna di comodo.
La pretesa umanitaria della Flotilla non regge a un esame minimamente serio. La popolazione di Gaza riceve aiuti internazionali attraverso molteplici canali: UNRWA, Croce Rossa e organizzazioni internazionali di ogni tipo. Il blocco navale israeliano — legale ai sensi del diritto internazionale, come stabilito dalla commissione Palmer dell’ONU nel 2011 — mira a impedire l’ingresso di armi, non di aiuti umanitari. Israele ha più volte offerto di facilitare la consegna dei carichi delle Flotilla attraverso i valichi terrestri, dopo le necessarie ispezioni. L’offerta è stata sistematicamente rifiutata.
Perché? Perché l’obiettivo non è consegnare aiuti. L’obiettivo è la provocazione, la rottura del blocco come atto simbolico, la produzione di immagini utilizzabili nella guerra mediatica contro Israele. I civili gazawi, in questa strategia, come già detto, sono solo uno strumento — esattamente come lo sono per Hamas, che da diciassette anni li governa con il pugno di ferro, li priva delle risorse internazionali che dovrebbero raggiungerli e li usa come scudi umani, «martiri» involontari da gettare in pasto ai mass media occidentali, sempre alla ricerca di corpi straziati dai «perfidi giudei» da esibire a un pubblico ribollente di acredine giudeofobica.
Esiste una cinica convergenza tra Hamas e la Flotilla: la tragedia della popolazione civile è un’arma tattica indispensabile per isolare Israele. Senza quel dolore, che svanirebbe qualora Hamas fosse sconfitto e i «palestinesi» accettassero una forma di autogoverno sotto la sovranità israeliana, la ragion d’essere di tutta la facoltosa impresa marinaresca verrebbe meno. 
La Global Sumud Flotilla non è una missione umanitaria. È un’operazione politica al servizio di una narrativa — quella della «resistenza palestinese» come lotta di liberazione universale — che serve gli interessi degli islamisti della Fratellanza Musulmana e del suo ramo palestinese: Hamas.

(L'informale, 3 maggio 2026)

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Un mistero vecchio di 2.100 anni svelato grazie allo smantellamento di un muro dell'epoca asmonea a Gerusalemme

Una fortificazione nel cuore della capitale fu probabilmente costruita poco dopo gli eventi di Hanukkah; ma perché fu sistematicamente demolita, e da chi?

di Rossella Tercatin

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Eilat Lieber, direttrice e curatrice capo del Museo della Torre di Davide, nella Città Vecchia di Gerusalemme

Nuove ricerche fanno luce su un mistero vecchio di millenni: perché gli abitanti di Gerusalemme, 2.100 anni fa, smantellarono con cura una grande muraglia fortificata – più imponente delle attuali mura della Città Vecchia – e seppellirono quel sito sotto un palazzo reale?
Un imponente tratto delle mura di Gerusalemme risalente al II secolo a.C. è stato scoperto all’interno del complesso della Torre di Davide, nella Città Vecchia, come annunciato lunedì dall’Autorità israeliana per le Antichità (IAA) e dal Museo della Torre di Davide a Gerusalemme.
Lunghi oltre 40 metri e larghi circa 5 metri, questi resti sono stati scoperti nell’area nota come complesso Kishle, che fungeva da prigione durante il mandato britannico, in particolare per i membri della resistenza ebraica.
Intorno al 134 a.C., ovvero tre decenni dopo la storia di Hanukkah e l’instaurazione della dinastia asmonea, Gerusalemme fu nuovamente attaccata da un altro re greco di nome Antioco, che portava lo stesso nome del malvagio di Hanukkah. Secondo lo storico ebreo Flavio Giuseppe, vissuto nel I secolo d.C., per salvare Gerusalemme, il capo asmoneo Giovanni Ircano I accettò di distruggere le fortificazioni della città e di versare ad Antioco VII Sidetes 3.000 talenti d'oro, che prelevò dal sepolcro del re Davide.
«Egli distrusse le fortificazioni che circondavano la città. E in tali circostanze, Antioco levò l’assedio e se ne andò», scrive Giuseppe nel libro XIII delle «Antichità giudaiche» (8:3).
Secondo il dottor Amit Reem, condirettore degli scavi dell’IAA e capo archeologo per il distretto di Gerusalemme, il racconto di Flavio Giuseppe potrebbe spiegare la distruzione storica dei resti delle mura rivelati durante gli scavi.
«Ciò che abbiamo constatato durante gli scavi, ed è davvero interessante, è che il muro, questa massiccia fortificazione, è stato deliberatamente distrutto fino alle fondamenta», ha dichiarato Reem durante un’intervista telefonica.
«È sopravvissuto solo il resto del muro. Non si è trattato di una distruzione casuale, né delle conseguenze di una gigantesca battaglia o dell’usura del tempo. La grande domanda è quindi: chi l’ha fatto? »
Negli anni '80, centinaia di pietre da catapulta, punte di freccia, pietre da fionda e pallini di piombo sono stati scoperti durante gli scavi in un'area adiacente al muro. I ricercatori hanno interpretato questa scoperta come una prova dell'assedio di Antioco VII.
Reem e il suo team propongono un'altra interpretazione della distruzione intenzionale del muro. Dato che la sezione riportata alla luce si trovava esattamente nel punto in cui il re Erode avrebbe fatto costruire il suo palazzo, circa un secolo dopo il regno di Ircano su Gerusalemme, è possibile che egli abbia ordinato la demolizione del muro.

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Dr. Amit Reem, archeologo presso l’Autorità israeliana per le Antichità

«Sappiamo che il palazzo reale privato di re Erode si trovava nell’area dove oggi si trovano la Porta di Jaffa, la Torre di Davide e il quartiere armeno, come descritto chiaramente negli scritti di Flavio Giuseppe», ha dichiarato Reem.
«Il nostro muro è stato deliberatamente sepolto in profondità nelle fondamenta del palazzo di Erode, e la domanda è: [se fosse ancora in piedi], perché il re Erode non ha utilizzato questo immenso muro per il suo palazzo o per le mura della sua città?»
«Penso che la risposta potrebbe essere che il re Erode volesse all’epoca trasmettere un messaggio al popolo ebraico: niente più re ebrei, niente più dinastia asmonea. Ci sono io. »
Erode, che regnava sulla Giudea come re vassallo dell’Impero romano, discendeva da Idumei convertiti al giudaismo da parte di padre, mentre sua madre era un’araba di origine probabilmente nabatea.
Secondo Reem, gli archeologi hanno datato il muro al periodo asmoneo basandosi sul contesto archeologico.
«Innanzitutto, il muro è costruito con pietre molto tipiche che si trovano spesso negli edifici asmonei di Gerusalemme e in Israele in generale. Anche la tecnica di costruzione è caratteristica [di quel periodo]», ha dichiarato.
«Inoltre, abbiamo trovato piccoli oggetti come ceramiche e monete risalenti al periodo asmoneo che sono collegati a questo muro. Un altro argomento è la stratigrafia del ritrovamento: il muro è sepolto sotto il palazzo di Erode, il che significa che è antecedente a quest’ultimo, e al di sopra si trovano resti risalenti al periodo del Primo Tempio [1200-586 a.C.]. »
Tuttavia, i ricercatori non sono riusciti a ottenere campioni adatti alla datazione al carbonio 14.

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Gli archeologi hanno portato alla luce una parte delle mura di Gerusalemme costruite in epoca asmonea (II secolo a.C.) nel complesso del Museo della Torre di Davide, nella Città Vecchia, una scoperta annunciata l'8 dicembre 2025

Infatti, capita spesso che resti organici come semi, paglia o altri materiali simili, che consentono di datare le mura o gli edifici, vengano ritrovati intrappolati nella malta o nel cemento utilizzati per costruire le strutture. Tuttavia, Reem ha spiegato che la muraglia degli Asmonei era stata eretta con una tecnica a secco, senza cemento né malta.
Secondo Reem, date le dimensioni della struttura, il muro deve essere stato costruito quando la dinastia degli Asmonei era già ben consolidata, ovvero al più presto intorno al 140 a.C.
«Giuseppe Flavio ha descritto questa fortificazione con grande precisione, con le sue torri e le sue porte», ha affermato.
«Una larghezza di cinque metri è davvero enorme, e riteniamo che l’altezza originaria del muro fosse forse superiore a quella dell’attuale muro ottomano.»

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Punte di freccia e pietre da catapulta risalenti al periodo asmoneo esposte al Museo della Torre di Davide, nella Città Vecchia di Gerusalemme.

Altre parti del muro asmoneo erano già state portate alla luce nella città, ma questa nuova scoperta è particolarmente importante per le sue dimensioni, il suo stato di conservazione e il fatto che permette agli archeologi di vedere l’intera larghezza della struttura, ha spiegato Reem.
«Nella maggior parte dei casi, è visibile solo la facciata esterna del muro, ma qui abbiamo scoperto la parte interna, il che è molto interessante per la ricerca», ha osservato.
Durante gli scavi, gli archeologi hanno anche scoperto una parte di un muro più antico, che, secondo loro, risalirebbe al periodo del Primo Tempio.
«Per questo muro stiamo attualmente effettuando una datazione al carbonio 14; le ricerche sono ancora in corso», ha dichiarato Reem.

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Gli scavi sono stati condotti mentre il Museo della Torre di Davide si preparava ad aprire il complesso Kishle, che ospiterà la sua nuova ala Schulich dedicata all’archeologia, all’arte e all’innovazione.
«Ci impegniamo a preservare questo sito impressionante e unico e a consentire al grande pubblico di scoprire questo legame tangibile con il passato millenario di Gerusalemme», ha dichiarato Eilat Lieber, direttrice del Museo della Torre di Davide, in un comunicato.
«Nella nuova ala, i visitatori cammineranno su un pavimento trasparente sopra queste pietre antiche e, grazie alle creazioni di artisti contemporanei, questa ala creerà un nuovo legame con la storia e il patrimonio della città».

(The Times of Israel, 4 maggio 2026)

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Tel Aviv: Anu, presentato un libro di preghiere del XVI sec per Lag Ba Omer

di Jacqueline Sermoneta

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In occasione della festività di Lag Ba Omer, un rarissimo libro di preghiere del XVI secolo è stato esposto per la prima volta ad Anu – Museo del popolo ebraico, che ha sede nel campus dell’Università di Tel Aviv.
  Il prezioso manoscritto si basa sugli insegnamenti del rabbino Isaac Luria, noto come Ha’ari, grande mistico di quel periodo originario di Safed. Fu proprio rav Luria a trasformare Lag Ba Omer, inizialmente considerata una semplice pausa nel conteggio del periodo dell’Omer, in un’importante ricorrenza spirituale.
  Scritto a mano con inchiostro su carta e rilegato in una copertina di cuoio ornata con inserti in pelle e foglia d’oro, il libro riflette la tradizione spirituale di Luria, in cui la preghiera è vista come strumento di ‘riparazione’ del mondo e di elevazione spirituale. Compose le ‘Kavanot’, intenzioni mistiche concepite per guidare i pensieri durante la preghiera, basandosi sulla convinzione che tali intenzioni potessero influenzare il divino e il cosmo.
  Il manoscritto raccoglie istruzioni dettagliate per queste intenzioni meditative, arricchito da elementi visivi quali evidenziazioni, diagrammi e tabelle. Fu trascritto dallo scriba Israel ben Raphael Segal nel 1749 nella città di Stanov (allora in Polonia, ora considerata parte dell’Ucraina).
  Nonostante la stampa fosse già diffusa all’epoca, gli insegnamenti di Luria erano soggetti a restrizioni che ne vietavano la pubblicazione. Tuttavia, nei circoli mistici, i testi dai contenuti controversi venivano riprodotti in forma manoscritta. “Questo libro di preghiere incarna la tensione tra il nascosto e il rivelato – ha affermato Orit Shaham Gover, curatrice capo di ANU – I visitatori sono invitati a entrare in un mondo in cui la preghiera non è semplicemente un testo, ma un’esperienza spirituale profonda e intenzionale, capace di connettere l’umanità, la fede, la tradizione e il mondo della cabala”.

(Shalom, 4 maggio 2026)

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Il dono reciproco: la Parola vivente

La preghiera regale e sacerdotale - un dono insondabile: sguardi incoraggianti dietro le quinte. «Ora hanno riconosciuto che tutto ciò che mi hai dato viene da Te. Le parole che mi hai dato, io le ho date a loro; ed essi le hanno accolte e hanno veramente compreso che sono venuto da Te, e hanno creduto che Tu mi hai mandato» (Giovanni 17,7). 

di Bernd Maulbetsch 

Con l'espressione «tutto ciò che tu mi hai dato» si intende, prima di tutto, la Parola di Dio - la relazione vivente che il Padre ha affidato al Figlio e che Gesù, a sua volta, ha trasmesso ai suoi discepoli. Non si tratta di una conoscenza teorica o di un testo religioso come tanti altri, ma di una realtà spirituale che contiene vita, verità e potenza trasformante. Gli apostoli compresero bene questo significato, come leggiamo nella seconda lettera a Tìmoteo:

    «Ogni Scrittura è ispirata da Dio ed è utile per insegnare, per convincere, per correggere e per educare alla giustizia, affinché l'uomo di Dio sia completo e ben preparato per ogni opera buona.» 

In queste parole si racchiude un principio essenziale: la Parola di Dio è la fonte di ogni cosa, il fondamento che sostiene la fede, la guida che illumina il cammino dell'uomo e la risposta definitiva a ogni domanda del cuore. È in essa che troviamo tutto ciò di cui abbiamo bisogno per vivere con senso, per affrontare le difficoltà, per amare con purezza e perfino per morire con speranza. 
  Non stupisce, dunque, che i discepoli, quando molti si allontanarono da Gesù perché scandalizzati dalle sue parole troppo dirette e scomode, abbiano pronunciato una delle frasi più vere e più profonde di tutta la Scrittura: «Signore, da chi andremo? Solo tu hai parole di vita eterna!» Queste parole esprimono l'essenza stessa della fede cristiana: la consapevolezza che nessun'altra voce, nessun altro insegnamento, nessun altro maestro può dare vita come Gesù. Tutto il resto passa, si consuma o si rivela illusorio; solo la Parola del Signore rimane in eterno. 
  Dal versetto in esame emergono quattro affermazioni fondamentali, che rappresentano i pilastri della fede autentica:

  • Hanno riconosciuto che tutto ciò che Gesù Cristo possiede proviene dal Padre. In questo c'è la consapevolezza che ogni autorità, sapienza e potenza del Figlio è radicata in Dio stesso.
  • Hanno accolto la sua Parola, cioè non si sono limitati ad ascoltarla, ma l'hanno interiorizzata, facendola diventare parte del proprio essere.
  • Hanno compreso da dove viene Gesù Cristo, riconoscendo la sua origine divina e la sua missione come inviato del Padre.
  • L'hanno accolto nella fede, cioè con fiducia sincera e obbedienza interiore. 

La fede, infatti, non è solo un sentimento o un consenso intellettuale: è una conferma, una risposta personale alla voce di Dio, un atto che coinvolge tutto l'essere. Credere significa dire "sì" a Dio e al suo operare, accettare che Egli ha l'ultima parola sulla nostra vita. Anche chi rifiuta la fede, in fondo, prende posizione: l'incredulità è anch'essa una forma di scelta, un "no" alla verità rivelata. Nessuno può restare neutrale davanti alla Parola di Dio. 
  E tuttavia, è fondamentale comprendere che la fede non è un merito umano né il risultato di una nostra conquista. Dio, nella sua infinita misericordia, si rivela a ciascuno come vuole, nei modi e nei tempi che solo Lui conosce. La fede è un dono, un privilegio offerto per grazia, affinché nessuno possa vantarsi davanti a Dio. È un atto di amore da parte sua, e un atto di gratitudine da parte nostra. Per questo il vero credente non si innalza sugli altri, ma rimane umile e riconoscente, consapevole che ogni passo nel cammino della fede è possibile solo perché Dio lo permette. Egli è l'autore, la fonte e il compimento della fede. Tutto inizia e finisce in Lui. 
  Per chi crede, la vita quotidiana diventa così un continuo ringraziamento. La fede non si limita a un'esperienza privata o a una dimensione interiore: essa si manifesta concretamente, nella gioia, nella fiducia, nel perdono, nella capacità di amare. È un cammino che si traduce in gratitudine e lode, in gesti semplici che glorificano Dio. I discepoli ebbero Gesù tra loro solo per un breve periodo; noi, invece, possiamo essere in comunione con Lui in ogni momento, perché il suo Spirito è presente in noi e in mezzo a noi. 
  Va sottolineato anche che la fede non è un affare personale da custodire nel silenzio della propria coscienza. È una forza viva, destinata a trasformare chi crede e a irradiare la sua luce verso gli altri. Una fede autentica non può rimanere nascosta, perché porta frutto, e quel frutto si manifesta in amore, in servizio, in testimonianza. Gli uomini hanno diritto di vedere la differenza che Cristo produce in chi lo segue: hanno diritto di conoscere la sorgente della speranza che abita nel cuore del credente. 
  Spesso, però, tendiamo a ridurre la fede a un elenco di rinunce - a ciò che non facciamo più da quando abbiamo creduto. Ma la fede non è privazione: è pienezza. Non è un "non fare", ma un "fare per amore". È seguire l'esempio di Gesù, che disse: «Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, affinché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli.» In queste parole non c'è orgoglio, ma missione: la chiamata a essere strumenti di bene, segni visibili di un Dio invisibile. 
  Perciò, lasciamoci incoraggiare ogni giorno a vivere una fede più profonda, più coraggiosa, più generosa. È una strada che richiede costanza, ma porta frutti di pace e di gioia. Vale davvero la pena, perché ogni atto di fede, ogni gesto di amore, ogni parola di verità avvicina il mondo a Dio e Dio al mondo. Vivere nella fede significa vivere alla presenza del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo - ed essere, in mezzo a un mondo incerto, testimoni del suo amore che non tramonta mai. 
  Lasciamoci dunque incoraggiare sempre di nuovo - ne vale davvero la pena. 

(Chiamata di Mezzanotte, luglio/agosto 2025)


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I re biblici e Netanyahu

I cristiani spesso vedono una differenza tra l’Israele biblico e quello odierno. Ma chi osserva con attenzione si rende conto che, in realtà, non è cambiato poi così tanto.

di Elisabeth Hausen

I cristiani hanno tutte le ragioni per astenersi dal condannare il primo ministro israeliano Netanyahu
«L’odierno Stato di Israele è ancora l’Israele biblico?» È una domanda che sentiamo ripetere spesso su Israelnetz. Come motivi di dubbio vengono citati la politica del capo del governo Benjamin Netanyahu e la secolarizzazione dello Stato ebraico. Ma ai tempi della Bibbia era così diverso?
Dio respinge il primo re, Saul, a causa della sua disobbedienza. Dopo solo altri due mandati, il regno viene diviso a causa delle discordie in Israele e Giuda. Entrambi i regni vanno in rovina, finendo con la deportazione e l’esilio. Riguardo ai re si dice o: «Fece ciò che era gradito al Signore», oppure: «Fece ciò che era sgradito al Signore».
Davide è considerato il modello di pietà; così, ad esempio, in 2 Re 18,3 si dice di Ezechia: «E fece ciò che era gradito al Signore, proprio come suo padre Davide». Qui «padre» va inteso nel senso di «antenato». Chi legge la Bibbia vede che Davide era un adultero e un assassino. Ciononostante è considerato «un uomo secondo il cuore di Dio». Non è diventato un modello per la sua rettitudine, ma perché ha confessato i suoi peccati e si è pentito.
I re che lo seguirono, che facevano ciò che piaceva al Signore, si distinguevano per lo più per la distruzione dei luoghi di culto idolatra. A quanto pare, il popolo si lasciava ripetutamente trascinare ad adorare qualcun altro al posto del proprio Dio.
Dal periodo dei patriarchi, invece, leggiamo di diffidenza, menzogne e intrighi. I fratelli di Giuseppe lo vendono come schiavo. Durante il viaggio nel deserto dopo la liberazione dalla schiavitù egiziana, il popolo d’Israele si distingue per i mormorii e l’incredulità, arriva persino a fabbricarsi un vitello d’oro e ad adorarlo. Il periodo dei giudici è caratterizzato dal caos e dalle guerre.

• Elezione per amore
  Cosa caratterizza quindi il popolo biblico d’Israele? In Deuteronomio (7,7 sgg.) si legge: «Non è perché siete più grandi di tutti i popoli che il Signore vi ha scelti e vi ha preso con sé – poiché voi siete il più piccolo di tutti i popoli –, ma perché vi ha amati e per mantenere il giuramento che aveva fatto ai vostri padri». L'elezione non ha quindi nulla a che vedere con il fatto che Israele sia particolarmente grande o anche santo. Eppure è proprio questo il metro di giudizio che applichiamo volentieri al popolo ebraico – e poi rimaniamo delusi quando gli ebrei si rivelano essere persone peccatrici.
Invece di puntare il dito contro Israele e mettere in dubbio la sua elezione permanente, noi cristiani dovremmo piuttosto porci la domanda: la Chiesa odierna è equiparabile alla comunità primitiva del Nuovo Testamento? Di essa si dice in Atti 2,44: «La moltitudine dei credenti era un cuor solo e un’anima sola». In questa prima comunità, tra l’altro, gli ebrei erano in maggioranza.

• Una Chiesa lontana dalla sua missione originaria
  Da allora, la Chiesa si è allontanata molto da ciò che il suo Signore Gesù Cristo formulò in una preghiera prima della sua crocifissione (Giovanni 17,20): «Non prego solo per loro, ma anche per quelli che crederanno in me attraverso la loro parola, affinché tutti siano uno».
Non solo i cristiani si sono divisi in così tante confessioni e denominazioni che persino i credenti perdono la visione d’insieme. In nome della Chiesa, gli uomini hanno commesso crimini terribili, anche contro gli ebrei. Solo pochi seguaci di Gesù hanno alzato la voce a favore degli ebrei durante il Terzo Reich. Eppure, secondo Romani 11, i cristiani sono rami d’ulivo innestati che esistono grazie alla radice ebraica.
Dopo tutti questi fallimenti e l’odio verso Israele, è legittima la domanda: l’elezione dei cristiani è ancora valida? Chi ha tante macchie sulla coscienza come noi, non solo nei confronti di Israele, dovrebbe mostrarsi cauto nel giudicare l’odierno Stato ebraico e il suo governo. Una cosa rimane come ai tempi biblici: spetta solo a Dio giudicare se Israele e i suoi capi di governo agiscano secondo la Sua volontà. Ciò vale anche per la Chiesa e i suoi responsabili.

(Israelnetz, 2 maggio 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)

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Congresso FIFA. Il palestinese Rajoub rifiuta la stretta di mano all’israeliano

di Shira Navon

Quando Gianni Infantino, presidente della FIFA (Federazione Internazionale di Calcio), ha posato la mano sul braccio di Jibril Rajoub e con un gesto lo ha invitato ad avvicinarsi a Basim Sheikh Suliman, vicepresidente della Federcalcio israeliana, Rajoub si è tirato indietro, ha lasciato il palco e ha voltato le spalle a quella che avrebbe dovuto essere una stretta di mano simbolica davanti alle delegazioni di tutto il mondo, momento immortalato dalle agenzie fotografiche internazionali e rimbalzato immediatamente sui social media.
Il presidente della Palestine Football Association ha spiegato le ragioni del suo rifiuto senza lasciare margine a interpretazioni: Suliman era lì, a suo avviso, per rappresentare un governo che definisce criminale, e una foto sorridente avrebbe contraddetto ogni parola pronunciata nel suo intervento precedente, in cui aveva chiesto con forza che la FIFA sanzionasse Israele per la presenza di club israeliani nei territori occupati della Cisgiordania. Susan Shalabi, vicepresidente della PFA presente in sala, ha dichiarato ai microfoni di Reuters di non poter stringere la mano a qualcuno portato lì, sempre a suo avviso, per coprire quello che ha chiamato genocidio, aggiungendo che la sofferenza palestinese meritava ben altro che una foto di circostanza sul palco di un congresso sportivo. Israele ha fermamente respinto l’accusa di genocidio a Gaza.
Suliman è una figura che incarna una complessità tutta sua: è un cittadino arabo-israeliano, il che rende il rifiuto di Rajoub ancora più carico di significati politici, perché la sua presenza sul palco non era evidentemente casuale ma calibrata per rendere più difficile alla parte palestinese giustificare un rifiuto al dialogo senza apparire contraddittoria agli occhi dell’opinione pubblica internazionale.
Infantino ha tentato di ricucire con la consueta formula diplomatica, invitando entrambi a lavorare insieme per dare speranza ai bambini e liquidando la situazione con un “sono questioni complesse” che a molti è parso insufficiente. Rajoub, a margine del Congresso, ha detto di rispettare il tentativo del presidente FIFA di fare da mediatore, aggiungendo però che forse Infantino non comprende fino in fondo la profondità della sofferenza palestinese. Shalabi ha rincalzato osservando che mettere Rajoub nella condizione di stringere una mano subito dopo un discorso articolato sui diritti delle federazioni associate equivaleva a svuotare di senso l’intero intervento, a trattare parole pronunciate davanti al Congresso come se fossero soltanto un’esibizione retorica destinata a evaporare non appena qualcuno avesse prodotto l’immagine pacificatrice giusta.
La settimana precedente la PFA aveva fatto ricorso al Tribunale Arbitrale dello Sport contro la decisione della FIFA di non sanzionare Israele per i club con sede in Cisgiordania, territorio che i palestinesi rivendicano come parte di un futuro Stato. FIFA aveva dichiarato che non avrebbe preso provvedimenti contro la IFA o i club israeliani, citando lo status giuridico irrisolto della Cisgiordania nel diritto internazionale pubblico, una risposta che i palestinesi considerano un’elusione travestita da prudenza legale e che solleva una domanda legittima: se FIFA può sanzionare federazioni per questioni di governance interna, perché la presenza di club negli insediamenti occupa una zona grigia che l’organizzazione si rifiuta di esplorare?
All’uscita dal Vancouver Convention Center, Rajoub e Shalabi si sono trovati davanti a un gruppo di manifestanti che chiedeva però tutt’altro: volevano che FIFA bandisse l’Iran dal Mondiale, sostenendo che la nazionale rappresentasse i Pasdaran, le Guardie della Rivoluzione Islamica. Uno di loro ha chiesto direttamente a Rajoub se questo lo convincesse a sostenere i Pasdaran, al che il presidente palestinese ha risposto di non sostenere nessuno, volendo soltanto il sostegno della comunità internazionale per la causa palestinese. La scena ha aggiunto un ulteriore strato di paradosso a una giornata già carica di tensioni simboliche, con i palestinesi accusati di solidarizzare con Teheran mentre cercavano sanzioni sportive contro Israele, in un intreccio in cui ogni gesto viene politicizzato e riletto secondo chiavi precostituite.
Quello che è accaduto a Vancouver rivela quanto FIFA si trovi in una posizione sempre più difficile: vuole mantenere un’immagine di universalità e di spazio al di sopra delle parti, ma il conflitto israelo-palestinese non si lascia addomesticare da una stretta di mano fotografata davanti a uno striscione con il logo dell’organizzazione. Rajoub ha preferito la coerenza con la propria presa di posizione politica all’immagine televisiva che Infantino sperava di consegnare al mondo come prova che il calcio può, almeno in apparenza, superare ogni divisione. Quella stretta di mano mancata resterà probabilmente come il momento più emblematico di questo Congresso, non perché abbia cambiato qualcosa, ma perché ha reso visibile con brutale chiarezza quanto poco sia cambiato.

(Setteottobre, 2 maggio 2026)

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Moja Mama!

La «yiddishe mamme»  è protagonista di molte barzellette. Eppure è molto di più. Un omaggio dal punto di vista di un figlio

di Jan Feldmann

Me lo immagino come in un film: siamo nel 1999, poco prima della partenza, davanti al nostro appartamento – in un corridoio sovietico, con l'intonaco che si sbriciola dalle pareti. In due valigie c'è una vita intera. Eppure: quando guardo mia madre, capisco subito – andrà tutto bene.

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«Moja Mama», la mia mamma: l’autore con sua madre il giorno dell’inizio della scuola a Tashkent nel 1996. Tre anni dopo si trasferirono in Germania.

Presto sarà la Festa della Mamma. Spesso si sostiene che sia un'invenzione dei nazisti.
In effetti, questi ultimi dichiararono la giornata festa nazionale e la strumentalizzarono a fini propagandistici – ma non l'hanno inventata. La sua forma moderna è nata negli Stati Uniti. La poetessa e femminista Julia Ward Howe invocò già nel 1870 una «Festa della Mamma della Pace». In Germania la Festa della Mamma è stata celebrata per la prima volta nel 1923, su iniziativa dell’«Associazione dei fioristi tedeschi» per motivi commerciali. La Festa della Mamma può quindi continuare a essere celebrata con la coscienza pulita.
Nella tradizione ebraica non esiste una data del genere. Il che però non significa che la madre non abbia un ruolo centrale nella nostra cultura. Al contrario! La «mamma yiddish» compare continuamente nelle barzellette ebraiche: «Qual è la differenza tra un terrorista e una mamma yiddish? Con il terrorista si può negoziare.»
Tuttavia, è molto più di un semplice motivo umoristico. Senza la mamma non ci sarebbe la cultura ebraica, né la religione ebraica – né il popolo ebraico. Nelle opere teatrali, nei romanzi, negli aneddoti, nei film di Hollywood e nello stand-up ebraico, la madre ebrea sembra apparire più spesso della figura del rabbino. E non di rado, siamo onesti, assume anche il ruolo del rabbino all’interno della famiglia.
La mamma yiddish non parla più solo yiddish: la si trova nei circoli ashkenaziti, sefarditi e mizraiti, in quelli religiosi e secolari. La mamma yiddish è allo stesso tempo tenera e seria, spiritosa e sacra.
Già la Torah sottolinea chiaramente l’importanza della madre. Sara, Rebecca, Rachele e Lea non erano solo madri del popolo ebraico in senso teologico. Il Talmud le annovera tra le profetesse d’Israele. E i saggi dell’antichità vanno ancora oltre: «Grazie al merito delle donne virtuose (ovvero delle madri) i nostri padri furono liberati dall’Egitto», si legge nel trattato Sota. Tanta forza e potere spirituale attribuiscono quindi i commentatori talmudici alla mamma yiddish.
Nell’era moderna questo rispetto a volte va perso. La mamma yiddish viene interpretata in modi culturalmente molto diversi. Nella cultura popolare statunitense viene spesso rappresentata in modo esagerato – ad esempio nelle vesti della madre di Howard Wolowitz nella serie The Big Bang Theory: nevrotica, esigente, controllante. Un cliché che purtroppo si è radicato nel mondo occidentale.
Nel mondo dell’esperienza sovietica o post-sovietica da cui provengo, invece, la mamma yiddish non è mai stata una caricatura, ma una figura calorosa e portante della famiglia. Scrivo questo testo consapevolmente da questa prospettiva personale, e allo stesso tempo lo scrivo in definitiva su tutte le madri – indipendentemente dalla fede o dall’origine. La mamma yiddish è un termine generico per tutte le emozioni e le caratteristiche che associo a mia madre.
Nella famosa canzone di Jack Yellen si dice della mamma yiddish: «In Vasser in Fayer volt zi gelofn far ihr Kind» – «Nell’acqua e nel fuoco correrebbe per il suo bambino». E questa figura non esiste solo nel testo. Tutti conoscono una mamma yiddish del genere. Lei vive oggi, e la sua disponibilità al sacrificio è a volte dolorosamente reale.
Davanti ai miei occhi appare l’immagine di Shira Bibas e dei suoi due figli piccoli, Kfir e Ariel – mentre li stringe disperatamente a sé per proteggerli dai terroristi che il 7 ottobre fanno irruzione nella sua casa. Shira Bibas, una mamma yiddish, è un’eroina.
Penso alla Rebbetzin Shterna Wolff, che ad Hannover, dopo la morte improvvisa di suo marito, il rabbino Benjamin Wolff, ha trovato la forza di portare sulle spalle un'intera comunità.
E infine c’è la mia mamma yiddish: la primario di Tashkent che in Germania, senza esitare, a oltre 40 anni ha studiato di nuovo medicina perché la sua laurea uzbeka non era riconosciuta – e oggi continua a esercitare come ginecologa.
Presto ricomincerà lo Shabbat, e so che chiamerò mia madre – come ogni volta – poco prima. «Mamulja, ja na Shabbat idu, vsjo choroscho, Shabbat Shalom» – «Mamma, vado in sinagoga per lo Shabbat, va tutto bene, Shabbat Shalom». Perché lo faccio? È un riflesso. E perché so che c’è questa persona che non si aspetta nulla – se non la certezza che io stia bene. Per questo mi sembra giusto.
Forse il vero dono della mamma yiddish è che ci insegna ad amare senza porre condizioni. E che, per quanto cresciamo, non smettiamo mai di sentire la sua voce in sottofondo – a volte preoccupata, a volte severa, sempre calorosa. Per quanto possa sembrare patetico – e forse anche un po’ kitsch – finché sul display del mio telefono compaiono queste quattro lettere: MAMA, il mio mondo è integro e al sicuro.

(Jüdische Allgemeine, 1 maggio 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)

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25 aprile, Ottolenghi: “Serve abbassare i toni. Possibile un dialogo costruttivo”

Dopo un 25 aprile segnato da tensioni, violenze e polemiche, la presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, Livia Ottolenghi, lancia un appello al dialogo, senza nascondere la preoccupazione per il clima che si è creato.
  Intervistata da La Stampa, Ottolenghi ha confermato la disponibilità a incontrare l’Anpi dopo l’apertura arrivata dall’associazione partigiani: “L’Ucei non si tira indietro e accetta l’incontro, senza ignorare le diversità di vedute”. Un passo che, nelle intenzioni, deve servire a ricostruire un confronto civile: “Qualunque iniziativa che tenda a rasserenare gli animi, a smorzare i toni e a respingere un linguaggio violento e spesso antisemita non può essere elusa”.
  Il 25 aprile di quest’anno ha lasciato un segno profondo. Le immagini dei cortei, in particolare a Milano, Roma e Bologna, sono per la presidente UCEI “difficili da dimenticare”, segnate da “frasi antisemite irripetibili” e da un clima che ha superato ogni limite: “Nel 2026 non pensavo si arrivasse a evocare saponette o Hitler”.
  A rendere ancora più delicata la situazione è stato anche l’episodio avvenuto a Roma, dove un giovane della comunità ebraica è accusato di aver sparato con una pistola ad aria compressa contro due attivisti dell’Anpi. Ottolenghi ha espresso “sgomento e tristezza”, ribadendo al tempo stesso la necessità di attenersi ai fatti, ricordando che, come dichiarato dal Direttore del relativo Museo, il giovane non è un rappresentante della Brigata ebraica.
  Il tema del disagio giovanile emerge come uno degli elementi centrali della riflessione. “È una piaga sociale che si è acuita dopo la pandemia – spiega – e non riguarda solo i giovani della comunità ebraica, ma un’intera generazione”. Un fenomeno che, sottolinea, va affrontato con strumenti adeguati da parte di istituzioni, scuola e sistema sanitario.
  Sul piano della sicurezza, Ottolenghi evidenzia una condizione anomala che riguarda le comunità ebraiche: “Altre confessioni religiose non devono ricorrere alla sicurezza per andare a pregare o a scuola. Noi sì, da sempre”.
  A preoccupare è anche il ruolo dei social network, dove “le escalation a notizie non ancora verificate” e i “commenti al vetriolo” contribuiscono ad alimentare tensioni e ostilità. In questo contesto, la presidente UCEI torna a chiedere un impegno concreto sul piano legislativo: “È importante che il Parlamento approvi il disegno di legge sull’antisemitismo, che punta soprattutto alla formazione e alla cultura del rispetto”.
  Alla possibilità di una frattura insanabile con il mondo della sinistra risponde con un segnale di apertura: “Voglio credere che sia possibile discutere in maniera costruttiva con tutte le forze politiche”. E conclude con un richiamo al valore delle parole e del confronto: “Possiamo anche non essere d’accordo, ma dobbiamo poterlo esprimere liberamente, senza scadere negli insulti”.

(Shalom, 1 maggio 2026)

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Flotilla fermata al largo di Gaza, diffusa lista presunti affiliati ad Hamas

Sembra finita a molte centinaia di chilometri dalla meta la nuova edizione della Global Sumud Flotilla. Nella notte tra mercoledì e giovedì motovedette israeliane hanno intercettato varie imbarcazioni della spedizione “umanitaria” a ovest dell’isola di Creta, in acque internazionali. Secondo quanto dichiarato da funzionari di Gerusalemme, gli attivisti fermati saranno prima identificati e poi espulsi.
  E mentre la Global Sumud Flotilla chiama alla mobilitazione di piazza, con molte iniziative in programma nelle prossime ore anche in Italia, il ministero degli Esteri israeliano informa che «circa 175 attivisti, provenienti da oltre 20 imbarcazioni, stanno raggiungendo pacificamente Israele». Dalle autorità di Gerusalemme la spedizione viene definita ironicamente “condom flotilla” per via dei molti preservativi trovati a bordo. Il ministero ha anche diffuso un breve video in cui attivisti «si divertono» sulle navi israeliane tra risate e capriole. Tra i fermati ci sono vari cittadini italiani. In una nota Palazzo Chigi «condanna il sequestro delle imbarcazioni» e «chiede al governo d’Israele l’immediata liberazione di tutti gli italiani illegalmente fermati, il pieno rispetto del diritto internazionale e garanzie sull’incolumità fisica delle persone a bordo».
  Contestualmente al blocco della spedizione le autorità israeliane hanno diffuso del materiale informativo su alcuni membri della spedizione. Tra loro c’è Saif Abu Keshk, «membro del comitato direttivo e portavoce della Global Sumud Flotilla, coordinatore e portavoce dell’iniziativa Global March to Gaza», che viene presentato come contiguo a «Yahia Sarri, religioso algerino legato ad Hamas e in capo all’Associazione degli Studiosi Musulmani Algerini (affiliata ai Fratelli Musulmani) e al suo Comitato di Soccorso, tramite cui sono stati trasferiti aiuti dall’Algeria a Gaza».
  Si parla poi di Muhammad Nadir Al-Nuri, «cittadino malese nato in Scozia nel 1987, membro del comitato direttivo della Global Sumud Flottilla e fondatore e amministratore delegato di Cinta Gaza Malaysia (CGM)», che avrebbe sostenuto «il finanziamento di iniziative a beneficio di entità a Gaza affiliate ad Hamas, come la costruzione di un edificio per l’Ufficio per lo Sviluppo Sociale, istituzione operante sotto il controllo del gruppo terroristico». Viene inoltre menzionato tra gli altri Zaher Birawi, «giornalista e attivista palestinese-britannico di Londra originario di un villaggio vicino Nablus, tra i fondatori della Freedom Flotilla Coalition, presidente dell’EuroPal Forum e del Comitato Internazionale per rompere l’assedio di Gaza». Nel 2012, accusa Israele, è apparso “insieme al leader di Hamas Ismail Haniyeh in diversi eventi».

(moked, 1 maggio 2026)


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La Meloni accusa Israele e non condanna la flotilla

di Giovanni Giacalone

La Premier Giorgia Meloni sembra non avere gradito l’operazione della marina israeliana di mercoledì sera, al largo delle coste greche, nei confronti dell’ennesima flotilla diretta a Gaza e Palazzo Chigi ha subito condannato “il sequestro delle imbarcazioni” chiedendo a Israele “l’immediata liberazione di tutti gli italiani illegalmente fermati, il pieno rispetto del diritto internazionale e garanzie sull’incolumità fisica delle persone a bordo”.
Immediata la risposta del governo israeliano che ha evidenziato come dietro all’azione provocatoria della flotilla vi sia Hamas, con lo scopo di sabotare la transizione del piano di pace del Presidente Trump alla sua successiva fase.
Il Ministro degli Esteri israeliano, Gideon Saar, ha poi reso noto:
Tutti i partecipanti alla flottiglia provocatoria che sono stati sbarcati dalle navi lo sono stati senza subire danni. In coordinamento con il governo greco, le persone trasferite dalle navi della flottiglia alla nave israeliana saranno sbarcate su una spiaggia greca nelle prossime ore. Ringraziamo il governo greco per la sua disponibilità ad accogliere i partecipanti alla flottiglia. Chiediamo a chiunque non sia interessato a provocazioni ma piuttosto all’aiuto umanitario a Gaza di farlo attraverso il BOP, che ha anche rilasciato una dichiarazione in merito oggi. Israele non permetterà la violazione del blocco navale legale su Gaza.”
Il governo greco, a differenza di quello italiano, ha attivato una collaborazione costruttiva ed efficace con Israele per disinnescare sul nascere un’iniziativa che non aveva assolutamente nulla di umanitario.
Del resto nel settembre del 2025 il governo israeliano aveva rilasciato un report dettagliato sulla regia di Hamas dietro alle iniziative della flotilla che include anche documenti rinvenuti a Gaza. Chissà se in Italia sono stati avviati accertamenti al riguardo?
Il governo italiano parla di “sequestro” e di “detenzione illegale”, ma in base alla Convenzione di Sanremo (paragrafo 67A), le navi possono essere intercettate se sono state avvertite e manifestano la chiara intenzione di violare un blocco navale dichiarato.
Inoltre, non vi è stato alcun “sequestro” visto che, come già illustrato dal Ministro degli Esteri israeliano, i membri della flotilla saranno sbarcati in territorio greco. Cosa si aspettava la Meloni? Che i naviganti fossero accolti a Gaza? Israele e Grecia si sono di fatto mossi preventivamente per evitare rischi maggiori a ridosso delle coste israeliane.
Forse il governo italiano farebbe bene a tutelare il rispetto del diritto internazionale e la sicurezza dei propri cittadini evitando di fare salpare dalle proprie coste imbarcazioni con personaggi che hanno il solo scopo di provocare la reazione israeliana, boicottare il delicato processo di pace mettendo tra l’altro a repentaglio la propria incolumità. La Premier Meloni condanna l’iniziativa della Flotilla? Perché su questo non c’è chiarezza.
In un’eventuale prossima iniziativa della flotilla il governo italiano potrebbe facilmente coordinarsi con quello israeliano, come già fatto nel caso greco, in modo da disinnescare sul nascere la cosa. Il punto è, c’è la volontà politica? Difficile crederlo.

(L'informale, 1 maggio 2026)

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Immensa vergogna

La banalità del male sembra tornare proprio così: non con il volto dichiarato dell’odio, ma con quello rassicurante della buona coscienza, dell’indignazione selettiva e della superiorità morale

di Marco Agnoletti

Scrivo da cittadino italiano profondamente amareggiato e indignato per l’indegno spettacolo offerto da una parte di quei “democratici antifascisti” da salotto impegnato che, nei fatti, hanno dimostrato un’intolleranza inquietante.
Una signora ebrea, presente al corteo e visibilmente scioccata, ha segnalato che anche padri e madri con bambini al seguito si sono distinti nel proferire minacce e slogan che si pensava appartenessero ormai ad altri tempi.
Nei filmati circolati in queste ore si vedono persone apparentemente “normali” insultare, urlare e quasi trasfigurarsi contro chi sfilava con le insegne della Brigata Ebraica o con cartelli di solidarietà nei confronti del popolo iraniano e ucraino.
È un’immagine che colpisce e preoccupa: non la violenza di pochi estremisti riconoscibili, ma l’odio esibito da persone che si percepiscono — e probabilmente vengono percepite — come “per bene”, civili, democratiche, progressiste.
La banalità del male sembra tornare proprio così: non con il volto dichiarato dell’odio, ma con quello rassicurante della buona coscienza, dell’indignazione selettiva e della superiorità morale.
Da italiano provo vergogna. Da cittadino democratico provo allarme. Perché quando l’antifascismo diventa pretesto per insultare e minacciare ebrei, dissidenti iraniani, ucraini o chiunque non rientri nella narrazione dominante, allora non siamo più davanti a una manifestazione civile, ma a una deriva culturale e morale che va denunciata senza ambiguità.

(Setteottobre, 1 maggio 2026)


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Se l’allarme sull’antisemitismo non suona più

La violenza del 25 aprile impone una riflessione che non può fermarsi alla cronaca. Tra antisemitismo mascherato da antisionismo, silenzi istituzionali e comunità ebraiche costrette a vivere sotto protezione, l’Italia sembra accettare come normale ciò che normale non è.

di Stefano Piperno

A forza di battere sullo stesso tasto, la musica prima o poi stona.
Un giovane ebreo della comunità romana viene fermato per gli spari contro una coppia che recava al collo il fazzoletto dell’ANPI.
Peggio di così non poteva andare: il male ha prodotto altro male, l’ignoranza avviluppata dall’ideologia ha stravolto la storia e, alla fine, si è trovato lo sconsiderato esasperato che si è messo in proprio, rendendo un pessimo servizio alla causa per cui credeva di combattere.
Le reazioni della comunità ebraica romana sono state immediate e sgomente: nessuna giustificazione, nessuna ambiguità, ma una presa di distanza netta da un gesto definito inaccettabile e contrario ai valori stessi della comunità.
In Italia, sondaggi di varia fonte accreditano le diverse forme di avversione verso gli ebrei — dall’antisionismo di recente conio all’antisemitismo tout court — intorno al 26%, una percentuale molto più alta di quella presente nel 1938, al momento della promulgazione delle leggi razziali.
Allora la percezione antisemita era alimentata soprattutto dall’atteggiamento di una Chiesa cattolica che non aveva ancora rinunciato all’espressione “perfidi giudei” e nella quale sopravviveva, in molti ambienti, l’antica accusa di deicidio.
Solo una minoranza, soprattutto nelle città dove esistevano comunità ebraiche, aveva reale cognizione della loro presenza. E tuttavia, dove vivevano, gli ebrei italiani erano spesso integrati nel tessuto sociale, anche per il loro numero esiguo: nulla a che vedere con la condizione degli ashkenaziti dell’Europa orientale.
Le leggi razziali furono accolte dai più senza particolare convinzione né entusiasmo. Lo dimostra anche l’aiuto prestato da molti italiani a famiglie ebree prima e durante l’occupazione nazista.
Certo, vi furono anche i delatori a pagamento e i fascisti irriducibili, come la banda Koch a Roma, che catturava ebrei e li consegnava ai tedeschi. Ma non vi fu mai, in Italia, un compatto e convinto movimento popolare antiebraico.
Diamo per noti i fatti che hanno condotto alla situazione presente. Preme invece puntualizzare due aspetti allarmanti, entrambi gravi e forieri di ulteriori sventure.
Il primo riguarda il sionismo, che è stato ed è una teoria politica fondata sulla rivendicazione, da parte degli ebrei, del ritorno alla loro terra d’origine, poi sfociata nella nascita dello Stato d’Israele sull’onda della Shoah.
Chi si dichiara apertamente antisionista nega a Israele il diritto di esistere. Distinguo e ambiguità sono inammissibili, a meno che non si ignori il significato della parola.
Accusare Israele di aver sottratto e occupato illegalmente terra altrui, rincarando la dose con le accuse di neocolonialismo, espansionismo, genocidio e pulizia etnica, non è soltanto una variante del vecchio antisemitismo razzistico: è qualcosa di peggiore, perché si ammanta di lessico politico e morale.
Tra costoro, nessuno dice che cosa si dovrebbe fare degli otto milioni di ebrei che vivono tra il Giordano e il Mediterraneo.
La seconda questione è tutta italiana: l’assordante silenzio della politica. Passi per gli anti-israeliani dichiarati, che siedono per lo più a sinistra in Parlamento: almeno non si nascondono.
Ma le autorità di governo, fino alla massima magistratura dello Stato, perché avallano sostanzialmente le storture storiche del 25 aprile? Perché, senza esercitare una vera moral suasion, costringono le comunità ebraiche a vivere blindate intorno a scuole e luoghi di culto?
La protezione armata delle forze dell’ordine, a ben guardare, è l’ammissione che si è in presenza di cittadini comunque “particolari”.
Coscienze a posto, accettando senza adeguata riprovazione le aggressioni contro chi espone, come suo diritto, i simboli della propria appartenenza.
Nessun’altra minoranza etnica o religiosa è soggetta a una situazione simile, qualcosa su cui riflettere.
La recente approvazione al Senato del disegno di legge sull’antisemitismo, che recepisce una formulazione internazionale, ha mostrato una sinistra riluttante e ambigua.
Insomma, sembra di capire che vada bene così.

(InOltre, 1 maggio 2026)

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La nuova «normalità» che incute timore

Quali sono state le ripercussioni del 7 ottobre 2023 e dei recenti sviluppi in Medio Oriente? Il nuovo rapporto sulla situazione del Consiglio Centrale degli Ebrei in Germania

di Katrin Richter 

Erano circa le 3.30 di lunedì mattina, quando una pattuglia della polizia a Cottbus ha scoperto una svastica di 1,50 metri per 1 metro sulla sinagoga. Il simbolo di estrema destra è stato ricoperto e nel corso della giornata è stato rimosso. Già tre giorni prima erano state trovate scritte antisemite sulla sinagoga.
Nel quartiere berlinese di Pankow, domenica scorsa, un graffito incitava all’omicidio degli ebrei; nel dicembre 2025 un uomo ha minacciato attentati davanti alla sinagoga di Hanau; una settimana dopo, il rabbino della comunità è stato insultato da un gruppo di persone. Alla fine di settembre 2025, un ventiquattrenne è stato aggredito e insultato su un tram di Erfurt a causa della sua collana con la stella di David ben visibile.
Sono notizie come queste, che si accumulano con triste regolarità e a un ritmo sempre più rapido, a spaventare gli ebrei in Germania.
Una vita comunitaria in modalità di crisi. È questa la conclusione del terzo rapporto sulla situazione del Consiglio centrale degli ebrei, ora pubblicato.
Il sondaggio, a cui hanno partecipato 102 comunità ebraiche e associazioni regionali e che è stato condotto per la prima volta dopo i massacri di Hamas del 7 ottobre 2023 in Israele e la guerra che ne è seguita, mostra, secondo il rapporto: «Le comunità ebraiche operano in condizioni di sicurezza rafforzate in una situazione che non lascia presagire alcun allentamento della tensione. La situazione di sicurezza ha profonde ripercussioni sulla vita quotidiana, sul comportamento e sulla stabilità psichica degli ebrei in Germania.»
Si constata un aumento del senso di insicurezza, una diminuzione della solidarietà nella società civile, un calo della visibilità della vita ebraica e un peggioramento dei rapporti con le associazioni musulmane.

