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Notizie 16-31 agosto 2026
Israele e Grecia firmano un accordo di difesa da 3,5 miliardi di dollari chiamato “Achilles Shield”
(JNS) Israele e Grecia hanno firmato lunedì un accordo per l’esportazione di sistemi di difesa del valore di circa 3 miliardi di euro (3,5 miliardi di dollari). In base all’intesa, lo Stato ebraico costruirà per le Forze Armate Elleniche un sistema di difesa aerea multilivello, ha dichiarato il Ministero della Difesa israeliano.
L’accordo, firmato presso la sede del Ministero della Difesa a Tel Aviv, comprende batterie antimissile David’s Sling, i sistemi mobili di difesa aerea Spyder prodotti da Rafael Advanced Defense Systems, i sistemi modulari e multilivello di difesa aerea e missilistica BARAK MX prodotti da Israel Aerospace Industries (IAI), radar multifunzione realizzati dalla controllata di IAI ELTA Systems e un nuovo sistema nazionale di comando e controllo che sarà sviluppato da Rafael.
Lunedì è stato firmato anche un ulteriore accordo del valore di 26 milioni di euro (30 milioni di dollari), relativo ai sistemi Drone Dome di Rafael, progettati per contrastare le minacce rappresentate dai droni.
Il programma complessivo, noto in Grecia come “Achilles Shield” (Scudo di Achille), è il più grande accordo per l’esportazione di sistemi di difesa nella storia delle relazioni tra Israele e Grecia e uno dei più grandi mai conclusi da Israele, secondo quanto dichiarato nel comunicato.
Atene aveva approvato il quadro per l’acquisizione il 23 luglio, nell’ambito di un ampio programma di modernizzazione militare da 31,8 miliardi di dollari, previsto fino al 2036. Il ministro della Difesa greco Nikos Dendias aveva dichiarato all’epoca che il sistema multilivello “Achilles Shield” — che integrerà anche i droni Heron, insieme ad altre piattaforme alleate — dovrebbe diventare pienamente operativo entro 35 mesi.
Gerusalemme amplierà inoltre la cooperazione industriale nel settore della difesa con Atene, anche attraverso il trasferimento di conoscenze e tecnologie, ha aggiunto il Ministero della Difesa israeliano.
Il ministro della Difesa israeliano Israel Katz ha dichiarato:
“Israele e Grecia condividono interessi strategici e affrontano sfide regionali comuni. In un momento in cui attori con ambizioni egemoniche cercano di espandere la propria influenza e di minare la stabilità nella regione, Israele e Grecia continueranno ad approfondire la loro cooperazione nel settore della difesa e sul piano strategico e agiranno con determinazione per preservare la stabilità e tutelare la propria sicurezza e gli interessi comuni.”
In una dichiarazione separata, IAI ha affermato di “mantenere da molti anni una vasta cooperazione con i Paesi europei, fornendo sistemi avanzati e collaudati in combattimento nei settori marittimo, terrestre, aereo e spaziale. Negli ultimi anni, IAI ha venduto in Europa sistemi di difesa avanzati per un valore di decine di miliardi di shekel”.
L’espansione di IAI in Europa, ha aggiunto l’azienda, “riflette la crescente domanda di sistemi di difesa avanzati con comprovata efficacia operativa”. Nell’ambito di questo processo, l’azienda sta guidando importanti programmi strategici, tra cui il sistema Arrow 3 per la Germania, mentre sta anche creando infrastrutture locali, filiali e centri di innovazione e ampliando la cooperazione con le industrie della difesa locali.
Attraverso queste attività, IAI fornisce ai Paesi partner un ampio quadro operativo e tecnologico pensato per rafforzarne la resilienza e la sicurezza.
(HaKol, 31 agosto 2026)
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Gli ebrei e la Scienza, una storia secolare
di Paolo Agnoli
Il popolo ebraico rappresenta circa lo 0,2% della popolazione mondiale: su oltre 8 miliardi di persone, gli ebrei sono circa 16 milioni. Eppure, nonostante la ridotta consistenza numerica, la presenza ebraica ai vertici della ricerca scientifica è stata storicamente molto significativa. Una quota rilevante dei premi Nobel — e, più in particolare, di quelli assegnati nelle discipline scientifiche — è stata infatti attribuita a studiosi ebrei. Un dato che ha spesso suscitato domande sulle ragioni di una simile concentrazione di eccellenze, in ambiti dove il talento viene valutato con criteri estremamente selettivi.
L’idea che ciò possa dipendere da fattori genetici non trova solide basi razionali. Le differenze tra gruppi umani, infatti, non possono essere spiegate attraverso il concetto di “razza”, e le capacità intellettuali non sono distribuite secondo categorie etniche rigide. Piuttosto, come provo a mostrare in un mio recente saggio (‘Gli ebrei e la cultura’), l’elevata presenza di scienziati ebrei sembra essere il risultato di fattori culturali: un ambiente che per secoli ha attribuito un valore straordinario alla riflessione e alla ricerca della conoscenza.
Nella tradizione ebraica lo studio ha sempre avuto un ruolo centrale. Già molti secoli prima di Gesù, avvicinarsi personalmente ai testi sacri rappresentava un elemento fondamentale della vita (religiosa e poi inevitabilmente culturale). Le sinagoghe non sono soltanto luoghi di preghiera, ma anche spazi di apprendimento. In un mondo antico caratterizzato da un analfabetismo molto diffuso, ciò costituiva un elemento profondamente innovativo.
A questo si aggiunge un aspetto determinante: la grande importanza attribuita al dubbio, alle domande e quindi alla discussione. La cultura ebraica ha spesso incoraggiato il confronto tra interpretazioni diverse, anche su questioni fondamentali. La tradizione del dibattito nasce dalla convinzione che la comprensione passi attraverso l’analisi, il confronto e l’esercizio della ragione. Il filosofo Abraham Joshua Heschel definiva il giudaismo una tradizione caratterizzata da “una passione per la ricerca razionale della verità”. E un proverbio yiddish recita: “Si dovrebbe vivere se non altro per soddisfare la propria curiosità”. E queste attitudini presentano sorprendenti punti di contatto con il metodo scientifico moderno, che non si fonda su una autorità indiscutibile che stabilisce la Verità, ma sulla capacità di mettere continuamente – e con passione! – alla prova ipotesi e teorie.
La scienza ha infatti progressivamente abbandonato l’idea di una conoscenza assoluta e immutabile. Dalla fisica moderna fino all’intelligenza artificiale più recente, l’incertezza, la probabilità e l’aggiornamento continuo delle ipotesi sono diventati elementi fondamentali per descrivere il mondo. La verità scientifica è un processo mai concluso: una costruzione che si corregge attraverso l’osservazione, il dubbio, il confronto. Lo stesso Albert Einstein, in una lettera ad un amico, scrisse che “l’obbedienza cieca all’autorità è il più grande nemico della verità“.
Si racconta spesso che una delle parole chiave della Torah sia legata all’idea del “cercare”. Al di là della precisione linguistica di questa interpretazione, il concetto esprime bene un atteggiamento profondamente radicato: il sapere come percorso, non come possesso definitivo.
Forse anche da qui nasce il celebre detto secondo cui “due ebrei, tre opinioni”: una battuta che richiama una caratteristica culturale, cioè la tendenza a discutere per cercare spiegazioni più profonde.
Nell’ebraismo troviamo dispute perfino con Dio, del resto. Nel momento più drammatico della crocifissione, finanche Gesù — ebreo come Maria, Giuseppe e tutti gli apostoli — pronuncia parole che un vero cristiano non potrebbe mai neppure concepire: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”.
È proprio questo culto dello studio e del confronto quindi ad aver creato un terreno culturale particolarmente favorevole allo sviluppo di un vero e proprio amore per la scienza. Non un “talento innato” segnatamente diffuso tra gli ebrei (predisposizione comunque presente nel singolo studioso che ottiene un Nobel!) dunque, ma una storia secolare di trasporto verso la corretta conoscenza.
(Shalom, 31 agosto 2026)
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«Ogni ebreo deve poter indossare una collana con la stella di David»
Durante una manifestazione a Francoforte sul Meno, i relatori denunciano l’antisemitismo e l’odio verso Israele. Una contro-manifestazione filopalestinese si fa notare soprattutto per il volume delle voci.
di Elisabeth Hausen
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I partecipanti hanno espresso solidarietà agli ebrei di Francoforte e a Israele. Foto: Israelnetz/Elisabeth Hausen
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Sacha Stawski indossa ostentatamente la kippah. Foto: Israelnetz/Elisabeth Hausen
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Le bandiere degli Stati Uniti, dell’Iran prima della rivoluzione islamica e di Israele unite su un unico pezzo di stoffa. Foto: Israelnetz/Elisabeth Hausen
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Uwe Becker rileva la mancanza di proteste contro gli omicidi di massa perpetrati da Hamas. Foto: Israelnetz/Elisabeth Hausen
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FRANCOFORTE SUL MENO – Circa 300 persone hanno partecipato domenica pomeriggio a Francoforte sul Meno a una manifestazione contro l’antisemitismo e l’odio verso Israele. L’occasione era una manifestazione filopalestinese tenutasi il 18 luglio, il cui slogan recitava: «La resistenza è diritto internazionale; la Palestina ha il diritto di difendersi – anche con pietre e fucili!». Durante l’evento, durato poco meno di due ore, sul Römerberg, i partecipanti avevano scandito a gran voce slogan filopalestinesi come: «Libertà per la Palestina». Si è sentito anche lo slogan inglese «Death to the IDF» (Morte all’esercito israeliano), già presente alla manifestazione di luglio.
• Assessori: la vita ebraica appartiene alla sfera pubblica
Sul palco della manifestazione contro l’antisemitismo sono intervenuti due nuovi membri del Consiglio comunale di Francoforte, tre giorni dopo l’insediamento: i politici della CDU Martin-Benedikt Schäfer e Yannick Schwander.
Da giovedì Schäfer è assessore all’ordine pubblico, alla sicurezza, ai vigili del fuoco e alla protezione civile. Ha sottolineato che la vita ebraica a Francoforte deve essere presente nella sfera pubblica, non solo nelle sinagoghe e nei luoghi della memoria.
L’assessore ai trasporti Schwander ha ripreso questo pensiero: in quanto cristiano cattolico, indossa una collana con una croce. «Ogni ebreo deve poter indossare una collana con la stella di David». Ha chiesto scusa alla comunità ebraica per la reazione tardiva al crescente odio anti-ebraico: «Abbiamo distolto lo sguardo per troppo tempo». Ha fatto riferimento anche alla contro-manifestazione che si svolgeva a poche centinaia di metri di distanza: «Non ha ragione chi urla più forte».
Sacha Stawski dell’associazione «Honestly Concerned» ha criticato lo slogan della manifestazione filopalestinese di luglio: «Chi giustifica l’omicidio non esercita una critica legittima alla politica israeliana». Ha chiesto una revisione dei finanziamenti alle organizzazioni che potrebbero sostenere iniziative anti-israeliane o antisemite. Si è messo ostentatamente la kippah per mostrarsi chiaramente come ebreo in pubblico.
Simone Hofmann, dell’iniziativa «Voce forte per la vita ebraica, per Israele, contro l’antisemitismo», ha accolto con gioia i partecipanti iraniani alla manifestazione. Sono state sventolate diverse vecchie bandiere iraniane con il leone. Hofmann ha elogiato il divieto dell’associazione «Palästina e.V.» da parte del governo dell’Assia definendolo «un segnale che infonde molta speranza». Riferendosi alla Striscia di Gaza, ha affermato: «Hamas deve essere disarmata e privata del potere». L’iniziativa ha organizzato la manifestazione insieme al Forum dei Giovani della Società Tedesco-Israeliana.
• «Allora non ci sarebbe più Israele»
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Salita spontanea sul palco: la consigliera comunale Jutta Ditfurth. Foto: Israelnetz/Elisabeth Hausen
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Targhe coperte al Römerberg. Foto: Israelnetz/Elisabeth Hausen
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Anne Frank su uno striscione dei contro-manifestanti. Foto: Israelnetz/Elisabeth Hausen
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I manifestanti non sono d’accordo sul fatto che la sicurezza di Israele sia «ragione di Stato tedesca». Foto: Israelnetz/Elisabeth Hausen
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Anche l’ex sindaca Nargess Eskandari-Grünberg (Alleanza 90/I Verdi), originaria dell’Iran, ha esortato a non sostenere i gruppi terroristici. Ha citato Hamas, Hezbollah in Libano e gli Houthi nello Yemen.
Mentre dall’altra parte della piazza si sentiva equiparare i sionisti ai nazisti, lei ha criticato lo slogan «Dal fiume al mare, la Palestina sarà libera», anch’esso gridato in quella zona. Infatti, se nascesse uno Stato palestinese su tutto il territorio compreso tra il Giordano e il Mediterraneo, «non ci sarebbe più Israele».
Il presidente dell’Associazione regionale delle comunità ebraiche dell’Assia, Daniel Neumann, si è presentato come «orgoglioso ebreo, sionista e tedesco». Ha affermato di non essere disposto a limitare una delle tre identità per compiacere chiunque. Non è nemmeno disposto a rinunciare allo Stato di diritto e a lasciarlo nelle mani dei manifestanti filopalestinesi.
All’evento è intervenuto anche Uwe Becker (CDU), incaricato del governo regionale dell’Assia per la vita ebraica e la lotta contro l’antisemitismo. Ha espresso la speranza che la proposta di legge dell’Assia volta a punire le dichiarazioni anti-israeliane non incontri un «sì, ma» al Bundestag, bensì venga approvata. Riguardo alla contromanifestazione, ha chiesto dove fossero le proteste contro l’assassinio di oppositori del regime da parte di Hamas nella Striscia di Gaza.
Come oratrice spontanea è salita sul palco la consigliera comunale Jutta Ditfurth (Sinistra Ecologica). La sociologa è stata tra le cofondatrici dei «Verdi» nel 1980, ma ha lasciato il partito nel 1991. Ditfurth ha espresso l’auspicio che i volontari potessero creare una barriera acustica contro la rumorosa manifestazione dall’altra parte della piazza. Come hanno sottolineato gli oratori che l’hanno preceduta, ha ribadito che l’antisemitismo proviene da diverse direzioni dello spettro delle opinioni – e che lei ne rifiuta ogni forma.
Molti agenti di polizia erano accorsi al Römerberg per garantire la sicurezza dell’evento. Un partecipante ha fatto notare a Israelnetz che su diverse auto le targhe erano state coperte. Ciò era avvenuto per motivi di sicurezza.
• Contestazione: uno Stato arabo sul territorio israeliano
La manifestazione si è conclusa con preghiere ebraiche e l’inno nazionale israeliano, sovrastati dalle grida filopalestinesi. Queste sono proseguite ancora per un po’.
Un cartellone della contro-manifestazione stabiliva un collegamento con l’ebrea Anne Frank, morta da adolescente nel campo di concentramento nazista di Bergen-Belsen. Su un cartello si leggeva «La ragion di Stato uccide»: con questa frase i manifestanti criticavano l’affermazione dell’ex cancelliera Angela Merkel (CDU), secondo cui la sicurezza di Israele sarebbe «ragion di Stato tedesca».
Una partecipante, alla domanda diretta su quali dovessero essere i confini dello Stato palestinese, non ha saputo rispondere. Si tratterebbe della «Palestina storica». Un’organizzatrice ha chiarito: l’auspicio è quello di uno Stato arabo tra il Giordano e il Mediterraneo, in cui «gli ebrei siano benvenuti».
(Israelnetz, 31 agosto 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Dolly Parton, l’amore per i libri e le storie della Bibbia
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Dolly Parton sul palco a Newport, Rhode Island, il 27 luglio 2019
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Nel 2005 Harold Grinspoon, filantropo del Massachusetts, ascoltò un’intervista in cui Dolly Parton raccontava della sua Imagination Library: dal 1995 il programma spediva ogni mese libri gratuiti ai bambini di tutti gli Stati Uniti. Grinspoon ne rimase colpito e decise di sostenere il progetto. Poi fece un passo in più. «Disse: “Dovremmo creare una versione ebraica della Imagination Library”», ha raccontato la nuora, Winnie Sandler Grinspoon. E così è nata, su ispirazione di Parton, la PJ Library, che dal 2005 invia gratuitamente alle famiglie ebraiche di tutto il mondo libri per bambini pensati per trasmettere valori e tradizioni. «Sono onorata di poter ispirare nei bambini l’amore per la lettura. Sono davvero il nostro futuro», commentò Parton incontrando Grinspoon di persona. L’aneddoto è riaffiorato ora che la regina del country è scomparsa a 80 anni. Nel cordoglio del mondo ebraico americano, il suo nome resta legato soprattutto a quella scintilla. «La generosità di spirito di Dolly è andata ben oltre l’ispirazione di PJ Library», ha dichiarato alla Jewish Telegraphic Agency Alex Zablotsky, direttore esecutivo del programma. Quell’impegno per la lettura veniva da lontano. Cresciuta in una capanna sui Monti Great Smoky, assieme a undici fratelli, il padre non aveva mai imparato a leggere e scrivere. «Tutto è nato da questo. Ho visto quanto potesse essere invalidante», raccontò. «Era un uomo intelligente. Mi sono spesso chiesta cosa avrebbe potuto fare se avesse saputo leggere». Ma non era solo una questione biografica: c’era un’altra corda a legarla al mondo ebraico, ed era quella delle Scritture. La conoscenza di Parton della Bibbia ebraica, fa notare il Forward, affiora in alcune delle sue canzoni più amate: Coat of Many Colors, ispirata alla sua infanzia di povertà, riprende la storia di Giuseppe, figlio di Giacobbe, e della sua veste variopinta; The Master’s Hand, del 1971, si spinge fino al Libro di Daniele, con Sadrach, Mesach e Abednego gettati nella fornace ardente e usciti illesi dalle fiamme. «Le conosco bene, le storie della Bibbia, come quelle che cito in questa canzone», annotava. Quella familiarità non le risparmiò alcuni passaggi a vuoto. Nel 1994, a Vogue, l’artista raccontò di aver rinunciato a una serie tv su una cantante country convertita al gospel perché a Hollywood «la maggior parte delle persone è ebrea e per loro promuovere il cristianesimo è spaventoso». Parole da cui nacque un caso e a cui seguirono le scuse di Parton, inviate in una lettera ad Abe Foxman, allora a capo dell’Anti-Defamation League. «So quanto gli stereotipi possano ferire», scrisse la cantante. Foxman accettò le scuse e considerò chiusa la vicenda. Il legame con il mondo ebraico non passava solo dai testi. Fu il manager ebreo newyorkese Sandy Gallin, ricorda il Forward, a guidarla da Nashville al successo pop. Alla morte di Gallin, nel 2017, Parton disse: «Nessuno capiva come la ragazza cristiana del Sud e il ragazzo ebreo di New York potessero avere così tanto in comune. Eppure era così».
(Pagine Ebraiche, 31 agosto 2026)
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«Ma fra breve Israele come nazione sarà salvato»
«Io non mi glorio perché nacqui Ebreo, ma ne ringrazio Iddio, e che per la sua grazia ho creduto nel suo Figliuolo come mio Salvatore, il Quale nacque Ebreo e che amava gli Ebrei molto più che non poteva Mosè. Gli apostoli di Cristo erano Ebrei, e quello che fecero facciamo anche noi: testimoniare con verità e carità ad Israele intorno a CRISTO, non sistemi religiosi.
Fra breve la preghiera di Israele sarà esaudita ed adempiuta: "Iddio abbia mercè di noi e ci benedica: Iddio faccia risplendere il suo volto verso di noi (Sela). Acciocché la Tua VIA si conosca in TERRA, e la Tua SALUTE fra tutte le GENTI".
Allora Israele sarà IL GRANDE POPOLO MISSIONARIO DI DIO AI PAGANI. Nessun popolo della terra è così adatto e capace di evangelizzare il mondo come il popolo d'Israele. Esso può apprendere facilmente le lingue ed i loro dialetti e climatizzarsi ovunque.
In questo giorno della Grazia i Giudei che individualmente credono in Cristo vengono uniti alla Chiesa, ma fra breve ISRAELE COME NAZIONE sarà salvato.
"In quei tempi avverrà che dieci uomini di tutte le lingue delle genti prenderanno un uomo giudeo per il lembo della sua vesta, dicendo: noi andremo con voi, perciocché abbiamo udito che Iddio è con voi" (Zaccaria IX, 23).»
("Il Cristiano", settembre 1898)
Queste parole sono state scritte da un ebreo che ha un nome ebreo che più ebreo non si può: Israel Isaia Aschkenasi. Sono state pubblicate la prima volta nel settembre 1898, in un articolo del giornale "il Cristiano", mensile diffuso nel movimento di chiese evangeliche a cui anche la redazione di questo sito appartiene. Sono state riportate nell'ultima edizione di gennaio 2017, 130o anno dalla fondazione del periodico. Per celebrare in qualche modo la fedeltà di Dio in questi 130 anni di pubblicazione, la redazione del giornale ha pensato di
"riesumare" qualche articolo di numeri del passato e ha scelto di cominciare con alcuni scritti di questo Aschkenasi. Dal numero di agosto 1896 sono state tratte notizie su questo autore:
UNGHERIA - Il nostro fratello, Israel Aschkenasi (convertito dal Giudaismo a Cristo) scrive: «È il mio privilegio essere nell'Europa orientale, fra i miei fratelli secondo la carne, i quali hanno poche opportunità di sentire il Vangelo. Molti di essi non hanno mai veduto il Nuovo Testamento. Gli Ebrei nell'Austria soffrono molto adesso per il movimento antisemitico, il quale è sparso fra tutte le classi; e questo fa loro vedere che, malgrado sieno abitanti di ogni paese della terra, sono ancora forestieri per tutto.
«Benchè si trovino sparsi in questa condizione vi è fra gli Ebrei una stupenda unità fra loro. Sanno che debbono diventare ancora una grande nazione, e stanno guardando con ansietà a Gerusalemme. Così trovo occasione di far loro conoscere come questa loro speranza verrà adempiuta.»
 ("Il Cristiano", agosto 1896)
E tutto questo è stato scritto un anno prima che Theodor Herzl presiedesse il Primo Congresso sionistico a Basilea. Gli articoli di Aschkenasi compaiono sulle pagine del periodico da giugno a settembre 1898 e sono un commento al capitolo 37 del profeta Ezechiele, in cui si parla della campagna piena di ossa secche. Ne riportiamo uno stralcio tratto dall'articolo di giugno 1898:
ISRAELE! Questo popolo è rimasto una nazione anche benché disperso, perseguitato, esiliato fra i Gentili. Depredato, saccheggiato, esso ritorna prospero, ricco. Quando esso gode una libertà anche ristretta, i suoi figli si trovano nei primi gradi di qualunque sfera intellettuale. Ne abbiamo un esempio nella storia della Spagna. Nella lista degli autori ebrei spagnuoli troviamo 561 che scrissero sulla filologia, 20 sull'astronomia, 67 commentatori, 84 scrissero sulla filosofia, 52 sulla grammatica, 36 sulla medicina, 18 sulla storia, 52 sulla legge, 18 sulle matematiche, 57 furono poeti, 8 scrissero sulla rettorica, 68 sul Talmud, 19 sulla teologia, e 73 tradussero opere di grande valore.
Ma è nella Scrittura che troviamo la vera spiegazione della storia meravigliosa d'Israele. La sopraccitata metafora profetica di Ezechiele rappresentante Israele, è uno dei più tristi quadri che troviamo nella Parola di Dio. Di questo popolo Egli aveva detto: "Israele è mio figliuolo, il mio primogenito" (Esodo IV, 22). In mezzo d'Israele la gloria del Signore splendeva quale manifestazione della sua presenza e apparizione. L'apostolo Paolo scrisse ai cristiani di Roma: "I quali sono Israeliti, dei quali è l'addotazìone, e la gloria, e i patti, e la costituzione della legge, e il servigio divino, e le promesse, dei quali sono i padri, e dei quali è uscito secondo la carne il Cristo, il Quale è sopra tutto, Iddio, benedetto in eterno, Amen! (Epistola ai Romani IX, 4).
 ("Il Cristiano", giugno 1898)
E un altro stralcio dal numero di agosto 1898:
Napoleone l nel 1806 radunò un'assemblea di 100 dei principali Ebrei. Fra le domande che fece loro vi fu questa, se volevano tornare in Palestina. Risposero: "La nostra Gerusalemme è Parigi, e la nostra Palestina è la Francia".
Così molti Ebrei moderni cominciarono a stabilirsi e godere la loro libertà civile, dimenticando Iddio e i suoi propositi, profezie e promesse. Avvenne così anche nella cattività della Babilonia. I soli fedeli e poveri captivi piangevano, ricordandosi di Sion, con le loro cetere appese ai salci.
La rivoluzione francese portò un grande cambiamento nell'emancipazione dei Giudei, e il 1848 resterà sempre una data storica nella loro liberazione. Ma mentre i governi li hanno tollerati, i popoli stessi, fra i quali gli Ebrei hanno dimorato, hanno spesso mostrato loro l'intolleranza e l'odio. Ciò si è manifestato recentemente nel movimento antisemitico.
Venti anni fa, quando fui convertito a Cristo nella Russia, dissi ai miei fratelli secondo la carne che le loro sofferenze provavano la verità delle Scritture. Essi mi risposero che quelle persecuzioni sarebbero presto terminate, e diverrebbero ricordi dei secoli tenebrosi. Ma io feci loro ricordare che la Parola di Dio non può passare e che essi non saranno mai veramente liberi fintanto che non avranno riguardato a Colui che hanno trafitto; e ne faranno cordoglio, simile al cordoglio che si fa per il figliuolo unico, e ne saranno in amaritudine, come per un primogenito (Zaccaria XII, 10).
 ("Il Cristiano", agosto 1898)
Forse verrà il tempo in cui si prenderà atto che, accanto al movimento sionistico laico, si è sviluppato tra gli ebrei, più o meno nello stesso periodo e negli stessi territori dellEuropa orientale, un movimento messianico che ha scoperto il Nuovo Testamento come patrimonio del popolo ebraico e Gesù come Messia dIsraele. Si tratta di storia, non di favole. M.C.
(Notizie su Israele, 27 gennaio 2017)
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L'amore spera
Dalla Sacra Scrittura
1 CORINZI 13
- L'amore è paziente, è benigno; l'amore non invidia; l'amore non si vanta, non si gonfia,
- non si comporta in modo sconveniente, non cerca il proprio interesse, non s'inasprisce, non sospetta il male,
- non gode dell'ingiustizia, ma gioisce con la verità;
- soffre ogni cosa, crede ogni cosa, spera ogni cosa, sopporta ogni cosa.
LUCA 15
- Disse ancora: “Un uomo aveva due figli;
- il più giovane di loro disse al padre: 'Padre, dammi la parte dei beni che mi tocca'. Ed egli spartì fra loro i beni.
- Di lì a poco il figlio più giovane, messa insieme ogni cosa, se ne partì per un paese lontano e vi dissipò la sua sostanza, vivendo dissolutamente.
- E quando ebbe speso ogni cosa, una gran carestia venne in quel paese, tanto che cominciò a essere nel bisogno.
- Allora si mise con uno degli abitanti di quel paese, il quale lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci.
- Egli avrebbe bramato sfamarsi con i baccelli che i porci mangiavano, ma nessuno gliene dava.
- Allora, rientrato in sé, disse: 'Quanti servi di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame!
- Io mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: 'Padre, ho peccato contro il cielo e contro te:
- non sono più degno di essere chiamato tuo figlio; trattami come uno dei tuoi servi'.
- Egli dunque si alzò e tornò da suo padre, ma, mentre era ancora lontano, suo padre lo vide e fu mosso a compassione; corse, gli si gettò al collo, lo baciò e ribaciò.
- E il figlio gli disse: 'Padre, ho peccato contro il cielo e contro te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio'.
- Ma il padre disse ai suoi servitori: 'Presto, portate qua la veste più bella e rivestitelo, mettetegli un anello al dito e dei calzari ai piedi;
- portate fuori il vitello ingrassato, ammazzatelo, mangiamo e rallegriamoci,
- perché questo mio figlio era morto ed è tornato a vita; era perduto ed è stato ritrovato'. E si misero a fare gran festa.
- Ora il figlio maggiore era ai campi; tornando, mentre fu vicino alla casa, udì la musica e le danze.
- Chiamato uno dei servitori, gli domandò che cosa stesse succedendo.
- Quello gli disse: 'È giunto tuo fratello e tuo padre ha ammazzato il vitello ingrassato, perché l'ha riavuto sano e salvo'.
- Egli si adirò e non volle entrare; allora suo padre uscì fuori e lo pregava d'entrare.
- Ma egli, rispondendo, disse al padre: 'Ecco, da tanti anni ti servo e non ho mai trasgredito un tuo comando; a me però non hai mai dato neppure un capretto per far festa con i miei amici,
- ma, quando è venuto questo tuo figlio che ha divorato i tuoi beni con le prostitute, tu hai ammazzato per lui il vitello ingrassato'.
- Allora il padre gli disse: 'Figliolo, tu sei sempre con me e ogni cosa mia è tua,
- ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato a vita; era perduto ed è stato ritrovato'”.
(Notizie su Israele, 30 agosto 2026)
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Israele avverte l’Europa, anche l’Italia rischia l’esclusione da Kiryat Gat
Dopo Spagna e Paesi Bassi, Gerusalemme valuta di allontanare britannici e altri europei dal centro internazionale che coordina il futuro di Gaza
di Rosa Davanzo
Israele sta valutando di escludere il Regno Unito e, eventualmente, altri Paesi europei dal centro internazionale di Kiryat Gat che coordina l’attuazione del cessate il fuoco e i progetti per il futuro della Striscia di Gaza. Tra i governi che potrebbero essere coinvolti figurano anche Germania e Italia. La decisione, secondo quanto riferito dal Financial Times e confermato da fonti israeliane, è ancora allo studio, ma acquista un peso particolare dopo le espulsioni già decise nei confronti di Spagna e Paesi Bassi.
Il centro, oggi denominato International Gaza Support Center e nato come Civil-Military Coordination Center, opera nel sud di Israele sotto la guida americana. È stato istituito nell’ottobre 2025 nell’ambito del piano promosso dal presidente Donald Trump e riunisce militari, diplomatici ed esperti israeliani, statunitensi e di numerosi altri Paesi. Da Kiryat Gat vengono seguiti il cessate il fuoco, l’ingresso degli aiuti umanitari e la preparazione dei programmi destinati alla stabilizzazione e alla ricostruzione di Gaza.
Proprio per questa funzione la possibile esclusione di alcuni governi europei avrebbe un significato che supera largamente una controversia diplomatica. Israele sembra intenzionato a stabilire un principio preciso. I Paesi che adottano misure considerate ostili a Gerusalemme rischiano di perdere la possibilità di partecipare direttamente alla gestione della fase successiva della guerra.
Il precedente più recente riguarda i Paesi Bassi. Il ministro degli Esteri Gideon Sa’ar, con l’approvazione del primo ministro Benjamin Netanyahu, ha ordinato questa settimana l’allontanamento dei rappresentanti olandesi dal centro, concedendo loro una settimana per lasciare Israele. La misura è stata motivata con una serie di iniziative giudicate anti-israeliane, l’ultima delle quali è la legge che dal prossimo settembre vieterà il commercio di prodotti provenienti dagli insediamenti israeliani in Giudea e Samaria, da Gerusalemme Est e dalle Alture del Golan.
Sa’ar ha accompagnato il provvedimento con parole che lasciano pochi dubbi sulla linea scelta dal governo. Chi agisce contro Israele, ha affermato, non può pretendere di svolgere un ruolo nella regione, aggiungendo che Gerusalemme intende rispondere alle iniziative adottate contro lo Stato ebraico.
Ad aprile era già toccato alla Spagna. Israele aveva escluso i rappresentanti di Madrid dal centro di Kiryat Gat accusando il governo spagnolo di un atteggiamento anti-israeliano tale da impedirgli, secondo il ministero degli Esteri, di contribuire in maniera costruttiva all’applicazione del piano americano per Gaza. Anche in quel caso Washington era stata informata preventivamente.
Il nuovo fronte riguarda soprattutto Londra. Da settimane, secondo il Financial Times, all’interno del governo israeliano vengono esaminate possibili contromisure alle iniziative britanniche contro gli insediamenti. L’ipotesi di allontanare i funzionari del Regno Unito da Kiryat Gat sarebbe una delle opzioni sul tavolo.
La questione coinvolge indirettamente anche Roma. Il 20 agosto Italia, Regno Unito, Francia, Germania, Paesi Bassi, Canada, Norvegia e numerosi altri Paesi hanno sottoscritto una dichiarazione congiunta contro la pubblicazione dei bandi israeliani per lo sviluppo dell’area E1, tra Gerusalemme e Ma’ale Adumim. Il documento definisce il progetto «inaccettabile», sostiene che comprometterebbe la continuità territoriale di un futuro Stato palestinese e invita il governo israeliano a ritirarlo.
È in questo quadro che, secondo le indiscrezioni, anche Germania e Italia sarebbero state prese in considerazione nell’eventualità di un ulteriore allargamento delle esclusioni. Al momento, tuttavia, nessuna decisione è stata annunciata nei loro confronti e alcune fonti europee citate dalla stampa internazionale ritengono improbabile che Gerusalemme arrivi effettivamente a estromettere tutti i Paesi coinvolti.
Esiste inoltre un problema politico delicato. Kiryat Gat è una struttura guidata dagli Stati Uniti e un’espulsione su larga scala potrebbe richiedere un confronto con Washington e con gli organismi internazionali creati per gestire il dopoguerra a Gaza. Trasformare il centro in uno strumento di risposta alle controversie diplomatiche rischierebbe infatti di restringerne progressivamente la componente europea.
Il messaggio israeliano, tuttavia, appare già evidente dopo i casi spagnolo e olandese. La partecipazione alle decisioni sul futuro di Gaza viene considerata da Gerusalemme anche una responsabilità politica, e Israele intende riservarsi il diritto di contestare la presenza di governi che contemporaneamente adottano provvedimenti giudicati ostili ai suoi interessi.
Per l’Italia, almeno per ora, si tratta soltanto di un’ipotesi. Proprio per questo ciò che accadrà con Londra diventerà un test importante. Se Israele procederà anche contro un alleato europeo del peso del Regno Unito, il caso di Kiryat Gat avrà cessato di essere una serie di incidenti bilaterali e sarà diventato un vero strumento della politica estera israeliana verso l’Europa.
(Setteottobre, 29 agosto 2026)
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Israele al voto, Netanyahu chiede unità a destra ma prevale il populismo di Ben Gvir
di Antonio Picasso
Finora quell’estrema destra, fatta di populismo, sionismo spinto ed esponenti ultrareligiosi ha fatto da contrafforte alla coalizione guidata da Bibi Netanyahu. Itamar Ben Gvir, con il suo Otzma Yehudit, e il Partito sionista religioso di Bezalel Smotrich sono tornati comodi al premier, per il messaggio trasmesso, e utili per i voti alla Knesset. Oggi, a due mesi meno tre giorni dal voto, proprio questa stessa radicalità può ritorcersi contro l’intera coalizione.
Il numero magico è 61. Ovvero la maggioranza assoluta per avere in pugno il Parlamento a Gerusalemme e così governare. Un 61 che resterà una chimera fino al 28 mattina, su cui Nostradamus e allibratori stanno scommettendo ogni giorno. Secondo il Times of Israel, Otzma Yehudit e Sionismo religioso, se oggi andassero insieme al voto, prenderebbero 8 seggi. Separati Ben-Gvir ne avrebbe 6, mentre Smotrich resterebbe fuori dalla Knesset. Nel 2022, i due partiti, per ordine di Netanyahu, si erano presentati uniti, riuscendo a entrare in Parlamento e nel governo. Quello che era passato come “l’accordo di Cesarea” – siglato a “casa Netanyahu”, a Cesarea appunto – si sarebbe dissolto appena dopo la fiducia. A loro volta, il partito di Ofra Winter – new entry nell’arcipelago della destra israeliana – avrebbe 6 seggi, 9 lo Shas (ultraortodossi sefarditi), 8 gli haredi ashkenaziti di United Torah Judaism.
Per l’opposizione, invece, Eisenkot – figura di punta per chi parla di un’Israele che “deve cambiare” – sarebbe in testa con 26 seggi (contro i 22 del Likud), la formazione di Naftali Bennett e Yair Lapid ne avrebbe 14, Yisrael Beitenu di Avigdor Liberman 10, infine 8 seggi per i Democratici di Yair Golan. Ai partiti arabo-israeliani andrebbero 11 seggi, 5 a Ra’am e 6 alla Lista Unita. Resterebbero fuori, oltre a Smotrich, anche Blu e Bianco di Benny Gantz, e il nuovo partito di destra di Gilad Erdan e Yuli Edelstein, così come la formazione di Yoaz Hendel e Chili Tropper. «Non trascinate in basso la destra», ha detto Netanyahu, evocando lo «spettro delle elezioni del 1992 quando la destra, come oggi, aveva più voti della sinistra, ma poiché era formata da tre partiti, non superammo la soglia elettorale, perdemmo e ci fu il disastro di Oslo». Ben Gvir ha detto picche, però. «Otzma Yehudit e il partito Sionismo Religioso non correranno insieme. La decisione è definitiva».
Il Ministro della sicurezza nazionale ha invitato poi il premier «a promuovere o un’unificazione di tutti i frammenti dei piccoli partiti, oppure utilizzare i seggi a lui nelle primarie del Likud a favore di Smotrich, per assicurare la vittoria della destra alle elezioni e la formazione di un vero governo di destra». Nel confronto con Winter e Smotrich, Ben Gvir è quello che si sente più forte. D’altra parte tutto il populismo è uguale in tutto il mondo. Non è detto che il consenso ottenuto dalle bordate su media e social si traduca in voti reali. Ben Gvir può esserne consapevole. Ma preferisce tenere tesa la corda finché è possibile. Con il rischio che a pagarne sia l’intera coalizione.
(Il Riformista, 29 agosto 2026)
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Organizzazione umanitaria israeliana apre una clinica nella Striscia di Gaza
MA’AGAN MICHAEL / AL-MAWASI – L’organizzazione umanitaria israeliana “NATAN World Disaster Relief” ha annunciato martedì l’apertura di una clinica pediatrica nella parte meridionale della Striscia di Gaza. La struttura dovrebbe entrare in funzione a settembre nel campo profughi di Al-Mawasi e fornire assistenza a un massimo di 10.000 bambini. A tal fine, NATAN collabora con l’organizzazione americana «Gaza Children’s Village» (GCV).
La nuova clinica intende offrire assistenza sanitaria di base, comprese le vaccinazioni. Sono previsti anche programmi di riabilitazione per bambini con disabilità. NATAN fornirà supporto telemedico ai medici e al personale infermieristico della Striscia di Gaza, secondo quanto riportato dal sito di notizie israeliano «Times of Israel». A causa delle restrizioni, al momento non è possibile un intervento in loco.
NATAN è stata fondata oltre due decenni fa e prende il nome dall’attivista per la pace Abie Nathan (1927–2008). L’organizzazione fornisce aiuti di emergenza in più di venti paesi. Lo scorso novembre ha iniziato a fornire prodotti per l’igiene alle donne nella Striscia di Gaza. Secondo quanto dichiarato dall’organizzazione stessa, conta più di 1.700 volontari, tra cui medici, infermieri, psicologi, assistenti sociali e soccorritori.
• Il «villaggio dei bambini» persegue un approccio olistico
Il progetto è guidato dall’ingegnere aerospaziale israeliana Alice Miller. «Ogni bambino dovrebbe avere accesso all’assistenza sanitaria di base», ha spiegato. La clinica è la risposta a un’esigenza concreta. Miller è ben nota a molti israeliani: nel 1995 ha ottenuto dalla Corte Suprema il diritto di partecipare alla formazione per piloti dell’aeronautica militare.
Per il progetto della clinica, NATAN collabora con il neurologo palestinese-americano David Hasan. Quest’ultimo ha fondato il «Villaggio dei bambini di Gaza» nel luglio 2025, spinto dalla convinzione che la guarigione richieda più di un semplice aiuto d’emergenza. Così, all’interno dei villaggi dei bambini sono sorte scuole, centri educativi e di incontro, con l’obiettivo di trasmettere un po’ di stabilità ai bambini della Striscia di Gaza. La clinica è l’ultimo tassello della catena di assistenza, ha affermato Hasan.
Il «Villaggio dei bambini di Gaza» persegue, secondo quanto dichiarato, un approccio integrativo, combinando gli aiuti umanitari con offerte educative e sanitarie. In questo modo, nella Striscia di Gaza sono sorti piccoli centri di assistenza locali, appunto dei «villaggi». L’attenzione è rivolta a un accompagnamento psicosociale e sensibile al trauma dei bambini.