• La guerra con l’Iran ha portato «a un peggioramento della situazione di sicurezza».

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Josef Schuster

Il rapporto sulla situazione presentato fornisce anche spunti su come la situazione in Medio Oriente influisca sulla percezione della sicurezza: ad esempio, secondo il 66% degli intervistati, il cessate il fuoco tra Israele e l’organizzazione terroristica Hamas nell’ottobre 2025 «non ha portato a un miglioramento della percezione della sicurezza». «Il 13% riferisce addirittura di un peggioramento». La guerra in Iran ha portato, secondo circa il 62% degli intervistati, «a un peggioramento della situazione di sicurezza».
Questo dato, afferma il presidente del Consiglio centrale Josef Schuster, dimostra chiaramente: «La guerra in Medio Oriente è sempre stata solo un pretesto, mai una ragione per gli attacchi antisemiti e l’incitamento all’odio in Germania. La guerra di Israele contro il regime dei mullah è un nuovo pretesto di questo tipo per un antisemitismo dilagante».
Dal massacro perpetrato dall’organizzazione terroristica Hamas il 7 ottobre 2023, gli episodi antisemiti contro le comunità sono aumentati continuamente. Se nel 2023 le comunità colpite erano ancora 32, il numero è salito a 43 nel 2024 e a 46 nel 2026.
La maggior parte di questi episodi (64%) è costituita da insulti antisemiti o comportamenti provocatori, seguiti da ostilità o commenti di odio sui social media (62%), telefonate minacciose o lettere antisemite (49%) e danni alla proprietà o scritte sui muri degli edifici (49%). Le proteste contro le comunità o le manifestazioni che si svolgono consapevolmente nelle loro vicinanze rappresentano il 28% degli episodi.
Molti aspetti dei risultati del rapporto sulla situazione sono allarmanti: il fatto che i giovani e i bambini debbano nascondere la propria identità, che la vita ebraica venga estromessa dallo spazio pubblico, che la solidarietà da parte della popolazione civile stia diminuendo. Il presidente del Consiglio centrale Josef Schuster sottolinea questo calo: «Il sostegno percepito da parte della società civile è crollato dal 62% a un allarmante 35% dal 7 ottobre. Laddove sarebbe necessario un maggiore coraggio civile, assistiamo a un calo.»

• La richiesta di sostegno psicosociale è aumentata nel 63% delle comunità.
  C'è grande soddisfazione (91%) da parte delle comunità per quanto riguarda la collaborazione con le autorità di sicurezza. Nel 2026, la vita religiosa e sociale potrà continuare nel 95% delle comunità «nonostante limitazioni puntuali come la cancellazione di eventi». Nel 2023, secondo la prima indagine, questo era il caso nel 73% delle comunità.
Si registra un rafforzamento del senso di comunità, tuttavia la situazione stressante causata dai continui episodi di antisemitismo si ripercuote sulla salute mentale dei collaboratori delle comunità ebraiche. Oltre il 90% sarebbe visibilmente stressato dalla situazione, molti dirigenti adatterebbero la loro vita quotidiana alla crescente minaccia, non indosserebbero simboli ebraici riconoscibili o sarebbero più vigili nel loro ambiente. La richiesta di sostegno psicosociale è aumentata nel 63% delle comunità.
È una «nuova normalità», afferma Josef Schuster, che si sta sviluppando in «una grave situazione di sicurezza». Una situazione in cui le comunità ebraiche devono essere protette costantemente e l’antisemitismo, come parte dello spazio pubblico, ha subito una normalizzazione. Ora nemmeno i graffiti che nel centro di Berlino incitano apertamente all’omicidio degli ebrei scatenano una tempesta di indignazione. Queste condizioni sono insostenibili.

(Jüdische Allgemeine, 1 maggio 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)

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Un'azienda israeliana contribuisce alla difesa contro i droni

I droni rappresentano una minaccia sempre più grave. Sono facili da acquistare e spesso costano solo poche centinaia di euro. Con un po' di competenza tecnica possono essere trasformati in armi letali.

di Jörn Schumacher

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Un sistema per l'identificazione dei droni, sviluppato dall'azienda israeliana Sentrycs

Da tempo anche i terroristi utilizzano droni disponibili in commercio per i loro attacchi. Già nel 2015, ad esempio, del materiale radioattivo è stato trasportato con un drone sul tetto dell'ufficio del Primo Ministro giapponese. Il gruppo terroristico “Al-Qaeda” ha tentato di compiere attentati con i droni durante i Giochi Olimpici del 2016 a Rio de Janeiro. Anche l’organizzazione “Boko Haram” ha utilizzato i droni per la sorveglianza quasi dieci anni fa, al fine di raccogliere informazioni su obiettivi militari e civili.
Durante l'attacco di Hamas contro Israele del 7 ottobre 2023, i terroristi hanno impiegato droni modificati per realizzare terribili video di propaganda, mettere fuori uso i sistemi di protezione delle frontiere o uccidere persone con mitragliatrici telecomandate. Le forze armate ucraine utilizzano i droni nella guerra con la Russia per la ricognizione e la guida dell'artiglieria e, secondo le loro stesse dichiarazioni, hanno inoltre dimostrato il potenziale militare dei droni di consumo.

• Assunzione del controllo dei droni
  La tecnologia dell'azienda israeliana “Sentrycs” è già in uso in oltre 25 paesi per la protezione di infrastrutture critiche come aeroporti e basi militari. Si basa su una tecnica denominata “Cyber-over-RF-Technology” (CoRF). In parole semplici, questo descrive il metodo per lanciare attacchi informatici direttamente in un sistema bersaglio tramite onde radio.
La tecnica utilizza le interfacce radio di un dispositivo come porta d'accesso, ovvero Wi-Fi, Bluetooth, comunicazioni satellitari, rete mobile o frequenze radio militari specializzate. In linea di principio, l'aggressore invia onde radio volte a sfruttare una vulnerabilità nel chipset radio o nel driver del dispositivo bersaglio. Se l'acquisizione ha successo, può eseguire comandi e assumere il controllo del drone.
Ciò consente il rilevamento e l'inseguimento di droni non autorizzati, nonché misure di difesa mirate. Il sistema permette agli utenti di assumere il controllo dei droni sconosciuti per guidarli in sicurezza e farli atterrare in aree designate. Non vengono utilizzati jammer né misure cinetiche come l'intercettazione tramite reti. Ciò comporta infatti il rischio che i droni precipitino in modo incontrollato. Questo rende la tecnologia interessante per l'impiego in aree densamente popolate o in luoghi molto frequentati.
Secondo la rivista economica israeliana «Globes», i sistemi «Sentrycs» dovrebbero essere utilizzati già prima dei Mondiali di calcio di quest'anno in tutte le 16 sedi del grande torneo, per garantire la sicurezza di milioni di spettatori negli stadi, nelle fan zone e in altri luoghi di ritrovo.

• Sicurezza nelle carceri e durante i grandi eventi
  La tecnologia dell’azienda con sede a Tel Aviv viene impiegata, tra l’altro, per la sicurezza delle carceri. Qui viene utilizzata contro i droni che contrabbandano droga, armi o cellulari. Inoltre, consente il rapido rilevamento, l’inseguimento e la difesa dai droni nelle regioni di confine.
Come ulteriore campo di applicazione, l'azienda cita la protezione di grandi eventi da attacchi non autorizzati con droni. Per ovvie ragioni, l'azienda non fornisce dettagli sul funzionamento della tecnologia. Si limita a dire che funziona in modo completamente autonomo e non richiede un monitoraggio costante, né è necessaria una linea di vista.
L'azienda comunica: «I recenti incidenti, come il tentato attentato contro il presidente venezuelano e l'impiego di droni durante gli Europei di calcio a Belgrado, evidenziano i rischi. Eventi di alto profilo come i Giochi Olimpici, matrimoni all'aperto, funerali e concerti sono potenziali obiettivi».
Il sistema «Sentrycs» viene installato su un treppiede in un punto di osservazione strategico, ad esempio su un tetto con vista sul luogo dell’evento. Il sistema è operativo in pochi minuti. È possibile anche la geolocalizzazione precisa dei piloti dei droni, anche di quelli che decollano al di fuori dell’area dell’evento.

• Acquisita da un'azienda americana
  A novembre, l'azienda statunitense “Ondas” ha acquisito l'azienda israeliana “Sentrycs”. La tecnologia di difesa dai droni potrebbe aiutare a respingere gli attacchi dei droni, ad esempio durante i Mondiali di calcio negli Stati Uniti, in Canada e in Messico nel giugno e luglio 2026.
“Stiamo assistendo a una crescente domanda di soluzioni di sicurezza integrate e multistrato in grado di respingere sia le minacce provenienti dall'alto che da terra”, ha affermato Oshri Lugassy, co-direttore di “Ondas Autonomous Systems”.
“Ondas” è un fornitore leader di droni autonomi. Secondo quanto dichiarato dall'azienda, i clienti provengono dai settori ferroviario, energetico, della sicurezza pubblica, delle infrastrutture critiche e governativo.

(Israelnetz, 30 aprile 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)

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Dal caso Bondì agli “ebrei picchiatori”: è già partita l’imputazione collettiva

Il caso Bondì riapre una questione che va oltre la cronaca: il modo in cui il circuito mediatico italiano racconta gli ebrei dal 7 ottobre in poi, dal titolo del Fatto Quotidiano sugli “ebrei picchiatori” agli account che lo hanno amplificato.

di Filippo Piperno

Nel giorno in cui viene fermato un ventunenne della comunità ebraica romana per la sparatoria del 25 aprile, sui social torna a circolare con rinnovato entusiasmo un’inchiesta del Fatto Quotidiano dell’ottobre 2025. Il titolo: “Tra gli ebrei della capitale ci sono cento picchiatori.”
Un titolo che non sarebbe mai stato scritto sostituendo “ebrei” con qualsiasi altra minoranza. Lo stesso circuito mediatico che oggi amplifica quell’inchiesta senza battere ciglio è il medesimo che insorge — e giustamente — quando un giornale di destra titola “un tunisino accoltella” o “immigrato aggredisce”: in quel caso il meccanismo dell’imputazione collettiva viene riconosciuto, denunciato, sanzionato.
Nel caso degli ebrei, non scatta nessun allarme. Il titolo passa, viene rilasciato, amplificato sui social senza che nessuno sollevi l’obiezione più ovvia.
Non è un’eccezione. Dal 7 ottobre 2023 in poi si è consolidato in Italia un costume mediatico preciso: quello di applicare agli ebrei standard che non si applicherebbero a nessun altro gruppo. Non nelle frange estreme, non negli angoli bui della rete. Nel circuito principale dell’informazione e del commento pubblico.
Questo non accade nel vuoto. Secondo i dati dell’Osservatorio Antisemitismo della Fondazione CDEC, nel 2025 sono stati registrati 963 episodi di antisemitismo in Italia, contro gli 877 del 2024, i 453 del 2023 e i 241 del 2022. Una curva di crescita costante e ripida, che coincide con l’apertura del conflitto a Gaza.
Il 7 ottobre 2023 ha generato in Italia un clima di accettazione sociale per i pregiudizi e gli stereotipi contro gli ebrei come non si viveva dalla fine della seconda guerra mondiale. Non è una valutazione politica: è la conclusione di ricercatori che catalogano episodi concreti, misurabili, documentati.
“Si usa il paravento della critica a Israele per giustificare comportamenti apertamente antisemiti”, denuncia il ricercatore Stefano Gatti del CDEC. Aggiunge: “Nel frattempo, le scuole ebraiche sono bunker protetti, mentre le altre no.”
Il termine “sionista” viene sistematicamente svuotato del suo significato storico e politico e trasformato in una categoria demonizzante, nella quale confluiscono i classici stereotipi dell’immaginario antiebraico: complotto, dominio, crudeltà, disumanizzazione. Un meccanismo che colpisce indistintamente ebrei reali o presunti, sempre percepiti come responsabili collettivi.
È in questo contesto che va letto quel titolo del Fatto e quelli che oggi corrono a rilanciarlo. Non come una svista, non come un eccesso di titolazione. Come un sintomo di un ambiente nel quale etichettare una comunità con un attributo criminale è diventato praticabile, accettabile, non sanzionato — e anzi condivisibile.
Il caso Bondì sta già alimentando lo stesso meccanismo in direzione inversa. Un giovane appartenente alla comunità ebraica compie un atto di violenza e lo rivendica — falsamente — a nome della Brigata Ebraica. La Brigata smentisce con fermezza, annuncia azioni legali, esprime orrore.
Quello che accadrà, quello che sta già accadendo è l’utilizzo di questo episodio di cronaca — esplicitamente o per allusione — per validare retrospettivamente una narrativa già pronta: quella dell’ebreo violento, dell’ebreo armato, dell’ebreo che porta la guerra nelle strade italiane.
La storia conosce questo meccanismo. Nel 1938 Herschel Grynszpan, un diciassettenne ebreo, uccise a Parigi un diplomatico tedesco. La propaganda nazista trasformò quell’atto individuale e disperato nella prova di una minaccia collettiva, e lo usò come pretesto per la Notte dei Cristalli. Il parallelo non è con ciò che accade oggi — i contesti non sono comparabili. Il parallelo è con il meccanismo: prendere il gesto di un singolo e farne la conferma di un’accusa che riguarda tutti.
Resta una domanda senza risposta: perché lo stesso meccanismo che scandalizzerebbe chiunque se applicato a qualsiasi altra minoranza, applicato agli ebrei non scandalizza nessuno. Non è una domanda retorica. È un test. E per ora è fallito.

(InOltre, 30 aprile 2026)

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Medici Senza Frontiere sotto accusa. In discussione neutralità, personale e silenzi su Hamas

Un’indagine di NGO Monitor sostiene che MSF abbia amplificato accuse contro Israele ignorando la militarizzazione degli ospedali e impiegando staff con legami a gruppi armati

di Alessandro Carmi

Un’organizzazione che ha costruito la propria autorevolezza sulla neutralità e sull’urgenza della cura si trova oggi al centro di una contestazione che riguarda proprio quei principi, perché il nuovo rapporto pubblicato da NGO Monitor nel aprile 2026 descrive una trasformazione profonda di Médecins Sans Frontières, accusata di avere progressivamente smesso di operare come attore umanitario imparziale per assumere un ruolo attivo nel conflitto sul piano comunicativo e politico. La portata delle accuse non sta soltanto nei singoli episodi, ma nella loro sistematicità, che secondo gli autori del rapporto segnerebbe un cambio di natura dell’organizzazione.
Il documento, lungo trentatré pagine, sostiene che MSF abbia utilizzato in modo estensivo e reiterato il termine “genocidio” per descrivere le operazioni israeliane a Gaza tra l’ottobre 2023 e il marzo 2026, con oltre duecentosettanta occorrenze registrate nelle comunicazioni ufficiali e nei canali pubblici, mentre la stessa definizione non compare in relazione ad altri conflitti contemporanei caratterizzati da livelli di violenza elevatissimi, come quello in Sudan o in Siria. Questo scarto, secondo gli autori, non sarebbe spiegabile con la sola differenza di contesto, ma indicherebbe una scelta deliberata di linguaggio che finisce per orientare la percezione internazionale.
A rafforzare questa interpretazione intervengono anche voci interne alla storia dell’organizzazione. Alain Destexhe, già segretario generale negli anni Novanta, ha parlato in un’analisi recente di una perdita della neutralità originaria e di un uso del lessico umanitario come strumento di pressione politica, una lettura che trova eco nelle osservazioni della dottoressa Karine Toledano, coautrice dello studio, secondo cui il doppio standard applicato a Israele si inserisce in una dinamica più ampia riconducibile a forme contemporanee di ostilità.
Il rapporto insiste poi su un altro punto che incide direttamente sulla credibilità operativa, quello della presenza di personale con legami documentati a organizzazioni armate. Tra i casi citati compare quello di Fadi al-Wadiya, fisioterapista legato a MSF per diversi anni e indicato dalle autorità israeliane come parte di un’unità missilistica della Jihad islamica palestinese, così come Mahmoud Abu Nujaila, associato a strutture sanitarie riconducibili al Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, e Nasser Hamdi al-Shalfouh, identificato come tiratore scelto di Hamas. Non si tratta, secondo l’indagine, di episodi isolati, ma dell’effetto di procedure di reclutamento che avrebbero evitato verifiche approfondite sul personale locale, lasciando margini a infiltrazioni.
Un ulteriore elemento riguarda il comportamento dell’organizzazione nei contesti ospedalieri della Striscia, dove numerose fonti indipendenti, incluse indagini dell’esercito israeliano e analisi di centri di ricerca occidentali, hanno documentato la presenza di infrastrutture militari all’interno o in prossimità di strutture sanitarie. Il rapporto accusa MSF di avere mantenuto un silenzio sistematico su queste pratiche, pur operando in quei luoghi e pur essendo a conoscenza di aree interdette e di attività incompatibili con la funzione civile degli ospedali. Solo nel febbraio 2026, in seguito a episodi ritenuti non più ignorabili, l’organizzazione ha sospeso le attività presso l’ospedale Nasser a Khan Yunis, citando la presenza di uomini armati, intimidazioni e movimenti sospetti di armi.
La gestione dell’informazione rappresenta un altro nodo critico. Il rapporto ricostruisce il ruolo di MSF nelle prime ore successive all’esplosione dell’ospedale al-Ahli nell’ottobre 2023, quando l’organizzazione ha attribuito la responsabilità a Israele prima che successive indagini internazionali indicassero con maggiore probabilità un razzo partito dalla Striscia stessa. L’assenza di una correzione pubblica viene indicata come un esempio di come dati non verificati possano essere rilanciati e consolidati nel dibattito globale.
In questo quadro si inserisce anche l’uso delle cifre sulle vittime, spesso basate sui dati del ministero della Salute di Gaza, controllato da Hamas e privo di distinzione tra civili e combattenti. Diversi centri di analisi, tra cui il Washington Institute, hanno segnalato incongruenze metodologiche, soprattutto nelle fasi in cui il sistema sanitario locale era compromesso e le informazioni venivano integrate attraverso fonti mediatiche.
MSF non ha accettato questa ricostruzione e continua a difendere il proprio operato, sostenendo di agire esclusivamente in base a criteri medici e umanitari, ma il confronto aperto da questo rapporto pone una questione che va oltre il caso specifico. Quando un’organizzazione costruita sulla fiducia internazionale viene percepita come parte di una dinamica conflittuale, la sua capacità di operare sul terreno rischia di essere compromessa, perché la neutralità non è soltanto un principio dichiarato, ma una condizione concreta che deve essere riconosciuta da tutti gli attori coinvolti.
Il punto, alla fine, riguarda la tenuta di uno spazio umanitario che negli ultimi anni si è fatto sempre più fragile, stretto tra esigenze operative, pressioni politiche e guerre che tendono a inglobare ogni ambito della vita civile. In questo spazio, ogni ambiguità pesa più del solito, perché può trasformarsi rapidamente in perdita di credibilità, e senza credibilità anche l’azione più necessaria rischia di perdere efficacia.

(Setteottobre, 30 aprile 2026)

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Due ebrei accoltellati a Londra: cresce l’allarme sicurezza nelle comunità ebraiche europee

Un uomo armato di coltello è stato visto correre per la strada prima di colpire le due vittime. Secondo le testimonianze raccolte, il primo attacco è avvenuto all’esterno di un negozio, mentre il secondo si è consumato poco distante, su una strada laterale nei pressi di una sinagoga.

di Anna Balestrieri

Un grave episodio di violenza ha scosso il quartiere di Golders Green, nel nord di Londra, dove due uomini ebrei sono stati accoltellati in pieno giorno. Secondo quanto riportato dalla BBC, le vittime versano in condizioni serie, mentre il primo ministro Starmer ha definito l’accaduto “assolutamente terrificante”.
Le vittime, un uomo sulla settantina e uno sulla trentina, risultano ora ricoverate ma in condizioni stabili, secondo fonti di polizia, in un aggiornamento più recente rispetto alle prime notizie.

• Dinamica dell’attacco
  L’aggressione si è verificata lungo Golders Green Road, cuore di una delle comunità ebraiche più numerose del Regno Unito. Un uomo armato di coltello è stato visto correre per la strada prima di colpire le due vittime. Secondo le testimonianze raccolte, il primo attacco è avvenuto all’esterno di un negozio, mentre il secondo si è consumato poco distante, su una strada laterale nei pressi di una sinagoga.
L’aggressore è stato prontamente fermato grazie all’intervento congiunto di membri di un gruppo di sicurezza ebraico locale e delle forze di polizia. La rapidità della risposta ha probabilmente evitato un bilancio ancora più grave, anche se restano da chiarire movente e circostanze precise.
La polizia, una volta giunta sul posto, ha utilizzato un taser per neutralizzare l’aggressore, dopo che membri del gruppo di sicurezza ebraico locale erano già intervenuti.
L’uomo fermato è un 45enne arrestato con l’accusa di tentato omicidio, secondo quanto riferito dalla polizia metropolitana, ed è sospettato anche di aver tentato di accoltellare alcuni agenti intervenuti sul posto.

• Un contesto già segnato da tensioni
  L’episodio si inserisce in un contesto di crescente preoccupazione per la sicurezza nel quartiere. L’attacco è avvenuto a poche centinaia di metri da recenti episodi di violenza e vandalismo, che avevano già colpito simboli e infrastrutture della comunità ebraica.
Solo il mese scorso, un incendio doloso aveva preso di mira quattro ambulanze dell’organizzazione Hatzola parcheggiate nei pressi di una sinagoga. Ancora più recente, un muro commemorativo dedicato alle vittime del 7 ottobre e ai manifestanti iraniani uccisi dal regime era stato dato alle fiamme appena il giorno precedente.
La vicinanza temporale e geografica di questi eventi alimenta il timore di una escalation mirata, anche se al momento non sono state confermate connessioni dirette tra gli episodi.

• Reazioni e interrogativi
  In assenza di dichiarazioni ufficiali, resta aperto il dibattito sulla natura dell’attacco. La scelta del luogo e delle vittime suggerisce il movente antisemita, tema che negli ultimi anni ha assunto crescente rilevanza in diverse città europee.
Le organizzazioni della comunità ebraica locale hanno più volte denunciato un aumento degli atti ostili, chiedendo maggiore protezione e interventi più incisivi da parte delle autorità.
Le indagini sono state affidate a unità antiterrorismo, impegnate a verificare eventuali legami dell’aggressore con reti estremiste o moventi ideologici.
Il primo ministro britannico Keir Starmer ha definito l’accaduto “un attacco antisemita assolutamente sconvolgente”, sottolineando che “un attacco alla comunità ebraica è un attacco alla Gran Bretagna”.
Anche il sindaco di Londra Sadiq Khan ha condannato l’episodio, ribadendo che “non c’è posto per l’antisemitismo nella società”.

• Sicurezza e convivenza sotto pressione
  La comunità ebraica britannica conta circa 300.000 persone, con Golders Green tra i suoi principali centri, caratterizzato da scuole, sinagoghe e attività commerciali kosher.
L’aggressione di Golders Green rappresenta l’ennesimo campanello d’allarme in un clima già teso. La sicurezza delle minoranze religiose torna al centro del dibattito pubblico, mentre le istituzioni sono chiamate a rispondere con misure concrete per prevenire ulteriori episodi di violenza.
Secondo il Community Security Trust, gli episodi antisemiti nel Regno Unito hanno raggiunto quota 3.700 nel 2025, più del doppio rispetto al 2022, evidenziando una crescita significativa dopo gli eventi del 7 ottobre 2023 e la guerra a Gaza.
Le autorità stanno inoltre valutando se alcuni dei recenti attacchi incendiari possano essere riconducibili a proxy legati all’Iran, un elemento che, se confermato, amplierebbe la portata geopolitica della vicenda.
Nel frattempo, la comunità resta in attesa di aggiornamenti sulle condizioni dei feriti e sull’evoluzione delle indagini, in un contesto in cui la paura rischia di incrinare ulteriormente il fragile equilibrio della convivenza urbana.

(Bet Magazine Mosaico, 30 aprile 2026)

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La Renania Settentrionale-Vestfalia vuole vietare il commercio di documenti sull’Olocausto

Lettere dai campi di sterminio, «stelle di David» e tessere della Gestapo: la Nordrhein-Westfalen  (NRW) intende impedire che tali testimonianze personali del terrore nazista continuino a essere oggetto di commercio.

A seguito delle proteste internazionali, è stata bloccata una prevista asta di testimonianze dell’Olocausto. Ora la NRW si impegna a favore di un divieto generale del commercio di oggetti personali delle vittime del nazismo. Il governo regionale presenterà alla prossima seduta del Bundesrat, l'8 maggio, un disegno di legge volto a vietare il commercio di documenti delle vittime della dittatura nazista.
L'iniziativa è stata innescata da un'asta a Neuss, vicino a Düsseldorf, nel novembre 2025, fermata all'ultimo momento, in cui dovevano essere messi all'asta più di 600 documenti del periodo nazista. Tra questi c'erano lettere provenienti dai campi di concentramento, schede della Gestapo e altri documenti. Molti pezzi contenevano informazioni personali e nomi delle persone coinvolte. Secondo il catalogo online, dovevano essere messi all'asta anche un manifesto di propaganda antiebraica e una «stella ebraica» («stella gialla») proveniente dal campo di concentramento di Buchenwald con «segni di usura».
Circa 460 oggetti sono stati trasferiti alla Fondazione Auschwitz-Birkenau dopo l’annullamento dell’asta. Le testimonianze dell’Olocausto erano state consegnate alla Fondazione di Varsavia dal presidente del Landtag della NRW, André Kuper. Da lì, i documenti dovrebbero essere trasmessi a luoghi della memoria adeguati. Secondo quanto riferito dal Landtag della NRW, per l’acquisto dei documenti inviati a Varsavia non sono stati utilizzati fondi pubblici, ma sono stati trovati dei donatori.

• Proteggere la dignità delle vittime
  «Quando la memoria diventa merce, la dignità vacilla», ha spiegato il ministro per gli Affari federali della NRW, Nathanael Liminski (CDU). Di continuo, i diari delle persone perseguitate, le lettere dai campi di concentramento o le cosiddette «stelle di David» vengono commercializzati come oggetti di culto. Per proteggere la memoria e la dignità delle vittime, questo commercio dovrebbe essere vietato in futuro.
«Perché questi cimeli, direttamente collegati alla tirannia nazista, non sono curiosità da catalogo, ma testimoni silenziosi di un crimine organizzato dallo Stato», ha affermato Liminski, che è anche capo della Cancelleria di Stato della Renania Settentrionale-Vestfalia. La storia, tuttavia, non è una merce, ma una missione.
Il ministro della Giustizia della NRW Benjamin Limbach (Verdi) ha parlato di una situazione giuridicamente insostenibile. Chi vende propaganda nazista viene punito, ma chi trae profitto dagli oggetti personali delle vittime del nazismo rimane finora impunito. «Dobbiamo colmare questa lacuna adesso». Finora le autorità potevano solo stare a guardare mentre venivano commercializzati oggetti appartenuti alle vittime del nazismo. Con l’iniziativa del Bundesrat si dispone ora dello strumento giuridico «per porre fine a questi affari di cattivo gusto».

• Musei, archivi e biblioteche
  Il disegno di legge prevede un divieto generale del commercio di oggetti che abbiano un riferimento diretto alle vittime della dittatura nazista e al loro destino di persecuzione. Tra questi rientrano documenti ufficiali, lettere, diari e oggetti personali come capi di abbigliamento contrassegnati dalla «stella di David» o da un triangolo.
Allo stesso tempo, il progetto garantisce che l’acquisto e la vendita rimangano possibili a determinate condizioni. Musei, archivi e biblioteche che si impegnano a preservare la memoria delle vittime del nazionalsocialismo sono infatti esclusi dal divieto di commercio. Ciò vale anche per casi di interessi legittimi, ad esempio nell’ambito della ricerca scientifica o dell’elaborazione storica.
Dare un segnale a 81 anni dalla liberazione di Auschwitz
Il direttore generale della Fondazione Auschwitz-Birkenau, Wojciech Soczewica, ha accolto con favore l’iniziativa della NRW volta a «preservare una parte particolarmente dolorosa della storia». Tra qualche anno non ci saranno più testimoni oculari. È quindi tanto più importante preservare i documenti che costituiscono anche «prova dei crimini», ha dichiarato Soczewica alla Deutsche Presse-Agentur.

• Confronto critico
  Esiste un mercato molto ampio per questi documenti. Se queste testimonianze finissero in mani private, il destino delle vittime assassinate nei campi di concentramento, di sterminio e nei ghetti non sarebbe documentato in modo completo. «È nostro dovere nei confronti dei discendenti assicurarci che questi nomi vengano conservati o portati alla luce», ha affermato Soczewica.
Egli spera che l’iniziativa della Renania del Nord-Westfalia porti anche a un confronto critico a livello europeo sul commercio dei documenti nazisti. Questo commercio, infatti, esiste in molti paesi. «A 81 anni dalla liberazione di Auschwitz, è necessario dare un segnale forte. È giunto il momento.»

(Israelnetz, 30 aprile 2026)

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«La guerra di liberazione» non è finita, afferma il capo dell’IDF

Il generale Eyal Zamir avverte che la campagna militare su più fronti di Israele contro l’Iran e i suoi alleati potrebbe protrarsi fino al 2026.

di Ryan Jones

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Eyar Zamir, capo di Stato Maggiore dell'IDF

GERUSALEMME - La “guerra di liberazione” di Israele non sta volgendo al termine: è quanto ha avvertito lunedì il capo di Stato Maggiore dell'IDF, il tenente generale Eyal Zamir, informando gli alti comandanti che il Paese deve prepararsi a combattimenti su più fronti che si protrarranno fino alla fine del 2026.
Durante una conferenza militare presso la base aerea di Ramat David, Zamir ha affermato che l’IDF è impegnata in una guerra regionale in corso sin dal massacro guidato da Hamas del 7 ottobre 2023.
«Continuiamo a essere preparati e vigili per ogni scenario in tutti i settori», ha detto, sottolineando che Israele opera ancora su più fronti.
L’avvertimento riflette la realtà strategica con cui Israele si confronta da più di due anni: Gaza non è separabile dal Libano, il Libano non è separabile dall’Iran, e l’Iran non è solo un lontano sostenitore. È il centro organizzativo di una macchina da guerra regionale orientata alla pressione, al logoramento e all'accerchiamento – e tutto questo con un unico obiettivo finale: la distruzione dello Stato ebraico.
Zamir ha spiegato che dall'7 ottobre l'IDF ha sviluppato una nuova dottrina di sicurezza, che include l'istituzione di zone cuscinetto vicino alle comunità a rischio nel nord e nel sud. Israele deve essere pronto a rimanere in queste aree fino a quando non sarà garantita la sicurezza a lungo termine delle comunità di confine.
Questa è la lezione del 7 ottobre in parole chiare: le promesse non sono difese. Lo sono invece la profondità, il controllo e la deterrenza.
Zamir ha inoltre collegato gli attuali sforzi diplomatici nei confronti dell’Iran, del Libano e di Hamas ai successi militari delle forze armate israeliane.
Per quanto riguarda l’Iran, Zamir ha elogiato l’operazione “Leone Ruggente” e ha dichiarato che Israele ha ottenuto “successi senza precedenti” ed eliminato minacce esistenziali emergenti. Ha inoltre sottolineato la stretta collaborazione militare con gli Stati Uniti, descrivendo l’operazione congiunta come straordinariamente sincronizzata.
Il primo ministro Benjamin Netanyahu, intervenuto anch’egli alla conferenza, si è concentrato sul Libano e su Hezbollah, affermando che Israele si riserva la libertà d’azione necessaria per sventare sia le minacce immediate che quelle emergenti.
Ha osservato che gli arsenali di missili a lungo raggio di Hezbollah sono stati fortemente indeboliti e che il gruppo possiede ora circa il 10% dei missili di cui disponeva all’inizio della guerra.
Tuttavia, Netanyahu ha avvertito che i missili e i droni rimanenti di Hezbollah continuano a rappresentare una minaccia per gli abitanti del nord.
La sobria conclusione di entrambi gli uomini è questa: Israele ha ottenuto molto, ma la guerra non è ancora finita.
Il nemico ha ancora missili. L’Iran ha ancora suoi rappresentanti. E gli israeliani hanno ancora comunità da difendere.
Israele continua a combattere la sua guerra di liberazione.

(Israel Heute, 29 aprile 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)

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Aoun bluffa su Hezbollah. Lapid-Bennett, fronte fragile 

Il presidente libanese vedrà Bibi? Intanto non disarma i terroristi. I sondaggi bocciano l'asse anti-Netanyahu in vista delle elezioni. 

di Giuseppe Kalowski 

TEL AVIV - Lo Stato di Israele è oggi esposto a una molteplicità di rischi che non arrivano soltanto dai nemici più o meno prossimi in Medio Oriente. Nelle ultime ore, ad esempio, sono circolate notizie di episodi di ostilità antisemita a Marrakech nei confronti di ebrei ortodossi americani in visita a luoghi religiosi, con manifestazioni degenerate fino al rogo di una bandiera israeliana. Episodi che, pur lontani dal fronte diretto, contribuiscono a un clima generale di tensione. 
  Sul piano militare, il cessate il fuoco con il Libano appare ogni giorno meno come una vera tregua e sempre più come una pausa utile a Hezbollah per riorganizzarsi. Israele, dal canto suo, si limita a una strategia di contenimento nel sud del Libano, senza poter avviare un'offensiva su larga scala. Una scelta non solo militare ma anche politica: l'Amministrazione di Donald Trump spinge per mantenere aperto un canale negoziale con l'Iran, e una ripresa piena delle ostilità rischierebbe di far saltare trattative ancora in fase embrionale tra Washington e Teheran. 
  Nel frattempo, Benjamin Netanyahu è tornato in tribunale, dopo due mesi di pausa dovuta alla guerra, per testimoniare nel processo per frode e corruzione che lo coinvolge dal 2020. Parallelamente prende corpo, almeno sul piano teorico, l'ipotesi di un incontro di Netanyahu con il presidente libanese Michel Aoun alla Casa Bianca, su spinta americana. Esistono già contatti a livello diplomatico a Washington, ma immaginare un accordo di pace nel breve termine resta, ad oggi, un'ipotesi decisamente ottimistica. La posizione di Aoun è tra le più complesse. È perfettamente consapevole che il Libano è, di fatto, ostaggio di Hezbollah e di una componente politica sciita che guarda apertamente a Teheran, da cui riceve supporto militare ed economico. Questo si traduce in un continuo oscillare: da un lato afferma che trattare con Israele non è un tradimento, dall'altro ribadisce che il Libano non accetterà umiliazioni. Ma la realtà è che il governo libanese non è in grado di imporre il disarmo di Hezbollah, né di far rispettare pienamente gli accordi sul ritiro a nord del Litani. Infine, resta da osservare il comportamento dell'Egitto, che negli ultimi giorni ha condotto esercitazioni militari dal chiaro sapore provocatorio nei pressi del confine israeliano, sollevando interrogativi sulle reali intenzioni del presidente Abdel Fattah al-Sisi. 
  A tutto questo si sommano le tensioni interne israeliane. Il sistema politico si avvicina a nuove elezioni entro fine ottobre, e l'opposizione prova a riorganizzarsi. La novità più rilevante è la scelta del partito Yesh Atid, guidato da Yair Lapid, di unirsi con Naftali Bennett, già primo ministro nel 2021, tornato sulla scena politica dopo alcuni anni di assenza e considerato il possibile "ago della bilancia" capace di spostare gli equilibri elettorali. L'operazione nasce con l'obiettivo di rafforzare il fronte anti-Netanyahu, ma i primi sondaggi indicano un risultato inatteso: la lista unitaria non solo non porterebbe benefici significativi, ma potrebbe addirittura far perdere circa due seggi rispetto a una corsa separata. In un sistema proporzionale come quello israeliano, dove pochi seggi possono determinare la formazione di un governo, si tratta di un elemento decisivo. 

(Il Riformista, 29 aprile 2026)

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Il mondo ebraico prende le distanze e condanna l’autore degli spari a Roma

Le istituzioni ebraiche prendono le distanze dall’azione violenta commessa da un ragazzo ebreo di 21 anni al corteo del 25 aprile di Roma.
“Ci dissociamo e condanniamo”, dice Victor Fadlun, presidente della Comunità di Roma. “Provo orrore e condanno nella maniera più risoluta, e senza alcuna giustificazione, chiunque si permetta di usare il nome della Brigata Ebraica per compiere atti di violenza”, ha dichiarato Davide Riccardo Romano.

Non si placano l’indignazione e la condanna da parte del mondo ebraico del gesto violento commesso da un 21enne ebreo, Eitan Bondi, al Corteo di Roma del 25 aprile, durante il quale il ragazzo ha sparato con una pistola ad aria compressa a due militanti dell’Anpi, ferendoli leggermente.

• Victor Fadlun: “La Comunità di Roma condanna e si dissocia”
  “Il fermo di un ragazzo iscritto alla Comunità Ebraica di Roma per i fatti del 25 aprile ci riempie di sgomento e indignazione. La Comunità Ebraica di Roma condanna e si dissocia senza riserve da qualsiasi forma di violenza antidemocratica. Esprimiamo piena solidarietà e vicinanza ai feriti, Rossana Gabrieli e Nicola Fasciano. Esprimiamo fiducia nel lavoro della Procura e delle Forze dell’ordine affinché sia fatta piena luce sulla dinamica dei fatti e su ogni responsabilità”. Lo afferma in una nota Victor Fadlun, presidente della Comunità Ebraica di Roma. “In una fase così tesa – aggiunge – rivolgiamo un appello alle forze politiche e alla società civile a evitare ogni strumentalizzazione che possa alimentare l’odio e generare nuova violenza”.

• La Brigata Ebraica: “Non fa parte della nostra organizzaizone”
  “Siamo venuti a conoscenza dagli organi di stampa del fermo di Eitan Bondi che sarebbe l’autore dell’episodio violento commesso a Roma il 25 aprile. La Brigata Ebraica ribadisce con forza di non conoscerlo, non avere tra i suoi membri persone che rispondano a questo nome. Sottolinea anche di non aver alcun rappresentante della città di Roma”. Questo è quanto si legge in una nota della Brigata Ebraica dopo l’usicta della notizia che a sparare i colpi al corteo di Roma sia stato un ragazzo della Comunità Ebraica, Eitan Bondi, autodichiaratosi della Brigata Ebraica.
“Provo orrore e condanno nella maniera più risoluta, e senza alcuna giustificazione, chiunque si permetta di usare il nome della Brigata Ebraica per compiere atti di violenza -, ha dichiarato Davide Riccardo Romano -. La Brigata Ebraica ha combattuto per la libertà e la dignità umana. Strumentalizzarne il nome per giustificare o coprire comportamenti violenti è un oltraggio alla sua memoria e a tutti coloro che si sono sacrificati sotto quella bandiera.
Ringraziamo di tutto cuore le forze dell’ordine per aver agito con tale rapidità. La loro prontezza è un segnale importante e un messaggio chiaro: certi atti non devono essere tollerati. Ci riserviamo inoltre di adire a vie legali contro tutti quelli che usano e useranno il nome della Brigata Ebraica per accostarlo a questo atto vergognoso.
La violenza non ha mai fatto parte dei nostri valori e non li rappresenterà mai” .

(Bet Magazine Mosaico, 29 aprile 2026)

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Londra – Nuovo attacco antisemita: due feriti, un fermato

È di due feriti il bilancio di un’aggressione a colpi di coltello avvenuta mercoledì mattina a Golders Green, nella zona nord di Londra, uno dei quartieri a più alta densità ebraica della capitale inglese. Secondo l’organizzazione Shomrim di pattugliamento civile, attiva principalmente nelle zone abitate da haredim, l’obiettivo dell’aggressore, fermato da uomini di Shomrim e poi arrestato dalle forze dell’ordine, era di colpire chi identificato come ebreo tra i passanti. L’attacco, riportano gli organi di informazione, è avvenuto nelle vicinanze di una sinagoga. I feriti sono stati assistiti dalla organizzazione ebraica di volontariato Hatzola: a fine marzo, nello stesso quartiere, quattro ambulanze del servizio sono state date alle fiamme in un incendio doloso rivendicato dal gruppo sciita Ashab al-Yamin e definito «profondamente sconvolgente» dal premier Keir Starmer.
Appena ieri il Board of Deputies of British Jews ha annunciato per domenica 10 maggio la manifestazione contro l’odio antiebraico “Standing Strong. Extinguish Antisemitism” e di queste ore è anche la notizia, riportata tra gli altri dal Jewish Chronicle, dell’arresto di un 37enne con l’accusa di preparare azioni terroristiche. La Polizia antiterrorismo di Londra ha spiegato che il fermo è parte «di un’indagine in corso su una serie di attacchi contro locali legati alla comunità ebraica nel nord-ovest di Londra, un attacco a un’organizzazione mediatica in lingua persiana e il ritrovamento di barattoli contenenti una sostanza non pericolosa a Kensington Gardens».

(moked, 29 aprile 2026)

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La Bundeswehr rende omaggio a due israeliani

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Israeliani hanno ricevuto le croci al merito in una base aerea tedesca

BERLINO / GERUSALEMME  – La Bundeswehr tedesca ha reso omaggio a due funzionari del Ministero della Difesa israeliano. La Croce d’Onore è stata loro conferita in una base aerea in Germania, come ha comunicato martedì il Ministero. Il riconoscimento è stato assegnato per il ruolo di primo piano svolto nella fornitura del sistema di difesa Arrow 3 alla Germania.
La Croce d'Onore d'Oro è una delle più alte onorificenze militari della Repubblica Federale di Germania. Questa è stata conferita al direttore dell'Organizzazione Israeliana per la Difesa Missilistica (IMDO), Mosche Patel. Inoltre, il colonnello R. è stato insignito della Croce d'Onore d'Argento. Entrambi hanno svolto un ruolo centrale nel preparare il sistema di difesa e nel consegnarlo alla Germania pronto all'uso.
La cerimonia di premiazione è stata presieduta dal generale di brigata Arnt Kuebart, comandante delle unità terrestri del comando delle forze aeree. Era presente anche il colonnello Carsten Köpper, che per oltre tre anni ha guidato il programma dalla parte tedesca. Köpper ha affermato che la cerimonia sottolinea la profonda collaborazione tra i team e le nazioni.

In funzione da dicembre
  La Germania ha acquistato Arrow 3 da Israele nel dicembre 2025. L'acquisto faceva parte del più grande accordo di esportazione di armamenti nella storia israeliana.
La Croce d'Onore della Bundeswehr esiste dal 1980. Il riconoscimento viene conferito dal Ministro della Difesa federale.

(Israelnetz, 29 aprile 2026)

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I bambini nel nord di Israele: l’infanzia tra lezioni interrotte e rifugi

di Michelle Zarfati

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Nel nord di Israele, dove il cessate il fuoco avrebbe dovuto segnare un ritorno alla normalità, la realtà racconta tutt’altro. Nelle aule scolastiche e sugli autobus, bambini e insegnanti si ritrovano ancora a vivere scene di guerra, tra sirene, droni e paura.
  La fragile tregua con Hezbollah appare sempre più come una promessa mancata. Episodi recenti dimostrano che, nonostante le rassicurazioni ufficiali, il pericolo resta concreto e quotidiano. A pagarne il prezzo più alto sono i più piccoli.
  Neta, undici anni, è una delle tante voci che emergono da questa situazione. Durante il tragitto verso scuola, la sua routine si è trasformata improvvisamente in un incubo: sirene, ordini concitati e la necessità di sdraiarsi sul pavimento del bus mentre droni sorvolavano la zona. “Pensavo che un cessate il fuoco fosse diverso”, ha raccontato a Ynet, esprimendo una disillusione che va ben oltre la sua età.
  Scene simili si ripetono anche nelle scuole. In alcune aree vicino al confine, il tempo per raggiungere un rifugio è insufficiente: agli studenti viene quindi insegnato a sdraiarsi contro i muri e proteggere la testa. Una soluzione di emergenza che, però, non riesce a garantire un reale senso di sicurezza.
  Per i genitori, la scelta diventa insostenibile: mandare i figli a scuola, rischiando la loro incolumità, oppure tenerli a casa compromettendo il loro percorso educativo. “È irragionevole dover scegliere tra l’istruzione e la sicurezza dei miei figli”, racconta una madre, dopo aver ricevuto la foto del figlio disteso a terra in classe durante un allarme.
  Le conseguenze non sono solo fisiche, ma soprattutto psicologiche. Secondo operatori del settore, cresce tra i bambini un senso diffuso di sfiducia verso gli adulti e le istituzioni. Le promesse di sicurezza vengono percepite come fragili o addirittura ingannevoli, alimentando ansia e insicurezza.
  Il contesto regionale contribuisce a mantenere alta la tensione. Hezbollah continua a rappresentare una minaccia significativa lungo il confine settentrionale, con capacità militari in costante evoluzione e un arsenale in crescita. Questo scenario rende il cessate il fuoco più una pausa instabile che una reale soluzione.
  In questo equilibrio precario, la scuola – simbolo per eccellenza di normalità – si trasforma in un luogo ambiguo: spazio di apprendimento, ma anche di vulnerabilità. Per molti bambini del nord di Israele, l’infanzia si svolge così tra quaderni e rifugi improvvisati, tra lezioni interrotte e paura.
  E mentre il dibattito politico e militare continua, resta una domanda semplice e drammatica, pronunciata da un bambino al ritorno a casa: “Mamma, avevi detto che ero al sicuro. Non è vero”. Una frase che, più di ogni analisi, racconta il fallimento di una tregua che non riesce a proteggere chi ne avrebbe più bisogno.

(Shalom, 28 aprile 2026)

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Iron Dome negli EAU. La mossa di Israele nel Golfo

Per la prima volta una batteria operativa fuori dal Paese durante la guerra con l’Iran, tra cooperazione militare senza precedenti e nuovi equilibri regionali.

di Shira Navon

Nel pieno della guerra con l’Iran, mentre i riflettori erano puntati sui raid e sulle minacce incrociate, Israele ha compiuto una scelta potente e, a dir poco, insolita. Il dispiegamento operativo di una batteria Iron Dome negli Emirati Arabi Uniti segna, infatti, un salto di qualità nella cooperazione militare regionale e apre uno scenario che fino a pochi anni fa sarebbe stato semplicemente impensabile.
La notizia, riportata dal sito Axios attraverso il giornalista Barak Ravid, si basa su fonti israeliane e americane e descrive un’operazione decisa direttamente da Benjamin Netanyahu dopo un confronto con il presidente emiratino Mohammed bin Zayed, in un momento in cui gli Emirati si trovavano sotto pressione per una serie di attacchi iraniani che avevano messo alla prova i loro sistemi difensivi. La risposta è stata immediata e concreta, con l’invio non solo della tecnologia ma anche di personale delle Forze di Difesa Israeliane incaricato di gestire direttamente il sistema sul territorio.
È un passaggio che supera un confine politico prima ancora che militare, perché rappresenta la prima volta in cui il sistema Iron Dome viene utilizzato operativamente in un Paese arabo, al di fuori degli Stati Uniti, e introduce un livello di integrazione strategica che trasforma gli Accordi di Abramo da cornice diplomatica a infrastruttura di sicurezza condivisa. Non si tratta più soltanto di relazioni formali o di cooperazione economica, ma di un coordinamento diretto sul terreno in uno scenario di guerra.
Il contesto spiega la rapidità della decisione, perché secondo dati diffusi dalle autorità emiratine, l’Iran avrebbe lanciato centinaia di missili e migliaia di droni contro il Paese, mettendo sotto stress le difese locali e dimostrando la vulnerabilità anche di Stati dotati di sistemi avanzati. In questo quadro, l’arrivo dell’Iron Dome ha fornito una capacità immediata di intercettazione, con risultati operativi che, secondo le fonti citate, includono l’abbattimento di numerosi vettori diretti verso obiettivi sensibili.
L’operazione non si è limitata alla difesa passiva, perché parallelamente l’aviazione israeliana ha colpito lanciatori di missili nel sud dell’Iran, in una logica di prevenzione che amplia ulteriormente la portata della cooperazione e suggerisce un coordinamento più stretto di quanto dichiarato pubblicamente. È un modello che combina difesa multilivello e intervento offensivo mirato, adattato a un teatro regionale sempre più interconnesso.
Sul piano politico, la presenza di militari israeliani sul suolo emiratino resta un elemento delicato, ma la guerra ha modificato la percezione interna, perché la priorità assegnata alla sicurezza ha ridotto le resistenze e ha reso accettabile una collaborazione che in altri momenti avrebbe incontrato ostacoli ben più forti. Per Abu Dhabi, la scelta risponde a un’esigenza immediata di protezione; per Israele, rappresenta un investimento strategico nella costruzione di un sistema di alleanze regionali capace di contenere l’Iran.
Resta però una tensione interna, perché la decisione di destinare risorse critiche all’estero mentre il Paese è sotto attacco espone il governo a critiche, soprattutto in una fase in cui ogni capacità difensiva viene percepita come essenziale per la sicurezza nazionale. È il prezzo di una strategia che guarda oltre l’emergenza e prova a costruire una rete di sicurezza condivisa, nella convinzione che la minaccia iraniana non possa essere affrontata da un singolo Stato ma richieda una risposta coordinata.
Quello che emerge da questa operazione è un Medio Oriente che si muove lungo linee meno visibili ma più profonde, dove la cooperazione militare tra Israele e alcuni Paesi arabi non è più un’ipotesi ma una pratica concreta, capace di incidere sugli equilibri regionali e di ridefinire, pezzo dopo pezzo, la geografia della sicurezza nel Golfo.

(Setteottobre, 28 aprile 2026)

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La disinformazione della RAI sulla guerra in Libano

di  Franco Londei

Questa mattina l’inviato di RAI News 24 per la guerra in Libano, ha ribadito per l’ennesima volta che «Israele ha più volte violato il cessate il fuoco» attaccando obiettivi di Hezbollah persino nella Valle della Beqa.
Ora, giusto per andare subito al punto, Israele non ha mai violato il cessate il fuoco, ma piuttosto ha reagito ad una violazione di Hezbollah.
Per fare un esempio, se un drone israeliano individua un gruppo di terroristi che carica un lanciatore di missili con l’intenzione di colpire il nord di Israele, lo attacca prima che i terroristi possano lanciare. Ma non è stato Israele a violare la tregua, bensì i terroristi che si preparavano a colpire.
La prevenzione degli attacchi contro Israele o contro le truppe israeliane non può essere considerata una violazione del cessate il fuoco, al contrario, è una prevenzione alla violazione del cessate il fuoco.
Questo gli inviati RAI non lo spiegano mai. Come non spiegano mai che è il Governo libanese a chiedere a Hezbollah di deporre le armi. Per esempio, avete mai sentito raccontare dello scontro tra il Presidente libanese, Michel Aoun, e il capo di Hezbollah, Naim Qassem? Toni da guerra civile.
«Coloro che sono al potere devono sapere che le loro azioni non gioveranno né al Libano né a loro stessi», ha dichiarato Qassem lunedì sul canale televisivo sciita al-Manar riferendosi ai colloqui diretti tra Libano e Israele accusando i libanesi di tradimento e minacciando esplicitamente una guerra civile se il Governo libanese non avesse fatto quanto chiesto da Hezbollah.
Gli ha risposto il Presidente libanese: «Quello che stiamo facendo non è tradimento, ma il tradimento è commesso da coloro che trascinano il proprio paese in guerra per perseguire interessi stranieri», ha scritto il presidente Aoun in una dichiarazione, riferendosi al fatto che Hezbollah non agisce per il bene del Libano ma persegue gli interessi dell’Iran anche a scapito di quelli libanesi.
Vedete, non è proprio una cosa da poco, non è uno scontro che si possa omettere o raccontare in maniera superficiale perché una cosa del genere ridisegna tutta la storia dell’attuale scontro in atto in Libano. Definisce chiaramente Hezbollah non solo come responsabile della guerra, ma lo disegna come un corpo estraneo al Libano che agisce come fosse una mano di Teheran.
Il fatto che una cosa del genere la dica il Presidente libanese non può essere omessa o appena accennata. Solo che se lo si dicesse con chiarezza, se si spiegassero bene le cose, crollerebbe tutto il castello di carte e letame messo in piedi da questi “giornalisti”.
Tutto questo ha un nome: disinformazione. E che lo facciano giornalisti di testate indipendenti è brutto e per nulla etico, ma ci può stare. Ma che lo facciano giornalisti del servizio pubblico pagati con il denaro dei contribuenti non è ammissibile.

(Rights Reporter, 28 aprile 2026)

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Prete indossa la kippah, la Comunità: gesto che rompe isolamento

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Don Gretter mentre accende la Chanukkiah nel giardino della sinagoga di Merano

MERANO – Non possiamo accettare di non poter esprimere le nostre idee per il timore che qualcuno ce lo possa impedire». Sono le parole con cui don Mario Gretter, decano a Merano e parroco della chiesa di Santo Spirito, ha annunciato la decisione di indossare per una settimana la kippah, con l’intento di lanciare un segnale contro «l’ondata di antisemitismo». 
  «Si tratta di un atto di vicinanza spontaneo e non concordato e per questo ancora più importante», racconta a Pagine Ebraiche la presidente della Comunità ebraica locale, Eli Rossi Borenstein. «Don Mario è un amico sincero della Comunità, ci conosciamo da molti anni, ma non ci sentivamo da un po’. La sua iniziativa arriva in un momento in cui l’isolamento sociale inizia a farsi sentire, anche qui da noi a Merano. La libertà di manifestare liberamente il proprio credo è un qualcosa che non si può dare più per scontato».
  Nel motivare la sua decisione Gretter ha raccontato di essere rimasto colpito dal recente pestaggio di un ebreo romano che indossava la kippah e ha spiegato che l’episodio gli ha ricordato di quando, in Egitto, è stato aggredito insieme ad altri religiosi cristiani per via della loro identità. Da allora, ha affermato, «ho capito cosa significa essere nelle condizioni di nascondere le proprie convinzioni e anche le proprie idee». Borenstein definisce Gretter «un uomo molto coraggioso», al pari degli esponenti della comunità evangelica che hanno più volte dimostrato la loro vicinanza alla Comunità ebraica meranese. Altre voci, denuncia, sono invece mancate. «Siamo state tra le comunità fondatrici dal “giardino delle religioni”: ne siamo usciti dopo il 7 ottobre, per la mancanza di una presa di posizione».

(moked, 28 aprile 2026)

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Cucire abiti a Theresienstadt

Grazie a una serie di miracoli, è l’unica della sua famiglia a sopravvivere agli orrori del nazionalsocialismo. Oggi la 103enne Else Pripis vive nel suo appartamento di Gerusalemme – da sola.

di Merle Hofer

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In una cartella, Pripis ha raccolto numerose foto e documenti

Dal 1942 al 1945 Else Pripis si trovava a Theresienstadt. Dopo l’arrivo, ha iniziato a cucire abiti da donna. L’anziana signora ricorda: «Abiti nuovi in celluloide per le donne tedesche. I colori erano davvero molto, molto belli. Erano sicuramente destinati alle personalità di spicco tedesche, perché le altre persone non ricevevano più abiti nuovi, questo è certo».
In seguito si cucivano uniformi per l’esercito tedesco per la guerra contro la Russia. «Da un lato erano a fantasia, dall’interno bianche. Quando non c’erano più tessuti nuovi, ricevevamo uniformi strappate dall’esercito. Bisognava poi ripararle tutte. Lo si è fatto per diversi mesi, fino al 1944.»
Pripis ricorda anche la liberazione del campo: «Riparavo le uniformi. Poi i tedeschi fuggirono da Theresienstadt, perché i russi non erano lontani. E poi arrivarono i russi. All’inizio, quando lavoravo, fu allestita una baracca in una caserma». Anche dopo continuò a cucire. «La donna che ci sorvegliava gridava sempre: “Rendimento, rendimento!” Per i tedeschi il rendimento era sufficiente. Le dissi: “Se per i tedeschi era sufficiente, il mio lavoro dovrebbe sicuramente essere sufficiente anche per lei.”»

• Lavoro in un panificio
  In seguito, Pripis fu impiegata in un panificio che preparava panini per i malati. Lì riceveva una porzione e mezza da mangiare, «cioè mezza porzione in più del solito». Una porzione per tre giorni consisteva in un pezzo di pane – Pripis allarga il pollice e l’indice – «e 20 grammi di margarina e 50 grammi di zucchero».
Molti trasporti dei tedeschi erano diretti ad Auschwitz e in altri campi. «Avrebbero potuto mandare via anche me. Ma finché rammendavo le uniformi, si era al sicuro, non venivamo mandati via.» Pripis riassume: «Grazie a Dio la guerra finì prima che finissi sulla lista.»
Normalmente le persone avrebbero dovuto tornare nei loro luoghi d’origine. Ma i suoi parenti a Colonia erano morti. Pripis pensò di andare da suo zio in Svizzera o da sua zia in America. Alla fine fu tra le prime dieci persone a cui fu permesso di entrare in Svizzera. Dopo tre mesi dovette richiedere un nuovo permesso di soggiorno. «La prima volta andò bene. La seconda volta hanno storto il naso. La terza volta mi hanno detto che non potevo lasciare la Svizzera. È stato davvero orribile.»

• Ingresso senza documenti validi
  Pripis lasciò la Svizzera. Giunse a Marsiglia e, senza documenti, prese una nave per Israele «all’epoca degli inglesi». «Sulla nave ci si fermava. Il primo mi chiese i documenti. È così: quando si attraversa il confine, di solito serve un documento. Ma io non avevo un passaporto. Avevo un documento che attestava che ero stata a Theresienstadt e l’autorizzazione per la Svizzera. Sulla nave qualcuno ha chiesto i documenti e io ho cercato e cercato e cercato». Ridendo, Pripis aggiunge: «Ma naturalmente non ho trovato nulla, perché non avevo nulla».
Alla fine, però, le fu permesso di salire sulla nave. «Mi diedero un posto e persino qualcosa da mangiare. La nave partì da Marsiglia alla volta di Alessandria. Lì restammo per la notte. Chi aveva i documenti poteva lasciare la nave e tornare. Ma io non l’ho fatto. Il giorno dopo partirono per Haifa. E lì si presentò il problema di come scendere dalla nave.»
Alla fine qualcuno di un’istituzione ebraica è venuto a prenderla dalla nave. «Ma i miei bagagli hanno proseguito per Beirut. Sono rimasta prima ad Haifa, finché non ho ottenuto i documenti per poter andare in città. C’erano sempre controlli e chi non poteva esibire i documenti veniva rinchiuso.»
Già in Europa aveva conosciuto quello che sarebbe diventato suo marito, Naftali. Lui era già in Israele, ma poiché lei non era entrata legalmente nel Paese, non aveva i documenti necessari e non ottenne il permesso di lavoro. «All’inizio andai da una parente di mio marito e poi a Gerusalemme.» Naftali Pripis morì sette anni fa; lui ed Else erano stati sposati per 72 anni. Anche lui era nato nel 1923, la sua famiglia proveniva da Lodz. «Quando nel 1945 la guerra finì e arrivammo a Gerusalemme, ci sposammo davanti a un rabbino. Dovevamo testimoniare che non eravamo già sposati.»
Anche la figlia Miri è morta alcuni anni fa. Portava il nome della madre di Pripis, il figlio Max quello del padre. Lui vive a Gerusalemme e abita a circa 10 minuti da lei: «Ma bisogna affrontare forti salite, il percorso è troppo faticoso per me.» Nel bel mezzo della guerra e pochi giorni prima del suo compleanno, Pripis è diventata nuovamente bisnonna.
A metà marzo non aveva ancora conosciuto il bambino. «Vivono fuori Gerusalemme ed è pericoloso venire qui durante i bombardamenti.»

• Riordinare in tempo di guerra
  La piccola signora, molto attiva, approfitta del periodo di guerra per riordinare il suo appartamento. Ha già lavato le fodere dei cuscini del divano e, sebbene non ci veda molto bene, continua a cucire. È orgogliosa dei suoi numerosi cardigan: «Ho lavorato a maglia quasi tutto il mio guardaroba».
Pripis si rifugia nel bunker del suo palazzo nel centro di Gerusalemme durante gli attuali allarmi missilistici? L’anziana signora sorride: «Una volta sono scesa. Ma sono troppo lenta e quando sono arrivata al bunker era già stato dato il cessato allarme e tutti i vicini stavano già uscendo.»
Durante gli allarmi, invece, si sdraia a letto. «Ho già vissuto tante guerre.» Ricorda anche le notti di bombardamenti a Colonia. «Le persone dovrebbero sedersi tutte insieme a un tavolo e impegnarsi per la pace.»

VIDEO

(Israelnetz, 28 aprile 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)

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Il 25 aprile e la logica da regime applicata a una festa repubblicana

La Liberazione non può essere amministrata come una proprietà politica, con custodi, ospiti ammessi e presenze da cacciare. Le contestazioni alla Brigata ebraica e alle bandiere ucraine mostrano una deriva precisa: la memoria repubblicana trasformata in recinto ideologico.

di Filippo Piperno

Il 25 aprile non appartiene all’ANPI. Non appartiene a un partito, a una corrente, a una piazza, a un comitato di sorveglianza morale. L’anniversario della Liberazione appartiene alla Repubblica italiana. Dunque appartiene a tutti i cittadini che riconoscono nella sconfitta del nazifascismo un fondamento della nostra convivenza democratica.
Eppure ogni anno, puntuale come il calendario, va in scena lo stesso spettacolo. La festa della Liberazione viene trattata come una proprietà privata: con i suoi custodi, le sue regole non scritte, i suoi invitati legittimi e quelli da respingere. Poi, il giorno dopo, qualcuno finge di stupirsi. Come se tutto fosse accaduto per caso. Come se le tensioni, le espulsioni simboliche e quelle reali, gli insulti, le bandiere strappate o contestate fossero incidenti imprevedibili e non l’esito quasi automatico di una liturgia ormai consumata.
Non c’è nulla di spontaneo in quello che è accaduto sabato. C’è, al contrario, un meccanismo politico riconoscibile. Si stabilisce una gerarchia delle vittime. Si decide quali oppressioni meritino solidarietà e quali invece possano essere ignorate, minimizzate o perfino rovesciate contro chi le richiama. Si traccia una linea di compatibilità ideologica. Chi resta dentro è antifascista. Chi resta fuori diventa un provocatore.
La formula è sempre la stessa: chi porta la bandiera sbagliata se l’è cercata. Chi ricorda una memoria non allineata disturba. Chi non si adegua alla coreografia ufficiale viola lo spirito della giornata. È una logica da regime applicata, con sorprendente disinvoltura, a una festa repubblicana.

• La linea
  Il presidente nazionale dell’ANPI, Gianfranco Pagliarulo, mentre la Brigata ebraica veniva fatta uscire dal corteo di Milano scortata dalla polizia tra insulti che evocavano i forni crematori, ha spiegato che il problema era che la Brigata “non si era mossa” e che le bandiere israeliane “non erano opportune”.
Il sindaco di Milano, Giuseppe Sala, il giorno dopo, ha dichiarato al Corriere della Sera che “l’errore è stato portare bandiere di Israele” e che “in questa fase evitarle è buonsenso”.
A Roma, intanto, Matteo Hallissey finiva in ambulanza con un’abrasione alla cornea e le bandiere ucraine venivano strappate e incendiate. Anche lì, la presa di distanza è stata quanto meno flebile. Per usare un eufemismo generoso.
Questa è la linea.
Non si condanna chi caccia. Si rimprovera chi è stato cacciato. Non si contesta chi aggredisce. Si invita l’aggredito a scegliere meglio i propri simboli. Il problema non è l’intolleranza di chi pretende di decidere chi possa sfilare e chi no. Il problema diventa la presenza di chi non rientra nel perimetro politico stabilito.
Ha ragione Marco Taradash quando chiede a chi ha cacciato la Brigata ebraica di spiegare quale sia stato il contributo palestinese alla lotta contro il nazifascismo, e dunque su quale base storica si giustifichi la presenza massiccia di bandiere palestinesi nei cortei del 25 aprile mentre quella israeliana viene dichiarata “inopportuna”.

• L’appropriazione della memoria
  Il 25 aprile non basta più essere ebrei per festeggiare. Non basta richiamare la memoria di chi combatté contro i nazisti in Italia. Di chi fu perseguitato per il solo fatto di essere ebreo. Non basta portare il nome della Brigata ebraica dentro la giornata che celebra anche la sconfitta del nazifascismo. Occorre essere gli ebrei giusti. Quelli compatibili con la linea. Quelli che non disturbano la narrazione dominante. Quelli che si lasciano ammettere a condizione di non portare con sé una memoria indisciplinata.
Gli altri sono abusivi. Gli altri provocano. Gli altri devono uscire.
È l’appropriazione della memoria portata alle sue conseguenze estreme. La Resistenza non viene più trattata come un patrimonio nazionale, ma come un marchio politico. Un marchio che si concede e si revoca. Un certificato di legittimità morale distribuito da chi pretende di amministrare la memoria collettiva come fosse una tessera di appartenenza.

• La festa di tutti trasformata in un recinto
  Il 25 aprile, per una parte della sinistra italiana, non è più soltanto il giorno in cui si celebra la liberazione dal nazifascismo. È diventato anche il giorno in cui quella parte celebra se stessa: la propria genealogia, i propri codici, le proprie gerarchie morali, la propria pretesa di stabilire chi abbia diritto di parola nella memoria pubblica.
In questo schema, chiunque porti con sé una storia diversa non è un partecipante. È un provocatore. La Brigata ebraica non è più una presenza storicamente legittima, ma un problema d’ordine pubblico. Le bandiere ucraine non evocano un popolo aggredito da una potenza autoritaria, ma disturbano la scenografia. Israele non è più anche il Paese nato dopo la Shoah e abitato da milioni di ebrei, ma solo il simbolo da espellere per mantenere intatta la liturgia.
Sono anni che una Festa nata per ricordare la fine di un regime che decideva chi fosse legittimo e chi no, chi potesse appartenere alla comunità nazionale e chi dovesse esserne escluso è stata deformata da chi pretende di stabilire quali memorie possano sfilare e quali debbano essere scortate fuori.
Il 25 aprile non appartiene all’ANPI. Non appartiene ai comitati di piazza. Non appartiene a chi pensa di poter distribuire patenti di antifascismo come lasciapassare.

(InOltre, 28 aprile 2026)

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La questione esistenziale di Israele, il problema petrolifero dell’Europa

Alcune crisi non si decidono innanzitutto sul campo di battaglia, ma nell’attesa, sotto pressione e nella lotta contro il tempo. È proprio quello che stiamo vivendo attualmente tra Stati Uniti, Iran e Israele.

di Aviel Schneider

GERUSALEMME - Mentre i missili tacciono per il momento, sanzioni, blocchi navali, minacce e nervi saldi si scontrano tra loro. Lo Stretto di Hormuz è più di un semplice stretto marittimo, è il collo di bottiglia dell’economia mondiale e il simbolo di una prova di resistenza globale. Dietro i giochi diplomatici si nascondono spesso questioni esistenziali. Per Israele, il programma nucleare iraniano non rimane una strategia astratta, ma una questione di sopravvivenza. Per l’Europa è soprattutto una questione di prezzi del petrolio, inflazione e stabilità. Per Washington e Teheran è una partita a poker di potere. Così, ancora una volta, si scontrano tre mondi: la logica della sicurezza di Israele, la logica economica dell’Europa e il gioco di pazienza dell’Iran. Chi batte per primo le palpebre potrebbe perdere. Chi sbaglia i calcoli potrebbe incendiare l’intera regione.

• Trump aumenta la pressione – l’Iran prende tempo
  Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump continua a cercare di spingere al limite i negoziati con l’Iran, sebbene i colloqui siano in una fase di stallo e non sia stata raggiunta alcuna svolta. Allo stesso tempo, sta dispiegando ulteriori forze militari in Medio Oriente per aumentare la prontezza operativa delle forze armate americane nel caso di nuovi attacchi contro l’Iran, come riferiscono fonti politiche di alto livello.
Di conseguenza, Teheran continua a chiedere la revoca del blocco navale statunitense come condizione preliminare per compiere progressi nei negoziati con Washington. Ciò è stato sottolineato anche da un servizio della televisione di Stato iraniana. In esso, il presidente Masoud Pezeshkian ha dichiarato in una telefonata con il primo ministro pakistano Shehbaz Sharif che l'Iran non tornerà al tavolo dei negoziati fintanto che persisterà il blocco navale statunitense contro le navi che fanno scalo o lasciano i porti iraniani. Una proposta che l'Iran ha fatto pervenire a Washington tramite il Pakistan nel fine settimana è stata giudicata insufficiente dal governo statunitense. Di conseguenza, Trump ha ordinato che Jared Kushner e Steve Witkoff non si recassero a Islamabad.
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump descrive la sua linea nei confronti dell’Iran in modo estremamente semplice: pressione invece di interminabili round di negoziati. «Gli iraniani ci hanno fatto un’offerta che avrebbe dovuto essere migliore. Subito dopo aver annullato il viaggio della delegazione americana in Pakistan, abbiamo ricevuto un’offerta nettamente migliore nel giro di dieci minuti. È molto semplice: l’Iran non deve possedere armi nucleari.”
Si scontrano così due culture negoziali completamente diverse. Un importante attivista dell’opposizione iraniana spiega che gli esperti negoziatori di Teheran devono rendersi conto che il loro metodo, che ha avuto successo per anni, non funziona più con Trump. Fa riferimento ad Abbas Araghchi, che nel suo libro “Il potere della negoziazione” descrive apertamente la strategia iraniana: Ritardare, guadagnare tempo, stancare l’avversario e trarre vantaggio dai lunghi processi. Araghchi collega questo metodo alla “cultura del bazar” iraniana, in particolare al modo di fare affari dei suoi fratelli Mojtaba e Morteza Araghchi, che dominano il mercato dei tappeti in Iran.
Quindi dura contrattazione, attesa tattica e costante rinegoziazione. Ma con Trump le regole sarebbero cambiate. Il tempo non gioca più automaticamente a favore dell’Iran. Invece di pazienza e pacificazione, Washington punta su massima pressione, sanzioni, minacce militari, blocco navale e prontezza a sferrare colpi diretti. L’assunto di base di Teheran, secondo cui si possa aspettare che l’Occidente si stanchi, viene così scosso. Ciò che spesso funzionava con i precedenti governi statunitensi e in Europa, con Trump si scontra con limiti ben definiti: decisioni rapide, scadenze rigide e la richiesta di risultati misurabili.
Naturalmente questa situazione rende nervoso l’Occidente. Infatti, finché lo stretto di Hormuz rimane bloccato, cresce l’incertezza sui mercati e aumenta la pressione sui prezzi del petrolio. Ciò che sta accadendo attualmente in Medio Oriente è un rischio globale reale. Tutti i soggetti coinvolti sono consapevoli, anche se difficilmente lo ammettono apertamente, che la situazione può sfuggire di mano in qualsiasi momento ed esplodere in faccia a tutti.

• Il poker mediorientale alla vigilia della prossima esplosione? 
  Eppure ci sono momenti storici in cui gli Stati non scelgono più tra opzioni buone, ma solo tra opzioni cattive. Per Israele, il programma nucleare iraniano era ed è una minaccia esistenziale. Proprio questa logica di sicurezza è stata sempre meno compresa nelle ultime settimane da molti governi occidentali, non da ultimo perché il conflitto israelo-americano con l’Iran può avere conseguenze economiche massicce per l’Europa. L'aumento dei prezzi dell'energia, i rischi legati alle catene di approvvigionamento e i timori di recessione stanno cambiando la prospettiva politica. Ciò che per Israele è una questione di sopravvivenza, in Europa appare spesso soprattutto come un problema economico. Ma dal punto di vista geopolitico, questa crisi assomiglia a una partita di poker al tavolo. Tutti bluffano, tutti mettono alla prova i nervi dell'altro, tutti cercano di guadagnare tempo e di ingannare l'avversario.
Inoltre, Washington stessa non sembra sapere esattamente chi abbia effettivamente l’ultima parola a Teheran: la leadership politica civile o i generali delle Guardie della Rivoluzione Islamica. È proprio questa ambiguità a complicare ogni negoziazione, perché finché rimane incerto chi prende le decisioni e chi può bloccarle, ogni impegno da parte dell’Iran rimane fragile. Per Washington questo è uno dei problemi centrali.

• Blocco navale anziché guerra aerea. 
  Secondo fonti israeliane, Trump punta ora a un inasprimento della pressione economica per costringere l’Iran ad accettare le richieste americane e raggiungere un accordo che possa presentare come una vittoria politica. A Washington prevale l’opinione che il blocco navale americano stia funzionando, che il tempo giochi a favore degli Stati Uniti e che tutte le carte strategiche siano nelle mani americane. Parallelamente, l’esercito israeliano sarebbe pronto sia in difesa che in attacco a una possibile ripresa dei combattimenti, non appena Trump prendesse una decisione in tal senso.
Gli ambienti della sicurezza ritengono che l’Iran potrebbe presto essere costretto a interrompere la produzione di petrolio. A causa del blocco, il Paese non potrebbe esportare il proprio petrolio via mare, le capacità di stoccaggio sarebbero quasi esaurite e un’interruzione della produzione causerebbe gravi danni economici. La domanda centrale è ora: chi cederà per primo? Gli osservatori ritengono che Teheran punti sulla «pazienza strategica» e non sia disposta a cedere sulla questione dello Stretto di Hormuz. Trump, dal canto suo, riconosce questa tattica e non intende né attenuare le sue richieste né revocare il blocco statunitense dello stretto.
Al momento nessuna delle due parti sembra interessata a un immediato ritorno alla guerra aperta. L’Iran spera evidentemente che la crisi energetica da esso provocata e le pressioni interne negli Stati Uniti costringano Trump a cedere.
Secondo fonti politiche, Trump preferisce al momento una guerra economica piuttosto che attacchi diretti alle infrastrutture iraniane, poiché tali colpi colpirebbero la popolazione iraniana e potrebbero unirla dietro il regime delle Guardie della Rivoluzione Islamica. Ciò non significa tuttavia che l’opzione militare sia fuori discussione. Prima o poi Trump dovrà prendere una decisione. Israele si mantiene in disparte su questa questione e attende solo il via libera da parte di Trump.

(Israel Heute, 27 aprile 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)

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Hezbollah rifiuta i negoziati diretti con Israele

Il segretario generale dell’organizzazione terroristica, Naim Kassim, afferma che Hezbollah continuerà a «opporre resistenza difensiva agli attacchi di Israele»

Secondo quanto affermato dal suo segretario generale Naim Kassim, Hezbollah, sostenuta dall’Iran, continua a rifiutare negoziati diretti con Israele. L’organizzazione continuerà a «opporre resistenza difensiva agli attacchi di Israele», ha comunicato oggi Kassim. La milizia non consegnerà le proprie armi, poiché queste sono necessarie per difendersi da Israele.
In effetti, dall’8 ottobre 2023 – il giorno successivo ai massacri di Hamas – Hezbollah attacca ripetutamente e senza provocazione lo Stato ebraico con razzi. Decine di migliaia di abitanti del nord di Israele hanno dovuto abbandonare le loro abitazioni. Le forze armate (IDF) rispondono ai lanci di razzi anche durante il cessate il fuoco.
Nel conflitto tra Hezbollah e Israele è ora in vigore un cessate il fuoco. Questo era stato annunciato dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump dopo i colloqui con il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e il presidente libanese Joseph Aoun. La tregua annunciata a metà aprile è ancora valida per ben due settimane. Il Libano non è ufficialmente parte in conflitto.
Hezbollah non ha partecipato direttamente ai colloqui sul cessate il fuoco, ma ha segnalato che rispetterà la tregua, a condizione che anche Israele sospenda gli attacchi.
Nei negoziati, il presidente del Parlamento libanese e alleato di Hezbollah, Nabih Berri, ha un ruolo centrale. Quest'ultimo ha decisamente portato avanti l'iniziativa statunitense per un cessate il fuoco e ha fatto nuovamente da ponte tra il governo di Beirut, Hezbollah e Washington. Hezbollah aveva già rifiutato in precedenza negoziati diretti con Israele, ma sembra sia stata informata sullo stato dei colloqui grazie alla sua grande influenza.
Israele e gli Stati Uniti, suoi alleati, non sono riusciti a distruggere Hezbollah, ha comunicato Kassim. A causa della forte «resistenza» di Hezbollah, le truppe israeliane, impegnate da un anno e mezzo anche con forze di terra nel Libano meridionale, si troverebbero in un «vicolo cieco».

(Jüdische Allgemeine, 27 aprile 2026- trad. www.ilvangelo-israele.it)

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L’Idf bombarda la valle della Beqaa dopo l’uccisione di un soldato

Era tre settimane che Israele non effettuava attacchi nella valle della Beqaa, bastione di Hezbollah nella parte orientale del Libano. Nella giornata di lunedì l’Idf è tornata a operare nella zona con una serie di raid aerei contro infrastrutture del gruppo terroristico sciita, colpendo tra i vari obiettivi «cellule terroristiche dotate di lanciarazzi, un lanciarazzi carico e pronto al lancio, un deposito di armi e strutture militari», mentre all’interno di una stanza per bambini nella zona di Aadshit al-Qusayr è stato annunciato il rinvenimento di «un deposito di armi contenente numerose munizioni». Nel computo del materiale recuperato, informa l’esercito israeliano, ci sono «esplosivi, fucili kalashnikov, granate, lanciarazzi, mitragliatrici, munizioni ed equipaggiamento da combattimento». L’azione dell’Idf arriva all’indomani di un attacco con droni esplosivi da parte di Hezbollah nel corso del quale un soldato israeliano è rimasto ucciso e sei suoi commilitoni sono stati feriti. Il soldato si chiamava Iran Fooks, aveva 19 anni ed era originario di Petah Tikva. Come riporta la stampa locale, è il terzo soldato di Israele a perdere la vita in Libano dall’inizio del “cessate il fuoco”.
Prosegue intanto il negoziato tra i governi di Gerusalemme e Beirut, osteggiato in primis proprio da Hezbollah. «Le trattative dirette non esistono per noi. Continueremo la resistenza e risponderemo a qualsiasi aggressione», ha dichiarato il segretario generale del “partito di Dio” collegato a Teheran, Naim Qasim. Dal suo canto il presidente libanese Joseph Aoun ha affermato in queste ore che «il mio obiettivo è raggiungere la fine dello stato di guerra con Israele, in modo simile all’armistizio del 1949», aggiungendo di non essere disposto ad accettare soluzioni che si concludano con un «accordo umiliante». Nelle sue dichiarazioni Aoun si è scagliato contro Hezbollah: «Coloro che ci hanno trascinato in guerra in Libano ora ci ritengono responsabili perché abbiamo preso la decisione di avviare i negoziati. Quello che stiamo facendo non è tradimento. Piuttosto, il tradimento è commesso da coloro che portano il proprio Paese in guerra per perseguire interessi stranieri».
E mentre l’opinione pubblica israeliana si interroga sulle grandi manovre della politica in vista delle prossime elezioni, a partire dall’accordo elettorale tra gli ex premier Naftali Bennett e Yair Lapid siglato domenica, il ministro degli Esteri israeliano Gideon Sa’ar interviene sulla decisione della giuria della Biennale Arte di Venezia di escludere l’artista israeliano Belu-Simion Fainaru dalla corsa ai premi. «Il boicottaggio dell’artista israeliano Belu-Simion Fainaru da parte della giuria internazionale della Biennale di Venezia rappresenta una contaminazione per il mondo dell’arte», ha scritto Sa’ar su X. Per il ministro, «la giuria, di stampo politico, ha trasformato la Biennale da spazio artistico aperto, libero da idee illimitate, in uno spettacolo di falsa indottrinamento politico anti-israeliano».

(moked, 27 aprile 2026)

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Elezioni comunali: Hamas boicotta, Fatah trionfa

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Voto espresso in un seggio elettorale a Deir al-Balah nella Striscia di Gaza

RAMALLAH – Nelle elezioni comunali palestinesi di sabato, la lista “Resilienza e Generosità”, affiliata a Fatah, ha ottenuto una “vittoria schiacciante”. Lo ha comunicato domenica a Ramallah il partito del presidente dell’Autorità Palestinese (AP), Mahmud Abbas. Tuttavia, Hamas ha boicottato il voto.
Fatah avrebbe conquistato la maggioranza dei consigli comunali in Cisgiordania, tra cui Hebron, Jenin, Tulkarm, Salfit e Al-Bireh. Secondo l’agenzia di stampa palestinese WAFA, il partito avrebbe avuto successo anche a Ramallah e Nablus. Si tratterebbe di un referendum pubblico sul proprio programma politico e sulla visione nazionale.
Secondo la Commissione elettorale centrale, l'affluenza in Cisgiordania è stata del 56%. Ma anche nella Striscia di Gaza si è votato, almeno in un comune: a Deir al-Balah, che ha subito relativamente pochi danni di guerra. Qui erano registrati 70.000 aventi diritto al voto, di cui il 23% ha partecipato alle urne – in parte nelle tende.

• Prime elezioni a Gaza da due decenni
  Nel giugno 2007 Hamas aveva preso il potere con la forza nella Striscia di Gaza, cacciando Fatah. Ora, per la prima volta dopo 20 anni, i palestinesi della Striscia di Gaza hanno potuto partecipare a un’elezione. Secondo i risultati provvisori, la maggior parte dei 15 seggi, ovvero sei, è andata alla lista “Nahdat”, vicina a Fatah.
Il governo di Abbas in Cisgiordania ha dichiarato che l’inclusione di Deir al-Balah è già un risultato. Dovrebbe dimostrare che Gaza è «parte integrante di un futuro Stato palestinese».
Come in Cisgiordania, Hamas non ha presentato candidati, ma la lista “Deir al-Balah ci unisce” è ad essa collegata. Ha ottenuto due seggi. Il resto dei seggi è andato ad altri due gruppi che non si sentono affiliati ad alcun partito.
Il portavoce di Hamas a Gaza, Hasem Qassem, ha minimizzato il risultato: secondo quanto riportato dal sito di notizie «Times of Israel», ha affermato che non avrà ripercussioni sulle questioni nazionali più importanti.

• Persone anziché partiti
  Sono stati eletti i consiglieri comunali responsabili di acqua, strade ed elettricità. A seguito delle riforme, al voto sono stati sottoposti singoli individui anziché liste. Nella campagna elettorale, i partiti hanno avuto un ruolo meno importante rispetto alle famiglie e ai clan.
Il primo ministro Mohammad Mustafa (Fatah) ha affermato che le elezioni rappresentano «un ulteriore passo verso la piena indipendenza». Nel prossimo futuro è previsto un voto in altri comuni della Striscia di Gaza.
L’analista politica Reham Uda ha osservato che gli elettori sembrano puntare a un sostegno internazionale incondizionato per gli organi di governo locali. Per questo motivo hanno votato per candidati legati a Fatah.
Le ultime elezioni presidenziali si sono tenute nel gennaio 2005, quando Abbas è stato eletto presidente dell’Autorità Palestinese per quattro anni. Le ultime elezioni parlamentari risalgono all’inizio del 2006. In Cisgiordania si sono tenute elezioni comunali nel 2017.

(Israelnetz, 27 aprile 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)

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Come Hezbollah finanzia il terrorismo in Europa

Un rapporto rivela una rete capillare in almeno 15 Paesi europei che genera fino al 30% del bilancio dell’organizzazione sciita sostenuta dall’Iran

di Shira Navon 

L’Europa è diventata una vera e propria piattaforma finanziaria del gruppo terrorista Hezbollah senza la quale una parte decisiva delle sue operazioni non potrebbe sopravvivere. Il nuovo rapporto firmato da Lina Khatib per il Documentation Centre Political Islam austriaco mette in fila dati e meccanismi con una precisione senza ambiguità, mostrando come una quota consistente delle risorse dell’organizzazione libanese nasca proprio dentro i circuiti economici europei, spesso sotto il radar delle autorità.
Il bilancio complessivo supera il miliardo di dollari, con circa settecento milioni provenienti dall’Iran e una fetta che sfiora il trenta per cento generata attraverso attività illecite distribuite su scala globale. È in questa zona grigia che l’Europa assume un ruolo centrale, perché qui Hezbollah riesce a trasformare denaro sporco in flussi apparentemente legittimi grazie a una combinazione di commercio internazionale, sistemi finanziari frammentati e controlli disomogenei.
Il cuore operativo è rappresentato da una struttura interna, il Business Affairs Component, che secondo il rapporto ricicla circa un milione di euro a settimana tra Germania, Belgio e Francia, offrendo servizi anche ai cartelli della droga sudamericani. Il meccanismo è raffinato e si appoggia a un modello noto, il Black Market Peso Exchange, che consente di convertire proventi del narcotraffico in merci acquistate legalmente in Europa. Auto di alta gamma, orologi e altri beni di lusso vengono comprati con denaro derivante dalla cocaina, spediti in Africa occidentale e rivenduti per ottenere fondi puliti che rientrano in Libano.
Questa filiera, emersa già nell’ambito delle indagini internazionali note come Project Cassandra, non è un episodio isolato ma un sistema consolidato che coinvolge operatori economici apparentemente regolari. Il rapporto cita una rete con base a Beirut e ramificazioni in Germania, guidata da figure come Hassan Trabulsi, capace di muoversi tra concessionarie e circuiti commerciali senza attirare attenzioni immediate.
Accanto al commercio di beni di lusso, il mercato dell’arte offre un altro canale privilegiato. Il finanziatore Nazem Said Ahmad ha movimentato decine di milioni di dollari tra Regno Unito e Belgio sfruttando società di copertura e la possibilità di manipolare le valutazioni delle opere, acquistando e rivendendo lavori di artisti di primo piano per trasferire valore oltre confine. A questo si affianca il traffico di diamanti, con certificazioni alterate e spedizioni frammentate che rendono difficile tracciare l’origine reale delle pietre.
La logica è sempre la stessa, anche quando cambia il settore: sfruttare le pieghe dei mercati legali per nascondere flussi illegali. Un esempio ancora più esplicito arriva dal caso austriaco del 2021, quando le autorità hanno intercettato un’operazione che prevedeva il trasporto di trenta tonnellate di Captagon, la droga sintetica prodotta in Libano e Siria, nascosta in forni per pizza e instradata attraverso Belgio e Austria prima di raggiungere l’Arabia Saudita passando dai porti italiani. La scelta del percorso europeo rispondeva a un calcolo preciso, legato ai controlli meno stringenti sui carichi provenienti dal continente rispetto a quelli diretti dal Medio Oriente.
A complicare ulteriormente il quadro interviene la dimensione diplomatica. Figure come Mohammad Ibrahim Bazzi hanno utilizzato incarichi ufficiali, in questo caso come console onorario del Gambia, per spostare fondi e gestire operazioni economiche con un livello di protezione che rende più difficile l’intervento delle autorità. Quando il denaro arriva in Libano, il tracciamento si interrompe quasi del tutto, anche per via della presenza capillare di Hezbollah nelle istituzioni e nei nodi finanziari del Paese.
Negli ultimi anni si è aggiunta una componente digitale che amplia le possibilità di movimento dei capitali. L’uso di criptovalute, in particolare Tether sulla rete Tron, consente trasferimenti rapidi e meno esposti ai controlli tradizionali, come dimostrano i sequestri effettuati da Israele su portafogli collegati all’organizzazione e alla Forza Quds iraniana. È un’evoluzione coerente con la pressione crescente sul sistema bancario classico, che spinge queste reti a cercare nuove strade.
Resta però un elemento politico che rende tutto questo più difficile da contrastare, e riguarda la frammentazione delle definizioni giuridiche. Stati Uniti e Regno Unito considerano Hezbollah nella sua interezza un’organizzazione terroristica, mentre l’Unione Europea mantiene una distinzione tra ala militare e ala politica. In questo spazio di ambiguità si inseriscono raccolte fondi e attività economiche che, pur essendo collegate alla struttura complessiva, riescono a operare con una copertura legale parziale.
Il risultato è un sistema che combina illegalità e legittimità apparente, dove il confine tra economia lecita e finanziamento del terrorismo si fa sottile e permeabile. Chi continua a pensare a Hezbollah come a un attore confinato al Libano o al Medio Oriente ignora un pezzo decisivo del problema, perché una parte della sua capacità operativa prende forma proprio qui, nelle economie europee, dentro circuiti che funzionano ogni giorno sotto gli occhi di tutti.

(Setteottobre, 27 aprile 2026)

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Sta scritto

Dalla Sacra Scrittura

MATTEO 3

  1. Or in quei giorni comparve Giovanni il Battista, predicando nel deserto della Giudea e dicendo:
  2. Ravvedetevi, poiché il regno dei cieli è vicino.
  3. Di lui parlò infatti il profeta Isaia quando disse: Vi è una voce d'uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, addirizzate i suoi sentieri.
  4. Or esso Giovanni aveva il vestimento di pelo di cammello ed una cintura di cuoio intorno ai fianchi; ed il suo cibo erano locuste e miele selvatico.
  5. Allora Gerusalemme e tutta la Giudea e tutto il paese d'intorno al Giordano presero ad accorrere a lui;
  6. ed erano battezzati da lui nel fiume Giordano, confessando i loro peccati.
  7. Ma vedendo egli molti dei Farisei e dei Sadducei venire al suo battesimo, disse loro: Razza di vipere, chi v'ha insegnato a fuggire dall'ira a venire?
  8. Fate dunque dei frutti degni del ravvedimento.
  9. E non pensate di dir dentro di voi: Abbiamo per padre Abramo; perché io vi dico che Iddio può da queste pietre far sorgere dei figli ad Abramo.
  10. E già la scure è posta alla radice degli alberi; ogni albero dunque che non fa buon frutto, sta per esser tagliato e gettato nel fuoco.
  11. Ben vi battezzo io con acqua, in vista del ravvedimento; ma colui che viene dietro a me è più forte di me, ed io non sono degno di portargli i calzari; egli vi battezzerà con lo Spirito Santo e con fuoco.
  12. Egli ha il suo ventilabro in mano, e netterà interamente l'aia sua, e raccoglierà il suo grano nel granaio, ma arderà la pula con fuoco inestinguibile.
  13. Allora Gesù dalla Galilea si recò al Giordano da Giovanni per esser da lui battezzato.
  14. Ma questi vi si opponeva dicendo: Son io che ho bisogno d'esser battezzato da te, e tu vieni a me?
  15. Ma Gesù gli rispose: Lascia fare per ora; poiché conviene che noi adempiamo così ogni giustizia. Allora Giovanni lo lasciò fare.
  16. E Gesù, dopo che fu battezzato, salì fuor dell'acqua; ed ecco i cieli s'apersero, ed egli vide lo Spirito di Dio scendere come una colomba e venir sopra lui.
  17. Ed ecco una voce dai cieli che disse: Questo è il mio diletto Figlio, nel quale mi sono compiaciuto.

MATTEO 4

  1. Allora Gesù fu condotto dallo Spirito su nel deserto, per esser tentato dal diavolo.
  2. E dopo che ebbe digiunato quaranta giorni e quaranta notti, alla fine ebbe fame.
  3. E il tentatore, accostatosi, gli disse: Se tu sei Figlio di Dio, di' che queste pietre divengan pani.
  4. Ma egli rispondendo disse: Sta scritto: Non di pane soltanto vivrà l'uomo, ma d'ogni parola che procede dalla bocca di Dio.
  5. Allora il diavolo lo portò con sé nella santa città e lo pose sul pinnacolo del tempio,
  6. e gli disse: Se tu sei Figlio di Dio, gettati giù; poiché sta scritto: Egli darà ordine ai suoi angeli intorno a te, ed essi ti porteranno sulle loro mani, che talora tu non urti col piede contro una pietra.
  7. Gesù gli disse: Egli è altresì scritto: Non tentare il Signore Iddio tuo.
  8. Di nuovo il diavolo lo portò con sé sopra un monte altissimo, e gli mostrò tutti i regni del mondo e la lor gloria, e gli disse:
  9. Tutte queste cose io te le darò, se, prostrandoti, tu mi adori.
  10. Allora Gesù gli disse: Va', Satana, poiché sta scritto: Adora il Signore Iddio tuo, ed a lui solo rendi il culto.
  11. Allora il diavolo lo lasciò; ed ecco degli angeli vennero a lui e lo servivano.

2 TIMOTEO 3

  1. Ma tu persevera nelle cose che hai imparate e delle quali sei stato accertato, sapendo da chi le hai imparate,
  2. e che fin da fanciullo hai avuto conoscenza degli Scritti sacri, i quali possono renderti savio a salute mediante la fede che è in Cristo Gesù.
  3. Ogni Scrittura è ispirata da Dio e utile ad insegnare, a riprendere, a correggere, a educare alla giustizia,
  4. affinché l'uomo di Dio sia compiuto, appieno fornito per ogni opera buona.
    PREDICAZIONE

Marcello Cicchese
luglio 2018

(Notizie su Israele, 26 aprile 2026)



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Gli antifa si inchinino alla Brigata ebraica 

In Italia il 25 aprile è diventata una celebrazione contro gli Usa e Israele. Eppure, mentre l'Europa era piegata dalle barbarie, nel 1944 nacque un'unità militare di soli ebrei. Simbolo di un popolo che, pur disperso e perseguitato, lottò per ritrovare la libertà.

di Silvana De Mari 

In Italia la Festa della Liberazione è diventata la festa dell'antiamericanismo e dell'odio verso Israele. La storia è diventata un optional. L'importante non è quello che è successo, ma quello che dovrebbe essere successo secondo le limitate conoscenze e le ancora più limitate teorie di quelli che, per assoluta auto nomina, si dichiarano i « buoni». Vorrei ricordare la Brigata ebraica, sempre più ingiuriata ogni 25 aprile. 
  Mentre l'Europa sembrava piegata sotto il peso della barbarie, emerse una forza che univa coraggio, identità e speranza: la Brigata ebraica. Nata ufficialmente nel 1944 sotto l'egida dell'esercito britannico, essa rappresentò molto più di una semplice unità militare. Fu il simbolo vivente di un popolo disperso che, pur ferito e perseguitato, trovò la forza di combattere a testa alta per la libertà e la dignità. Composta da volontari ebrei provenienti principalmente dalla Palestina mandataria, la Brigata portava sul proprio vessillo la stella di David, che sventolava accanto alle insegne alleate. Molti di questi uomini lasciarono le proprie case affrontando viaggi difficili e, in diversi casi, sostenendo personalmente parte delle spese necessarie per raggiungere i centri di arruolamento o contribuire al proprio equipaggiamento iniziale. Quel gesto, concreto e gravoso, era già di per sé una dichiarazione di volontà: non attendere la storia, ma entrarvi da protagonisti. Il loro battesimo del fuoco avvenne in Italia, lungo il fronte adriatico, dove parteciparono alle operazioni dell'Offensiva della primavera del 1945. 
  Nelle dure battaglie sul fiume Seni o e nelle azioni attorno ad Alfonsine, la Brigata contribuì allo sfondamento delle linee tedesche, distinguendosi per disciplina e tenacia. Inseriti nel più ampio quadro della Campagna d'Italia, i loro reparti presero parte alle fasi finali che portarono al collasso delle difese naziste nel Nord, consolidando posizioni chiave e sostenendo l'avanzata alleata nei momenti decisivi. E tuttavia, dietro quel contingente valoroso, aleggia anche la storia di ciò che avrebbe potuto essere. Nei decenni precedenti, le restrizioni imposte dal mandato britannico - culminate in provvedimenti come il Libro Bianco del 1939 - limitarono severamente l'immigrazione ebraica verso la Palestina. 
  Tali politiche, adottate in un contesto di crescenti tensioni locali con i movimenti palestinesi e pressioni politiche, impedirono a molti di trovare rifugio e di contribuire anni dopo alla lotta armata contro il nazifascismo. Se quelle porte fossero rimaste aperte, se l'approdo fosse stato consentito a un numero maggiore di uomini e donne in fuga dall'Europa, la Brigata ebraica avrebbe potuto contare su ranghi ben più ampi, diventando una forza ancora più imponente sul campo di battaglia, e soprattutto innumerevoli vite sarebbero state salvate dallo sterminio nazista. La presenza della Brigata ebraica ebbe un valore che trascendeva il piano militare. In un mondo in cui gli ebrei venivano disumanizzati e annientati, la Brigata incarnava la rinascita dell'orgoglio e della capacità di autodifesa. I suoi soldati non combattevano solo per liberare territori, ma per riaffermare un'identità che il nazismo aveva cercato di cancellare. Alla fine del conflitto, quando le armi tacquero, la missione della Brigata non si concluse. Molti dei suoi membri si dedicarono ad aiutare i sopravvissuti della Shoah, fornendo assistenza, protezione e facilitando il loro viaggio verso una nuova vita. In quel momento, la Brigata divenne ponte tra distruzione e rinascita, tra dolore e speranza. La sua eredità è profonda e duratura. Essa contribuì non solo alla vittoria contro il nazifascismo, ma anche alla formazione di una coscienza collettiva che avrebbe positivamente influenzato la nascita dello Stato di Israele. I suoi veterani portarono con sé esperienza militare, spirito di sacrificio e un senso incrollabile di unità. 
  Raccontare la storia della Brigata Ebraica significa celebrare una pagina luminosa in uno dei capitoli più oscuri della storia umana. E il racconto di uomini e donne che, di fronte all'abisso, scelsero di combattere, di resistere e di costruire. È un'epopea di dignità che continua a risuonare nel tempo, ricordandoci che anche nei momenti più bui può nascere una luce capace di guidare il futuro.

(La Verità, 25 aprile 2026)


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Niente cortei per Shabbat e tensioni. Ma la comunità si riunirà domani 

La cerimonia al Cimitero militare di Milano per ricordare alleati e Resistenza 

di Luciano Bassani

Quest'anno la Comunità ebraica di Milano non prenderà parte alle manifestazioni del Festa della Liberazione in programma il 25 aprile. Una decisione che nasce da una doppia motivazione: il rispetto dello Shabbat, giorno sacro di riposo e preghiera, e un clima percepito come sempre più difficile all'interno di alcuni cortei pubblici. 
  Nel calendario ebraico, lo Shabbat rappresenta un momento centrale della vita religiosa, durante il quale sono sospese attività lavorative e spostamenti non necessari. Quando cade in concomitanza con eventi civili, la partecipazione diventa quindi problematica per osservanti e istituzioni comunitarie. 
  A questo elemento si aggiunge una preoccupazione crescente per la presenza, negli ultimi anni, di gruppi e slogan considerati ostili a Israele e, in alcuni casi, sfociati in espressioni percepite come antisemite. Un contesto che ha contribuito a rendere meno inclusivo, agli occhi di molti ebrei italiani, uno spazio che storicamente è stato condiviso e gli spettava di diritto. 
  Il 25 aprile resta tuttavia una data fondativa anche per la memoria ebraica italiana. Numerosi ebrei parteciparono infatti alla Resistenza italiana e alla lotta contro il nazifascismo, sia nelle file partigiane sia all'interno delle forze alleate. A questo va aggiunto il riferimento storico alla collaborazione tra il Gran Mufti di Gerusalemme e il regime nazista durante la Seconda guerra mondiale, che dovrebbe far porre qualche domanda sulla partecipazione alla manifestazione dei volenterosi promotori della difesa a oltranza dei palestinesi. 
  Proprio per ribadire il suo legame al giorno della liberazione, la Comunità ebraica di Milano ha scelto di partecipare a una commemorazione alternativa domenica 26 aprile a Trenno. Il Milan War Cemetery (in italiano, Cimitero di guerra di Milano) è un cimitero dove sono seppelliti 417 caduti delle nazioni del Commonwealth. 
  L'iniziativa si svolgerà davanti alle lapidi che ricordano i soldati ebrei dell'esercito britannico e della Brigata ebraica, unità che combatté in Italia negli ultimi mesi della guerra contribuendo alla liberazione dal nazifascismo. 
  Sarà un momento sobrio ma significativo, dedicato alla memoria condivisa e al contributo ebraico alla libertà dell'Italia. 
  In questo scenario, la scelta della Comunità ebraica milanese appare come un tentativo di tenere insieme identità religiosa, sicurezza e memoria storica. Un modo diverso di celebrare il 25 aprile, senza rinunciare al suo significato profondo: la conquista della libertà e il rifiuto di ogni forma di odio. 