Nelle cosiddette «Accademie della Speranza» vengono utilizzati i programmi scolastici dell’Autorità Palestinese, ma i contenuti «sovversivi» vengono sostituiti, scrive l’organizzazione sul proprio sito web. Nel primo anno scolastico, 21.000 studenti hanno seguito il programma didattico nelle attualmente quattordici accademie.
(Israelnetz, 28 agosto 2026)
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La missione israeliana “Alleanza dei fratelli” torna a casa dopo un intervento salvavita in Colombia
Dopo aver salvato 29 dispersi a Cali, la delegazione di emergenza israeliana lascia in eredità alla Colombia molto più di un semplice aiuto: le lascia una tabella di marcia per la ricostruzione e una partnership rinnovata con un presidente eletto filoisraeliano.
di Ryan Jones
GERUSALEMME - Dopo dodici giorni di intense operazioni nella Colombia colpita dal terremoto, la delegazione «Alleanza dei Fratelli» delle Forze di Difesa Israeliane è tornata a casa.
La squadra, composta da circa 80 persone e guidata dal Comando del Fronte Interno in collaborazione con il Ministero della Difesa e il Ministero degli Affari Esteri, è arrivata in Colombia dopo che un terremoto di magnitudo 7,4 aveva devastato alcune zone del Paese. Insieme alle autorità colombiane, alle squadre di soccorso locali e alle organizzazioni internazionali, la delegazione è intervenuta in diversi luoghi gravemente colpiti a Cali.
Insieme, le squadre hanno localizzato e salvato 29 persone disperse.
Durante una cerimonia in occasione del ritorno della delegazione, il capo del Comando del Fronte Interno, il Magg. Gen.vShai Kelper, ha dichiarato che a Cali non vi sono più persone disperse.
L’intervento è stato l’ultimo esempio dell’impegno di Israele a soccorrere le persone in difficoltà in qualsiasi parte del mondo.
Il lavoro della delegazione è andato oltre le operazioni di ricerca e soccorso. Gli ingegneri israeliani hanno contribuito a mappare e classificare gli edifici danneggiati, a tracciare un quadro più chiaro della distruzione e a preparare i professionisti colombiani alla difficile fase di ricostruzione che li attende. Il team ha trasmesso conoscenze e strumenti pratici che Israele ha sviluppato sulla base delle proprie esperienze con guerre, terrorismo, terremoti e altre emergenze che hanno causato un gran numero di vittime.
«Questo è lo spirito israeliano», ha affermato il generale di brigata (ris.) Yossi Pinto, comandante della missione. «La disponibilità a lasciare tutto da un momento all’altro, ad attraversare il mondo, a trovarsi in prima linea e a dire: siamo qui, pronti per qualsiasi missione».
Il momento ha un significato ulteriore. Il neoeletto presidente colombiano Abelardo de la Espriella ha apertamente promesso di ripristinare la storica alleanza del suo Paese con Israele e di riallacciare le relazioni diplomatiche interrotte dal presidente uscente Gustavo Petro.
Mentre Petro ha trascorso i suoi ultimi mesi attaccando Israele, la delegazione di soccorso israeliana ha lavorato fianco a fianco con i colombiani tra le macerie. Questo contrasto è difficile da ignorare.
I governi possono cambiare, ma l’impegno di Israele rimane costante. Quando si verifica una catastrofe, lo Stato ebraico non aspetta né applausi né convenienze politiche. Invia medici, ingegneri, soccorritori e soldati addestrati a salvare vite umane. Ovunque. Indipendentemente dalle tensioni diplomatiche. La vita viene prima di tutto.
L’«Alleanza dei fratelli» è ora tornata in Israele. Ma il suo messaggio rimane in Colombia: Israele è pronto ad aiutare i propri amici – e a tendere una mano ovunque ci siano persone sepolte, disperse o in difficoltà.
(Israel Heute, 29 agosto 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Kotel: oltre 50.000 persone partecipano alle Selichot
di Caroline Elisheva Rebouh *
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Oltre 50.000 fedeli si sono radunati giovedì sera al Muro Occidentale di Gerusalemme
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Oltre 50.000 fedeli si sono radunati giovedì sera al Muro Occidentale di Gerusalemme per la quarta grande preghiera di Selichot della stagione, secondo quanto riferito dalla Fondazione per il Patrimonio del Muro Occidentale.
Secondo la fondazione, che ha segnalato un significativo aumento delle presenze, oltre 350.000 persone hanno visitato il sito sacro dall’inizio del mese ebraico di Elul, il 14 agosto.
Durante la funzione, i fedeli hanno pregato per il benessere dei soldati di Tsahal e delle forze di sicurezza israeliane, nonché per la sicurezza dello Stato di Israele.
Infatti, da quando sul Monte Sinai HaShem ci ha dato la Torah, abbiamo letto e imparato ciò che l’Eterno si aspetta da noi.
Tuttavia, l’atteggiamento che dovremo assumere in questo periodo di tre settimane tra il 1° Tishri e il giorno di Shemini Atsereth o Simhat Torah, ci porterà a esaminare la nostra coscienza e a cercare di correggere la nostra condotta e i nostri comportamenti, sia nei confronti del prossimo che nei confronti di noi stessi…
Elul è ormai arrivato, ed è consuetudine sentire «che HaShem si trova nei campi». Questa descrizione poetica proviene dallo Zohar (parashat Lekh Lekha): «Quando HaShem va a visitare i Giusti che si trovano nel Gan Eden, gli alberi del giardino emanano profumi meravigliosi» ecc…
L’idea che questo midrash vuole suscitare in noi è che quando HaShem passeggia nei campi, spetta a te avvicinarti a Lui senza chiedere alcun favore particolare; ti basta aprirti con le tue parole e parlargli, ringraziarlo per tutto e chiedere il Suo perdono per le nostre mancanze.
Quando la Torah fu promulgata, conteneva, proprio come oggi, 613 mitzvot, alcune delle quali non rappresentavano nulla di concreto per quei discendenti di Giacobbe che non avevano ancora ricevuto la Terra Promessa ad Abramo, Isacco e Giacobbe (Or HaHayim). Si parla ancora dei Bikurim, ovvero delle Primizie offerte al Tempio.
Rashi in Bereshith sottolinea il significato di questa parola a seconda di come si usa il termine, che può indicare sia la Torah, sia i Figli d’Israele; a seconda che si tratti dei bikurim o del Tempio, come ci insegna il Midrash.
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HaShem ha voluto creare un mondo piacevole per Sé, ma anche per quel popolo che Egli ha scelto (Am Segula).
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Quando una persona portava un’offerta al Tempio, si narra che HaShem si rallegrasse talmente di questo segno di riconoscenza che una voce celeste esclamava rivolgendosi a chi portava quel «sacrificio»: «che sia così anche l’anno prossimo», ovvero una promessa di vita e di abbondanza.
Tuttavia, per altri sacrifici/donazioni più personali, come la decima (ma’aserot) o la separazione della pasta (hafrashat hala), la presentazione dell’offerta avveniva in silenzio, al contrario di quanto accadeva per la presentazione delle primizie.
I Saggi si interrogano sul termine «hayom» o «hayom hazé». Cosa indica questo termine?
In generale, nella Gemara si intende che quando è scritto «hayom» si riferisce nella maggior parte dei casi a Rosh HaShana e, se è scritto «hayom hazé», si tratta ancora/anche dell’inizio dell’anno? Rashi spiega che si tratta esclusivamente del giorno specifico in cui è stata presentata l’offerta, e questa è anche l’opinione di numerosi esegeti come Or HaHayim, il Ramban…
Ciò significa, di conseguenza, che indipendentemente dal giorno dell’anno in cui avrà luogo tale presentazione, in quel giorno la voce celeste pronuncerà questa promessa: «Che sia così l’anno prossimo…»
L’uomo o la donna che venisse a offrire un sacrificio, oppure a presentare e offrire le primizie del proprio campo o frutteto, non dovrà esitare a rivolgere la propria preghiera all’Eterno, sia a proprio nome sia «raccomandandosi» ai patriarchi, proprio come siamo soliti fare durante le preghiere in cui evochiamo i meriti dei tre Patriarchi.
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Ci si potrebbe chiedere per quale motivo la preghiera detta Amida o Shemona Essré inizi con il ricordo di Abramo, Isacco e Giacobbe nel paragrafo detto delle Malkhuot.
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Ecco la ragione tratta dal Midrash:
Quando HaShem creò il mondo e tutto ciò che esso contiene e il Santo, benedetto sia, dopo aver creato l’uomo, gli propose di dare un nome a ogni animale, dal più piccolo al più grande, gli angeli protestarono dicendo: «Perché hai dato a quest’uomo la possibilità di dare un nome agli animali e perché non ci hai consultato?».
Fu allora che HaShem entrò in gioco proponendo loro di dare un nome a un animale, poi a un altro, ma essi non ne furono in grado, al contrario del primo uomo dell’umanità, che chiamò l’asino «hamor» poiché è interamente attratto da ciò che è materiale; e quando il Creatore gli chiese: «E tu? Come ti chiami?», egli rispose: «Adam», poiché «Tu mi hai creato dalla terra…»; «Molto bene», rispose HaShem, «e Me, come Mi chiamerai?». Fu allora che Adamo rispose con naturalezza: «Mio Signore, sia A-Do-N-Ay».
Il procedimento fu più o meno lo stesso alcuni secoli dopo, quando Abramo chiamò HaShem A-Do-N-AY; l’unica differenza, ma non di poco conto, è che mentre Adamo faceva uso del nome divino, tenendolo per sé, Abramo, al contrario, decise di renderlo di dominio pubblico, come dobbiamo fare noi diffondendo l’insegnamento della Torah in tutte le direzioni (oufaratsta yama, kedma, tsfona venegba: diffonderai/pubblicherai a ovest, a est, a nord e a sud). Ecco perché Israele è AM SEGULA!
Durante i prossimi giorni detti «giorni temibili» useremo spesso non solo espressioni basate sul ricordo della Regalità di HaShem, ma ricorderemo anche le gesta straordinarie del Sacrificio di Isacco e la verità assoluta che è la Torah «incarnata » da Giacobbe, il quale, prima di cercare di fondare una famiglia, dedicò molti anni allo studio della Torah.
Sia l’Hafets Hayim che il Rav Aharon Kotler hanno dedicato numerose pagine a questi tre poli: - La Regalità incarnata e diffusa da Abramo (Malkhouyoth), - Il dovere della memoria (zikhronoth) da parte di Isacco (Zikhronoth) - L’Emet della Torah attraverso Giacobbe (Shoffaroth), poiché con la conclusione del dono della Torah risuona un suono penetrante dello Shoffar. Abramo aveva compreso che il Nome divino non era un dono per lui (o una parola d’ordine) e che l’intera umanità doveva invocare l’Eterno con il Suo Nome: A-Do-N-AY!!! --- * Dott.ssa Caroline Elisheva Rebouh, D.R. Studi ebraici
(JForum.fr, 28 agosto 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it )
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La preoccupazione per la Turchia
La Turchia sostiene la retorica anti-israeliana con la forza militare. I politici israeliani vedono profilarsi un nuovo pericolo.
di Daniel Frick
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump non è certo noto per lasciarsi sfuggire occasioni di vantarsi. Spesso tali dichiarazioni non hanno alcuna rilevanza, ma alcune meritano attenzione. Come quella del 25 giugno, quando il repubblicano ha affermato di aver impedito al presidente turco Recep Tayyip Erdogan (AKP) di intervenire nella guerra contro l’Iran. «Ha fatto tutto ciò che gli ho ogni volta chiesto», ha dichiarato con orgoglio Trump davanti ai giornalisti alla Casa Bianca.
Accanto a Trump sedeva il segretario generale della NATO Mark Rutte, giunto per gli ultimi accordi prima del vertice NATO in Turchia. Alla presenza dell’olandese, Trump ha parlato di Erdogan usando una formulazione un po’ vaga: «Era un probabile candidato a entrare in guerra, forse dalla parte dell’Iran, perché non è un grande fan di Israele».
• Retorica anti-israeliana
«Non è un grande fan di Israele»: questo è un eufemismo. Erdogan si è distinto per la sua retorica odiosa contro lo Stato ebraico, in particolare dopo il massacro terroristico del 7 ottobre. Il 17 marzo, durante una cena di rottura del digiuno serale nel periodo del Ramadan, ha definito Israele «uno Stato terrorista che si nutre del sangue, della vita e delle lacrime di innocenti».
I suoi ministri non sono da meno. All’inizio di luglio, il ministro degli Esteri turco Hakan Fidan (AKP) ha definito Israele «un problema comune dell’umanità». A metà aprile, il Ministero degli Esteri ha definito il capo del governo israeliano Benjamin Netanyahu (Likud) «l’Hitler dei nostri tempi».
All’inizio di giugno, il ministro dell’Interno Mustafa Ciftci (AKP) ha parlato della «liberazione di Gerusalemme», analogamente a come Damasco era stata «liberata» dopo la caduta del regime di Al-Assad. «Come in passato, questi paesi torneranno ad appartenere a noi». Il governo di Ankara sogna da tempo di ripristinare la grandezza dell’impero di un tempo, ai tempi degli Ottomani, o comunque di espandere la propria sfera d’influenza.
Queste dichiarazioni non sono solo vanterie. Sono sostenute da una potenza militare in forte ascesa. L’esercito dispone di 480.000 soldati in servizio attivo ed è, sotto questo aspetto, la seconda forza armata più grande della NATO. Il Paese sta inoltre potenziando massicciamente la propria industria degli armamenti e portando avanti progetti propri in questo settore.
In questo contesto, a maggio la Turchia ha presentato il suo primo missile intercontinentale sviluppato autonomamente alla fiera dell’armamento Saha di Istanbul. Il nome Yildrimhan è un riferimento a un sultano dell’Impero ottomano, Bayezid I (1360–1403), soprannominato «il Fulmine» (Yildrim).
Inoltre, la Turchia sta attualmente lavorando al caccia «Kaan», che appartiene alla quinta generazione di questo tipo di velivoli, la più moderna a livello mondiale. «Kaan» dovrebbe entrare in servizio negli anni ’30 del 2000 ed è destinato anche all’esportazione.
Per quanto riguarda l’esportazione di armamenti, la Turchia sta già compiendo grandi passi avanti: nel 2025 il settore ha registrato un aumento del 48%. Nel confronto globale, la Turchia si colloca all’11° posto tra i fornitori di armamenti, mentre Israele occupa il 7° posto.
Nello stesso anno, la Turchia ha inoltre aumentato il proprio bilancio militare del 7%, con un incremento del 94% nell’ultimo decennio. Con 30 miliardi di dollari USA, il Paese si colloca ancora nella fascia media a livello globale. Israele, ad esempio, nel 2025 ha investito 48 miliardi di dollari USA nelle forze armate, posizionandosi così all’11° posto.
• Avvertimenti pressanti
Gli israeliani percepiscono molto chiaramente il legame tra retorica tossica e riarmo militare. Gli avvertimenti sulla Turchia si sono moltiplicati negli ultimi tempi. È interessante notare che l’Iran è ormai considerato quasi una minaccia del passato: «La Turchia è il nuovo Iran», ha affermato ad esempio l’ex capo del governo Naftali Bennett a febbraio. Il 54enne punta nuovamente alla carica di primo ministro con l’aiuto della coalizione «Insieme».
A suo avviso, la Turchia sta cercando, insieme al Qatar e alla potenza nucleare pakistana, di costruire un asse sunnita. Questo asse dovrebbe sostituire quello sciita guidato dall’Iran, che gli Stati Uniti e Israele hanno notevolmente indebolito con i loro attacchi. «La Turchia e il Qatar alimentano il mostro dei Fratelli Musulmani, che sta crescendo e che un giorno potrebbe diventare pericoloso quanto l’Iran», ha affermato Bennett riferendosi al movimento islamista fondato in Egitto nel 1928.
Tra gli altri, anche Hamas rientra nell’ideologia dei Fratelli Musulmani. Negli ultimi anni l’organizzazione terroristica ha potuto agire liberamente in Turchia, creare un quartier generale, reclutare seguaci e raccogliere fondi. Erdogan ha sì sottolineato solo a marzo di non tollerare estremisti o terroristi, ma con ciò intendeva i seguaci dello Stato Islamico.
Anche il governo israeliano sembra essere consapevole della minaccia turca. A giugno, il ministro per la Diaspora Amichai Schikli (indipendente) ha usato parole simili a quelle di Bennett: «La Turchia di Erdogan e la Siria di Al-Shar‘a sono ora molto più preoccupanti dell’Iran. L’era dell’impero sciita iraniano è finita. Il nuovo asse è quello dei Fratelli Musulmani di Turchia, Siria e Qatar. È meglio svegliarsi ora e aprire gli occhi».
Pochi giorni dopo, Netanyahu è intervenuto sulla questione turca: «Non passa quasi un giorno senza che Erdogan invochi la distruzione di Israele», ha affermato. Ma se il popolo ebraico ha imparato qualcosa dalla propria storia, è proprio questo: «Quando qualcuno dice di volerci distruggere, noi lo prendiamo sul serio».
• Contromisure a tutto campo
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L’ex premier Bennett (a sinistra) e il ministro per la diaspora Schikli avevano già lanciato quest’anno un chiaro monito sulla Turchia
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Israele non si limita agli avvertimenti, ma si prepara a un possibile inasprimento del conflitto. Con la Grecia e Cipro, avversari della Turchia nel Mediterraneo orientale, lo Stato ebraico intrattiene già da anni un’alleanza in materia di politica energetica e di difesa. Schikli ha definito questa alleanza un «pilastro strategico» contro la Turchia.
La prova più recente di questa alleanza è l’approvazione da parte del Consiglio di sicurezza greco dell’acquisto di sistemi di difesa israeliani per un valore di 3,5 miliardi di euro. La Grecia intende proteggersi dalla Turchia, tra l’altro, con il sistema di difesa missilistica «Fionda di Davide».
Già a dicembre Israele era stato l’unico Stato, finora, a riconoscere la sovranità del Somaliland. A prima vista, questa mossa non sembra avere nulla a che fare con la Turchia. Tuttavia, Israele costituisce così un contrappeso regionale, poiché Ankara ha preso piede in Somalia già da alcuni anni: la Turchia utilizza lì, ad esempio, un aeroporto e un porto, testa missili e addestra soldati somali. In cambio, la Somalia riceve protezione e infrastrutture. Gli osservatori definiscono questo concetto «sovranità parallela»; per la Turchia si tratta di uno strumento per esercitare la propria influenza nella regione.
Finora il Somaliland ha resistito alla presa di Ankara. Nel porto di Berbera, Taiwan – che considera anch’essa il Somaliland un partner – ha installato un sistema di allerta precoce di produzione israeliana. L’obiettivo comune è proteggere lo stretto di Bab al-Mandab, ovvero l’accesso al Mar Rosso e al Canale di Suez. Inoltre, oltre alla Turchia, occorre tenere a bada anche gli Houthi sulla costa opposta dello Yemen.
Tra le misure preventive rientra anche il potenziamento della marina. Rispetto all’aeronautica, questo ramo delle forze armate ha finora svolto un ruolo secondario. L’attenzione era concentrata sulla difesa della costa, dei giacimenti di gas e sulla possibilità di un contrattacco tramite sottomarini. Tuttavia, in caso di conflitto con la Turchia, gli israeliani sarebbero in svantaggio. Secondo il «Repertorio mondiale delle navi da guerra moderne», la Turchia dispone attualmente della decima marina più potente al mondo, mentre Israele si colloca al 31° posto.
Tra gli sforzi di potenziamento figura l’acquisto di due navi da sbarco, di cui Israele dispone dal 2024. Queste servono al trasporto di soldati e attrezzature per le missioni di sbarco. Nella guerra contro Hamas c’è già stato un impiego di successo. Negli ultimi mesi il Ministero della Difesa ha acquistato altre cinque navi di questo tipo, sebbene di dimensioni inferiori rispetto alle prime due.
• Sfide permanenti
Dalle dichiarazioni di Trump su Erdogan si evince che tali preparativi non arrivano un attimo troppo presto. Sono un’indicazione della disponibilità di Erdogan a intervenire militarmente.
In quel caso, tuttavia, non si trattava tanto del sostegno all’Iran in quanto tale. La motivazione era piuttosto la preoccupazione di Erdogan per il ruolo dei curdi, le cui aspirazioni nazionali sono contrastate dalla Turchia. Come è noto, il piano degli americani e degli israeliani era quello di rovesciare il regime di Teheran con l’aiuto delle milizie curde. Il piano è finora fallito, ma un successo avrebbe dato slancio ai curdi.
L’affermazione solleva inoltre la questione di come si comporterà Erdogan quando Trump non sarà più alla Casa Bianca. Già il 10 giugno il presidente degli Stati Uniti aveva lasciato intendere che, a questo proposito, molto dipende dal suo rapporto con Erdogan. Alla domanda di una giornalista se prevedesse un possibile conflitto tra Israele e la Turchia, ha risposto: «Non finché sarò presidente. Perché lui mi rispetta e io rispetto lui.»
Israele ha interesse a tenere a bada la Turchia, indipendentemente da chi occupi la Casa Bianca. Di conseguenza, all’inizio di luglio il premier Netanyahu ha chiesto a Trump di riconsiderare la prevista vendita di aerei da combattimento F-35 di ultima generazione alla Turchia. Un accordo del genere indebolirebbe la superiorità aerea degli israeliani nella regione, pilastro della sicurezza dello Stato ebraico.
• Da partner a rivali
Gli sviluppi descritti sono tanto più tragici in quanto la Turchia ha intrattenuto per decenni stretti rapporti con Israele. Nel 1949 fu il primo Paese a maggioranza musulmana a riconoscere lo Stato ebraico, fondato l’anno precedente. Nel 1958 i due paesi e l’Iran stipularono un’alleanza a tre, il cosiddetto «Tridente», come baluardo contro il mondo arabo.
Con la rivoluzione islamista del 1979, l’Iran cessò di essere un partner, anche se Israele continuò a cercare il sostegno del regime, ad esempio attraverso forniture di armi nella guerra contro l’Iraq. Gli ebrei iraniani utilizzavano la Turchia come punto di transito per recarsi in Iran, mentre i diplomatici iraniani la utilizzavano per i viaggi in Israele.
Da quasi 20 anni, tuttavia, anche la Turchia sotto Erdogan sta assumendo una posizione sempre più ostile nei confronti di Israele. Dietro a ciò vi è l’aspirazione a orientare maggiormente il Paese verso l’Islam e ad attenuare l’orientamento verso l’Occidente. Come motivo, almeno apparente, di questa svolta si considera l’operazione israeliana a Gaza «Piombo fuso» nell’inverno 2008/09, che suscitò il malcontento di Erdogan.
Le origini di questo sviluppo risalgono a molto tempo prima: il mentore politico di Erdogan fu Necmettin Erbakan (1926–2011), considerato il primo primo ministro di orientamento islamista. Durante il suo breve mandato, dal 1996 al 1997, mise in discussione il legame con Israele, ritenendolo incompatibile con l’Islam. Poco prima di insediarsi, aveva definito Israele un «nemico eterno».
Il potenziamento militare della Turchia avviene attualmente sotto l’egida della NATO, di cui il Paese fa parte dal 1952. Qui, tuttavia, emerge una contraddizione: da un lato, con il suo potenziamento militare e la sua posizione geopolitica, la Turchia diventa una componente indispensabile della NATO. D’altra parte, ci si chiede se il Paese, con il suo riorientamento, sia ancora compatibile con l’identità della NATO come alleanza difensiva occidentale.
Per Israele ne deriva un dilemma: sebbene l’asse iraniano sia indebolito grazie ai successi militari, la Turchia si appresta a sostituirlo come nuovo avversario. Le sfide per lo Stato ebraico nella regione non diminuiscono.
(Israelnetz, 28 agosto 2026)
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“Mi sveglio la notte con gli incubi”. Il racconto dell’ex-ostaggio Evyatar David alla CNN
di Nathan Greppi
Oltre un anno fa, un video di propaganda di Hamas mostrava l’ostaggio israeliano Evyatar David, debole e malnutrito, mentre stringeva una pala in un tunnel di cemento e scavava quella che diceva essere la sua stessa tomba. Rapito al Nova Music Festival il 7 ottobre 2023 e liberato due anni dopo, ha raccontato il proprio vissuto in una recente intervista rilasciata alla CNN.
• Chi è Evyatar David
David aveva 22 anni quando è stato rapito al Nova, assieme al suo amico d’infanzia Guy Gilboa Dalal. Altri due amici del loro gruppo sono stati uccisi nell’attacco. David e Gilboa-Dalal sono stati portati a Gaza, dove hanno trascorso insieme la maggior parte della loro prigionia.
David è stato uno degli ultimi 20 ostaggi israeliani rimasti vivi a Gaza e rilasciati il 13 ottobre 2025, dopo 738 giorni di prigionia nell’ambito dell’accordo di cessate il fuoco. Nei mesi successivi al suo ritorno, David ha evitato le apparizioni pubbliche e si è concentrato sulla sua riabilitazione. Un mese fa, ha rivelato sui social di dover lottare con il PTSD. “Può sorprendermi in qualsiasi momento, un’ora posso stare bene ed essere felice, e quella dopo posso ricordare qualcosa della prigionia, e avere dei flashback. Mi sveglio di notte con gli incubi, e in seguito mi influenzano tutto il giorno. È assai instabile e casuale”, ha detto alla CNN.
• Le condizioni della prigionia
David ha descritto quella che definisce una “fame estrema” affrontata durante la sua prigionia, e che è peggiorata nei mesi che hanno preceduto le riprese del video dell’agosto 2025. “La fame – oltre alla mancanza di cibo e alla sensazione fisica di avere sempre fame – è la sensazione mentale di non avere nulla da mangiare, e non sai se avrai cibo tra un’ora, domani, due giorni, non hai idea di cosa succederà e forse morirai di fame”, ha detto.
David ha detto di essere stato scelto per apparire nel video dopo che i suoi carcerieri hanno confrontato il suo stato fisico con quello di Gilboa-Dalal. Dato che lui era messo peggio, “hanno deciso che sarei stato io l’attore del video”, ha detto. “È tutta una messa in scena, ma basata sulla verità – non abbiamo mangiato per tre mesi”, ha spiegato.
“Tutto quello che dico e faccio lì – mi hanno detto di farlo. Puoi vedere il mio corpo, riuscivo a malapena a muovermi, quando ho provato a scavare la tomba, solo tenere la pala era quasi impossibile, probabilmente l’attività fisica più difficile che abbia mai fatto”. Quando ha detto ai suoi carcerieri che era quasi crollato, lo hanno ignorato. “Li sentivo ridere, mangiare torte e bere tè, come se non ci fosse nessuno accanto a loro che sembrasse uno scheletro”.
Le guardie, ha detto, avevano accesso a cibo, aria condizionata e televisione. “Ci hanno detto che a Gaza non c’è cibo, ma sapevamo che non era vero perché vedevamo sempre i terroristi – erano grassi e muscolosi. Sapevamo che mentivano e ci stavano facendo morire di fame”. In precedenza, era già stato costretto ad apparire in un altro video di propaganda nel febbraio 2025.
• Il processo di riabilitazione
A causa delle condizioni fisiche e psicologiche in cui è tornato, la sua famiglia e i suoi amici hanno lanciato una campagna di crowdfunding per la sua riabilitazione, poiché secondo lui lo Stato non fornisce abbastanza aiuti agli ex-ostaggi. “Spero che il prossimo governo faccia meglio, non so chi sarà, ma confido che faranno meglio”.
Ascoltare musica, ha detto David, gioca un ruolo significativo nel suo processo di riabilitazione. “Se mi sento triste o turbato, è una delle cose migliori che posso fare se voglio scappare dai miei pensieri e sentirmi calmo e rilassato. Non so cosa farei senza la musica”.
Parlare della sua prigionia è anche utile, ha detto, e lui e suo fratello maggiore pianificano di viaggiare prossimamente negli Stati Uniti per una serie di apparizioni pubbliche. “È molto importante per noi mantenere vive le nostre storie e che le persone comprendano e ricordino ciò che abbiamo passato”, ha detto. “Il mondo deve sapere cosa è successo e non può dimenticarlo”.
(Bet Magazine Mosaico, 28 agosto 2026)
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Mansour Abbas riapre la questione dello Stato ebraico
Il leader di Ra’am scrive in arabo che il carattere ebraico di Israele è una realtà «imposta» e rivendica la Nakba. La destra chiede di escluderlo dalle elezioni
di Shira Navon
Mansour Abbas torna a mettere alla prova la politica israeliana proprio sul terreno che aveva reso possibile la sua svolta pragmatica. Il leader di Ra’am, protagonista nel 2021 dello storico ingresso di un partito arabo in una coalizione di governo, ha scritto in arabo che il carattere ebraico dello Stato di Israele rappresenta una realtà «imposta» alla popolazione araba e che i partiti arabi hanno dovuto accettarla per evitare il rischio di essere esclusi dalle elezioni. Nello stesso intervento ha rivendicato la memoria della Nakba e il diritto dei palestinesi all’autodeterminazione.
Le parole hanno immediatamente provocato una tempesta politica. Otzma Yehudit, il partito di Itamar Ben-Gvir, ha annunciato l’intenzione di chiedere alla Commissione elettorale centrale l’esclusione di Abbas dalle prossime elezioni, mentre Bezalel Smotrich lo ha definito «un nemico pericoloso».
Il post pubblicato mercoledì mattina nasce, in realtà, da una polemica interna alla società araba. In una recente intervista Abbas aveva detto che oggi non ripeterebbe una sua vecchia affermazione secondo la quale «bande sioniste» avrebbero conquistato la Palestina. Da qui l’accusa, proveniente da ambienti arabi, di avere abbandonato la memoria palestinese per rendersi politicamente accettabile alla maggioranza ebraica.
Abbas ha respinto questa interpretazione. Ha definito una calunnia l’idea che egli neghi «la Nakba, l’espulsione e il racconto palestinese» e ha spiegato che il cambiamento riguarda il linguaggio e il metodo politico. Il suo obiettivo dichiarato è utilizzare la partecipazione alle istituzioni israeliane per aumentare la capacità della minoranza araba di incidere sulle decisioni, difenderne i diritti e impedire nuove forme di espulsione. Nel post compare anche l’espressione particolarmente significativa di «Nakba continua».
Il passaggio destinato a produrre le conseguenze politiche maggiori riguarda però l’identità dello Stato. Abbas sostiene che il carattere ebraico di Israele sia stato deciso dalla maggioranza ebraica e sia quindi, dal punto di vista degli arabi israeliani, un dato imposto. L’accettazione di questa realtà da parte dei partiti arabi risponderebbe inoltre a una necessità pratica legata alla possibilità stessa di partecipare alle elezioni.
È un chiarimento che acquista un peso particolare se confrontato con quanto Abbas disse nel dicembre 2021. Allora, durante una conferenza economica, pronunciò parole che fecero scalpore nel mondo politico arabo. «Lo Stato di Israele è nato come Stato ebraico e tale rimarrà», affermò, aggiungendo che la questione riguardava piuttosto quale fosse la condizione dei cittadini arabi al suo interno.
Quella dichiarazione diventò uno dei simboli dell’esperimento politico di Ra’am. Pochi mesi prima Abbas aveva portato il suo partito nella coalizione guidata da Naftali Bennett e Yair Lapid, rompendo una barriera che per decenni aveva separato i partiti arabi dalla partecipazione diretta al governo. La scelta era fondata su un principio molto concreto: mettere temporaneamente in secondo piano il conflitto nazionale per ottenere risultati sulla criminalità, sulle infrastrutture, sui villaggi beduini, sull’edilizia e sui servizi destinati ai cittadini arabi israeliani.
Cinque anni dopo, Abbas sostiene che quella strategia resta valida. Vuole che Ra’am eserciti potere dall’interno delle istituzioni e continua a presentare la partecipazione araba al governo come una possibilità legittima della democrazia israeliana. Soltanto pochi giorni fa, al congresso del partito a Tayibe, ha affermato che i cittadini arabi possono diventare un «ponte per la pace» e ha rivendicato come conquista politica proprio l’aver trasformato la presenza di un partito arabo nella coalizione in un’opzione concretamente praticabile.
Al tempo stesso ribadisce il sostegno alla nascita di uno Stato palestinese accanto a Israele e chiarisce ora che la sua accettazione dello Stato ebraico non coincide con un’adesione alla definizione nazionale scelta dalla maggioranza ebraica.
È qui che emerge l’ambiguità più interessante del progetto Abbas. La sua evoluzione degli ultimi anni appare reale sul piano del metodo politico, perché Ra’am ha abbandonato l’opposizione permanente e ha scelto la partecipazione. Le dichiarazioni di queste ore mostrano però quanto questa trasformazione possa convivere con convinzioni nazionali palestinesi rimaste sostanzialmente intatte.
In vista delle prossime elezioni israeliane, la questione assume un significato ancora maggiore. Ra’am potrebbe nuovamente diventare indispensabile per costruire una maggioranza alternativa alla destra. Netanyahu e i suoi alleati hanno già cominciato a utilizzare le parole di Abbas per sostenere che dietro il pragmatismo rivolto all’elettorato ebraico sopravvivano posizioni assai differenti quando il leader di Ra’am parla in arabo.
Abbas propone una lettura diversa. Per lui la sfida consiste nel portare quelle convinzioni dentro il sistema israeliano e trasformare la rappresentanza araba in potere politico effettivo. È probabilmente questa, più ancora della polemica sulle singole frasi, la questione che Israele dovrà affrontare alle urne.
(Setteottobre, 28 agosto 2026)
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Omer Adam e Sacha Israelovich, matrimonio da sogno in Italia
di Michelle Zarfati
Una chuppah nel cuore della Riviera ligure, la musica chassidica, le preghiere e lo shofar. Il matrimonio di Omer Adam e Sacha Israelovich ha unito la suggestiva cornice italiana a una celebrazione profondamente legata alla tradizione ebraica, trasformando le nozze in un evento capace di intrecciare spiritualità, musica e spettacolo.
La coppia ha scelto per la celebrazione l’Abbazia della Cervara, storica location affacciata sul mare nei pressi di Portofino, dove si è svolta la chuppah alla presenza di familiari e amici arrivati dall’Israele e dal mondo dello spettacolo. A officiare il matrimonio sono stati i rabbini Levi Yitzhak Hazan, emissario Chabad a Milano, e Mendy Gorvitz, emissario Chabad a Mishmar HaShiv’a. La cerimonia ha seguito la tradizione ebraica, con la separazione tra uomini e donne e una forte presenza della musica religiosa.
A rendere particolarmente suggestivo il momento è stata la partecipazione del cantante chassidico Moti Steinmetz, che ha accompagnato la chuppah con alcuni brani della tradizione ebraica, tra cui Im eshkachech Yerushalayim. L’ingresso degli sposi è stato invece accompagnato da una canzone originale scritta da Omer Adam proprio per le nozze. Tra i momenti più significativi della celebrazione, la recitazione del Mi Sheberach per la pace e la protezione dei soldati dell’IDF, alla quale gli invitati hanno risposto con “Amen”. Un momento che ha conferito alla cerimonia una dimensione collettiva e spirituale, inserendo la preghiera all’interno della celebrazione matrimoniale.
Particolare rilievo ha avuto anche lo shofar, suonato durante la cerimonia in riferimento al mese ebraico di Elul, periodo che precede Rosh Hashanah e che nella tradizione ebraica è dedicato all’introspezione e alla preparazione spirituale.
Il legame con l’ebraismo non si è limitato alla chuppah. I familiari più stretti della coppia hanno partecipato a momenti di preparazione insieme ai rabbini Chabad, durante i quali sono stati indossati i tefillin e sono stati approfonditi il significato della chuppah e quello della costruzione della vita matrimoniale secondo la tradizione ebraica.
Le nozze sono state accompagnate anche da una serie di festeggiamenti che hanno coinvolto gli amici più vicini alla coppia e numerosi protagonisti della scena musicale e dello spettacolo israeliano. Tra gli invitati figuravano artisti e personaggi noti come Aviv Geffen, Lior Narkis, Osher Cohen, Eden Pines ed Eran e Shay Zahavi. Non è mancata naturalmente la musica dal vivo. Lo stesso Omer Adam, protagonista indiscusso della festa, si è esibito davanti agli invitati, portando sul palco quella dimensione musicale che da sempre accompagna la sua carriera.
La celebrazione ha incluso anche un momento civile, più intimo, alla presenza delle famiglie. Sacha ha scelto diversi look per le occasioni legate alle nozze, mantenendo uno stile elegante e romantico, mentre Omer ha alternato completi più formali a un abbigliamento dal carattere rilassato e sofisticato.
A colpire è soprattutto il modo in cui la coppia ha costruito la propria celebrazione: una location italiana da sogno e un matrimonio capace di attirare l’attenzione del pubblico, ma con la tradizione ebraica al centro del rito.
La chuppah, i rabbini, i tefillin, la musica chassidica, il Mi Sheberach e lo shofar hanno infatti dato alle nozze una forte identità religiosa, mentre Portofino e la Riviera ligure hanno offerto lo scenario internazionale e scenografico alla festa. Il matrimonio di Omer Adam e Sacha Israelovich si presenta così come l’incontro tra due dimensioni: da una parte il glamour e la musica della scena israeliana, dall’altra i simboli e i rituali dell’ebraismo. Una celebrazione nella quale la tradizione non è rimasta sullo sfondo, ma è diventata parte integrante del racconto delle nozze della star pop israeliana.
(Shalom, 28 agosto 2026)
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La causa dei nostri problemi: il patto di Dio con il popolo d’Israele
Il rispetto del patto con Dio come priorità assoluta per Israele? Un’analisi sulla benedizione derivante dai comandamenti e sul pericolo mortale di una separazione tra Stato e religione nello Stato ebraico.
di Michael Selutin
Nella nostra porzione settimanale della Torah «Ki Tawo» leggiamo del patto che Dio ha stretto con il popolo ebraico. Questo patto è qui chiaramente enunciato; ci illustra gli obblighi di entrambe le parti e le conseguenze di una violazione del patto. E dopo millenni di esilio, oggi possiamo renderci conto che tali conseguenze si sono verificate.
Immaginate la seguente scena: Il popolo d’Israele si accampa sulla riva orientale del fiume Giordano; circa due milioni di persone sono pronte per l’ingresso nella Terra Promessa. Mosè non li accompagnerà, ma verrà sepolto fuori da Israele, in un luogo sconosciuto. Tuttavia, prima di morire, prepara il popolo alla vita in Israele, poiché sarà molto diversa da ciò che hanno vissuto negli ultimi 40 anni nel deserto.
• Il patto
Nella nostra porzione settimanale Mosè parla dell’alleanza tra Dio e il popolo ebraico; risulta chiaro che questa alleanza si basa su un patto, come quello che ognuno conosce dalla propria vita personale. Ecco i versetti corrispondenti:
«Oggi hai promesso al Signore che Egli sarà il tuo Dio, che camminerai nelle Sue vie, che osserverai i Suoi statuti, i Suoi comandamenti e le Sue leggi e che obbedirai alla Sua voce. E il Signore ti ha promesso oggi che sarai il suo popolo di proprietà, come ti ha promesso, e che osserverai tutti i suoi comandamenti, e che Egli ti porrà al di sopra di tutti i popoli che ha creato, per lode, gloria e onore, e che sarai un popolo santo per il Signore, tuo Dio, come Egli ha promesso» (Deuteronomio 26:17-19).
Qui viene chiaramente affermato che il popolo d’Israele si impegna a osservare le leggi, i comandamenti e le norme giuridiche che Dio gli ha dato. In cambio, Dio promette loro di concedere loro lode e gloria e di elevarli al di sopra di tutti i popoli.
In breve: gli ebrei osservano i comandamenti e Dio provvede affinché abbiano prosperità. Un vero e proprio patto tra due parti indipendenti che lo sottoscrivono volontariamente.
• Le conseguenze
Due capitoli più avanti, Mosè spiega al popolo cosa accadrà se rispetteranno la loro parte del patto:
«Ma se obbedirai davvero alla voce del Signore, tuo Dio, e ti impegnerai a mettere in pratica tutti i suoi comandamenti che oggi ti prescrivo, allora il Signore, tuo Dio, ti porrà al di sopra di tutte le nazioni della terra. E tutte queste benedizioni verranno su di te e ti raggiungeranno, se obbedirai alla voce del Signore, tuo Dio».