(La Verità, 25 aprile 2026)

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Gaza. Le armi di Hamas per schiacciare le milizie rivali

Il nuovo studio dell’ICT israeliano svela la strategia per isolare i gruppi sostenuti da Israele e consolidare il controllo sull’enclave

di Shira Navon

Il terreno su cui si gioca il potere a Gaza si è spostato, e chi continua a leggere quel conflitto solo in termini di armi e raid resta indietro. Un rapporto dell’International Institute for Counter-Terrorism israeliano mostra come Hamas abbia aperto un fronte meno visibile e forse più efficace, una guerra psicologica costruita con metodo, pazienza e una conoscenza profonda della società gazawi, dove l’appartenenza familiare e la reputazione valgono quanto, se non più, della forza militare.
Dopo il cessate il fuoco del 10 ottobre 2025, mentre le operazioni armate diminuivano di intensità, Hamas ha cambiato passo. Alle eliminazioni mirate ha affiancato una campagna sistematica che usa canali Telegram, messaggi calibrati e una pressione capillare sui clan locali, trasformati in strumenti di delegittimazione. Il bersaglio sono le milizie nate negli ultimi due anni, gruppi eterogenei che operano tra Rafah, Gaza City e il nord della Striscia, alcuni dei quali sostenuti apertamente da Israele con l’obiettivo di indebolire il controllo dell’organizzazione islamista e ridurre la necessità di interventi diretti.
Il rapporto individua almeno cinque di questi gruppi, tra cui le cosiddette “Forze popolari” guidate da Yasser Abu Shabab, attive nella zona orientale di Rafah e riconosciute da Israele come interlocutori operativi già nel giugno 2025. Accanto a loro si muovono altre milizie locali, nate spesso su base familiare o territoriale, che cercano spazio in un contesto frammentato e instabile. È proprio questa frammentazione che Hamas ha deciso di sfruttare, rovesciandola contro i suoi avversari.
Per farlo ha costruito una macchina di controllo interna che non si limita alla sicurezza tradizionale. L’unità Sahm, creata nel marzo 2024, agisce sulla popolazione civile, regolando i mercati e punendo i presunti collaboratori, mentre Rada, istituita nell’estate 2025, opera come braccio repressivo specializzato contro chi viene accusato di cooperazione con Israele. Queste strutture non si muovono soltanto sul piano operativo, ma alimentano un flusso continuo di contenuti che circolano online, dove vengono pubblicate confessioni, immagini e avvertimenti destinati a costruire un clima di paura e isolamento.
Il cuore della strategia sta nella costruzione di un’immagine. Le milizie rivali vengono presentate come corrotte, mosse da interessi personali, incapaci di offrire protezione e destinate a essere abbandonate da Israele. Ogni episodio interno, ogni sospetto tradimento, ogni tensione viene amplificata e inserita in una cornice narrativa coerente che punta a svuotare queste formazioni di qualsiasi legittimità sociale. Parallelamente, Hamas apre finestre di “pentimento” di dieci giorni, offrendo amnistie temporanee che funzionano come leva psicologica per spingere i combattenti a disertare.
La leva decisiva resta però quella tribale. In una società dove il clan definisce identità e protezione, la scomunica pubblica equivale a una condanna. Il caso del clan al-Duhaini, che nel dicembre 2025 ha preso le distanze da alcuni membri coinvolti nelle milizie, privandoli della protezione familiare, è emblematico di un meccanismo che Hamas incoraggia e, secondo diverse testimonianze, talvolta impone. La pressione non arriva solo dall’alto, ma attraversa le relazioni quotidiane, trasformando la diffidenza in isolamento e l’isolamento in vulnerabilità.
A questo si aggiunge il ruolo dei media regionali, con Al Jazeera che ha rilanciato materiali forniti da Hamas, inclusi filmati provenienti da body cam di presunti collaboratori, contribuendo a rafforzare l’idea di un controllo capillare e onnipresente. Il messaggio è chiaro e viene ripetuto fino a diventare percezione condivisa: chi collabora è visto, seguito, prima o poi colpito.
La reazione dell’Autorità Palestinese è stata dura, con Mahmoud Abbas che ha parlato di violazioni gravi dei diritti umani, mentre la stampa vicina a Ramallah ha evocato paragoni con le esecuzioni dello Stato islamico. Parole che segnano una distanza politica profonda, ma che difficilmente incidono sul terreno, dove la legittimità si misura nella capacità di controllare e orientare la società.
Il dato che emerge con più forza dal rapporto è che Hamas non difende il proprio potere soltanto con le armi, ma con un sistema integrato che tiene insieme coercizione, propaganda e strutture sociali. Chi immagina alternative di governo a Gaza dovrà fare i conti con questo intreccio, perché smontarlo richiede molto più che neutralizzare una catena di comando militare. Qui il potere passa per le famiglie, per le reti informali, per la percezione di ciò che è giusto o tradimento, e su quel terreno Hamas continua a muoversi con una lucidità che, piaccia o meno, spiega perché resti un attore centrale nonostante tutto.

(Setteottobre, 25 aprile 2026)

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Nuovo picco di episodi antisemiti

Dall’inizio della guerra a Gaza, gli episodi di ostilità sono aumentati notevolmente. Il conflitto rischia di gettare un’ombra anche sull’ESC (Eurovision Song Contest) di Vienna. Perché la comunità ebraica è comunque entusiasta dell'ESC.

Il numero di episodi antisemiti registrati in Austria ha raggiunto un nuovo picco nel 2025. L'anno scorso l'ufficio segnalazioni della Comunità ebraica ha documentato 1532 casi. Rispetto al 2024 l'aumento è inferiore all'uno per cento, ma non c'è motivo di rallegrarsi, ha affermato il direttore dell'ufficio segnalazioni, Johannan Edelman: «Qui assistiamo al consolidamento di una situazione di crisi anziché a un calo».
I numeri sono aumentati notevolmente dopo i massacri di Hamas del 7 ottobre 2023 e la successiva operazione militare israeliana contro il terrorismo nella Striscia di Gaza. «Lo tsunami antisemita dopo il 7 ottobre 2023 si è trasformato in un'inondazione persistente», ha detto Oskar Deutsch, presidente della Comunità ebraica di Vienna.
Non ci si può e non ci si deve abituare a questa situazione, ha sottolineato Deutsch. La comunità ebraica attende con gioia l’Eurovision Song Contest a maggio a Vienna, nonostante le manifestazioni anti-israeliane annunciate, ha detto. L’ESC è una festa della diversità. «C’è una minoranza piccola, ma rumorosa e pericolosa, che vuole distruggerla», ha affermato Deutsch.
Tra i 1532 casi, 205 erano danni alla proprietà, 27 minacce e 19 aggressioni fisiche. Il resto consisteva in ostilità verbali e scritte. Non tutti i commenti antisemiti online sono stati conteggiati singolarmente. Sono stati invece raggruppati i commenti multipli relativi a un post o a un articolo su un incidente.
L'ufficio segnalazioni ha attribuito il 28% dei casi allo spettro politico di sinistra, poco meno del 25% aveva un background musulmano e il 20% era motivato dalla destra politica. Il resto non ha potuto essere attribuito in modo univoco. 

(Jüdische Allgemeine, 24 aprile 2026)

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Israele nomina il suo primo ambasciatore cristiano come inviato presso il mondo cristiano

La nuova carica, istituita in un momento di turbolenze internazionali, mira a rafforzare le relazioni di Israele con il mondo cristiano.

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Il ministro degli Esteri israeliano Gideon Sa’ar (a sinistra) parla con George Deek, inviato speciale presso il mondo cristiano

Israele ha nominato il suo primo ambasciatore cristiano, George Deek, come inviato speciale presso il mondo cristiano, con l’obiettivo di approfondire i legami con le comunità di tutto il mondo, ha annunciato giovedì il Ministero degli Esteri.
Distinto diplomatico di lunga data che ha recentemente ricoperto il ruolo di ambasciatore di Israele in Azerbaigian, Deek è un membro di spicco della comunità cristiana araba di Jaffa. Suo padre, Youssef Deek, è stato a lungo presidente della comunità cristiana ortodossa di Jaffa.
“ “Lo Stato di Israele attribuisce grande importanza alle sue relazioni con il mondo cristiano e con i suoi amici cristiani in tutto il mondo”, ha dichiarato in un comunicato il ministro degli Esteri israeliano Gideon Sa’ar. “Sono fiducioso che George, un diplomatico rispettato ed esperto, contribuirà in modo significativo all’amicizia e al rafforzamento dei legami tra lo Stato di Israele e il mondo cristiano.”
Il ruolo di nuova creazione, in un momento di turbolenze internazionali globali, mira a rafforzare le relazioni di Israele con il mondo cristiano.
«Si tratta di una mossa molto tempestiva e necessaria da parte di Israele per nominare ufficialmente il suo diplomatico arabo cristiano di alto rango come inviato speciale presso il mondo cristiano», ha dichiarato a JNS David Parsons, vicepresidente senior e portavoce dell’Ambasciata Cristiana Internazionale a Gerusalemme. «Data l’attuale guerra e soprattutto la diffusione dell’antisionismo nei circoli cristiani, sarà sicuramente d’aiuto avere un arabo cristiano israeliano che racconti la verità sui valori democratici di Israele in tutto il mondo».
«Si tratta di un ottimo passo nella giusta direzione e deve essere esteso per facilitare il coordinamento tra tutti i ministeri governativi e i comuni che si occupano delle comunità cristiane», ha affermato David Rosen, ex direttore internazionale per gli affari interreligiosi presso l’American Jewish Committee. «Spero che ciò preannunci una comprensione più profonda da parte del governo di Israele di come le relazioni con le comunità cristiane locali influenzino la reputazione internazionale sia dello Stato di Israele che il benessere delle comunità ebraiche in tutto il mondo».

(JNS, 23 aprile 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)

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Ci sono tre guerre tra i cristiani in Usa

Riportiamo questo articolo di “La Verità” che potrebbe essere un sintomo della direzione che ha preso questo giornale sulla “questione ebraica”. Nel suo sottotitolo si dice tra l’altro: “La frizione tra il sionismo in salsa evangelica e i fedeli all'autorità di Roma spacca il Paese ed è una grana per il presidente”. Emerge subito il contrasto tra sionismo e Roma, tra salsa sionista evangelica e autorità romana papale.
Il risalto in colore è stato aggiunto. NsI

di Martino Cervo 

Posata la polvere dell'inedito cozzo tra «imperi» (quello morale del Vaticano contro quello secolarissimo, dell'America) si può forse tentare di capire cosa  l'abbia generato. Cosa, cioè, abbia provocato, sotto le scintille dei post di Donald Trump, quella divergenza che ora si cerca di ricomporre dopo il «sequestro» dell'allora nunzio Christophe Pierre al Pentagono, dopo le frasi mai viste del primo Papa americano contro il suo presidente, dopo insomma che Casa Bianca e Santa Sede sembrano agli antipodi più che dentro l'alveo di ciò che chiamiamo Occidente. 
   Le linee di faglia identificabili sono almeno tre. La prima è la più facile da cogliere: l'Iran. Nel metodo, la Chiesa contesta le ragioni dell'intervento bellico, anche alla luce del documento - comunque non valutato con favore - sulla Strategia della sicurezza nazionale del novembre '25. Qui, a pagina 28, si legge che Teheran, pur restando il primo fattore di destabilizzazione del Medio Oriente, era stata «enormemente indebolita dalle azioni israeliane successive al 7 ottobre 2023 e dall'azione del presidente Trump del giugno 2025, che ha significativamente depotenziato il programma nucleare iraniano». Nel merito, è finora difficile valutare positivamente l'efficacia dell'azione partita il 28 febbraio scorso: di qui l'inesausto richiamo a soluzioni diplomatiche, culminato nell'aggettivo «inaccettabile» scelto da Leone XIV quando Trump ha minacciato di «cancellare un'intera civiltà». 
   Ma c'è un'altra ragione per cui, in un episcopato complesso come quello americano, l'amministrazione si è trovata con tutti i prelati schierati contro, senza le divisioni tra «conservatori» e «progressisti»: e non è solo per dovere d'ufficio e di difesa del Papa. La seconda linea di faglia che divide non solo Chiesa e Casa bianca ma anche e soprattutto l'anima cattolica e quella evangelica dell'amministrazione è infatti l'immigrazione. Il tratto personale e ostile di papa Prevost lo rendono meno frontale di quanto fosse Bergoglio sul tema: Leone XIV ha appena invitato gli africani a servire il proprio Paese resistendo alla «tendenza migratoria». Tuttavia, oltre a contestare metodi ritenuti brutali nella gestione dell'immigrazione clandestina, c'è un fattore non indifferente. Quando in Italia o in Europa si parla di rimpatri, statisticamente ciò impatta su persone provenienti da Paesi in larga parte di religione islamica, o comunque di culture e storia diverse da quelle del nostro Continente. In America la «remigrazione», a voler usare un termine così abusato da essere inservibile, riguarda tanti latinos, molto spesso cattolici. Il rilievo generale dei vescovi non dipende dalla religione degli immigrati, ma sarebbe sbagliato non considerare questo tema. Secondo un articolo di Commonweal del 2025, addirittura «un cattolico su cinque» negli Usa è «vulnerabile» a un'applicazione severa dei criteri di rimpatri di massa. Paradosso ulteriore: come noto, il blocco elettorale cattolico americano, pur variegato, è considerato fondamentale per conquistare la Casa Bianca, e lo è stato anche per Trump. Tutti i sondaggi stimano che la maggioranza degli elettori cattolici lo abbia preferito a Kamala Harris, e in prospettiva il peso di questa fetta di popolazione sta diventando sempre più «pesante» rispetto ai protestanti, perché sta crescendo, a differenza dei secondi. La figura più rappresentativa di questo doppio attrito (guerra e immigrazione) è senza dubbio Stephen Miller, vice capo di gabinetto e consigliere per la sicurezza interna di Trump. Oltre a essere l'ispiratore principale della linea sull'immigrazione, Miller - proveniente da famiglia ebraica - lo scorso 16 aprile ha dichiarato che se l'Iran sceglierà la strada sbagliata, gli Stati Uniti hanno il potere di continuare «indefinitamente» la stretta bellica ed economica. 
   C'è una terza frattura, più latente e in un certo senso indipendente da Trump, che pure si trova a doverla gestire come presidente, sia nel Partito repubblicano sia nel Paese. Si può partire da un'inconsueta presa di posizione da parte dei patriarchi e i capi delle Chiese di Gerusalemme pubblicata sabato 17 gennaio 2026. Non tocca né la politica internazionale né l'America, ma cita «ideologie dannose, come il sionismo cristiano», che «ingannano il pubblico, seminano confusione e attentano all'unità del nostro gregge». Non si tratta di una faida religiosa in una zona infuocata quale la Terra Santa, ma di una linea di faglia teologica che attraversa anche l'America: tanto che a quel documento ha risposto duramente Mike Huckabee, ex pastore battista e ambasciatore degli Usa in Israele. 
   Come ha spiegato un recente articolo di Giacomo Maria Arrigo su Limes, il sionismo cristiano è «una credenza religiosa con considerevoli riflessi politici, che sostiene attivamente il ritorno degli ebrei in Israele e vede la nascita dello stato di Israele come parte del piano profetico», interpretando alla lettera la Bibbia in una dottrina «dispensazionalista». Per semplificare una faccenda stratifìcata e complessissima, il mondo evangelico americano e la sua sporgenza politica considera attuali, valide, storicamente predittive e politicamente impegnative le promesse veterotestamentarie fatte da Dio al suo popolo. Quando il popolarissimo conduttore Tucker Carlson ha chiesto al senatore repubblicano Ted Cruz se considerasse la nazione citata nella Genesi quella oggi governata da Netanyahu, Cruz ha risposto affermativamente. Il capo del Pentagono, Pete Hegseth, aderisce a tale impostazione, che non può non entrare in conflitto con la sensibilità cattolica. Del resto, è sotto la sua guida che, la scorsa Pasqua, il Pentagono si è premurato di far sapere che non ci sarebbero state celebrazioni cattoliche ma solo protestanti per il Venerdì Santo. Quanto tale profonda frizione sia destinata a caratterizzare il mandato di Trump, che pure allinea tra le sue fila una nutritissima schiera di  cattolici dichiarati, lo testimonia persino l'ex miss California Carrie Prejean Boiler, cattolica, che sostiene di essere stata licenziata dalla Commissione per la libertà religiosa per aver esercitato la sua, dichiarando che la fede nella Chiesa di Roma non sposa il sionismo politico come compimento dei Testi. 
   Episodio forse marginale, nella sua perfetta americanità, ma che rientra nel grande scontro teologico che anima il più materialista dei Paesi occidentali. Il sacro, espulso, trova sempre strade impreviste. 

(La Verità, 24 aprile 2026)
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L’autore accenna a un articolo su Limes di Giacomo Maria Arrigo.
Ne riportiamo di seguito ampi estratti.


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Altro che cattolici, l’America è dei sionisti cristiani 

Rapporto da Notre Dame, cuore del cattolicesimo conservatore statunitense. Nonostante gli influenti fedeli di Roma nel governo Trump, è Israele la vera religione politica dei repubblicani. Vietato criticarlo. L'Apocalisse al Pentagono. 

di Giacomo Maria Arrigo 

I ragazzi entrano ordinati, in fila indiana, in silenzio. Poggiano i loro zaini nel vestibolo e proseguono fino ai banchi. Si ode solo la voce del sacerdote che celebra la messa. Un vago odore d'incenso impregna l'aria. È il 18 febbraio, mercoledì delle ceneri: mi trovo nella basilica del Sacro Cuore, dentro il campus dell'Università di Notre Dame, in Indiana. Gli sguardi solenni dei presenti sono rivolti ora al sacerdote, ora alla rappresentazione della Trinità sopra l'altare. Alcune donne hanno un velo ricamato sul capo. A un certo punto i fedeli si alzano e procedono disciplinatamente verso i ministri per lo spargimento delle ceneri sul capo. Anzi no: i sacerdoti tracciano col dito una croce sulla fronte di ciascuno. E guai a ripulirsi: si fa piuttosto a gara a chi riesce a mantenere per più tempo la croce visibile fino a sera. E così le strade delle città sono piene di uomini e donne con la fronte tracciata da due incerte linee di cenere, persino sul posto di lavoro. L'anno scorso fu Marco Rubio a presentarsi in televisione con la croce di cenere in fronte, incuriosendo i più. Ma in America è prassi, in Europa si è invece più timidi nell'esibire simboli religiosi in pubblico, figurarsi un politico. 
  Sono appena arrivato negli Stati Uniti, dove trascorrerò un mese in qualità di visiting scholar all'Università di Notre Dame, il più importante ateneo cattolico statunitense. C'è un'atmosfera frizzante nell'aria, ma non si tratta del freddo. È la sensazione che qualcosa stia accadendo. I cattolici sono tanti, quantomeno all'interno del campus. I ragazzi e le ragazze vestono perlopiù bene, ovvero in maniera poco americana, perché un buon abito, la cura nel vestiario, i capelli pettinati, sono tutti marcatori identitari tipici dei cattolici negli Stati Uniti. Sembra di essere in un limbo sospeso tra l'Europa e l'America: non più Europa perché c'è un senso di artificialità che gli Stati Uniti non riescono a scrollarsi di dosso; non ancora America perché vige una formalità che altrove è vietata. È una sensazione divertente, che emerge persino da alcuni cartelloni affissi nella bacheca della basilica: un collage di fotografie di catecumeni, ragazzi e ragazze che si stanno preparando al battesimo, e appaiono tutti felici; e un altro collage di visi di giovani uomini in procinto di diventare sacerdoti, anch'essi sorridenti. Pare che la Chiesa cattolica non conosca crisi da queste parti. 

[…]

C'è un non detto che aleggia nell'aria, insomma, un freno a qualsiasi canto di vittoria. Non mi rendevo ancora conto che, giunto in America con un'idea (una vittoriosa invasione nella politica e nella sfera pubblica da parte del cattolicesimo), sarei tornato in Italia con un'altra. Cos'era quella stortura lo avrei compreso solamente qualche giorno dopo. 
  Il 20 febbraio esce l'intervista di Tucker Carlson all'ambasciatore americano in Israele Mike Huckabee 
  È un fulmine - ma non a ciel sereno, come vedremo. Huckabee è anche un pastore della Southern Baptist Convention, che negli Stati Uniti è il più grande gruppo protestante e la seconda più grande comunità cristiana dopo i cattolici. L'orientamento prevalente delle chiese che vi aderiscono è evangelicale. Carlson interroga Huckabee circa la sua aderenza a quello che chiama sionismo cristiano. Cosa sostiene veramente? Come si configura? Che tipo di rapporto suggerisce di tenere con il moderno Stato di Israele? Huckabee risponde che, siccome nella Bibbia c'è scritto che coloro che benedicono Israele saranno benedetti e coloro che maledicono Israele saranno maledetti da Dio (Genesi 12,3), bisogna stare inequivocabilmente dalla parte di Israele. 
  Il giornalista allora chiede quali siano i confini del territorio israeliano, visto che nella Bibbia si parla di una porzione geografica che si estende dal Nilo all'Eufrate (Genesi 15,18). Incalzato, l'ambasciatore risponde: «Andrebbe bene se [gli israeliani] prendessero tutte». 
  Questo scambio sintetizza bene la posizione del sionismo cristiano, una credenza religiosa con considerevoli riflessi politici, diffusa soprattutto nel mondo evangelico anglosassone, che sostiene attivamente il ritorno degli ebrei in Israele e vede la nascita dello Stato di Israele come parte del piano profetico. Per il sionismo cristiano è perentorio leggere la Bibbia alla lettera perché le promesse divine sono eterne, e quando Dio dice una cosa non può rimangiarsela o cambiarne il senso: nemmeno la venuta di Gesù esaurisce e invera l'elezione del popolo ebraico. Perciò la teologia del sionismo cristiano sostiene che Dio mantiene un patto storico e irrevocabile con gli ebrei (l'elezione rimane valida anche a fronte della missione di Cristo), che le promesse del territorio e della restaurazione nazionale conservano la loro validità, che il ritorno ebraico in quella specifica terra ha un significato profetico, che Israele e Chiesa non vanno identificati (la Chiesa non sostituirebbe Israele, la qual posizione, che da sempre caratterizza l'identità cristiana, è accusata di essere una «teologia del rimpiazzo» [in italiano è nota come “teologia della sostituzione”, ndr]), e che Israele avrà un ruolo centrale negli eventi escatologici culminanti nel regno messianico, giacché il ritorno del Messia è legato, in qualche modo, al destino d'Israele e alla città di Gerusalemme. 
  Qualche mese prima, nel giugno 2025, anche Ted Cruz, senatore repubblicano del Texas e già candidato alle primarie presidenziali nel 2016, aveva dichiarato che «fin da quando ero piccolo, mi è stato insegnato che coloro che benedicono Israele saranno benedetti, e coloro che maledicono Israele saranno maledettì-. E aveva aggiunto: «E per quanto mi concerne, voglio stare dal lato della benedizione-. Poco più avanti sottolineava: «Da dove viene il mio supporto per Israele? Innanzitutto dal fatto che siamo biblicamente vincolati a supportare Israele». A quel punto l'intervistatore (sempre Tucker Carlson) domandava: «La nazione a cui Dio si riferisce in Genesi è il paese governato da Binyamin Netanyahu oggi. Risposta immediata: «Sì, sì».

[…]

Dopo la lezione mi intrattengo con Deneen presso il suo ufficio. L'onnipresenza di libri ammonticchiati a ogni lato contribuisce a restringere la percezione dello spazio. Una grande finestra frontale è sormontata da un crocifisso di San Damiano e da altre icone dorate. Deneen mi confida di sperare che Vance diventi presidente alle prossime elezioni presidenziali dimodoché possa essere più libero di implementare una politica basata sulla dottrina sociale della Chiesa. D'altronde durante la fase di tribolazione spirituale di Vance, quando l'attuale vicepresidente si stava avvicinando alla fede cattolica, i due hanno parlato a lungo e Vance chiedeva consigli e confidava dubbi proprio a Deneen - o almeno così mi racconta lui stesso. A un certo punto tocco l'argomento del sionismo cristiano simulando disinteresse, come se ci fossi finito per puro caso e mio malgrado. Trovo immediatamente minor disponibilità a trattare l'argomento, e a parte qualche chiacchiera sul calo di supporto per Israele da parte della generazione Z, ormai documentato da svariati sondaggi, non ottengo alcuna sua opinione in merito. Non passerà molto prima di congedarci. 

[…]

Mentre ceniamo, parliamo della guerra. Vien subito fuori il nome di Paula White. In quei giorni è virale su Internet un suo video girato nel novembre 2020, un rito propiziatorio per la rielezione di Trump dove la donna, con atteggiamenti scomposti e voce litanica da televangelista, intona una strana preghiera - se così si può chiamare - e invoca gli angeli. Pastora evangelica, White è la consigliera spirituale di Trump, alla quale è stata pure affidata la direzione del White House Faith Office, opportunamente creato da Trump all'inizio del secondo mandato. Il 27 luglio 2025, in occasione di una conferenza a Gerusalemme organizzata da Daystar, una rete televisiva cristiana evangelica statunitense, White ha detto a Binyamin Netanyahu e a sua moglie Sara, entrambi sul palco, le seguenti parole: «Sono così onorata di sedere qui accanto a coloro che ritengo essere gli eletti da Dio! Per me Israele è sacro, è santo». Netanyahu annuiva sorridendo. 
  Il professore tedesco accanto a me sostiene che tutto ciò è una palese contraddizione: come è possibile che gli Stati Uniti, da una parte, denuncino l'estremismo religioso del regime iraniano e, dall'altra, adottino un'analoga retorica politico-religiosa? Forse che l'Iran è «attivo- («bad guys», ha detto Hegseth) solo perché si serve di giustificazioni islamiche, mentre gli Stati Uniti sono «i buoni- perché si fondano sul cristianesimo - anzi, per essere precisi, sul sionismo cristiano? In Europa, continua il professore, tutto ciò non solo non è accettabile ma non è nemmeno preso sul serio, è accantonato come roba folkloristica; al massimo viene letto come un semplice mantello utile a nascondere interessi (economici, egemonici, politici) che a noi sembrano più concreti, ma che forse, in fondo, non lo sono poi così tanto. Ebbene, non comprendere tutto ciò ci espone a un pericolo: è un'illusione tutta europea quella che ci spinge a considerare il mondo come finalmente illuminato dalla ragione secolare - un mito illuministico, ma pur sempre un mito. Non posso non essere d'accordo con lui: l'idea che le credenze spirituali non siano più operative nel mondo contemporaneo, o che non abbiano un'effettiva efficacia, è una palese assurdità. Gli europei sono tagliati fuori da una reale e profonda comprensione degli avvenimenti globali proprio perché rifiutano di dar peso alle motivazioni religiose che stanno alla base delle scelte strategiche, militari, politiche e perfino economiche. Gli europei sono ciechi - e continuano a esserlo se giudicano tutto ciò come ininfluente, irrilevante, o come una mera carnevalata. «Con questa guerra assisteremo al ritorno del Messia», ha detto Netanyahu il 12 marzo parlando in ebraico. 

[…]

I giorni trascorrono velocemente. La neve passa, il sole riscalda, la primavera è alle porte. La fine della mia permanenza è vicina. A pochi giorni dalla mia partenza assisto a una lezione pubblica del vescovo Robert Barron. Barron è una figura di riferimento per la comunità cattolica statunitense e figura parecchio attiva sui social, con milioni di followers, sempre disponibile a un confronto muscolare con gli avversari. La sua lezione è incentrata sull'ermeneutica dell'Antico Testamento, culminante nella considerazione che Dio è il totalmente altro («the utterly Other»), al punto che «si comprebendis non est Deus», «se lo comprendi non è Dio», come recita sant'Agostino in un suo celebre sermone. 
  Uscito dall'aula, mi dirigo a casa di un professore che mi ha invitato per cena. 
  È un piacevole momento per congedarmi dall'ambiente accademico di Notre Dame. Entrato in una casa tipicamente americana, con il vialetto tracciato lungo un giardino, il posto per l'automobile vicino all'ingresso e il tetto spiovente, saluto i presenti, un nutrito gruppo di professori e di altre persone invitate per l'occasione. È un ambiente intimo e allegro. È inevitabile che l'argomento cada sulla guerra. La discussione tra i presenti è pacata e mai accalorata, le opinioni si susseguono ordinatamente e con rispetto. L'opinione diffusa è che Israele abbia spinto l'America in questa guerra contraria agli stessi interessi americani. «Proprio come quando Israele aveva suggerito alla nostra intelligence nel 2003 che Saddam Hussein avesse le armi di distruzioni di massa per trascinarci in guerra con l'Iraq», aggiunge uno dei presenti. E poi: «Il fatto è che l'americano medio non conosce il Medio Oriente, dice qualcuno. «È completamente ignorante della realtà sociale, politica e religiosa della regione. Per non parlare della geografiai-. Qualcun altro chiede il motivo di questo analfabetismo. La risposta non tarda ad arrivare: «È utile a una certa agenda percepire il Medio Oriente come una regione omogenea, abitata da popoli sostanzialmente tribali e da fanatici religiosi» Ascolto con interesse e registro le reazioni dei presenti. Il tono di voce è dei più composti, le dichiarazioni sembrano ben meditate. 
  Al termine della serata torno nel mio appartamento per preparare la valigia. 
  Prima di spegnere la luce scorro il social X. Casualmente mi imbatto in un post di Carrie Prejean Boller che recita: «Il presidente Trump mi ha ufficialmente rimossa dalla Commissione per la libertà religiosa per aver esercitato la mia libertà religiosa. L'unica donna cattolica che si oppone al sionismo è stata rimossa come preludio alla guerra con l'Iran. Di cosa si tratta? Mi incuriosisco e faccio qualche ricerca - il sonno può aspettare. In breve, la vicenda è la seguente: nel maggio 2025 il presidente Trump ha costituito la Religious Liberty Commission con il compito di studiare lo stato della libertà religiosa in America e fornire consulenza al Faith Office (guidato dalla già citata Paula White) e al Domestic Policy Council, proponendo eventuali misure per tutelarla a livello nazionale e individuando al contempo opportunità per promuoverla anche a livello internazionale. La commissione, composta da quattordici commissari, è diretta da Dan Patrick, vicegovernatore del Texas, evangelico conservatore fortemente pro Israele, battezzato nel fiume Giordano nel 2016 e vicino a reti tipicamente associate al sionismo cristiano (su tutte, la Christians United for Israel fondata da John Hagee). All'udienza sull'antisemitismo del 9 febbraio, in presenza di alcuni testimoni, tutti rabbini, che avevano subito discriminazioni, Carrie Prejean Boller, membro della commissione di fede cattolica, afferma che il cattolicesimo non sostiene il sionismo inteso come compimento di profezie bibliche. Le domande che avanza sono due: tutti i cattolici che non sono sionisti in questo senso (come tra l'altro aveva già scritto R.R. Reno) sono antisemiti? E inoltre: essere antisionisti significa essere antisemiti? Alla prima domanda non riesce ad ottenere una chiara risposta, anche se l'esitazione dei presenti è eloquente, come ella stessa dirà in alcune interviste rilasciate nelle settimane successive. Aggiunge poi: «In un paese fondato sulla libertà religiosa e sul primo emendamento, credete che sia possibile opporsi energicamente all'antisemitismo, incluso ciò che voi avete subito, e al contempo condannare l'uccisione di massa di civili a Gaza, o rigettare il sionismo politico, o non supportare lo Stato d'Israele? O credete forse che parlare di ciò che molti americani intendono come un genocidio a Gaza debba essere trattato come esempio di antisemitismo? Lo chiedo perché, nella mia visione, gli Stati Uniti non possono e non devono abbracciare una particolare teologia su Israele intesa come banco di prova per una libertà di parola limitata o per ottenere legittimità morale-. La risposta da parte dei testimoni, formulata con chiarezza in seguito alle pressanti domande di Prejean Boller, è che antisemitismo e antisionismo si equivalgono. Dopo quell'udienza, Carrie Prejean Boller è stata licenziata dalla Commissione senza una chiara motivazione. 

[…]

Ormai in aeroporto, guardo lo skyline di Chicago in lontananza e mi domando cosa stia succedendo agli Stati Uniti. Ero venuto qui con un'idea ben precisa, che il cattolicesimo stesse vincendo il cuore degli americani e che, grazie a personaggi come ].D. Vance e Marco Rubio, avrebbe inciso pure sulle decisioni strategiche e sulle scelte politiche del governo. Quanta ingenuità, mi dico. 
  Finalmente sull'aereo, do un ultimo sguardo al telefono. Sui social viene rilanciata da più utenti una notizia che mi lascia alquanto perplesso. A metà febbraio (quasi un mese fa, chissà come mai quella notizia aveva iniziato a circolare con questo ritardo) Pete Hegseth aveva invitato al Pentagono Douglas Wilson, noto predicatore, pastore evangelico e sionista cristiano, per guidare un momento di preghiera. Wilson è noto anche per aver accarezzato l'idea che gli Stati Uniti debbano adottare una teocrazia cristiana e conformarsi a un'interpretazione biblica della società. Ma la cosa che ha fatto indignare gli utenti sui social è un video recentemente riaffiorato in cui dice che in America, paese tradizionalmente protestante, potrebbe pure essere ammesso il suono delle campane delle chiese, ma che le processioni cattoliche dedicate alla Vergine Maria o all'Eucaristia dovrebbero essere vietate perché rappresenterebbero «atti pubblici di idolatria». Wilson è uno dei fondatori della Comunione delle chiese evangeliche riformate, rete alla quale la chiesa di Hegseth aderisce. 
  Spengo il telefono. La guerra con l'Iran è in corso. Israele sembra essere la causa di rinnovate aggregazioni e disgregazioni identitarie, la ragione di profonde simpatie e di ancor più profondi odi, il fondamento di nuove ideologie politiche e il presupposto per alleanze o disaccordi più profondi e duraturi di semplici e contingenti convergenze strategiche. Qui s'intrecciano motivi spirituali, proiezioni escatologiche, lotte intracristiane e interreligiose, sogni di egemonie locali e globali. Il mondo dello spirito è di nuovo all'opera, e incide sulle alterne vicende umane pur nell'epoca del disincanto. Speriamo che finisca bene. Anzi, tanto vale pregare. 

(Limes, "In trappola", Vol 3, aprile 2026)


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L’analfabetismo biblico degli italiani

di Marcello Cicchese

Anni fa fui invitato in una scuola media a presentare la persona di Lutero da un punto di vista evangelico. Naturalmente accennai a certe differenze fondamentali tra cattolici ed evangelici sulla chiesa, e al momento delle domande un ragazzo fece la classica osservazione: “Ma Gesù ha detto: Tu sei Pietro e su questa pietra fonderò la mia chiesa”. Con ciò pensando forse di chiudere il discorso, come del resto fanno molti giornalisti, che su questo non sanno molto di più. Al che ho risposto: “Non è vero”. Volevo vedere quali argomenti avrebbe portato a sostegno della sua affermazione. Come mi aspettavo, non disse niente. “No, è vero - corressi allora io - sta scritto nei Vangeli. Sai dirmi dove?” Nessuna risposta. “Allora te lo dico io: sta scritto in Matteo 16:18", dissi senza aprire la Bibbia. 
  All’età sua, avrei reagito come lui, che a quell’età ero un cattolico come lui. Perché è del tutto usuale, in ambito cattolico, essere ignoranti in fatto di Bibbia. Un fratello in fede, dopo essersi convertito a Cristo mi ha detto che la sorella è rimasta scandalizzata quando le ha detto che Gesù era ebreo. Ma è mai possibile oggi? Nella cultura popolare cattolica, che alcuni adesso sembrano rimpiangere (anche tra i redattori di “La Verità”), pare proprio di sì. 
  C’è ancora chi pensa che Bibbia e Vangeli siano due cose diverse. E se la cosa viene fuori, non se ne vergognano, perché non è compito loro interessarsi di certe cose: ci sono i preti per questo. 
  Anche se si sale di livello, la cosa in sostanza non cambia: si può considerarsi uomini di cultura senza sentire la necessità di essere personalmente documentati in fatto di testo biblico.Si possono citare Kant e Hegel e ignorare, o del tutto trascurare, che sono cresciuti in una famiglia protestante luterana, Si può citare Nietzsche e non tener conto che il padre era un pastore protestante luterano. Sanno forse gustare la musica di Bach, o quanto meno sanno che è esistito, ma non sottolineano che è nato e cresciuto interamente in una società luterana e in una fede biblica. E c’è da chiedersi quanto sanno capire del testo delle cantate di Bach. Sono quasi tutte espressioni di fede biblica, che per Bach era personale, e non di generico cristianesimo, ma di riferimenti a testi in cui la salvezza non è certamente presentata in forma cattolica. Non ci sono né madonne, né papi, né santi in quelle cantate. In una di queste si canta il famosissimo (tra gli evangelici) versetto di Giovanni 3:16 Poiché Dio ha tanto amato il mondo, che ha dato il suo unigenito Figlio, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna.”
  Ma in ambito cattolico tutto questo si trascura. L’intellettualità italiana è priva di cultura biblica.
  E sembrano accorgersi solo adesso che l’America è cresciuta in un ambiente protestante. Perché si parla di evangelici che influenzano il Presidente. Protestanti, evangelici, che differenza c’è? Ma cosa sono questi “cascami del cristianesimo americano”, si chiede l’intellettuale cattolico-italiano Franco Cardini. E da bravo cattolico mette in risalto l’autorità spirituale di un “vero agostiniano” come papa Prevost, osservando con soddisfazione che il “potere ecclesiastico” mette a tacere la “soggezione dei laici”.
  Quello che l’italiano medio di grande o piccola cultura non riesce a capire, ma neppure a immaginare, è che possa esistere un “cristianesimo biblico dei laici”. È la Riforma protestante, con il suo principio fondamentale del “Sola Scriptura” come suprema e unica autorità, ad aver acceso e alimentato i vari fuochi di questo cristianesimo biblico popolare che hanno alimentato grandi movimenti culturali in Europa e nella propaggine americana che ne ha ricevuto la spinta.
  Termini come luteranesimo, pietismo, liberalismo, dispensazionalismo, fondamentalismo sono abbreviazioni sotto cui si muovono riflessioni, dibattili, associazioni, movimenti che ruotano tutti intorno alla comprensione e all’attuazione di testi biblici. Sono termini usati e discussi sin dalla fine dell’Ottocento fuori dal contesto cattolico, ed è per questo che quando giornalisti, scrittori o intellettuali italiani li nominano, danno soltanto la prova evidente di non avere capito niente. 
  E restano lì a confrontarsi col papa.

(Notizie su Israele, 24 aprile 2026)

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Una passeggiata lungo il Sentiero dell’Indipendenza

Il Sentiero dell’Indipendenza a Tel Aviv fa rivivere il periodo della fondazione dello Stato di Israele. Non è solo in occasione della festa nazionale che invita a fare una passeggiata.

di Gundula Madeleine Tegtmeyer

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La Sala dell’Indipendenza è una tappa del percorso storico

La festa nazionale israeliana Yom Ha’atzmaut commemora la dichiarazione d’indipendenza del 14 maggio 1948, il 5 Iyar 5708 secondo il calendario ebraico. Oltre alle cerimonie ufficiali sul Monte Herzl e in altre località del Paese, nonché a un programma di contorno che comprende, ad esempio, parate aeree, in questo giorno memorabile sono molto apprezzate gite, grigliate, picnic e concerti. L’esercito apre parzialmente le sue basi al pubblico.
Nonostante tutte le minacce, anche quest'anno gli israeliani hanno celebrato questa giornata memorabile nei limiti del possibile e in conformità con le direttive del Comando del Fronte Interno (in ebraico: Pikud HaOref). Il Comando del Fronte Interno è un'unità regionale delle Forze di Difesa Israeliane, fondata nel 1992. È responsabile principalmente della protezione della popolazione civile in Israele in caso di guerre, attacchi terroristici e catastrofi naturali. Tra i suoi compiti figurano le operazioni di ricerca e soccorso, la gestione della protezione civile, l'allerta in caso di attacchi, ad esempio tramite app, e il coordinamento delle misure di soccorso.
    E giunsi dai deportati che abitavano presso il fiume Kebar, a Tel-Abib, e mi sedetti tra coloro che vi abitavano, e rimasi lì in mezzo a loro per sette giorni, completamente sconvolto (Ezechiele 3,15).
Un tour divertente e istruttivo sulla storia della fondazione di Tel Aviv e dello Stato di Israele è una passeggiata nella metropoli costiera lungo il Sentiero dell’Indipendenza, lo Shvil HaAzma‘ut. Questo percorso storico urbano, lungo un chilometro, attraversa il cuore del centro culturale e politico della città. Collega dieci importanti siti storici, ognuno dei quali offre uno sguardo sull'affascinante storia di Tel Aviv, la città ebraica sul Mediterraneo fondata nel 1909.

• Il primo chiosco
  Un popolare punto di incontro e un ottimo punto di partenza per il tour è il primo chiosco di Tel Aviv, situato sul viale Rothschild, all'angolo con via Herzl. La parola tedesca „Kiosk“ deriva dal persiano-turco gōše, che può essere tradotto con „angolo“ o anche „angolino“. Il turco kōsk, che significa „padiglione da giardino“ o anche „capanna“, fece il suo ingresso in Europa nel XVIII secolo attraverso il francese kiosque. I chioschi erano originariamente casette da giardino aperte, che nel corso del XIX secolo si sono trasformate in piccoli punti vendita dove si vendevano giornali.
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L’ex chiosco è oggi un bar espresso

Il Sentiero dell'Indipendenza può essere esplorato in autonomia. Presso l'ufficio turistico i visitatori ricevono indicazioni stampate in molte lingue, compreso il tedesco. Per gli appassionati di tecnologia, il personale spiega come funziona l’app gratuita con GPS per cellulari. Chi è in viaggio da solo, ma vorrebbe avere compagnia lungo il percorso, può chiedere nell’app a una delle tre celebrità locali di accompagnarlo virtualmente: la scelta è tra Shlomo Arzi, un popolare cantante rock e pop israeliano, oppure l’accompagnamento degli attori Rivka Michaeli o Tal Mosseri.
Il percorso ripercorre i quattro decenni che vanno dalla fondazione di Tel Aviv nel 1909 alla proclamazione dello Stato di Israele nel maggio 1948. Iniziate al numero 10 di Rothschild Boulevard e seguite in senso orario la linea di ottone incastonata nel marciapiede. Tra le tappe più importanti del percorso figurano la Sala dell'Indipendenza, dove nel 1948 il primo ministro David Ben-Gurion proclamò la fondazione dello Stato di Israele, e il Monumento ai Fondatori, dedicato alle famiglie che un tempo costruirono Tel Aviv. Lungo il percorso si trovano anche la prima scuola superiore ebraica della città e lo storico quartier generale della Haganah.
La striscia color bronzo nel pavimento si snoda per un chilometro lungo la storia. Emblemi presso i luoghi di interesse, come ad esempio davanti alla statua del primo sindaco Meir Dizengoff, indicano in quale punto della linea temporale ci si trova. La “realtà virtuale” lo rende possibile: presso ogni luogo di interesse, i visitatori vengono riportati indietro nel tempo e informati sugli eventi storicamente rilevanti. Le immagini storiche danno un'idea degli inizi, mentre le canzoni ebraiche degli anni corrispondenti completano il viaggio nel tempo.

• Le tappe dello Shvil HaAzma‘ut
  La prima tappa è il primo chiosco di Tel Aviv. Fu costruito nel 1910 e negli anni '20 era uno dei circa 100 chioschi della città. All'epoca era particolarmente apprezzata una rinfrescante limonata turca. Oggi l'edicola è un bar espresso.
La seconda tappa è la fontana a mosaico di Nahum Gutman, situata direttamente sul Rothschild Boulevard in direzione del parcheggio sotterraneo. Nahum Gutman (1898–1980) è stato un importante artista israeliano che, con il suo stile artistico inconfondibile, ha dato voce allo spirito e alla vitalità della nascente nazione israeliana, l'idea della rinascita nazionale ebraica in Terra d'Israele. Insieme ad altri artisti, Gutman aspirava a stabilire un linguaggio artistico per i progetti sionisti. Questo mosaico, intitolato “Piccola Tel Aviv”, fu commissionato nel 1971 e originariamente si trovava in Piazza Bialik. Mostra agli osservatori motivi tratti dalla vita nella storica Jaffa fino agli albori di Tel Aviv.
Passate tra gli edifici, oltrepassando un monumento al capitano Alfred Dreyfus, che nel 1894 fu ingiustamente accusato di alto tradimento in Francia e fu riabilitato solo nel 1906 – dopo anni di battaglie legali da parte di coloro che erano convinti della sua innocenza, come Émile Zola. 
Raggiungiamo ora la terza tappa, l’ex residenza di Akiva Arieh Weiss (1868–1947) all’angolo con via Ahad HaAm. Weiss fu l’iniziatore e il responsabile del progetto per la fondazione di Tel Aviv, la «prima città ebraica» in Palestina.
La quarta tappa lungo il percorso non esiste più. Qui sorgeva un tempo la prima scuola di lingua ebraica, il Liceo Ebraico Herzlia. Nel 1962 dovette cedere il posto alla costruzione della Torre Shalom. Il primo piano ospita una mostra degna di nota, che illustra in modo vivido alcuni momenti salienti dello sviluppo di Tel Aviv, tra cui anche la storia del Liceo Herzlia, che non era un liceo qualsiasi. Fu fondato nel 1905 a Jaffa con l'obiettivo di offrire agli studenti ebrei in Palestina un'istruzione moderna e completa e di promuovere la lingua ebraica. Sottolineava l'eredità storica del popolo ebraico e il suo stretto legame con la Terra d'Israele. Il liceo fu uno dei primi edifici di Tel Aviv e sorgeva all’estremità superiore di via Herzl. Quando dovette cedere il posto alla Torre Shalom, si trasferì in via Jabotinsky, dove si trova oggi.
La Grande Sinagoga è la quinta tappa del tour esplorativo. Seguite via Ahad HaAm fino al secondo bivio a sinistra verso via Allenby. Poco più avanti si intravede già la facciata della Grande Sinagoga, destinata a diventare il centro spirituale di Tel Aviv, poiché qui tutti gli abitanti della città avrebbero potuto partecipare a cerimonie ed eventi nell’ambito di un’unica pratica religiosa comune. L’organizzazione Lechi disponeva di un deposito segreto di armi nel seminterrato della sinagoga, finché non fu scoperto e smantellato dagli inglesi.

    Lechi è l'acronimo dell'espressione ebraica Lochamei Cherut Israel, in italiano: «Combattenti per la libertà di Israele», nota anche come «Banda di Stern». Si trattava di un'organizzazione paramilitare sionista fondata da Avraham («Jair») Stern nel territorio palestinese sotto mandato britannico. Il suo obiettivo dichiarato era l'espulsione con la forza delle autorità britanniche dalla Palestina, per consentire l'immigrazione illimitata degli ebrei e la fondazione di uno Stato ebraico. Inizialmente si chiamava Organizzazione Militare Nazionale in Israele, ma poco dopo fu ribattezzata Lechi. Il gruppo si separò dall'Irgun nel 1940 per continuare la lotta contro gli inglesi durante la Seconda guerra mondiale, durante la quale il Lechi prese in considerazione e perseguì alleanze discutibili, come quelle con l'Italia fascista e la Germania nazista, nella lotta contro il dominio britannico come potenza mandataria sulla Palestina.

Ora tornate indietro lungo Allenby Street e svoltate in Sderot Rothschild Street. Raggiungiamo il Museo dell'Haganah, che segna la sesta tappa del Sentiero dell'Indipendenza ed è ospitato nell'ex casa di Eliahu Golomb (1893–1945). Golomb fu membro fondatore dell'Haganah e fece parte del suo comando. Nel suo ruolo, Golomb viaggiò molto e procurò armi per i combattenti dell'Haganah.

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Soldatesse dopo la visita al Museo dell’Haganah

L’organizzazione e il finanziamento dell’immigrazione clandestina alla fine degli anni ’30 furono guidati in modo determinante da Golomb. Golomb considerava l’Haganah parte integrante del movimento sionista e rifiutava quindi l’esistenza di organizzazioni di difesa più radicali come l’Irgun Zeva’i Le’umi.
Era decisamente contrario a coloro che sostenevano attacchi indiscriminati contro gli arabi, ma si pronunciava a favore di un confronto attivo con gli aggressori arabi. Berl Katznelson ed Eliahu Golomb collaborarono strettamente con Vladimir Jabotinsky del Partito Revisionista per unificare gli sforzi di difesa degli ebrei.
La Banca Centrale di Israele ha sede alla settima tappa, in via Lillenblum 37, all’angolo con via Nahalat-Binjamin. Il centro visitatori presenta la storia del sistema finanziario israeliano e ospita una vasta esposizione di banconote e monete dal periodo precedente la fondazione dello Stato fino ai giorni nostri.
Tornate ora al Viale Rothschild, dove, all’ottava tappa del percorso, è stato eretto il Monumento alla Fondazione di Tel Aviv – progettato nel 1949 da Nahum Gutman in occasione del 40° anniversario della fondazione della città – sullo spartitraffico del Viale Rothschild. Su di esso sono incisi i nomi delle famiglie che nel 1909 fondarono l’insediamento Ahusat Bait, da cui in seguito nacque Tel Aviv.

Non lontano dal monumento ai fondatori ci troviamo alla nona e penultima tappa davanti a una statua in bronzo raffigurante Meir Dizengoff a cavallo. Dizengoff (1861–1936), nato come Meer Yankelevich Dizengof, fu un leader sionista e politico, responsabile dell’urbanistica (1911-1922) e primo sindaco di Tel Aviv. L’operato di Dizengoff nell’Impero Ottomano e nel Mandato britannico della Palestina contribuì in modo determinante alla fondazione dello Stato di Israele.
Un simbolo illuminato in questo punto del Rothschild Boulevard richiama l’attenzione sul numero civico 16. Alla decima tappa si trova la Sala dell’Indipendenza, il Beit HaAzma‘ut. È l’antica residenza di Meir Dizengoff e il luogo storico in cui, il 14 maggio 1948, David Ben-Gurion firmò e lesse la Dichiarazione d’Indipendenza di Israele. Qui è stato fondato lo Stato di Israele, otto ore prima della fine del Mandato britannico.

• Promosso dal sindaco Huldai
  Il percorso, promosso da Ron Huldai, sindaco di Tel Aviv-Jaffa dal 1998, termina presso la Sala dell’Indipendenza. Come modelli progettuali dello Schvil HaAzma‘ut sono serviti – tra gli altri – il “Freedom Trail” di Boston e la Paulskirche di Francoforte, dove nel 1848 si riunì l’Assemblea Nazionale per tutta la Germania. Una sfida particolare nella concezione è stata quella di collegare tra loro i vari luoghi di interesse, tanto più che in parte sono gestiti da organizzazioni diverse.
Per poter creare una narrazione generale e inclusiva, Huldai ha convocato un comitato composto da 25 donne e uomini provenienti da diversi gruppi sociali di Israele. Inoltre, il percorso non doveva interferire, per quanto possibile, con il design urbano, il suo utilizzo doveva essere gratuito e la storia della città doveva essere collegata a quella del Paese, poiché Tel Aviv ha avuto un ruolo importante nella fondazione dello Stato ebraico.
Il Beit HaAzma‘ut è stato sottoposto a un'accurata ristrutturazione e, preservandone il carattere storico, è stato riportato allo stato del 1948. Ospita una mostra sulla Dichiarazione d'Indipendenza e sulla fondazione di Tel Aviv. La Sala dell'Indipendenza è un punto di riferimento centrale sia per la popolazione locale che per i visitatori che desiderano comprendere le radici dello Stato moderno di Israele.

(Israelnetz, 23 aprile 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)

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Essere ebrei in Europa. Esperienze diverse, un destino comune

Molto interessanti sono stati, in particolare, le tavole rotonde a cui hanno partecipato diversi esponenti delle comunità ebraiche europee, che durante alcune tavole rotonde hanno raccontato la vita degli ebrei nel loro Paese. In generale, nonostante le difficoltà vissute, è emersa la volontà di reagire e continuare a vivere con orgoglio e dignità il proprio ebraismo.

di Ilaria Myr

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BRUXELLES - Durante la due giorni della European Jewish Conference, organizzata dalla European Jewish Association il 15 e 16 aprile, molti sono stati i momenti di confronto fra i partecipanti.
Molto interessanti sono stati, in particolare, le tavole rotonde a cui hanno partecipato diversi esponenti delle comunità ebraiche europee, che durante alcune tavole rotonde hanno raccontato la vita degli ebrei nel loro Paese. In generale, nonostante le difficoltà vissute, è emersa la volontà di reagire e continuare a vivere con orgoglio e dignità il proprio ebraismo.

• Francia, un antisemitismo ormai quotidiano

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Da sdinistra, Shannon Seban, Olvier Samuel e Alexander Benjamin

Della situazione in Francia hanno parlato Shannon Seban, Direttrice esecutiva per gli Affari europei, CAM e Olivier Samuel, Consistoire Israélite du Bas-Rhin.
«In Francia si ha chiaramente la sensazione che l’antisemitismo sia radicato nella vita quotidiana, come del resto in tutta Europa, e che sia diventato sempre più normalizzato – ha dichiarato Shannon Seban -. Secondo gli ultimi dati del Ministero dell’Interno francese, nel 2025 in Francia sono stati registrati 1.320 episodi antisemiti. Si tratta di più di tre episodi antisemiti al giorno. Un aspetto particolarmente allarmante di questa realtà è che una parte significativa di questi episodi si verifica in contesti educativi, comprese le scuole medie e le università. Ciò significa che l’antisemitismo sta raggiungendo le giovani generazioni».
«La nostra priorità come leader ebrei deve essere la vita ebraica, la vita ebraica, la vita ebraica – ha aggiunto Olivier Samuel -. Abbiamo deluso i nostri studenti. Sono loro che sono stati veramente abbandonati, e dobbiamo fare molto di più per sostenere la loro identità ebraica e il loro futuro. Abbiamo bisogno di più centri ebraici, più scuole ebraiche e infrastrutture comunitarie più solide. Siamo così concentrati sulla protezione che dobbiamo anche riaprire le nostre menti alla costruzione del futuro.”

• Germania, una linea rossa da non superare

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Da sinistra, Lawrence de Donges Amiss-Amiss (EJA), Karin Müller, Inna Volovik e Philip Stricharz

Sicuramente molto diversa è la situazione in Germania dove dal 2018 esiste un Commissione federale governativa per combattere l’antisemitismo e dal 2022 esiste una strategia nazionale. Interessanti sono i progetti avviati in Baviera dopo il 7 ottobre. «In Germania c’è una linea rossa che non si può superare – ha dichiarato Philip Stricharz della Comunità ebraica di Amburgo –. Non si può manifestare per l’Intifada e la distruzione di Israele perché si riconosce che odiare Israele è una forma con antisemitismo».
Esistono comunque molti progetti e iniziative per sviluppare conoscenza sulla situazione degli ebrei. «In Baviera abbiamo avviato un’iniziativa per documentare cosa succede nella nostra città e regione, creando nelle istituzioni molta più consapevolezza di cosa succede agli ebrei – ha spiegato Inna Volovik di Norimberga -. Per creare maggiore conoscenza sul 7 ottobre, poi, abbiamo realizzato delle cartoline con 7 domande sul 7 ottobre, destinate a studenti, insegnanti, istituzioni, polizia, ecc.. Lo abbiamo fatto in 7 lingue ma chiunque voglia diffonderle nel proprio Paese può contattarci».

• Tante situazioni diverse
Della situazione nei Paesi Bassi ha parlato Sidney Bialystock, presidente della comunità ebraica di Amsterdam. “Stiamo attenti a quello che succede ma siamo ebrei orgogliosi. Sono convinto che avremo indietro la nostra vita e che il governo olandese e di Amsterdam ci aiuteranno a raggiungere».
Ottimista è anche Marc Levy, della comunità di Manchester, colpita a ottobre da un attentato in cui sono rimaste uccise due persone: suo padre è stato colui che ha bloccato la porta della sinagoga, limitando l’attacco. «Vogliamo che questo attacco non ci definisca come comunità – ha dichiarato -, dobbiamo essere presenti, non dobbiamo lasciare gli spazi pubblici altrimenti verranno occupati dagli estremisti».
Non facile anche la condizione degli ebrei in Svezia, che conta 4500 membri in totale. «Quasi ogni shabbat c’è manifestazione palestinese contro Israele e questo è certo un problema per noi. – ha dichiarato Richard Muhlrad, presidente della comunità ebraica di Stoccolma -. Il nostro futuro è essere uniti fra noi». Anche in Irlanda, dove sono rimasti pochi ebrei, le condizioni non sono certo facili. «Non c’è alcun sostegno concreto da parte delle autorità alla piccola comunità, che sta vivendo livelli di antisemitismo mai vissuti prima – ha spiegato Orli Degani, israeliana trapiantata da anni nel paese, che lavora proprio nel combattere l’antisemitismo -. Dobbiamo quindi creare awareness su entrambi i fronti, interno ed esterno».
Molto diverso il quadro degli ebrei a Madrid, come ha spiegato la presidente della Comunità Estrella Bengio. «Abbiamo il privilegio di avere un presidente della regione e un sindaco che sostengono molto la comunità – ha spiegato -, tanto che abbiamo ricevuto una medaglia d’oro nel 2024. Mentre nella città di Alcobertas è stato realizzato un memoriale per il 7 ottobre».

• Il futuro è dei giovani

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Da sinistra Juan Caldes (EJA), Elior Papiernik, Achira beek, Maja Haaland e NoaKalisz

Molto interessante, infine, il panel con i giovani ebrei di alcuni Paesi europei – Svizzera, Belgio, Norvegia, Paesi Bassi – che hanno illustrato i numerosi progetti sviluppati per creare conoscenza e allo stesso tempo aggregazione fra i giovani delle loro comunità. Perché è solo stando insieme e unendo le forze che si affrontano le difficoltà.
Noa Kalisz, prresidente dell’Unione degli studenti ebrei del Belgio (UEJB ha spiegato come “oggi è difficile dire di essere ebrei nei campus universitari. Di recente Francesca Albanese è stata ospite alla ULB a Bruxelles, mentre ad Anversa tre atenei belgi (UAntwerpen, UGent e VUB) hanno unito le forze per conferirle il dottorato ad honorem. Ma noi mostriamo che non ci arrendiamo e che continuiamo a lottare, organizzando delle conferenze nei campus, realizzando dei poste in cui denunciamo l’antisemitismo di personaggi come la Albanese, accompagniamo gli studenti ebrei, e parliamo con le istituzioni accademiche: certo, non sono davvero nostri amici… ma almeno ci ascoltano. Cerchiamo insomma di essere un gruppo attivo».
Difficile è anche la situazione dei giovani ebrei nei Paesi Bassi. Come ha spiegato Achira Beek della DUJS: «Le università sono i luoghi n cui l’antisemitismo è più visibile. Per sentirci uniti cerchiamo di organizzare attività per gli studenti ebrei, che possono così passare del tempo insieme ed essere se stessi, e soprattutto non sentirsi soli. Perché quando ci si unisce intorno alla stessa identità, ci si sente più forti e determinati nel volere reagire».
Un’esperienza un po’ diversa è quella dei giovani ebrei norvegesi, che hanno ricostituito un’associazione, la JUF, il 13 ottobre 2023.
«La nostra è una delle più piccole comunità in Europa, circa 2000 persone – ha raccontato Maja Haaland -. È un periodo in cui è difficile essere ebrei, ma non ci arrendiamo. In Norvegia c’è un piano nazionale contro l’antisemitismo, e abbiamo un programma finanziato dal governo per fare conoscere ebraismo e contro l’antisemitismo».
In Svizzera, ha spiegato Elior Papiernik dell’Unione dei giovani ebrei svizzeri (SUJS) «l’antisemitismo c’è, anche se non è espresso come in altri Paesi, ma comunque non eravamo abituati. L’Unione è stata creata nel 1948 per organizzare eventi e attività, ma solo negli ultimi tempi ha cominciato a organizzare iniziative di stampo più politico, fornendo agli studenti ebrei strumenti per muoversi in università».
Tutti, nelle loro diversità chiedono più spazio e attività all’interno delle istituzioni accademiche, per farsi conoscere agli altri giovani, incoraggiando anche le istituzioni a informare sulle feste e la cultura ebraica. Ma soprattutto, chiedono agli atenei di dare delle chiare linee guida sui comportamenti discriminatori proibiti all’interno delle loro mura.

(Bet Magazine Mosaico, 23 aprile 2026)

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Guerre di spie. Agente del Mossad morto sul Lago Maggiore decisivo nella guerra contro l’Iran

Dalla riunione tra 007 in Italia all’operazione contro Teheran: il capo del Mossad rivela il contributo chiave di un agente rimasto nell’ombra

di Alessandro Carmi

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Un uomo senza volto, identificato solo da una lettera, riemerge a distanza di tre anni da una morte che allora apparve come un incidente e che oggi si intreccia con uno dei capitoli più delicati dello scontro tra Israele e Iran. Durante la cerimonia del Giorno della Memoria presso la sede del Mossad, il direttore David Barnea ha scelto di rompere il silenzio su “Mem”, un agente morto nel maggio 2023 nel naufragio di un’imbarcazione sul Lago Maggiore, rivelando che era lui a guidare operazioni che hanno inciso in modo significativo sui recenti successi israeliani contro Teheran.
All’epoca dei fatti, la notizia aveva attirato l’attenzione per le circostanze insolite. Una barca rovesciata improvvisamente, quattro vittime, una presenza anomala di persone legate ai servizi di intelligence. I media italiani parlarono subito di una riunione operativa tra agenti israeliani e italiani, con diciannove persone su ventitré riconducibili, secondo le ricostruzioni, a strutture di sicurezza attive o in congedo. Due delle vittime furono identificate ufficialmente come membri dei servizi italiani, mentre per l’agente israeliano emerse il nome di copertura Erez Shimoni, una delle identità utilizzate in contesti operativi.
Per anni, quel frammento di storia è rimasto sospeso, senza un collegamento esplicito con eventi successivi. Le parole di Barnea cambiano il quadro, inserendo “Mem” al centro di un’operazione che, secondo il capo del Mossad, ha combinato creatività, capacità strategica e tecnologie avanzate, contribuendo in modo diretto al risultato della campagna militare contro l’Iran. Un riconoscimento raro, perché il lavoro dei servizi resta per definizione nascosto, e ancora più raro quando riguarda agenti caduti all’estero.
Il riferimento esplicito all’operazione “Ruggito del leone” consente di collocare il contributo di “Mem” all’interno di una strategia più ampia, che ha visto Israele colpire infrastrutture militari, industriali e nucleari iraniane con un livello di precisione e coordinamento che ha sorpreso molti osservatori. In questo contesto, il lavoro preparatorio dell’intelligence assume un peso determinante, perché ogni obiettivo, ogni linea di produzione individuata, ogni vulnerabilità sfruttata nasce da anni di raccolta dati, infiltrazioni e cooperazione internazionale.
Il fatto che l’agente sia morto proprio durante un incontro tra servizi alleati aggiunge un ulteriore elemento di complessità. Il Lago Maggiore diventa così uno spazio romanzesco dove si incrociano cooperazione e rischio, relazioni tra Stati e operazioni che raramente emergono in superficie. La collaborazione tra Israele e Italia in ambito di intelligence, pur mai dichiarata nei dettagli, appare in questa vicenda come un dato concreto, fatto di scambi operativi e missioni condivise.
Nel suo intervento, Barnea ha insistito sulla dimensione personale della scelta compiuta dagli agenti, parlando di uomini e donne che dedicano la propria vita alla sicurezza dello Stato, lontano dai riflettori e senza riconoscimenti pubblici. Il richiamo alla figura di “Mem” si inserisce in questa linea, offrendo uno squarcio su un mondo che resta opaco anche quando produce effetti visibili sul piano geopolitico.

(Setteottobre, 23 aprile 2026)

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Israele potenzia le proprie capacità di attacco di precisione. Contratto da 200 milioni di dollari con Elbit Systems

GERUSALEMME – Elbit Systems ha annunciato giovedì di essersi aggiudicata una serie di contratti del valore di circa 200 milioni di dollari dal Ministero della Difesa israeliano (IMOD) per la fornitura di munizioni aeree avanzate.
I contratti, resi noti in un comunicato ufficiale della società, riguardano la fornitura di sistemi d’arma lanciati dall’aria, rafforzando il ruolo di Elbit come fornitore chiave dell’Aeronautica Militare israeliana.
Si tratta della terza tornata di ordini di munizioni aeree assegnati a Elbit Systems in meno di un anno, portando il totale a oltre 665 milioni di dollari mentre Israele accelera la spesa militare. L’acquisto arriva mentre le tensioni aumentano a seguito di una serie di intercettazioni di navi commerciali e prima che il cessate il fuoco tra Israele e Libano scada il 24 aprile.

• Capacità di guida di precisione
  Secondo le informazioni pubblicate sul suo sito web ufficiale, Elbit Systems sviluppa munizioni aeree a guida di precisione progettate per missioni aria-terra, incorporando tecnologie quali GPS e sistemi di navigazione inerziale, guida laser e cercatori elettro-ottici avanzati. L’azienda afferma che questi sistemi sono progettati per raggiungere un elevato grado di precisione limitando al contempo i danni collaterali, riflettendo le tendenze più ampie della moderna guerra aerea.
Elbit Systems identifica inoltre le munizioni a guida di precisione come una componente centrale del proprio portafoglio complessivo di armi, sottolineandone l’importanza all’interno della propria gamma di soluzioni di difesa.
In una dichiarazione che accompagna l’annuncio, il presidente e amministratore delegato di Elbit Systems, Bezhalel (Butzi) Machlis, ha affermato che gli accordi riflettono la posizione dell’azienda nel settore, sottolineando la sua “leadership tecnologica nei sistemi d’arma lanciati dall’aria” e la sua partnership di lunga data con l’establishment della difesa israeliana, contribuendo a mantenere il vantaggio operativo dell’Aeronautica Militare israeliana.

(Rights Reporter, 23 aprile 2026)

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Il popolo di Israele: tra memoria e indipendenza

La capacità dell'anima di unire dolore e vita.

di Anat Schneider

GERUSALEMME - Tra la Giornata della Memoria e la Festa dell’Indipendenza, in Israele si compie una transizione particolarmente significativa.
Un intero Paese passa, nel giro di poche ore, dal silenzio del ricordo dei nostri difensori caduti alle bandiere, alla musica e ai festeggiamenti per l’indipendenza. Si tratta di una transizione difficile da spiegare a chi non vive qui.
Come è possibile passare in questo modo dal lutto alla gioia? Come è possibile affrontare la perdita – e subito dopo scegliere la vita? In questa tensione si rivela qualcosa di profondo sull’anima umana, sullo spirito che sostiene un popolo attraverso le generazioni e sul legame invisibile tra il dolore e la continuazione della vita.
Il Giorno della Memoria non è solo un giorno di lutto.
È un giorno in cui un intero popolo si ferma e si dichiara disposto ad affrontare il prezzo doloroso che paga per essere un popolo indipendente nella sua terra eterna e, nonostante tutto, continuare a esistere, a vivere e persino a mantenere un ritmo di vita. E in questo senso è un atto spirituale. La capacità di scegliere la vita proprio quando ci si sente a pezzi è espressione di una fede profonda.
La Bibbia ci esorta ripetutamente a ricordare, perché la memoria è ciò che collega il passato alle decisioni di oggi. La memoria ci fa sapere chi siamo, anche nei momenti in cui tutto è sconvolto, come si dice:
«E ricorderai che sei stato schiavo nel paese d’Egitto e che il Signore, tuo Dio, ti ha fatto uscire di là con mano potente e braccio disteso» (Deuteronomio 5,15).
La parola «ricordo» a volte sembra scontata. Ma se ci fermiamo un attimo a rifletterci, scopriamo che è tutt’altro che semplice. Il ricordo non è solo la conservazione del passato, né un archivio di eventi.
È un’azione.
È il modo in cui una persona decide cosa portare con sé e cosa continuerà a plasmarla. In questo senso, la memoria non è solo uno sguardo al passato, ma anche uno sguardo al futuro, perché ciò di cui ci ricordiamo è anche ciò che guida le nostre decisioni.
Se osserviamo la radice della parola memoria ז-כ-ר, si rivela un ulteriore livello. Nella Bibbia, ricordare non significa solo recuperare qualcosa dal passato, ma mantenerlo vivo nel presente. La memoria non è solo cosciente, ma esistenziale. È il modo in cui il passato continua ad agire nel presente. Pertanto, la domanda non è solo cosa sia successo, ma quale aspetto di ciò che è accaduto continui a vivere in noi e cosa decidiamo di portare con noi.
Il ricordo da solo, tuttavia, non è l’obiettivo.
Il Giorno dell’Indipendenza, che segue immediatamente la Giornata della Memoria israeliana, non è in contraddizione con essa, ma ne è la diretta continuazione. Non cancella il dolore, ma nasce da esso. Pertanto, questa giornata non può essere vista solo come un ricordo, ma anche come un giorno di rinascita. E accanto al dolore si avverte anche l’orgoglio che sale nel cuore per la vittoria dello spirito e per la scelta di vita che non è data per scontata, ma viene rinnovata ogni anno e in ogni generazione.
La vita non è scontata. È un dono e a volte anche una missione. È la decisione di andare avanti nonostante tutto, con coraggio e fede incrollabile.
Se si osserva la società israeliana, si vede in essa qualcosa di più grande di un gruppo di persone. Si vede un movimento collettivo che sa prendere decisioni e andare avanti – anche se la strada è lastricata di dolore e incertezza e anche se è piena di tormenti e lotte. Profonda fiducia, costanza e tenacia nel seguire la propria strada sono le sue caratteristiche. E credo che questo sia il segreto del successo della vita in mezzo alla contraddizione: convivere con la perdita senza rinunciare alla gioia.
E non illudetevi sulla gioia: non è la gioia di una festa o di un entusiasmo momentaneo. È la gioia dell’essenziale, la gioia di realizzare il proprio destino e la capacità stessa di continuare a esistere e a costruire. Gioia per la patria, che per il popolo d’Israele non sarà mai scontata. Una gioia che non elimina il dolore, ma coesiste con esso. Come disse il rabbino Kook: «La gioia ha il potere di abbattere barriere di ferro». Questa è una gioia per la quale si sceglie ripetutamente; e più spesso la si sceglie, più forte diventa il cammino e meglio si riesce a sopportare il dolore.
Per me questa non è un’idea astratta. È la vita vera.
Un tempo era mio padre ad andare a combattere per la patria. E ricordo le notti da bambina in cui mi nascondevo sotto le coperte e singhiozzavo nel cuscino per zittire la paura. Ricordo le promesse che feci a Dio, se solo lo avesse riportato a casa vivo. Quel ricordo si è impresso a fuoco nel mio corpo.
Una generazione dopo, siamo stati noi – Aviel e tutti i nostri fratelli e amici – ad andare a difendere la patria. Per qualche motivo, in quel ricordo non provo né paura né preoccupazione. Era ciò che andava fatto, e lo facemmo con tutto il cuore. C'era fratellanza e un obiettivo chiaro.
Ora sono i miei figli i soldati che difendono il Paese. Sono loro che vanno in battaglia. La preoccupazione è tornata dentro di me. Le mie notti sono un misto di preghiera e gratitudine che allo stesso tempo riempiono la mia vita.
L'anima umana teme la perdita dei propri cari molto più della perdita della propria vita. È complicato. Non ha senso. E forse è perché a una persona è difficile immaginare la propria assenza, ma nel profondo del proprio essere avverte la possibilità di perdere chi ama. E in questo senso la paura non è solo della morte in sé, ma della vita che continuerà senza di loro.
E anche in mezzo a queste paure e preoccupazioni, la vita continua. Una famiglia cresce. I nipoti vengono a trovarci, e con loro arrivano gioia e felicità – momenti di luce.
Qui, in questi giorni di guerra, ci è nata una nuova nipotina, di nome “Eliya”. Il nome di Dio compare due volte in questo nome. Quanta speranza e luce, quanta gioia e felicità ci porta il suo arrivo al mondo! E proprio questo accade parallelamente ai giorni difficili della guerra, alle notizie terribili e alle lunghe notti, interrotte all’infinito.
Tutto accade contemporaneamente.
Il dolore e la gratitudine.
La paura e l’amore.
La stanchezza e la decisione di alzarsi al mattino e andare avanti.
Qui non c’è soluzione nel camminare tra gli estremi.
Ma c’è un accordo nel non voler capire le cose fino in fondo.
Forse per molti di voi che leggete da lontano, Israele è la storia di un popolo, la storia, la promessa. Per noi è anche una storia quotidiana di superamento, che si svolge al livello umano più semplice. Ma la capacità di ricordare e la capacità di scegliere la vita nel mezzo del ricordo – questa non è solo una storia israeliana. È una storia umana e una storia di fede. Una fede che non ignora il dolore, ma lo attraversa e vi trova la forza di andare avanti. Una fede che riconosce la frattura, ma non si sofferma solo su di essa, bensì aspira a costruire una vita a partire da essa.
Tra il Giorno della Memoria e il Giorno dell’Indipendenza diventa chiaro che il ricordo non è la fine e che la vita non è data per scontata. Tra questi due giorni si rivela la capacità dell'anima di ricordare e anche di gioire, di tenere insieme entrambe le cose senza rinunciare a nessuna delle due e di mantenere la lucidità nonostante tutto.

(Israel Heute, 22 aprile 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Grazie, Anat.
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La popolazione di Israele cresce

GERUSALEMME  – In Israele vivono circa 10,24 milioni di persone, ovvero circa 146.000 in più rispetto al censimento dello scorso anno. Si tratta di un aumento di circa l’1,4%. In occasione del 78° Giorno dell’Indipendenza (in ebraico: Yom Ha’atzmaut), iniziato martedì, l’Ufficio israeliano di statistica ha pubblicato domenica i nuovi dati. I calcoli si basano sul censimento del 2022 e si riferiscono al periodo compreso tra aprile 2025 e aprile 2026.
Secondo i dati, gli ebrei e le persone “altre” rappresentano insieme circa il 76% della popolazione. In termini assoluti, si tratta di 7,79 milioni di persone. La categoria “Altre” comprende quei residenti che non sono né ebrei né arabi. Si tratta, ad esempio, dei coniugi non ebrei di immigrati.
Inoltre, in Israele vivono circa 2,15 milioni di arabi e circa 296.000 lavoratori stranieri. Essi rappresentano rispettivamente il 21,1% e il 2,9% della popolazione totale.
  
• Nascite, decessi e immigrazione
   In Israele sono nati più di 177.000 neonati, mentre sono morte circa 48.000 persone. Nel Paese sono arrivati circa 21.000 immigrati, 7.000 in meno rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente. Più di un quarto della popolazione è costituito da bambini fino a 14 anni compresi. Circa il 13% ha più di 65 anni.
La popolazione israeliana è oggi dodici volte e mezzo più numerosa rispetto alla fondazione dello Stato nel 1948. Da allora, 3,5 milioni di persone si sono trasferite in Israele. Oggi quattro israeliani ebrei su cinque sono i cosiddetti “Sabra”. Il termine deriva dalla parola ebraica “zabar” – fico d'India – e indica gli ebrei nati in Israele. Il frutto è spinoso all'esterno e dolce all'interno, ed è quindi un simbolo degli israeliani, che spesso devono difendersi dall'esterno contro circostanze avverse, ma all'interno mostrano il loro lato tenero

(Israelnetz, 22 aprile 2026)

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Dopo 78 anni dalla sua nascita Israele è ancora costretto a lottare per la sua sopravvivenza

Le opinioni pubbliche occidentali, condizionate dalla propaganda dell’Islam radicale, mettono pressione ai governi europei. Israele supererà la minaccia dell’Iran ma deve lavorare per superare le divisioni interne.

di Stefano Parisi

In occasione di Yom HaAtzmaut, il giorno in cui si celebrano i 78 anni dalla proclamazione dell’indipendenza di Israele, l’ambasciatore israeliano in Italia, Jonathan Peled ha rilasciato un’intervista al nostro magazine.

- A 78 anni dalla sua fondazione, Israele è ancora costretto a lottare per la propria sopravvivenza, un caso praticamente unico tra le nazioni democratiche. Ha la sensazione che, anche all’interno del mondo occidentale, esista una parte dell’opinione pubblica e delle élite politiche e culturali che consideri Israele più come un problema da contenere che come uno Stato da difendere?
  Sfortunatamente sì. Abbiamo assistito a un cambiamento profondo di tendenza nell’opinione pubblica mondiale. Lei ricorderà che fino agli anni ’70 Israele era considerato un miracolo: un giovanissimo Stato, uno Stato ebraico nato dalle ceneri della Shoah, capace di sopravvivere agli attacchi di tutto il mondo arabo. In qualche modo, dopo gli anni ’70, la percezione inizia a cambiare. Oggi Israele è visto come un problema, e questo è un grandissimo errore. Invece di essere riconosciuto per ciò che è, ovvero un faro di speranza e sviluppo, capace di combattere le avversità, l’ultimo baluardo della civiltà occidentale in conflitto con l’estremismo e il terrorismo, viene considerato un problema. Questo è molto triste, perché distorce la realtà.

- Negli ultimi anni, e soprattutto dopo il 7 ottobre, si è parlato sempre più del riemergere dell’antisemitismo in nuove forme. Dal suo punto di vista, quanto è grave oggi questo problema nelle società occidentali, e in particolare in Italia?
  C’è una crescita allarmante dell’antisemitismo che, a mio avviso, sta mettendo in pericolo le società democratiche in Europa e anche in Italia. Devo riconoscere che l’Italia sta facendo un grande sforzo per contrastare questo fenomeno. Quello che inizia con l’antisemitismo rischia di trasformarsi in una discriminazione verso qualunque altra minoranza o diversa opinione. Per questo ritengo che sia un campanello d’allarme per l’Italia e per l’Europa.

- Riguardo all’Italia: è stata tradizionalmente considerata un paese amico di Israele, con una sensibilità politica e culturale relativamente stabile su questo tema. Negli ultimi mesi, tuttavia, sembra emergere una crescente distanza, almeno nel dibattito pubblico. È anche questa la sua percezione o la ritiene un’esagerazione?
  Italia e Israele sono molto vicine: esiste una profonda amicizia e affinità tra i nostri paesi. Siamo entrambi paesi mediterranei e condividiamo una mentalità simile, oltre alla gioia di vivere e a molti interessi comuni. Sfortunatamente, una parte dell’opinione pubblica in Italia, come in Europa, ha subito una manipolazione ed è stata condizionata dalla propaganda dell’Islam radicale, che sta infiltrando le democrazie e le società occidentali. La propaganda ha abilmente sfruttato le garanzie liberaldemocratiche dei sistemi politici occidentali, come le libertà di espressione e di opinione, per manipolare la realtà e diffondere “fake news”. L’opinione pubblica così condizionata, a sua volta, esercita pressione sul governo italiano, che reagisce più a queste dinamiche interne che non al rapporto con Israele. Le relazioni restano comunque solide e l’amicizia è confermata. Credo sia importante considerare anche il contesto politico: a breve ci saranno le elezioni in entrambi i paesi e sappiamo che, in queste fasi, i politici tendono a concentrarsi maggiormente sul consenso interno che non sulle relazioni con i paesi amici. Dobbiamo quindi osservare questi sviluppi nella giusta prospettiva e sono fiducioso che questa fase passerà.

- Se questa distanza esiste, da cosa crede che derivi? È principalmente una reazione alla durata e all’intensità della guerra contro Hamas e al confronto con l’Iran, oppure indica qualcosa di più profondo nel modo in cui oggi l’Europa guarda a Israele?
  Credo che la causa non sia solo la durata della guerra. Pensiamo infatti al conflitto tra Russia e Ucraina, che dura da più di quattro anni: si tratta di una guerra tra due Stati, due eserciti. Nel nostro caso, invece, siamo di fronte a una guerra asimmetrica tra uno stato e attori non statali, organizzazioni terroristiche, dotate di potentissime strategie di comunicazione. È una guerra molto diversa, contro un nemico particolarmente crudele, che l’Europa conosce bene. Abbiamo visto cosa è accaduto in Afghanistan e in Iraq e quanto sia stato difficile per la comunità internazionale affrontare terroristi come quelli di Al-Qaeda. Oggi, purtroppo, questa sfida riguarda Israele. Certamente, anche il fatto che il conflitto si stia prolungando e non possa essere risolto con i metodi delle guerre convenzionali non aiuta. Vorrei aggiungere un ultimo punto: l’Unione Europea applica un doppio standard nei confronti di Israele, mantiene accordi di associazione con paesi non democratici mentre esprime critiche esclusivamente contro Israele, arrivando a minacciare sanzioni.

- In questo contesto, cosa chiede oggi Israele a un paese come l’Italia? Solidarietà politica, chiarezza morale, sostegno concreto o altro? E, al contrario, cosa è disposto Israele a riconsiderare o cambiare nel modo in cui si presenta all’Europa?
  Ci auguriamo che l’Italia comprenda, come altri partner europei, quanto abbia da beneficiare dal rapporto con Israele. Il nostro paese può contribuire a un futuro migliore attraverso le sue tecnologie, il know-how e l’esperienza in ambito militare e di sicurezza. Per quanto riguarda l’Iran e le organizzazioni terroristiche, credo – forse ingenuamente – che i politici italiani, la classe dirigente così come i vertici militari, siano consapevoli di quanto si possa imparare, e trarre profitto, dalla cooperazione con Israele. Non siamo perfetti: ci sono aspetti di Israele che l’Italia non condivide, e in parte anche io. Tuttavia, è importante guardare al quadro generale. Per quanto riguarda la seconda parte della domanda, ritengo che Israele debba adottare un approccio più razionale e meno emotivo nei confronti dell’Europa.

- Nel fare gli auguri per il 78° anniversario, Israele ha attraversato un lungo percorso, fatto di consapevolezza, innovazione e ricchezza culturale. Come immagina la costruzione di un futuro più forte, fondato su unità, prosperità e sicurezza per le generazioni a venire?
  Credo che i nostri genitori e i nostri nonni, coloro che hanno avviato la costruzione del paese, abbiano dato vita a qualcosa di straordinario. In 78 anni Israele ha realizzato un vero e proprio miracolo. La missione di dimostrare che il popolo ebraico può vivere in una terra propria è stata ampiamente compiuta. Tuttavia, oggi corriamo il rischio di una crescente tensione interna. Personalmente sono più preoccupato per la polarizzazione e le divisioni interne che per le minacce esterne. Ritengo che riusciremo a superare le sfide legate all’Iran e alle organizzazioni terroristiche e che, nel tempo, potremo raggiungere una pace, nel senso di maggiore stabilità e sicurezza con i nostri vicini. Ma sarà fondamentale continuare a costruire la nostra nazione dall’interno, puntando sull’unità e restando fedeli agli ideali su cui siamo cresciuti. Vedo un futuro positivo per Israele nei prossimi decenni, ma anche gli ostacoli che dovremo affrontare per garantirlo.

- Grazie, Ambasciatore, per il tempo che ci ha dedicato in giornate così complesse.
  Mi lasci aggiungere il mio più sincero apprezzamento per il lavoro che Setteottobre sta svolgendo. State facendo qualcosa di unico a livello mondiale, ed è davvero commovente vedere la vostra dedizione. Quello che avete fatto rappresenta un contributo molto importante per lo Stato di Israele e per tutti noi. Lo dico dal profondo del cuore.

(Setteottobre, 22 aprile 2026)

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I genitori di Nethanel, ucciso in battaglia: “Non permetteremo ai terroristi di vincere”

di Michelle Zarfati 

Dopo il trauma del 7 ottobre 2023, quando l’attacco di Hamas ha sconvolto Israele e segnato una delle giornate più drammatiche nella storia recente del Paese, emergono storie personali che intrecciano dolore, identità e decisioni radicali. Tra queste, quella dei genitori di Nathanel Young, giovane soldato caduto in combattimento, rappresenta un esempio emblematico di resilienza e determinazione. Nathanel, cittadino britannico trasferitosi in Israele due anni prima per arruolarsi nell’IDF, aveva costruito nel Paese la propria vita. Inquadrato nella brigata Golani, incarnava il modello del “lone soldier”, volontario straniero che sceglie di servire Israele lontano dalla famiglia. Secondo i familiari, la decisione di arruolarsi era già definitiva sin dai tempi dell’adolescenza. Una decisione che aveva e trasformato profondamente il suo carattere, rendendolo più determinato e sicuro di sé.<
Il 7 ottobre, mentre era di stanza in una postazione militare, Nathanel ha preso parte ai combattimenti contro i terroristi di Hamas. Durante le prime ore dell’attacco era riuscito a comunicare con la sorella, invitandola a mettersi al sicuro. Poco dopo però, il soldato ha smesso di rispondere: sarebbe stato ucciso in battaglia successivamente. La sua morte ha rappresentato un punto di svolta non solo emotivo ma anche esistenziale per i genitori, Chantel e Nicky Young. Già prima dell’attacco avevano pianificato di lasciare il Regno Unito per raggiungere il figlio in Israele. Nonostante la tragedia, hanno deciso di portare a termine quel progetto, trasferendosi definitivamente nel Paese.
“La scelta non è mai stata in discussione”, ha detto il padre a Ynet, sottolineando come rinunciare avrebbe significato concedere una vittoria simbolica al terrorismo. Oggi la famiglia vive a Netanya, sostenuta da una rete di organizzazioni e comunità locali. La loro decisione si inserisce in un fenomeno più ampio: dopo il 7 ottobre, diversi membri della diaspora ebrea hanno rafforzato il legame con Israele, anche attraverso l’immigrazione, in risposta al clima di insicurezza e alle tensioni globali. La vicenda dei Young evidenzia come, in contesti di conflitto, le scelte individuali possano assumere un valore politico e simbolico. Non si tratta soltanto di un trasferimento geografico, ma di una dichiarazione identitaria: vivere in Israele, nonostante tutto, come forma di resistenza e continuità.

(Shalom, 21 aprile 2026)

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Israele celebra la Giornata della Memoria dei Caduti – Appelli all’unità e alla speranza

«Questa generazione di guerra merita di sognare il giorno dopo. Merita un inno di speranza», afferma il presidente Isaac Herzog

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Il presidente Isaac Herzog, il capo di Stato Maggiore Eyal Zamir e altri partecipanti alla cerimonia dello Yom HaZikaron al Muro del Pianto

Con una sirena sudafricana, lunedì sera Israele ha dato il via alla sua giornata di commemorazione per i soldati caduti e le vittime degli attacchi terroristici. Alle 20:00 la vita pubblica si è fermata per un minuto. In tutto il Paese la gente è rimasta in silenzio, mentre a Gerusalemme si svolgevano le cerimonie principali. Tutti i principali media israeliani hanno dato notizia dell'evento.
  In serata, il presidente Isaac Herzog, il ministro della Difesa Israel Katz e il capo di Stato Maggiore Eyal Zamir si sono riuniti al Muro del Pianto nella Città Vecchia. Secondo il Ministero della Difesa, quest'anno si commemorano in totale 25.648 caduti.
  Herzog ha affermato che Israele si trova ancora nel mezzo di un conflitto militare. Negli ultimi giorni sono caduti altri soldati. La guerra è una dura prova nazionale che il Paese sta affrontando con determinazione.

• Pace, libertà e dignità umana
    Allo stesso tempo, il presidente ha rivolto lo sguardo al periodo successivo ai combattimenti. «Questa generazione di guerra merita di sognare il giorno dopo. Merita un inno di speranza», ha affermato Herzog. Israele non vive solo di spada, ma anche di valori come la pace, la libertà e la dignità umana.
  Anche il capo di Stato Maggiore Zamir ha sottolineato la coesione interna. Tutte le parti della società devono dare il proprio contributo alla sicurezza del Paese. L'unità è un presupposto per la sopravvivenza di Israele.
  Riguardo all'Iran, Zamir ha dichiarato che Israele non permetterà a Teheran di realizzare i propri obiettivi. L'esercito continuerà a rimanere vigile e a difendere la sicurezza del Paese.

• Missione non conclusa
    Già in precedenza il primo ministro Benjamin Netanyahu era intervenuto in occasione di un'altra cerimonia commemorativa a Gerusalemme. Ha ricordato il dolore persistente di molte famiglie. Il tempo passa, ha detto, ma non cancella il momento in cui i familiari hanno ricevuto la notizia della morte di una persona cara.
  Allo stesso tempo, Netanyahu ha fatto riferimento alla situazione militare di Israele nella regione. Il Paese ha dimostrato la sua forza, ma il compito non è ancora concluso. «Non abbiamo ancora finito il lavoro», ha detto guardando all'Iran.
  Oggi le cerimonie proseguono con un'altra sirena di due minuti e con la commemorazione statale centrale sul Monte Herzl. 

(Jüdische Allgemeine, 21 aprile 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)

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Un paese contro ogni logica

Tra memoria e nuovo inizio, Israele dimostra perché la sua esistenza sfugge a ogni spiegazione.

di Aviel Schneider

GERUSALEMME - Israele spesso non ha senso – ed è proprio questo che dà sui nervi alle altre nazioni. Negli ultimi anni me ne rendo conto sempre più chiaramente. Quando è scoppiata la guerra con l’Iran, noi e la nostra famiglia eravamo bloccati in Thailandia. Aspettavamo i voli di soccorso dell’EL AL – non per fuggire, ma per farci riportare nella zona di guerra. Uno dei miei figli era rimasto in Israele, in missione nella Striscia di Gaza, con la moglie incinta al nono mese. I miei altri due figli sono stati chiamati in Thailandia e mobilitati lo stesso giorno per la missione in Libano.
  Mostratemi un altro popolo su questa terra che torna immediatamente a casa non appena lì cadono razzi e regna la guerra. Normalmente si fugge da una zona di guerra – noi invece ci voliamo dentro. Ciò contraddice ogni logica umana. I thailandesi non riuscivano a crederci: perché vogliono assolutamente andare dove piovono razzi? Hanno ragione – non è razionalmente spiegabile. Ma è proprio questo attaccamento illogico alla patria che caratterizza Israele e fa infuriare il resto del mondo.
  Israele non rientra nei consueti schemi storici o geopolitici. Un popolo che vive in esilio da quasi duemila anni viene normalmente assimilato e si fonde con altre culture. Eppure gli ebrei sono tornati, hanno riportato in vita la loro antica lingua e hanno fondato uno Stato nella loro patria storica. Un piccolo Paese con meno di dieci milioni di abitanti è sopravvissuto a diverse guerre contro avversari di gran lunga più grandi e allo stesso tempo si è sviluppato fino a diventare una delle economie high-tech più innovative del mondo – nonostante disponga di pochissime risorse naturali.
  Dal punto di vista militare, tecnologico, medico, della politica di sicurezza, dell’agricoltura, dell’istruzione e della fermezza morale, Israele dimostra una forza che va ben oltre le sue dimensioni. Il deserto si trasforma in terra fertile. L’acqua nasce dall’aria e dal mare. I missili vengono intercettati in volo prima che raggiungano il loro obiettivo.
  Detto tra noi: se da qualche parte scoppia una guerra missilistica, Israele è probabilmente uno dei luoghi più sicuri al mondo per sopravvivere. Nessun altro paese ha protetto il proprio territorio interno in modo così sistematico – con una difesa missilistica a più livelli, una fitta rete di sistemi di allarme e rifugi, nonché una delle forze aeree più potenti al mondo. Dodici minuti nel rifugio – e poi la vita continua. Per molti questo non ha senso. Si potrebbe quasi dire cinicamente: se un giorno la guerra missilistica dovesse raggiungere anche l’Europa, Israele potrebbe essere commercializzato come un paradiso della sicurezza – weekend con vista sul mare, accesso diretto al bunker, sistemi di difesa nei cieli e un bar che rimane comunque aperto.
  Non c’è da stupirsi che Israele non abbia senso per molti. Questo sfugge a ogni logica storica. Non è normale. Non è politico. È biblico.
  Le guerre che avrebbero dovuto annientare Israele non finiscono con la sua rovina, ma con la sua sopravvivenza – e spesso con la sua vittoria. Il regime dei mullah a Teheran predica da decenni la distruzione di Israele, confermando così che questo piccolo Stato svolge un ruolo straordinario nella storia mondiale. Il mondo lo vede e ne è frustrato – non trova una spiegazione. E quando le persone non comprendono la forza, cercano delle scuse: può trattarsi solo di un inganno. Deve esserci qualche oscuro trucco che ha conferito agli ebrei questo tipo di potere. Gli ebrei dominano questo, gli ebrei dominano quello. Antisemitismo. Dio non voglia – non può essere reale, Israele imbroglia.
  Ma non c’è nessun trucco segreto né alcuna formula storica che possa spiegare perché Israele non funzioni come gli altri popoli e le altre nazioni. È proprio questo che fa impazzire le nazioni – ed è per questo che Israele viene condannato dall’ONU 24 ore su 24. Perché se Israele è reale, se questo popolo antico e odiato è ancora vivo, allora forse Dio non è un mito. Forse fa ancora parte della storia e della politica. Forse la storia non è casuale. Forse il male non ha l’ultima parola. Forse il popolo d’Israele non è solo un popolo, ma una testimonianza.
  È proprio questo che le nazioni non riescono a comprendere e a sopportare. Si diventa testimoni di un popolo eterno che lotta costantemente per la propria esistenza – come avviene oggi ai nostri giorni.
  Per questo negano Israele. Diffamano Israele. Combattono Israele con rabbia. Perché è più facile definire un miracolo come una frode, piuttosto che ammettere un rapporto tra Israele e Dio. Eppure il popolo vive e cresce nella sua patria, come se non ci fosse un domani.
  Israele semplicemente non ha senso.
  E forse è proprio in questo che sta il miracolo.
  Israele non ha senso – ed è proprio per questo che esiste.

(Israel Heute, 21 aprile 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)

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Libano dopo il cessate il fuoco, tra rabbia, paura e divisioni

Tra accuse a Hezbollah, diffidenza verso Israele e sfiducia nel governo, la società libanese si frantuma mentre cresce il rischio di instabilità

di Rosa Davanzo

Le voci si accavallano nelle strade di Beirut, nei negozi, nei campi improvvisati dove si ammassano gli sfollati, e raccontano tutte la stessa cosa con parole diverse: il cessate il fuoco ha fermato le bombe, ma non ha riportato equilibrio né fiducia, lasciando al loro posto una tensione diffusa che si insinua nelle conversazioni quotidiane e trasforma ogni discussione in uno scontro politico e identitario. È il quadro che emerge da un reportage pubblicato da Ynet e Yedioth Ahronoth, firmato da Nicolas Motran dalla capitale libanese.
  Nelle ore successive all’annuncio della tregua, le famiglie hanno iniziato a tornare nei sobborghi meridionali della capitale, soprattutto nella Dahiya, roccaforte di Hezbollah, trovando quartieri devastati e servizi inesistenti, mentre altri hanno scelto di restare nei rifugi improvvisati nel centro città, dove il costo della vita è diventato insostenibile e gli affitti hanno raggiunto cifre che pochi possono permettersi. In questo scenario, la linea che separa il fronte esterno da quello interno si assottiglia fino quasi a scomparire, perché il conflitto si sposta dentro le case, nelle relazioni, nelle comunità.
  Una discussione tra una residente del sud del Libano e un commerciante nel cuore di Beirut restituisce meglio di qualsiasi analisi la profondità della frattura. Lei racconta che suo figlio è stato curato in un ospedale da campo in Israele, descrivendo medici attenti e presenti, lui reagisce con ostilità e rifiuto, incapace di accettare una testimonianza che contraddice la sua visione del nemico. Lo scambio si accende, diventa personale, fino a interrompersi bruscamente, lasciando sul tavolo una verità scomoda: la guerra ha prodotto esperienze che non trovano più un linguaggio comune.
  Poco distante, un’altra discussione mette a confronto una donna sciita e un cittadino maronita. Lei esprime delusione verso Hezbollah, accusandolo di aver tradito le promesse, lui sposta il bersaglio sul presidente Michel Aoun, ritenuto troppo allineato agli Stati Uniti e a Israele. Ogni responsabilità viene rimbalzata da un interlocutore all’altro, mentre la crisi economica continua a stringere. I negozi faticano a rifornirsi, il denaro circola sempre meno, e la rete di solidarietà familiare, tradizionalmente forte in Libano, mostra segni di cedimento sotto il peso degli sfollamenti e della povertà crescente.
  Nadia, che raccoglie donazioni per acquistare generi alimentari, racconta una realtà ancora più segmentata, dove anche l’assistenza si distribuisce lungo linee comunitarie. Suo marito difende Hezbollah, sostenendo che stia facendo il possibile per aiutare, ma lei precisa che il sostegno raggiunge soprattutto gli sciiti, lasciando scoperte altre fasce della popolazione. Questa percezione alimenta risentimenti sotterranei, che si sommano a tensioni già radicate nella storia recente del Paese.
  Nei campi improvvisati, la frustrazione assume toni più crudi. Issa, sfollato con la famiglia, descrive un viaggio segnato da rifiuti e minacce, prima nel nord del Paese e poi di nuovo a Beirut, dove si è ritrovato in una tendopoli sovraffollata. Le sue parole oscillano tra il desiderio di vendetta e una richiesta elementare di tregua duratura, che non implica riconciliazione né apertura, ma soltanto distanza. Chiede che nessuno attraversi più il confine, che il fuoco si spenga da entrambe le parti e che la vita possa riprendere senza intrusioni esterne. È una forma di stanchezza politica che non si traduce in progetto, ma in rifiuto.
  Sul piano istituzionale, il margine di manovra appare ristretto. Hezbollah alza i toni contro qualsiasi ipotesi di dialogo diretto o indiretto con Israele, mentre figure come Nabih Berri mantengono una posizione più sfumata, aperta a contatti limitati ma contraria a sviluppi che possano essere interpretati come normalizzazione. Il presidente Aoun si muove dentro questo equilibrio fragile, consapevole che ogni gesto potrebbe essere letto come una concessione e scatenare reazioni a catena in un sistema già instabile.
  Intanto, tra intellettuali e accademici emergono letture divergenti. Alcuni vedono nei tentativi di mediazione internazionale un’opportunità, altri parlano apertamente di complotti e manipolazioni. L’idea di una riconciliazione con Israele resta confinata a discussioni informali, spesso nate all’estero durante periodi di studio, e difficilmente traducibili in politica concreta dentro il Libano di oggi.
  La sensazione diffusa, che attraversa le testimonianze raccolte da Ynet e Yedioth Ahronoth, è quella di un Paese sospeso, che ha evitato per ora un’escalation ma non ha risolto nessuna delle sue contraddizioni. Il rischio di una nuova frattura interna, evocato da molti interlocutori, non viene più percepito come un’ipotesi remota. In questo contesto, la richiesta più semplice, quella di essere lasciati in pace, assume un peso particolare perché rivela l’assenza di fiducia in qualsiasi attore, interno o esterno, capace di garantire stabilità.
  Beirut continua a vivere, come ha sempre fatto, tra adattamento e tensione, ma il dopo cessate il fuoco ha aperto una fase in cui la domanda centrale non riguarda più solo il rapporto con Israele o con Hezbollah, bensì la possibilità stessa di ricostruire un terreno comune su cui immaginare il futuro. Per ora, quel terreno resta frammentato.