Ecco alcune delle benedizioni promesse:
Se il popolo non adempirà ai propri obblighi contrattuali, subirà le conseguenze negative della violazione del patto. Mosè le descrive in modo molto dettagliato; ecco solo alcuni esempi:
«Ma se non obbedirai alla voce del Signore, tuo Dio, e non osserverai e non metterai in pratica tutti i suoi comandamenti e le sue leggi che oggi ti prescrivo, tutte queste maledizioni verranno su di te e ti colpiranno:
Sarai maledetto in città e maledetto nei campi.
Saranno maledetti il tuo cesto e la tua madia.
Saranno maledetti il frutto del tuo grembo, il frutto della tua terra, la prole dei tuoi buoi e la progenie delle tue pecore.
Il Signore trasformerà la pioggia sulla tua terra in sabbia e polvere
Il Signore ti consegnerà sconfitto ai tuoi nemici
Il Signore ti colpirà con le piaghe d’Egitto, con bozzi, con la scabbia e con la tigna, così che non potrai guarire.
Ti fidanzerai con una donna, ma un altro giacerà con lei; costruirai una casa, ma non vi abiterai; pianterai una vigna, ma non ne godrai i frutti.
E diventerai oggetto di orrore, di proverbi e di scherno tra tutti i popoli, tra i quali il Signore ti disperderà.
Poiché il Signore ti disperderà tra tutti i popoli, da un capo all’altro della terra;
la tua vita penderà da un filo davanti ai tuoi occhi; giorno e notte avrai paura e non sarai sicuro della tua vita».
Questa è solo una piccola selezione delle punizioni che attendono il popolo d’Israele se non adempirà alla sua parte del patto. Vale la pena leggere l’intero capitolo, poiché alcuni dei dettagli delle maledizioni qui descritte sembrano essersi già avverati.
• La politica odierna
Su questa base, la politica di uno Stato ebraico dovrebbe in realtà essere molto semplice: promuovere l’osservanza dei comandamenti.
La benedizione promessa a tal fine riguarderebbe tutti i settori del Paese: l’economia, la difesa, la società e persino la politica estera. Israele potrebbe finalmente vivere in pace e prosperità, senza mandare i propri figli in guerra e senza dover fare tante ore di straordinario in ufficio.
Il problema, purtroppo, è che molti ebrei non sanno nulla del patto che i loro antenati hanno stretto con Dio e, anche se ne sono a conoscenza, molti non ci credono.
Gli eventi degli ultimi anni hanno tuttavia portato a una rinascita religiosa nell’ebraismo. Delusi dai popoli e dalle istituzioni internazionali, molti ebrei si chiedono se la Bibbia non sia forse qualcosa di più di un semplice folklore.
Ogni comandamento in più che gli ebrei osservano oggi porterà ulteriori benedizioni nel Paese. Questo suona incredibile per molte persone, poiché la separazione tra Stato e religione è uno dei fondamenti della democrazia. Nel caso di Israele, tuttavia, come abbiamo visto sopra, ciò è fatale.
L’osservanza del patto con Dio dovrebbe avere la massima priorità in Israele.
(Israel Heute, 28 agosto 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Ripresentiamo di seguito il commento a questo testo biblico che compare nella nostra rubrica Parashot.
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Parashà della settimana: Ki Tavò (Quando sarai entrato)
Deuteronomio 26:1-29:8
- Nelle pianure di Moab, di fronte al Giordano, Mosè annuncia al popolo che il Signore sta per consegnargli il dono che aveva promesso secoli prima ai padri. Qual è il dono? No, il dono non è la Torah, perché non è questo che Dio aveva promesso ad Abramo: il dono è la terra.
«L'Eterno apparve ad Abramo e disse: "Io darò questo paese alla tua progenie"» (Genesi 12:7);
«E l'Eterno disse ad Abramo: "Alza ora i tuoi occhi e mira dal luogo dove sei a nord a sud; a est e a ovest. Tutto il paese che vedi, io lo darò a te e alla tua progenie, per sempre"» (Genesi 13:15);
«E a te e alla tua progenie dopo di te darò il paese dove abiti come straniero: tutto il paese di Canaan, in possesso perenne; e sarò loro Dio» (Genesi 17:9).
La terra è il dono che Dio aveva promesso ad Abramo, e questo è confermato dalla preghiera di ringraziamento che il popolo avrebbe dovuto elevare al Signore subito dopo aver ricevuto il dono promesso. La preghiera terminava con queste parole:
«Volgi a noi lo sguardo dalla dimora della tua santità, dal cielo, e benedici il tuo popolo d'Israele e la terra che ci hai dato, come giurasti ai nostri padri, terra ove scorre il latte e il miele» (Deuteronomio 26:15).
Se la terra è il dono, la Torah è il contratto con cui Dio impegna il popolo a fare di questo dono un uso pienamente conforme alla sua volontà; con la clausola che, ove così non fosse, Dio si riserva l'autorità di scaraventare il popolo fuori dai confini del paese per tutto il tempo che riterrà opportuno.
Mosè l'aveva capito, e anche i sacerdoti levitici l'avevano capito, tanto che insieme rivolgono a tutto il popolo un'accorata raccomandazione:
«Fa' silenzio e ascolta, o Israele! Oggi sei divenuto il popolo dell'Eterno, il tuo Dio. Ubbidirai quindi alla voce dell'Eterno, il tuo Dio, e metterai in pratica i suoi comandamenti e le sue leggi che oggi ti prescrivo» (Deuteronomio 27:9-10).
Benedizioni e maledizioni
In questi capitoli sono pochi "i comandamenti e le leggi" che si aggiungono a quelli già noti; poche sono anche, ma grandiose, le benedizioni promesse in caso di fedeltà all'Eterno; molte invece, e devastanti, sono le maledizioni minacciate in caso di infedeltà. Colpisce innanzitutto la nettezza della contrapposizione tra benedizioni e maledizioni.
Se ubbidisci alla mia voce - promette il Signore a Israele - «il tuo Dio ti renderà eccelso sopra tutte le nazioni della terra» (Deuteronomio 28:1); «l'Eterno ti metterà alla testa e non alla coda, e sarai sempre in alto e mai in basso» (Deuteronomio 28:13); e ci sarà pienezza di benedizioni di ogni tipo, in città e in campagna, in pace e in guerra.
Se però non ubbidisci - avverte il Signore - sono guai seri. E qui comincia una sfilza terrificante di maledizioni, tre volte più numerose delle benedizioni, che si conclude con una prospettiva spaventosa : "E l'Eterno vi farà tornare in Egitto... E là sarete venduti come schiavi e come schiave, e mancherà il compratore" (Deuteronomio 28:68).
La nettezza della contrapposizione può sorprendere gli umanisti, ma non chi è abituato allo stile biblico. Messo di fronte alla Parola di Dio, l'uomo ha due sole possibilità di risposta: "Sì" o "No". E le conseguenze di risposte diverse sono lontane fra loro come l'alto dei cieli è lontano dal profondo degli abissi. Tutto il racconto biblico, dalla Genesi all'Apocalisse si svolge all'interno di questo paradigma di irriducibile contrasto.
Necessità di un cuore nuovo
La sovrabbondanza delle maledizioni rispetto alle benedizioni trova una spiegazione nel fatto che Dio sapeva in anticipo quale sarebbe stata la risposta del popolo: "No". Questo si vedrà bene nei prossimi capitoli, ma già qui si può trovare una parola chiarificatrice che per certi versi è sorprendente. Nei primi versetti del capitolo 29, Mosè in sostanza dice al popolo: voi avete visto quello che Dio ha fatto al faraone e agli egiziani; avete visto i prodigi e i segni grandiosi con cui siete stati liberati, ma - aggiunge - "fino a questo giorno l'Eterno non v'ha dato un cuore per comprendere, né occhi per vedere, né orecchi per udire" (Deuteronomio 29:4). Qualcuno qui tirerà fuori le obiezioni che si fanno quando nella Bibbia si legge che "l'Eterno indurì il cuore del faraone" (Esodo 9:12), ma a questo si può rispondere con le parole del profeta Isaia: «I miei pensieri non sono i vostri pensieri, né le vostre vie sono le mie vie, dice l'Eterno» (Isaia 55:8). Il lieto fine della storia di Israele non si trova all'interno di questo patto, ma si avrà soltanto quando Dio giudicherà che sia arrivato il momento di dare al popolo "un cuore per comprendere". Secoli dopo questo sarà annunciato - solo annunciato - dai profeti che parleranno durante e dopo la catastrofe della prima distruzione del Tempio: "Vi darò un cuore nuovo e metterò dentro di voi uno spirito nuovo; toglierò dal vostro corpo il cuore di pietra, e vi darò un cuore di carne" (Ezechiele 36:26).
Un problematico patto
"Queste sono le parole del patto che l'Eterno comandò a Mosè di stabilire con i figli d'Israele nel paese di Moab, oltre al patto che aveva stabilito con loro a Oreb" (Deuteronomio 28:69).
E' un versetto che ha dato del filo da torcere ai commentatori. Nelle Bibbie ebraiche è l'ultimo versetto del capitolo 28, mentre in alcune traduzioni "cristiane" è il primo del capitolo 29. La seconda scelta probabilmente è preferita da chi ritiene che l'espressione "Queste sono le parole" si riferisca a ciò che segue e non a ciò che precede, come usualmente s'intende.
Ma il fatto più interessante è che qui si parla di un altro patto, distinto da quello che Dio aveva stabilito con Israele al Sinai. Che patto è? E' davvero un altro patto? o è lo stesso indicato in modo diverso? Le risposte sono varie, e nessuna di queste si è imposta sulle altre in modo decisivo. Questo consente di aggiungerne un'altra, che naturalmente in questa sede non si può argomentare; cosa che tuttavia si potrebbe fare, con molta pazienza e molta determinazione a resistere alle prevedibili obiezioni.
In forma estremamente sintetica, la tesi è questa:
Il patto che il Signore "aveva stabilito con loro a Oreb" è la prima versione del patto del Sinai, quella scritta su tavole di pietra scolpite da Dio stesso e che Mosè ha rotto scendendo dal monte. Questo patto è stato violato in modo irreversibile, come irreversibile è stata l'infrazione del patto di Dio con Adamo. La seconda versione del patto del Sinai, quella scritta su pietre scolpite da Mosè, non è un "rinnovo" della prima, ma la formulazione di un patto temporaneo di emergenza per evitare l'annientamento del popolo preannunciato da Dio a Mosè, in vista di una vera riparazione del rapporto fra Dio e Israele. Riparazione che il Signore stesso avrebbe operata stabilendo "un nuovo patto con la casa d'Israele e con la casa di Giuda" (Geremia 31:31).
Mosè qui ricorda al popolo che gli ordini da lui trasmessi devono essere osservati perché fanno parte del patto di emergenza con cui il popolo si è impegnato a fare un uso degno della terra ricevuta in dono, ma ricorda anche che questo patto non coincide con quello che il Signore in origine "aveva stabilito con loro a Oreb". M.C.
(Notizie su Israele, settembre 2016)
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Israele verso le elezioni: Ofer Winter lancia “Amcha Yisrael”: una nuova sfida a destra
di Anna Balestrieri
L’ex generale dell’esercito israeliano Ofer Winter ha ufficialmente lanciato un nuovo partito di destra, “Amcha Yisrael” – “Popolo d’Israele”, entrando così in una competizione elettorale già molto frammentata e accendendo immediatamente il confronto con il primo ministro Benjamin Netanyahu.
La nuova formazione è stata presentata a Gerusalemme davanti a circa 300 sostenitori. Winter ha spiegato la propria scelta sostenendo che, dopo il trauma del 7 ottobre 2023, la politica israeliana non possa semplicemente continuare con gli stessi protagonisti e gli stessi equilibri del passato. Secondo l’ex generale, l’opinione pubblica non sarebbe più disposta ad accettare un sistema politico immutato dopo il più grave attacco subito da Israele dalla sua fondazione.
• Sicurezza, leva degli haredim e riforma della giustizia
Winter ha presentato un programma chiaramente collocato nell’area nazionalista. Tra le principali questioni indicate dal nuovo leader figurano l’integrazione degli ultraortodossi nell’esercito, il coinvolgimento dei cittadini arabi che si riconoscono nello Stato, una profonda riforma del sistema giudiziario e una maggiore lotta alla criminalità organizzata, in particolare nelle aree del Negev e della Galilea.
Sul dossier palestinese, la posizione di Winter è particolarmente netta. L’ex comandante ha escluso la possibilità della nascita di uno Stato palestinese e ha indicato nell’“emigrazione” dei palestinesi da Gaza una possibile soluzione per il futuro della Striscia. Ha inoltre affermato che chi scatena una guerra contro Israele dovrebbe pagare anche un prezzo territoriale.
Il messaggio politico di Winter combina quindi una linea dura sulla sicurezza con il tentativo di presentarsi come una forza capace di superare alcune delle tradizionali divisioni interne alla società israeliana.
• “Meno politica, più leadership”
Nel discorso di lancio Winter ha insistito sul concetto di leadership, contrapponendolo alla politica tradizionale. Forte della propria esperienza militare, ha criticato quelle che considera concezioni strategiche sbagliate all’interno delle istituzioni israeliane e la tendenza a ignorare opinioni alternative.
L’ex generale ha inoltre rivendicato con decisione la propria appartenenza alla destra israeliana, ricordando anche l’esperienza personale della propria famiglia, evacuata da Gush Katif nel quadro del disimpegno israeliano dalla Striscia di Gaza nel 2005.
“Amcha Yisrael è una parte chiara e inequivocabile del campo della destra”, è in sostanza il messaggio lanciato da Winter, che punta alla creazione di un governo di destra il più ampio possibile insieme a partner sionisti.
• Netanyahu teme la dispersione dei voti
La nascita del nuovo partito ha provocato una reazione immediata di Benjamin Netanyahu. Il premier ha avvertito gli elettori del rischio rappresentato dalla proliferazione di piccole formazioni della destra che potrebbero non superare la soglia elettorale del 3,25%.
Per Netanyahu, votare per piccoli partiti significa rischiare di disperdere migliaia di voti e, paradossalmente, indebolire l’intero blocco della destra.
Il primo ministro ha fatto riferimento non soltanto a Winter, ma anche ad altre personalità nazionaliste impegnate nella creazione di nuove liste, tra cui Moshe Feiglin e Avi Maoz. Il suo appello è stato molto chiaro: le nuove formazioni dovrebbero ritirarsi oppure trovare un accordo con i partiti già esistenti.
La preoccupazione del Likud non sembra essere soltanto teorica. Secondo alcuni sondaggi citati dai media israeliani, il partito di Winter avrebbe concrete possibilità di superare la soglia elettorale, ma il suo ingresso alla Knesset potrebbe sottrarre voti sia al Likud sia al partito Sionismo Religioso di Bezalel Smotrich. In alcuni scenari ciò potrebbe perfino ridurre il numero complessivo dei seggi del blocco favorevole a Netanyahu.
• Una lista sorprendentemente eterogenea
Uno degli elementi su cui Amcha Yisrael ha maggiormente insistito è la composizione della propria lista elettorale. Accanto a esponenti religiosi e nazionalisti sono presenti candidati laici, immigrati e cittadini arabi israeliani.
Tra i nomi più significativi figura Yoseph Haddad, noto attivista arabo-israeliano e sostenitore di Israele sulla scena internazionale. Winter lo ha indicato come possibile futuro ministro della diplomazia pubblica, mentre Haddad ha dichiarato di voler diventare il primo cittadino arabo a sedere nel gabinetto di sicurezza israeliano.
Nella lista compaiono inoltre Laly Derai, madre del soldato Saadia Derai caduto in servizio, l’ex giornalista di Channel 13 Netali Shem Tov, Sigal Kraunik, vedova di Arie Kraunik, ucciso durante l’attacco di Hamas al kibbutz Be’eri il 7 ottobre, l’avvocato Eran Ben-Ari e l’ex vicesindaca di Gerusalemme Fleur Hassan-Nahum.
La presenza di Haddad è probabilmente l’elemento simbolicamente più significativo della strategia di Winter: costruire una destra nazionalista che, pur mantenendo posizioni molto dure sulla sicurezza, cerchi di includere anche cittadini arabi che si identificano con lo Stato di Israele.
• L’ex generale controverso che entra in politica
Winter è una figura nota e discussa da anni in Israele. Ex comandante della Brigata Givati, durante la guerra di Gaza del 2014 suscitò polemiche per una lettera ai propri ufficiali nella quale descriveva l’operazione militare anche in termini religiosi.
Successivamente fu accusato di aver trasmesso informazioni sensibili sull’andamento del conflitto all’allora ministro dell’Economia Naftali Bennett, aggirando la normale catena di comando. La sua carriera militare si è conclusa nel 2024, dopo che non era stato promosso ai più alti gradi dell’esercito.
Secondo Channel 13, durante i primi mesi della guerra di Gaza Netanyahu avrebbe inoltre tenuto incontri riservati con Winter per discutere della strategia militare, incontri nei quali l’ex generale avrebbe proposto piani per una conquista israeliana della Striscia. L’emittente ha utilizzato queste rivelazioni per sostenere che l’attuale scontro tra Netanyahu e Winter avrebbe soprattutto una natura politica ed elettorale.
• Un nuovo elemento di instabilità nel campo della destra
A due mesi dalle elezioni previste per il 27 ottobre, la candidatura di Winter potrebbe diventare uno dei fattori più imprevedibili della politica israeliana.
Il nuovo leader tenta di intercettare un elettorato di destra deluso dagli attuali partiti, facendo leva sulla propria esperienza militare e sulla richiesta di rinnovamento emersa dopo il 7 ottobre. Netanyahu, al contrario, vede proprio nella frammentazione della destra uno dei maggiori pericoli per la propria permanenza al governo.
La sfida sarà capire se Amcha Yisrael riuscirà a trasformare la popolarità personale di Winter e il desiderio di nuove leadership in una presenza stabile alla Knesset. Se il partito supererà la soglia elettorale, potrebbe modificare gli equilibri interni alla destra; se invece resterà al di sotto, i timori di Netanyahu sulla dispersione dei voti potrebbero rivelarsi fondati.
(Bet Magazine Mosaico, 27 agosto 2026)
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Rapporto Isgap: Fratellanza musulmana e antisemitismo più forti
di Enrico Casanova
Un nuovo dossier dell’Institute for the Study of Global Antisemitism and Policy (Isgap), denuncia la crescita di reti legate alla Fratellanza Musulmana all’interno delle istituzioni canadesi: politica, società civile, università e finanza. Il rapporto, lungo circa 200 pagine e intitolato Assault on Democratic Values and Principles: How Islamist Entryism Weakens Civil Society and Higher Education in Canada, vede queste reti non come episodi isolati, ma come parte di una strategia transnazionale strutturata di radicamento ideologico, inserimento istituzionale, controllo della narrazione e protezione politica e legale. Tra le organizzazioni citate figura la Muslim Association of Canada, ente no profit con sede a Mississauga, per cui gli autori affermano di aver individuato numerosi legami apparenti con la Fratellanza. Secondo il direttore esecutivo dell’Isgap, Charles Asher Small, il rapporto mappa il modo in cui reti ideologiche interconnesse acquisiscono legittimità, accesso alle istituzioni, fondi pubblici, influenza politica e protezione dal controllo. Small ha aggiunto che il fenomeno dell’«entrismo» islamista in Canada sarebbe ormai in una fase avanzata. Come ha scritto il direttore sulle colonne del Jerusalem Post: «I Fratelli Musulmani sono un’unica architettura che ha ripulito la propria rispettabilità attraverso le università, i media, le istituzioni culturali e le organizzazioni benefiche occidentali, con Londra come centro strategico».
Il documento evidenzia anche il ruolo politico di alcune organizzazioni: gruppi come Canadian Muslim Vote e Canadian Muslim Public Affairs Council avrebbero puntato su decine di collegi elettorali federali in bilico, con una campagna coordinata «Vote Palestine» che nelle elezioni del 2025 avrebbe raccolto l’adesione di 344 candidati appartenenti a quattro partiti diversi. Elementi e tasselli di un piano assai più ampio che affonda le radici in documenti strategici del secolo scorso, con programmi di lungo periodo ideati dai vertici della Fratellanza e che mirano a penetrare le società occidentali a più livelli e intensità. Per Small, l’antisemitismo non è incidentale rispetto a questo progetto, ma ne costituisce il tessuto connettivo: «Nel Patto di Hamas del 1988, mai ritirato, l’organizzazione si dichiara “una delle ali dei Fratelli Musulmani in Palestina” e cita esplicitamente i Protocolli dei Savi di Sion. Yusuf al-Qaradawi, la più influente autorità religiosa del movimento, disse agli spettatori di Al Jazeera il 30 gennaio 2009 – un punto centrale dei suoi insegnamenti – che lo sterminio degli ebrei da parte di Hitler era una “punizione divina” e che “la prossima volta sarà per mano dei credenti”».
Alcuni osservatori accostano questa dinamica a fenomeni simili osservati in altri Paesi occidentali, talvolta descritti come «alleanza rosso-verde» tra settori della sinistra e movimenti islamisti. Sono però pochi i Paesi (Stati Uniti, Francia, Gran Bretagna e Austria) ad aver avviato investigazioni formali sulla Fratellanza e sui loro network.
Il rapporto arriva dopo un precedente studio Isgap, pubblicato a giugno 2025, che aveva già sollevato allarmi su presunti legami finanziari tra alcune organizzazioni caritatevoli canadesi e Hamas, chiedendo la designazione della Fratellanza Musulmana come organizzazione terroristica.
(Pagine Ebraiche, 27 agosto 2026)
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Da Beirut a Tel Aviv, la pace rompe un tabù
Il media libanese This Is Beirut dà voce agli israeliani che invitano i vicini libanesi. Molti consensi arrivano in privato, anche dal mondo sciita
di Rosa Davanzo
«Venite a Tel Aviv, bevete una birra, godetevi il mare». L’invito arriva da Israele, il destinatario è il Libano e a trasmetterlo è un media di Beirut. È questo il particolare che trasforma un breve reportage girato sul lungomare israeliano in qualcosa di politicamente più interessante delle decine di migliaia di visualizzazioni raccolte sui social. This Is Beirut, piattaforma libanese in lingua inglese, ha pubblicato il 23 agosto un servizio nel quale alcuni israeliani si rivolgono direttamente ai loro vicini del nord e parlano apertamente di pace.
Nel video compare anche Guy Avner, vicesindaco di Tel Aviv, che considera un accordo tra i due Paesi «solo una questione di tempo». Avner immagina libanesi in visita nella sua città e dice di sperare di poter andare un giorno a Beirut. Altri intervistati propongono qualcosa di ancora più semplice, una birra a Tel Aviv o un bicchiere di arak a Jaffa. Parole ordinarie, quasi banali, che assumono tutt’altro peso quando attraversano un confine dietro il quale Israele e Libano restano formalmente nemici.
A realizzare il servizio è stata Selena Ryan, giornalista indipendente israeliana che collabora con This Is Beirut e presiede la Israel-Lebanon Friendship Association all’interno dell’Abrahamic Movement. Il dato che Ryan considera più significativo riguarda ciò che accade dopo la pubblicazione. Le reazioni ostili vengono espresse apertamente, mentre molti messaggi favorevoli alla pace arrivano in privato. Tra chi le scrive, sostiene la giornalista, figurano libanesi appartenenti a comunità diverse e anche musulmani sciiti contrari al controllo esercitato da Hezbollah sulla vita politica e militare del Paese.
È un fenomeno difficile da quantificare e sarebbe azzardato trasformare una raccolta di messaggi privati in un sondaggio sull’opinione pubblica libanese. Il valore della vicenda sta altrove. In Libano parlare pubblicamente di rapporti con Israele rimane politicamente e socialmente delicato, mentre una legge del 1955 sul boicottaggio dello Stato ebraico continua a rendere estremamente problematici i contatti diretti tra cittadini dei due Paesi. Che un organo d’informazione con sede a Beirut offra spazio a israeliani che parlano ai libanesi costituisce dunque, di per sé, un segnale.
E il reportage di Tel Aviv arriva in un momento nel quale altri segnali stanno emergendo. Negli ultimi mesi This Is Beirut ha dato spazio a residenti del Libano meridionale favorevoli ai negoziati, a esponenti politici che chiedono il monopolio delle armi da parte dello Stato e a interventi che discutono apertamente la prospettiva di una pace con Israele. In aprile si sono inoltre svolti colloqui diretti ad alto livello tra rappresentanti libanesi e israeliani con mediazione americana, i primi di questo genere dal 1993.
Il cambiamento più importante riguarda Hezbollah. La guerra iniziata dopo l’8 ottobre 2023, quando l’organizzazione sciita aprì il fronte contro Israele in solidarietà con Hamas, ha imposto al Libano costi enormi e ha riaperto la questione di chi abbia il diritto di decidere della guerra e della pace. L’uccisione di Hassan Nasrallah nel settembre 2024 e il successivo indebolimento militare del movimento hanno modificato ulteriormente gli equilibri. Per una parte dei libanesi, Hezbollah appare sempre più come lo strumento attraverso il quale Teheran ha subordinato gli interessi del Paese alla propria strategia regionale.
Quanto sia ampia questa parte della società resta da stabilire. Ryan racconta di ricevere messaggi da sciiti che cercano una rappresentanza politica svincolata dall’Iran, mentre le rilevazioni sull’atteggiamento dei libanesi verso Israele continuano a offrire risultati molto diversi a seconda del momento, della comunità di appartenenza e del modo in cui vengono formulate le domande. Parlare di una maggioranza favorevole alla normalizzazione sarebbe dunque prematuro.
Qualcosa, tuttavia, si sta muovendo. Nel luglio scorso diversi cittadini libanesi hanno ricevuto messaggi che li invitavano a partecipare online a conversazioni con israeliani sulla pace tra i due Paesi. Adesso un media libanese porta direttamente nelle case immagini di Tel Aviv e israeliani che dicono ai libanesi di volerli incontrare.
La distanza geografica, del resto, è minuscola. Beirut e Tel Aviv si affacciano sullo stesso Mediterraneo e sono separate da meno di duecento chilometri. Quella politica è sembrata per decenni immensamente più grande. Se un giorno comincerà davvero a ridursi, potrebbe accadere anche attraverso gesti apparentemente insignificanti come questo, un israeliano che davanti a una telecamera libanese invita il vicino sconosciuto a sedersi al suo tavolo.
(Setteottobre, 27 agosto 2026)
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Il Ministro degli Esteri egiziano: Camp David continua a servire l’«interesse nazionale» del Cairo
(JNS) Il ministro degli Esteri egiziano Badr Abdelatty ha difeso martedì l’accordo di pace del suo Paese con Israele, affermando che gli Accordi di Camp David continuano a servire gli interessi nazionali del Cairo a quasi cinquant’anni dalla loro firma.
No, assolutamente no», ha risposto Abdelatty alla domanda se gli accordi fossero stati un errore, in un’intervista al programma «On The Record with Hadley Gamble» del quotidiano in lingua inglese The National, con sede ad Abu Dhabi.
L’accordo fu raggiunto in un «contesto regionale e internazionale completamente diverso», ha spiegato, aggiungendo che all’epoca serviva gli interessi nazionali dell’Egitto e continua a farlo.
«Per questo stiamo rispettando pienamente i nostri impegni», ha aggiunto.
Alla domanda se l’accordo dovesse essere rivisto, il ministro degli Esteri ha affermato che Israele sta rispettando i propri impegni «in una certa misura». Riguardo ai rapporti bilaterali e al trattato in sé, ha aggiunto: «Finora, tutto bene».
Gli Accordi di Camp David del 1978, mediati dal presidente degli Stati Uniti Jimmy Carter e firmati dal primo ministro israeliano Menachem Begin e dal presidente egiziano Anwar Sadat, posero le basi per il trattato di pace tra Israele ed Egitto, firmato l’anno successivo.
Abdelatty ha avvertito che qualsiasi trasferimento di palestinesi dalla Striscia di Gaza verso la penisola egiziana del Sinai rimane una linea rossa per il Cairo.
«Non permetteremo che ciò accada», ha dichiarato, sostenendo che una simile mossa equivarrebbe alla «liquidazione della causa palestinese».
L’Egitto comunica questa posizione a Israele attraverso canali militari, di intelligence e politici, oltre che a Washington, ha spiegato. Alla domanda se il Cairo potrebbe rispondere militarmente, Abdelatty ha evitato di fornire dettagli, limitandosi a dire: «Conoscono le nostre linee rosse».
Ha criticato Israele per la mancanza di progressi nell’attuazione di un piano di pace per Gaza mediato dagli Stati Uniti, affermando tuttavia che Hamas e le altre fazioni palestinesi avrebbero accettato di consegnare le proprie armi pesanti e leggere e di consentire a un Comitato nazionale palestinese di amministrare temporaneamente la Striscia.
Abdelatty ha inoltre affrontato gli sforzi per porre fine al conflitto tra Stati Uniti e Iran, descrivendo i negoziati come «in una situazione di stallo» e suggerendo che le decisioni chiave a Teheran siano ora gestite dal Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica, piuttosto che dai diplomatici iraniani.
Ha affermato che la guerra a Gaza, le interruzioni nello Stretto di Hormuz e gli attacchi dei terroristi Houthi sostenuti dall’Iran contro il traffico marittimo nel Mar Rosso hanno creato una «tempesta perfetta» per l’economia egiziana, costando al Paese circa 11 miliardi di dollari in mancati introiti dal Canale di Suez.
L’Egitto ha svolto un ruolo centrale negli sforzi di mediazione dalla strage compiuta da Hamas il 7 ottobre 2023. Nell’ottobre 2025, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha incontrato a Gerusalemme il capo dell’intelligence egiziana Hassan Rashad per discutere dell’avanzamento del piano di pace del presidente degli Stati Uniti Donald Trump e del rafforzamento delle relazioni tra Israele ed Egitto.
Nel frattempo, i rapporti economici tra i due Paesi si sono ampliati. A dicembre, Israele ha approvato il più grande accordo di esportazione di gas naturale della sua storia: un’intesa da 112 miliardi di shekel (34,9 miliardi di dollari) per fornire gas all’Egitto fino al 2040. Netanyahu dichiarò all’epoca che l’accordo avrebbe rafforzato la posizione di Israele come potenza energetica regionale e contribuito alla stabilità della regione.
(HaKol, 27 agosto 2026)
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Com’era la scuola in Israele prima di Zoom e dei tablet
di Michelle Zarfati
Con l’avvicinarsi del nuovo anno scolastico, l’archivio fotografico del Keren Kayemeth LeIsrael–Jewish National Fund (KKL-JNF) apre una finestra sulla scuola di quasi un secolo fa, attraverso cinque fotografie rare che raccontano la vita degli studenti nella Terra d’Israele tra il 1925 e il 1963. Sono immagini lontane dall’idea di scuola a cui siamo abituati oggi: niente computer, presentazioni, smartphone o lavagne digitali. Al loro posto ci sono lavagne di ardesia, gesso, libri, quaderni, banchi di legno e aule semplici. Eppure, dietro questi oggetti quotidiani emerge qualcosa di più della storia dell’istruzione: il ritratto di una società che stava crescendo e costruendo il proprio futuro.
La fotografia più antica risale all’agosto del 1925 e arriva da Kfar Hasidim. I bambini del moshav non sono seduti in un’aula, ma in cerchio sotto la grande chioma di un albero, mentre ascoltano la lezione all’aperto, in mezzo ai campi. È una scena quasi d’altri tempi, che restituisce il legame profondo tra educazione, natura e vita agricola nelle comunità che stavano prendendo forma nel Paese. Quindici anni dopo, nel 1940, la scena cambia e si sposta a Gerusalemme, nella biblioteca della Spitzer Girls’ School. Una studentessa è accanto a un tavolo colmo di libri: un’immagine semplice, ma significativa di un’epoca nella quale la biblioteca e il libro rappresentavano strumenti fondamentali per accedere alla conoscenza.
Un’altra fotografia, scattata nel 1944 al Kibbutz Mishmar HaEmek, mostra invece una classe nel pieno di una lezione. Banchi, lavagna e studenti compongono una scena che può apparire familiare ancora oggi, anche se ogni dettaglio racconta un mondo molto diverso da quello contemporaneo. Le ultime due fotografie portano negli anni Sessanta. A Tzur Hadassah, nel 1961, una studentessa è in piedi davanti alla lavagna mentre risolve un problema di aritmetica sotto gli occhi dei compagni. A Gerusalemme, nel maggio del 1963, una classe affollata e vivace è impegnata in un’attività che oggi sembra quasi dimenticata: i bambini ricevono lettere dai loro amici di penna, con i quali intrattengono una corrispondenza regolare. Prima di WhatsApp e dei messaggi istantanei, l’attesa di una lettera faceva parte della vita scolastica e dei rapporti tra coetanei.
Le fotografie fanno parte dello storico archivio del KKL-JNF, che raccoglie immagini dedicate ai paesaggi del Paese, alle comunità, all’educazione e alla vita quotidiana a partire dai primi decenni del Novecento. “Queste fotografie ci permettono di entrare per un momento nelle aule del passato e di vedere non solo come imparavano i bambini, ma anche quale società si stava costruendo qui”, spiega Efrat Sinai, direttrice degli Archivi del KKL-JNF. Attraverso la lavagna, i libri, i banchi e persino la lezione svolta sotto un albero, osserva Sinai, le immagini raccontano il profondo legame tra educazione, comunità e amore per la terra. È forse questo il valore più interessante di queste fotografie. A quasi un secolo di distanza, raccontano quanto siano cambiati gli strumenti e gli ambienti dell’apprendimento, ma anche quanto sia rimasto immutato il cuore della scuola: una comunità riunita intorno alla conoscenza. Dalla lezione sotto un albero alle aule con i primi banchi, fino alle lettere degli amici di penna, queste immagini restituiscono la memoria di un Israele in costruzione e di generazioni di bambini che, in modi molto diversi da quelli di oggi, imparavano guardando al futuro.
(Shalom, 27 agosto 2026)
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Israele come ponte tra le nazioni. Si sta realizzando un’antica visione?
Già ai tempi biblici il Medio Oriente era un crocevia di importanti rotte commerciali. Le carovane attraversavano il territorio di Israele collegando Asia, Africa ed Europa.
di Aviel Schneider
GERUSALEMME - Alla luce dei conflitti militari intorno allo Stretto di Hormuz, in Iran cresce la preoccupazione di poter perdere uno dei propri principali vantaggi strategici. Finora, la capacità di minacciare la libertà di navigazione nello stretto è servita al regime dei mullah come una sorta di assicurazione sulla vita. Fonti ben informate riferiscono ai media israeliani che nelle ultime settimane si sono intensificati i segnali di crescente preoccupazione all’interno della leadership iraniana. Secondo queste notizie, a Teheran sta aumentando la pressione a causa dei rapidi progressi del progetto IMEC, che mira a creare un’alternativa stabile e praticabile per il commercio internazionale e il trasporto globale di energia, aggirando così lo Stretto di Hormuz.
Il piano, presentato solo un mese prima del 7 ottobre 2023, ha acquisito notevole slancio negli ultimi mesi. Il progetto ha ricevuto una spinta decisiva in seguito alla chiusura dello Stretto di Hormuz e alla consapevolezza, ormai matura a livello mondiale, della necessità urgente di creare rotte commerciali sicure e resistenti alle crisi per l’economia globale.
• Corridoio economico India–Medio Oriente–Europa (IMEC)
Dietro questo titolo provvisorio si nasconde un progetto infrastrutturale ed economico internazionale, lanciato in occasione del vertice del G20 nel settembre 2023 da India, Stati Uniti, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Unione Europea, Germania, Francia e Italia. L’obiettivo del progetto è quello di creare un corridoio commerciale e di trasporto tra l’India, il Medio Oriente e l’Europa, al fine di trasportare merci, energia e dati in modo più rapido, sicuro ed efficiente. È prevista una combinazione di rotte marittime e collegamenti ferroviari. Le merci dovrebbero essere trasportate via mare dall’India agli Emirati Arabi Uniti, quindi via ferrovia attraverso l’Arabia Saudita e la Giordania fino a Israele e infine imbarcate dai porti mediterranei israeliani, in particolare da Haifa, per raggiungere l’Europa.
Inoltre, il progetto prevede il potenziamento di linee elettriche, gasdotti per l’idrogeno e cavi in fibra ottica, al fine di collegare le infrastrutture energetiche e digitali tra le regioni coinvolte. Progetti complementari, quali oleodotti o collegamenti ferroviari dagli Stati del Golfo al Mediterraneo, potrebbero poi trasportare petrolio o altre merci senza dover dipendere dallo Stretto di Hormuz.
• Il porto di Haifa
Israele svolge un ruolo centrale in questo contesto. Sebbene non abbia firmato il Memorandum of Understanding originale, ovvero la dichiarazione d’intenti, Israele è comunque una componente essenziale del corridoio a causa del percorso previsto. Il porto di Haifa è destinato a fungere da snodo per collegare l’Europa. In questo modo, Israele potrebbe diventare un ponte terrestre strategico tra l’Asia e l’Europa e acquisire una notevole importanza sia dal punto di vista economico che geopolitico.
Il porto di Haifa, di grande importanza strategica, è stato acquisito già all’inizio del 2023 da un consorzio guidato dal gruppo indiano Adani. Gautam Adani è un imprenditore indiano. Il consorzio ha acquistato la Haifa Port Company per circa 4,1 miliardi di shekel (circa 1,18 miliardi di dollari USA). Adani detiene il 70%, mentre il Gadot Group il 30%. La concessione di gestione è valida fino al 2054. Il primo ministro Benjamin Netanyahu aveva già affermato anni fa che Haifa avrebbe potuto diventare la porta d’accesso per le merci provenienti dagli Stati del Golfo verso l’Europa. Questa idea è stata ora ripresa nel progetto IMEC. Il fatto che un investitore indiano controlli il previsto punto terminale mediterraneo del corridoio IMEC sottolinea l’interdipendenza economica e geopolitica tra India e Israele.
Una volta completata la sua realizzazione, il corridoio IMEC dovrebbe aggirare i punti di strozzatura marittimi vulnerabili come lo Stretto di Hormuz, lo Stretto di Bab al-Mandab e il Canale di Suez. I sostenitori del progetto prevedono che ciò consentirà di ridurre i tempi di trasporto tra l’India e l’Europa fino al 40 per cento e di abbassare i costi logistici di circa il 30 per cento. Inoltre, l’IMEC è considerato un’alternativa, sostenuta dall’Occidente, alla «Belt and Road Initiative» (BRI) cinese, nota come «Nuova Via della Seta». A differenza della BRI, il nuovo corridoio dovrebbe porre particolare enfasi sullo sviluppo sostenibile, sulle infrastrutture di alta qualità, sull’energia pulita, sulla connettività digitale e sulla cooperazione economica tra gli Stati coinvolti.
La «Nuova Via della Seta» cinese è un programma globale di infrastrutture e investimenti lanciato dalla Cina già nel 2013. L’obiettivo è quello di potenziare i collegamenti commerciali tra Cina, Asia, Africa, Europa e America Latina attraverso la costruzione di porti, linee ferroviarie, strade e progetti energetici. Allo stesso tempo, la Cina rafforza così la propria influenza economica e geopolitica nei paesi coinvolti.
Tutto ciò ridurrebbe notevolmente l’importanza strategica dello Stretto di Hormuz. Teheran perderebbe la leva con cui esercita pressione a suo piacimento sulla comunità internazionale. Alla luce degli attuali scontri a fuoco nello Stretto di Hormuz, è evidente quanto l’Iran tema la perdita di questo vantaggio strategico. Fino ad oggi, la capacità di minacciare il traffico marittimo nello stretto è stata considerata una sorta di polizza assicurativa, nonché uno scudo militare e diplomatico che ha aiutato il regime ad attenuare le sanzioni e a scoraggiare le contromisure internazionali. Se questo mezzo di pressione venisse a mancare, l’Iran sarebbe più vulnerabile che mai.
• Alleanza regionale
Inoltre, a Teheran prevale la preoccupazione che il coinvolgimento di Israele in questo grande progetto non possa che rafforzare la sua posizione economica e in materia di sicurezza. Allo stesso tempo, ciò favorirebbe la formazione di una forte alleanza regionale di Stati moderati, che agiscano congiuntamente contro le organizzazioni proxy iraniane nella regione.
Fino a poco tempo fa, la leadership iraniana traeva ancora una certa fiducia dalla possibilità che potessero essere sviluppati corridoi alternativi, ad esempio attraverso la Turchia e la Siria. Tali rotte avrebbero potenzialmente escluso Israele, indebolendo così il potenziale di un’alleanza regionale. Gli ultimi sviluppi hanno tuttavia vanificato tali aspettative. Le dichiarazioni dei ministri israeliani, che sottolineano la necessità di perseguire con coerenza il coinvolgimento di Israele nell’IMEC, segnalano al regime iraniano che Gerusalemme non intende rinunciare a questo obiettivo.