(Setteottobre, 21 aprile 2026)

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A Roma il ricordo dei caduti di Israele nel giorno di Yom HaZikaron

Il suono della sirena ha squarciato il silenzio del cortile della scuola ebraica di Roma, segnando l’inizio della cerimonia di Yom HaZikaron, il giorno del ricordo dei caduti nelle guerre di Israele e delle vittime del terrorismo. Tutti, adulti e bambini, si sono fermati in un solenne minuto di raccoglimento.
  Il numero ufficiale dei caduti dall’indipendenza a oggi: 25.648, di cui 174 solo nell’ultimo anno, due dei quali nel fine settimana appena trascorso, è stato scandito all’apertura della serata, prima della lettura dell’Yizkor da parte dell’Ambasciatore Yaron Sideman. Il Salmo 2 è stato letto dal Rabbino capo di Roma Riccardo Di Segni, mentre El Rachamim è stato cantato solennemente da Marco Di Porto. La commemorazione è stata scandita da discorsi, brani di soldati caduti in battaglia e canzoni simbolo di questa giornata di lutto per lo Stato d’Israele.
  Il Presidente della Comunità Ebraica di Roma Victor Fadlun ha ricordato che “ogni numero è un nome, ogni nome è una storia, ogni storia è parte di noi”. Ha ricordato gli ebrei di Roma caduti per Israele e Stefano Gaj Tachè, “un bimbo di due anni, un bimbo italiano”, ucciso il 9 ottobre 1982 nell’attentato alla Sinagoga del Tempio Maggiore. “Quella ferita resta e resterà sempre aperta”, ha detto Fadlun, sottolineando come il 7 ottobre abbia segnato uno spartiacque, con gli episodi di violenza antisemita cresciuti in modo esponenziale in tutto il mondo, anche nella Capitale. “Non piegheremo la testa”, ha concluso, “lo dobbiamo a chi è caduto, perché il loro sacrificio non sia solo memoria ma sia proiettato verso il futuro”. La Presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane Livia Ottolenghi ha pronunciato i nomi di sette vittime legate all’Italia, cadute dopo il 7 ottobre. “Yom HaZikaron ci insegna che la memoria non è solo un ricordo, ma è responsabilità”, ha dichiarato, annunciando un progetto in onore dell’artista Jonathan Hazor, caduto nel 2023, le cui opere erano state esposte anche in Italia. Nella sua città, Kfar Saba, sarà realizzato un luogo dedicato all’osservazione del volo degli uccelli, sua grande passione.
  L’addetto per la difesa dell’Ambasciata, Tal Mast, ha chiuso il suo intervento con un aneddoto toccante. La via accanto alla scuola porta il nome di Rav Elio Toaff. Suo fratello Shlomo ha dedicato la vita allo sviluppo del sistema Iron Dome presso l’azienda Rafael, contribuendo a salvare migliaia di vite. Quest’anno Shlomo ha perso suo figlio, il Capitano Daniel Maimon Toaff, 23 anni, caduto in combattimento nella Striscia di Gaza. Il giorno dopo, intervistato alla radio, ha detto: “Chiedo solo una cosa: fermiamo la guerra interna. Siamo un unico popolo”.
  A chiudere la serata, prima dell’Hatikva, l’inno dello Stato d’Israele, è stato l’Ambasciatore Jonathan Peled, che ha subito marcato la differenza tra questa cerimonia e l’emergenza vissuta in patria. “Questa sera siamo scossi dal suono acuto di una sirena che richiama la memoria, e non dall’ansia di un allarme imminente come quello risuonato in Israele nelle ultime settimane”. La guerra in corso con l’Iran e Hezbollah ha segnato la quotidianità degli israeliani fino a pochi giorni fa, con la maggior parte dei cittadini costretti a cercare riparo nei bunker mentre missili e razzi venivano lanciati contro lo Stato ebraico. “Ancora oggi migliaia di cittadini israeliani sono dislocati, lontano dalle loro case e dalla loro vita”. Eppure, ha detto Peled, “siamo resilienti, orgogliosi e forti, ma siamo anche in lutto per il prezzo pesante che abbiamo pagato e che continuiamo a pagare”. Un lutto che non cancella la rivendicazione di un diritto fondamentale: “ Abbiamo il diritto di vivere in pace e in sicurezza, come ogni altra nazione e ogni altro popolo sulla terra”. “Il costo della pace è molto inferiore al costo della guerra, ma il prezzo della libertà è spesso pagato in vite umane”, ha affermato Peled, citando Yitzhak Rabin, che ha concluso il suo intervento con un impegno collettivo: “Difendere la vita, proteggere i nostri cittadini, e non perdere mai la speranza di un futuro di pace”.

(Shalom, 21 aprile 2026)

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Campionati Europei di judo: Israele conquista tre medaglie, oro per Raz Hershko

Hershko ottiene la quinta medaglia europea consecutiva sconfiggendo la francese Lea Fontaine in 52 secondi; diventa così la terza israeliana per numero di ori continentali, mentre la compagna Inbar Lanir si ritira per infortunio. 

di Malka Letwin

FOTO
Raz Hershko

Dal 16 al 19 aprile 2026 si sono disputati a Tbilisi, in Georgia, i Campionati Europei di judo. La rassegna ha riunito alcuni dei migliori atleti del panorama europeo ed è andata in scena al Tbilisi Olympic Palace, con la partecipazione di 16 judoka della nazionale israeliana.
  Nell’ultima giornata di gare, domenica, Raz Hershko ha conquistato la medaglia d’oro nella categoria femminile oltre i 78 kg, superando in finale la francese Léa Fontaine in soli 52 secondi. Per l’atleta israeliana si tratta del secondo oro in carriera.
  Hershko aveva già collezionato tre medaglie d’argento tra il 2022 e il 2025, prima di salire sul gradino più alto del podio nel 2024. Nello stesso anno aveva inoltre ottenuto la medaglia d’argento nella categoria oltre i 78 kg alle Olimpiadi di Parigi 2024. Con il successo di Tbilisi, arriva così la quinta medaglia consecutiva agli Europei.
  Per la judoka israeliana si trattava del ritorno alle competizioni continentali dopo circa un anno di assenza, costretta a saltare i Campionati del Mondo a causa della guerra tra Israele e Iran nel giugno 2025.
  Tra le altre prestazioni di rilievo, Timna Nelson-Levy ha conquistato la medaglia d’argento nella categoria fino a 57 kg, perdendo in finale contro la georgiana Eteri Liparteliani.
  Nel torneo maschile, il diciottenne Izhak Ashpiz ha ottenuto la medaglia di bronzo nella categoria sotto i 60 kg.
  Inbar Lanir ha invece interrotto il proprio percorso a causa di un infortunio alla spalla nei quarti di finale contro un’avversaria francese, che l’ha costretta al ritiro.
  Nel complesso, la squadra israeliana chiude la competizione con tre medaglie, confermando la propria competitività in uno sport in cui la nazione vanta una tradizione consolidata. Hershko diventa così la terza israeliana per numero di ori continentali, dopo altri atleti di successo come Arik Zeevi e Sagi Muki.

(Bet Magazine Mosaico, 20 aprile 2026)

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«Gli Usa hanno un problema  col fondamentalismo cristiano»

Lo storico: «Trump rischia di alienarsi il mondo cattolico. Ma attenzione all'avanzata di un uso "militare" della fede soprattutto da parte di ambienti ricchissimi e influenti» 

di Federico Novella

«Non ho difficoltà a dire che Trump si sta comportando come un criminale». 

- Professor Franco Cardini, suppongo che la sua sia un'iperbole? 
  «Ma quale iperbole. Per decenni abbiamo dato del criminale a persone che spesso se lo meritavano, ma qualche volta no. E certamente la parola va usata con prudenza». 

- E stavolta, dopo gli attacchi inediti al Papa e al governo italiano? 
  «Trump è, almeno formalmente, l'uomo più potente del mondo, il capo di un impero che dai tempi della guerra di Corea perde tutte le guerre, ma che resta pur sempre un impero. E per come si sta muovendo, i casi sono due: o ha bisogno della visita di un medico - ma di uno bravo - oppure è un perfetto criminale, perché fa e dice cose che sono obiettivamente criminose». 

- A cosa si sta riferendo? 
  «Non si può accettare, con tutto il beneficio dell'ignoranza che si può accordare a chiunque, che lui dica di essere capace di spazzare via l'intera civiltà persiana. Lui non sa quello che dice: la civiltà persiana è una delle più grandi del mondo. Parla di mettere a ferro e fuoco quasi tutta la Mesoamerica e tutti i Caraibi, e nello stesso tempo continua a far circolare quelle grottesche immagini di lui che pianta la bandiera stellata sul territorio groenlandese». 

- «Il Papa è un debole». «Il Papa deve capire». «È stato eletto grazie a me». Da storico e intellettuale attento al presente, mi dica se le frasi del presidente Trump contro il Papa hanno mai avuto un precedente, anche andando indietro nei secoli? 
  «Un potere secolare che abbia parlato del Papa in quei termini? Mai successo nella storia. Mettersi contro il pontefice in un momento come questo non è un gesto paragonabile a quello che può aver fatto Enrico IV nell'undicesimo secolo, o Federico II, e nemmeno Napoleone nel Settecento. Quando c'era la lotta per le investiture gli imperatori parlavano del Papa, e qualche volta dicevano che era un eretico degno delle fiamme dell'inferno, ma non accompagnavano mai queste qualifiche con osservazioni del tipo: "Il Papa dovrebbe occuparsi soltanto di morale"». 

- In effetti è ciò che ha detto il vicepresidente Vance. 
  «Ma lui si rende conto di quello che dice? Sa cosa vuol dire "la morale"? La morale è qualcosa che nella vita politica moderna investe qualunque cosa: fare o non fare una guerra è fondamentalmente un fatto morale. Forse alla Casa Bianca pensano che la morale riguardi solo le pratiche sessuali? Trump crede che il Papa dovrebbe amministrare le mutande di ciascuno di noi, e limitarsi a quello». 

- Sia Meloni che Schlein hanno condannato I' attacco di Trump, in difesa di papa Leone XIV, e anche del governo italiano. È stata una reazione doverosa? 
  «Un sussulto di amore per la patria che non si vedeva da tempo. Mi sono piaciute entrambe, perché una volta tanto si sono ricordate dell'Abc della vita politica e, diciamolo pure anche se è un termine inflazionato, della democrazia. Un leader politico non è al servizio del suo partito, e tantomeno della sua rete di amici e sostenitori, bensì al servizio della nazione». 

- Auspica per l'Italia una linea diversa sul piano internazionale, mentre l'incontro a tre Meloni-Macron-Starmer sancisce una possibile «missione pacifica» in Iran? 
  «Bisogna che si metta da parte l'inveterato occidentalismo - letto da destra e da sinistra - e si colga il momento per ristabilire un minimo di dignità nei rapporti con la superpotenza americana. In questo momento, dopo averci raccontato tante balle sulla società iraniana - retta da un sistema problematico, ma coesa e vitale - sarebbe politicamente opportuno chiedere agli Usa un po' di rispetto in più. La politica è anche questa». 

- Che fine farà la Nato? 
  «È una delle tante domande sul tavolo. La Nato ci ha difeso dai comunisti ieri, ma oggi da che cosa dovrebbe difenderci? E già che ci siamo, parliamo del vero verme nella mela: le Nazioni Unite, oggi assolutamente inutili perché paralizzate da veti incrociati, assolutamente antigiuridici. L'Onu va rifondata». 

- Come ha reagito il mondo cristiano statunitense di fronte agli attacchi di Trump al Papa? 
  «Trump si sta alienando le simpatie dei cattolici, ma cerchiamo di andare a vedere cos'è davvero il cristianesimo americano. Ci sono i tradizionalisti, che odiavano Francesco e non amavano Benedetto. Ma ci sono anche gli estremisti, e mi riferisco a quelle scene grottesche che abbiamo visto in televisione: la benedizione a Trump impartita da certi strani figuri. È strano che questi signori non vadano in giro vestiti come il Ku Klux Klan: sarebbe stata una sfilata interessante». 

- Era la preghiera collettiva dei pastori evangelici nello studio ovale. Nel frattempo, la consigliera spirituale del presidente, aderente al cosiddetto «Prosperity Gospel», dice che «Trump è stato tradito come Gesù». 
  «È una delle tante piccole chiese, chiesuole, le sette più strampalate, i cascami del cristianesimo americano - che però sono cascami di lusso, perché rappresentano ambienti ricchissimi e influentissimi. Questi gruppi incitano Trump ad andare avanti, e lo finanziano. Anche se forse Trump di finanziamenti non avrebbe bisogno, perché quando un bancarottiero diventa anche capo di Stato fa sì che le casse si riempiano d'oro». 

- Però possiamo dire che i credenti americani non seguono Trump nella sue dichiarazioni oltranziste degli ultimi giorni? 
  «Il grosso dei cristiani americani, davanti a questo cumulo di menzogne e di follie, sta reagendo. Ma ribadisco che non bisogna sottovalutare la mina vagante del cristianesimo fondamentalista perché, ripeto, non è fatta solo di sottoproletari che si rotolano per terra quando cantano i predicatori: ci sono anche fior di finanzieri e tecnocrati a guidarli».

- Che giudizio dà delle prime file trumpiane, Rubio e Vance? 
  «Per il momento Rubio sembra ben intenzionato a fare sì che i suoi parenti, amici e collaterali si reimpossessino di Cuba, e forse si accontenteranno di quella. Poi c'è Vance, che potrebbe riservarci un cattolicesimo americanista e bellicista. Non mi sembra un personaggio rassicurante».

- Guardando le immagini «provvidenziali» postate recentemente da Trump, in cui si vede il presidente in veste di guaritore miracoloso, che cosa profetizza? 
  «Quando la politica assume certi aspetti - che noi chiamiamo estremistici - finisce per forza di cose con il tracimare nel fanatismo apocalittico. È una vecchia storia che ci portiamo dietro da duemila anni». 

- Quale storia? 
  «Ogni cinque minuti ci diciamo che arriva l'Apocalisse, che poi però non arriva mai. Arriva la peste nera, arrivano i mongoli, ogni volta supponiamo di essere giunti alla fine dei tempi. E invece i tempi proseguono». 

- E oggi? 
  «Oggi effettivamente la corsa vorticosa della tecnologia in questi ultimi anni può far pensare di essere prossimi alla fine. A pensarci bene, è più ragionevole pensarlo adesso che non nel Cinquecento, quando c'era qualcuno che identificava l'Anticristo con l'imperatore Federico II». 

- E Trump si inserisce in questo filone? 
  «La storia insegna almeno questo: che le potenzialità distruttive dell'essere umano tecnologicamente attrezzato ed economicamente avido come l'homo occidentalis sono davvero impressionanti. E quindi in questo senso Donald Trump - dopo aver rovinato le sue élite, dopo aver rovinato il suo Paese, che ha bisogno di essere aiutato perché si stava già rovinando da solo - potrebbe anche rovinare l'intero genere umano. In questo senso, fa bene a comportarsi da apocalittico». 

- Il capo della resistenza anti Trump è diventato papa Prevost? 
  «Dopo gli scossoni del pontificato di Francesco, era sorta l'esigenza di un mite equilibratore. Per questo in principio avevo soprannominato papa Leone "sua mediocrità", perché ha dovuto a lungo tacere, o parlare in sordina, e intavolare discorsi che sembravano un po' la scoperta dell'acqua calda. Ma nel momento in cui Trump si è scollegato dalla realtà, Leone XIV ha agito da vero agostiniano: si è ricordato dell'attivismo politico, che consiste nella soggezione dei laici al potere ecclesiastico, quando ci sono momenti particolari in cui l'autorità spirituale deve far sentire la sua presenza. Stavolta il Papa ha parlato forte e chiaro: è stato diretto e ragionevole nello stesso tempo». 

(La Verità, 20 aprile 2026)
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«… la benedizione a Trump impartita da certi strani figuri. È strano che questi signori non vadano in giro vestiti come il Ku Klux Klan».
«È una delle tante piccole chiese, chiesuole, le sette più strampalate, i cascami del cristianesimo americano - che però sono cascami di lusso, perché rappresentano ambienti ricchissimi e influentissimi».
«Ma ribadisco che non bisogna sottovalutare la mina vagante del cristianesimo fondamentalista».

Così si esprime con disprezzo l’intellettuale cattolico-italiano quando parla dei “cascami del cristianesimo americano”.
Quando parla del papa invece lo stile è diverso:
«Nel momento in cui Trump si è scollegato dalla realtà, Leone XIV ha agito da vero agostiniano: si è ricordato dell'attivismo politico, che consiste nella soggezione dei laici al potere ecclesiastico, quando ci sono momenti particolari in cui l'autorità spirituale deve far sentire la sua presenza. Stavolta il Papa ha parlato forte e chiaro: è stato diretto e ragionevole nello stesso tempo».
L’autore è un intellettuale cattolico-italiano. Benedetto Croce aveva detto che “non possiamo non dirci cristiani”, ma al posto di “cristiani”, si deve intendere “cattolici”, perché è caratteristica degli italiani in genere, e degli intellettuali in particolare, dare per scontato che chi parla di cristiani non può che pensare ai cattolici. E di chi altri se no? Tutto il resto è fatto di “piccole chiese, chiesuole e sette strampalate”, tanto più evidente quando si parla di americani.
Sia detto con tutto il rispetto delle varie competenze che intellettuali di questo tipo possono avere, ma questo è sintomo di ignoranza. Un’ignoranza talmente radicata nel settore religioso da non poter essere percepita nella nostra italica patria. La cultura religiosa italiana è cresciuta sul terreno della Controriforma, in contrapposizione violenta al seme che si è sviluppato in Europa dalla Riforma protestante. E il punto centrale intorno a cui ruota la Riforma, anche quando se ne rifiutano tanti sviluppi successivi, ha un nome preciso: Bibbia. La diffusione della Bibbia tra il popolo ha generato una cultura biblica che risulta incomprensibile a chi è nato e cresciuto in una cultura cattolica.
L’autore di questo articolo è uno di quegli intellettuali che su argomenti di questo tipo - per dirla in modo biblico - “non sanno né quello che dicono né quello che danno per certo” (Seconda lettera a Timoteo). Non si tratta di dire se l’autore ha ragione o torto in quello che dice, ma piuttosto di dire che non sa quello che dice. Parla di fondamentalismo cristiano non sapendo che cosa sia, squalificandosi come studioso storico pensando che una realtà storica di questo peso possa essere liquidata in poche battute. E si associa alla schiera degli intellettuali italiani geneticamente cattolici che vogliono esprimere qualche forma di superamento della religione in cui sono cresciuti elevandosi a qualche superiore divinità filosofica o esoticamente religiosa che appare loro più interessante e profonda. E non si accorgono di cadere in una delle tante forme di idolatria più volte presenti nel racconto biblico.
L’osservazione di quello che sta accadendo nel mondo è presente anche in ambito evangelico, ma se ne parla guardando a quello che dice la Bibbia; in ambito cattolico invece se ne parla guardando a quello che dice  il papa. Per essere chiari, chi scrive non approva la benedizione pubblica invocata su Trump da un gruppo di cristiani evangelici, e li considera, per usare un linguaggio d’altri tempi, “evangelici che sbagliano”. Ma sbagliano in relazione a quello che sta scritto nella Bibbia, non in relazione a qualche forma di umana geopolitica. E tuttavia li approva nel loro desiderio di esprimere amore per Israele. È un errore farlo in questo modo, e in guerra, anche quella spirituale, gli errori si pagano. Infatti il gesto viene ora sfruttato ampiamento dai nemici di Israele, anche da quelli che magari sono incerti e indecisi. M.C.

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Criterio biblico o messaggio politico?

Quando i rappresentanti del regime iraniano celebrano pubblicamente il Papa, ciò solleva una domanda scomoda.

di Aviel Schneider

GERUSALEMME - Perché si ha sempre più spesso l’impressione che la voce del Vaticano si faccia sentire più forte quando i musulmani soffrono a causa della guerra, piuttosto che quando i cristiani sono perseguitati o gli ebrei minacciati da un crescente antisemitismo?
  Mentre in Africa bruciano le chiese, i cristiani nel Medio Oriente vengono cacciati e le comunità ebraiche in tutto il mondo subiscono odio e violenza, le reazioni papali appaiono spesso più contenute agli occhi di molti. È quindi ancora più sorprendente che proprio Teheran lodi il Papa per le sue critiche all’America e a Israele. Il problema non risiede solo nelle sue parole, ma nella percezione di uno squilibrio morale. Chi si esprime rapidamente sulle operazioni militari occidentali o israeliane, ma in modo meno chiaro sulla violenza islamista, sulla persecuzione dei cristiani o sull’odio verso gli ebrei, rischia la propria credibilità come autorità morale universale. Proprio per questo tutto ciò ha un peso così grande: per milioni di persone il Papa non è solo il capo della Chiesa, ma la massima autorità morale, anzi, per molti il rappresentante di Dio sulla terra. Da lui ci si aspetta chiarezza, verità e giustizia secondo i canoni biblici. Se però il suo atteggiamento appare unilaterale, contraddittorio o influenzato dalla politica, non è la rettitudine a emergere, ma la distorsione.
  I presidenti delle istituzioni religiose e scientifiche iraniane hanno elogiato Papa Leone XIV per la sua «posizione coraggiosa» nel conflitto in corso di Stati Uniti e Israele e hanno espresso la speranza che la sua posizione contribuisca a porre fine alle ostilità. In una lettera congiunta indirizzata al capo della Chiesa cattolica, pubblicata sabato, i funzionari iraniani hanno dichiarato: «La sua condanna degli attacchi statunitensi e israeliani contro l’Iran e dell’uccisione di persone innocenti è motivo di orgoglio per le comunità religiose di tutto il mondo». La lettera prosegue affermando che la resistenza del Papa alle pressioni politiche esercitate dal presidente degli Stati Uniti è «un modello per studiosi e religiosi di tutte le fedi». Lo ha riportato il quotidiano iraniano Tehran Times.
  I firmatari hanno sottolineato che il messaggio di tutti i profeti divini è sempre stato di pace, solidarietà umana e rifiuto dell’oppressione e della violenza. Facendo riferimento agli insegnamenti religiosi, hanno affermato che l’uccisione ingiusta di una sola persona equivale all’uccisione dell’intera umanità. Nonostante questo principio, il «regime sionista assassino di bambini», sostenuto dal governo statunitense, solo negli ultimi tre anni ha attaccato diversi paesi e ucciso decine di migliaia di uomini, donne e bambini innocenti a Gaza, in Libano, Siria, Iran, Iraq, Yemen e Qatar.
  I firmatari iraniani hanno fatto particolare riferimento alla «guerra di aggressione» statunitense-israeliana contro l’Iran iniziata il 28 febbraio. In tale contesto, entrambi i regimi avrebbero superato ogni limite, uccidendo il leader della Rivoluzione Islamica, Ali Khamenei, e attaccando infrastrutture civili quali università, scuole e centri di beneficenza. Gli autori hanno inoltre sostenuto che le risorse attualmente impiegate per la guerra dovrebbero invece essere utilizzate per promuovere i valori morali e alleviare le sofferenze umane.
  La dichiarazione dei funzionari iraniani fa seguito a precedenti dichiarazioni del Papa, in cui metteva in guardia dall’escalation di violenza in Asia occidentale e invitava alla moderazione. «La stabilità e la pace non nascono da minacce reciproche o dalle armi», ha affermato, invitando invece a un «dialogo ragionevole, autentico e responsabile». Ha inoltre avvertito che un’ulteriore escalation potrebbe portare a una grave crisi umanitaria.
  Il fatto che i rappresentanti del regime iraniano lodino il Papa per le sue critiche agli attacchi militari americani e israeliani è politicamente degno di nota. Ciò dimostra soprattutto come i regimi autoritari sfruttino immediatamente ogni critica occidentale nei confronti dei propri avversari per la propria propaganda. Se da Teheran arriva un'approvazione, ciò non significa automaticamente che l'affermazione del Papa sia falsa, ma certamente che le sue parole vengono strumentalizzate strategicamente.
  I critici farebbero notare proprio una contraddizione più profonda. I sostenitori del regime iraniano parlano di pace, umanità e del valore inestimabile di ogni singola vita, ma tacciono sulle numerose vittime nel proprio Paese causate dalla repressione statale. Chi non trova parole chiare dopo dure repressioni, arresti di massa o violenza letale contro i manifestanti in Iran, perde credibilità morale quando allo stesso tempo accusa altri Stati. L’accusa centrale è quindi la seguente: all’esterno si argomenta con principi etici universali, all’interno valgono altri criteri. Il regime critica i morti all’estero, mentre le vittime dei propri apparati di sicurezza, i prigionieri politici e i cittadini oppressi vengono a malapena menzionati. Questo doppio standard è una caratteristica ricorrente dei sistemi autoritari: i diritti umani vengono usati come arma contro gli oppositori, ma non come obbligo nei confronti del proprio popolo.
  A dire il vero, un'accusa simile viene talvolta mossa anche contro Israele. Tuttavia, molti fanno una differenza fondamentale. Israele, nonostante tutte le critiche giustificate su singole decisioni, è soggetto al controllo dello Stato di diritto, al dibattito pubblico, a tribunali indipendenti, alla libertà di stampa e a una costante autocritica interna. Allo stesso tempo, si sostiene che in guerra Israele spesso tenga conto degli avversari civili molto più di quanto molti regimi della regione facciano con i propri cittadini. Uno sguardo alla Siria o all’Iran mostra sistemi che, in situazioni di crisi, hanno ripetutamente esercitato una violenza massiccia contro il proprio popolo. È proprio in questo che molti vedono la differenza decisiva: in Israele si lotta per la morale, il diritto e i limiti dell’azione, mentre negli Stati autoritari l’opposizione viene spesso repressa.
  Da circoli dell’opposizione iraniana giunge notizia che l’8 e il 9 gennaio più di 40.000 iraniani sarebbero stati uccisi per strada da rappresentanti del regime. I critici si chiedono quindi perché il Papa non abbia finora preso pubblicamente una posizione chiara su queste accuse di spargimento di sangue di massa, né le abbia menzionate espressamente nelle sue omelie.
  Da anni i critici rimproverano al Vaticano di reagire spesso in modo molto più cauto alla violenza islamista, alla persecuzione dei cristiani in alcune parti dell’Africa e dell’Asia, alle chiese distrutte o alle pressioni sulle minoranze cristiane rispetto a quanto fa nei confronti delle operazioni militari occidentali. Ciò crea in molti l'impressione di uno squilibrio morale: quando agiscono gli Stati Uniti o Israele, la condanna è immediata, mentre quando i cristiani sono vittime della violenza estremista, la reazione è spesso più contenuta.
  Nel caso attuale, la critica del Papa viene quindi interpretata anche come un segnale indiretto contro Israele, poiché a livello internazionale è diffusa la narrativa secondo cui Gerusalemme avrebbe trascinato Washington nel confronto con l’Iran. Chi in questa situazione condanna solo l’intervento americano-israeliano, senza menzionare con la stessa forza il ruolo del regime iraniano, dei suoi proxy e della sua destabilizzazione regionale, rafforza ulteriormente questa impressione.
  Alla fine rimane una domanda cruciale: qui parla ancora il metro di misura biblico o già il linguaggio dei messaggi politici? Da un’autorità spirituale non ci si aspetta indignazione selettiva, ma chiarezza, giustizia e lo stesso metro morale per tutti. L'autorità morale è convincente solo se è riconoscibilmente vera, non solo attraverso parole chiare contro la guerra, ma anche attraverso parole chiare contro il terrorismo, la persecuzione religiosa, l'antisemitismo e l'oppressione autoritaria. Se manca questo equilibrio, ogni presa di posizione perde credibilità.

(Israel Heute, 20 aprile 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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L’autore si chiede se il parlare del papa, che si fa chiamare Santo Padre, segua un criterio biblico o sia un messaggio politico. La cosa migliore è cercare una risposta nella Bibbia. E lì si trova scritto che Gesù dice: “Non chiamate alcuno sulla terra vostro padre, perché uno solo è il Padre vostro, quello che è ne' cieli” (Matteo 23:9). Risposta della chiesa cattolica: “Noi il nostro Papa non solo lo chiameremo Padre, ma lo chiameremo addirittura Santo Padre”. Più chiaro di così! Può seguire un criterio biblico chi calpesta la Bibbia nello stesso nome che porta? M.C.

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L’antiebraismo di sinistra
ha le sue radici
nell’umanesimo laicista
L’antiebraismo di destra
ha le sue radici
nel cattolicesimo papista


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Il Libano come teatro secondario? La strategia dietro il cessate il fuoco

Mentre a Washington si parla di diplomazia, nel nord di Israele regnano rabbia, delusione e un senso di tradimento.

di Aviel Schneider

GERUSALEMME - Mentre a Washington si parla di diplomazia, nel nord di Israele regnano rabbia, delusione e un senso di tradimento.
  Una tregua di dieci giorni con il Libano è stata annunciata dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump, prima ancora che il gabinetto di sicurezza israeliano avesse preso una decisione. Due soldati israeliani sono caduti in Libano durante la tregua nel fine settimana. Persino il primo ministro Benjamin Netanyahu ha ammesso che Israele aveva acconsentito «su richiesta del presidente Trump». Per molti israeliani è stato uno shock: a quanto pare, la loro sicurezza era stata decisa altrove. La mossa ha suscitato rabbia a Gerusalemme e ha reso evidente quanto sia diventata forte la pressione americana. Netanyahu ha parlato in seguito di una «opportunità storica di pace con il Libano». Si è trattato di una capitolazione o di una mossa calcolata per raggiungere obiettivi più grandi nella lotta decisiva con l’Iran, il programma nucleare e lo Stretto di Hormuz?
  Nel mondo arabo circola già un’altra interpretazione: Israele avrebbe accettato la tregua solo per smascherare il bluff dell’Iran. Dopotutto, dietro le quinte spesso accade qualcosa di completamente diverso da ciò che viene raccontato pubblicamente. A Gerusalemme è stato promesso il “Santo Graal”, ovvero l’uranio altamente arricchito dell’Iran, in cambio della tregua in Libano? Da un punto di vista biblico, il nord di Israele non è mai stato solo un confine, ma sempre una porta per il commercio, le alleanze e le minacce. Già allora Israele imparò che non ogni calma nel nord è vera pace. La sicurezza senza verità e vigilanza rimane fragile.
  L'analista arabo Ayman Dean sostiene la tesi secondo cui la tregua in Libano non riguardava in primo luogo il Libano stesso, ma serviva come strumento di pressione strategica nei confronti dell'Iran. L'obiettivo sarebbe stato quello di spingere Teheran a negoziati seri sul programma nucleare e sull'apertura dello Stretto di Hormuz, mettendo al contempo a nudo il vero nocciolo del conflitto.
  Dean sostiene che l'Iran abbia usato la situazione in Libano come condizione preliminare per ritardare i progressi nei colloqui sul programma nucleare e su Hormuz. Quando però questa richiesta è stata soddisfatta con un cessate il fuoco, è diventato evidente che il vero problema non era il Libano, ma il confronto diretto con l’Iran stesso.
  Su X Dean ha scritto: «Ho la sensazione – correggetemi se sbaglio – che la pressione di Trump per un cessate il fuoco in Libano in realtà non avesse nulla a che fare con il Libano. Si trattava dell’Iran». Ha poi spiegato: «Da giorni Teheran si nasconde dietro la stessa scusa: nessun coinvolgimento serio, nessun progresso nei colloqui sul nucleare, nessuna apertura di Hormuz finché non ci sarà un cessate il fuoco in Libano. Poi Trump ribalta la situazione: “Bene. Volete un cessate il fuoco in Libano? Eccolo qui. E adesso?». Dean ne conclude: «Se quello era davvero l’ostacolo, allora l’Iran ora non ha più scuse. O aprono lo Stretto di Hormuz e avviano negoziati seri, oppure smascherano il fatto che il Libano non è mai stato il vero problema».
  Dal suo punto di vista, questo spiegherebbe anche perché Benjamin Netanyahu abbia acconsentito al cessate il fuoco: non per buona volontà, ma per smascherare il «bluff» del regime iraniano e allo stesso tempo guadagnare tempo, in attesa che ulteriori mezzi militari e risorse strategiche vengano dispiegati nella regione.
  Netanyahu inizialmente voleva continuare i combattimenti contro Hezbollah per spezzare il legame tra l’Iran e il suo principale proxy terroristico. Ma Washington ha insistito per un cessate il fuoco per non compromettere i negoziati con Teheran. Alla fine, tuttavia, ha acconsentito, apparentemente perché Trump gli avrebbe assicurato in cambio una linea dura nei confronti dell’Iran. Ciò include il proseguimento del blocco navale e l’obiettivo di eliminare completamente le rimanenti capacità nucleari dell’Iran.
  Per Netanyahu era quindi prioritaria una strategia: meglio una pausa temporanea in Libano per fare progressi nel conflitto decisivo con l’Iran. I commentatori israeliani dicono che Netanyahu abbia “sacrificato un pedone per proteggere la regina” sulla scacchiera, ovvero abbia messo in secondo piano il teatro libanese per ottenere una svolta sul programma nucleare iraniano.
  Allo stesso tempo, Netanyahu ha sottolineato che Israele non si sta ritirando. L’esercito rimarrà in una zona di sicurezza estesa nel Sud del Libano e manterrà piena libertà d’azione militare in caso di nuove minacce. Inoltre, Gerusalemme vede nella tregua un’opportunità storica: Trump vorrebbe riunire Netanyahu e Joseph Aoun alla Casa Bianca per avviare colloqui diretti su un possibile accordo di pace. Le condizioni di Israele sono chiare: disarmo di Hezbollah e un accordo duraturo da una posizione di forza. In breve: la tregua potrebbe essere stata meno un ritiro e più uno scambio – calma nel nord in cambio del massimo sostegno nella lotta contro l’Iran. Non è certo il “Santo Graal” in sé, ma al massimo la speranza di Gerusalemme di ottenere di più cedendo in Libano sulla questione cruciale dell’Iran.

• Shock nel nord di Israele dopo la tregua: “Ci hanno venduti.”
    Gli abitanti del nord di Israele hanno reagito con sgomento all’annuncio di una tregua temporanea in Libano. Molti non la vedono come un successo, ma come un ritorno a una realtà precaria. Moshe Davidovich, presidente del Forum delle comunità di confine, ha dichiarato con tono aspro: «Gli accordi vengono firmati in giacca e cravatta a Washington, ma il prezzo lo paghiamo qui con sangue, case distrutte e comunità lacerate». Ha avvertito che una tregua senza una rigorosa applicazione contro ogni violazione da parte di Hezbollah e senza una zona di sicurezza libera dal terrorismo fino al Litani non è un successo diplomatico, ma una condanna a morte a tempo determinato – fino al prossimo massacro. «Gli abitanti del nord non sono comparse in uno spettacolo di pubbliche relazioni internazionale.»
  Ancora più duro è stato il commento di Netzach Topaz di Kiryat Shmona. In un messaggio agli abitanti ha scritto: «Bentornati alla realtà della sicurezza degli anni ’90. Abituatevi di nuovo alle operazioni, alle guerre e ai rifugi.» Con amaro sarcasmo ha aggiunto: «Il prossimo 7 ottobre qualcuno vi prometterà di nuovo la vostra vendetta fino alla “vittoria totale”.
  Siamo stati venduti da un governo di destra apparentemente forte». Ha concluso il suo messaggio con un’emoji che raffigura un gesto osceno. Le reazioni dimostrano che per la popolazione del nord il cessate il fuoco non significa tranquillità, ma la sensazione di essere stati nuovamente sacrificati.

• Prospettiva biblica sul Nord
    Da un punto di vista biblico, il conflitto tra Israele e il Libano è ben più di una moderna questione di confini. L’odierno territorio libanese era nell’antichità soprattutto la terra dei Fenici, con le città di Tiro e Sidone, menzionate ripetutamente nella Bibbia. Da lì giunsero in Israele commercio, ricchezza, ma anche influenze culturali e spirituali. Il re Hiram di Tiro fornì legno di cedro e artigiani per la costruzione del tempio sotto Salomone, segno che Israele e il Nord non erano solo nemici, ma anche partner. Allo stesso tempo, il Nord era spesso una porta d’accesso per le minacce. Attraverso queste regioni costiere e montuose arrivavano potenze straniere, idolatria e tentazioni politiche. I profeti mettevano quindi in guardia dall’arroganza e dalla falsa sicurezza.
  Già allora Israele imparò che non tutta la calma nel nord significava vera pace. A volte un'alleanza era utile, a volte solo una tregua prima della tempesta successiva. Un esempio lampante è il re Acab e il suo matrimonio con Izebel, figlia del re di Sidone. Politicamente era una forte alleanza con il nord, che inizialmente portò stabilità e benefici. Ma con Jezabel giunsero in Israele anche il culto di Baal, il declino spirituale e la corruzione politica. Ella perseguitò i profeti di Dio, finché Elia non intervenne e mise in guardia il popolo. Il messaggio è senza tempo: non ogni alleanza porta vera pace. Ciò che promette sicurezza a breve termine può generare una crisi a lungo termine, se si sacrificano la verità, l’identità e la vigilanza. Per questo i profeti ammonivano: non tutta la tranquillità nel nord è vera pace. Israele desidera ardentemente la tranquillità al suo confine settentrionale, ma secondo la comprensione biblica la sicurezza duratura non nasce solo dai trattati, ma dalla chiarezza, dalla fermezza e da un ordine affidabile. La pace senza verità rimane fragile. E questo vale anche per il nostro tempo!

(Israel Heute, 19 aprile 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)

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Perché Dio ha creato il mondo? - 27

Un approccio olistico alla rivelazione biblica.

di Marcello Cicchese

Il dono del sabato

    “Considerate che l'Eterno vi ha dato il sabato. Per questo, nel sesto giorno egli vi dà del pane per due giorni; ognuno stia dov'è; nessuno esca dalla sua tenda il settimo giorno” (Esodo 16:29).

Il sabato è un dono di Dio a Israele. Non è un ordine: è un invito. È l’invito a partecipare a un giorno di gioia. È Dio che ricorda la gioia provata nel settimo giorno della creazione, quando dopo aver lavorato per sei giorni, “si riposò da tutta l’opera che aveva creata e fatta” (Genesi 2:3), nell’attesa di goderne il frutto nello scambio d’amore con la creatura che aveva formata e a cui aveva comunicato il suo “soffio”. Il riposo si interruppe e la gioia si offuscò quando il suo desiderio fu vanificato dalla risposta che ricevette dall’uomo nel giardino di Eden.
  Il lavoro poi è ripreso in forma ben diversa, e ora Dio sta conducendo il suo popolo lungo il tragitto che lo porterà nella terra di Canaan, promessa ad Abraamo.
  Dunque per Dio ora non è tempo di riposo: tutt’altro. È un tempo che Dio dedica all’educazione di Israele, che ha presentato al mondo come suo figlio e ha destinato a diventare in Canaan la sua nazione, in mezzo a tutte le altre nazioni che dipendono da forze che non sono Dio.
  Durante il viaggio verso la terra promessa, Dio decide di ravvivare insieme al figlio quella particolare gioia che ha provato in quel settimo giorno. Stabilisce così una ricorrenza: ogni sette giorni ci sarà giorno di riposo per tutti, a cominciare da Dio stesso, che non eseguirà il lavoro di mandare giù dal cielo la manna. Il popolo parteciperà ogni sabato alla ricorrenza, ma dovrà tenere a mente che quello non è un giorno di festa per lui, ma per Dio: è “un giorno solenne di riposo: un giorno sacro all’Eterno” (Esodo 16:23). È Dio che si riposa, e invita il suo popolo a riposare festosamente insieme a Lui.
  La festa del sabato si ricollega dunque al riposo di Dio, sia passato sia futuro. È un segno indelebile di eternità che Dio ha voluto apporre sul suo popolo. Vana è dunque ogni speranza di riuscire a cancellare questo segno tentando di far sparire il popolo.

Grazia e fede
     Il sabato non è legge, ma grazia. Di nuovo: è un dono, non un ordine. Ai figli d’Israele Dio dice: Considerate…. Cioè riflettete sul dono del riposo che vi è stato fatto, manifestate apprezzamento e gioia per averlo ricevuto. In che modo? Godendone il frutto: cioè riposando. 
  Se il sabato è grazia di Dio, il riposo esercitato dall’uomo è fede. Qualcuno dirà che è fede a buon mercato, perché ci vuole poco a esercitarla: basta non fare niente. Sembra facile, ma il contadino che si sente dire dal cielo:

    Lavorerai sei giorni; ma il settimo giorno ti riposerai: ti riposerai anche al tempo dell'aratura e della mietitura (Esodo 34:21)

può trovare imbarazzante accettare questo dono. “Ma se non aro e non mieto ai tempi adatti, dove va a finire il raccolto dell’anno?” potrebbe pensare. E subito dopo: “E se invece aro e mieto, poi che mi succede?” Allora parte la lettura antropocentrica della volontà di Dio e si pensa a come evitare conseguenze sgradevoli. Si elaborano norme, sottonorme, contronorme, attenuanti, aggravanti, eccezioni, esclusioni, penalità, e così via. E alla fine la parola di Dio viene compresa come se fosse: “Considerate bene quello che vi può capitare se vi azzardate a non rispettare il sabato”.
  “L’Eterno vi ha dato il sabato”, dice il Signore ai figli d’Israele; e per il sottolineare l’aspetto del dono aggiunge: “Per questo, nel sesto giorno egli vi dà del pane per due giorni”. Il donare di Dio è un atto d’amore creativo: solo per chi non lo accoglie diventa distruttivo. Ma Israele in origine lo ha accolto:

    “Così il popolo si riposò il settimo giorno” (Esodo 16:30).

Da questo momento il sabato rappresenta un segno indelebile impresso da Dio sul popolo che gli appartiene come figlio. Guai a chi tenta di staccare Dio da suo figlio.

Il sabato e la legge
     Il sabato precede la legge. Nel quarto comandamento sta scritto:

    Ricordati del giorno del riposo per santificarlo (Esodo 20).

Qui il popolo non è invitato a fare o non fare qualcosa per compiacere Dio, ma a ricordare quello che Dio ha fatto per amore del popolo. Dio si è impegnato con Se stesso a favore del popolo prima di chiedere al popolo di impegnarsi con Lui attraverso l’ubbidienza.
  E più avanti, a conclusione della prima versione della legge, Dio avverte Mosè:

    “Quanto a te, parla ai figli d'Israele e di' loro: 'Badate bene di osservare i miei sabati, perché il sabato è un segno fra me e voi per tutte le vostre generazioni, affinché conosciate che io sono l'Eterno che vi santifica (Esodo 31:13).

Dio fa questa raccomandazione a Mosè quando il patto fra Dio e il popolo è stato già concluso (Esodo 24:8), quindi Dio non prende nemmeno in considerazione l’eventualità che esso sia disatteso dal popolo. Dice soltanto ciò che si dovrà fare a chi, individualmente, si prenderà la libertà di profanarlo continuando a lavorare: 

    Osserverete dunque il sabato perché è un giorno santo per voi. Chiunque lo profanerà sarà messo a morte. Chiunque farà in esso qualche lavoro sarà eliminato dal suo popolo (Esodo 31:14).

Dev’essere comunque ricordato che l’ordine di eseguire la pena di morte per chi profana il sabato è stato dato dopo la stipulazione del patto del Sinai, ma nel momento in cui Mosè trasmette l’annuncio del “giorno solenne di riposo”, al popolo la parola non arriva in forma di ordine, con relativa minaccia in caso di trasgressione. L’ordine riguarda soltanto i giorni precedenti: cioè raccogliere la manna nella misura fissata nei primi cinque giorni e in misura doppia nel sesto. Ma quanto al settimo giorno, non c’è un ordine: c’è soltanto un avviso che ha come oggetto la distribuzione della manna: 

    Il settimo giorno è il sabato; in quel giorno non ve ne sarà (Esodo 16:26). 

Un cartello sulla porta di un ufficio comunale in cui sta scritto: “Sabato è chiuso”, non è un’ordinanza del sindaco che vieta ai cittadini di andare a suonare a quella porta di sabato: è soltanto un avviso in cui si informa che se qualcuno vorrà farlo, nessuno gli aprirà. 
  Qualcosa di simile avviene allora ai figli d’Israele in quel settimo giorno: 

    Ora, nel settimo giorno avvenne che alcuni del popolo uscirono per raccoglierne, e non ne trovarono (Esodo 16:27).

È violazione di un ordine? No, è mancanza di fiducia. E tuttavia i ricercatori di manna in giorno di sabato non furono messi a morte per il loro “reato”, perché in quel momento la legge non c’era ancora. 
  L’Eterno tuttavia poteva essere avvilito da questa mancanza di fiducia, e si sfoga con Mosè:

    Allora l'Eterno disse a Mosè: “Fino a quando rifiuterete di osservare i miei comandamenti e le mie leggi? Considerate che l'Eterno vi ha dato il sabato. Per questo, nel sesto giorno egli vi dà del pane per due giorni; ognuno stia dov'è; nessuno esca dalla sua tenda il settimo giorno” (Esodo 16:28-29).

Questo modo di rivolgersi al popolo attraverso Mosè è affettuosamente paterno, non severamente giuridico. Dio parla di miei comandamenti, di mie leggi, sottolineando quindi che provengono da Colui che li ama in modo privilegiato, come ha già dimostrato fino a quel momento con i suoi atti di liberazione e misericordia. Se Dio raccomanda a Mosè che “nessuno esca dalla sua tenda il settimo giorno” è per evitare che cadano nella tentazione di andare alla ricerca di manna nel solenne giorno sacro all’Eterno, ma nessuna minaccia di morte è aggiunta a queste parole. Israele è il figlio di Dio che si trova ancora nella minore età, e fino a questo momento il compito del Padre è quello di educare, non di minacciare.

Non c’è acqua a Refidim
     È nel deserto di Sin, fra Elim e il Sinai, che il popolo fa la sua prima esperienza della manna discesa dal cielo e celebra il suo primo riposo del settimo giorno. Dopo di che il viaggio continua.

    Poi tutta la comunità dei figli d'Israele partì dal deserto di Sin, marciando a tappe secondo gli ordini dell'Eterno, e si accampò a Refidim; ma non c'era acqua da bere per il popolo (Esodo 17:1).

Questo increscioso fatto è stato già commentato nel Capitolo 21; qui vogliamo soprattutto sottolineare che il popolo si muoveva “secondo gli ordini dell’Eterno”: dunque è Dio che lo ha fatto accampare in un posto dove sapeva che non c’era l’acqua. Risultato: “lì il popolo patì la sete” (17:3). Il che vuol dire che la mancanza d’acqua durò per un certo tempo, e centinaia di migliaia di persone soffrirono la sete. 
  Come sappiamo, il caso fu risolto (Esodo 17:5-7) e Mosè chiamò quel luogo Massa (tentazione) e Meriba (contesa), cioè contesa con Mosè e tentazione verso Dio, perché “i figli d'Israele avevano tentato l'Eterno, dicendo: “L'Eterno è in mezzo a noi, sì o no?” (17:7).
  Se i figli d’Israele avevano tentato l’Eterno mettendo in dubbio la sua presenza in mezzo a loro, qualcuno potrebbe dire che Dio stesso li aveva “esposti alla tentazione” (Matteo 6:13) facendoli accampare in un posto dove non c’era l’acqua. Ma anche questo rientra nel compito educativo di Dio verso suo figlio; e anche se avrebbe preferito ricevere da lui una risposta più fiduciosa, si serve della loro paura di morire per dare un’altra prova della sua fedeltà, e confermare Mosè come autorità.
  La domanda del popolo “L'Eterno è in mezzo a noi, sì o no?” è comunque interessante, perché pone l’attenzione su Dio. In una lettura antropocentrica della Bibbia è più naturale porsi la domanda: dov’è che il popolo ha sbagliato? e poi: che cosa dobbiamo imparare noi da questo cattivo esempio? Non è male porsi domande come queste, a patto che non siano le prime a venirci in mente, perché nella Bibbia il personaggio principale della storia rimane sempre Dio, non l’uomo.

Amalec a Refidim

    Allora venne Amalec per ingaggiare battaglia contro Israele a Refidim. E Mosè disse a Giosuè: “Scegli degli uomini ed esci a combattere contro Amalec; domani io starò sulla vetta del colle con il bastone di Dio in mano”. Giosuè fece come Mosè gli aveva detto e combatté contro Amalec; e Mosè, Aaronne e Cur salirono sulla cima del colle. E avvenne che, quando Mosè teneva la mano alzata, Israele vinceva, e quando la lasciava cadere, vinceva Amalec. Ora, siccome le mani di Mosè si erano stancate, essi presero una pietra, gliela posero sotto, ed egli si mise a sedere; e Aaronne e Cur gli sostenevano le mani: l'uno da una parte, l'altro dall'altra; così le sue mani rimasero immobili fino al tramonto del sole. E Giosuè sconfisse Amalec e la sua gente, passandoli a fil di spada (Esodo 17:8-13).

I commentari di solito cercano di far sapere al lettore chi era Amalec, se era discendente di Esaù oppure no, se e in quale modo gli amalechiti di cui si parla nella storia siano collegati con questo Amalec, e così via. S’interessano insomma più di ciò che riguarda gli uomini (e non è scritto nella Bibbia) che di ciò che riguarda Dio (ed è scritto nella Bibbia).
  Se invece si punta l’attenzione prima di tutto su Dio, si potrà notare una sua differenza di comportamento tra i primi due momenti bellici di Israele: quello con i militari egiziani che inseguono gli israeliti per non farli uscire dalla terra del Faraone, e quello con Amalec che non vuole farli entrare in quella che ritiene essere la sua terra. Nel primo caso, Dio fa tutto; nel secondo caso, Dio non fa niente. Qualcosa vorrà pur dire!
  Quando si avvicina Amalec, Mosè non grida all’Eterno, come già aveva fatto altre volte (Esodo 15:25, 17:4), ma prende subito un’iniziativa: ordina a Giosuè di scegliersi degli uomini e li manda a combattere contro Amalec. E per quel che riguarda se stesso (aveva ottant’anni), si mette in uno stato di preghiera ad oltranza. Nel passato Dio aveva dato istruzioni precise, questa volta invece tace: non dà ordini, né fa promesse. Forse è stanco di parlare - può aver pensato Mosè -, perché noi, prima non lo stiamo a sentire, poi ci mettiamo a gemere e gridare. Così forse adesso vuol vedere come ci comportiamo noi, quando Lui tace.  
  Mosè vede che Amalec si avvicina, come prima si avvicinavano gli egiziani. In quell’occasione Dio gli aveva detto: “Tu alza il tuo bastone, stendi la tua mano sul mare, e dividilo” (Esodo 14:16), e così si erano salvati. Adesso invece Dio non dice niente. Allora Mosè, anche senza aver ricevuto ordini precisi, prende in mano di sua iniziativa il bastone e lo tiene insistentemente alzato verso il cielo, come a dire: Signore, io ho fatto come mi hai detto nel passato; e Tu, cosa pensi di fare?
  Il Signore dà segno di aver ricevuto. Non a parole, ma a fatti. Giosuè vince solo quando Mosè tiene le mani alzate e perde quando le abbassa. “La vittoria ci sarà - sembra dire il Signore - ma questa volta non farò tutto Io: nel popolo ciascuno dovrà fare la sua parte”. 
  E così avviene. La parte laica del popolo agisce nei soldati che combattono agli ordini di Giosuè; la parte profetica agisce nella persona di Mosè che invoca appassionatamente Dio; la parte sacerdotale agisce in Aaronne e Cur che tengono le mani alzate al profeta che prega. E Israele vince.
  Questa prima guerra vittoriosa di Israele, combattuta in concorde unità di popolo e in piena comunione con Dio, è un fatto importante. Talmente importante che per la prima volta Dio ordina a Mosè di metterlo per iscritto, aggiungendovi un’importante comunicazione per Giosuè:

    Allora l'Eterno disse a Mosè: “Scrivi questo fatto in un libro, perché se ne conservi il ricordo, e fa' sapere a Giosuè che io cancellerò interamente sotto al cielo la memoria di Amalec” (Esodo 17:14).