• Crocevia geografico
Israele si trova geograficamente al crocevia tra Asia, Africa ed Europa. Già nell’antichità le rotte commerciali più importanti del mondo di allora attraversavano il Paese. La Via Maris («Via del Mare») collegava l’Egitto alla Siria e alla Mesopotamia lungo la costa mediterranea, mentre la Via dei Re si snodava a est del Giordano e consentiva gli scambi commerciali tra l’Arabia e Damasco. Mercanti, carovane, eserciti e sovrani hanno utilizzato queste vie per secoli. Chi controllava questa zona esercitava un’influenza notevole sul commercio, sulla prosperità e sulla politica.
Anche la Bibbia descrive il paese di Israele non come una regione isolata, ma come un luogo in cui i popoli si incontrano. In Isaia 2 viene descritta una Gerusalemme futura, verso la quale «affluiranno tutte le nazioni» per ricevere istruzioni. Isaia 19 dipinge l’immagine di una strada tra l’Egitto e l’Assiria, lungo la quale i popoli sono uniti tra loro e servono Dio insieme. Molti esegeti biblici interpretano questo passo come un simbolo di riconciliazione e collaborazione tra ex avversari. Altri vi vedono anche un accenno a futuri legami economici e politici.
Questo contesto conferisce al progetto IMEC un forte valore simbolico. Dopo un’interruzione durata molti secoli, Israele potrebbe tornare a essere un ponte terrestre centrale tra i continenti, non come corridoio militare, ma come snodo per il commercio, l’energia e le infrastrutture digitali. Indipendentemente dall’interpretazione dei testi biblici, emerge un parallelo degno di nota: Israele ricopre nuovamente un ruolo chiave in uno dei principali assi di collegamento tra Oriente e Occidente.
I prossimi mesi saranno quindi cruciali. Israele dovrà adoperarsi con flessibilità diplomatica affinché il corridoio economico previsto non bypassi in alcun modo il Paese.
(Israel Heute, 26 agosto 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Israele evacua il complesso dell’UNRWA a Gerusalemme
(JNS) Le forze di sicurezza israeliane hanno evacuato un complesso dell’Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione dei rifugiati palestinesi (UNRWA) a Kafr Aqab, a Gerusalemme, dopo che una legge israeliana ha vietato all’agenzia di operare nel Paese.
Israele ha promosso la sostituzione dell’agenzia, i cui dipendenti sono stati direttamente collegati al terrorismo palestinese, anche attraverso la partecipazione agli attacchi del 7 ottobre. Lo Stato ebraico ha comunicato alle Nazioni Unite che la sua agenzia deve cessare le attività a Gerusalemme e lasciare il complesso.
«Un’organizzazione i cui dipendenti sono stati coinvolti nel massacro del 7 ottobre non avrà posto nella capitale di Israele», ha dichiarato Danny Danon, ambasciatore israeliano presso le Nazioni Unite a New York.
La missione israeliana presso le Nazioni Unite ha inoltre comunicato ad António Guterres, segretario generale dell’organizzazione internazionale, che l’UNRWA non possiede alcun diritto di proprietà sul complesso e che le era stato ordinato di lasciarlo.
Sul sito è prevista la costruzione di una struttura educativa, che comprenderà sei scuole con 140 aule, e di un centro comunitario. Il progetto prevede inoltre «strutture aggiuntive» per i residenti di Kafr Aqab, ha dichiarato la missione israeliana.
(HaKol, 26 agosto 2026)
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Il rapporto che smentisce la carestia a Gaza
di Stefano Magni
Non c’è una carestia a Gaza. Chiunque, al di fuori della piccola cerchia di amici di Israele, rimarrebbe scandalizzato da un’affermazione simile, come se avesse appena sentito urlare una bestemmia. Eppure sono i dati che stanno bestemmiando: i dati raccolti da un team dell’Onu, guidato dall’Unicef. Il rapporto, pubblicato il 22 luglio scorso, intitolato Risultati dell’indagine SMART sulla nutrizione a Gaza dimostrano che a Gaza non ci sia un problema di denutrizione. Lo rivela un’inchiesta di The Free Press, una delle poche testate che hanno parlato del nuovo documento (e incontrando anche non poche difficoltà a reperirlo).
Secondo la squadra di ricercatori, che ha potuto condurre un’indagine sul campo a Gaza, la situazione è la seguente: malnutrizione infantile acuta nello 0,5% dei bambini, ritardo della crescita (altro sintomo di grave malnutrizione) nel 12% dei bambini. Questi dati, se confrontati con quelli medi della regione mediorientale, rivelano uno dei tassi di malnutrizione più bassi di tutta la regione mediorientale. In compenso, il 4% dei bambini di Gaza presenta problemi di sovrappeso e obesità.
Eppure l’accusa a Israele di avere provocato una carestia a Gaza, con intenti genocidi, era stata lanciata proprio dalle Nazioni Unite, il 22 agosto 2025, con la pubblicazione del Rapporto IPC (Classificazione Integrata della Sicurezza Alimentare). In quel caso, il rapporto attestò lo stato di carestia in una zona di Gaza. Oltre mezzo milione di palestinesi si trovavano “in condizioni catastrofiche, caratterizzate da fame, miseria e morte”, affermava il rapporto IPC. Il documento si concludeva in modo drammatico ed emergenziale: la popolazione di Gaza era impegnata in “una corsa contro il tempo” e che l’unico modo per impedire che la carestia si diffondesse ulteriormente era un “cessate il fuoco immediato”. La gravità della situazione era data soprattutto dalla sua gravità. La dichiarazione di carestia fatta l’anno scorso dal rapporto IPC è stata la quinta in assoluto, la prima al di fuori dell’Africa.
La pubblicazione dei nuovi dati del luglio scorso getta una luce sinistra su quel rapporto. Come è possibile una differenza così abissale fra il 2025 (carestia) e il 2026 (anche alcuni problemi di obesità)? C’è chi assolve il lavoro degli esperti, come l’antropologo britannico Alex de Waal che, intervistato da The Free Press, ha dichiarato che nessuno dei nuovi dati era “motivo di mettere in dubbio l’accuratezza” della precedente dichiarazione di carestia dell’IPC. “I bambini possono riprendersi molto rapidamente dalla malnutrizione acuta”. Ma nella stessa inchiesta, una ricercatrice che ha supervisionato squadre di raccolta dati sulla malnutrizione nel Corno d’Africa ha osservato di non aver “mai visto” la comparsa di obesità e sovrappeso in un luogo che solo un anno prima era stato dichiarato colpito dalla carestia. “In Africa ci sono persone che mangiano erbe selvatiche solo per sopravvivere”, ha detto. “Non c’è un problema di obesità”.
Forse, allora, il problema risiedeva nella metodologia usata nel rapporto IPC del 2025? Forse sì. Perché il team di esperti di allora: non aveva accesso alle zone di guerra, ha potuto o voluto esaminare solo bambini iscritti a un programma di prevenzione della malnutrizione (dunque bambini che avevano già problemi) e hanno scelto quelli come campione della popolazione. Si può solo intuire quanto sia poco rappresentativo un campione di persone che già soffrono di quel problema per misurare il livello di malnutrizione in tutta la popolazione. Ma in più, gli esperti dell’anno scorso non hanno nemmeno usato la misurazione classica per capire se un bambino era malnutrito o meno (il rapporto peso/altezza), bensì hanno preso la misura della circonferenza del braccio. Che è un parametro che tende a sovrastimare, anche raddoppiandolo, la stima del numero di malnutriti: l’ultimo rapporto di luglio lo dimostra, poiché calcolando il rapporto peso/altezza risulta che lo 0,5% dei bambini siano malnutriti, ma misurando la circonferenza del braccio risulta che sia denutrito l’1,3% dei bambini di Gaza, dunque più del doppio. E infine, visto che anche così non bastava: gli autori del rapporto IPC hanno dimezzato il parametro per stabilire l’inizio dello stato di carestia, invece del canonico 30% dei bambini malnutriti, lo hanno abbassato al 15%.
Questi non sono errori semplici. E probabilmente non sono neppure semplicemente errori. L’Onu ha torturato le statistiche finché queste non hanno dato la risposta desiderata: che a Gaza c’era una carestia provocata da Israele. Sulla base di questo “fatto”, si è aggravata l’accusa di genocidio nei confronti del governo Netanyahu. Il Segretario Generale dell’Onu, Antonio Guterres, con consueta teatralità, aveva tweettato: “Proprio quando sembra che non ci siano più parole per descrivere l’inferno in terra a Gaza, se ne è aggiunta una nuova: carestia”. Quanto odio per Israele e per gli ebrei hanno scatenato queste false certezze? Abbastanza da non rientrare più, nemmeno dopo questa smentita. Che comunque non fa notizia, come tutte le smentite.
(L'informale, 26 agosto 2026)
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Gaza, la forza internazionale resta senza soldati
Uganda pronta a inviare 1.200 uomini, il Burundi valuta l’adesione. Il contingente voluto dagli Stati Uniti resta però lontano dall’obiettivo di 20 mila militari
di Alessandro Carmi
La forza internazionale chiamata a garantire la sicurezza di Gaza dopo il disarmo di Hamas continua a esistere soprattutto sulla carta. Washington ha fissato l’obiettivo a 20 mila uomini, ha stanziato i primi fondi e indicato una catena di comando americana, mentre gli Stati disposti a mettere davvero soldati sul terreno rimangono pochi. L’ultima speranza arriva dall’Africa orientale, dove Uganda e Burundi stanno valutando un coinvolgimento diretto nella missione.
Ufficiali dei due Paesi hanno visitato Israele nei giorni scorsi per discutere modalità e condizioni del dispiegamento. Kampala è già molto più avanti. Il Parlamento ugandese ha autorizzato il 6 agosto l’invio delle proprie forze armate nella Striscia e il contingente previsto dovrebbe essere di circa 1.200 militari. Secondo funzionari citati dall’Associated Press, è già cominciata la selezione degli uomini destinati alla missione. Il Burundi, che ha partecipato ai colloqui con una delegazione di alti ufficiali, deve ancora assumere una decisione formale, anche se i segnali provenienti da Bujumbura indicano un interesse concreto.
Per l’amministrazione Trump ogni adesione conta. La International Stabilization Force, affidata al comando del maggior generale statunitense Jasper Jeffers, costituisce infatti uno dei pilastri del progetto americano per il dopoguerra. Dovrebbe sorvegliare il cessate il fuoco, garantire la sicurezza nelle aree progressivamente lasciate dalle forze israeliane, contribuire alla formazione della polizia palestinese e proteggere la distribuzione degli aiuti. Sullo sfondo rimane la condizione dalla quale dipende l’intero meccanismo, cioè il disarmo di Hamas.
Il problema è che tra i progetti diplomatici e gli uomini disponibili sul terreno resta una distanza enorme. Il Marocco ha promesso fino a 500 militari, mentre Kosovo, Kazakistan e Albania hanno offerto complessivamente una ottantina di uomini. L’Indonesia aveva annunciato la disponibilità a inviarne 8 mila, il contributo di gran lunga più consistente, salvo congelare il progetto dopo l’escalation militare con l’Iran. Anche contando l’apporto ugandese, il traguardo dei 20 mila resta dunque molto lontano.
Washington ha intanto cominciato a mettere denaro sul tavolo. Nei giorni scorsi gli Stati Uniti hanno destinato oltre 200 milioni di dollari alla futura forza, per infrastrutture, equipaggiamenti, attività operative e mezzi blindati. Il finanziamento dimostra quanto la Casa Bianca consideri decisiva la missione, senza risolvere però il nodo più delicato. Servono governi pronti ad assumersi un rischio politico e militare considerevole in un territorio nel quale ogni incidente potrebbe trasformarsi rapidamente in una crisi internazionale.
Uganda e Burundi possiedono, da questo punto di vista, un’esperienza che spiega l’interesse americano. Entrambi hanno partecipato a lungo a missioni africane di peacekeeping, soprattutto in Somalia, affrontando organizzazioni jihadiste e contesti nei quali il confine fra stabilizzazione e combattimento è spesso sottile. Per Kampala l’intervento a Gaza offrirebbe anche l’occasione di rafforzare il rapporto con Washington e di accrescere il proprio peso internazionale.
Resta da vedere quale Gaza troverebbero quei soldati. Israele lega il proprio ritiro al disarmo effettivo di Hamas, mentre la nuova amministrazione palestinese prevista dal piano americano dovrebbe assumere gradualmente il controllo delle zone evacuate dall’Idf. Finché questi passaggi resteranno incompiuti, la forza internazionale rischierà di trovarsi sospesa fra un mandato ambizioso e una realtà molto più pericolosa.
L’arrivo di 1.200 ugandesi e l’eventuale adesione del Burundi sarebbero quindi un segnale politico importante, ancora insufficiente a trasformare il progetto americano in una presenza credibile sul terreno. La partita decisiva comincia proprio qui. Il futuro della Striscia dipenderà anche dalla capacità di trovare Paesi disposti a fare a Gaza ciò che molti governi, almeno per ora, preferiscono limitarsi a sostenere da lontano.
(Setteottobre, 26 agosto 2026)
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Germania - «L’Islam politico vuole modificare le leggi in linea con la sharia»
Il giornalista Sascha Adamek riferisce sulla costante infiltrazione islamista nella società. Il rischio di attentati non è mai stato così alto da molto tempo a questa parte
di Ninve Ermagan
- Signor Adamek, la Germania è infiltrata dagli islamisti?
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Il giornalista Sascha Adamek
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Abbiamo un grave problema di infiltrazione. Lo afferma ormai apertamente anche il presidente dell’Ufficio federale per la protezione della Costituzione, Sinan Selen: gli islamisti, in particolare quelli vicini alla Fratellanza Musulmana, prendono di mira in modo mirato istituzioni e partiti. Ciò avviene attraverso le cosiddette «offerte di dialogo», con cui cercano di diffondere la loro concezione reazionaria dell’Islam e di indurre la politica e la società a mostrarsi il più tolleranti possibile nei suoi confronti. In sostanza, si tratta di modificare a lungo termine le leggi e i regolamenti tedeschi in linea con la sharia – ne è un esempio la richiesta di abolire il divieto di indossare il velo nel settore pubblico. In questo contesto, l’infiltrazione si rivolge in primo luogo alle comunità arabe e turche. Il messaggio degli islamisti è: «Loro appartengono a noi, non a voi». E purtroppo questo fenomeno sta prendendo piede. Gli studi in merito sono pochissimi, il che è già di per sé deplorevole. Tuttavia, un sondaggio condotto su 784 insegnanti ha rivelato, ad esempio, che il 56 per cento osserva un forte rifiuto da parte delle ragazze che indossano il velo nei confronti delle lezioni di nuoto e di educazione fisica, mentre il 52 per cento lo riscontra durante le gite scolastiche. È un dato preoccupante, soprattutto considerando che la maggioranza dei musulmani conduce una vita laica.
- Quanto è grande il pericolo in realtà? Stiamo parlando di qualcosa che si manifesta attraverso gli attentati – o di un fenomeno che si sviluppa più lentamente?
Entrambe le cose. Il rischio di attentati è più alto che mai. I dati più recenti del Procuratore generale federale, competente in materia di reati di terrorismo, mostrano che nel 2025 ci sono stati 114 procedimenti per estremismo estero, tra cui rientrano anche i reati di matrice islamista – contro i nove procedimenti per estremismo di destra e i due per estremismo di sinistra. Si vede chiaramente dove risiede il vero pericolo. Il pericolo molto più impercettibile è l’infiltrazione strisciante e pacifica da parte dei cosiddetti islamisti legalisti. È un processo talmente insidioso che spesso non ce ne accorgiamo nemmeno – oppure diventa visibile solo nei focolai delle società parallele.
- Ha un esempio?
Per quanto riguarda il marchio halal, ad esempio, cresce la pressione sui commercianti turchi e arabi affinché lo espongano. Per dirla in modo forte: a un certo punto, al chiosco del döner non ci sarà più birra.
- Lei sostiene che la politica di integrazione faccia parte della strategia dei Fratelli Musulmani. Come funziona concretamente?
Un documento strategico segreto individua due ambiti centrali: l’istruzione, per instillare determinati valori, e l’integrazione, per influenzare la società tedesca maggioritaria – partiti, istituzioni, autorità. È esattamente ciò che sta accadendo. Ne è un esempio il concetto di «razzismo anti-musulmano», sviluppato in larga misura da persone vicine alla rete ideologica dei Fratelli Musulmani. Una cosa è chiara: l’ostilità verso i musulmani esiste e va denunciata. Ma il concetto stesso è contraddittorio, perché la religione non descrive un’appartenenza etnica. Serve soprattutto a bollare come razzisti i critici dell’Islam reazionario. Con questo termine si fa politica: compare nella comunicazione del governo federale e dei Länder, e per questo vengono stanziati fondi alle ONG – secondo i miei calcoli circa 25 milioni di euro dal governo federale e dal Land di Berlino in dieci anni, in parte anche ad associazioni vicine all’Islam politico.
- Lei ha scoperto che a partire dal 2010 circa, sempre più associazioni sono gradualmente scomparse dai rapporti dell’Ufficio per la protezione della Costituzione di Berlino, senza che nulla fosse cambiato nella sostanza. Com’è possibile?
Per me questo dimostra soprattutto quanto sia efficace l’attività di lobbying in questo ambito: ci si avvicina in modo mirato a determinati protagonisti dell’amministrazione del Senato, si cerca di convincerli – «Non siamo poi così male, le nostre donne non indossano nemmeno il velo» – e alcuni finiscono per lasciarsi coinvolgere.
- In che senso?
Lo stesso Ufficio per la protezione della Costituzione ha resistito a lungo alle pressioni. Nel 2015 ci fu un grande polverone perché un imam con legami con questo ambiente ricevette un’onorificenza statale al merito. A seguito di ciò, a quanto pare persino il capo del protocollo della Cancelleria del Senato chiamò il capo dell’Ufficio per la protezione della Costituzione e gli chiese di cancellare l’associazione in questione dal rapporto. Questi rifiutò indignato. Alla fine, l’associazione stessa intentò una causa per essere rimossa dal rapporto. Il Tribunale amministrativo superiore ha stabilito che l’associazione può continuare a essere monitorata, ma può essere menzionata solo se vengono chiarite le sue funzioni nell’ambito dell’Islam politico. Ciò non era avvenuto. Anche tutte le altre associazioni facenti parte di quella rete sono scomparse dal rapporto dell’Ufficio per la protezione della Costituzione. La politica, evidentemente, non ha più alcun interesse per questo tema.
- In che modo la politica può contrastare le organizzazioni che minacciano il nostro ordine costituzionale liberale e democratico?
Innanzitutto, reintroducendo una dichiarazione di democrazia: chi non si dichiara chiaramente a favore dell’ordinamento liberale e democratico o ha legami con quell’ambiente, non riceve fondi. Tutti i finanziamenti alle ONG devono essere sottoposti a verifica: chi lavora davvero contro la misantropia continuerà a ricevere sostegno, chi veicola idee dell’Islam politico, no. Eliminerei completamente i programmi incentrati sul concetto di «razzismo anti-musulmano», poiché tale termine non è scientifico. Inoltre: l’Ufficio per la protezione della Costituzione deve disporre di competenze investigative in materia finanziaria per bloccare i finanziamenti dall’estero, ad esempio dalla Turchia o dal Qatar. Bloccando questi fondi, si frena anche l’Islam reazionario.
(Jüdische Allgemeine, 26 agosto 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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La “Altalena”, ritrovata, ci ricorda ciò di cui avevamo paura – e ciò che ancora oggi ci spaventa
Il corrispondente di Israel-Heute parla del ritrovamento di “Altalena”, della controversia politica sulla storica imbarcazione e di una paura che accompagna Israele dal 1948: quella di una violenta divisione interna.
di Itamar Eichner
78 anni dopo il suo affondamento al largo della costa di Tel Aviv, ieri la nave «Altalena» è stata localizzata nel Mediterraneo a oltre 500 metri di profondità.
Normalmente, una simile scoperta archeologico-storica avrebbe dovuto suscitare un senso comune di entusiasmo. Questa volta, però, ha riacceso una domanda che accompagna Israele dal giugno 1948: quanto è vicino questo Paese, in ogni generazione, a una violenta divisione interna?
• Che cos’era l’«Altalena»?
Nel giugno 1948, poche settimane dopo la dichiarazione d’indipendenza, una nave carica di armi chiamata «Altalena» raggiunse le coste di Israele. Era stata noleggiata dall’Irgun sotto il comando di Menachem Begin. Il giovane esercito, che nel nuovo Stato sovrano avrebbe dovuto essere l’unica autorità competente in materia di armi, considerò questo evento una minaccia. David Ben-Gurion ordinò di aprire il fuoco contro la nave al largo della costa di Tel Aviv. Ci furono delle vittime: ebrei contro ebrei, a pochi giorni dalla fondazione di uno Stato ebraico indipendente.
Begin, che si rifiutò di dare l’ordine di rispondere al fuoco, trasformò quel momento in un simbolo: decise di non trascinare il giovane Stato in una guerra civile – pagando un prezzo elevato sia sul piano personale che su quello politico.
Da allora, «Altalena» è diventata una parola in codice nel discorso israeliano. Quando qualcuno vuole mettere in guardia da una vera e propria divisione interna – non da una semplice disputa politica, ma da qualcosa che potrebbe sfociare in violenza tra cittadini –, dice: «È come Altalena». Così è stato durante le proteste contro il ritiro dalla Striscia di Gaza nel 2005, e così è emerso nuovamente, con grande forza, durante le proteste contro la riforma giudiziaria del 2023, quando ufficiali e cittadini hanno parlato apertamente della loro paura di una guerra civile.
• La nave è stata ritrovata – e con essa è riaffiorata la politica
Ieri il ministro della Sicurezza nazionale, Itamar Ben Gvir, e il ministro del Patrimonio culturale, Amichai Eliyahu, in una dichiarazione drammatica diffusa dall’ufficio stampa del partito Otzma Yehudit e non dall’ufficio del primo ministro, hanno annunciato che la nave era stata localizzata nella sua interezza.
Ben Gvir si è affrettato a pubblicare un video in cui si attribuiva il merito della scoperta della nave: «Abbiamo trovato l’Altalena… Proprio il fatto che l’Altalena sia stata ritrovata in questo momento contiene un certo messaggio. Possono esserci divergenze di opinione, possono esserci punti di vista diversi, ma non deve esserci una guerra civile».
Ben Gvir ed Eliyahu si erano semplicemente dimenticati di informare il primo ministro Benjamin Netanyahu del ritrovamento della nave – il che è sembrato un tentativo evidente di sottrarre a Netanyahu il merito e di appropriarsi della storia dell’Altalena a favore del partito Otzma Yehudit.
Netanyahu è apparso sorpreso e sconvolto dal fatto che Ben Gvir gli avesse «rubato» il merito. Durante la conferenza stampa convocata nel pomeriggio al Museo dell’Irgun, ha evitato di farsi fotografare insieme a Ben Gvir e ha rilasciato una dichiarazione registrata separatamente all’esterno della sala. Da parte sua, Ben Gvir non ha lasciato la questione senza risposta e dal palco ha lanciato una frecciatina riferendosi al boicottaggio subito all’epoca da Begin – un’allusione che non è stata difficile da decifrare per il pubblico.
L’opinione pubblica ha potuto constatare in diretta quanto Israele sia diviso e lacerato – non solo tra destra e sinistra, ma anche all’interno degli stessi blocchi politici.
Storici e ricercatori che si occupano da decenni dell’argomento, tra cui il giornalista Shlomo Nakdimon, hanno nel frattempo avvertito che molto probabilmente si tratta solo di resti e non di una nave «nella sua interezza», come era stato inizialmente descritto.
• Dove è stata trovata esattamente la nave?
Secondo quanto riportato, i resti della nave sono stati localizzati a circa 20 chilometri al largo della costa di Tel Aviv-Herzliya, a una profondità di circa 503 metri. Non si tratta della «scoperta» della nave completa, come inizialmente descritto, ma principalmente di resti. Una parte della nave affondò sul posto nel 1948, mentre altre parti furono smantellate e bruciate già all’epoca, per cui al momento si sta ancora chiarendo cosa sia stato trovato esattamente.
Netanyahu ha immediatamente dichiarato di essere determinato a recuperare la nave nella sua interezza. Gli esperti di operazioni subacquee sostengono tuttavia che ciò sia irrealistico e che non sarà possibile recuperare l’intera nave. Al massimo, si potrebbe segare via una piccola parte e trasformarla in un monumento. Se si tentasse di recuperare i resti della nave, è probabile che questi si frantumino o si disgreghino a causa della corrosione e dei danni causati dal lungo lasso di tempo trascorso.
• La paura che si tramanda di generazione in generazione
In un articolo pubblicato sul «Yedioth Ahronoth» dopo il ritrovamento, l’esperto giornalista Nahum Barnea descrive come la paura di una guerra civile non sia rimasta limitata alla generazione che aveva vissuto in prima persona l’Altalena, ma sia stata tramandata come eredità trasversale alle generazioni – anche ai figli e ai nipoti sia dei membri dell’Irgun che di quelli del Palmach e dell’IDF.
Barnea sottolinea che questa paura non è limitata a un unico schieramento politico: riemerge ogni volta che si approfondiscono le divisioni all’interno della società israeliana – tra religiosi e laici, tra Mizrahim e Ashkenazim, tra destra e sinistra – e non necessariamente in relazione alla controversia concreta sul bombardamento della nave.
Sia le proteste contro il ritiro dalla Striscia di Gaza del 2005 sia quelle contro la riforma giudiziaria del 2023 hanno fatto riemergere lo stesso linguaggio della paura di una divisione violenta, sebbene le circostanze politiche fossero completamente diverse da quelle del 1948.
• L’ironia che è difficile non notare
In ciò risiede un’ironia che fa più male di quanto non faccia ridere: la nave che più di ogni altra cosa simboleggiava la decisione di Begin di non lasciare che uno scontro violento tra ebrei degenerasse, è diventata nel giro di poche ore teatro di una lotta politica per il riconoscimento – proprio tra gli eredi ideologici di quel momento storico.
Invece di un momento di unità nazionale attorno a un’eredità comune, abbiamo assistito a un ulteriore capitolo del conflitto in corso tra Netanyahu e Ben Gvir – due politici che, alla vigilia delle elezioni, si contendono l’identità della destra israeliana.
Per chi segue Israele da lontano, questa vicenda merita attenzione non solo come aneddoto. Essa illustra qualcosa di più profondo riguardo alla società israeliana del 2026: la paura di una guerra civile non è scomparsa dal 1948 – assume semplicemente nuove forme.
Allora si trattava di una nave da guerra al largo delle coste. Oggi può essere una disputa sulla riforma della giustizia, sulla coscrizione degli ultraortodossi o semplicemente, come è successo questa settimana, una disputa partitica su chi possa rivendicare il merito della storia comune.
Il simbolo è simile, ma la domanda che solleva rimane aperta: lo Stato di Israele ha imparato la lezione dell’Altalena – o la impara di nuovo in ogni generazione?
(Israel Heute, 25 agosto 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Gaza, Amnesty scopre gli ostaggi palestinesi di Hamas
Esecuzioni extragiudiziali, arresti arbitrari, interrogatori e violenze contro i palestinesi accusati di tradimento. Anche le Nazioni Unite documentano la repressione nella Striscia
di Andrea Morigi
Finalmente Amnesty se n’è accorta: gli abitanti di Gaza sono ostaggio di Hamas. Quando non ne diventano complici, ne subiscono la persecuzione sistematica, fino all’effusione del sangue. Per trovare il coraggio di ammetterlo, in un lungo comunicato di venerdì 21 agosto, l’ong crede opportuno ripetere all’infinito il ritornello del “genocidio israeliano”, salvo poi raccontare una storia del tutto diversa: gli assassini di Hamas compiono uccisioni illegittime, sono responsabili di arresti arbitrari, commettono gravi violazioni dei diritti umani e puniscono collettivamente intere famiglie.
Non sarebbe nemmeno necessario riferirne, dato che su Telegram l’organizzazione terrorista islamica ha annunciato l’avvio di una campagna di sicurezza su vasta scala, iniziata il 1° luglio 2026 con l’eliminazione di un uomo, esponendo la sua famiglia al rischio di vendette. In realtà, dal 7 ottobre 2023, riporta la stessa Amnesty International, è in corso una caccia all’uomo da parte di strutture parallele, che compiono incursioni in abitazioni private, sottopongono i sospetti “traditori” a interrogatorio, li minacciano e, al termine di una sommaria istruttoria, li fanno fuori. Ovviamente la colpa viene fatta ricadere su Israele, per aver provocato il collasso del sistema giudiziario nella Striscia. Come se l’emergenza imponesse la barbarie e la sospensione del diritto.
Un triste pretesto per mettere al muro coloro che non hanno collaborato e si sono sottratti alle richieste di ospitare lanciamissili in cortile, di trasformare la propria cantina in un arsenale, di scavare tunnel nel pavimento della cameretta dei figli e di tenere prigionieri ebrei nel sottoscala, come è emerso in seguito dalle ricognizioni dell’Idf nei luoghi nei quali i terroristi si servivano di scudi umani.
Da quelle parti il rifiuto di diventare obiettivi di una legittima azione militare di Tsahal costituirebbe quindi una colpa da punire con la pena capitale. Una circostanza che rende sempre più evidente la necessità di liberare il territorio – ma prima ancora la popolazione – dalla presenza di coloro che Francesca Albanese ritiene rappresentanti politici dei palestinesi, se non addirittura loro benefattori. A smentirla è la stessa Onu di cui è relatrice speciale per la cosiddetta Palestina.
Un rapporto dell’8 maggio 2026 a cura della Commissione internazionale indipendente d’inchiesta delle Nazioni Unite sul territorio palestinese occupato (Gerusalemme Est compresa) segnala 249 casi di esecuzioni extragiudiziali e gravi violenze fisiche fra agosto 2024 e gennaio 2026, che hanno provocato 108 morti. Martiri sì, ma contro la loro volontà, per mano di chi sacrifica la vita degli altri, non la propria.
(Setteottobre, 25 agosto 2026)
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Tardivo “ravvedimento operoso” di Israele sul Qatar. Serve una commissione d’inchiesta
Israele non è stato ingannato dal Qatar. Ha scelto deliberatamente questa politica. Chi lo ha deciso? Per quali motivi? Ecco perché serve una commissione d'inchiesta.
di Yoel Gozansky
Sono trascorsi quasi tre anni dal 7 ottobre, e solo ora lo Stato di Israele ha scoperto che forse c’è qualcosa di inopportuno nella vendita di sistemi di difesa al Qatar. La scorsa settimana, Channel 12 ha riportato che Israele ha deciso di sospendere in modo generalizzato le esportazioni di materiale militare verso il principato, compresa l’esecuzione dei contratti firmati in passato. Secondo quanto riportato, gli ambienti della sicurezza descrivono il Qatar come uno «Stato ostile» che opera contro Israele.
La grande domanda è: com’è possibile che una decisione del genere venga presa solo ora? I legami del Qatar con Hamas non sono certo una novità per i servizi segreti. Da anni Doha ospita la leadership dell’organizzazione, le offre una tribuna attraverso la rete Al-Jazeera di sua proprietà e le ha fornito generosi finanziamenti nel corso degli anni. Il Qatar ha trasformato il legame con Hamas in uno strumento per accrescere la propria influenza regionale e internazionale, mentre Israele gli ha permesso di farlo prima della guerra e durante la stessa.
Il Qatar ha certamente promosso i propri interessi, ma la responsabilità del fallimento è israeliana. Per anni i governi israeliani non solo hanno tollerato il coinvolgimento del Qatar a Gaza, ma lo hanno anche incoraggiato. I trasferimenti di denaro sono stati istituzionalizzati, approvati dall’apparato di sicurezza e l’accordo è sopravvissuto a diversi governi e cicli di combattimenti – fino alla mattina del 7 ottobre 2023. Israele ha persino convinto il Qatar a continuare a finanziare la Striscia, e alti funzionari israeliani si sono recati a Doha esortando i qatarioti a proseguire gli aiuti.
Israele non è stato ingannato dal Qatar. Ha scelto questa politica.
Il 7 ottobre avrebbe dovuto segnare la fine immediata di questa politica, ma nemmeno il massacro è bastato. Questi legami non sono una novità: anche dopo la guerra, anche dopo il massacro, i rapporti politici, commerciali e di sicurezza sono apparentemente proseguiti dietro le quinte, comprese le esportazioni di equipaggiamento militare israeliano verso il Qatar.
Si può capire perché Israele abbia bisogno di un canale di comunicazione con Doha. Il Qatar è un importante alleato degli Stati Uniti, ospita forze americane e possiede la capacità di mediare con Hamas. Pertanto, una politica seria nei suoi confronti non può limitarsi a slogan su uno «Stato nemico».
Ma c’è una differenza tra dialogare con un avversario e rafforzarlo; tra avvalersi di un mediatore e vendergli capacità di sicurezza.
La decisione di sospendere le esportazioni di materiale militare è giusta. Proprio per questo è un segno di debolezza da parte del governo e dell’apparato che l’hanno adottata con tanto ritardo. Prima che il governo presenti il divieto come prova della propria determinazione, deve rispondere ad alcune semplici domande: chi ha autorizzato le transazioni, chi ha deciso di continuare a portarle a termine dopo il 7 ottobre, cosa è stato venduto esattamente – e, soprattutto, cosa è emerso ora che non era noto l’8 ottobre 2023?
Il Qatar non ha mai nascosto di giocare su più fronti. È il suo modus operandi. Chi ha insistito per anni a vivere nella menzogna è stato Israele. Pertanto, il blocco delle esportazioni di materiale militare verso il Qatar non è un successo politico. È una correzione tardiva di un’assurdità che avrebbe dovuto concludersi la mattina dopo il 7 ottobre. Se ci sono voluti quasi tre anni per attuare anche solo questa correzione ovvia, non c’è motivo di festeggiare. C’è invece un motivo in più per istituire una commissione d’inchiesta.
--- Yoel Gozansky è un esperto dei Paesi del Golfo e ricercatore senior presso l’Istituto per gli studi sulla sicurezza nazionale (INSS) dell’Università di Tel Aviv. Ha prestato servizio presso il Consiglio di sicurezza nazionale ed è ricercatore senior (non residente) presso l’Istituto per gli studi sul Medio Oriente a Washington, negli Stati Uniti.
(Rights Reporter, 25 agosto 2026)
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Tanti israeliani all’estero nascondono la propria nazionalità
Dall’Italia agli Stati Uniti, negli ultimi mesi diversi turisti israeliani hanno affrontato proteste, intimidazioni e minacce. Se il caso più violento si è registrato in Thailandia – due donne israeliane sono state picchiate da un cittadino francese – quello più eclatante arriva dalla Grecia, dove di recente la comunità ebraica locale ha lanciato l’allarme per «una serie di gravi episodi» contro persone identificate come israeliane. Una situazione tanto tesa da spingere la ministra del Turismo Olga Kefalogianni a intervenire pubblicamente: «La Grecia garantisce la sicurezza di tutti i visitatori». Il caso greco è il riflesso di un’inquietudine più ampia, confermata da un recente sondaggio: per molti israeliani mostrare la propria identità quando viaggiano all’estero è diventato motivo di crescente preoccupazione. Secondo un’indagine condotta tra luglio e agosto dal Center for Jewish Impact di Tel Aviv, oltre la metà degli israeliani teme di dichiarare la propria nazionalità quando si trova all’estero. Dal 7 ottobre 2023, il 52% degli intervistati afferma di provare almeno qualche esitazione nel presentarsi come israeliano durante un viaggio, mentre il 41% ha modificato concretamente le proprie abitudini: cambiando destinazione, cancellando partenze già programmate o rinunciando a determinate attività. Timori che, spiegano gli autori della ricerca, si inseriscono in un quadro segnato dall’aumento dell’antisemitismo, da una diffusa ostilità anti-israeliana e dal deterioramento dei rapporti tra Israele e diversi Paesi.
• La diplomazia pubblica bocciata
Il sondaggio, dedicato anche alla coesione sociale, alle tensioni religiose e ai rapporti con la diaspora, restituisce un giudizio particolarmente severo sulla capacità di Israele di raccontare le proprie ragioni all’estero. Se il 64% considera solida la relazione strategica con gli Stati Uniti, appena il 23% ritiene efficace la comunicazione del Paese verso l’opinione pubblica internazionale. Nel complesso, il 70% boccia la diplomazia pubblica israeliana. Il pessimismo, tuttavia, non si traduce nella convinzione che il danno sia irreversibile. Per il 33% degli intervistati, il passo più importante sarebbe costruire una strategia di comunicazione di lungo periodo; il 25% indica invece la necessità di cambiare alcune scelte politiche del governo. Solo il 14% ritiene ormai molto difficile recuperare la posizione internazionale di Israele.
• I numeri del ministero degli Esteri
A indicare che non si tratta soltanto di percezioni sono anche i dati del ministero degli Esteri israeliano. Tra luglio 2025 e luglio 2026, 45 cittadini israeliani vittime di episodi antisemiti all’estero hanno chiesto l’intervento del Dipartimento per gli Israeliani in Difficoltà: un fenomeno che, sottolineano dal ministero, negli anni precedenti era quasi inesistente. Le segnalazioni riguardano aggressioni fisiche, risse, sputi, insulti, rifiuti di servizio ed espulsioni da hotel, caffè e ristoranti. «Nell’ultimo anno ci siamo trovati di fronte a una problematica di portata mai vista prima: israeliani che ci contattano dopo aver subito episodi antisemiti durante i loro soggiorni all’estero», ha spiegato a Ynet Eli Yifrah, vicedirettore generale per gli Affari consolari. In diversi Paesi «sono stati segnalati casi in cui gli israeliani sono stati identificati a causa della loro identità o di caratteristiche israeliane visibili e sono stati presi di mira con molestie, minacce e persino aggressioni fisiche». Tra gli Stati da cui è arrivato il maggior numero di richieste di assistenza figurano Emirati Arabi Uniti (615), Thailandia (347), Grecia (206), Stati Uniti (202), Italia (181) e Georgia (166).
(Pagine Ebraiche, 25 agosto 2026)
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Siria: incontro di alto livello con Israele per “ridurre le tensioni”
Dopo i recenti attacchi israeliani in Siria, Gerusalemme e Damasco si sono incontrati in Giordania con la mediazione americana con lo scopo di allentare la tensione
di Sarah G. Frankl
GERUSALEMME – Delegazioni siriane e israeliane di alto livello si sono incontrate in Giordania grazie alla mediazione degli Stati Uniti per raggiungere una “riduzione delle tensioni” a seguito dei recenti attacchi israeliani sul territorio siriano. Lo ha riferito una fonte del Ministero degli esteri siriano.
La delegazione siriana era guidata dal ministro degli Esteri Asaad al-Shaibani e comprendeva i capi della Direzione generale dei servizi segreti e dell’intelligence militare, ha precisato la fonte del ministero degli Esteri.
L’incontro si è tenuto a seguito dei «recenti bombardamenti israeliani sul territorio siriano e delle crescenti tensioni nel sud della Siria» e nell’ambito degli sforzi volti a «sostenere la stabilità in Siria e nella regione», ha osservato la fonte.
Le discussioni si sono concentrate sulla definizione di «meccanismi concreti per porre fine agli attacchi, agli arresti e alle operazioni mirate da parte di Israele» e sul rilancio dei negoziati volti a raggiungere un accordo di sicurezza che possa costituire la base per «un accordo futuro più completo».
La delegazione siriana ha sottolineato che la Siria è «uno Stato sovrano» con «il pieno diritto di ricostruire e sviluppare il proprio esercito nazionale e di determinare le proprie alleanze e partnership in conformità con i propri interessi nazionali».
Damasco «non accetterà alcun accordo o meccanismo che limiti tali diritti sovrani», ha aggiunto la fonte.
• Lo status delle Alture del Golan
La Siria ha inoltre ribadito la propria posizione secondo cui «il Golan occupato è territorio siriano», sottolineando che la discussione sul suo status definitivo e sul processo che vi porterà rimane «prematura nella fase attuale».
«La priorità immediata è il ritiro delle forze israeliane alle linee detenute prima dell’8 dicembre 2024, nonché la riattivazione e la piena attuazione dell’Accordo di disimpegno del 1974», ha affermato la fonte.
I colloqui hanno inoltre affrontato l’importanza di «sostenere la stabilità della Siria e preservare la sicurezza regionale», compresi gli sforzi volti a «avvicinare le posizioni della Turchia e di Israele e garantire che le tensioni tra i due paesi non si estendano al territorio siriano».