E allora, forse toccato dalla solennità di questa dichiarazione, Mosè celebra il fatto con un atto di culto che prima di lui avevano compiuto soltanto Noè e i patriarchi Abraamo, Isacco e Giacobbe: 

    E Mosè costruì un altare che chiamò: “L'Eterno è la mia bandiera”; e disse: “La mano è stata alzata contro il trono dell'Eterno, e l'Eterno farà guerra ad Amalec di età in età” (Esodo 17:15).

Mosè dice che “la mano è stata alzata contro il trono dell’Eterno”. Nella Bibbia il ‘trono dell’Eterno’ può essere inteso come il trono del re (1 Cronache 28:5, 29:23), ma in Israele a quel tempo il regno non c’era ancora: non è dunque contro un simile trono che può essersi alzata la mano di Amalec. C’è però un trono dell’Eterno che non si trova in terra, come si può capire dalle parole che il profeta Micaia rivolge in un momento molto delicato a Giosafat, re di Giuda:

    Micaia replicò: “Perciò ascolta la parola dell'Eterno. Io ho visto l'Eterno che sedeva sul suo trono, e tutto l'esercito del cielo che gli stava intorno a destra e a sinistra (1Re 22:19).

È poco sottolineato, ma tra i membri dell’esercito del cielo che siedono a destra e a sinistra del trono dell’Eterno si trovano anche spiriti demoniaci. Dio lo permette, anzi di loro può anche servirsi per i suoi scopi. Come nel caso citato, in cui Dio cerca collaboratori per il suo proposito di far morire l’abominevole re Acab:

    L'Eterno disse: 'Chi sedurrà Acab affinché salga a Ramot di Galaad e vi muoia?'. Chi rispose in un modo e chi in un altro. Allora si fece avanti uno spirito, il quale si presentò davanti all'Eterno, e disse: 'Lo sedurrò io'. L'Eterno gli disse: 'E come?'. Egli rispose: 'Io uscirò, e sarò spirito di menzogna in bocca a tutti i suoi profeti'. L'Eterno gli disse: 'Sì, riuscirai a sedurlo; esci, e fa' così' (1Re 22:20-22).

Il capo degli spiriti demoniaci a cui Dio concede di partecipare alle sedute in cielo e perfino di prendere la parola, è Satana (Giobbe 1:6-7), il quale un giorno tenterà di sferrare la sua guerra decisiva contro Dio.
  C’è però nella Bibbia anche un posto sulla terra che viene indicato come “trono dell’Eterno”:

    Allora Gerusalemme sarà chiamata 'il trono dell'Eterno'; tutte le nazioni si raduneranno a Gerusalemme nel nome dell'Eterno, e non cammineranno più secondo la caparbietà del loro cuore malvagio. In quei giorni, la casa di Giuda camminerà con la casa d'Israele, e verranno assieme dal paese del settentrione al paese che io diedi in eredità ai vostri padri (Geremia 22:17-18).

Amalec dunque può essere visto come il prototipo di ogni strumento di cui Satana, nemico di Dio, si è servito e si servirà ancora per alzare la mano contro il trono dell’Eterno, nel tentativo continuamente rinnovato di distruggere Israele come popolo e nazione
  A questo nemico, Dio farà guerra di età in età, fino a cancellarne interamente la memoria sotto al cielo. I nemici di Israele sono avvertiti.  

(27. continua - se Dio vorrà)
precedenti 

(Notizie su Israele, 19 aprile 2026)


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Fabiana Di Segni esce dal Pd: «Inaccettabile il clima di violenza contro gli ebrei»

In una lettera le dimissioni della consigliera municipale romana. «Dal 7 ottobre in poi il linguaggio all'interno del partito nei confronti di Israele e della Comunità ebraica italiana è insostenibile».

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Fabiana Di Segni

«Dal 7 ottobre in poi il linguaggio all’interno del Partito Democratico nei confronti prima di Israele e poi degli ebrei italiani è diventato insostenibile».
  A denunciare questo clima ormai saturo nel Pd è la consigliera dell’XI Municipio di Roma, Fabiana Di Segni, che con il nostro giornale ha commentato la lunga lettera di dimissioni consegnata ai colleghi del suo gruppo. Un luogo dove il dibattito ha raggiunto toni di violenza «inaccettabili» con battutine, schermaglie e aggressioni verbali tali da rendere l’aria irrespirabile. «Quando un membro del direttivo ha scritto “si chiama Israele, si legge nazismo” ho inviato una lettera di denuncia ai vertici del Pd. Non è importato loro nulla, se non quando ho annunciato che avrei lasciato il posto e forse anche il partito. Allora mi hanno chiesto di mediare, inviandomi una lettera in cui si dicevano dispiaciuti. In poche parole mi hanno detto ciao-ciao».
Gravemente ridondante è stata poi la quasi spasmodica urgenza di chiedere conto sull’operato del governo di Israele. Un mantra che da sempre accompagna gli ebrei italiani, frutto di una incapacità di discernimento fra religione e cittadinanza ma anche di un disegno che mira a rompere l’antico legame fra la componente ebraica e il paese. «Il segretario della sezione di Portuense mi ha detto “tanta solidarietà, però pure voi potreste parlare di Netanyahu”. Di nuovo con questo “voi”, ma io sono una ebrea italiana. Gli ho domandato se chieda anche a tutti i musulmani di condannare il terrorismo».
  È sulla scia di questa perenne distinzione che la misura è divenuta colma e Di Segni ha deciso di fare un passo indietro. Per sfinimento, in un posto dove a nulla sono serviti appelli di dialogo e inviti a tavole rotonde sul tema dell’antisemitismo. È infatti «impensabile all’interno di un partito che si definisce antifascista che in qualche modo si giustifichi l’odio per gli ebrei». L’appiattimento è quindi totale e «non si parla di Israele, ma nemmeno di Hamas, Hezbollah, Iran e Libano» perché «c’è solo un colpevole». Nel giorno delle dimissioni della consigliera, comunque, solo un membro della giunta si è presentato.
  Nel temporale d’odio che attraversa la società, la cosa più dolorosa resta, di nuovo, il silenzio collettivo. Lo stesso «che vagava in Europa tanti anni fa» e che si è alimentato nell’indifferenza con l’obiettivo di emarginare e stigmatizzare fino a rendere l’antisemitismo un argomento scomodo invece che una priorità da affrontare.
  Pochi giorni fa, anche Emanuele Fiano aveva fatto intendere di voler lasciare il Partito Democratico sostenendo che fosse «impossibile restare». L’ex dem ha sempre rivendicato con orgoglio il proprio sionismo, senza mai risparmiare critiche al governo Netanyahu. Ma per molti del suo gruppo questo non è sufficiente. «Il segretario di sezione mi ha chiesto se assieme a me venisse via pure Fiano, come se fossimo un’unica cosa. C’è da dire che il problema è strutturale, ma non mancano le voci in dissenso. Sono pochi, i riformisti dem, e a loro dobbiamo dire grazie». Il clima dell’intolleranza sta riesumando mostri che si sperava di aver confinato ai margini della storia.

(Il Tempo, 18 aprile 2026)

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Gaza dopo il 7 ottobre: Hamas ricostruisce il potere

Tra controllo militare, apparato civile riattivato e disperazione crescente nelle tendopoli, la Striscia resta prigioniera di un equilibrio che non lascia vie d’uscita

di Shira Navon

Due anni e mezzo dopo il 7 ottobre, mentre l’attenzione internazionale si sposta altrove e il Medio Oriente resta attraversato da una guerra più ampia, nella Striscia di Gaza si sta consumando una dinamica che testimonia qualcosa che molti non sanno: Hamas sta ricostruendo il proprio potere, pezzo dopo pezzo, mentre la popolazione civile scivola in una condizione che oscilla tra sopravvivenza e disperazione.
  Secondo fonti della sicurezza israeliana, l’organizzazione controlla ormai circa metà del territorio e ha già rimesso in funzione una parte significativa del proprio apparato civile, dai ministeri alle municipalità, arrivando a pagare gli stipendi a decine di migliaia di funzionari. Questo elemento pesa, perché indica non solo una presenza militare residuale, ma un tentativo strutturato di tornare a governare la vita quotidiana nella Striscia.
  Parallelamente, l’ala militare, le Brigate Izz ad-Din al-Qassam, continua a ricostruirsi e a operare sul terreno con circa 27.000 uomini, secondo le stime citate nel reportage di N12, mantenendo attiva la produzione clandestina di razzi ed esplosivi e tentando di riaprire canali di approvvigionamento attraverso il Sinai. In questo quadro, l’ipotesi di un disarmo reale dell’organizzazione appare sempre più distante, quasi fuori dal perimetro delle possibilità immediate.
  La presenza sul territorio si traduce anche in controllo sociale. Le forze di sicurezza interne pattugliano le strade, effettuano arresti e, secondo testimonianze locali, ricorrono a violenze e torture contro chi è sospettato di collaborare con Israele o semplicemente di documentare ciò che accade. È un sistema che si regge sulla paura, ma che allo stesso tempo mostra una capacità di riorganizzazione che sorprende chi, nei mesi successivi alla guerra, aveva dato Hamas per definitivamente indebolita.
  Intanto, la vita dei civili si muove su un piano completamente diverso. Oltre un milione di persone continua a vivere in tendopoli, spesso senza accesso stabile a beni essenziali, mentre i prezzi dei prodotti alimentari sono aumentati in modo vertiginoso. Testimonianze raccolte sul posto parlano di beni di prima necessità diventati quasi inaccessibili, con salari inesistenti o insufficienti e una quotidianità segnata da espedienti, recupero di materiali dalle macerie e piccoli scambi per pochi shekel.
  In questo contesto, il malcontento cresce e trova voce, anche se con cautela. Alcuni residenti attribuiscono apertamente la responsabilità della situazione al 7 ottobre e alle scelte di Hamas, lasciando emergere una frattura che però non si traduce in una reale possibilità di opposizione. La paura resta un elemento dominante, ma non riesce più a cancellare del tutto la rabbia.
  Il sistema educativo formale è fermo e sostituito da strutture improvvisate nelle tende, mentre la ricostruzione delle infrastrutture appare ancora lontana, anche per la difficoltà di far entrare materiali e macchinari nella Striscia. La sensazione diffusa, che emerge dalle testimonianze, è quella di una sospensione senza prospettiva, dove la sopravvivenza quotidiana prende il posto di qualsiasi progetto futuro.
  Quello che si osserva oggi a Gaza è un doppio movimento che procede in parallelo senza incontrarsi davvero: da una parte un’organizzazione che recupera terreno e struttura, dall’altra una popolazione che perde progressivamente margini di vita. In mezzo resta un vuoto politico che nessuno, al momento, sembra in grado di colmare.

(Setteottobre, 18 aprile 2026)

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Trump vieta all’IDF di bombardare il Libano. E Hezbollah si riarma contro Israele

di Giuseppe Kalowski

TEL AVIV - Alle 23, ora italiana, di giovedì è scattato il cessate il fuoco tra Israele ed Hezbollah in Libano. Poco prima dell’entrata in vigore, tre persone nel nord di Israele sono rimaste gravemente ferite dai razzi della milizia sciita, tra cui una ragazza di 17 anni e un giovane di 25. La giornata era stata concitata, fatta di passi avanti e improvvisi dietrofront, tra annunci e smentite su una possibile trattativa di pace tra Libano e Israele.
  Dopo l’incontro a Washington tra l’ambasciatore israeliano e la rappresentanza diplomatica libanese negli Stati Uniti, alla presenza del segretario di Stato Marco Rubio, Donald Trump aveva annunciato una telefonata tra Benjamin Netanyahu e il presidente libanese Michel Aoun, come preludio a un possibile incontro. Poco dopo, però, è arrivata la smentita di Aoun. Una marcia indietro che in realtà chiarisce bene la dinamica: prima di esporsi in un contatto diretto con Israele, il presidente libanese aveva bisogno di portare a casa qualcosa, cioè una tregua. Anche perché Hezbollah aveva già bollato l’incontro di Washington come “tradimento” e “resa”, alzando immediatamente il costo politico interno.

• La chiamata di Trump a Netanyahu
    A quel punto Trump ha chiamato Netanyahu, spingendolo ad accettare il cessate il fuoco e spiegandone la doppia utilità: rafforzare Aoun davanti a una parte della popolazione libanese che vorrebbe normalità e stabilità, e allo stesso tempo rendere più malleabile l’Iran in vista del secondo round negoziale con gli Stati Uniti, previsto in Pakistan.

• Trump vieta all’IDF di bombardare il Libano
    Trump ha rivendicato apertamente di aver proibito a Israele di bombardare il Libano, sottolineando un intervento diretto e senza ambiguità nella gestione dell’escalation. Ha inoltre precisato che il dossier libanese verrà gestito su un binario separato rispetto alle trattative strategiche più ampie. Secondo indiscrezioni, Teheran potrebbe essere disposta a compromessi più ampi, inclusa una limitazione del proprio programma nucleare e la consegna a un garante internazionale di oltre 400 chili di uranio arricchito. In questo quadro, la tregua in Libano è perfetta per essere venduta internamente come una vittoria diplomatica degli ayatollah.
  Il punto, però, non è se la tregua terrà, ma quando salterà. Anche in presenza di un accordo sul dossier iraniano, è difficile immaginare che Teheran accetti una stabilizzazione del Libano che passi dal disarmo di Hezbollah. Le forze regolari libanesi e il contingente Unifil non hanno la capacità di disarmare la milizia né di spingerla a nord del Litani, come previsto dalla risoluzione 1701. L’unico attore in grado di farlo resta l’esercito israeliano, mentre Aoun continua a ribadire che il Libano non può restare ostaggio di Hezbollah.

• E Hezbollah si riarma contro Israele
    Il rischio è che il cessate il fuoco diventi l’ennesimo stop tattico per la milizia sciita, utile a riorganizzarsi. È già successo dopo la tregua del novembre 2024. Ed è esattamente lo schema visto a Gaza, dove Hamas ha sfruttato le pause per riarmarsi, reclutare e rafforzare il proprio controllo, dichiarando ufficialmente di non volersi disarmare. Lo stesso approccio si intravede anche nell’Iran, che sta usando la pausa negoziale iniziata l’8 aprile — con scadenza il 22 — per guadagnare tempo. I sei punti del cessate il fuoco sono, sulla carta, una base credibile: rispetto delle risoluzioni Onu e dieci giorni per avviare un processo politico rapido. L’obiettivo resta sempre lo stesso: il disarmo di Hezbollah, possibilmente per via diplomatica, altrimenti con la forza. Esiste una convergenza formale tra Beirut e Gerusalemme nel considerare Hezbollah il problema. Ma è difficile credere che il Libano abbia davvero la capacità di agire. Si può anche immaginare un confine tra Israele e Libano stabile e pacifico, ma creare illusioni è pericoloso. Il nord di Israele ha bisogno di sicurezza reale, non di tregue temporanee. Se il governo libanese non è stato in grado nemmeno di far rispettare l’espulsione dell’ambasciatore iraniano Reza Sheibani, è lecito chiedersi come possa pensare di disarmare Hezbollah. La milizia sciita resta un attore esterno, non negoziale, interessato solo a sabotare qualsiasi processo. Ed è su questo punto che, almeno per ora, Israele e Libano sembrano davvero d’accordo.

(Il Riformista, 18 aprile 2026)

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Cessate il fuoco con il Libano: brillante ritirata o mossa strategica?

Il corrispondente di Israel-Heute analizza i retroscena del cessate il fuoco e spiega perché l’apparente debolezza di Israele, a un esame più attento, possa essere interpretata anche come una vittoria tattica.

di Itamar Eichner

GERUSALEMME - Ci sono voci che interpretano la tregua temporanea imposta a Israele con il Libano come un cedimento – come un ulteriore spettacolare fallimento del primo ministro Benjamin Netanyahu e come prova del fatto che, in definitiva, sono gli Stati Uniti a decidere tutto.
  Ma sotto la superficie emerge un quadro decisamente più complesso, e non tutto è nero. Ci sono successi tattici che, se gestiti correttamente, possono trasformarsi in successi strategici.
  A prima vista, lo Stato di Israele entra in questa tregua in condizioni nettamente migliori rispetto a un mese e mezzo fa – prima dell’inizio dei combattimenti il 2 marzo, scatenati da Hezbollah, che voleva vendicare la morte di Ali Khamenei e ha trascinato il Libano in una guerra sanguinosa.
  Da allora Israele ha ottenuto due importanti successi tattici: innanzitutto ha conquistato la linea anticarro e si trova a circa dieci chilometri di profondità nel territorio libanese. Il sud del Libano è – ad eccezione dei villaggi cristiani – in gran parte privo di popolazione civile. Hezbollah ha posto come condizione per un cessate il fuoco il ritiro di Israele nei cinque punti in cui si trovava prima della rottura del precedente cessate il fuoco. Questa richiesta è stata respinta. Israele rimane nelle stesse posizioni e ha il diritto all’autodifesa. Se individua una minaccia imminente, può agire. Dall'ultima tregua, Israele ha neutralizzato circa 500 terroristi di Hezbollah nell'ambito di una “strategia del tosaerba”. Questa politica proseguirà. Se durante la tregua temporanea – che presumibilmente verrà prorogata – individueremo delle minacce, potremo agire.
  Israele ha di fatto creato due zone di sicurezza: una lungo la linea di lancio dei missili e una seconda zona di sicurezza lungo il fiume Litani, priva di popolazione civile. Se gli abitanti vorranno tornare, potranno farlo solo alle condizioni di Israele. Israele ha inoltre conquistato la roccaforte di Hezbollah nel sud del Libano, Bint Jbeil. In questo modo, in futuro sarà molto più facile disarmare Hezbollah nel sud. Israele facilita così notevolmente il lavoro del governo libanese per il futuro.
  Israele era sì contrario al cessate il fuoco e voleva continuare a smantellare Hezbollah. L’obiettivo principale era tagliare ogni collegamento tra l’Iran e il Libano – ovvero un cessate il fuoco con l’Iran, ma un conflitto militare continuato con Hezbollah. Ma gli iraniani non sono ingenui. Hanno capito di avere in mano una leva. Hanno subordinato i negoziati con gli Stati Uniti a un cessate il fuoco in Libano – nella consapevolezza che, se abbandonassero ora il loro rappresentante, difficilmente potrebbero utilizzarlo in futuro. Per non parlare dell’effetto di segnale nei confronti degli Houthi e delle milizie sciite in Iraq.
  Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump lo ha capito e ha iniziato a esercitare pressioni su Netanyahu affinché ponesse fine alla situazione in Libano. Netanyahu inizialmente si è opposto. Si è sviluppata una lotta di potere tra Netanyahu e la fazione guidata da Jared Kushner e Steve Witkoff. Alla fine ha prevalso la seconda fazione.
  Ciononostante, Netanyahu insistette affinché il cessate il fuoco avvenga alle condizioni israeliane – ovvero: nessun ritiro. Le forze armate israeliane rimangono lungo la linea anticarro e mantengono la loro libertà operativa nonché il diritto all’autodifesa.
  Trump ha cercato di avviare una conversazione telefonica tra Netanyahu e il presidente libanese Joseph Aoun. Ma Aoun ha capito che senza un cessate il fuoco concreto si sarebbe esposto al ridicolo dell’opinione pubblica libanese e ha rifiutato. Trump ha quindi riconosciuto che per prima cosa è necessario un cessate il fuoco, anche se solo temporaneo. Successivamente, invece di una telefonata, intende riunire entrambi per un incontro alla Casa Bianca, il che comunque fa una figura migliore. Netanyahu ha acconsentito.
  Durante la riunione telefonica del gabinetto, a Netanyahu è stato chiesto quando si sarebbe tenuto questo incontro. Egli ha risposto che non c’era ancora una data. Trump, invece, ha dichiarato che si sarebbe tenuto entro una o due settimane. Staremo a vedere.
  Dal punto di vista di Netanyahu, egli ha accettato la tregua con il Libano per non essere accusato di sabotare i negoziati tra Stati Uniti e Iran, estremamente importanti per Israele. Anche se il legame tra Iran e Hezbollah è problematico, Netanyahu ha in un certo senso “sacrificato un pedone” per proteggere la “regina”, ovvero la vittoria nella lotta contro il programma nucleare iraniano.
  Trump ha promesso a Netanyahu che andrà fino in fondo con gli iraniani. Non cederà sulla questione della rimozione dell’uranio arricchito dal sottosuolo. Sarebbe persino disposto a rinunciare alla cosiddetta “clausola del tramonto” – né 20 anni né 15 anni: l’Iran non dovrebbe mai poter arricchire l’uranio, almeno secondo la posizione di Trump. Se ciò dovesse effettivamente concretizzarsi, sarebbe un successo estremamente importante per Israele – in un certo senso il “Santo Graal”: la completa abolizione del programma nucleare iraniano.
  Netanyahu ha spiegato ai ministri durante la teleconferenza che l’obiettivo principale è porre fine al programma nucleare iraniano. Se Trump raggiunge questo obiettivo e si crea inoltre una dinamica che porta al disarmo di Hezbollah, allora sorge la domanda: perché continuare a combattere se si mantengono comunque le linee decisive? Israele dispone di capacità operative e libertà d’azione. Dal punto di vista israeliano si tratta di una situazione vantaggiosa per tutti: si congela lo stato attuale per verificare se è possibile raggiungere l’obiettivo strategico.
  Netanyahu ha seguito Trump anche perché ha capito che in cambio otterrà ciò che vuole nei rapporti con l’Iran. E poi c’è un altro motivo: a Trump non si dice semplicemente di no. Così come ha fermato le operazioni in precedenza, ha fermato anche ora i combattimenti in Libano. Quando Trump pone fine alle guerre, non esita.
  La sfida ora consiste nello spiegare tutto questo agli abitanti del nord, convinti che Netanyahu li abbia nuovamente abbandonati e che tutte le promesse di disarmo di Hezbollah siano state dimenticate.
  Netanyahu ha pubblicato una dichiarazione video in cui ha motivato la sua decisione: 
  «Abbiamo la possibilità di raggiungere un accordo di pace storico con il Libano. Il presidente Trump intende invitare me e il presidente libanese per portare avanti questo accordo. Questa opportunità esiste perché, dalla guerra, abbiamo cambiato radicalmente gli equilibri di potere in Libano. Abbiamo impiegato i Beeper, abbiamo distrutto l’enorme arsenale di 150.000 missili e proiettili che Nasrallah aveva preparato per distruggere le città di Israele. Abbiamo eliminato Nasrallah. E questo mutato equilibrio di potere ha fatto sì che il mese scorso, per la prima volta in oltre 40 anni, abbiamo ricevuto dal Libano richieste di avviare colloqui di pace diretti. Ho risposto a ciò e ho acconsentito a una pausa – o, per essere più precisi, a una tregua temporanea di dieci giorni – per portare avanti i colloqui che avevamo già avviato durante l’incontro degli ambasciatori a Washington.”
  Netanyahu ha aggiunto: «Per questi colloqui abbiamo due condizioni fondamentali: in primo luogo, il disarmo di Hezbollah. In secondo luogo, un accordo di pace sostenibile – pace dalla forza. Per raggiungere la tregua, Hezbollah ha posto due condizioni: in primo luogo, che Israele si ritirasse completamente fino al confine internazionale. In secondo luogo, una tregua secondo il principio “calma per calma”. Non ho accettato queste condizioni, e in effetti non sono state soddisfatte. Rimaniamo in Libano in una zona di sicurezza rafforzata. Non si tratta dei cinque punti precedenti all’operazione, ma di una zona di sicurezza continua larga circa dieci chilometri – dal mare al Monte Dov e dalle pendici dell’Hermon fino al confine siriano. Questa zona è più forte, più estesa, più coesa e più stabile di prima. Ci permette di impedire infiltrazioni nei nostri insediamenti e di bloccare i bombardamenti diretti con missili anticarro. I nostri insediamenti sono così protetti da questi due pericoli. Naturalmente ci sono altre sfide – ci sono ancora i missili. Ci occuperemo anche di questo nel quadro dell’ulteriore sviluppo verso un accordo di sicurezza e di pace.”
  E riguardo all’Iran, Netanyahu ha detto: «Ho parlato in questi giorni con il presidente Trump, e mi ha detto che è determinato sia a continuare la pressione marittima sia a eliminare le restanti capacità nucleari dell’Iran. Non farà marcia indietro. È convinto di poter eliminare questa minaccia una volta per tutte – sulla scia dei passi significativi che abbiamo compiuto insieme. Naturalmente ci occuperemo anche della minaccia missilistica e della capacità di arricchimento dell’uranio. Non entrerò nei dettagli in questa sede. Ci sono due passi molto importanti che potrebbero cambiare radicalmente la nostra situazione diplomatica e di sicurezza nei prossimi anni».

(Israel Heute, 17 aprile 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)

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Tutto sullo stretto di Hormuz e la guerra delle mine

Lo Stretto di Hormuz è un nodo vitale dell’economia globale: bastano poche mine per rallentare il traffico e far salire i prezzi. L’Iran punta su interdizione credibile e arsenali diversificati per moltiplicare l’instabilità. Bonificare è lento e costoso: la guerra qui è prima di tutto economica.

di Luca Longo

Sappiamo che lo Stretto di Hormuz è un ganglio fondamentale nel sistema nervoso dell’economia globale: ogni giorno vi transitano (o meglio: “vi transitavano”) tra i 17 e i 20 milioni di barili di petrolio, circa il 20% del consumo mondiale, oltre a una quota rilevante del gas naturale liquefatto e a flussi costanti di fertilizzanti, derrate alimentari e prodotti industriali.
  La sua vulnerabilità non dipende solo dalla geografia – corridoi di navigazione stretti fino a 39 km, traffico intenso e profondità limitate fino a minimi idrografici di soli 60 metri – ma dal fatto che è un ambiente ideale per la guerra di mine. In un contesto simile, non è necessario disseminare migliaia di ordigni: anche poche decine possono creare un effetto strategico, perché il rischio percepito è sufficiente a bloccare o a rallentare il traffico commerciale.
  È questo il cuore della dottrina iraniana: trasformare un’arma relativamente economica in un moltiplicatore di instabilità globale.

• Come si chiude uno stretto senza chiuderlo davvero
    Bloccare completamente lo Stretto di Hormuz è un’operazione complessa anche per un attore come l’Iran. La superiorità navale e aerea degli Stati Uniti e di Israele renderebbe difficile mantenere un’interdizione totale nel lungo periodo. Tuttavia, la strategia iraniana non punta necessariamente a un blocco assoluto, quanto piuttosto a una “interdizione credibile”.
  La posa di mine, anche in quantità limitata, può avere effetti immediati. Bastano pochi incidenti – una petroliera danneggiata, una nave cargo colpita – per generare un effetto domino. Le compagnie assicurative aumentano drasticamente i premi, le compagnie non possono più permetterseli, alcune rotte vengono sospese, i tempi di attraversamento si allungano per via delle procedure di sicurezza. Il traffico rallenta, i costi aumentano e il mercato reagisce. Reagisce … “male”.
  Nel 1988, durante la cosiddetta “Tanker War”, una singola mina iraniana danneggiò gravemente la fregata americana USS Samuel B. Roberts. Pochi danni materiali, immensi danni reputazionali per l’invincibilità degli Stati Uniti. L’episodio dimostrò quanto anche un numero limitato di ordigni possa avere un impatto strategico sproporzionato.
  Oggi, con un traffico molto più intenso e interconnesso, gli effetti sarebbero amplificati. Una prolungata interruzione anche parziale del flusso di petrolio e gas attraverso Hormuz si traduce rapidamente in un aumento dei prezzi energetici, con ripercussioni su inflazione, sicurezza alimentare e stabilità politica in numerosi Paesi importatori.

• L’arsenale iraniano: non quantità, ma varietà e sofisticazione
    L’Iran dispone di migliaia di mine navali e, soprattutto, di una gamma estremamente diversificata. Non si tratta di un sistema omogeneo, ma di un arsenale stratificato che combina tecnologie di epoche diverse, dalle mine a contatto fino ai sistemi a influenza avanzata.
  Le mine più semplici restano quelle a contatto già dispiegate durante la Prima guerra mondiale e che sono state protagoniste del conflitto marittimo durante la Seconda guerra mondiale: sfere metalliche ancorate al fondale tramite un cavo, dotate di “corni” sensibili che detonano al contatto con lo scafo. Al loro interno c’è una bolla d’aria che assicura la loro galleggiabilità, e possono essere posizionate sull’acqua o nascoste – restando praticamente invisibili – solo pochi centimetri sotto il pelo dell’acqua. Prima dello sbarco in Normandia, sono state posizionate dai tedeschi sulla cima di pali conficcati a bassa profondità davanti alle coste francesi per scoppiare quando venivano urtate da un mezzo da sbarco alleato. Sono economiche, facili da produrre e ancora oggi efficaci contro navi commerciali prive di protezioni.
  Ma il vero salto qualitativo è rappresentato dalle mine a influenza, oggi il cuore della minaccia. Questi ordigni non devono essere urtati: “sentono” la nave. Utilizzano sensori che rilevano alterazioni dell’ambiente causate dal passaggio di un’imbarcazione, come la distorsione del campo magnetico terrestre prodotta dallo scafo in acciaio, il rumore delle eliche e dei motori, o la variazione di pressione dell’acqua generata dal dislocamento della nave.
  La combinazione di più sensori è ciò che rende queste mine particolarmente insidiose. Alcuni modelli richiedono la coincidenza di due o tre segnali – ad esempio magnetico e acustico – prima di attivarsi, riducendo i falsi allarmi e permettendo di selezionare bersagli specifici, come petroliere o navi militari di grande tonnellaggio.
  A questo si aggiunge una logica interna completamente programmabile: alcune mine possono ignorare le prime navi che passano e attivarsi solo su bersagli successivi, oppure possono attivarsi solo allo scadere di un certo intervallo di tempo, rendendo inefficaci i tentativi di bonifica preliminare.

• Maham, mine a razzo e sistemi ibridi: anatomia completa dell’arsenale iraniano
    Se si entra nel dettaglio dell’arsenale iraniano, emerge un quadro molto più articolato di quanto suggerisca la semplice distinzione tra mine “semplici” e “avanzate”. La forza di Teheran non sta solo nei numeri – stimati tra 2.000 e 6.000 ordigni – ma nella combinazione di sistemi diversi progettati per operare insieme, saturare l’ambiente marittimo e rendere la bonifica estremamente complessa.
  Il livello più elementare è rappresentato dalla famiglia Maham-1, una mina ancorata tradizionale dotata di sensori a contatto elettrico. Si tratta dell’evoluzione delle classiche mine a “corni”: quando lo scafo urta uno di questi sensori, il circuito si chiude e innesca l’esplosione. La semplicità non deve trarre in inganno. Con una carica che nella maggior parte delle varianti raggiunge i 120 kg di esplosivo – e in alcuni casi scende a 20 kg per versioni più leggere – queste mine restano estremamente pericolose, soprattutto in acque congestionate dove l’impatto accidentale è più probabile.
  Il salto qualitativo avviene con la Maham-3, che rappresenta la principale minaccia in acque profonde. Si tratta di una mina ancorata ma “intelligente”: una volta rilasciata, non resta sul fondo ma risale lungo il cavo di ancoraggio fino a posizionarsi appena sotto la linea di galleggiamento delle navi in transito. In questa posizione ottimale, utilizza sensori acustici a bassa frequenza per identificare la firma sonora delle imbarcazioni. Alcune versioni possono integrare sensori direzionali, capaci di discriminare la provenienza del segnale, e fusibili magnetici progettati anche per rilevare sottomarini. Con un peso complessivo di circa 383 kg e una carica di 120 kg, è in grado di esplodere a pochi metri dallo scafo, causando danni devastanti senza necessità di contatto diretto.
  Ancora più insidiosa è la Maham-2, una mina di fondo progettata per operare sul fondale marino. A differenza delle mine ancorate, non è visibile nella colonna d’acqua e può essere nascosta dai sedimenti, rendendone difficile l’individuazione sonar. Il suo punto di forza è la combinazione di sensori magnetici e acustici, che le permettono di “sentire” il passaggio di una nave sopra di essa. La carica, pari a circa 320 kg, è significativamente più potente rispetto alle versioni ancorate. Ma ciò che la rende davvero pericolosa è la logica di attivazione: può essere programmata con un ritardo di attivazione di giorni e dotata di un contatore di bersagli, ignorando le prime navi per colpire quelle successive. Questo rende inefficaci molte tecniche di bonifica preventiva e trasforma ogni passaggio in una potenziale trappola.
  Una variante più sofisticata di mina di fondo è la Maham-6, derivata dal modello italiano Manta. La sua forma conica non è casuale: riduce la traccia sonar e la rende difficile da distinguere dal fondale. In questo particolare impiego, può essere facilmente confusa con uno dei tanti rottami sparsi sul fondale di acque così trafficate. Anche in questo caso si tratta di una mina a influenza, ma con una carica più limitata, circa 120 kg, che ne vincola l’impiego a profondità relativamente ridotte, proprio come quelle del gomito dello stretto di Hormuz, dove il fondale risale anche a soli 60 metri dalla superficie. In cambio, offre un’elevata dissimulabilità e una maggiore probabilità di sopravvivere alle operazioni di bonifica.
  Accanto a queste mine statiche, l’Iran dispone anche di sistemi dinamici. Tra questi figura una mina autopropulsa, probabilmente derivata dal modello cinese EM-56, che combina le caratteristiche di una mina di fondo con un’unità di propulsione simile a quella di un siluro. Questo tipo di arma può essere lanciato da sottomarini o da piattaforme costiere e raggiungere una posizione prestabilita prima di attivarsi. La sua autonomia stimata tra 10 e 20 chilometri consente di minare aree senza esporsi direttamente al nemico, aumentando la profondità operativa del sistema.
  Il livello più avanzato è rappresentato dalle mine a razzo, come le EM-52 di origine cinese, di cui l’Iran sarebbe in possesso. Queste mine si posizionano sul fondale e, una volta rilevato il passaggio di una nave, rilasciano un proiettile che si muove rapidamente verso l’alto, colpendo lo scafo dal basso. Questo sistema d’arma – un vero e proprio lanciasiluri completamente automatizzato – consente di ingaggiare bersagli anche a profondità elevate, fino a 200 metri o più, superando uno dei limiti tradizionali delle mine di fondo.
  Vi sono poi le semplicissime ed economiche mine a deriva, che galleggiano liberamente seguendo correnti e vento. Sebbene formalmente vietate dalle convenzioni internazionali, restano difficili da tracciare e particolarmente imprevedibili. Una volta rilasciate. nessuno, nemmeno chi le ha piazzate, può sapere dove siano finite.
  Infine, le mine “limpet”, applicate direttamente allo scafo da operatori subacquei o droni, rappresentano una minaccia più mirata ed estremamente economica, utilizzabile in operazioni clandestine contro singole navi. Sono praticamente l’equivalente di una grossa bomba a mano impermeabilizzata, dotata di un temporizzatore e di contatto magnetico per aderire allo scafo. Le versioni più sofisticate sono dotate di una carica cava orientata verso l’interno dello scafo in grado di massimizzare l’effetto dell’esplosione e di sensori programmabili per farla esplodere al raggiungimento di una determinata condizione. Ad esempio, quando attraverso la vibrazione dello scafo percepiscono che i motori sono a piena potenza o, al contrario, che la nave sta lentamente manovrando in porto.
  Infine, esistono indicazioni sull’impiego di sistemi di posa non convenzionali, come l’utilizzo di razzi d’artiglieria per disseminare mine in acque poco profonde. Questo approccio consente una dispersione rapida e su larga scala, particolarmente adatta a scenari come lo Stretto di Hormuz, dove la profondità ridotta amplifica l’efficacia di questi ordigni.
  Il risultato complessivo è un arsenale stratificato che copre l’intera colonna d’acqua: mine a contatto per saturare, mine a influenza per selezionare, mine di fondo per nascondersi, mine a razzo per colpire in profondità e sistemi autopropulsi per estendere il raggio d’azione. Non è la singola mina a fare la differenza, ma il micidiale ecosistema che creano quando sono impiegate insieme.

• Posare mine è facile, rimuoverle è una guerra
    Una delle ragioni per cui le mine sono così efficaci è il rapporto tra costo e impatto. Posare un campo minato richiede risorse limitate: piccoli motoscafi, pescherecci o mezzi veloci possono disperdere ordigni in modo rapido e difficile da tracciare.
  La bonifica, al contrario, è lenta, rischiosa e tecnicamente complessa. Le operazioni di eliminazione delle mine richiedono una sequenza precisa: individuazione tramite sonar ad alta risoluzione, classificazione del contatto, identificazione visiva con veicoli subacquei e infine neutralizzazione, spesso con cariche esplosive controllate.
  Le marine occidentali utilizzano oggi sistemi avanzati, tra cui droni subacquei, veicoli autonomi e dispositivi come siluri telecomandati per distruggere le mine. Tuttavia, anche con queste tecnologie, la bonifica di un’area limitata può richiedere settimane.
  Il problema è aggravato dalla natura stessa delle mine moderne. Alcune sono progettate per eludere il sonar, altre per attivarsi solo in presenza di specifiche “firme” (sono in grado di distinguere una grande nave da trasporto da una veloce imbarcazione militare o da un lento peschereccio civile), altre ancora possono restare inattive fino a quando non rilevano un bersaglio di alto valore. Inoltre, la possibilità che nuove mine vengano posate durante le operazioni costringe a mantenere una sorveglianza continua.
  In questo contesto, la bonifica non è mai definitiva: è un processo dinamico che deve essere accompagnato da operazioni offensive per neutralizzare le capacità iraniane di posa.

• Dallo stretto al conflitto: scenari e limiti della strategia
    L’uso sistematico delle mine nello Stretto di Hormuz rappresenta una forma di guerra economica prima ancora che militare. Non è necessario affondare decine di navi: basta rendere lo stretto insicuro per colpire i mercati energetici, destabilizzare le catene logistiche e generare pressione politica a livello globale.
  Nel breve periodo, una campagna di minamento porterebbe a un aumento immediato dei prezzi del petrolio e del gas, con effetti a cascata su inflazione e sicurezza alimentare. Nel medio periodo, costringerebbe gli Stati Uniti e i Paesi del Golfo a un intervento diretto per garantire la libertà di navigazione, ampliando il conflitto.
  Ma la storia della guerra navale suggerisce un limite strutturale. Le mine possono bloccare, rallentare, destabilizzare. Possono infliggere danni significativi e costringere l’avversario a reagire. Tuttavia, difficilmente possono determinare da sole un esito strategico definitivo.
  Nel caso iraniano, il loro impiego appare coerente con una strategia più ampia: guadagnare tempo, aumentare i costi per l’avversario e trasformare la superiorità militare occidentale in un problema politico ed economico.
  È una logica già vista nella storia della guerra: non vincere distruggendo il nemico, ma rendere il conflitto troppo costoso perché possa essere sostenuto.
  E in uno stretto largo solo 39 chilometri, questa logica può bastare a mettere in crisi l’equilibrio di un’intera economia planetaria.

(InOltre, 18 aprile 2026)

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Dieci giorni di tregua in Libano

Netanyahu: «Occasione storica di pace», ma i sindaci del nord protestano

Una ragazza di 17 anni, un motociclista di 25, un uomo di 40. È il bilancio dei feriti nel nord d’Israele dell’ultima notte di fuoco prima che scattasse il cessate il fuoco di dieci giorni tra lo Stato ebraico e Libano. Fino a pochi minuti dalla mezzanotte, Hezbollah ha continuato a colpire la Galilea con razzi; le Idf hanno risposto intensificando gli attacchi su depositi, centri di comando e rampe di lancio nel sud del Libano. Poi le armi hanno taciuto ed è iniziata la tregua.
 Un accordo arrivato su pressione del presidente Usa Donald Trump, che ha trattato separatamente con il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e con il presidente libanese Joseph Aoun fino ad ottenere il consenso di entrambi. «Spero che Hezbollah si comporti bene durante questo periodo importante. Basta uccisioni. Dobbiamo finalmente avere la pace», ha scritto il presidente statunitense sul suo social network, Truth, a notte fonda.
 Da Gerusalemme, Netanyahu ha parlato di «un’opportunità storica per raggiungere la pace con il Libano», chiarendo però che Israele non arretrerà di un passo. «Resteremo in una zona di sicurezza allargata», ha aggiunto, indicando una fascia di circa dieci chilometri nel sud del Libano come presidio permanente contro la minaccia di Hezbollah.
 La tregua per ora regge, ma resta fragile. L’esercito libanese ha già accusato Israele di violazioni sporadiche nelle prime ore; sul terreno, ponti e strade verso il sud sono stati riaperti e migliaia di civili hanno tentato di rientrare nelle proprie case, generando lunghe code e rallentamenti.
 L’accordo consente a Israele di intervenire in caso di minacce imminenti, ma vieta operazioni offensive su larga scala.
 In Israele le critiche non si sono fatte attendere. I sindaci delle città del nord hanno accusato il governo di aver accettato l’intesa senza garantire la sicurezza dei residenti, denunciando mesi di attacchi e una situazione ancora instabile. Il gabinetto di sicurezza, secondo quanto riportato, non ha votato l’accordo: Netanyahu lo avrebbe siglato dopo una telefonata con Trump, temendo che il presidente americano potesse annunciare la tregua unilateralmente.
 Washington sta lavorando a un vertice alla Casa Bianca, il primo tra i due Paesi da decenni, per affrontare i nodi irrisolti: confini, sicurezza, disarmo di Hezbollah. Trump ha annunciato l’invito ai due leader, definendo l’eventuale incontro «i primi colloqui significativi tra Israele e Libano dal 1983».

(moked, 17 aprile 2026)

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2025 da record: gli ebrei uccisi in attacchi antisemiti è il più alto da tre decenni


Lo studio dell’Università di Tel Aviv evidenzia un dato apparentemente contraddittorio: mentre il totale degli episodi antisemiti (tra vandalismi, minacce e molestie) è diminuito in diversi Paesi rispetto al 2024, gli atti di violenza fisica sono aumentati in modo significativo. L’ultimo anno in cui più ebrei sono stati uccisi nella diaspora è stato il 1994, quando ci fu l’attentato a Buenos Aires a L’AMIA. 

di Nina Prenda

Il 2025 si è distinto come uno degli anni più critici degli ultimi decenni per la sicurezza delle comunità ebraiche nel mondo. Secondo un rapporto pubblicato lunedì 13 aprile dall’Università di Tel Aviv, il numero di ebrei uccisi nella diaspora in attacchi antisemiti ha raggiunto il livello più alto degli ultimi trent’anni.

Lo studio, redatto dal Centro per lo studio dell’ebraismo europeo contemporaneo e dall’Istituto Irwin Cotler per la democrazia, i diritti umani e la giustizia, evidenzia un dato apparentemente contraddittorio: mentre il totale degli episodi antisemiti (tra vandalismi, minacce e molestie) è diminuito in diversi Paesi rispetto al 2024, gli atti di violenza fisica sono aumentati in modo significativo.
  Secondo il rapporto, nel 2025 venti persone sono state uccise in quattro attacchi distinti avvenuti in tre continenti. Un dato che, secondo il curatore dello studio, il professor Uriya Shavit, riflette una tendenza preoccupante: «L’odio contro gli ebrei sta diventando una realtà normalizzata».
  L’ultimo anno in cui più ebrei sono stati uccisi nella diaspora è stato il 1994, quando un attentatore suicida ha guidato un furgone carico di bombe nell’edificio dell’Associazione Mutual Israelita Argentina in Argentina, uccidendo 85 persone e ferendone altre centinaia.
  Australia e Canada hanno visto il loro più alto numero annuale di incidenti antisemiti di sempre.
  “Il forte aumento del numero di casi di violenza grave non è sorprendente”, ha detto Shavit. “La regola che si applica a tutti i tipi di crimine si applica anche qui: quando le forze dell’ordine sono indifferenti ai piccoli crimini, il risultato sono grandi crimini”.

• Aumento della violenza
    L’Australia aveva alcuni dei dati più allarmanti, secondo il rapporto, con un totale di 1.750 attacchi nel 2025, rispetto a 1.727 del 2024, culminati nel massacro di Hannukkah al Bondi Beach in cui sono stati uccisi 15 ebrei. I dati si confrontano con 1.200 incidenti nel 2023 e 472 nel 2022. Gli attacchi hanno continuato a salire anche dopo che Israele e Hamas hanno concordato un cessate il fuoco in ottobre: ci sono stati 588 incidenti registrati nell’ottobre-dicembre 2025, rispetto ai 492 nello stesso periodo del 2024, ha detto lo studio.
  In Canada, il numero totale di incidenti è cresciuto da 6.219 nel 2024 a 6.800 nel 2025, tre volte di più rispetto al 2022. Le aggressioni fisiche più gravi dell’anno includevano l’accoltellamento del 27 agosto di una donna ebrea sui settant’anni mentre faceva la spesa in un negozio di alimentari di Ottawa e il pestaggio dell’8 agosto di un padre ebreo chassidico di 32 anni davanti ai suoi figli in un parco di Montreal. Ci sono stati anche numerosi attacchi alle sinagoghe.
  Negli Stati Uniti, gli incidenti segnalati variavano a seconda delle regioni. A New York, il numero di incidenti è diminuito da 344 nel 2024 a 324 nel 2025. Los Angeles, sede della seconda popolazione ebraica più grande del Paese, è stata l’unica grande città degli Stati Uniti in grado di produrre molti dati sui crimini d’odio anti-ebraici per il secondo anno consecutivo. I peggiori attacchi dell’anno hanno incluso il 21 maggio 2025, l’uccisione di due membri del personale dell’ambasciata israeliana, Yaron Lischinsky e Sarah Milgrim, fuori dal Capital Jewish Museum di Washington, DC, e l’uccisione di Karen Diamond il 1 giugno a Boulder, in Colorado, dopo che un uomo che gridava “Palestina libera” ha lanciato dispositivi incendiari contro i partecipanti a una marcia pro-Israele.
  In Gran Bretagna, il numero totale di incidenti è aumentato da 3.556 nel 2024 a 3.700 nel 2025, rispetto a 4.298 nel 2023 e 1.662 nel 2022. Quattro episodi di violenza estrema sono stati registrati durante l’anno, il più grave è stato l’attacco terroristico dell’ottobre 2025 alla sinagoga di Heaton Park a Manchester durante lo Yom Kippur in cui due persone sono state uccise. Come in Australia, è stato registrato un aumento degli incidenti dopo il cessate il fuoco, da 741 in ottobre-dicembre 2024 a 1.078 nel periodo parallelo del 2025.
  In Italia, 963 incidenti sono stati registrati nel 2025 rispetto agli 877 nel 2024, inclusi 11 casi di aggressione fisica rispetto agli otto dell’anno prima.
  In Francia, il Paese con la terza più grande popolazione ebraica dopo Israele e gli Stati Uniti, il numero totale di incidenti è diminuito da 1.570 nel 2024 a 1.320 nel 2025. Tuttavia, il numero di episodi che coinvolgono la violenza fisica è aumentato da 106 nel 2024 a 126 nel 2025.
  In Germania, nel 2025 sono stati segnalati 5.729 incidenti antisemiti, rispetto ai 6.560 del 2024.
  In Belgio, il numero di incidenti è aumentato da 129 nel 2024 a 232 nel 2025 e il numero di aggressioni fisiche è aumentato da 27 a 32.
  I dati provenienti da comunità ebraiche più piccole hanno mostrato anche tendenze complesse, ha rilevato il rapporto.
  In Messico, 70 incidenti sono stati registrati nel 2025 rispetto a 53 nel 2024.
  In Spagna sono stati registrati 207 nel 2025 incidenti rispetto a 193 del 2024.
  In Nuova Zelanda, ci sono stati 143 incidenti nel 2025 rispetto a 131 nel 2024, di cui cinque sono stati aggressioni fisiche rispetto alle due dell’anno prima.
  In Bulgaria, sono stati registrati 55 incidenti nel 2025 rispetto ai 50 dell’anno precedente.

• Singoli aggressori estremisti
    Uno studio separato che analizza dozzine di accuse e sentenze giudiziarie mostra che molti attacchi sono effettuati da “lupi solitari” che provengono principalmente da due estremi politici completamente diversi: cristiani bianchi devoti alla “supremazia bianca” da un lato, e musulmani antisionisti dall’altro.