L’incontro si è concentrato sull’adozione di «misure concrete volte all’allentamento delle tensioni», discutendo al contempo le modalità per riprendere i negoziati, con la Siria che ha sottolineato come «qualsiasi accordo in materia di sicurezza debba rispettare la sua sovranità, integrità territoriale e diritti sovrani»
(Rights Reporter, 24 agosto 2026)
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CAIR, la lobby anti-Israele e pro-Hamas che sta conquistando l’America
di Nathan Greppi
Ha fatto discutere la recente vittoria, alle primarie democratiche in Michigan per un seggio in Senato in vista delle elezioni di midterm, del candidato Abdul El-Sayed, noto per le sue posizioni anti-Israele. Dopo l’attentato a marzo contro una sinagoga a West Bloomfield, in Michigan, pur condannando il fatto ne ha attribuito la responsabilità all’intervento militare israeliano in Libano.
Tuttavia, si è parlato molto meno del ruolo svolto dal Council on American-Islamic Relations (CAIR), una delle più importanti organizzazioni musulmane negli Stati Uniti. Questa annovera tra i suoi dirigenti in Michigan Tayeb Jukaku, il suocero di El-Sayed.
• Cos’è il CAIR
Fondato nel 1994, il CAIR si presenta come un’organizzazione nata per combattere sul piano legale le discriminazioni nei confronti dei musulmani negli Stati Uniti, con iniziative volte a educare l’opinione pubblica sull’Islam e combattere l’islamofobia. Secondo una mappa che si può trovare sul loro sito, nel momento in cui scriviamo contano 32 sezioni sparse tra diversi Stati americani.
Nel corso della guerra tra Israele e Hamas, le loro attività sono finite sempre di più sotto i riflettori, principalmente per il coinvolgimento nelle manifestazioni contro Israele, tanto da mettere in atto delle campagne per difendere il “diritto di parola” degli studenti pro-Palestina nei campus universitari, nonché per il loro sostegno anche economico ai candidati vicini alle loro istanze.
• Influenza politica
Nel novembre 2025, in occasione delle elezioni di New York, l’attivista palestinese-americana Linda Sarsour ha sostenuto che il CAIR fosse stato il principale finanziatore della campagna elettorale dell’attuale sindaco Zohran Mamdani. Mentre in Michigan, El-Sayed avrebbe ricevuto ingenti donazioni da parte di comitati legati al CAIR (oltre 115.000 dollari secondo Fox News, 175.000 secondo il Washington Free Beacon).
CAIR Action, il braccio politico del CAIR, non ha sostenuto né i repubblicani né i democratici durante le elezioni presidenziali del 2024, in quanto riteneva sia Donald Trump che Kamala Harris troppo vicini a Israele. Invece, ha invitato a votare Jill Stein, candidata presidente del Partito Verde e nota per le sue posizioni antisioniste. Stando all’organizzazione, la Stein sarebbe stata votata dal 53% degli elettori musulmani, contro una media nazionale inferiore allo 0,6%.
• Legami con Hamas
Secondo il Jerusalem Post, tra i co-fondatori del CAIR figurano Omar Ahmad, Nihad Awad e Rafiq Jaber. Ahmad, che ne ha presieduto il consiglio direttivo dalla fondazione fino al 2005, è stato indagato dall’FBI per aver organizzato nel 1993 una conferenza a Philadelphia a sostegno di Hamas.
Alla conferenza avevano partecipato esponenti di organizzazioni dichiaratamente filo-Hamas, come la Holy Land Foundation for Relief and Development (HLF) e l’Islamic Association of Palestine (IAP). Jaber e Awad hanno lavorato anche per l’IAP, ricoprendo rispettivamente i ruoli di presidente e responsabile delle pubbliche relazioni.
Da presidente dell’IAP, Jaber si è rifiutato di condannare pubblicamente gli attentati suicidi, affermando: “Non credo che siamo nella posizione (per) giudicare le persone per ciò che fanno o non fanno. Perché quello che sta sul campo è diverso da quello seduto su una sedia come me qui”.
L’HLF è designata come organizzazione terroristica da parte degli Stati Uniti dal 2001, e nel 2008 cinque suoi membri sono stati condannati per aver inviato oltre 10 milioni di dollari a Hamas. Inoltre, assieme all’IAP è stata giudicata colpevole per aver fornito supporto all’organizzazione terroristica in occasione dell’omicidio di David Boim, uno studente americano di 17 anni che il 13 maggio 1996 è stato assassinato ad una fermata degli autobus vicino a Gerusalemme da membri di Hamas, a colpi d’arma da fuoco.
Boim è stato uno dei primi cittadini americani a morire per mano di Hamas. I suoi genitori, Stanley e Joyce Boim, hanno intentato una causa legale durata anni contro le organizzazioni no profit americane che avevano fornito supporto materiale ai terroristi, e nel 2004 l’HLF e l’IAP sono state condannate a pagare un risarcimento di 156 milioni di dollari. Tuttavia, il risarcimento non è stato mai pagato, perché nel frattempo le due organizzazioni si erano già sciolte.
Nel 2025 il CAIR è stato designato come organizzazioni terroristica dagli Stati del Texas e della Florida. Più di recente, l’Oklahoma ha avviato delle indagini per valutare se le loro attività rappresentano una minaccia per la sicurezza. Mentre all’estero, già nel 2014 gli Emirati Arabi Uniti hanno classificato il CAIR come gruppo terroristico a causa dei suoi legami con i Fratelli Musulmani.
• Fatti recenti
Dopo il 7 ottobre 2023, Awad ha elogiato i massacri commessi da Hamas: il 24 novembre di quell’anno, ospite di un convegno a Chicago dell’associazione Americans for Muslims for Palestine (AMP), ha dichiarato che il 7 ottobre “ero felice di vedere la gente rompere l’assedio e gettare le catene della propria terra”. Ha aggiunto che “il popolo di Gaza ha il diritto all’autodifesa” mentre “Israele, in quanto potenza occupante, non ha diritto all’autodifesa”, e che “Gaza è diventata la fonte della liberazione, un’ispirazione per la gente”.
I dirigenti locali non sono meno estremi di quelli nazionali: il vicepresidente del direttivo della sezione CAIR di New York, Ibrahim Mossalam, ha twittato che le azioni di Hamas del 7 ottobre erano atti di “resistenza di uomini coraggiosi che hanno subito decenni di occupazione”. Per questo, nel novembre 2023 è stato sospeso dalla compagnia aerea United Airlines, dove lavorava come pilota.
Il direttore esecutivo della sezione CAIR di Los Angeles, Hussam Ayloush, dopo il 7 ottobre ha sostenuto che il diritto di difendersi d’Israele fosse un “mito”, e che invece “Israele dovrebbe essere attaccato”. Prima ancora, nel 2015, dopo che due jihadisti hanno fatto una strage a San Bernardino, in California, ha detto che l’Occidente era “in parte responsabile” per l’aumento del terrorismo islamico. Ma nonostante queste dichiarazioni, dopo le elezioni del 2024 Ayloush è stato accolto in Campidoglio con altri esponenti del CAIR dal deputato democratico californiano Derek Tran.
Episodi controversi si erano già verificati anche prima del 7 ottobre: Zahra Billoo, che dirige la sezione CAIR dell’area di San Francisco, è finita al centro dell’attenzione nel dicembre 2021, dopo che alla conferenza annuale dell’AMP ha affermato che oltre ai fascisti di estrema destra, ad essere responsabili per la diffusione dell’islamofobia fossero i “sionisti cortesi”, facendo rientrare in questa categoria le federazioni ebraiche americane, i centri Hillel, l’ADL e quelle che lei chiamava “sinagoghe sioniste”, aggiungendo che tutte queste istituzioni “non sono vostri amici”.
• Attacchi contro gli ebrei
Ufficialmente, il CAIR ha denunciato l’antisemitismo; solo questa estate, sono usciti tre comunicati ufficiali da parte delle loro sezioni locali per condannare atti di vandalismo contro una sinagoga a Pasadena, in California, e la distribuzione di volantini antisemiti nelle località di Southfield e Berkley, in Michigan, nonché per accogliere con favore l’arresto di un uomo responsabile di minacce online contro la comunità ebraica nell’area di Pittsburgh.
Tuttavia, a dispetto di questa linea ufficiale, il CAIR ha preso le difese della Billoo dopo i suoi attacchi contro le istituzioni ebraiche americane, sostenendo che il suo discorso era stato riportato male. Hanno aggiunto che “continueremo a schierarci orgogliosamente con Zahra e tutti i leader musulmani americani che subiscono calunnie e minacce perché osano esprimere un’opinione sui diritti umani dei palestinesi”.
In un tweet del 26 settembre 2022, Nihad Awad ha elogiato l’imam egiziano-qatariota e leader spirituale dei Fratelli Musulmani Yusuf al-Qaradawi, deceduto quel giorno, definendolo “il più influente studioso musulmano contemporaneo”.
al-Qaradawi ha difeso gli attentati suicidi della Seconda Intifada, da lui definiti “operazioni di martirio”. E nel gennaio 2009, ospite su Al Jazeera, ha dichiarato: “Nel corso della storia, Dio ha mandato loro (agli ebrei) delle persone che li punissero per la loro corruzione. L’ultima punizione fu quella di Hitler. Quello che ha fatto loro — anche se esagerano la questione — è riuscito a mettere un limite a ciò che stavano facendo. Questa fu una punizione divina nei loro confronti. La prossima volta, se Dio vuole, sarà fatto per mano dei giusti credenti”.
In almeno un caso, un ex-dipendente del CAIR è stato arrestato per crimini d’odio: è successo a Noora Shalash, dopo che nel febbraio 2025 ha aggredito un ebreo ortodosso in un edificio a Manhattan, dicendogli frasi come “Fanculo gli ebrei” e “Voglio che l’ISIS vi ammazzi tutti!”.
Alcuni esponenti dell’organizzazione sono arrivati a dire che gli israeliani non sarebbero veri ebrei. Il 14 novembre 2023 Abdullah Jaber, all’epoca direttore esecutivo della sezione CAIR della Florida, ha detto in una manifestazione nella città di Tallahassee: “Prima che qualcuno dica ‘antisemita’ […] Israele non è un seguace di Abramo, Mosé e Gesù”.
• Vecchie e nuove lobby
Alcuni osservatori hanno visto nella vittoria di El-Sayed una vittoria delle attività di lobbismo del CAIR contro quelle di lobby filoisraeliane tradizionali come l’AIPAC. Tuttavia, mentre l’AIPAC agisce attraverso canali ufficiali e regolamentati dalle leggi americane, non sempre si può dire lo stesso dei suoi avversari.
Nel dicembre del 2025, un’inchiesta del Washington Free Beacon ha spiegato che CAIR Action avrebbe agito “senza le licenze, le registrazioni o l’autorità legale necessarie in nessuno dei 22 stati in cui raccoglie fondi o svolge attività politiche”, aggirando le leggi statali e federali per appoggiare i candidati e le loro campagne elettorali in maniera illegale.
(Bet Magazine Mosaico, 24 agosto 2026)
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Iran a caccia di spie tra gli haredi
Lo Shabak coinvolge rabbini, giornalisti e amministratori per fermare i reclutamenti di Teheran nella comunità ultraortodossa
di Rosa Davanzo
Lo Shabak [o Shin Bet, servizio di sicurezza interna] ha avviato una campagna specifica nella comunità haredi per contrastare i tentativi dell’intelligence iraniana di reclutare cittadini israeliani. Agenti del servizio di sicurezza hanno incontrato rabbini, giornalisti, amministratori locali e personalità influenti del mondo ultraortodosso, chiedendo loro di diffondere un avvertimento molto concreto: dietro una proposta di lavoro, una richiesta di fotografie o un contatto apparentemente innocuo sui social può nascondersi un reclutatore al servizio di Teheran.
L’iniziativa nasce dalla constatazione che anche il mondo haredi è entrato nel mirino iraniano. Secondo informazioni emerse negli ultimi mesi, almeno nove membri della comunità ultraortodossa sarebbero stati coinvolti in casi di presunto spionaggio per l’Iran, all’interno di un fenomeno più ampio che ha portato all’incriminazione di decine di persone in Israele.
Per raggiungere un settore della popolazione che possiede propri giornali, radio e reti di autorità religiose, lo Shabak ha scelto strumenti diversi dalle consuete campagne istituzionali. Il quotidiano YatedNe’eman, vicino a Degel HaTorah, ha dedicato spazio ai tentativi di reclutamento; il settimanale Rega ha portato l’argomento in copertina, mentre il giornalista Israel Cohen ne ha parlato alla radio Kol Barama e sui social. Contatti sono stati avviati anche con rabbini e responsabili delle amministrazioni locali.
Tra gli interventi più espliciti c’è quello del rabbino Yigal Cohen, membro del Consiglio del Gran Rabbinato e figura conosciuta nel mondo sefardita haredi. «Gli iraniani cercano spie», ha avvertito, spiegando che possono chiedere di fotografare luoghi o trasferire armi. Il suo appello ha spostato deliberatamente il problema anche sul terreno religioso, definendo il tradimento del proprio popolo una gravissima profanazione del nome di Dio.
Il metodo utilizzato da Teheran aiuta a capire l’allarme. Da anni lo Shabak documenta operazioni nelle quali agenti iraniani avvicinano israeliani attraverso Telegram, WhatsApp, Facebook, Instagram e altre piattaforme, spesso utilizzando falsi profili o annunci di lavoro. Il primo incarico può sembrare insignificante e prevedere una piccola ricompensa. Una fotografia, la consegna di un pacco, informazioni su un indirizzo. Una volta stabilito il rapporto, le richieste possono diventare progressivamente più sensibili.
In un caso reso pubblico a luglio, un cittadino tagiko con passaporto russo è stato arrestato con l’accusa di avere lavorato per un agente iraniano. Secondo gli investigatori aveva fotografato il porto di Haifa, trasmesso le coordinate delle torri Azrieli, documentato luoghi colpiti dai missili iraniani e tentato di fotografare un sito sensibile nel nord del Paese. Il contatto, hanno precisato le autorità, era cominciato con un’offerta di lavoro apparentemente innocua.
Lo schema è ormai ricorrente. Nel febbraio scorso lo Shabak e la polizia hanno arrestato due giovani israeliani dell’area di Gerusalemme accusati di avere ricevuto denaro attraverso portafogli digitali in cambio di attività per conto dell’intelligence iraniana. Nello stesso mese il servizio di sicurezza ha inoltre riferito di centinaia di tentativi, compiuti nell’arco di un anno, di violare gli account e i telefoni di funzionari pubblici, esponenti della sicurezza, giornalisti, accademici e altri cittadini israeliani.
Il caso haredi presenta tuttavia una difficoltà particolare. Secondo Yedidya Lau, consulente del Centro per il governo locale che ha partecipato agli incontri con lo Shabak, alcuni settori della comunità risultano meno esposti alle informazioni sulle tecniche utilizzate dagli iraniani e possono quindi sottovalutare richieste che sembrano innocue. È precisamente su questa vulnerabilità che punta la campagna.
Lo Shabak evita di fornire dettagli operativi e si limita a confermare di svolgere attività di sensibilizzazione nei diversi settori della società israeliana. Il messaggio rivolto agli haredi è però inequivocabile. La guerra d’intelligence con l’Iran passa ormai anche attraverso un telefono, un annuncio di lavoro e poche centinaia di shekel offerti per una fotografia. E la prima difesa consiste nel riconoscere chi sta dall’altra parte dello schermo.
(Setteottobre, 24 agosto 2026)
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Un test del DNA porta una discendente dell’Olocausto a scoprire 50 parenti in tutto il mondo
Adriana Turk credeva di essere l’ultima sopravvissuta della famiglia di suo padre ebreo. Un test del DNA ha portato alla luce una storia di famiglia di cui lei non sapeva nulla.
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All’aeroporto Ben-Gurion, Adriana Turk ha incontrato per la prima volta il suo cugino di terzo grado Ra’anan Gidron
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SYDNEY – Per decenni Adriana Turk ha creduto che l’Olocausto avesse quasi completamente spazzato via la famiglia di suo padre. Hans Turk, ebreo tedesco, era fuggito in Nuova Zelanda nel 1937. Parlava a malapena del suo passato. Dopo la sua morte e quella del suo unico fratello Julian, alla fine del 2024, la Turk era rimasta con la sensazione di essere l’ultima sopravvissuta di quel ramo della famiglia.
Poi la 74enne ha effettuato un test del DNA. Il risultato ha stravolto la sua storia familiare: la Turk ha scoperto più di 50 parenti ancora in vita in Germania, Israele, Brasile e altri paesi. Da allora ha viaggiato dalla sua nuova patria, l’Australia, verso l’Europa e Israele per conoscere di persona la sua famiglia appena ritrovata. «Ho la sensazione che questa esperienza mi abbia fatto rinascere», ha dichiarato la Turk al portale di notizie “Times of Israel”.
• Un padre che taceva sul proprio passato
Il padre di Turk, Hans – che in seguito si fece chiamare John – lasciò la Germania nel 1937 e si costruì una nuova vita in Nuova Zelanda. Sposò una neozelandese non ebrea e parlava raramente della sua famiglia e del periodo precedente alla fuga. Per sua figlia, quindi, molte cose rimasero nell’oscurità.
Dopo la guerra, Hans Turk venne a sapere che sua madre era morta nel ghetto di Varsavia. Sua sorella, suo marito e i loro due bambini piccoli furono uccisi ad Auschwitz nel 1944. «Non ne ha mai parlato e io non gliel’ho mai chiesto», ricorda Adriana. Sapeva solo che la famiglia di suo padre era stata praticamente sterminata.
• Il test del DNA porta una sorpresa
Quando suo fratello Julian morì ad Auckland alla fine del 2024, si rese particolarmente conto di quella che credeva fosse la definitiva conclusione di questa storia familiare. In un blog sul sito web «MyHeritage», dove ha condiviso la sua storia, parla di un vuoto travolgente che ha provato. Si è sentita molto sola.
Qualche mese dopo, Turk decise di sottoporsi a un test del DNA su «MyHeritage». Voleva saperne di più sulle sue radici europee. Non nutriva grandi aspettative. Il risultato fu una sorpresa. Invece di legami familiari ormai quasi inesistenti, Turk trovò numerose corrispondenze con persone in diversi paesi. Grazie a questi legami genetici, iniziò a mettersi in contatto con parenti lontani.
• Da sopravvissuto a soccorritore in Israele
In questo modo si è imbattuta in una storia di famiglia che suo padre non le aveva mai raccontato. Il suo prozio Max Gusdorf era stato assassinato nel 1943 nel campo di sterminio di Sobibor. Ma i suoi tre figli erano sopravvissuti all’Olocausto. Uno rimase in Germania, un altro si trasferì in Brasile. Il terzo, Hans Reuven Rudolph, giunse in Israele. Lì assunse il nome di Reuven Gidron. Combatté nella guerra d’indipendenza dello Stato fondato nel 1948 e in seguito si impegnò a favore dei sopravvissuti all’Olocausto. Inoltre, partecipò alla ricerca dei criminali nazisti.
Grazie a «MyHeritage», Adriana Turk è stata infine messa in contatto con Ra’anan, il figlio di Gidron. I due sono cugini di terzo grado. All’inizio hanno fatto conoscenza tramite videochiamate. Successivamente hanno deciso di incontrarsi di persona. Per la Turk, questa scoperta ha significato molto più di una semplice voce in un albero genealogico. Ha scoperto che parte della sua famiglia era sopravvissuta all’Olocausto e aveva costruito nuove famiglie in diversi continenti.
• Dalla Nuova Zelanda alla Germania, fino a Israele
Turk si è infine messa alla ricerca della sua famiglia appena scoperta. Per prima cosa si è recata in Germania, dove ha trascorso due settimane con i parenti, cercando di colmare le lacune nella storia di suo padre. Successivamente è volata in Israele, dove è stata accolta all’aeroporto Ben-Gurion da Ra‘anan Gidron.
In seguito, la Turk ha incontrato altri parenti. Insieme a Gidron ha inoltre visitato il memoriale di Yad Vashem a Gerusalemme e ha esplorato il Paese. L’incontro si è trasformato in una piccola riunione di famiglia con una storia che abbraccia il mondo intero. Parenti di cui la Turk non sapeva nulla da decenni sono diventati improvvisamente parte della sua vita.
E così un test del DNA, che in realtà avrebbe dovuto fornire solo risposte sulle sue origini, ha avuto per la settantaquattrenne un effetto ben più grande: da presunta ultima sopravvissuta di un ramo familiare estinto, è diventata una donna che improvvisamente fa di nuovo parte di una famiglia dai rami molto estesi. (tko)
(Israelnetz, 24 agosto 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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«Imparate da Israele»! Un tabù cade nel mondo arabo
Qualcosa sta cambiando nel mondo arabo, ancora in sordina, ancora ben lungi dal trovare il consenso della maggioranza, ma ormai impossibile da ignorare.
di Aviel Scneider
GERUSALEMME - Un cristiano libanese è seduto davanti a una telecamera e parla di Israele. Non dell’«nemico sionista», non della «resistenza» e nemmeno della liberazione di Gerusalemme. Dice che vorrebbe andare a Tel Aviv, bere un whisky e visitare la tomba di Ariel Sharon. Vuole persino farsi un tatuaggio di Ariel Sharon e lo ha annunciato davanti alla telecamera. Il suo nome è Ruwad Nassar (رواد نصار), un attivista vicino alle Forze Libanesi cristiane. Ciò che ha detto nei mesi scorsi sui media libanesi sarebbe stato socialmente e politicamente quasi impensabile per decenni. Israele, dice Nassar, non è una potenza occupante, ma uno «Stato civile e grande». Gli ebrei avrebbero diritto a questa terra. Auspica addirittura che Israele non si ritiri dal Libano finché Hezbollah non avrà consegnato le armi. E chiede l’abolizione della legge libanese che criminalizza i contatti con gli israeliani.
Si tratta di ben più di una classica critica a Hezbollah. Nassar parla con una vera simpatia per Israele. In una precedente intervista ha persino affermato che Israele è una «colomba della pace». Ha raccontato con entusiasmo di una foto di una soldatessa israeliana su un carro armato a Bint Jbeil e ha annunciato che avrebbe pregato sulla tomba di Ariel Sharon. La cosa fondamentale non è nemmeno se si sia d’accordo con le espressioni spesso provocatorie di Nassar. Ciò che conta è dove le pronuncia: nel cuore del Libano, in arabo, davanti a un pubblico arabo.
Ancora più degno di nota è il caso dello sciita iracheno Ghaith al-Tamimi (غيث التميمي). Proviene da un ambiente politico in cui per decenni Israele è stato considerato non solo un avversario, ma l’incarnazione del male. Oggi al-Tamimi chiede apertamente un avvicinamento tra l’Iraq e Israele. In un’intervista ha persino affermato che l’Iraq è tra i paesi della regione più disposti a instaurare relazioni con Israele. Il suo messaggio forse più forte è rivolto direttamente al mondo arabo: «Imparate da Israele». Anche chi considera Israele mille volte un nemico, secondo al-Tamimi, dovrebbe imparare come questo Stato abbia fatto leva sul proprio territorio e sulla propria popolazione per costruire la propria forza e imparare a confidare su di sé.
Proprio in Iraq questa non è un’innocua provocazione. Nel 2024 al-Tamimi è stato bandito per tre mesi dai media iracheni a causa del suo sostegno a Israele; contro di lui sono state anche avviate azioni legali ai sensi della legge irachena contro la normalizzazione. Ma lui non tace. Al contrario: nel dibattito arabo, al-Tamimi è ormai sinonimo di una domanda a dir poco rivoluzionaria: perché gli arabi dovrebbero continuare a odiare Israele, se allo stesso tempo possono imparare dalla sua forza nazionale, dalla sua coesione e dalla sua volontà di sopravvivenza?
Da qualche tempo, sulla televisione libanese e nei podcast arabi ricorre sempre più spesso un’espressione che per decenni è stata quasi un sacrilegio politico: سلام مع إسرائيل – pace con Israele. Il giornalista libanese Tony Boulos lo afferma ormai con assoluta lucidità: «Il nostro interesse risiede nella pace con Israele». A giugno, durante un’intervista alla storica emittente radiofonica Voice of Lebanon, ha affermato che il conflitto con Israele è stato sostanzialmente imposto al Libano dalle milizie armate. Dal punto di vista strategico, economico e tecnologico, il futuro del Paese risiede piuttosto in una collaborazione tra Libano, Israele e Cipro. Ancora più degna di nota è la sua valutazione della società libanese: secondo lui, tra tutti i popoli della regione, i libanesi sarebbero particolarmente disposti alla pace con Israele. Alcune settimane prima, Boulos si era spinto ancora oltre. In una lunga intervista in lingua araba, la tesi centrale era già espressa nel titolo: «L’unica soluzione per salvare il Libano: la pace con Israele.»
Si tratta di un cambiamento notevole. Infatti, l’argomentazione non è più: «Israele non ci piace, ma forse dobbiamo stipulare un accordo». È sempre più: «E se Israele non fosse affatto il nostro vero problema? E se l’Iran, Hezbollah, il collasso economico, la corruzione e le guerre permanenti avessero danneggiato il Libano ben più di uno Stato ebraico dall’altra parte del confine?». È proprio questa domanda che sta cominciando a diffondersi in alcuni settori del dibattito libanese. «Sono a favore della pace con Israele». Anche Ziad Noujeim, noto giornalista libanese e conduttore televisivo di lunga data, lo ha affermato pubblicamente. In una trasmissione della grande emittente televisiva libanese Al Jadeed ha dichiarato senza mezzi termini di essere a favore della pace con Israele. Si è espresso in modo simile anche il noto attore libanese Assaad Rashdan. Anche lui è apparso su Al Jadeed e ha apertamente messo in discussione la tradizionale formula libanese di «resistenza, dignità e orgoglio nazionale». È ora di parlare di pace.
Nessuno di questi uomini rappresenta automaticamente «il Libano». Non si deve dedurre l’esistenza di una maggioranza sociale sulla base di singole interviste. Ma è proprio questo il punto cruciale: non è affatto necessario che siano una maggioranza per rendere visibile un cambiamento. Dieci o venti anni fa, il tabù consisteva già nel definire Israele uno Stato normale. Oggi i libanesi discutono davanti alle telecamere se si possa commerciare con Israele, instaurare relazioni diplomatiche o, un giorno, semplicemente viaggiare da Beirut a Tel Aviv.
Un saudita parla ebraico. Il cambiamento nel Golfo è ancora più evidente. Il linguista e influencer saudita Loay Alshareef (لؤي الشريف) ha imparato l’ebraico e ha iniziato a parlare pubblicamente della storia semitica comune ad arabi ed ebrei. In alcuni settori della stampa araba proprio questo gli è stato rimproverato. Già nel 2020 Al-Araby Al-Jadeed descriveva come Alshareef rappresentasse Israele come un vicino pacifico e parlasse del diritto storico degli israeliani su quella terra. Dopo il massacro del 7 ottobre, il suo tono è diventato ancora più chiaro. Per Alshareef, la linea di demarcazione morale non era più tra arabi ed ebrei, ma tra civiltà e islamismo radicale. Particolarmente simbolico è il suo interesse per la lingua ebraica. Per generazioni di nazionalisti arabi, l’ebraico era la lingua del nemico. Alshareef la parla pubblicamente, spiega termini ebraici al pubblico arabo e cerca collegamenti linguistici tra Bibbia, Corano, arabo ed ebraico.
Ancora più aggressivo è l’analista bahreinita-britannico Amjad Taha (أمجد طه). Dopo il 7 ottobre ha scritto agli israeliani, in sostanza: «Rimanete forti e rispondete con forza». Ha definito Hamas una milizia barbara sostenuta dall’Iran e ha affermato che nel mondo arabo e musulmano ci sono persone che sostengono Israele. È degno di nota il fatto che queste dichiarazioni non siano apparse solo sui media israeliani. Gli oppositori arabi di Taha documentano ampiamente le sue dichiarazioni, naturalmente accusandolo di essere «sionista» o un «agente della normalizzazione».
Già durante una precedente visita in Israele, Taha, insieme a un altro arabo del Golfo, aveva elogiato apertamente i soldati israeliani. All’epoca i media arabi reagirono con indignazione al fatto che proprio due arabi avessero messo in risalto il lato umano dei soldati israeliani.
I vecchi trattati di pace di Israele con l’Egitto e la Giordania erano prevalentemente accordi di pace tra governi. I confini si sono stabilizzati, sono state aperte ambasciate e firmati trattati, ma gran parte della società continuava a mantenere emotivamente l’immagine del nemico. Il nuovo sviluppo è in parte l’opposto. Qui sono innanzitutto le persone a parlare. E solo in seguito, eventualmente, i governi. Ricordo ancora come, negli anni ’90, il defunto re giordano Hussein affermasse che Israele fa la pace con i governi e non con i popoli, e questa è una verità complessa. Ma oggi, grazie ai social network e ai media, molte cose sembrano cambiare, e le persone hanno il potere di parlare anche positivamente di Israele, cosa che si nota sempre più spesso, soprattutto negli ultimi tre anni di guerra.
Il cambiamento ha diverse ragioni. La prima è l’Iran. Per molti libanesi, siriani, arabi del Golfo e iracheni è diventato sempre più chiaro negli ultimi anni che la minaccia strategica alla loro vita non proviene necessariamente da Israele. Le milizie iraniane hanno influenzato in modo determinante il Libano, la Siria, l’Iraq e lo Yemen. Hezbollah ha ripetutamente trascinato il Libano in scontri militari. Di conseguenza, la domanda centrale cambia. Non è più automaticamente: «Come combattiamo Israele?», ma sempre più spesso: «Perché dovremmo combattere contro Israele per l’Iran?»
La seconda ragione è il crollo delle vecchie ideologie. Il panarabismo, il baathismo e l’idea che il conflitto con Israele sia la questione centrale dell’identità araba hanno perso notevolmente di forza. I giovani arabi ragionano maggiormente in termini di futuro economico, tecnologia, libertà personale e qualità della vita. Ed è lì che Israele appare improvvisamente sotto una luce completamente diversa: come Stato high-tech, potenza militare, centro di innovazione e società che funziona nonostante le guerre permanenti. Ciò non significa che queste persone sostengano automaticamente la politica israeliana. Ma Israele viene sempre più distaccato dal mito. Israele viene osservato. E talvolta persino ammirato.
Poi arriva il confine forse più importante: i palestinesi. Proprio su questo punto si nota una differenza evidente. Oggi si sentono voci del genere da Beirut, Dubai, Bahrein, Arabia Saudita, Iraq o dai media arabi in esilio. Si sentono libanesi discutere se Israele possa essere un futuro partner economico. I sauditi parlano ebraico. Gli arabi del Golfo frequentano le sinagoghe e gli israeliani si recano ad Abu Dhabi. Tuttavia, dichiarazioni pubbliche simili continuano a essere estremamente rare nel mainstream palestinese.
Sarebbe stato giornalisticamente eccessivo affermare che nessun palestinese la pensi così. Naturalmente ci sono palestinesi che intrattengono rapporti personali con gli israeliani. Ma tra l’atteggiamento privato e il dibattito pubblicamente legittimato c’è un’enorme differenza. Nel discorso palestinese organizzato, già il normale dialogo sociale con gli israeliani è spesso considerato «Tatbi’a», normalizzazione, e quindi qualcosa di moralmente riprovevole. Non si tratta di un’affermazione israeliana. Il movimento palestinese BDS ha elaborato criteri espliciti contro la «normalizzazione nei media». Ancora nell’estate del 2026 ha esortato a isolare le organizzazioni palestinesi che partecipano a progetti di pace congiunti israelo-palestinesi. Ad agosto ha espressamente messo in guardia contro un «Peace Building Lab», poiché, a suo avviso, il dialogo congiunto con gli israeliani favorisce la normalizzazione dello status quo.
Mentre in alcune parti del mondo arabo il vecchio tabù su Israele comincia a sgretolarsi, nel discorso palestinese continua a essere difeso a livello istituzionale. Proprio in questo potrebbe risiedere uno dei maggiori ostacoli a una pace autentica. La pace, infatti, non inizia con un trattato, ma con la disponibilità a non considerare più l’altro esclusivamente come un nemico. Ruwad Nassar, Tony Boulos, Loay Alshareef, Amjad Taha, Ghaith al-Tamimi e altri non costituiscono ancora un movimento di massa. Ma dimostrano che è diventato possibile qualcosa che una generazione fa era difficilmente immaginabile: gli arabi possono parlare pubblicamente in modo positivo di Israele e altri arabi li ascoltano. Gli Accordi di Abramo hanno quindi cambiato molto più delle semplici relazioni diplomatiche. Hanno scosso un dogma vecchio di decenni: quello secondo cui un arabo può considerare Israele solo come un nemico. Forse è proprio qui che ha inizio la rivoluzione più profonda in Medio Oriente: non è solo Israele a cambiare la regione. È la regione stessa che sta iniziando a cambiare il proprio modo di vedere Israele.
(Israel Heute, 24 agosto 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Con l’Unità 585, soldati beduini e arabi nell’esercito israeliano
L’Unità 585 dell’IDF è composta soprattutto da beduini, affiancati da arabi musulmani e cristiani e da una minoranza di ebrei. Richiamata il 7 ottobre per combattere gli assalitori di Hamas, racconta una realtà quasi assente dai media italiani: quella delle minoranze arabe che scelgono di servire Israele, tra integrazione, sacrifici e problemi disciplinari.
di Nathan Greppi
Quando i media italiani riportano notizie sull’IDF, generalmente dimenticano che nelle forze armate israeliane non servono solo soldati ebrei, ma anche membri di minoranze quali arabi, beduini, drusi e circassi.
Ciò è particolarmente evidente per quanto riguarda l’Unità 585, nota anche come Gadsar 585, formata prevalentemente da militari beduini. A questi si aggiungono anche diversi arabi musulmani e cristiani, così come una quota minoritaria di ebrei.
Questa unità viene da anni impiegata in particolare per sorvegliare la zona al confine con Gaza. Per questo, il 7 ottobre 2023, nonostante fossero in licenza, i suoi membri sono stati subito richiamati in servizio per affrontare i terroristi entrati in territorio israeliano.
Ciò si inserisce in un quadro più ampio: durante gli attacchi, diversi beduini prestarono soccorso agli ebrei attaccati dai terroristi vicino al confine. Non a caso, secondo fonti come JNS e il Jerusalem Post, almeno 21 beduini sono stati uccisi da Hamas il 7 ottobre.
Intervistato nel luglio 2024 dal Times of Israel, il comandante di battaglione dell’Unità 585, Nader Iada, è arrivato a dire che quelli di Hamas «non sono musulmani», sostenendo che nessun insegnamento del Corano possa giustificare le stragi, gli stupri e i rapimenti di quel giorno.
Arabi e beduini in Israele sono statisticamente più svantaggiati rispetto alla media sul piano socioeconomico e dell’istruzione. Per questo, oltre alle loro classiche mansioni militari, i soldati di questa unità ricevono diversi tipi di sostegno: lezioni di ebraico, corsi di guida, seminari di leadership e opportunità per completare gli studi superiori.
Vengono anche offerte loro borse di studio e programmi di formazione che li aiutano a reintegrarsi nella società civile una volta terminato il servizio militare.
Questo non significa che non ci siano stati problemi: a inizio agosto, Ynetnews ha riportato che per sette mesi l’Unità 585 è rimasta sostanzialmente senza un comandante, dopo che quello precedente era rimasto ferito. In quell’arco di tempo, si sarebbe verificato un deterioramento della disciplina che ha portato a uno scandalo per il coinvolgimento di alcuni soldati in un giro di contrabbando tra Israele e Gaza.
Dopo un’indagine interna, è stato nominato un nuovo comandante, Adir Portugal, anche per riportare la disciplina tra i militari e riabilitare l’immagine dell’unità. Inoltre, sono stati implementati nuovi servizi di assistenza per aiutare quei militari che soffrono di problemi legati alla salute mentale.
I beduini che decidono di arruolarsi come volontari nell’IDF non servono solo nell’Unità 585, e alcuni di loro hanno perso la vita in guerra: Ahmad Abu Latif, sergente di prima classe della 261ª Brigata di fanteria, aveva solo 26 anni quando è rimasto ucciso assieme ad altri venti suoi commilitoni nell’esplosione di un edificio a Gaza, il 22 gennaio 2024.
(InOltre, 23 agosto 2026)
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Da Giacobbe a Israele
Come Dio conduce alla conoscenza del Messia attraverso la sofferenza.
di Nathanael Winkler
La storia di Giacobbe è ben più di una semplice storia di vita personale. È un archetipo, un modello profetico. Giacobbe è il padre di Israele. Allo stesso tempo, Giacobbe stesso è un’immagine di Israele. Lo dimostra l’uso successivo del suo nome nelle Scritture. «Giacobbe» non indica solo il patriarca, ma anche il popolo di Israele. Geremia, ad esempio, dice:
«Guai! Poiché grande è quel giorno, nessuno gli è pari, ed è un tempo di angoscia per Giacobbe; ma egli ne sarà salvato» (Geremia 30,7).
Qui non si intende la singola persona, ma il popolo nel suo insieme. La profezia parla di Israele, ma lo chiama «Giacobbe». Perché? Perché Israele, nel suo stato spirituale, è spesso ancora Giacobbe: eletto, ma in lotta; benedetto, ma ostinato; chiamato, ma non ancora completamente contrito davanti a Dio. Il cammino di Giacobbe rivela una linea salvifica che va da Betel, attraverso un periodo di transizione, fino a Peniel, verso un nuovo nome e un nuovo mattino. Betel mostra l’elezione sovrana di Dio. Il periodo intermedio mostra la protezione di Dio. Peniel mostra la rottura di Dio. Il nuovo nome mostra la trasformazione di Dio. E il nuovo mattino mostra la restaurazione di Dio. Questa linea non vale solo per Giacobbe personalmente. Essa rimanda profeticamente a Israele. Dio sceglie Israele per grazia, lo preserva nel corso della storia, lo conduce attraverso la rottura al pentimento e lo porta infine alla conoscenza di Gesù come Messia.
• Betel: elezione per grazia
Giacobbe giunse a Betel come profugo. Aveva ricevuto la benedizione, ma il percorso per arrivarci era stato segnato da astuzia, inganno e frattura familiare. Fuggì da Esaù e si stabilì in un luogo che inizialmente non significava nulla per lui. Eppure proprio lì incontrò Dio. Betel significa «casa di Dio». Il nome è composto dal termine ebraico Bayit, casa, e El, Dio. Giacobbe giunse in un luogo ordinario, ma Dio lo trasformò in un luogo di rivelazione.
«E fece un sogno: ed ecco, una scala era appoggiata sulla terra, la cui cima toccava il cielo; ed ecco, gli angeli di Dio salivano e scendevano su di essa» (Genesi 28,12).
Questa scala non era un prodotto casuale e mistico, ma rivestiva un significato teologico fondamentale. Essa mostrava il legame tra cielo e terra, tra Dio e l’uomo. Giacobbe fuggì da Esaù sul piano orizzontale, ma Dio aprì il cielo sopra di lui sul piano verticale. Questo legame tra cielo e terra non fu creato da Giacobbe. Fu Dio stesso a farlo. Il Signore Gesù riprese in seguito questa immagine, indicando il suo adempimento in se stesso:
«In verità, in verità vi dico: d’ora in poi vedrete il cielo aperto e gli angeli di Dio salire e scendere sul Figlio dell’uomo» (Giovanni 1,51).
Ciò che Giacobbe vide in sogno a Betel trova il suo adempimento più profondo in Cristo. Gesù è la vera scala. Egli è il collegamento dato da Dio tra cielo e terra. Non è l’uomo che si fa strada verso Dio; è Dio che, in Cristo, scende verso l’uomo. A Betel Dio rivelò a Giacobbe la sua fedeltà al patto:
«Io sono il Signore, il Dio di Abramo, tuo padre, e il Dio di Isacco; il paese su cui giaci, lo darò a te e alla tua discendenza» (Genesi 28,13);
ֵֵֵe aggiunse:
«Ecco, io sono con te; ti proteggerò ovunque tu andrai e ti ricondurrò in questo paese; poiché non ti lascerò finché non avrò compiuto ciò che ti ho promesso» (Genesi 28,15).
Dio non si presentò come un Dio dei forti, degli immacolati o dei devoti, ma come Dio della linea del patto: il Dio di Abramo, il Dio di Isacco e il Dio di Giacobbe. Il suo patto si fonda sulla grazia, non sui meriti. La risposta di Giacobbe mostra tuttavia che il suo cuore non era ancora completamente contrito:
«Se Dio sarà con me e mi proteggerà in questo viaggio che sto compiendo, se mi darà il pane da mangiare e le vesti da indossare, e se tornerò in pace alla casa di mio padre, allora il Signore sarà il mio Dio» (Genesi 28,20-21).
Sì, è una fede, ma ancora una fede subordinata a delle condizioni. Giacobbe voleva Dio e allo stesso tempo voleva rimanere Giacobbe. Accettò la promessa, ma non si affidò ancora completamente. Aveva vissuto l’esperienza di Betel, ma non ancora quella di Peniel. Betel rappresenta quindi l’elezione, il patto, la promessa e la protezione. Ma Betel non significa ancora automaticamente conversione. Lo stesso vale per Israele. Mosè sottolineò:
«Non è perché siete più numerosi di tutti i popoli che il Signore vi ha prediletti e scelti – poiché voi siete il più piccolo di tutti i popoli –, ma per l’amore del Signore verso di voi» (Deuteronomio 7,7-8).
Israele è stato scelto non perché fosse più forte, più grande o più giusto degli altri popoli. Israele è stato scelto perché Dio lo ama e rimane fedele al suo patto.
• Giacobbe: l’identità dell’uomo vecchio
Il nome Giacobbe racchiude già di per sé un significato spirituale ed è legato al campo semantico ebraico di «tallone», «ingannare» e «soppiantare». Già alla sua nascita, Giacobbe afferra il tallone di Esaù: «Poi uscì suo fratello, e la sua mano afferrava il tallone di Esaù; e gli fu dato il nome di Giacobbe» (Genesi 25,26). Giacobbe è colui che tiene il tallone. Colui che arriva da dietro. Colui che afferra. Colui che soppianta. Esaù in seguito comprese l’amaro significato di quel nome: «Non si chiama forse giustamente Giacobbe? Poiché mi ha ingannato ben due volte» (Genesi 27,36). Giacobbe è colui che afferra. Vuole la benedizione di Dio, ma la afferra con mani carnali. Crede nella promessa, ma non si fida ancora completamente del Dio della promessa. Vuole il dono, ma non ancora il Donatore senza riserve. Cerca di afferrare la benedizione, ma non riesce a raggiungere Dio. Questa è la tragedia spirituale di Giacobbe: vuole la cosa giusta, ma segue la strada sbagliata. Vuole l’obiettivo di Dio, ma con le proprie forze. Conosce la promessa, ma cerca di assicurarsela con strategie, astuzia e manipolazione. In questo modo Giacobbe diventa l’immagine dell’uomo naturale rivestito di un abito religioso. Rappresenta l’uomo che conosce il piano di Dio, ma vuole realizzarlo da sé. Rappresenta la vocazione senza contrizione, la promessa senza totale abbandono e l’identità spirituale senza vera sottomissione a Dio. Paolo descrive così questo problema in riferimento a Israele:
«Poiché, non avendo riconosciuto la giustizia di Dio e cercando di stabilire la propria giustizia, non si sono sottomessi alla giustizia di Dio» (Romani 10,3).
Questo è Giacobbe: religioso, eletto, zelante, ma non ancora spezzato. È portatore della promessa, ma il suo cuore è ancora in lotta con Dio.
• Il periodo di transizione: salvaguardia senza completa libertà
Tra Betel e Peniel si estende un lungo periodo di transizione. Giacobbe era al servizio di Labano. Lì fu ingannato, messo alla prova, castigato e plasmato. Ciò che egli stesso aveva seminato, ora gli si ritorceva contro. L’ingannatore subì l’inganno. Lo stratega si scontrò con uno stratega ancora più astuto. Giacobbe è capace, di successo e saggio. La sua famiglia cresce. I suoi greggi si moltiplicano. «E quell’uomo si arricchì grandemente, e ottenne molte pecore, serve e servi, cammelli e asini» (Genesi 30,43). Eppure Giacobbe non è ancora libero. Esternamente i suoi beni aumentano, interiormente la sua lotta continua. È benedetto, ma non ancora trasformato. È protetto, ma non ancora spezzato. Anche in questo si trova un parallelo profetico con Israele. Israele vive per lunghi periodi tra le nazioni: protetto, ma oppresso; disperso, ma non sterminato; sotto pressione, ma non rigettato. Gesù dice:
«E Gerusalemme sarà calpestata dalle nazioni, finché non si compiano i tempi delle nazioni» (Luca 21,24).
Eppure, anche in questo lungo periodo intermedio, il patto di Dio rimane in vigore. Geremia dice:
«Se queste leggi scompariranno davanti a me, dice il Signore, allora anche la discendenza d’Israele cesserà di essere una nazione davanti a me per sempre» (Geremia 31,36).
In altre parole: così come il sole, la luna e le stelle sono saldi nell’ordine di Dio, così rimane salda la fedeltà di Dio, il patto con Israele. Israele non viene preservato per la propria fedeltà, ma per quella di Dio. Dio preserva Israele come preservò Giacobbe presso Labano: non perché Giacobbe fosse fedele, ma perché Dio è fedele.
• Peniel: il luogo della presenza di dio
Poi giunse a Peniel. Dio aveva già dato in precedenza a Giacobbe l’ordine di tornare indietro: «Io sono il Dio di Betel, dove hai consacrato un monumento commemorativo e dove mi hai fatto un voto. Ora alzati, parti da questo paese e torna nel paese dei tuoi parenti» (Genesi 31,13). Giacobbe obbedì, ma la svolta spirituale decisiva doveva ancora avvenire. Doveva incontrare Esaù. Ancora più in profondità: doveva incontrare Dio. Peniel significa «volto di Dio». Il nome è composto dall’ebraico panim, volto, e El, Dio. Giacobbe chiamò così quel luogo perché disse: «Poiché ho visto Dio faccia a faccia, e la mia anima è stata salvata» (Genesi 32,31). Peniel fu più di un semplice momento sacro. Peniel segnò un confronto nell’ambito del patto. Dio non si presentò a Giacobbe in modo blando per confortarlo, ma per spezzarlo. Eppure non voleva distruggerlo, bensì trasformarlo. Prima di questo incontro, Giacobbe fu lasciato solo: «E Giacobbe rimase solo» (Genesi 32,25). Dio lo isolò. Famiglia, beni, servi, greggi, strategie: tutto rimase dall’altra parte del fiume. Giacobbe si trovò da solo davanti a Dio. Questo è spesso l’inizio del vero pentimento. Finché l’uomo può ancora fare affidamento sui propri mezzi, sulle proprie relazioni, sulle proprie certezze e sui propri piani, rimane padrone della propria storia. Ma Peniel inizia proprio lì dove Dio mette da parte ogni cosa, finché non rimane che una sola domanda: Chi sei tu davanti a me? Questo è significativo anche dal punto di vista profetico. Israele, nella sua ultima angoscia, viene condotto a un punto in cui tutte le certezze umane vanno in frantumi. Zaccaria sottolinea:
«E avverrà in quel giorno che io renderò Gerusalemme una pietra d’inciampo per tutte le nazioni; tutti quelli che cercheranno di sollevarla si feriranno sicuramente. E tutte le nazioni della terra si raduneranno contro di essa» (Zaccaria 12,3).
Israele sarà messo alle strette. Rimarrà solo. Ma proprio lì Dio agirà.
• La lotta con Dio e la frantumazione della forza naturale
A Peniel un uomo lottò con Giacobbe: «Un uomo lottò con lui fino al sorgere dell’alba» (Genesi 32,25). Osea interpreta espressamente questo evento in chiave spirituale:
«Nel grembo materno afferrò il tallone di suo fratello, e nella sua forza di uomo lottò con Dio. Lottò con l’angelo e prevalse» (Osea 12,4-5).
Giacobbe qui non incontrò un avversario qualsiasi. Era Dio, con cui lottò in una misteriosa teofania. Il Dio che gli aveva dato la promessa a Betel gli si presentò ora a Peniel per trasformarlo. Poi arrivò il colpo decisivo:
«E vedendo che non riusciva a sopraffarlo, gli colpì l’articolazione dell’anca; e l’articolazione dell’anca di Giacobbe si lussò mentre lottava con lui» (Genesi 32,26).
L’anca simboleggia stabilità, forza e saldezza. Chi viene colpito all’anca non può più camminare come prima. Giacobbe non perse la promessa, ma perse il suo dominio su se stesso. Rimase benedetto, ma la benedizione giunse accompagnata da una limitazione. Da quel momento in poi zoppicò. Questo è il metodo di Dio: Egli non toglie la vocazione, ma l’autosufficienza. Egli non annulla la promessa, ma l’orgoglio di chi ne è oggetto. Non distrugge Giacobbe, ma spezza l’essenza stessa di Giacobbe. Così anche la frattura escatologica di Israele non significherà distruzione, ma preparazione alla conoscenza. Dio condurrà Israele al punto in cui non potrà più confidare nelle proprie forze, nella propria giustizia, nelle sicurezze politiche o nella forza nazionale. La rottura aprirà il cuore alla verità che Israele non ha riconosciuto per molto tempo: Gesù è il Messia.
• «Come ti chiami?» – La confessione del vecchio nome
Il culmine della notte risiedeva in una domanda: «Allora gli disse: “Qual è il tuo nome?” E lui rispose: “Giacobbe”» (Genesi 32,28). Dio non lo chiese perché avesse bisogno di informazioni. Lo chiese perché Giacobbe doveva confessarlo. Giacobbe doveva pronunciare il proprio nome. Doveva confessare chi era: «Io sono Giacobbe. Sono colui che afferra. Sono l’ingannatore. Sono colui che si impone. Sono colui che voleva la benedizione di Dio, ma voleva strapparsela con le proprie forze». Questo è pentimento. Il pentimento non inizia con il fatto che l’uomo si giustifica, si difende o edulcora la propria condotta. Il pentimento inizia quando l’uomo pronuncia davanti a Dio il vero nome della propria condizione. Solo dopo aver confessato il suo vecchio nome, Giacobbe riceve quello nuovo.
• Israele: il nuovo nome come promessa del patto
Dio disse: «Il tuo nome non sarà più Giacobbe, ma Israele; poiché hai lottato con Dio e con gli uomini e hai vinto» (Genesi 32,29). Il nome Israele è ricco di significato. È legato alla lotta, alla contesa, al dominio e al principato. Può essere inteso come «colui che lotta con Dio», «Dio lotta» o «principe di Dio». Ma il messaggio teologico è inequivocabile: Dio conferisce a Giacobbe una nuova identità. Giacobbe ha vinto. Ma non perché fosse più forte di Dio. Non perché la sua forza naturale avesse trionfato. Al contrario: egli vince proprio là dove la sua forza naturale viene spezzata. La sua vittoria consiste nel non mollare: «Non ti lascerò, fino a che tu non mi abbia benedetto» (Genesi 32,27). Questa è fede. Non più auto-salvezza, ma dipendenza. Non più manipolazione, ma supplica. Non più controllo, ma aggrapparsi a Dio. Giacobbe diventa Israele quando smette di voler salvare se stesso, Giacobbe, con le proprie forze. In questo sta il significato profetico per Israele. Alla fine Israele non trionferà grazie all’esercito, alla politica, alle alleanze o alla propria giustizia, ma grazie allo Spirito di grazia e di supplica.
Zaccaria dice:
«Ma sulla casa di Davide e sugli abitanti di Gerusalemme riverserò lo Spirito di grazia e di supplica; e guarderanno a me, colui che hanno trafitto, e ne faranno cordoglio come si fa cordoglio per un figlio unico, e ne porteranno amaro lutto come si porta amaro lutto per un primogenito» (Zac 12,10).
Questo è il Peniel di Israele.
• L’angoscia per Giacobbe: la frattura che porta alla conoscenza di Gesù
Geremia parla espressamente dell’«afflizione di Giacobbe»:
«Guai! Poiché grande è quel giorno, nessuno gli è pari, ed è un tempo di afflizione per Giacobbe; ma da essa sarà salvato» (Geremia30,7).
Questa angoscia non è il rifiuto di Israele. Né è il giudizio definitivo di Dio che porta alla distruzione. È la via di Dio verso la restaurazione. Dio conduce Giacobbe al punto in cui ogni forza propria, ogni tentativo di autosalvezza e ogni falsa sicurezza vengono frantumati. Questa frantumazione ha un obiettivo chiaro: Israele deve riconoscere chi è Gesù.
L’angoscia escatologica non solo scuoterà Israele esternamente, ma lo risveglierà spiritualmente. Il popolo riconoscerà che Gesù di Nazaret, colui che Israele come nazione non ha riconosciuto per molto tempo, è in verità il Messia promesso. Il Rifiutato è l’Inviato di Dio. Il Crocifisso è il Re d’Israele. Il Trafitto è il Redentore. Il Figlio di Davide è al tempo stesso il Signore. È proprio ciò che descrive Zaccaria:
«Guarderanno a me, colui che hanno trafitto» (Zaccaria 12,10).
Questa consapevolezza è la vera svolta. Israele non solo sarà salvato dall’angoscia esteriore, ma sarà anche liberato dalla cecità spirituale. La frattura gli aprirà occhi per riconoscere il Messia. Ecco perché Peniel è un’immagine così potente. Giacobbe viene spezzato durante la notte, ma proprio lì incontra Dio faccia a faccia. Allo stesso modo, Israele, nella sua ultima angoscia, viene condotto al punto in cui non può più sfuggire al Messia. L’angoscia diventa il luogo della rivelazione. La frattura diventa la via della conoscenza. Paolo descrive la condizione attuale di Israele con queste parole:
«Non voglio infatti, fratelli, che vi sia ignoto questo mistero, affinché non vi riteniate saggi: un indurimento parziale è venuto su Israele, finché non sia entrata la totalità delle nazioni» (Romani 11,25).
Israele, quindi, non è stato definitivamente ripudiato. Su Israele grava un indurimento parziale, ma questo indurimento ha un limite: «finché». Dopodiché Dio agirà. Paolo prosegue:
«E così tutto Israele sarà salvato, come sta scritto: “Da Sion verrà il Redentore, che allontanerà le iniquità di Giacobbe”» (Romani 11,26).
È degno di nota il fatto che Paolo dica «Giacobbe». Il Redentore allontanerà le iniquità di Giacobbe. Ciò significa che Dio rimuove la condizione di Giacobbe, l’ostinazione, l’ipocrisia, il non riconoscere il Messia, affinché Israele si riveli come Israele. Per Israele quindi la distruzione non è un segno che Dio ha abbandonato il suo popolo. Al contrario: fa parte della sua fedele azione. Dio distrugge per salvare. Ferisce per guarire. Conduce nella notte affinché Israele riconosca Colui che è il vero mattino: Gesù Cristo, il Messia e Re d’Israele.
• Il trafitto: Gesù come centro della ripresa
Zaccaria 12,10 è uno dei passi centrali per comprendere la futura conversione di Israele. Lì Dio stesso dice: «Guarderanno a me, colui che hanno trafitto». Queste parole conducono direttamente alla croce. Israele riconoscerà che il Trafitto non era un qualsiasi sofferente, ma il Messia stesso. Lo sguardo rivolto a Colui che è stato trafitto è il momento della presa di coscienza, del lutto e del pentimento. Anche Apocalisse 1,7 riprende questa attesa:
«Ecco, egli viene con le nuvole, e ogni occhio lo vedrà, anche quelli che lo hanno trafitto, e tutte le tribù della terra si lamenteranno per causa sua».
Questo passo mostra che il riconoscimento di Gesù non rimarrà nascosto. Il Cristo che verrà si manifesterà visibilmente. Allora Israele riconoscerà colui che ha trafitto. Gesù, il rifiutato, apparirà come il Re che viene. Questo è il punto di arrivo della storia della salvezza nella rottura: non la semplice salvezza nazionale, non solo la restaurazione politica, ma il riconoscimento messianico: Israele riconoscerà Gesù.
• Il mattino dopo la notte
Dopo la notte di Peniel si legge: «E il sole sorse mentre passava per Peniel; ed egli zoppicava per l’anca» (Genesi 32,32). È un’immagine potente. Da quella notte Giacobbe non uscì indenne, ma benedetto. Il suo orgoglio era stato spezzato, il suo essere rinnovato. Non era più lo stesso, ma proseguì il suo cammino. Il sole sorse su un uomo zoppicante che portava un nuovo nome. Allo stesso modo anche Israele uscirà dalla tribolazione: non indenne, ma salvato; non orgoglioso, ma rinnovato; non nella propria giustizia, ma con lo sguardo rivolto al Messia. L’anca slogata rimane come segno:
«Per questo i figli d’Israele, fino ad oggi, non mangiano il tendine dell’anca, che si trova sopra l’articolazione dell’anca, perché egli toccò l’articolazione dell’anca di Giacobbe, il tendine dell’anca» (Genesi 32,33).
È un ricordo della frattura. Israele deve ricordare: la benedizione non è venuta attraverso una forza indomita, ma attraverso l’umile dipendenza da Dio. Anche i profeti parlano di questo mattino che verrà. Zaccaria descrive il giorno in cui il Signore stesso interverrà:
«E i suoi piedi si poseranno in quel giorno sul Monte degli Ulivi, che si trova a est di Gerusalemme» (Zaccaria 14,4).
E ancora:
«E il Signore regnerà su tutta la terra; in quel giorno il Signore sarà uno solo e il suo nome uno solo» (v. 9).
Questo è il mattino dopo la notte. Questa è la pienezza dopo l’angoscia. Questo è il Regno del Messia.
• Betel per la seconda volta: la conferma della chiamata
La storia non finisce a Peniel. In Genesi 35 Dio appare nuovamente a Giacobbe a Betel. Lì il Signore conferma il nuovo nome e ribadisce la promessa del patto:
«E Dio gli disse: “Il tuo nome è Giacobbe; d’ora in poi non ti chiamerai più Giacobbe, ma il tuo nome sarà Israele”. E gli diede il nome di Israele» (Genesi 35,10).
Peniel rappresenta la frattura personale. Betel in Genesi 35 è la conferma ufficiale del patto. Dio chiarisce: il nuovo nome non si limita solo a un evento avvenuto in una notte, ma porta con sé una vocazione duratura. Poi Dio aggiunge:
«Io sono Dio, l’Onnipotente. Sii fecondo e moltiplicati; da te nascerà una nazione e una moltitudine di nazioni, e dai tuoi lombi usciranno re» (Genesi 35,11).
Qui la promessa è espressamente collegata alla regalità. La discendenza conduce al Messia, il Re d’Israele. In termini tipologici: Peniel rappresenta il pentimento nazionale. Betel in Genesi 35 rappresenta la vocazione del patto confermata. E il regno messianico sarà la piena realizzazione di ciò che Dio ha promesso.
• Giacobbe e Israele nei profeti
I profeti non usano i nomi Giacobbe e Israele per caso. Spesso «Giacobbe» simboleggia debolezza, afflizione, giudizio, frantumazione e immaturità spirituale. «Israele», invece, sottolinea l’elezione, la dignità del patto e la gloria futura. Geremia parla della «angoscia di Giacobbe», perché il popolo in quel momento si trova in una situazione di lotta: «È un tempo di angoscia per Giacobbe; ma egli ne sarà salvato» (Geremia30,7). Isaia consola il popolo nella sua debolezza: «E ora, così dice il Signore, che ti ha creato, Giacobbe, e che ti ha formato, Israele: Non temere, perché io ti ho redento; ti ho chiamato per nome, tu sei mio» (Is 43,1). Osea ricorda volutamente Giacobbe come colui che lotta: «Nel grembo materno afferrò il tallone di suo fratello, e nella sua forza d’uomo lottò con Dio» (Osea 12,4). A volte entrambi i nomi compaiono uno accanto all’altro: «E ora ascolta, Giacobbe, mio servo, e Israele, che ho scelto» (Isaia 44,1) . Non si tratta semplicemente di una ripetizione poetica, ma ciò evidenzia la tensione: Dio si rivolge a un popolo che vive ancora nella condizione di Giacobbe, ma che porta già la vocazione di Israele. Giacobbe è il servo debole e lottatore. Israele è il partner eletto del patto. Paolo riprende questa differenza in Romani 11: «Da Sion verrà il Redentore, che allontanerà le empietà di Giacobbe» (Romani 11,26). Perché Paolo non dice semplicemente «Israele»? Perché «Giacobbe» qui descrive la condizione dalla quale Dio salva il suo popolo. Dio eliminerà la condizione di Giacobbe: ostinazione, ipocrisia e mancata riconoscimento del Messia. Allora Israele si rivelerà come Israele.
• Il messaggio centrale
Betel mostra che Dio sceglie in modo sovrano. Peniel mostra che Dio trasforma attraverso la rottura. Giacobbe rappresenta l’uomo che desidera la benedizione di Dio, ma che a lungo si aggrappa alle proprie forze. Israele rappresenta l’uomo che viene spezzato da Dio e proprio per questo viene benedetto. Ma, guardando a Israele, questa linea va ancora oltre. La frantumazione escatologica di Israele ha un obiettivo chiaro: Israele giungerà alla conoscenza di Gesù. Il popolo riconoscerà che Gesù è il Messia promesso, il Figlio di Davide, il Trafitto, il Redentore di Sion e il Re che verrà. La rottura di Israele non è un rifiuto di Dio nei confronti del suo popolo. È la via verso la restaurazione. Israele sarà scosso, ma non respinto. Sarà spezzato, ma non distrutto. Sarà condotto attraverso la notte, affinché riconosca Colui che è la luce del mondo. L’anca di Giacobbe fu lussata, ma egli proseguì il suo cammino benedetto. Israele sarà spezzato, ma rinnovato. La notte è reale, ma l’alba sta arrivando. Paolo riassume la certezza di questa speranza: «Infatti i doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili» (Romani 11,29). Per questo il futuro di Israele è sicuro. Non perché Giacobbe sia forte, ma perché Dio è fedele. Non perché Israele possa salvarsi da solo, ma perché il Redentore viene da Sion. Non perché l’uomo raggiunga il cielo, ma perché Dio stesso, in Cristo, ha creato il legame tra cielo e terra. Da Giacobbe nasce Israele. Da chi afferra nasce chi è benedetto. Dall’ostinazione nasce la comprensione. Dall’angoscia nasce la salvezza. Dalla notte nasce l’alba. E su tutto regna la fedeltà irrevocabile di Dio.
(Nachrichten aus Israele, agosto 2026)
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Gaza. All’ospedale Nasser Hamas tortura
Tsahal e Shin Bet diffondono nuove informazioni sul complesso di Khan Younis. Un rapporto ONU aveva già documentato violenze di Hamas all’interno dell’ospedale
di Paolo Montesi
Hamas utilizza l’ospedale Nasser di Khan Younis come luogo di interrogatorio, tortura e controllo della popolazione palestinese. L’accusa arriva da una dichiarazione congiunta delle Forze di difesa israeliane e dello Shin Bet, che hanno reso pubbliche nuove informazioni di intelligence sul funzionamento del principale complesso sanitario ancora attivo nel sud della Striscia di Gaza.
Secondo le autorità israeliane, interrogatori condotti dalla sicurezza interna e dall’intelligence militare di Hamas avverrebbero nell’edificio Yassin, al secondo piano dell’area destinata agli ambulatori. Un’altra struttura del complesso, utilizzata nel tempo come ufficio, caffetteria e successivamente luogo di preghiera, sarebbe stata trasformata anch’essa in centro per gli interrogatori. Hamas, sostengono Tsahal e Shin Bet, utilizzerebbe inoltre l’ospedale per riscuotere denaro e svolgere attività di governo prive di relazione con la funzione sanitaria.
La denuncia israeliana acquista particolare rilievo perché una parte sostanziale del quadro trova riscontro in fonti indipendenti. Nel giugno scorso la Commissione internazionale indipendente d’inchiesta delle Nazioni Unite sui territori palestinesi ha concluso, sulla base delle prove esaminate, che uomini dell’unità Sahm di Hamas avevano interrogato e maltrattato civili palestinesi all’interno del complesso Nasser tra il 2024 e il 2025.
Il rapporto dell’ONU descrive episodi di estrema violenza. In un caso un uomo, accusato di vendita illegale di tabacco, sarebbe stato legato in una posizione dolorosa e colpito ripetutamente con un tubo metallico mentre veniva costretto a confessare. In un altro, uomini armati avrebbero immobilizzato una persona accusata di traffico di droga e simpatia per Israele e gli Stati Uniti, colpendole le gambe con un blocco di cemento e una sbarra. Un altro palestinese sarebbe stato gambizzato davanti al complesso ospedaliero, in presenza anche di bambini. La Commissione ONU riferiva inoltre della testimonianza di una persona che aveva sentito più volte urla provenire da uno degli edifici e aveva visto uscire uomini mascherati riconducibili all’apparato di sicurezza di Hamas.
Segnali analoghi erano arrivati anche da Médecins Sans Frontières. Nel gennaio di quest’anno l’organizzazione aveva sospeso le attività mediche non essenziali al Nasser dopo avere segnalato la presenza di uomini armati e mascherati in alcune parti del complesso, episodi di intimidazione, arresti arbitrari di pazienti e sospetti movimenti di armi. Le attività principali sono state riprese in aprile, dopo che MSF aveva registrato miglioramenti nelle condizioni di sicurezza.
La novità delle informazioni diffuse da Israele riguarda soprattutto la dimensione attribuita a queste attività e il loro collegamento con la crisi interna di Hamas. Secondo Tsahal e Shin Bet, l’organizzazione sarebbe sempre più preoccupata dall’erosione del consenso tra gli abitanti della Striscia e dal rischio di perdere il controllo sulla popolazione. Per questo avrebbe rafforzato i propri apparati di sicurezza e intensificato interrogatori e intimidazioni.
Il tema è particolarmente sensibile perché gli ospedali sono protetti dal diritto internazionale umanitario. La stessa Commissione d’inchiesta dell’ONU, pur avendo accertato interrogatori e maltrattamenti compiuti da Hamas al Nasser, ha precisato che le condotte da essa documentate contro civili palestinesi non erano sufficienti, in quanto tali, a far perdere all’ospedale la protezione riconosciuta alle strutture sanitarie. È quindi necessario distinguere l’accertamento dell’utilizzo illecito di alcune aree del complesso dalla questione, giuridicamente diversa, della sua eventuale qualificazione come obiettivo militare.
Il Nasser Hospital era già stato al centro di accuse israeliane durante la guerra. Israele aveva sostenuto che Hamas ne utilizzasse alcune strutture per attività operative e che vi fossero stati tenuti anche ostaggi israeliani. La vicenda era diventata uno dei casi più discussi del conflitto, proprio per la difficoltà di separare la funzione medica di un grande ospedale da eventuali attività clandestine dell’organizzazione che governa Gaza.
Le nuove rivelazioni spostano però l’attenzione anche sul rapporto fra Hamas e la popolazione palestinese. Se le informazioni diffuse oggi saranno ulteriormente confermate, l’ospedale Nasser apparirà anche come uno dei luoghi attraverso i quali un’organizzazione indebolita dalla guerra cerca di conservare il proprio potere coercitivo.
È forse questo l’aspetto politicamente più significativo. A quasi tre anni dal 7 ottobre, Hamas deve fare i conti con una Striscia devastata e con una popolazione esausta, mentre il controllo interno diventa per l’organizzazione una questione di sopravvivenza. Il ricorso ad arresti, interrogatori e violenze contro gli stessi palestinesi mostra quanto quella battaglia si combatta ormai anche all’interno di Gaza.
(Setteottobre, 22 agosto 2026)
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L’uomo di Trump per la Siria e la Turchia: perché Tom Barrack preoccupa Israele
A Gerusalemme cresce la preoccupazione per la linea adottata dall’inviato di Trump in Siria e ambasciatore degli Stati Uniti in Turchia, Tom Barrack. Itamar Eichner parla di un diplomatico che intende attribuire ad Ankara un ruolo centrale nel nuovo ordine regionale – e della questione cruciale: quanto sia effettivamente grande la sua influenza sul presidente degli Stati Uniti.
di Itamar Eichner
GERUSALEMME - Il recente scontro tra Israele e l’inviato in Siria del presidente statunitense Donald Trump, Tom Barrack, non è un caso isolato. L’attacco israeliano alla base di Abu al-Duhur, nel nord-ovest della Siria, martedì scorso, ha messo nuovamente in luce le divergenze tra Gerusalemme e l’inviato americano – riguardo al futuro della Siria, al ruolo della Turchia nella regione e alla libertà d’azione di Israele.
Barrack ha reagito in modo relativamente duro all’attacco, affermando che esso ha comportato un «rischio concreto» di una rapida escalation verso uno scontro diretto tra Israele, Turchia e Siria. Allo stesso tempo, ha avvertito che la mancanza di comunicazione tra le parti avrebbe potuto portare a una reazione errata da parte della Turchia. Secondo quanto da lui riferito, gli Stati Uniti stanno ora lavorando alla creazione di un meccanismo per evitare attriti tra Israele, Siria e Turchia.
A Gerusalemme, tuttavia, l’incidente viene visto da una prospettiva diversa. Dall’ufficio del primo ministro si afferma che la Siria avrebbe ignorato gli avvertimenti israeliani riguardo a un possibile dispiegamento di truppe turche nella base e che l’attacco sarebbe servito a impedire un cambiamento nell’equilibrio di potere in materia di sicurezza sul posto. Secondo quanto riferito, l’attacco ha comportato otto incursioni che hanno colpito la pista di decollo e atterraggio e le strutture di stoccaggio della base. Non sono state segnalate vittime. Alti funzionari israeliani hanno chiarito che l’attacco mirava innanzitutto a trasmettere il messaggio che Israele non accetterà alcuna compromissione della propria supremazia aerea nella regione – in particolare perché tale compromissione renderebbe più difficile un futuro attacco all’Iran attraverso il corridoio aereo che attraversa la Siria.
In Israele si ritiene che la preoccupazione principale non riguardi solo le dichiarazioni di Barrack, ma piuttosto la visione che egli sostiene: la Turchia e, in particolare, il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan occupano per lui un posto estremamente centrale nella definizione dell’ordine regionale. «Barrack è considerato una figura che promuove negli Stati Uniti gli interessi di Erdoğan e del regime siriano», afferma un rappresentante israeliano che conosce bene le relazioni israelo-turche. Secondo lui, «dimostra scarsa sensibilità nei confronti delle preoccupazioni israeliane. Si concentra sul profitto immediato che gli Stati Uniti possono trarre dalla Siria».
Un alto funzionario israeliano ha dichiarato: «Netanyahu non apprezza Barrack perché ritiene che questi sia dietro al sostegno di Trump ad al-Julani e che lo stia avvicinando a Erdoğan».
In Israele regna il disaccordo sull’effettiva portata dell’influenza di Barrack su Trump. Da un lato, egli fa parte da decenni della cerchia delle persone vicine al presidente. Barrack era a lui strettamente legato già molto prima di entrare nell’apparato governativo e nel corso degli anni ha funto da tramite con il mondo arabo e con gli attori degli Stati del Golfo.
D’altra parte, a Gerusalemme si sottolinea che la vicinanza personale non implica necessariamente un’influenza sul processo decisionale. In Israele si afferma che «non è affatto chiaro quanto egli influenzi Trump. Su Rubio di certo non ha alcuna influenza». A riprova di ciò, si fa notare che, dopo la condanna da parte di Barrack dell’attacco alla base aerea, né Trump né il Dipartimento di Stato americano hanno espresso alcuna condanna.
Alti diplomatici occidentali, invece, tracciano un quadro diverso e ritengono che Trump consideri Barrack il suo uomo di riferimento per l’arena turca e siriana. Dal loro punto di vista, il solo fatto che Trump gli abbia affidato contemporaneamente la carica di ambasciatore ad Ankara e la missione speciale per la Siria dimostra quanto sia grande la fiducia che ripone in lui.
Le divergenze tra Barrack e Gerusalemme erano già emerse chiaramente quando Ahmed al-Sharaa era salito al potere a Damasco. In Israele, inizialmente, regnava grande preoccupazione per il nuovo approccio americano nei confronti della leadership siriana, che gode di un sostegno considerevole da parte della Turchia. Lo stesso Trump ha incontrato al-Sharaa e ha promosso un cambiamento radicale nella politica americana nei confronti di Damasco. Barrack è diventato uno dei principali artefici dei contatti tra Israele, Siria e Turchia.
Nel corso di questi contatti, tuttavia, è emerso chiaramente che Barrack non intende limitarsi a impedire una guerra tra Israele e Siria. Egli persegue una visione più ampia: l’integrazione della Siria nel sistema regionale, la ricostruzione economica, il rafforzamento delle relazioni con la Turchia e una riduzione il più possibile estesa della presenza militare americana e israeliana.
In passato, Barrack ha addirittura definito il conflitto tra Israele e Siria un «problema che può essere risolto» e ha invitato a stipulare innanzitutto un accordo di non aggressione. Israele, invece, vuole assicurarsi che il nuovo ordine non trasformi la Siria in uno Stato vassallo della Turchia e non consenta ad Ankara di costruire un’infrastruttura militare che minaccerebbe la libertà d’azione di Israele.
Una delle dichiarazioni che ha particolarmente inasprito i rapporti tra Barrack e Israele è stata rilasciata nel dicembre 2025 in occasione di un forum a Doha. Barrack affermò allora: «Israele può sostenere di essere una democrazia», aggiungendo però che nella regione «ciò che ha funzionato meglio», secondo le sue parole, fosse una «monarchia benevola». Le dichiarazioni scatenarono in Israele un’ondata di indignazione e furono interpretate a Gerusalemme come un’insolita svalutazione del carattere democratico del Paese.
La dichiarazione non è rimasta confinata al livello accademico. È diventata il simbolo di come Barrack viene percepito in Israele: come un diplomatico americano disposto a guardare alla regione attraverso il prisma di «ciò che funziona» – anche quando la conclusione che ne deriva contraddice le convinzioni fondamentali di Israele.
Dopo queste dichiarazioni, Barrack si è recato in Israele e ha incontrato il primo ministro Benjamin Netanyahu. A dicembre è stato riferito che l’incontro avrebbe riguardato, tra le altre cose, le «linee rosse» di Israele in Siria e il tentativo di evitare un confronto tra Gerusalemme e Washington. Dopo l’incontro, la conversazione è stata pubblicamente definita «costruttiva».
Una delle questioni più delicate dal punto di vista israeliano è il tentativo americano di riavvicinare la Turchia al sistema di sicurezza statunitense.
Barrack si è espresso pubblicamente a favore di progressi verso un possibile ritorno della Turchia nel programma dei caccia F-35. Ha affermato che tra Washington e Ankara sono in corso colloqui produttivi e ha sottolineato l’atmosfera positiva creatasi grazie alle relazioni tra Trump ed Erdoğan. Israele si oppone a questa mossa, tra l’altro a causa del potenziamento militare della Turchia e del crescente coinvolgimento di Ankara in Siria.
Non si tratta solo di una questione teorica. Lo scorso anno la Turchia è diventata uno degli attori più influenti nella ricostruzione dell’esercito siriano e delle infrastrutture di sicurezza del Paese. Nella base di Abu al-Duhur, al centro del recente attacco israeliano, sono stati effettuati lavori di ricostruzione con il sostegno turco.
Oltre al rapporto personale di Barrack con Trump, in Israele vi sono anche voci che guardano con diffidenza al suo background imprenditoriale. Barrack è un uomo d’affari e miliardario americano di origini libanesi-maronite, che per anni è stato coinvolto in affari e relazioni commerciali in Medio Oriente. In passato ha intrattenuto ampie relazioni commerciali negli Stati del Golfo, tra cui anche il Qatar.
Questi legami, di per sé, non dimostrano che Barrack promuova interessi stranieri a scapito della politica americana o israeliana. Infatti, lo stesso Barrack ha dichiarato nel corso degli anni di voler promuovere gli interessi commerciali americani nella regione.
In Israele, tuttavia, vi sono esponenti che ritengono che il suo background imprenditoriale spieghi almeno in parte la sua visione del mondo: meno enfasi sulle alleanze storiche e più su accordi, stabilità, investimenti e sulla possibilità di trarre profitto economico dagli accordi regionali.
• «Non è necessariamente contro Israele – semplicemente non lo vede con gli occhi israeliani»
E questo è forse il punto centrale nella valutazione di Barrack. Anche i rappresentanti israeliani che lo criticano non sostengono necessariamente che sia «anti-israeliano» nel senso classico del termine. Il problema, dal loro punto di vista, risiede piuttosto nel fatto che Barrack non condivide il punto di vista israeliano secondo cui la minaccia alla sicurezza deve avere la precedenza sulle considerazioni relative alla stabilità regionale e all’economia.
Egli considera la Turchia una potenza regionale con cui è possibile e opportuno collaborare. Vede nel nuovo regime siriano un’opportunità da consolidare, e non una minaccia da contenere. Ed è dell’opinione che accordi economici, meccanismi di coordinamento e diplomazia diretta possano sostituire in parte il ricorso alla forza militare.
Ad esempio, dopo l’attacco ad Abu al-Duhur, Barrack non si è concentrato sulla questione se Israele avesse agito correttamente dal punto di vista dell’intelligence o operativo. Si è concentrato sul rischio che l’attacco potesse portare a uno scontro con la Turchia e sulla necessità di istituire un meccanismo permanente per evitare attriti. Ha persino proposto un meccanismo attivo 24 ore su 24, in cui dovessero operare collaboratori che parlassero ebraico, arabo, inglese e turco.
• La grande domanda: quanto c’è di Barrack in Trump?
In definitiva, a Gerusalemme non ci si chiede solo chi sia Tom Barrack, ma anche quanto di Tom Barrack ci sia nella politica di Trump. Se Barrack è soprattutto un inviato che attua la linea del presidente, ciò significa che Trump stesso punta a un ordine regionale in cui la Turchia assuma un ruolo centrale, la Siria venga rapidamente ricostruita e Israele debba adattarsi alla nuova realtà. Se invece Barrack godesse di un maggiore margine di manovra, i recenti scontri potrebbero essere soprattutto il risultato di una discrepanza tra l’inviato e altre parti del governo.
Un diplomatico europeo di alto rango ha ipotizzato che Barrack non avrebbe osato condannare Israele in modo così duro dopo l’attacco alla base aerea in Siria se non avesse avuto l’approvazione di Washington. È possibile che a Washington faccia addirittura comodo che Barrack interpreti il ruolo del «poliziotto cattivo» nei confronti di Israele e Rubio quello del «poliziotto buono».
Attualmente vi sono indicazioni in entrambe le direzioni. Da un lato, Barrack è un fidato collaboratore di lunga data di Trump e gli è stato affidato un portafoglio particolarmente delicato. Dall’altro lato, parallelamente a lui agiscono Trump, Rubio, Steve Witkoff e Jared Kushner, e in alcuni casi i messaggi del governo non coincidono pienamente con quelli di Barrack. Lo stesso Barrack in passato ha sottolineato il lavoro di squadra con Rubio e Witkoff.
Pertanto, per Gerusalemme rimane difficile stabilire se Barrack sia colui che convince Trump, o semplicemente colui che Trump ha scelto per attuare una politica che ha già deciso. La differenza tra queste due possibilità è di grande importanza per Israele.
Infatti, se Barrack è solo l’inviato, è possibile aggirarlo, creare un contrappeso nei suoi confronti e rivolgersi direttamente al presidente. Se invece Barrack è l’uomo di cui Trump si fida per plasmare la realtà in Siria e in Turchia, allora il recente scontro su Abu al-Duhur non è solo una disputa su un attacco o su un meccanismo per evitare attriti. È il segno di una lotta più ampia su chi plasmerà il nuovo ordine in Siria – Israele, la Turchia o gli Stati Uniti – e su chi spiegherà a Trump ciò di cui Israele ha bisogno da lui.
Lo stesso Barrack ha affermato in un’intervista a i24NEWS che l’attacco aereo israeliano alla base aerea militare di Abu al-Duhur in Siria ha comportato «un rischio reale di una rapida escalation verso uno scontro militare diretto tra Israele e la Turchia, nonché con la Siria».
Secondo lui, «le forze armate turche non sapevano che gli aerei israeliani fossero diretti verso quella specifica base siriana e non sapevano quale obiettivo stessero perseguendo. Pertanto, avrebbero potuto decidere di far decollare i propri aerei da combattimento, credendo di essere essi stessi sotto attacco. Gli eventi di ieri sono stati gravi e preoccupanti. Ciononostante, siamo sollevati dal fatto che non si siano registrate vittime e che la situazione non sia degenerata».
Barrack ha affermato che la mancanza di canali di comunicazione chiari avrebbe potuto far sì che la situazione diventasse «molto più grave» – e che questo debba cambiare.