(Bet Magazine Mosaico, 17 aprile 2026)

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Saluti floreali: incontri con i sopravvissuti all’Olocausto a Berlino 

Mentre il cielo sopra Israele rimane chiuso, cogliamo le opportunità che ci si presentano proprio davanti alla porta di casa per essere una benedizione per il popolo ebraico. In ogni città più grande della Germania c'è una comunità ebraica, ci sono sopravvissuti all'Olocausto. Le nostre collaboratrici hanno portato dolci e fiori come saluti da parte di CSI e hanno toccato il cuore dei sopravvissuti con il loro messaggio.

di Anemone Rüger

Il mio telefono squilla: un numero sconosciuto di Berlino. Ma invece di un'assicurazione interessata a vendere qualcosa, al telefono c'è Tanja. Tanja gestisce il punto di incontro dei sopravvissuti all’Olocausto a Berlino e ci invita. Come la maggior parte dei sopravvissuti, anche Tanja è arrivata in Germania negli anni ’90 come rappresentante della seconda generazione – dalla mia città ucraina preferita, Czernowitz. Suo padre era nato cittadino austriaco, quando Czernowitz apparteneva ancora alla Corona austro-ungarica; la sua lingua madre era il tedesco.
  Quasi tutte le nostre telefonate preparatorie finiscono con Tanja che mi fa la predica: è davvero necessario spendere così tanti soldi per i fiori? A un certo punto posso dire: troppo tardi, i fiori sono stati ordinati. La mia nuova collaboratrice Livia ha trovato, tra le centinaia di fioristi berlinesi, uno che non è lontano dal punto di incontro e fa una buona impressione. Quando noi quattro – Dana, Paula, Livia e io – cerchiamo l’indirizzo giovedì pomeriggio, Tanja ci viene incontro entusiasta. «I fiori sono appena arrivati. Ma questo è il mio fiorista! Gli ho subito chiesto quando mi sistemerà il balcone.» L’umorismo di Dio.
  Non ci sono due incontri uguali. Anche questa è una prima volta in una nuova città. E ogni volta chiedo e prego che ci riesca di nuovo a entrare nei cuori dei 30 sopravvissuti che non abbiamo mai visto prima nel giro di due ore. Tutto po-russkij, in russo. Anche questa volta viviamo il miracolo. Dopo aver spiegato un po’ il nome “Cristiani dalla parte di Israele” e esserci presentati personalmente, il ghiaccio si è già rotto.

• Il dolore di Rita

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La sopravvissuta all’Olocausto Rita (a destra) racconta la sua commovente
storia alle collaboratrici del CSI Paula e Anemone (da sinistra) a Berlino    

Rita è arrivata prima, così da poterci raccontare la sua storia in tutta tranquillità. La sua acconciatura arancione brillante e il suo aspetto curato distolgono inizialmente l’attenzione dal dolore che, a uno sguardo più attento, si legge nei suoi occhi. Rita tira fuori dalla borsa una busta con dei fogli; con una rapida occhiata riconosco il logo di Yad Vashem.
  «Sono nata nel 1938, poche settimane prima della Notte dei cristalli», esordisce Rita. «Più invecchio, più mi rendo conto di ciò che abbiamo vissuto. All’epoca non si parlava quasi mai di queste cose. Vivevamo a Perwomajsk, nel distretto amministrativo di Odessa. Mia madre si chiamava Manja e mio padre Michail, Michail Salomonowitsch. La mamma lo chiamava Motja. I miei genitori erano ancora molto giovani quando iniziò la guerra. Papà non fu arruolato perché non vedeva bene. Io avevo tre anni, mio fratello cinque e la mamma era incinta del terzo figlio.»
  L’11 settembre 1941 la guerra arrivò a casa della famiglia di Rita. «Vivevamo tutti vicini. Quel giorno portarono via quasi tutti: papà, le sue due sorelle, mia nonna materna. Dissero che dovevano essere portati al lavoro. Nel giro di un’ora erano tutti morti. Furono fucilati in una fossa comune preparata dietro la città.
  Anche i due figli di mia zia furono uccisi: mia cugina Sofia e mio cugino Wilja, che avevano cinque e otto anni. Furono sepolti vivi insieme agli altri bambini.»

• «Sono una delle ultime»
    Ancora oggi Rita non riesce a spiegarsi perché lei, sua madre e suo fratello siano stati risparmiati. «Avrebbero dovuto uccidere anche noi, anche la mamma era ebrea», dice Rita, che porta il nome della zia assassinata. «Ma per qualche motivo non ci hanno portato via.»
  Insieme al nonno, che in quel momento non era a casa, la piccola famiglia si mise in viaggio per fuggire, con cavallo e carro. Arrivarono fino a Kirovograd. «Lì i tedeschi ci raggiunsero», continua Rita. «Ci rimandarono da dove eravamo venuti. Nel frattempo, Pervomajsk si era già trasformata in un ghetto. Siamo rimasti lì due anni e mezzo. Come ha fatto la mamma a farci sopravvivere? Non lo so. C’è un libricino, ‘Das Majdanek am Bug’, in cui l’autore ha paragonato il nostro campo a Majdanek. Non ci sono quasi più sopravvissuti come me che possano raccontare queste cose per esperienza diretta. Sono una delle ultime…»
  Rita si scusa per il racconto confuso e per le lacrime che le salgono continuamente agli occhi.

• Sopravvivere con qualche buccia di verdura
    «Lì nel ghetto è nato mio fratello. Cioè, siamo stati mandati fuori dalle guardie rumene per il parto. Una donna ucraina ha ospitato la mamma per il parto in casa. Ricordo ancora quanto mi sono spaventata quando ho visto il sangue. È così che è venuto al mondo il mio fratellino. Poi siamo tornati nel ghetto. Domani è il suo compleanno. È diventato un artista famoso.»
  A poco a poco affiorano frammenti di ricordi sulla vita nel ghetto, che Rita ha vissuto già in modo consapevole. «Eravamo stipati in una stanza, uno accanto all’altro. Le famiglie si erano separate i loro angoli per dormire con un lenzuolo. Dormivamo su dure assi di legno. Siamo sopravvissuti solo perché nostro nonno era un abile calzolaio; gli artigiani li lasciavano vivere. Si chiamava David Kessler. Parlava con noi solo yiddish, non sapeva affatto il russo, finché non fu vietato dalle autorità sovietiche.
  Di tanto in tanto una donna ci lanciava qualche ciotola di verdura oltre la recinzione di filo spinato. Se eravamo fortunati, le guardie rumene si voltavano dall’altra parte. Se eravamo sfortunati, ci strappavano via il cibo. A volte mandavano noi bambini a mendicare soldi per loro.”

• La fine della guerra e una vita dignitosa in Germania

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Non solo con i fiori, ma anche con cuori di cialda fatti in casa, CSI ha potuto portare gioia ai sopravvissuti

Un giorno, nel marzo 1944, i rumeni aprirono i cancelli del ghetto e gridarono ai detenuti ebrei: «I tedeschi si stanno ritirando. Correte! Altrimenti vi spareranno tutti!» Manja trovò rifugio con i suoi tre figli presso una donna di nome Wasselissa. «Ci nascondeva sulla stufa», ricorda Rita. «Era sporco lì, pieno di ragnatele. Ma è così che siamo sopravvissuti.»
  La madre di Rita visse solo fino a 56 anni. Non riusciva a parlare degli anni della guerra, piangeva soltanto. «Se sapeste che padre meraviglioso avevate!», diceva spesso ai figli. «In compenso, tutti i tuoi figli hanno fatto qualcosa di importante», la consolavano i vicini. Il fratello maggiore di Rita è diventato professore di matematica. Lei stessa ha conseguito tre diplomi come insegnante e direttrice di coro. Quando nel 1994 l’intera famiglia si trasferì in Germania su iniziativa del marito, ormai deceduto, fondò il «Coro dei Veterani» di Berlino, che ha diretto per decenni.
  Rita, che oggi ha due figlie, tre nipoti e due pronipoti, è grata per l’assistenza che riceve. «Grazie alle indennità di compensazione oggi posso permettermi una vita dignitosa. Se solo mia madre avesse potuto vederlo!»
  Poi ci sono i fiori. Splendidi mazzi rigogliosi, accompagnati dai saluti dei tanti sostenitori di «Christen an der Seite Israels» che li hanno inviati. Non mancano di sortire il loro effetto. Anche il mazzo arancione di Rita risplende, in competizione con il suo sorriso.

(Christen an der Seite Israels, 17 aprile 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)

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Il primo intervento di cataratta al mondo assistito da robot

L'azienda «ForSight Robotics» afferma di aver scritto una pagina di storia: ha operato una persona di cataratta con l'assistenza completa di un robot e senza anestesia generale. Si tratterebbe del primo intervento di questo tipo al mondo, ha comunicato l'azienda fondata in Israele nel 2020.
  L'intervento di cataratta è solitamente un intervento ambulatoriale di routine, in cui il cristallino opaco viene sostituito con una lente artificiale. L'operazione dura tra i 15 e i 20 minuti e viene eseguita in anestesia locale. Successivamente, la vista spesso migliora rapidamente e in modo significativo.
  Finora gli interventi robotici in oftalmologia si limitavano a compiti parziali e venivano eseguiti in anestesia generale. “ForSight” ha annunciato in una dichiarazione di aver raggiunto un traguardo importante, inaugurando così una nuova era nell'oftalmologia a livello mondiale. L'intervento con l'ausilio del robot garantisce infatti una maggiore precisione e contribuisce a contrastare la carenza globale di trattamenti per il recupero della vista.

• Carenza globale di chirurghi qualificati
    L'intervento è stato eseguito da Alexey Rapoport, mentre la direzione dello studio è stata affidata a Robert Edward T. Ang dell'Asian Eye Institute di Manila. «Questo è un momento cruciale per la chirurgia oculare e per il futuro della sanità globale», ha dichiarato Joseph Nathan, cofondatore, presidente e direttore medico di «ForSight Robotics». Questo risultato potrebbe contribuire a rendere accessibile l'intervento di cataratta a milioni di pazienti in tutto il mondo.
  Il successo è da attribuire alla piattaforma robotizzata denominata JASPER, che “ForSight” ha sviluppato appositamente per gli interventi oculistici. Fino a poco tempo fa, il progetto portava il nome di ORYOM. Questo nome deriva dalla parola ebraica che significa “luce del giorno”.
  JASPER assiste il chirurgo durante l’intervento grazie a un’imaging avanzata, un controllo preciso e l’adattamento dei movimenti. In questo modo previene l’affaticamento e le deviazioni indesiderate. Secondo l’azienda israeliana, JASPER lavora fianco a fianco con i chirurghi, rendendo gli interventi più sicuri e uniformi.
  L'azienda ha inoltre affermato che il sistema potrebbe contribuire a ridurre lo sforzo fisico a cui sono spesso sottoposti i chirurghi oculisti. Infatti, essi eseguono per molti anni un gran numero di microinterventi in posizioni scomode.
  Secondo l'azienda, si stima che oltre 600 milioni di persone in tutto il mondo necessitino di un intervento di cataratta. Tuttavia, di fatto, ogni anno è possibile eseguire solo circa 30 milioni di tali interventi a causa della carenza di chirurghi qualificati. A ciò si aggiunge lo sforzo fisico causato da migliaia di interventi microchirurgici. La piattaforma JASPER può contribuire a soddisfare questa esigenza. Tuttavia, è ancora in fase di sviluppo e non è ancora stata approvata per l'uso commerciale.

(Israelnetz, 17 aprile 2026)

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Netanyahu accetta l'invito di Magyar in Ungheria

Il capo del governo ungherese designato Magyar invita il premier israeliano Netanyahu in Ungheria. Allo stesso tempo dichiara che il suo Paese aderirà alla Corte penale internazionale. Ciò lascia aperte alcune questioni.

GERUSALEMME / BUDAPEST – Mercoledì il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha avuto un colloquio telefonico con il suo omologo ungherese neoeletto Péter Magyar (Tisza). Il leader del Likud ha definito la conversazione «cordiale» in un comunicato stampa. Si è detto fiducioso che Israele continuerà a intrattenere stretti rapporti con l’Ungheria durante il mandato di Magyar. A breve è previsto un incontro tra i ministri degli Esteri.
  La telefonata ha fatto seguito all’annuncio di Magyar di lunedì, secondo cui l’Ungheria rientrerà a far parte della Corte penale internazionale (CPI). Il Paese aveva denunciato l’adesione alla CPI nell’aprile 2025 sotto il governo del premier uscente Viktor Orbán. Il motivo dell’uscita era un mandato di arresto emesso dalla Corte contro Netanyahu. Il leader del Fidesz ha valutato la vicenda come motivata politicamente.

• Magyar: «Relazioni speciali»
    Nonostante il ritorno alla Corte dell’Aia, lunedì Magyar ha sottolineato di voler mantenere le «relazioni speciali» del suo Paese con Israele. Ha quindi invitato Netanyahu a partecipare alla cerimonia commemorativa del 70° anniversario della Rivolta ungherese. L'evento si terrà il 23 ottobre e commemora la rivolta del popolo ungherese contro gli occupanti sovietici.
  Netanyahu ha accettato l'invito e, a sua volta, ha invitato Magyar a una visita di Stato a Gerusalemme. Nonostante l'attuale tono amichevole, permane l'incertezza sul fatto che Netanyahu, ora che l'Ungheria è nuovamente membro della Corte dell'Aia, rischi l'arresto in Ungheria. Certamente esiste la possibilità che la Repubblica gli conceda l'immunità diplomatica. Magyar, tuttavia, non si è ancora espresso in modo concreto. Deciderà caso per caso per quanto riguarda Israele, ha dichiarato il leader del Tisza dopo la vittoria elettorale. 

(Israelnetz, 16 aprile 2026)

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Armageddon o geopolitica? La guerra con l’Iran tra strategia e terza guerra mondiale

Ci sono momenti nella storia in cui politica, guerra e fede si intrecciano in modo così pericoloso che persino gli strateghi più lucidi parlano di un possibile conflitto mondiale.

di Aviel Schneider

GERUSALEMME - Israele e il Medio Oriente sono di fronte a una svolta. O tutto esplode in una guerra regionale, oppure Israele entra nell’età dell’oro nella Terra Promessa. Negli ultimi mesi ho ripetutamente sottolineato che non abbiamo altra scelta che affrontare l’Iran con una guerra, perché per Israele sarebbe ancora più pericoloso non fare nulla contro le sue fantasie di distruzione nucleare. Ci sono momenti per la diplomazia e momenti in cui la diplomazia è semplicemente un'assurdità. Ci troviamo in uno di quei momenti. Con il loro attacco preventivo contro l’Iran, Israele e gli Stati Uniti hanno sorpreso il mondo. Ma questa guerra non è più vista da molti dei suoi protagonisti solo in termini strategici, bensì come parte di una più ampia narrativa religiosa, alimentata da interpretazioni bibliche e coraniche.
  «Il Medio Oriente è in fiamme e per molti credenti in tutto il mondo le antiche profezie bibliche appaiono improvvisamente di spaventosa attualità», recitava il titolo pubblicato il sesto giorno di guerra sul sito web di Maariv. «Il conflitto diretto tra la coalizione Israele-USA e l’Iran con i suoi proxy non viene più analizzato solo in termini militari. Per milioni di persone è considerato un possibile segno della fine dei tempi, spesso associato alla concezione biblica della guerra di Gog e Magog, che nelle religioni del Medio Oriente è vista come un punto di svolta decisivo della storia». Il concetto di «guerra di Gog e Magog» torna al centro dell’attenzione e unisce ebraismo, cristianesimo e islam in una tesa attesa di un evento fatidico che potrebbe cambiare il volto dell’umanità. Ancora prima di illustrare le profezie bibliche, il rabbino Zamir Cohen spiega il significato della partecipazione americana agli attacchi contro l’Iran. Ma non è l’unico rabbino a parlare della fine dei tempi ai nostri giorni.

Interpretazioni profetiche
  Si fa riferimento con particolare frequenza al profeta Ezechiele (capitolo 38). Qui viene descritta una coalizione di popoli che nella fine dei tempi marcerà contro Israele, guidata dalla Persia, identificata con l’odierno Iran. Alcuni esegeti vedono in questo un sorprendente parallelo con l'attuale situazione geopolitica. Per molti ebrei credenti, l'attuale conflitto è quindi il segnale dell'inizio dell'era messianica. Poiché l’inizio dell’attuale operazione militare ha inoltre coinciso con la festa di Purim, molti commentatori tracciano parallelismi con la salvezza degli ebrei dal ministro persiano Haman nel Libro di Ester e interpretano l’eliminazione della leadership di Teheran come un moderno “V’nahafoch Hu”, il biblico capovolgimento del destino.
  Anche il fronte siriano viene interpretato in questo contesto. Il profeta Isaia descrive il destino futuro di Damasco, che «smetterà di essere una città e diventerà un cumulo di macerie». Alla luce delle massicce distruzioni degli ultimi anni, alcuni commentatori vedono in ciò un possibile avvicinamento a questa visione.
  Al centro di molte interpretazioni profetiche c’è tuttavia Gerusalemme. Nei testi biblici la città è considerata il fulcro di un conflitto globale. Il fatto che oggi sia al centro delle tensioni politiche e religiose viene interpretato da alcuni come un ulteriore indizio che la storia si muova lungo queste antiche linee. Anche dal Nuovo Testamento viene citato un monito: quando gli uomini proclamano «pace e sicurezza», può seguire improvvisamente una grande calamità (1 Tessalonicesi 5). Gli osservatori ricordano che proprio queste parole sono state usate dal presidente Trump dopo gli attacchi agli impianti nucleari iraniani del 2025, quando ha annunciato un'iniziativa per un «Consiglio di pace».

Lente apocalittica
  Il discorso profetico non è riservato solo agli ambienti religiosi. Le notizie sulla connotazione religiosa della guerra da parte di alcuni settori dell’esercito statunitense e dell’entourage di Donald Trump non sono un fenomeno isolato, poiché l’attuale guerra contro l’Iran viene vista attraverso una lente apocalittica in tutte e tre le religioni abramitiche. Il giornalista americano Jonathan Larsen riferisce che alcuni soldati statunitensi sentono dire dai loro superiori che una possibile guerra contro l’Iran sarebbe l’«Armageddon» e parte del piano di Dio. Donald Trump verrebbe presentato come «l’unto di Dio». Secondo Larsen, il comandante di un'unità da combattimento statunitense ha dichiarato che Trump sarebbe stato «unto da Gesù per accendere un fuoco di segnalazione in Iran», che scatenerebbe l'Armageddon e ne darebbe il via al suo ritorno.
  Già prima della guerra con l’Iran, nel mondo arabo si parlava di una terza guerra mondiale; persino il presidente degli Stati Uniti ha spesso dichiarato che uno scontro con l’Iran avrebbe potuto portare a una terza guerra mondiale. Il vero colpo di scena è arrivato quando, nel bel mezzo della guerra, l’«Unto» ha detto di sé stesso: «Nessun altro presidente può fare le “cazzate” che faccio io. Nessun altro presidente. Le cose che faccio, nessun altro le avrebbe fatte». Ci si può irritare per il tono e la scelta delle parole. Ma c’è del vero in ciò che dice. A volte la leadership non si esercita con sussurri diplomatici, ma con il linguaggio crudo del potere, ed è proprio questo che irrita molti.
  Ma anche all’interno del mondo islamico, in particolare nell’Iran sciita, la guerra trova profonde giustificazioni teologiche, con il regime di Teheran che utilizza un linguaggio che presenta lo Stato come strumento di Dio. L’ideologia sciita è fortemente orientata all’arrivo del dodicesimo imam nascosto, il Mahdi, e gli integralisti vedono lo scontro con il «Grande Satana» USA e la «entità sionista» come il caos necessario che deve precedere questo ritorno, motivo per cui la sofferenza della guerra non è vista come una debolezza, ma come una prova divina. Esistono inoltre hadith che parlano delle guerre in Medio Oriente come di fuochi di segnalazione provenienti dall’Oriente e che annunciano la fine dei tempi.
  Mentre negli Stati Uniti Trump è visto da alcuni come l’“Unto”, i circoli radicali in Iran interpretano la resistenza come un dovere sacro, in cui persino una sconfitta militare è considerata una vittoria spirituale attraverso il martirio.
  Secondo l'esperto di Medio Oriente Dr. Moshe Elad, «basta una sola scintilla nel Golfo Persico per accendere i titoli sui giornali riguardo a una terza guerra mondiale. Un conflitto diretto tra gli Stati Uniti e l'Iran viene spesso descritto come un fattore scatenante automatico per l'entrata in guerra di Russia, Cina e Pakistan. Nel mondo arabo si sente spesso dire che nel momento in cui il conflitto diventasse aperto e ufficiale, le potenze nucleari si schiererebbero dalla parte di Teheran e che la guerra regionale potrebbe espandersi in uno scontro globale senza precedenti». Questo è quanto ha affermato Elad dieci giorni prima dello scoppio della guerra. D'altra parte, in occasione del quarto anniversario dell'invasione russa, il presidente ucraino Volodymyr Zelenskyj ha affermato che Vladimir Putin avrebbe «già dato inizio alla Terza Guerra Mondiale».

Retorica religiosa
  Per chi non si interessa di storia, religione, Bibbia e Dio, ogni narrazione religiosa e spirituale nei conflitti e nelle guerre è pura follia. Ciò che preoccupa giornalisti come Jonathan Larsen e organizzazioni come la MRFF negli Stati Uniti è la sinergia di queste narrazioni, poiché la percezione del nemico come un male metafisico anziché come un attore politico riduce lo spazio per la diplomazia. La Military Religious Freedom Foundation (MRFF) afferma di aver ricevuto più di 110 reclami su dichiarazioni a sfondo religioso da parte di ufficiali statunitensi in diverse forze armate. Alcuni soldati avvertono che tale retorica danneggia il morale e contraddice il giuramento costituzionale dell'esercito.
  Questi riflessi delle ideologie influenzano, tra l’altro, il morale militare, poiché i soldati statunitensi avvertono che una retorica che descrive la battaglia come parte dell’Armageddon dell’Apocalisse di Giovanni divide l’esercito e altera la comprensione del comando e dell’obbedienza nei confronti della Costituzione.
  Rimane il paradosso che, nonostante la tecnologia militare all’avanguardia come i missili ipersonici e i droni guidati dall’intelligenza artificiale, gli attori attingano a testi millenari per legittimare una cosiddetta follia della guerra, mentre i circoli cristiani, il messianismo ebraico e l’Islam sciita si avvicinano pericolosamente nei loro motivi apocalittici, che si tratti del ritorno di Cristo, la vittoria su Amalek o il ritorno del Mahdi.

Pressione su Washington
  Nel frattempo, l’Iran attacca gli Stati sunniti del Golfo Persico, così come la Turchia e persino l’Azerbaigian, per aumentare la pressione su Washington e forzare la fine della guerra. Allo stesso tempo, Teheran minaccia di bloccare lo Stretto di Hormuz con mine e droni, lo stretto attraverso il quale deve transitare gran parte del petrolio commercializzato a livello mondiale. Una mossa del genere farebbe esplodere i prezzi dell’energia in tutto il mondo. Già ora i consumatori in Europa ne subiscono le conseguenze a causa dell’aumento vertiginoso dei prezzi dell’energia. Se questo conflitto dovesse estendersi e potenze come la Russia o la Cina si schierassero apertamente dalla parte dell’Iran, una guerra regionale potrebbe degenerare in un confronto globale in pochissimo tempo.
  Il regime di Teheran sembra agire come chi crede di non avere più nulla da perdere. Ciò ricorda il Sansone biblico, che con l’esclamazione «La mia anima muoia con i Filistei!» (Giudici 16,30) trascinò i suoi nemici nella morte. Non si può dire se ci troviamo davvero di fronte a un’apocalisse o addirittura a una guerra mondiale. La risposta dipende interamente da chi si interroga. Ma una cosa è certa: quando il mondo parla costantemente in tali termini, anche le parole acquisiscono un potere pericoloso.

Europa
  Nonostante tutto ciò, l’Europa dovrebbe riflettere: anche voi trarrete beneficio da un Iran libero! Il Paese che oggi si assume il rischio maggiore, che subisce attacchi missilistici, sacrifica soldati e la cui popolazione ha fatto dei bunker la propria seconda casa, è Israele. Mentre in Europa ci si lamenta di qualche centesimo in più al litro di benzina, Israele combatte in prima linea contro un regime che predica apertamente la distruzione di Israele. Quando alla fine, con l’aiuto di Dio, il regime dei mullah cadrà, si vedrà che questo prezzo era piccolo rispetto a ciò che era in gioco: la sicurezza e la libertà in Medio Oriente e ben oltre.
  Così, all’ombra dell’attuale conflitto, la realtà militare e le aspettative secolari si fondono. Per alcuni si tratta di conflitti geopolitici, per altri sono indizi che si sta dispiegando uno scenario biblico, descritto già millenni fa nei testi sacri. Credo, spero e prego che non scivoleremo in una guerra mondiale. Ricordo molte conversazioni con cristiani americani che si occupano quasi esclusivamente di scenari biblici futuri, della fine dei tempi e di visioni apocalittiche. Per loro, molto ruota attorno all’Armageddon, a Gog e Magog. Ma così facendo, non di rado si perde di vista il presente. Parlare o predicare dell'Armageddon è facile. Ma se un giorno questa guerra scoppierà, sarà in Israele. E lì ci saranno i nostri soldati. I nostri figli. I figli dei miei amici. Ecco perché non desidero una guerra mondiale, almeno non adesso. Se un giorno dovrà far parte della storia, nessuno potrà cambiarlo. Ma questo può tranquillamente aspettare. Perché ogni giorno senza questa guerra è un giorno guadagnato per i nostri figli.

(Israel Heute, 16 aprile 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)

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"Israele: a rischio i finanziamenti americani per Iron Dome?

di  Sarah G. Frankl 

Un numero crescente di esponenti di spicco del movimento progressista, tra cui la principale lobby liberale filoisraeliana, si è schierato contro il proseguimento dei finanziamenti statunitensi al sistema di difesa israeliano «Iron Dome».
  Domenica, il presidente di J Street Jeremy Ben-Ami si è unito ai deputati Alexandria Ocasio-Cortez e Ro Khanna, insieme al candidato ebreo democratico al Congresso Brad Lander, nell’opposizione a futuri stanziamenti di bilancio destinati ai sistemi di difesa israeliani.
  In passato tali finanziamenti erano relativamente poco controversi, poiché l’intercettore di razzi Iron Dome ha ricevuto elogi quasi unanimi – anche da parte di alcune delle figure che ora si oppongono al sostegno degli Stati Uniti – per il suo ruolo nella protezione dei civili israeliani. Non più tardi di settembre, un disegno di legge per approvare finanziamenti supplementari per Iron Dome è stato approvato alla Camera con soli nove voti contrari.
  Ora, quel consenso è cambiato sulla scia della guerra contro il gruppo terroristico Hamas a Gaza e della guerra congiunta tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran, entrambe profondamente impopolari, in particolare tra i democratici – anche se l’Iron Dome ha recentemente superato un test ad alto rischio, insieme ad altri sistemi di difesa aerea israeliani, quando l’Iran ha lanciato centinaia di missili balistici contro obiettivi israeliani. Alcuni dei progressisti che ora si oppongono al finanziamento dell’Iron Dome sostengono che Israele non abbia bisogno di assistenza.
  “Con un PIL pro capite superiore a quello di paesi come il Regno Unito, la Francia e il Giappone, Israele è più che in grado di pagare per la propria difesa — proprio come già fanno gli altri ricchi alleati dell’America”, ha scritto Ben-Ami domenica sul blog di J Street. “Perché i contribuenti americani dovrebbero continuare a sovvenzionare il bilancio della difesa di un alleato prospero, in particolare in un momento in cui gli Stati Uniti devono affrontare pressioni fiscali significative?”
  Ben-Ami ha affermato che gli Stati Uniti dovrebbero continuare a vendere l’Iron Dome e altri sistemi di difesa a Israele. Ha anche sostenuto che porre fine al sostegno statunitense ai sistemi di difesa sarebbe un vantaggio per Israele.
  «I sostenitori di Israele — molti dei quali cresciuti con l’idea che il popolo ebraico voglia semplicemente che Israele sia trattato come tutti gli altri paesi — dovrebbero accogliere con favore questo sviluppo», ha affermato Ben-Ami. «I benefici di un’assistenza finanziaria sproporzionatamente elevata oggi sono superati dal danno arrecato a Israele quando tale sostegno finanziario diventa un cuneo divisivo nella politica americana».
  Le posizioni politiche online di J Street sono state aggiornate questo mese per indicare che il gruppo ora «chiede che i sussidi finanziari americani all’esercito israeliano vengano gradualmente eliminati» entro il 2028. Il gruppo afferma di sostenere ancora l’Iron Dome: «Porre fine a quei sussidi finanziari non significa che gli Stati Uniti debbano smettere di vendere l’Iron Dome a Israele, ma che Israele dovrebbe pagare per questi sistemi».
  All’inizio di questo mese, Ocasio-Cortez ha sostenuto in modo simile che Israele potrebbe finanziare il proprio sistema di difesa — sebbene per ragioni diverse.
  «In linea con il mio record di voto fino ad oggi, non sosterrò il Congresso nell’inviare ulteriori soldi dei contribuenti e aiuti militari a un governo che ignora costantemente il diritto internazionale e la legge statunitense», ha scritto sui social media. La rappresentante di New York, leader della “Squad” e potenziale candidata alla presidenza nel 2028, ha fatto il suo annuncio in occasione di un forum locale dei Socialisti Democratici d’America.
  Nelle loro argomentazioni, Ben-Ami e Ocasio-Cortez stanno tracciando una linea netta rispetto a un altro slogan popolare tra gli antisionisti: che Israele non dovrebbe avere l’Iron Dome perché i palestinesi non dispongono di un equivalente, o perché l’Iron Dome favorisce indirettamente le campagne di bombardamento di Israele.
  Le deputate Ilhan Omar e Rashida Tlaib sono tra coloro che hanno argomentato in questo senso, così come Jewish Voice for Peace e il DSA, che lo scorso anno ha affermato: “Insieme ad altri sistemi di intercettazione finanziati dagli Stati Uniti, l’Iron Dome ha incoraggiato Israele a invadere o bombardare non meno di cinque paesi diversi negli ultimi due anni”.
  Dopo la sanguinosa invasione di Israele da parte del gruppo terroristico Hamas il 7 ottobre 2023, che ha visto circa 1.200 persone massacrate e 251 rapite nella Striscia di Gaza, Israele ha lanciato una devastante campagna di bombardamenti a Gaza e ha risposto al lancio di missili dal Libano e dallo Yemen con attacchi alle infrastrutture terroristiche in quei paesi. Ha inoltre sferrato attacchi preventivi contro il regime iraniano, che mira a porre fine all’esistenza di Israele, nonché contro gli interessi iraniani in Siria.
  Alcuni attenti osservatori delle relazioni tra Stati Uniti e Israele hanno affermato che trasformare l’Iron Dome in una merce di scambio politica rivelava pregiudizi più profondi di natura analoga.
  “L’Iron Dome è un sistema puramente difensivo. Semplicemente non può essere utilizzato per minacciare, danneggiare o vendicarsi. Il suo unico scopo è salvare vite umane», ha dichiarato alla Jewish Telegraphic Agency Ron Hassner, presidente del dipartimento di studi israeliani all’Università della California-Berkeley.
  «Quando mi chiedono se l’antisemitismo sia antisionismo, uso spesso gli attacchi antisionisti contro l’Iron Dome come esempio per dimostrare che l’antisionismo è peggiore dell’antisemitismo», ha aggiunto. “Gli antisemiti cercano di danneggiare gli ebrei. Gli antisionisti cercano di impedire agli ebrei di difendersi dal pericolo.”
  Ilan Saltzman, professore di studi israeliani all’Università del Maryland, ha dichiarato alla JTA di considerare la posizione di J Street “un po’ più sfumata” e non così estrema come quella adottata da alcuni legislatori.
  «Non chiedono la fine di tutti gli aiuti militari statunitensi a Israele», ha detto Saltzman riferendosi al gruppo, sottolineando un’altra posizione politica in cui J Street sostiene la vendita a Israele di «capacità di difesa contro missili balistici e aerei a corto raggio».
  Ritiene invece che J Street stia cercando «di aumentare la supervisione sulle azioni di Israele in generale e sull’uso delle capacità militari sostenute dagli Stati Uniti in particolare».
  «Stanno dicendo che si può essere ebrei americani pur mantenendo una visione molto critica del governo israeliano, specialmente di quello attuale, e che il legame tra gli Stati Uniti e Israele è importante ma non può andare oltre il rispetto dei valori e delle leggi americane quando si tratta dell’uso della forza militare», ha detto a proposito di J Street.
  Il cambiamento di posizione di Ocasio-Cortez sull’Iron Dome è stato notevole, dato che in passato ha attirato critiche dalla sinistra per non essersi opposta al finanziamento dell’Iron Dome. Oltre ad aver votato a favore del finanziamento a settembre, ha votato contro una misura, presentata dall’ex deputata repubblicana Marjorie Taylor Greene, volta a tagliare i fondi, mentre ha votato “presente” su un disegno di legge del 2021 per finanziare l’Iron Dome e altre capacità militari israeliane.
  Il suo annuncio ha innescato una nuova ondata di candidati progressisti che prendono le distanze dall’Iron Dome. Khanna, un deputato della California che sta valutando la candidatura alla presidenza nel 2028, ora si oppone anch’egli al finanziamento del sistema difensivo, facendo eco all’argomentazione secondo cui Israele dovrebbe essere in grado di pagarselo da solo.
  “Non dovremmo sovvenzionarli, soprattutto date le loro gravi violazioni delle leggi sui diritti umani”, ha affermato.
  Anche i candidati al Congresso nelle primarie più seguite stanno dichiarando che si opporranno al finanziamento dell’Iron Dome, in particolare Lander, l’ex controllore di New York City di origini ebraiche che si candida contro il deputato ebreo di New York Dan Goldman. (Il PAC di J Street ha appoggiato Goldman nella corsa.) Lander è stato un sostenitore dichiarato della campagna elettorale di Zohran Mamdani, che ha vinto le elezioni a sindaco di New York; anche Mamdani ha appoggiato l’opposizione di Ocasio-Cortez al finanziamento dell’Iron Dome.
  «La politica estera americana nei confronti di Israele deve cambiare e deve subordinare il proprio sostegno al rispetto dei diritti umani e del diritto internazionale», ha dichiarato Lander, che si definisce un sionista liberale, al comitato editoriale del New York Times la scorsa settimana. Come alcuni dei suoi alleati, anche Lander ha citato le leggi Leahy, che impongono che il sostegno militare statunitense vada solo ai paesi che aderiscono al diritto internazionale in materia di diritti umani.
  Anche Michael Blake, sfidante di sinistra del deputato newyorkese filoisraeliano Richie Torres, si è schierato contro il finanziamento dell’Iron Dome in un recente dibattito. Torres, nel frattempo, ha raddoppiato il proprio sostegno al finanziamento dell’Iron Dome, rilasciando domenica una dichiarazione appassionata a suo favore.
  “C’è un coro in rapida crescita di candidati che chiedono il taglio dei fondi ai sistemi di difesa missilistica come Iron Dome — in un momento in cui milioni di civili israeliani stanno affrontando un bombardamento costante di razzi, droni e missili balistici”, ha detto Torres. “Non mi unirò mai a quel coro, per quanto politicamente conveniente possa diventare”.
  Affermando che «nemmeno il pacifista più convinto al mondo dovrebbe avere obiezioni all’Iron Dome», Torres ha sottolineato che l’unico scopo del sistema è impedire che i civili vengano uccisi. Ha concluso: «Tagliare i fondi all’Iron Dome non porterebbe la pace. Non ridurrebbe la tensione del conflitto, né porrebbe fine alla guerra, né salverebbe vite. Servirebbe solo a uno scopo: più civili morti».
  Eylon Levy, ex portavoce del governo israeliano, ha sostenuto che l’Iron Dome ha ritardato il conflitto con Hamas a Gaza. «Se non avessimo avuto l’Iron Dome, non avremmo tollerato 20 anni di lanci di razzi da Gaza e non avremmo aspettato il 7 ottobre per eliminare la minaccia di Hamas», ha scritto su X la scorsa settimana. «Se i razzi di Hamas avessero colpito i loro obiettivi, saremmo stati costretti a una guerra totale già da tempo. Attenti a ciò che desiderate.”
  Nel frattempo, il senatore progressista ebreo della California Scott Wiener, candidato al seggio di Nancy Pelosi al Congresso e che ha definito le azioni di Israele a Gaza un genocidio, ha affermato in un recente dibattito che continuerà a sostenere il finanziamento dell’Iron Dome. Il dibattito si è tenuto dopo l’annuncio di Ocasio-Cortez di non sostenere più il finanziamento dell’Iron Dome.
  Israele respinge le accuse di genocidio, affermando che gli agenti terroristici di Hamas si sono infiltrati nella popolazione civile e hanno installato infrastrutture in moschee, ospedali e scuole, mentre Israele fa del suo meglio per evitare vittime civili.
  “Sostengo l’Iron Dome. Penso che, per me, ci sia una chiara distinzione”, ha detto Wiener in contrasto con uno dei suoi oppositori, l’ex capo di gabinetto di Ocasio-Cortez, Saikat Chakrabarti, il quale ha affermato: “I fondi destinati alla difesa possono essere utilizzati per armi offensive”.
  Un altro argomento chiave avanzato dai progressisti è che lo stesso primo ministro Benjamin Netanyahu ha promosso l’idea di ridurre la dipendenza finanziaria di Israele dagli Stati Uniti entro il prossimo decennio. Il senatore Lindsey Graham, un alleato chiave del GOP di Netanyahu, ha appoggiato la richiesta e ha affermato che potrebbe essere realizzata prima.
  “Gli alleati di Netanyahu alla Knesset hanno appena approvato un bilancio della difesa da 45 miliardi di dollari, e lo stesso primo ministro ha anche affermato il suo interesse a ritirarsi dal memorandum d’intesa con gli Stati Uniti a gennaio”, ha scritto Ocasio-Cortez nel suo post, riferendosi al memorandum d’intesa che delinea gli aiuti statunitensi a Israele.
  Da parte sua, Saltzman vede i commenti di Netanyahu sotto una luce diversa, sottolineando che sono stati pronunciati in risposta ai più ampi piani tariffari del presidente degli Stati Uniti Donald Trump.
  “Netanyahu voleva mostrare a Trump che comprende la traiettoria generale della nuova amministrazione, è in sintonia con i nuovi atteggiamenti alla Casa Bianca ed è più che disposto a pianificare di conseguenza”, ha detto. “È stato pragmatismo politico.”
  Ma a sinistra, e altrove, il nuovo pragmatismo politico riguardo all’Iron Dome potrebbe consistere nel considerare il suo finanziamento attraverso il prisma della “normalizzazione” delle relazioni con Israele – ovvero trattarlo come gli Stati Uniti trattano gli altri paesi, fornendo aiuti relativamente modesti.
  “In tutto lo spettro politico sta emergendo una visione crescente: le relazioni tra Stati Uniti e Israele dovrebbero essere ‘normalizzate’”, ha scritto Ben-Ami.

(Rights Reporter, 16 aprile 2026)

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Arabi che dicono basta – Quando il futuro conta più della Palestina

Dagli Accordi di Abramo a Vision 2030, una parte del mondo arabo smette di organizzare la propria identità politica attorno al conflitto israelo-palestinese.

di Daniele Scalise

Per capire davvero cosa sta cambiando nel mondo arabo bisogna partire da un fatto semplice, quasi brutale nella sua evidenza: per la prima volta da settant’anni, una parte crescente della regione ha smesso di chiedersi cosa fare per la Palestina e ha iniziato a chiedersi cosa fare per sé stessa.
  Questo spostamento, che in Europa viene spesso letto solo in chiave diplomatica, è in realtà molto più profondo. Non riguarda soltanto gli Accordi di Abramo o la possibilità di una normalizzazione tra Arabia Saudita e Israele. Riguarda qualcosa di più difficile da vedere e più decisivo, e cioè la trasformazione di quello che potrebbe essere definito come l’immaginario politico arabo.
  Per decenni la Palestina è stata il centro simbolico attorno a cui si organizzava tutto. Politica estera, retorica interna, legittimazione dei regimi, identità collettiva. Oggi, in alcune capitali del Golfo, quella centralità si sta lentamente dissolvendo. Non perché la questione palestinese sia scomparsa, ma perché non è più l’asse attorno a cui ruota ogni scelta strategica.
  Una delle voci che descrivono meglio questo passaggio è quella di Ali Shihabi, che da anni insiste su un punto preciso: l’Arabia Saudita non può permettersi di restare intrappolata in un conflitto che non controlla e che blocca il proprio sviluppo. La priorità, oggi, è costruire un’economia capace di reggere il dopo-petrolio, attrarre investimenti, sviluppare tecnologia, garantire stabilità.
  In questo quadro la normalizzazione con Israele non appare come una rottura ideologica, ma come una scelta funzionale. Israele non è più soltanto un attore del conflitto palestinese, ma un partner possibile in settori come cybersicurezza, innovazione, agritech. Il linguaggio cambia, e con esso cambia la gerarchia delle priorità.
  Un discorso simile emerge negli interventi di Abdelkhaleq Abdulla, che ha difeso apertamente gli Accordi di Abramo come una decisione strategica coerente con gli interessi degli Emirati. Non una concessione, ma una ridefinizione della politica regionale. In questa prospettiva la Palestina resta una causa importante sul piano emotivo, ma non può più dettare l’agenda geopolitica.
  Non stiamo però parlando solo di élite, ma di qualcosa che si va sempre più diffondendo.
Nelle città del Golfo, tra Dubai, Riyadh e Abu Dhabi, si è formata negli ultimi vent’anni una generazione cresciuta dentro economie globalizzate, abituata a pensare in termini di opportunità, mobilità, tecnologia. Per molti di questi giovani il conflitto israelo-palestinese non rappresenta più il centro della propria identità politica. Pur rimanendo una questione rilevante, non è totalizzante.
  Qui entra in gioco una figura come Omar Al Olama, che incarna quasi simbolicamente questo cambiamento. Quando un paese arabo investe in intelligenza artificiale, smart cities, economia digitale, sta implicitamente dicendo che il proprio futuro non si costruisce attorno a un conflitto del Novecento, ma attorno a sfide completamente diverse.
  Lo stesso vale per il mondo culturale. Intellettuali come Sultan Al Qassemi lavorano da anni per costruire un’infrastruttura culturale autonoma, fatta di musei, università, produzione artistica. Anche qui il messaggio è chiaro: il mondo arabo può raccontarsi senza passare necessariamente dalla lente della Palestina.
  Di nuovo: questo non significa che la questione palestinese sia scomparsa o che abbia perso il suo peso emotivo e continua a suscitare reazioni forti, solidarietà, indignazione. Ora, però, quella emozione non si traduce più automaticamente in una linea politica.
  Anche fuori dal Golfo si intravedono segnali simili. L’economista egiziano Amr Adly insiste da tempo su una realtà difficile da ignorare: i paesi arabi devono affrontare crisi economiche profonde, disoccupazione giovanile, sistemi produttivi fragili. In questo contesto, continuare a organizzare la politica attorno alla Palestina rischia di diventare un lusso che molte società non possono più permettersi.
  Il risultato è un progressivo scollamento tra piano emotivo e piano strategico. La Palestina resta un simbolo potente, ma non è più la bussola unica.
  E proprio qui sta la rottura più significativa.
  Perché quando una causa smette di essere il centro mentale di una regione, cambia tutto: le alleanze, le priorità, il linguaggio, perfino il modo in cui le nuove generazioni immaginano il proprio futuro.
  Per decenni il Medio Oriente è stato raccontato come uno spazio politico organizzato attorno alla questione palestinese. Oggi, senza proclami e senza dichiarazioni ufficiali, una parte del mondo arabo sta semplicemente voltando pagina..

(Setteottobre, 16 aprile 2026)

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Al via la 15esima edizione della Maratona di Gerusalemme

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Si terrà domani la 15esima edizione dell’International Jerusalem Winner Marathon, prestigioso appuntamento sportivo che raduna ogni anno migliaia di runner da tutto il mondo.
  Alla prima luce del giorno partirà la Mezza Maratona poi 5 e 10 Km e Family Run, mentre è stato annullato il percorso più lungo di 42 km a causa di condizioni meteorologiche avverse: la decisione è stata presa “per piena responsabilità nei confronti della sicurezza e della salute dei corridori, dei partecipanti e del personale, e a seguito di un’attenta analisi di tutti i dati e delle previsioni”, ha detto il portavoce del Comune.
  Le gare si svolgeranno attraverso la Città Vecchia e monumenti unici, che raccontano la storia della città più sacra al mondo.
  “La maratona – ha affermato il sindaco di Gerusalemme, Moshe Lion – è molto più di un semplice evento sportivo; riflette lo spirito della città e dei suoi abitanti. Questo evento segna un ritorno alla normalità e la resilienza di Gerusalemme, la capitale di Israele – ha aggiunto – Siamo orgogliosi di riportare la città alla vita e di ospitare il primo grande evento sportivo dall’inizio dell’Operazione Ruggito del Leone”.

(Shalom, 16 aprile 2026)

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Medio Oriente, spiragli di dialogo: Israele e Libano verso colloqui diretti dopo oltre trent’anni

di Anna Balestrieri

Giovedì 16 aprile 2026, oggi, potrebbe segnare una svolta inattesa in uno dei fronti più instabili del Medio Oriente. Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha annunciato che Israele e Libano avvieranno colloqui diretti ad alto livello, i primi da oltre tre decenni, nel tentativo di contenere un conflitto che si è progressivamente allargato fino a coinvolgere l’Iran e destabilizzare l’intera regione.

Un annuncio improvviso in una notte di tensione
    L’annuncio è arrivato nelle ultime ore di mercoledì, quando Trump ha dichiarato di voler “creare un po’ di respiro tra Israele e Libano”. I negoziati dovrebbero iniziare proprio oggi, giovedì 16 aprile 2026, ma restano ignoti sia il luogo sia i partecipanti.
  Il dato politico più rilevante è simbolico: sarebbe il primo contatto diretto tra i vertici dei due Paesi da circa 34 anni, un fatto che segnala la gravità della situazione attuale ma anche la pressione internazionale per una de-escalation.

Dalla tregua fallita alla guerra regionale
    Per comprendere il contesto, occorre tornare agli eventi degli ultimi mesi. Nel novembre 2024 Israele e Hezbollah avevano raggiunto un cessate il fuoco dopo un anno di scontri, innescati dall’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023.
  Quella tregua si è progressivamente sgretolata, fino al punto di rottura nel marzo 2026, quando Hezbollah ha ripreso a colpire Israele. Il conflitto si è poi intrecciato con la guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran, iniziata il 28 febbraio con l’uccisione della Guida Suprema iraniana Ali Khamenei.
  Da quel momento, il Libano è stato trascinato in un conflitto più ampio, trasformando la linea di confine israelo-libanese in uno dei principali teatri di guerra.

Escalation militare e crisi umanitaria
    Nelle settimane successive, Israele ha intensificato le operazioni contro Hezbollah, colpendo non solo il sud del Libano ma anche la capitale Beirut.
  Le conseguenze umanitarie sono drammatiche: secondo le autorità libanesi, oltre 2.100 persone sono morte e più di 7.000 sono rimaste ferite, mentre oltre un milione di civili è stato costretto a lasciare le proprie case.
  Questa escalation ha rappresentato uno dei principali ostacoli nei negoziati tra Washington e Teheran, poiché l’Iran ha condizionato qualsiasi accordo alla cessazione degli attacchi israeliani in Libano.

Il ruolo degli Stati Uniti e la mediazione internazionale
    Gli Stati Uniti si sono posti come mediatori centrali, insistendo affinché eventuali accordi vengano negoziati direttamente tra governi e non tramite attori intermedi. Un recente incontro trilaterale tra funzionari statunitensi, israeliani e libanesi — il primo dal 1993 — ha aperto la strada a questi colloqui. Washington punta a un accordo più ampio rispetto alla fragile intesa del 2024, mirando a una stabilizzazione duratura del confine nord di Israele.
  Parallelamente, il Pakistan emerge come attore diplomatico chiave nella mediazione tra Stati Uniti e Iran, con nuovi colloqui previsti a Islamabad.

I nodi irrisolti: disarmo e sovranità
    Nonostante i segnali di apertura, restano divergenze profonde. Israele chiede il disarmo completo di Hezbollah e la distruzione delle infrastrutture militari non statali in Libano. Il governo libanese insiste invece sull’attuazione integrale dell’accordo del 2024, che prevedeva il ritiro israeliano dal territorio libanese. Queste posizioni appaiono, al momento, difficilmente conciliabili, rendendo i colloqui di oggi un passaggio cruciale ma tutt’altro che risolutivo.

Il fronte iraniano e la posta in gioco globale
    Il dossier israelo-libanese si intreccia strettamente con la guerra tra Stati Uniti e Iran. I negoziati sul nucleare e sul cessate il fuoco restano fragili, con proposte divergenti: Washington spinge per una sospensione di lungo periodo delle attività nucleari iraniane, mentre Teheran propone una moratoria più breve e la revoca delle sanzioni.
  Nel frattempo, la chiusura dello Stretto di Hormuz da parte dell’Iran ha avuto ripercussioni globali. Il traffico energetico è drasticamente ridotto, mettendo sotto pressione mercati e governi di tutto il mondo.
  Nonostante un recente cessate il fuoco di due settimane, resta incerto se esso includa anche il teatro libanese.

Ottimismo cauto e scetticismo dei mercati
    Dalla Casa Bianca filtrano segnali di cauto ottimismo: i colloqui sono definiti “produttivi e in corso”. Anche i mercati finanziari hanno reagito positivamente, con rialzi legati alla speranza di una rapida de-escalation.
  Tuttavia, molti osservatori restano scettici, ricordando che negoziati precedenti si sono arenati proprio quando sembravano vicini a una soluzione.

Una giornata decisiva
    Il 16 aprile 2026 si presenta dunque come una data potenzialmente storica, ma carica di incognite. L’avvio dei colloqui tra Israele e Libano potrebbe rappresentare il primo passo verso la fine di una guerra regionale — oppure l’ennesimo tentativo destinato a infrangersi contro rivalità profonde e interessi inconciliabili.
  In un contesto in cui diplomazia e conflitto avanzano parallelamente, la vera posta in gioco non è solo la stabilità del confine israelo-libanese, ma l’equilibrio dell’intero Medio Oriente.

(Bet Magazine Mosaico, 16 aprile 2026)

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Notizie archiviate


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