«Stiamo attualmente conducendo colloqui discreti con tutte le parti interessate in merito alla ripresa di un meccanismo volto a evitare attriti tra Israele e la Siria. La Turchia potrebbe essere invitata a partecipare direttamente o indirettamente». Secondo le sue parole, «avrebbe un chiaro valore rendere tale accordo un meccanismo permanente, operativo a tempo pieno, con un centro di coordinamento presidiato 24 ore su 24 da personale che parla ebraico, arabo, inglese e turco – sia in un contesto formale sia attraverso un canale più flessibile e informale. Una comunicazione affidabile rimane indispensabile.»
L’inviato di Trump ha affermato che già la mancanza di canali di comunicazione affidabili crea un rischio inutile. «Non vi è alcun ostacolo fondamentale che impedisca a queste parti di mantenere aperti i canali di comunicazione. Il dialogo diplomatico è il modo migliore per prevenire interazioni cinetiche», ha detto.
(Israel Heute, 21 agosto 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Quasi il 20% dei crimini d’odio a Seattle quest’anno ha preso di mira gli ebrei, che rappresentano circa l’1% della popolazione dell’area metropolitana della città
JNS ha riferito lunedì che, dal 1° gennaio 2023 al 31 gennaio di quest’anno, gli ebrei sono stati vittime del 9,1% dei crimini d’odio a Seattle. Martedì, la città ha pubblicato le statistiche sui crimini registrati dal 1° gennaio al 31 luglio di quest’anno, e il quadro è diventato considerevolmente più grave — oltre il 115% in più — per gli ebrei di Seattle.
Dei 66 crimini d’odio registrati a Seattle nei primi sette mesi di quest’anno, 13 (19,7%) hanno preso di mira gli ebrei.
Gli ebrei rappresentano circa l’1% della popolazione dell’area metropolitana di Seattle, secondo il Religious Landscape Study 2023-24 del Pew Research Center.
Da gennaio alla fine di luglio, il 7,2% di tutti i 511 episodi — comprendenti i crimini con quelli che Seattle definisce “elementi di pregiudizio” e gli episodi non criminali che coinvolgono forme di pregiudizio — registrati dalla città ha avuto come vittime gli ebrei, secondo i dati ufficiali della città.
Dei 259 crimini con “elementi di pregiudizio”, termine utilizzato dalla città per indicare i crimini nei quali il pregiudizio costituisce una motivazione secondaria, registrati a Seattle finora quest’anno, 11 (4,2%) hanno preso di mira gli ebrei. Inoltre, 13 (7%) dei 186 episodi di pregiudizio hanno avuto come vittime gli ebrei, secondo i dati di Seattle.
Le statistiche ufficiali di Seattle indicano che la situazione è meno pericolosa per arabi e musulmani nella città. Secondo i dati del Pew Research Center, i musulmani rappresentano il 2% della popolazione dell’area di Seattle, ovvero circa il doppio della popolazione ebraica.
Nei primi sette mesi del 2026, 23 episodi (4,5%), considerando tutte e tre le categorie, hanno avuto come vittime arabi e musulmani: cinque (7,6%) crimini d’odio, nove (3,5%) crimini con elementi di pregiudizio e nove (4,8%) episodi di pregiudizio.
Questi dati suggeriscono che un ebreo a Seattle ha il 420% di probabilità in più rispetto a un arabo o musulmano di essere vittima di un crimine d’odio. Gli ebrei hanno avuto una probabilità di essere vittime di crimini con elementi di pregiudizio circa il 144% maggiore, e di essere presi di mira in un episodio di pregiudizio quasi il 189% maggiore rispetto ad arabi o musulmani nella città.
(HaKol, 21 agosto 2026)
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Tempo di penitenza e di conversione
I preparativi per il Capodanno ebraico iniziano all’inizio dell’ultimo mese. Al centro vi sono le preghiere di penitenza.
di Gundula Madeleine
Le Festività Solenni sono alle porte. Quest’anno, dall’11 al 13 settembre, gli ebrei e le ebree celebreranno Rosh HaShana, il Capodanno ebraico. Il «Capo dell’Anno», secondo la traduzione letterale, ricorda anche la creazione del mondo.
I preparativi e la preparazione interiore iniziano già all’inizio del mese di Elul. Essendo l’ultimo mese dell’anno, Elul è tradizionalmente un periodo di raccoglimento e di riflessione personale – un momento per ripensare alle proprie azioni e a quelle che non si sono compiute, nonché ai propri progressi spirituali dell’anno passato. Un periodo per prepararsi spiritualmente ai prossimi «Jamim Nora’im», letteralmente: «giorni terribili», da Rosh HaShana a Yom Kippur.
I nomi dei mesi del calendario ebraico hanno origine babilonese; Elul deriva dall’accadico elūlu. Elul è il dodicesimo e ultimo mese del calendario ebraico civile e il sesto secondo il conteggio del calendario biblico. Ha 29 giorni e, nel calendario gregoriano, ricade nel periodo tra agosto e settembre. Secondo la fede ebraica, l’anno «zero» è quello in cui Dio avrebbe creato il mondo – così è scritto nelle Scritture ebraiche. Secondo il calendario secolare, ciò avvenne 3.761 anni prima della nascita di Cristo. A Rosh Hashanah del 2026, secondo il calendario ebraico, avrà inizio l’anno 5787.
• Spesso attribuito un significato mistico
Nelle opere teologiche e filosofiche, così come nella Kabbalah, spesso viene attribuito loro anche un significato mistico. Riguardo al significato di Elul circolano una serie di spiegazioni e interpretazioni: La più nota vede nel nome Elul un acronimo della frase tratta dal libro «Cantico dei Cantici» (Cantico di Salomone) – «Shir HaShirim»: «Ani Ledodi Wedodi Li» – in italiano: «Io al mio amato e il mio amato a me». Secondo questa interpretazione, il mese di Elul è un periodo di amore tra Dio e il suo popolo d’Israele.
Secondo altre fonti, Elul significa, tradotto, «ricerca», poiché in questo periodo l’uomo dovrebbe prepararsi ai giorni imminenti del giudizio e della riconciliazione.
In quanto mese della grazia e del perdono divini, Elul è un periodo dedicato alla «Tshuva», al «ritorno» a Dio: preghiera, tzedakà – letteralmente: giustizia nel senso dell’assistenza sociale ebraica e della cura dei poveri – e la crescita di Ahavat Yisrael, l’amore per Israele – unito alla ricerca del miglioramento personale e dell’avvicinamento a Dio.
Il profeta Geremia ammonì (31,21–22):
Poni dei segnali lungo il cammino, stabilisci dei punti di riferimento, / presta attenzione alla strada, / al sentiero che hai percorso! Torna indietro, Vergine d’Israele, / torna nelle tue città! Per quanto tempo ancora ti opporrai, / figlia ribelle? Poiché il Signore sta creando qualcosa di nuovo nel paese: / la donna circonderà l’uomo.
Il rabbino Schneor Salman di Liadi (1745–1812), allievo di Israel Ben Elieser, fu il capo del movimento chassidico in Bielorussia. È noto anche come Baal Shem Tov (Portatore del buon nome) e fondatore del chassidismo. Il rabbino Schneor, il cui nome significa «due luci», paragona il mese di Elul a un periodo in cui «il re è nei campi». A differenza di quando il re si trova nel palazzo, nel mese di Elul tutti, uomini e donne, hanno la possibilità di incontrare Dio.
Il suo nome Schneor deriva dalle sue due opere principali, Shulchan Aruch HaRav e Il Libro di Tanya sulla Kabbalah. Suo padre Baruch era un discendente del rabbino e filosofo praghese Judah Löw.
• Invito al pentimento
Tra i minhagim (usanze) particolari per il mese di Elul vi è il suono quotidiano dello shofar, come invito al pentimento. Il Baal Shem Tov stabilì l’usanza di recitare ogni giorno tre salmi in più: dal 1° Elul fino a Yom Kippur, il Giorno dell’Espiazione, vengono recitati i restanti 36 salmi, completando così l’intero libro.
Nel mese di Elul, gli ebrei e le ebree devoti recitano le Slichot, le preghiere di pentimento, solitamente anche in tutti i giorni di digiuno, ad eccezione di Tisha beAv. L’inizio della recita delle Slichot dipende dalla tradizione che si segue.
Gli ebrei e le ebree sefarditi iniziano all’inizio del mese di Elul e si alzano già prima dell’alba per recitare le Slichot. Così si legge nello Shulchan Aruch (Orach Chajim 581,1), letteralmente «tavola imbandita». Questa autorevole raccolta di prescrizioni religiose dell’ebraismo fu redatta nel XVI secolo da Josef Karo (1488–1575) e successivamente rielaborata da diverse generazioni di rabbini.
Gli ebrei ashkenaziti iniziano le Slichot sabato sera dopo la Havdalah dello Shabbat che precede Rosh Hashanah, per la precisione: alla mezzanotte halachica. Si tratta del momento che si trova esattamente a metà strada tra il tramonto e l’alba. Se il sole tramontasse alle 20:00 e sorgesse di nuovo alle sette, ciò avverrebbe quindi verso l’una e mezza di notte.
Già il Machzor di Vitry – un’opera liturgica per le Festività Solenni, redatta in Francia nell’XI secolo – menziona l’usanza di «alzarsi presto, prima dell’alba, nella notte dopo lo Shabbat che precede Rosh Hashanah e chiedere misericordia». Nei giorni successivi è sufficiente recitare le Slichot prima della preghiera del mattino. Questa pratica si è affermata in molte comunità, anche per non sconvolgere completamente il bioritmo.
Nello Shulchan Aruch si legge invece: «È consuetudine alzarsi durante il periodo dell’“Ashmoret”, ovvero l’ultimo terzo della notte, per recitare le Slichot e le preghiere di supplica dall’inizio del mese di Elul fino a Yom Kippur».
• Usanze diverse
Il rabbino Mosè Isserles (1530–1572) stabilì la Halachà per l’area ashkenazita. Il termine ebraico significa «la via» o «il cammino». La Halachà è la legge religiosa ebraica, che comprende l’insieme di tutti i precetti e i divieti religiosi, nonché le regole per la vita quotidiana, l’etica e il rituale.
Isserles aggiunse il seguente commento: «L’usanza degli ebrei ashkenaziti non è quella sopra menzionata, bensì – durante il mese di Elul – quella di suonare lo shofar dopo la preghiera del mattino… e di svegliarsi durante l’Ashmoret la domenica prima di Rosh HaShana. Nel caso in cui Rosh Hashanah cada di lunedì o martedì, iniziamo dalla domenica della settimana precedente.»
In un certo senso, la pratica ashkenazita è un’estensione dell’usanza menzionata da Maimonide, il Rambam (1135–1204), nelle Hilchot Teshuva (3, Halachà 4): «È consuetudine di tutti svegliarsi di notte durante i dieci giorni, tra Rosh Hashanah e Yom Kippur, e recitare preghiere di supplica e parole di risveglio fino al sorgere del giorno».
La pratica ashkenazita aggiunge almeno quattro giorni. Questi quattro giorni, come spiega la Mishnah Berurah, hanno lo scopo di sostituire i quattro giorni tra Rosh Hashanah e Yom Kippur in cui non ci è permesso digiunare. Infatti, è consuetudine digiunare durante l’Aseret Yemei Teshuvah, i dieci giorni di pentimento.
Gli ebrei sefarditi, invece, recitano preghiere di penitenza durante l’intero mese di Elul in preparazione a Rosh Hashanah. Il digiuno nei giorni in cui si recitano le Slichot non è più molto diffuso oggi: ciò spiega tuttavia perché le Slichot vengano recitate in questo periodo come preghiere dei giorni di digiuno.
• Le qualità di Dio
Il nucleo delle Slichot è costituito dalle «shlosh esre middot» – le «13 attributi» di Dio – citate in Esodo 34,6–7:
E il Signore passò davanti a lui e proclamò]: Signore, Signore, Dio misericordioso e clemente, lento all’ira e ricco di grazia e fedeltà], che conserva la misericordia per migliaia ⟨di generazioni⟩, che perdona l’iniquità, la trasgressione e il peccato, ma non lascia affatto impunito, ⟨anzi⟩ punisce l’iniquità dei padri sui figli e sui figli dei figli, fino alla terza e alla quarta ⟨generazione⟩.
Il Talmud (Rosh HaShana 17b) menziona già le 13 qualità e racconta che Dio stesso le abbia insegnate a Mosè.
Rabbi Yochanan ben Zakkai fu un importante saggio ebreo del tardo periodo del Secondo Tempio e il primo saggio ebreo a cui nella Mishnah fu attribuito il titolo di «Rabbi». Egli riferisce quanto segue: dopo l’episodio del Vitello d’oro, Mosè avvertì che il peccato del popolo era così grande che egli stesso doveva intercedere per Israele. Allora Dio gli insegnò le 13 qualità e disse: «Ogni volta che Israele pecca, fa’ che lo reciti nell’ordine corretto, e io li perdonerò».
Rabbi Jochanan definisce questo un patto con Dio. Esso garantisce al popolo ebraico che la via verso il perdono sia sempre aperta. Tuttavia, il patto non sostituisce la tšuva personale, la «conversione». L’ex Gran Rabbino della Gran Bretagna Jonathan Sacks (1948–2020) definì le 13 qualità una «autodefinizione» di Dio.
Già il Talmud traccia un collegamento tra le 13 qualità e la penitenza e la conversione, così come vengono richieste alle persone in occasione delle Festività Solenni: «Dio indossò un tallit come un cantore e insegnò a Mosè l’ordine della preghiera. Ogni volta che Israele pecca, dovrà pregare davanti a me secondo questo ordine, e io gli perdonerò i suoi peccati».
• Meno di 13 attributi
Chi conta gli attributi dell’elenco noterà che sono meno di tredici. Questa discrepanza è stata notata anche dai saggi ebrei, così come il fatto che una parte del testo della Torah non sia riportata; essa recita: «E tuttavia non lascia impunito; punisce la colpa dei padri sui figli e sui figli dei figli, fino alla terza e alla quarta generazione.»
La spiegazione è la seguente: le caratteristiche elencate non si riferiscono solo agli aggettivi citati nel testo, ma piuttosto all’intero testo e quindi anche alla doppia menzione del nome di Dio. In un caso, il nome di Dio simboleggia la misericordia prima del peccato – così recita una interpretazione – mentre in un altro caso il Suo nome simboleggia la misericordia dopo il peccato.
Il mese di Elul, legato alla recita delle Slichot, è un periodo molto solenne nel calendario ebraico: le Slichot dovrebbero rappresentare un risveglio alla Tshuva, alla «conversione» e quindi al pentimento. Ci ricordano che – quando abbiamo peccato – ci troviamo in una «notte della vita» e dobbiamo invocare Dio affinché ci guidi e ci sostenga nel nostro ritorno a Lui. La festa ebraica del Capodanno, Rosh haShana, è definita anche come il Giorno del Giudizio Divino. Se l’uomo riconosce i propri peccati e si ravvede, gli viene promesso il perdono grazie alle Shlosh Esrei Middot.
Il mese di Elul è iniziato quest’anno la sera del 13 agosto. La Festa di Capodanno inizia la sera dell’11 settembre. Yom Kippur cade il decimo giorno dell’anno ebraico.
(Israelnetz, 21 agosto 2026)
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Iran. Cyberattacchi: nel mirino anche le università israeliane
Una rete legata ai Guardiani della Rivoluzione ha violato migliaia di account accademici nel mondo sottraendo oltre 31 terabyte di ricerche e proprietà intellettuale.
di Alessandro Carmi
Università israeliane sono finite nella gigantesca operazione di spionaggio informatico attribuita dagli Stati Uniti al Mabna Institute, organizzazione di hacker con base a Teheran che per anni ha sottratto ricerche scientifiche, proprietà intellettuale e credenziali accademiche in tutto il mondo. Secondo le accuse americane, l’operazione era condotta anche per conto dei Guardiani della Rivoluzione iraniani e ha consentito di compromettere circa 8.000 account universitari, sottraendo almeno 31,5 terabyte di materiale.
L’inchiesta affonda le sue radici nel 2018, quando il dipartimento di Giustizia statunitense incriminò nove cittadini iraniani collegati al Mabna Institute. L’organizzazione, fondata a Teheran nel 2013, era stata creata per procurare illegalmente a università e istituti scientifici iraniani l’accesso a risorse accademiche straniere. Secondo gli investigatori, lavorava contemporaneamente per organismi governativi, tra i quali i Guardiani della Rivoluzione, e per clienti interessati ad acquistare il materiale trafugato.
Le dimensioni dell’operazione erano enormi. Più di 100 mila account di docenti furono individuati come possibili bersagli e circa 8.000 vennero effettivamente violati. Negli Stati Uniti furono colpite 144 università; altre 176 istituzioni accademiche furono compromesse in 21 Paesi, tra i quali Israele e Italia. Le autorità americane non hanno reso pubblici i nomi degli atenei israeliani coinvolti né il numero degli account sottratti in ciascuna istituzione.
L’obiettivo era molto più ampio della ricerca militare o delle tecnologie immediatamente utilizzabili per la difesa. Gli hacker cercavano pubblicazioni e documenti relativi a scienze, ingegneria, medicina, discipline professionali e scienze sociali. Una volta ottenute le credenziali di un professore potevano accedere alle biblioteche digitali dell’università, scaricando articoli scientifici, libri elettronici, tesi e dissertazioni. Il dipartimento di Giustizia ha calcolato che le sole università americane avevano speso circa 3,4 miliardi di dollari per procurarsi e mantenere l’accesso alle risorse depredate.
Il metodo utilizzato contro gli accademici faceva leva soprattutto sullo spear phishing. Gli hacker studiavano il lavoro del ricercatore scelto come bersaglio, quindi gli inviavano un messaggio apparentemente proveniente da un collega interessato a una sua pubblicazione. Il collegamento inserito nell’e-mail conduceva a una falsa pagina di accesso, costruita per assomigliare a quella dell’università. Inserendo nome utente e password, la vittima consegnava inconsapevolmente le proprie credenziali.
Il materiale sottratto seguiva poi percorsi differenti. Una parte, secondo l’accusa americana, veniva acquisita per conto dei Guardiani della Rivoluzione e di altri clienti iraniani; un’altra diventava merce. Attraverso i siti Megapaper.ir e Gigapaper.ir venivano venduti documenti accademici oppure l’accesso agli account universitari compromessi, permettendo ai clienti in Iran di entrare direttamente nelle biblioteche digitali straniere.
La campagna andò inoltre molto oltre le università. Il Mabna Institute colpì decine di aziende negli Stati Uniti e in Europa e organismi pubblici, tra i quali il dipartimento del Lavoro americano, la Federal Energy Regulatory Commission, le amministrazioni delle Hawaii e dell’Indiana, le Nazioni Unite e l’UNICEF. In questi casi veniva utilizzato anche il cosiddetto password spraying, con tentativi di accesso a numerosi account attraverso password comuni o predefinite. Una volta penetrati nelle caselle di posta, gli aggressori potevano scaricarne l’intero contenuto e impostare inoltri automatici delle nuove comunicazioni.
Il caso Mabna mostra con particolare chiarezza quanto la ricerca universitaria sia diventata un obiettivo strategico della guerra informatica condotta dagli Stati. Il valore di un’incursione cyber, infatti, può risiedere nella possibilità di appropriarsi in poche ore di anni di lavoro scientifico, competenze e investimenti altrui.
Per Israele il dato assume un significato ulteriore. Il confronto con l’Iran si combatte da tempo anche nel cyberspazio e università, centri di ricerca e aziende tecnologiche rappresentano obiettivi particolarmente appetibili. Il furto di proprietà intellettuale compiuto attraverso il Mabna Institute dimostra che il confine tra spionaggio, acquisizione tecnologica e criminalità informatica è diventato sempre più sottile. E che anche un professore davanti alla propria posta elettronica può trovarsi, senza saperlo, sulla prima linea di questo conflitto.
(Setteottobre, 21 agosto 2026)
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Bergamo blindata per Atalanta-Hapoel Tel Aviv
Protesta pro-Palestina e tensioni tra tifosi
di Anna Balestrieri
Una partita di calcio trasformata, per un giorno, in un delicato banco di prova per l’ordine pubblico. A Bergamo, l’andata dei playoff di Conference League tra Atalanta e Hapoel Tel Aviv, disputata giovedì 20 agosto alla New Balance Arena e conclusa sullo 0-0, è stata preceduta da una manifestazione pro-Palestina e accompagnata da un imponente dispositivo di sicurezza. Durante la gara si sono registrati anche attimi di tensione tra le due tifoserie, mentre la Digos ha sequestrato 45 chili di fumogeni e fuochi d’artificio in un bed and breakfast dove alloggiavano due sostenitori israeliani. (RaiNews)
• La protesta contro la partita: «Fuori il sionismo dallo sport»
Già nei giorni precedenti alla gara era apparso chiaro che Atalanta-Hapoel non sarebbe stata una normale serata di calcio. La Rete Bergamo per la Palestina aveva indetto un presidio nelle vicinanze dello stadio, contestando lo svolgimento della partita e la partecipazione delle squadre israeliane alle competizioni UEFA.
Gli organizzatori avevano scelto uno slogan esplicito: «Show Hapoel the red card – Fuori il sionismo dallo sport». La mobilitazione chiedeva, tra le altre cose, la sospensione delle squadre israeliane dalle competizioni europee e criticava l’idea che lo sport potesse essere separato da quanto sta avvenendo in Medio Oriente. Alla vigilia della partita, inoltre, la scritta luminosa «Boycott Israel» era stata proiettata sulle pareti esterne della New Balance Arena, iniziativa rivendicata dall’Equipaggio di Terra di Bergamo della Global Sumud Flotilla. Un boicottaggio dal sapore paradossale nei confronti dell’Hapoel Tel Aviv, storicamente la squadra di calcio israeliana più inclusiva, che vanta molti calciatori arabi.
Il presidio si è svolto nel tardo pomeriggio a circa un chilometro dallo stadio. Secondo le ricostruzioni disponibili, non si sono verificati scontri tra i manifestanti e le forze dell’ordine, anche se il passaggio dei pullman diretti allo stadio con a bordo i tifosi dell’Hapoel ha provocato alcuni momenti di tensione, rapidamente rientrati.
• Bergamo sotto stretta sorveglianza
La città era stata preparata da giorni a un appuntamento considerato particolarmente sensibile. Il piano di sicurezza era stato discusso prima in Questura e poi in Prefettura. Per l’occasione erano stati schierati centinaia di agenti, con personale specializzato nell’ordine pubblico, nell’antiterrorismo e nei controlli anti-esplosivo.
Particolare attenzione era stata riservata anche allo spazio aereo: erano stati predisposti dispositivi anti-drone e limitazioni al sorvolo dell’area dello stadio. I sostenitori israeliani sono stati accompagnati lungo un percorso organizzato appositamente e concentrati in un’area diversa rispetto a quella utilizzata per altre partite.
Alla vigilia erano attesi circa mille tifosi dell’Hapoel, ma all’interno dell’impianto la presenza israeliana è risultata più ampia: secondo RaiNews, circa 1.700 sostenitori hanno assistito alla partita, con 1.300 nel settore ospiti e altri in Tribuna Centrale attraverso biglietti messi a disposizione dall’UEFA.
• Il divieto delle bandiere palestinesi
Uno degli aspetti più discussi è stato il divieto di introdurre bandiere palestinesi all’interno della New Balance Arena. La misura è stata applicata nell’ambito delle regole UEFA sulle bandiere di nazionalità diverse da quelle delle squadre impegnate in campo e ha comportato controlli rafforzati agli ingressi.
La decisione aveva suscitato ulteriori polemiche, proprio perché all’esterno dello stadio era prevista una manifestazione espressamente dedicata alla causa palestinese. Dentro l’impianto, tuttavia, il messaggio politico non avrebbe dovuto tradursi nell’esposizione di simboli nazionali palestinesi.
• Gli attimi di tensione tra le tifoserie
Le tensioni più concrete della serata non si sono però verificate tra manifestanti e polizia, bensì all’interno dello stadio. Pochi minuti dopo l’inizio dell’incontro, un gruppo di tifosi dell’Atalanta si è avvicinato alla balaustra che delimitava la Curva Sud.
Secondo la ricostruzione riportata dalle fonti di stampa, la reazione sarebbe stata provocata da uno sputo che sarebbe partito dal settore occupato dai tifosi israeliani. Gli steward sono intervenuti per impedire che la situazione degenerasse. Non risultano tuttavia scontri fisici generalizzati né feriti.
L’episodio è rimasto circoscritto, ma ha confermato il clima di forte tensione che aveva accompagnato l’intera giornata.
I tifosi dell’Hapoel avevano inoltre esposto tre striscioni con la scritta «Hapoel Ad HaMavet», «Hapoel fino alla morte», accendendo numerose torce rosse.
• Il sequestro di 45 chili di fumogeni e fuochi d’artificio
A rendere ancora più delicato il quadro della sicurezza è stato il ritrovamento, da parte della Digos, di 45 chili di fumogeni e fuochi d’artificio in un bed and breakfast del centro di Bergamo.
Il materiale si trovava nell’alloggio di due tifosi israeliani, che sono stati identificati dalle autorità. Il sequestro è avvenuto nell’ambito dei controlli predisposti in occasione della partita. Un quantitativo tale da
richiamare immediatamente l’attenzione delle forze dell’ordine, già impegnate in un dispositivo di sicurezza eccezionale per prevenire incidenti dentro e fuori dallo stadio.
• Una partita finita senza scontri generalizzati
Nonostante le preoccupazioni della vigilia, il presidio pro-Palestina, l’arrivo di migliaia di tifosi israeliani, le tensioni sugli spalti e il sequestro di materiale pirotecnico, la serata non è degenerata in scontri generalizzati tra manifestanti, tifosi e forze dell’ordine.
Il presidio si è concluso senza incidenti rilevanti e gli attimi di tensione nello stadio sono stati contenuti dall’intervento degli steward. Sky TG24 riferisce che, nel complesso, non si sono registrati scontri o ulteriori momenti di tensione fuori dall’impianto.
Sul terreno di gioco, invece, la partita si è chiusa con uno 0-0 che lascia completamente aperto il doppio confronto. L’Atalanta ha avuto alcune occasioni, soprattutto nel finale, senza riuscire a superare la difesa dell’Hapoel. Il ritorno si giocherà a Miskolc, in Ungheria.
A Bergamo, dunque, il risultato sportivo è stato soltanto una parte della storia. Per un’intera giornata, intorno ad Atalanta-Hapoel Tel Aviv si sono intrecciati calcio, sicurezza, protesta politica e le profonde divisioni legate alla guerra in Medio Oriente. Una tensione rimasta, almeno questa volta, sotto controllo, ma che ha trasformato uno spareggio europeo in uno degli eventi di ordine pubblico più delicati dell’estate italiana.
(Bet Magazine Mosaico, 21 agosto 2026)
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Sardegna, quando l’antisionismo supera il confine della critica politica
di Simonetta Rivka Pintor Diamanti
Sono sarda, sono di Cagliari e osservo con crescente preoccupazione ciò che sta accadendo nella mia terra.
Da tempo il dibattito su Israele ha oltrepassato il limite. Trasformando Israele nello Stato che deve continuamente giustificare la propria stessa esistenza, e utilizzare il termine “sionismo” come se fosse sinonimo di razzismo, colonialismo o criminalità.
Il sionismo è innanzitutto il movimento di autodeterminazione del popolo ebraico. E quando si nega agli ebrei quel diritto all’autodeterminazione che viene riconosciuto a tutti gli altri popoli, il problema è grave.
Ed è proprio qui che antisionismo e antisemitismo possono incontrarsi.
Esiste un antisionismo che utilizza stereotipi, demonizzazioni e doppi standard storicamente rivolti contro gli ebrei, trasferendoli oggi sullo Stato ebraico.
Quando Israele viene rappresentato come il male assoluto, quando se ne auspica la cancellazione, quando si considera illegittima la sua stessa esistenza come Stato del popolo ebraico, non siamo più davanti a una normale critica di politica internazionale.
In Sardegna questo clima sta diventando particolarmente preoccupante.
Manifestazioni, iniziative pubbliche e prese di posizione sempre più radicali contribuiscono a creare un ambiente nel quale chi difende Israele o semplicemente si dichiara sionista rischia di essere indicato come moralmente indegno, isolato o trasformato in bersaglio.
Tutto questo dovrebbe preoccupare le istituzioni regionali.
Il silenzio non è più sufficiente. La Regione Sardegna dovrebbe assumere una posizione chiara contro ogni forma di antisemitismo, senza ambiguità e senza accettare che l’odio venga giustificato attraverso il linguaggio della politica internazionale.
Difendere gli ebrei dall’antisemitismo significa anche comprendere le forme contemporanee attraverso le quali esso può manifestarsi.
La Sardegna è una terra che conosco . Proprio per questo ritengo necessario denunciare ciò che sta accadendo.
(Rights Reporter, 21 agosto 2026)
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Dai culti tollerati all’Islam senza intesa: la lunga storia italiana della libertà religiosa
di Stefano Piperno
Dallo Statuto Albertino, che riconosceva il cattolicesimo come unica religione dello Stato, alla Costituzione e alle intese con le confessioni acattoliche: il rapporto fra Stato, Chiesa e libertà religiosa attraversa tutta la storia italiana. Un percorso segnato da emancipazione, conflitti e ritardi, fino alla questione ancora aperta del riconoscimento unitario dell’Islam.
Nella Costituzione italiana i culti non cattolici sono definiti più propriamente «confessioni religiose diverse dalla cattolica» e sono pienamente tutelati.L’articolo 8 stabilisce: «Tutte le confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla legge».
Le recenti vicende di Ceuta, che hanno coinvolto un Paese islamico tra i più moderati, come il Marocco, e un Paese europeo a maggioranza cattolica, come la Spagna, hanno riportato all’attenzione la vexata quaestio della penetrazione islamica nel nostro continente.
Il problema ha però dimensioni tali da non poter essere affrontato compiutamente nel breve spazio di un articolo. Ma, mentre cercavo di mettere ordine nelle mie riflessioni, mi sono accorto di non essermi mai interrogato a fondo su come l’Italia abbia affrontato, nel corso della sua storia unitaria, il rapporto con la Chiesa e la presenza e il riconoscimento delle religioni acattoliche.
È stato questo lo scatto mentale che ha determinato la direzione delle mie riflessioni.
Da una questione europea e contemporanea sono così arrivato a una domanda più vicina e interessante per noi: quale legislazione regola oggi in Italia i rapporti fra lo Stato e le religioni acattoliche e attraverso quale percorso storico siamo giunti all’attuale assetto?
Occorre partire dall’Italia postrisorgimentale: uno Stato laico, liberale e sostanzialmente anticlericale, impegnato in un duro confronto con la Chiesa nell’ambito della cosiddetta «Questione romana».
Credo che questo racconto riserverà non poche sorprese, sia sul piano legislativo sia per i fatti e gli eventi che ne hanno accompagnato l’evoluzione.
Due eventi rilevanti avvennero sull’onda dei grandi rivolgimenti europei del 1848.
Il 17 aprile Pio IX fece abbattere gli accessi e parte delle mura del ghetto di Roma. Nel Regno di Sardegna, invece, Carlo Alberto riconobbe, con due distinti provvedimenti, i diritti civili e politici prima ai valdesi, il 17 febbraio, e poi agli ebrei, il 29 marzo.
Non si trattava ancora di una piena libertà religiosa: lo Statuto Albertino, promulgato il 4 marzo, continuava infatti a proclamare la religione cattolica come la sola dello Stato, definendo gli altri culti semplicemente «tollerati». Era comunque un primo, fondamentale passo verso l’emancipazione.
Proprio a Carlo Alberto, fervente cattolico, Carducci avrebbe dedicato, nell’ode Piemonte, i celebri versi: «…che via passasti con la spada in pugno ed il cilicio al cristian petto, italo Amleto».
La Questione romana, che aveva accompagnato tutto il processo risorgimentale, entrò nella sua fase decisiva con la breccia di Porta Pia e la presa di Roma del 20 settembre 1870. Quell’avvenimento ebbe anche un risvolto poco noto, ma particolarmente significativo e quasi emblematico dei tempi nuovi.
La storia volle che ad aprire la breccia decisiva fosse la batteria comandata dal capitano Giacomo Segre, un ufficiale ebreo piemontese. Non era un bersagliere, come talvolta viene raccontato, ma un esperto artigliere: furono i suoi cannoni a colpire con particolare precisione le Mura Aureliane, preparando il varco attraverso il quale sarebbero entrati i bersaglieri.
La coincidenza assume quasi il valore di un simbolo: un ebreo contribuì ad abbattere le mura della Roma pontificia e, con esse, anche l’ultima barriera che teneva gli ebrei romani segregati nel ghetto. Una targa in via Nomentana 133 ricorda oggi il punto dal quale operò la batteria di Segre.
È invece una leggenda che la scelta di affidare le cannonate a un ufficiale di religione ebraica fosse dovuta alla volontà di evitare la scomunica minacciata da Pio IX contro chi avesse osato invadere lo Stato pontificio.
Dopo la proclamazione di Roma capitale del Regno d’Italia, avvenuta nel 1871, lo Stato tentò di risolvere unilateralmente la Questione romana con la legge n. 214 del 13 maggio 1871, nota come Legge delle guarentigie.
Al papa venivano riconosciuti l’inviolabilità personale, gli onori sovrani, la disponibilità dei palazzi apostolici anche extraterritoriali, la libertà delle comunicazioni e una cospicua dotazione annuale in denaro. Non gli veniva però riconosciuta alcuna sovranità territoriale.
Pio IX respinse la legge, rifiutò il contributo economico e si considerò da allora «prigioniero nel Vaticano». Il conflitto tra lo Stato italiano e la Chiesa sarebbe rimasto aperto per quasi sessant’anni, fino ai Patti Lateranensi del 1929.
Per comprendere la condizione delle religioni non cattoliche occorre ricordare che lo Statuto Albertino, divenuto nel 1861 la carta costituzionale del Regno d’Italia, proclamava il cattolicesimo «sola religione dello Stato», mentre gli altri culti erano semplicemente «tollerati».
A questa disuguaglianza formale si contrapponeva però la legge Sineo del 19 giugno 1848, secondo la quale la differenza di culto non poteva limitare i diritti civili e politici né l’accesso alle cariche pubbliche e militari.
Nonostante questo, qualcosa si muoveva. Quasi nessuno sa, infatti, che la Mole Antonelliana, oggi simbolo di Torino, nacque nel 1863 come progetto della nuova sinagoga cittadina.
L’aumento continuo dell’altezza, dei costi e dei tempi imposto dall’ambizioso progetto di Alessandro Antonelli costrinse però la Comunità ebraica ad abbandonare l’impresa. Nel 1878 l’edificio fu acquistato dal Comune, trasformato in monumento all’unità nazionale e completato nel 1889. La Mole, dunque, non fu mai utilizzata come sinagoga.
L’Italia liberale rimase confessionale nella lettera dello Statuto, ma divenne progressivamente laica nella legislazione. Questo orientamento fu confermato dal Codice penale Zanardelli del 1889, che assicurò una protezione sostanzialmente paritaria alla libertà dei diversi culti.
Durante quel lungo periodo si susseguirono numerosi eventi che videro contrapposti lo Stato e la Chiesa. Ne rammento i più rilevanti.
Nel 1889 fu inaugurato a Roma, in Campo de’ Fiori, nonostante la fiera opposizione del Vaticano, il monumento a Giordano Bruno, simbolo del libero pensiero.
Nel 1895, nel venticinquesimo anniversario di Porta Pia, fu inaugurato al Gianicolo il monumento equestre a Giuseppe Garibaldi. Dopo i Patti Lateranensi del 1929, il regime fascista fece ruotare di 180 gradi il monumento: l’Eroe dei due mondi, che inizialmente guardava verso il Vaticano, fu rivolto dalla parte opposta per eliminare quello che la Santa Sede considerava un atteggiamento simbolicamente minaccioso.
Nel 1901, sempre a Roma, venne inaugurata la Fontana delle Naiadi in piazza dell’Esedra. Le sensuali figure femminili scolpite da Mario Rutelli suscitarono scandalo e le proteste degli ambienti clericali. La fontana fu quindi circondata da uno steccato di legno che impediva di vedere le quattro Naiadi nude.
I romani, tuttavia, sbirciavano tra le assi sconnesse; il 10 febbraio 1901, dopo una sorta di sollevazione popolare, lo steccato venne abbattuto. La fontana fu completata nel 1914 con la figura centrale del Glauco.
Nel 1904 venne aperta al culto una delle più grandi sinagoghe d’Europa: il Tempio Maggiore, costruito nell’area dell’antico ghetto e visitato ufficialmente, poco prima dell’inaugurazione, da Vittorio Emanuele III. Una solenne lapide, collocata sulla destra dell’ingresso, ricorda ancora oggi la visita compiuta dal re il 2 luglio 1904.
Fu però lo stesso Vittorio Emanuele III a firmare, nella tenuta di San Rossore, i decreti delle leggi razziali fasciste: il 5 settembre 1938 i primi provvedimenti riguardanti la scuola e, successivamente, il famigerato Regio Decreto-Legge n. 1728 del 17 novembre 1938, che sancì la persecuzione antisemita in Italia.
L’8 febbraio 1914 fu inaugurato il tempio valdese di piazza Cavour, segno evidente della presenza ormai riconosciuta delle religioni non cattoliche nella capitale del Regno.
Non va dimenticato che dal 1907 al 1913 Roma ebbe come sindaco Ernesto Nathan, repubblicano, mazziniano, ebreo laico e massone. La sua elezione rappresentò uno dei segni più evidenti della trasformazione della capitale: un esponente della comunità che fino al 1870 era stata confinata nel ghetto governava ora la città simbolo del cattolicesimo.
La sua amministrazione, fortemente laica e modernizzatrice, si impegnò soprattutto nella scuola pubblica, nei servizi municipali e nella lotta contro le rendite e i privilegi clericali.
Per Roma il cerchio si sarebbe chiuso in epoca repubblicana con la Grande Moschea, progettata dagli architetti Paolo Portoghesi, Sami Mousawi e Vittorio Gigliotti. Sorge ai piedi di Monte Antenne, tra i Parioli e l’Acqua Acetosa.
Il terreno fu concesso dal Comune nel 1974; la prima pietra venne posta nel 1984 alla presenza del presidente Sandro Pertini e l’inaugurazione avvenne il 21 giugno 1995. Finanziata in gran parte dall’Arabia Saudita e con il contributo di numerosi Paesi islamici, è sede del Centro islamico culturale d’Italia e principale luogo di culto musulmano della capitale.
In tema di multireligiosità della capitale, è opportuno segnalare anche la chiesa di Santa Sofia, cattolica di rito orientale, in via di Boccea. Ultimata nel 1968, è oggi un punto di raccolta per i rifugiati ucraini di Roma e non solo.
Il contenzioso tra lo Stato italiano e la Chiesa cattolica si concluse con la firma degli accordi che vanno sotto il nome di Conciliazione.
La svolta avvenne l’11 febbraio 1929 con la firma dei Patti Lateranensi, sottoscritti da Benito Mussolini, in rappresentanza di Vittorio Emanuele III, e dal cardinale Pietro Gasparri, segretario di Stato di papa Pio XI.
I Patti comprendevano tre atti distinti: il Trattato, con il quale l’Italia riconosceva la sovranità della Santa Sede sul nuovo Stato della Città del Vaticano, poneva fine alla Questione romana e riconosceva alla Santa Sede la proprietà di alcuni immobili extraterritoriali; la Convenzione finanziaria, che stabiliva l’indennizzo per la perdita dello Stato pontificio; il Concordato, che regolava i rapporti tra lo Stato e la Chiesa, riconoscendo il cattolicesimo come sola religione dello Stato e attribuendo alla Chiesa particolari prerogative nel matrimonio, nell’istruzione e nell’organizzazione ecclesiastica.
La Conciliazione modificò anche la condizione delle altre religioni. Con la legge n. 1159 del 24 giugno 1929, i precedenti «culti tollerati» divennero «culti ammessi»: potevano essere esercitati pubblicamente e i loro matrimoni ottenere effetti civili, ma comunità e ministri restavano sottoposti al controllo dello Stato.
Il cambiamento di denominazione non significò dunque parità: rispetto alla religione cattolica, riconosciuta come religione dello Stato, le altre confessioni conservarono una posizione subordinata.
Un vero superamento di questo impianto si ebbe solo con la revisione del Concordato del 1929, firmata il 18 febbraio 1984 a Villa Madama da Bettino Craxi, presidente del Consiglio, e dal cardinale Agostino Casaroli, segretario di Stato vaticano.
L’accordo, recepito con la legge n. 121 del 25 marzo 1985, eliminò il principio della religione cattolica come religione di Stato e ridefinì i rapporti tra Stato e Chiesa in senso di reciproca indipendenza e collaborazione.
Nello stesso periodo si avviarono anche le intese con le altre confessioni religiose. Con la Tavola valdese l’intesa fu firmata il 21 febbraio 1984 da Craxi e dal moderatore Giorgio Bouchard e approvata con la legge n. 449 dell’11 agosto 1984.
Con l’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane l’intesa fu firmata il 27 febbraio 1987 e approvata con la legge n. 101 dell’8 marzo 1989, riconoscendo piena libertà organizzativa e parità di diritti.
Questo accordo causò molte polemiche all’interno delle comunità perché dall’iscrizione d’ufficio alla nascita si passò alla dichiarazione volontaria di appartenenza, con evidenti ricadute negative sulle loro entrate fiscali.
Per l’Islam non esiste ancora oggi un’intesa generale con lo Stato italiano: sono stati avviati nel templo tavoli di consultazione e proposte di accordo, ma la comunità musulmana non ha ancora ottenuto un riconoscimento unitario analogo a quello delle altre confessioni.
Questo è un grave problema, che ha contribuito alla proliferazione di moschee improvvisate anche in negozi e persino in appartamenti, spesso presentati come circoli ricreativi o culturali.
È ipotizzabile che sia la stessa controparte a trovarsi nell’impossibilità di stipulare un’intesa, non disponendo di una rappresentanza istituzionale unitaria.
Ciò comporta, per esempio, che un matrimonio islamico celebrato davanti a un imam, di norma, non abbia validità civile.
Questi sono i fatti.
(InOltre, 21 agosto 2026)
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“Questi sono i fatti” dice l’autore riferendosi alla “lunga storia italiana della libertà religiosa”. In realtà i fatti riportati sono davvero pochi, e soprattutto lacunosi in molti punti essenziali. Forse perché gli ebrei italiani quando parlano di religione cristiana hanno in mente soprattutto, se non soltanto, la chiesa cattolica. Ed essendo partecipi anche loro di quell’analfabetismo biblico degli italiani di cui abbiamo già detto altrove, ne consegue che hanno grandi difficoltà a capire quello che si muove nell’ampio ambito genericamente inteso come cristiano. Così potrà sembrare strano che quando Carlo Alberto di Savoia, re di Sardegna, promulgò nel 1848 lo Statuto che nel 1861 sarà poi assunto anche dal futuro Regno d’Italia, in cui si diceva che “La Religione Cattolica, Apostolica e Romana è la sola Religione dello Stato. Gli altri culti ora esistenti sono tollerati conformemente alle leggi”, in Italia erano già presenti gruppi di evangelici che non contavano tra i “culti ora esistenti”. E poiché per la legge non esistevano, ci fu in Italia un lungo periodo in cui, fino al tempo delle leggi razziali, i cristiani non cattolici erano considerati e trattati peggio degli ebrei. Le testimonianze storiche sarebbero molte, ma evidentemente non interessano, né a cattolici né a ebrei.
Segnaliamo un articolo pubblicato sul nostro sito scritto in occasione della celebrazione dell’unità d’Italia: «Oh, mia patria, sì bella e perduta!». PDF
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Dalla prigionia alla chuppah: Eliya Cohen e Ziv Abud convolano a nozze
di Michelle Zarfati
Ci sono storie d’amore che attraversano il tempo. E poi ci sono quelle che devono attraversare una guerra. Eliya Cohen e Ziv Abud si sono sposati in Israele, davanti a circa mille invitati, trasformando il loro matrimonio in uno dei momenti più simbolici della lunga storia degli ostaggi israeliani. Dieci mesi dopo la proposta di matrimonio, e dopo anni segnati dalla strage del 7 ottobre 2023 e dalla prigionia di Cohen a Gaza, la coppia è finalmente arrivata insieme alla chuppah, il tradizionale baldacchino nuziale ebraico. La loro storia era cominciata molto prima del 7 ottobre. Cohen e Abud stavano insieme da anni quando, la mattina della strage, si sono ritrovati al Nova Festival. Insieme ad amici e familiari hanno cercato rifugio in un piccolo bunker vicino al kibbutz Re’im. Quel rifugio sarebbe diventato uno dei luoghi simbolo della strage: delle 27 persone che vi si erano nascoste, 16 furono uccise. Ziv riuscì a sopravvivere. Eliya venne invece catturato e portato nella Striscia di Gaza.
Per Ziv, la tragedia ha avuto anche un’altra dimensione. Durante l’attacco aveva visto Eliya trascinato fuori dal rifugio e, per un periodo, aveva creduto che fosse stato ucciso. Soltanto successivamente aveva scoperto, attraverso un video diffuso online, che era stato portato via vivo. Lei è rimasta ferita e nascosta sotto i corpi delle vittime, mentre continuava a chiedersi quale sarebbe stata la sorte del suo compagno. Cohen è stato liberato nel febbraio 2025, dopo oltre sedici mesi trascorsi nelle mani di Hamas. Una delle prime cose che ha scoperto tornando in Israele è stata proprio quella che per tanto tempo aveva ritenuto impossibile: Ziv era viva.
La loro riunione, dopo più di un anno di separazione, è diventata una delle immagini più potenti del ritorno degli ostaggi. Ma la coppia aveva deciso di non fermarsi alla sopravvivenza. Dopo la liberazione, Cohen aveva infatti promesso che avrebbe aspettato il ritorno degli ostaggi ancora detenuti prima di sposare Ziv. La proposta è arrivata nell’ottobre 2025, quando le condizioni che aveva posto erano finalmente state rispettate. “Abbiamo vinto tutto insieme” hanno dichiarato gli sposi. Dieci mesi dopo quella proposta, il matrimonio. La cerimonia si è svolta a Havat Ronit, con circa mille persone tra familiari, amici e coloro che hanno accompagnato la coppia durante gli anni più difficili. A guidare la cerimonia è stato l’ex rabbino capo d’Israele David Lau, mentre il cantante Amir Benayoun ha accompagnato l’ingresso della coppia alla chuppah.
Ma dietro la gioia rimane il ricordo di ciò che è accaduto quel 7 ottobre. Uno dei gesti più significativi legati al matrimonio riguarda infatti la ketubah, il contratto matrimoniale ebraico. A scriverla è stato Moshe Shapira, padre di Aner Shapira, l’uomo che durante l’attacco al rifugio ha lanciato fuori le granate che i terroristi stavano gettando all’interno, cercando di proteggere le persone nascoste nel bunker. Aner morì nell’attacco. Il suo gesto ha contribuito a salvare diverse vite, tra cui quella di Ziv. La ketubah diventa così qualcosa di più di un documento matrimoniale: è il filo che collega la memoria di quella mattina alla scelta, oggi, di continuare a vivere. Il matrimonio di Eliya e Ziv non cancella ciò che è accaduto. Nel 2023 erano nascosti insieme in un rifugio mentre intorno a loro si consumava una strage. Lui veniva trascinato via verso Gaza; lei sopravviveva senza sapere se lo avrebbe mai più rivisto. Nel 2026 hanno camminato fianco a fianco verso la chuppah.
(Shalom, 20 agosto 2026)
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Nord Israele. La Galilea torna a vivere
Dopo i mesi della guerra, escursionisti e turisti riscoprono l’Alta Galilea. Sentieri, torrenti e piccole attività riaprono mentre la regione cerca di ripartire
di Shira Navon
I sentieri sono di nuovo percorribili, le riserve naturali hanno riaperto ai visitatori e lungo i corsi d’acqua dell’Alta Galilea sono ricomparsi gli escursionisti. Il Nord d’Israele, una delle regioni che più a lungo hanno pagato le conseguenze della guerra, sta lentamente recuperando una normalità che passa anche attraverso gesti semplici come una passeggiata lungo un torrente o un bagno nelle acque gelide che scendono dalle pendici dell’Hermon.
Il ritorno rimane graduale. Molte località sono ancora lontane dall’affollamento che caratterizzava le estati precedenti al 7 ottobre 2023 e proprio questa situazione, paradossalmente, consente di riscoprire una Galilea insolitamente silenziosa. Ynet ha raccolto le indicazioni di Ben Pershitz, 42 anni, guida escursionistica e responsabile del gruppo Facebook “La guida del Nord”, rimasto nella regione durante la guerra. Secondo Pershitz, in alcuni punti l’assenza prolungata dei visitatori è ancora visibile nei sentieri invasi dalla vegetazione e negli accessi all’acqua quasi scomparsi tra l’erba.
Uno degli angoli meno conosciuti si trova lungo il torrente Ayun, vicino al cimitero di Kfar Yuval, a pochi chilometri dal confine libanese. Dal bordo della strada bastano pochi passi per raggiungere un tratto ombreggiato, con acqua bassa, accanto a un vecchio ponte. È un volto dell’Ayun diverso da quello più celebre della riserva naturale, conosciuta soprattutto per le sue cascate.
Più a sud scorre lo Snir, il nome israeliano dell’Hasbani, uno dei principali corsi d’acqua che alimentano il Giordano. Dalla zona di Gan HaTzafon si possono raggiungere diversi punti lungo il fiume, mentre nei pressi di Beit Hillel si trova la cosiddetta Columbia Beach, frequentata soprattutto dai giovani. Anche il Banias, il torrente Hermon, offre numerosi itinerari. La riserva ufficiale è regolarmente aperta e durante l’estate l’Autorità israeliana per la natura e i parchi ha predisposto nel Nord punti informativi destinati agli escursionisti, compreso quello del basso Banias.
Il ritorno dei visitatori possiede però un significato che va oltre una giornata trascorsa all’aperto. Per mesi l’Alta Galilea è stata una terra di evacuazioni, allarmi e attività economiche paralizzate. Nei primi tre mesi successivi all’attacco del 7 ottobre circa 210 mila israeliani lasciarono le proprie case nel Nord e nel Sud, secondo i dati successivamente raccolti dal Controllore dello Stato. Migliaia di imprese settentrionali, dagli alberghi ai ristoranti, dagli agriturismi alle aziende agricole, continuano ancora oggi a subire le conseguenze economiche di quel lungo periodo. A luglio il ministero del Turismo ha invitato esplicitamente gli enti pubblici a organizzare nel Nord vacanze aziendali, convegni e altre iniziative per contribuire alla ripresa dell’economia locale.
Anche le piccole attività raccontano questa lenta riconquista della quotidianità. Al kibbutz Dan, il Galileo Winery, azienda familiare nata nel 2004 accanto a un ramo del torrente Dan, ha trasformato la propria posizione in una piccola attrazione. I visitatori possono sedersi vicino al corso d’acqua e, in alcuni punti, sistemare le sedie direttamente nel torrente, tenendo i piedi immersi mentre assaggiano vino e formaggi.
Resta indispensabile la prudenza. La balneazione in molti tratti dei torrenti avviene senza sorveglianza e durante l’estate le autorità sanitarie effettuano controlli periodici sulla qualità dell’acqua. Nei mesi scorsi alcuni campionamenti hanno rilevato valori batterici anomali in diversi corsi d’acqua settentrionali, con conseguenti avvisi temporanei, per cui prima di entrare in acqua è necessario verificare gli aggiornamenti del ministero della Salute.
La Galilea che riappare nell’estate del 2026 porta ancora addosso i segni della guerra. Proprio per questo il ritorno di famiglie, escursionisti e turisti ha assunto un valore particolare. Ogni sentiero riaperto, ogni tavolo occupato e ogni piccolo tratto di fiume tornato a riempirsi di persone rappresentano anche una parte della difficile ripartenza del Nord d’Israele.
(Setteottobre, 20 agosto 2026)
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La bandiera più alta di Israele svetta a 61 metri di altezza
Alla presenza del presidente Isaac Herzog, nell’ente regionale di Lev HaSharon è stata issata la bandiera israeliana più alta del Paese. È destinata a essere visibile da lontano come simbolo di orgoglio, memoria e speranza.
di Itamar Eichner
Lev HaSharon, Israele: Martedì sera, nell’ambito di una cerimonia solenne alla presenza del presidente Isaac Herzog, l’ente regionale di Lev HaSharon e l’organizzazione «Otef Israel» hanno issato la bandiera israeliana più alta del Paese. Alla cerimonia hanno partecipato anche il presidente del Fondo Nazionale Ebraico KKL, Eyal Ostrinsky, il presidente dell’ente regionale Eli Aton, membri dell’organizzazione e 200 ospiti invitati. Tra questi c’erano i familiari dei caduti e delle vittime dell’Unione regionale, che hanno perso la vita durante la guerra «Spade di Ferro» e negli eventi del 7 ottobre, nonché sindaci e altre personalità della vita pubblica.
La bandiera sventola su un imponente pennone alto 61 metri, eretto nei pressi del monumento dedicato ai soldati della 5ª Brigata nel moshav Nitzanei Oz, nel distretto regionale di Lev HaSharon. È stata progettata per essere visibile da grande distanza dalle principali arterie di traffico della regione. Il progetto nasce dalla visione e dall’iniziativa dell’organizzazione «Otef Israel», guidata dal suo amministratore delegato Yoav Lazar, ed è stato realizzato in stretta collaborazione con l’ente regionale di Lev HaSharon.
Il momento clou dell’evento è stato quello in cui, dopo circa due anni di lavori di ingegneria e progettazione a Lev HaSharon, l’enorme bandiera è stata issata in cima al pennone illuminato. L’impianto è stato realizzato secondo standard rigorosi e rimane illuminato in modo permanente per tutta la notte. Si trova in un punto strategico con vista sulle principali arterie di traffico della regione e dovrebbe essere visibile da lontano nel centro del Paese.
Il presidente Isaac Herzog ha dichiarato:
«Se volete, non è una favola. Era un detto di Herzl. Herzl disegnò il blu e il bianco, da qui tutto ebbe inizio. E quando parliamo della bandiera, in questo momento pensiamo al ritorno di Yehuda Katz, di benedetta memoria, un soldato dell’IDF, l’ultimo dei combattenti di Sultan Yacoub, le cui spoglie mortali sono state riportate in Israele per la sepoltura dopo 44 anni – il che dimostra quanto sia sacro e duraturo l’impegno a riportare tutti a casa. Ha combattuto per la bandiera e sarà sepolto avvolto nella bandiera. Questa bandiera è la nostra bandiera. Questa bandiera esprime l’eternità di Israele. Il 28 maggio 1948, un gruppo molto ristretto di combattenti si trovava qui e fermò la 5ª brigata irachena. Penso al fatto che oggi siamo qui, quasi 80 anni dopo, a innalzare la bandiera e a dire al mondo intero, al popolo ebraico e a tutto il popolo di Israele: l’eternità di Israele non mentirà. La bandiera non mentirà. Questa bandiera abbraccia tutti i cittadini e le cittadine di Israele. È la bandiera di tutti e per questo la innalziamo con orgoglio.”
(Israel Heute, 20 agosto 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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La Siria nega di voler mettere a disposizione della Turchia la base di Abu Duhur
Il ministro degli Esteri siriano Asaad Al-Shaibani nega che ci siano piani per la concessione della base di Abu Duhur alla Turchia, ma rivendica le prerogative di uno stato sovrano
di Sarah G. Frankl
Il ministro degli Esteri siriano Asaad Al-Shaibani nega ad Axios che vi siano piani per lo schieramento delle forze turche in una base aerea in Siria che Israele ha bombardato questa settimana, cosa che, secondo lui, Damasco avrebbe comunicato a Gerusalemme prima dell’attacco.
«Non vi era alcun rafforzamento militare turco presso la base, in alcun senso tale da giustificare una simile interpretazione», dichiara al sito di notizie. «La base era, infatti, in gran parte vuota. Non era ancora stata completamente ripristinata né era diventata pienamente operativa, e i lavori in loco erano ancora in fase di ripristino».
«Pertanto, collegare l’attacco a una presenza militare turca presso la base non trova riscontro nella situazione sul campo così com’era in quel momento», aggiunge Al-Shaibani, pur riconoscendo che ufficiali dell’esercito turco hanno visitato la base di Abu Duhur alcuni giorni prima degli attacchi nell’ambito di quella che egli descrive come «una cooperazione militare in corso nei settori dell’addestramento e dello scambio di competenze».
«La Siria sta attualmente lavorando alla ricostruzione delle proprie istituzioni militari e civili e allo sviluppo delle loro capacità. Trae quindi beneficio da programmi di cooperazione e addestramento con diversi paesi, non solo con la Turchia. Una cooperazione simile ha avuto luogo e continua con l’Arabia Saudita, la Giordania, il Qatar e la Russia», continua. «La Siria è uno Stato sovrano e ha il diritto di stabilire relazioni di cooperazione e alleanza con qualsiasi paese, compresa la Turchia».
Al-Shaibani ha inoltre dichiarato ad Axios che il suo governo ha informato l’amministrazione Trump «che non ci fidiamo delle intenzioni di Israele nei confronti della Siria e che riteniamo che l’attuale politica israeliana, compresa l’escalation militare e le azioni sul campo, non contribuisca alla stabilità in Siria né nella regione».
«La sicurezza non può essere unilaterale. Proprio come noi teniamo conto delle preoccupazioni di Israele in materia di sicurezza, anche Israele deve tenere conto delle preoccupazioni della Siria in materia di sicurezza e affrontare seriamente le nostre preoccupazioni riguardo alla sua politica espansionistica e alle operazioni militari all’interno del territorio siriano», afferma.
(Rights Reporter, 20 agosto 2026)
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KKL: un nuovo percorso dedicato alle persone con disabilità sul fiume Tzippori
di Michelle Zarfati
Dopo anni di lavori e un investimento di considerevole di Shekel il Keren Kayemeth LeIsrael–Jewish National Fund (KKL-JNF) ha inaugurato un nuovo percorso accessibile lungo il fiume Tzippori e nell’area forestale del nord d’Israele. L’intervento consentirà a persone con disabilità, famiglie, anziani e visitatori di ogni età di accedere più facilmente a uno degli spazi naturali della Valle di Jezreel.
Il percorso circolare, lungo 4,2 chilometri, attraversa boschi naturali, una pineta e l’alveo del torrente, offrendo scorci sulla valle, sui vigneti e sui siti archeologici della zona. Lungo il tracciato sono state realizzate aree di sosta e punti di riposo, con panchine accessibili, corrimano nei tratti in pendenza e nuovi punti panoramici pensati per rendere la visita più agevole e sicura. Un elemento distintivo del percorso sono inoltre i mosaici artistici realizzati in collaborazione con veterani dell’IDF con disabilità del Centro di riabilitazione di Ein Hamifratz. Le opere contribuiscono a integrare nel progetto anche una dimensione artistica e sociale, rafforzando il legame tra il percorso e la comunità. L’obiettivo del progetto, secondo KKL-JNF, è stato quello di conciliare l’accessibilità con la tutela del paesaggio, del patrimonio e dei valori ambientali dell’area. L’iniziativa è stata guidata da KKL-JNF in collaborazione con la Kishon Drainage and River Authority e il Consiglio regionale della Valle di Jezreel. La conclusione dei lavori è stata celebrata con una cerimonia inaugurale alla presenza del presidente di KKL-JNF Eyal Ostrinsky, di Yaron Ohayon, responsabile della Divisione Sviluppo del Territorio di KKL-JNF, di Shelli Ben Yishai, direttrice della Regione Nord, di Erez Moshe, direttore dell’area Gilboa, della presidente del Consiglio regionale della Valle di Jezreel Shlomit Shihor Reichman, dell’amministratore delegato della Kishon Drainage and River Authority Uri Regev e del presidente di Access Israel Yuval Wagner. “Proteggere la natura non significa soltanto preservare il paesaggio, ma anche permettere a ogni persona di goderne”, ha detto Ostrinsky. Secondo il presidente di KKL-JNF, il percorso del fiume Tzippori rappresenta una concreta applicazione della visione secondo cui gli spazi naturali di Israele devono essere aperti, accessibili e accoglienti per tutti, unendo accessibilità, tutela della natura e valorizzazione del patrimonio.
Uri Regev, amministratore delegato della Kishon Drainage and River Authority, ha sottolineato il legame tra riqualificazione ambientale e fruizione pubblica. “Quando ripristiniamo un corso d’acqua, non miglioriamo soltanto l’ecosistema, ma restituiamo anche la natura alle persone”, ha commentato, definendo il progetto un esempio della forza della collaborazione tra le organizzazioni coinvolte. Shlomit Shihor Reichman, presidente del Consiglio regionale della Valle di Jezreel, ha definito l’inaugurazione un importante traguardo per le persone con disabilità, le famiglie con passeggini, gli anziani e il pubblico in generale. Il nuovo tracciato, ha sottolineato, è il più lungo percorso circolare accessibile della Regione Nord e si aggiunge alla rete di itinerari escursionistici, turistici e ricreativi della valle, offrendo a un numero crescente di visitatori la possibilità di vivere i suoi spazi aperti e i suoi paesaggi. Con l’apertura del nuovo percorso, il fiume Tzippori diventa così un punto di incontro tra natura, accessibilità e fruizione pubblica. Un progetto che punta a rendere il paesaggio della Valle di Jezreel più facilmente accessibile, senza rinunciare alla tutela dell’ambiente e del patrimonio che lo caratterizzano.
(Shalom, 20 agosto 2026)
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Antropologia della sinistra amica di Israele. Che di quell’amicizia si vergogna
La difesa progressista di Israele sembra spesso richiedere un rito preliminare: condannare Netanyahu e «i coloni» per ottenere il diritto di parola. Ma il lessico non è neutro e l’odio contro Israele non nasce da un governo né scomparirà con un voto.
di Filippo Piperno
Negli anni Cinquanta Raymond Aron descrisse un tipo umano: l’intellettuale progressista inflessibile con l’America del senatore McCarthy e improvvisamente prudente davanti ai gulag sovietici. Non era necessariamente uno stalinista filosovietico. Più spesso temeva di essere scambiato per un reazionario, e la repulsione per l’anticomunismo diventava la quota associativa della sua rispettabilità: non ciò che pensava, ma ciò che era tenuto a dire per non essere etichettato.
Era, prima ancora che un giudizio, un’osservazione di antropologia politica: la descrizione di un costume, delle sue regole e del suo prezzo.
Settant’anni dopo, quel costume ha cambiato oggetto ma non struttura, e uno dei suoi esempi più istruttivi si osserva in molte persone di sinistra che sostengono la causa di Israele (sconsiglio loro di definirsi come «amici d’Israele», che suona davvero male).
Anche tra costoro sembra esserci una quota associativa da versare alla rispettabilità sociale. Ha la forma di una clausola di stile: prima di difendere il diritto di Israele a esistere e a difendersi, devono mettere a verbale il proprio orrore per Netanyahu, per “il governo più a destra della storia israeliana” e, negli ultimi tempi, per “i coloni”.
La struttura è fissa come quella di una liturgia e l’ordine viene invertito di rado: l’orrore precede la difesa, come l’abluzione precede l’ingresso nel tempio.
Un paio di giorni fa Giorgio Gori, europarlamentare del PD e già sindaco di Bergamo, talmente accreditato come amico d’Israele da essersi guadagnato pochi mesi fa una contestazione propal all’università della sua città, ha scritto su X: «Poche persone mi fanno orrore come i coloni suprematisti ebrei (sic). Pazzi fanatici, crudeli criminali».
Già, i coloni, «quest’immensa vergogna». La clausola di stile non prescrive soltanto una condanna. Prescrive un vocabolario. «I coloni» vi compaiono come un soggetto collettivo, omogeneo e già giudicato: non una categoria amministrativa o geografica, ma un tipo morale.
Eppure quella parola – colono – comprime realtà diversissime. Nei grandi blocchi vicini alla Linea Verde, la linea d’armistizio del 1949, vivono famiglie spinte dal costo delle abitazioni più che dal messianismo, in aree generalmente destinate a Israele, nei piani di pace, attraverso scambi territoriali.
Altrove i «coloni» sono i discendenti di comunità espulse con la violenza: da Hebron dopo il massacro del 1929, dal Gush Etzion e dal Quartiere ebraico di Gerusalemme nel 1948. Definire allo stesso modo chi è tornato in quei luoghi significa assumere il 1967 come punto zero della storia e adeguarsi pedissequamente alla propaganda arabo-palestinese più spudorata.
Lo stesso sostantivo comprende poi i residenti di insediamenti decisi dallo Stato, gli abitanti di avamposti illegali anche per Israele, i militanti messianici e anche quei gruppi responsabili di violenze contro i palestinesi.
La pensionata di Ma’ale Adumim, il discendente degli espulsi di Hebron e il fanatico che incendia un uliveto non appartengono alla stessa categoria morale, giuridica o politica. Trattarli come figure intercambiabili non aiuta a capire: serve a costruire un colpevole collettivo.
Anche alla luce di questi fatti, Fiamma Nirenstein ha proposto di abbandonare del tutto il termine «coloni» e la sua obiezione lessicale tocca un punto reale: nell’uso politico corrente «colono» funziona come una condanna incorporata nel sostantivo.
È proprio certo, l’amico d’Israele, di volersi prestare a questa narrativa che, come capita sistematicamente con Israele e gli ebrei, è un tantino sbrigativa?
E però sembra essere più forte di lui: distinguere viene considerato un’attenuante e l’attenuante una complicità. Per evitare il sospetto, conviene dunque non distinguere: «i coloni» diventano tutti suprematisti, fanatici e criminali.
Così l’adesione a quel vocabolario assolve il parlante prima ancora che cominci il discorso e attesta che, pur difendendo Israele, resta membro a pieno titolo della comunità morale progressista.
Tutto questo ci rivela, soprattutto, che nella sinistra «progressista» la difesa di Israele è una posizione sospetta per impostazione predefinita e richiede attenuanti da produrre prima ancora di entrare nel merito.
Non c’è bisogno di supporre malafede. Al contrario, il meccanismo è tanto più interessante quanto più è sincero. Le clausole sociali efficaci non costringono a mentire: selezionano, fra le cose vere che una persona pensa, quelle che devono essere pronunciate per prime e con maggiore enfasi.
La questione non è se Gori detesti davvero i violenti israeliani. La questione è perché quel disgusto debba assumere la forma di una professione di appartenenza, mentre altre verità altrettanto rilevanti non ricevono lo stesso trattamento rituale.
Scrivere un tweet costa un minuto. Negli stessi sessanta secondi impiegati a pregare per il «riscatto» di Israele si potrebbe ricordare che non si tengono elezioni presidenziali palestinesi dal 2005 né legislative dal 2006; che Abu Mazen, eletto per un mandato quadriennale, è al ventunesimo anno; che Hamas conquistò il controllo esclusivo di Gaza nel 2007 e non ha più sottoposto il proprio potere a un voto generale; che non esiste oggi una leadership palestinese investita di un mandato recente e capace di impegnare insieme Cisgiordania e Gaza in un accordo.
E non si sta parlando di tirare in ballo l’intento distruttivo, l’unico fin qui visibile e agli atti, espresso dalla società palestinese nei confronti d’Israele.
Eppure il vuoto di rappresentanza palestinese non è un dettaglio amministrativo del conflitto: è uno dei suoi architravi e questa constatazione non richiede fonti riservate né particolare coraggio analitico.
E tuttavia, nel linguaggio pubblico del genere politico che stiamo osservando, ricorre assai meno della condanna dei coloni e soprattutto non svolge mai la stessa funzione preliminare.
Fin qui la clausola come codice linguistico e segnale di appartenenza. Ma le parole di un politico non restano confinate alla semantica: incorporano una diagnosi della realtà e da quella diagnosi discendono previsioni e scelte. È qui che il rito smette di essere soltanto un fatto di costume e diventa un problema politico ancora più grave.
La diagnosi implicita nella clausola di stile è condensata nel verbo scelto da Gori: «riscattarsi». Il verbo stabilisce una relazione causale precisa: Israele porta una vergogna nazionale e il voto può purificarlo, rimuovendo Netanyahu, i suoi alleati e i violenti che essi proteggono.
Sembrerebbe quasi che, se la «colpa» venisse rimossa, il problema del conflitto israelo-palestinese verrebbe risolto (e, soprattutto, cesserebbe l’imbarazzo ambientale di Gori nel difendere Israele).
Anche questa è un’altra delle imperdonabili bestialità degli «amici d’Israele» dal pedigree progressista, che lascia intendere che l’ostilità antisraeliana sia soprattutto il prodotto contingente del governo israeliano in carica e delle sue politiche.
Claudio Velardi, sul Riformista, lo ha definito il «capro espiatorio degli ipocriti». Caricargli addosso ogni colpa consente di immaginare che basti rimuoverlo perché Israele si «riscatti» e il conflitto cambi natura.
Ma l’odio per Israele non nasce con Netanyahu e non scomparirà quando Netanyahu non governerà più. L’odio viscerale nei confronti d’Israele precede Netanyahu e sopravviverà alla sua uscita di scena.
Se un amico d’Israele non è in grado di capirlo, occorre che riveda la propria amicizia e Israele, ne siamo certi, se ne farà una ragione.
Il 27 ottobre gli israeliani voteranno, alla scadenza della legislatura, con esito aperto. È ragionevole che ciascuno speri nell’esito che preferisce.
Non è ragionevole aspettarsi che quel voto arresti la marea montante dell’odio contro Israele, nella quale sempre più spesso si saldano antisemitismo viscerale, antioccidentalismo e un terzomondismo rivoluzionario che non contesta allo Stato ebraico ciò che fa, ma ciò che è.
Una mobilitazione di questa natura non protesta contro un programma di governo e non si placa con un’alternanza elettorale: auspica che lo Stato d’Israele venga cancellato dalle mappe.
Il voto potrà cambiare il governo. Non potrà riscattare Israele dalla colpa di esistere. Con i suoi cittadini e con i suoi coloni.
(InOltre, 19 agosto 2026)
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Un enorme errore degli israeliani “democratici” è di non aver avvertito subito, né prima né dopo, che nel linguaggio dei nemici di Israele Netanyahu è una metonimia. Si dice Netanyahu per indicare Israele. Semplice. Piperno si affatica ora a tentare di separare i due termini, ma sarà una fatica immane. Per i devoti al culto della “democrazia”, Netanyahu è un falso profeta che si nasconde sotto le spoglie di primo ministro di Israele, paese che o è il primo in fatto di democrazia oppure … non è degno di esistere. No, forse no, forse fino a questo punto gli israeliani, anche se di sinistra, non ci arrivano. Ma ci arrivano gli altri. E qui sta il problema. M.C.
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Israele al voto. Prove di sabotaggio da Teheran
Reti di profili falsi, intelligenza artificiale e provocazioni costruite per esasperare le divisioni. L’allarme sulle interferenze straniere cresce alla vigilia del voto
di Shira Navon
Le prossime elezioni israeliane si combatteranno anche su un fronte invisibile, dove l’avversario può fingersi un elettore di destra, un manifestante contro il governo, un attivista arabo o un familiare degli ostaggi. L’obiettivo è entrare nelle fratture della società israeliana e allargarle. L’Iran lo fa da anni e oggi dispone di strumenti assai più sofisticati, dall’intelligenza artificiale alle reti coordinate di account falsi. A poche settimane dall’avvio della campagna per la 26ª Knesset, il rischio di interferenze straniere è diventato ufficialmente un problema di sicurezza nazionale.
Alla fine di luglio la sottocommissione parlamentare per l’intelligence ha dedicato una riunione riservata proprio alla protezione delle elezioni, alla presenza del direttore dello Shin Bet David Zini e del presidente della Commissione elettorale centrale, il giudice Noam Sohlberg. Il presidente della sottocommissione, Boaz Bismuth, ha avvertito che la campagna elettorale sarà «un obiettivo primario per i nemici di Israele».
Il pericolo riguarda ormai molto più della sicurezza informatica tradizionale. Per anni si è temuto soprattutto che una potenza straniera potesse violare sistemi informatici, sottrarre dati o compromettere le infrastrutture elettorali. La minaccia che preoccupa oggi gli specialisti è diversa e viene indicata con l’acronimo FIMI, Foreign Information Manipulation and Interference. Consiste nell’infiltrarsi nel dibattito pubblico, creare identità credibili, diffondere informazioni false o manipolate e soprattutto esasperare conflitti che esistono già.
David Siman-Tov, ricercatore dell’Institute for National Security Studies e dell’Institute for the Study of Intelligence Methodology, studia da anni le operazioni iraniane sulle reti sociali israeliane. Una ricerca dell’INSS dedicata alle attività condotte fra il 2020 e il 2022 ha mostrato un dato essenziale per comprenderne la logica. Gli operatori stranieri non hanno necessariamente interesse a sostenere una parte politica precisa. Cercano piuttosto di approfondire le divisioni interne e indebolire la società israeliana nel suo complesso.
L’Iran ha imparato rapidamente. Le prime operazioni erano relativamente facili da riconoscere, tradite da un ebraico incerto e da errori grossolani. L’intelligenza artificiale ha cambiato il quadro, permettendo di produrre testi plausibili, immagini e identità virtuali difficili da distinguere a prima vista da quelle di utenti israeliani autentici. Le campagne possono inserirsi nella protesta contro il governo, nel conflitto sulla leva degli haredim, nelle tensioni tra destra e sinistra o nella tragedia degli ostaggi. Il contenuto ideologico conta fino a un certo punto. Conta la capacità di provocare rabbia, paura e sfiducia.
Uno degli episodi più inquietanti ha superato la frontiera tra mondo virtuale e vita reale. Nell’aprile 2024 alla famiglia di Liri Albag, allora ostaggio di Hamas a Gaza, fu recapitata una corona funebre con un messaggio che dava per morta la ragazza e aggiungeva che «il Paese è più importante». Lo Shin Bet concluse che con elevata probabilità dietro la provocazione vi erano agenti iraniani. Persino il fioraio israeliano utilizzato per la consegna era stato ingannato da chi aveva effettuato l’ordine.
È precisamente questo passaggio a rendere l’interferenza difficile da neutralizzare. Una falsificazione fabbricata all’estero può essere ripresa in buona fede da israeliani autentici, oppure rilanciata consapevolmente perché utile alla propria battaglia politica. A quel punto l’origine straniera scompare e il messaggio comincia a vivere di vita propria dentro il sistema politico israeliano.
Il precedente che inquieta maggiormente gli esperti arriva dalla Romania. Nel dicembre 2024 la Corte costituzionale annullò le elezioni presidenziali dopo la sorprendente vittoria al primo turno di Călin Georgescu, candidato ultranazionalista e critico della NATO, emerso grazie a una formidabile campagna sui social. Documenti dell’intelligence desecretati indicarono una vasta operazione di influenza attribuita alla Russia e il voto fu ripetuto.
Israele ha cominciato a reagire anche sul piano legislativo. Il 16 luglio la Knesset ha approvato nuove disposizioni per le elezioni della 26ª legislatura che impongono di segnalare chiaramente determinati contenuti elettorali creati o modificati digitalmente, compresi quelli prodotti con l’intelligenza artificiale e capaci di apparire autentici. È un primo argine alla diffusione dei deepfake, destinato però a intervenire soltanto su una parte del problema.
La difficoltà maggiore resta infatti stabilire chi stia parlando. Una fotografia falsa può essere contrassegnata; molto più complicato è scoprire che dietro un profilo apparentemente israeliano opera una struttura collegata a Teheran, oppure capire quando un messaggio nato in una centrale straniera è ormai diventato materiale della normale propaganda politica.
Ed è qui che si giocherà una delle battaglie più delicate delle prossime elezioni. L’Iran ha scoperto che per colpire Israele non occorrono sempre missili e droni. Può bastare convincere gli israeliani che la voce che stanno ascoltando appartenga davvero a uno di loro.
(Setteottobre, 19 agosto 2026)
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Commissione di Stato sul 7 ottobre: secondo Baharav-Miara, la decisione dovrà attendere il prossimo governo
Il procuratore generale ha ribadito l’importanza di una commissione d’inchiesta nazionale, ma ha sottolineato che avrebbe dovuto essere nominata già da tempo.
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Il procuratore generale Gali Baharav-Miara
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Mercoledì, il procuratore generale Gali Baharav-Miara ha dichiarato che il governo dovrebbe attendere la fine delle elezioni prima di istituire una commissione d’inchiesta sul pogrom perpetrato dal gruppo terroristico palestinese Hamas il 7 ottobre 2023, rimproverando al contempo i leader politici di non averlo fatto finora.
In un parere sulla questione presentato all’Alta Corte di Giustizia, Baharav-Miara ha osservato che le elezioni si avvicinano e che, di conseguenza, dato il tempo già trascorso, «propone di lasciare al prossimo governo il compito di esaminare la questione e prendere una decisione al riguardo».
Il governo si è sempre rifiutato di nominare una commissione d’inchiesta nazionale su questa catastrofe, preferendo promuovere un’indagine governativa il cui mandato sarebbe definito dalla coalizione al potere, il che le conferirebbe un maggiore controllo su conclusioni potenzialmente sconcertanti.
Nel suo parere, la signora Baharav-Miara ha indicato che una commissione di Stato era «chiaramente lo strumento giuridico più appropriato per indagare sugli eventi del 7 ottobre e sulla guerra», ma che avrebbe dovuto essere nominata già da tempo.
«Sono passati due anni e dieci mesi dallo scoppio della guerra e il governo non ha ancora preso alcuna decisione», ha scritto.
«Questa situazione, di per sé estremamente insolita, solleva numerosi problemi e potrebbe compromettere l’efficacia di una futura indagine e causare pregiudizi in materia di prove. »
Le elezioni legislative sono previste per il 27 ottobre, anche se la formazione di un governo potrebbe richiedere più di un mese.
(The Times of Israel, 19 agosto 2026)
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Il team di Trump sostiene Israele a Gaza: prima bisogna disarmare Hamas
Israele afferma che la ricostruzione della Striscia di Gaza non sarà possibile finché Hamas rimarrà armato, e l’amministrazione Trump sembra ora condividere questa posizione.
di Ryan Jones
GERUSALEMME - Le notizie su una nuova frattura tra Stati Uniti e Israele sulla questione di Gaza possono anche essere politicamente opportune, ma non rispecchiano il punto centrale emerso dai colloqui di questa settimana: Hamas deporrà le armi per primo. Solo dopo Israele si ritirerà. La ricostruzione di Gaza avverrà solo quando la minaccia terroristica sarà stata eliminata.
Il primo ministro Benjamin Netanyahu si è incontrato lunedì per quattro ore con l’inviato di Trump, Jared Kushner, per discutere il piano di pace per Gaza del presidente Donald Trump. Netanyahu ha ribadito con forza che Israele non lascerà la Striscia di Gaza solo per poi assistere al riarmo, alla riorganizzazione e al ritorno al potere di Hamas.
Per Israele, l’ordine di attuazione è fondamentale.
Israele chiede che Hamas si disarmi completamente, e solo allora avrà luogo un ritiro significativo delle Forze di Difesa Israeliane (IDF). La ricostruzione della Striscia di Gaza avverrà dopo la smilitarizzazione, non prima. Qualsiasi altra soluzione equivarrebbe a ricostruire il campo di battaglia per lo stesso esercito terroristico che ha perpetrato il massacro del 7 ottobre.
Dopo il suo incontro maratona con Netanyahu, Kushner ha dichiarato a Fox News che Gerusalemme e Washington sono sulla stessa linea a questo riguardo.
«Non permetteremo la ricostruzione della Striscia di Gaza finché non sarà avvenuta la smilitarizzazione», ha affermato, aggiungendo che Washington non intende ricostruire la Striscia di Gaza solo per vederla nuovamente conquistata dai terroristi o distrutta in un’altra guerra.
Ha inoltre chiarito che gli Stati Uniti non limiteranno la capacità di Israele di difendersi dalle minacce immediate. E se Hamas non dovesse rispettare i propri impegni, ha affermato Kushner, Israele riceverebbe il sostegno degli Stati Uniti per «portare a termine il compito in modo adeguato».
In breve: l’amministrazione Trump è d’accordo con Israele: la ricostruzione a Gaza non può iniziare finché Hamas mantiene intatte le proprie armi, i tunnel e le strutture di comando.
Nonostante la concordanza tra Israele e l’amministrazione Trump, molti titoli dei giornali hanno dipinto un quadro di disaccordo, suggerendo ancora una volta che Gaza stia creando una frattura tra gli alleati.
L’ambasciatore statunitense in Israele, Mike Huckabee, era presente all’incontro tra Netanyahu e Kushner e ha sottolineato che le notizie relative a tensioni tra le due parti sono «fake news».
Huckabee ha descritto i colloqui come «intensi e approfonditi, ma rispettosi» e ha affermato che le notizie su una frattura tra gli Stati Uniti e Israele sono «prive di fondamento».
Permangono questioni spinose relative all’attuazione, alla tempistica e alla verifica. Hamas ha già fatto promesse in passato. Israele ha seppellito le vittime di quelle promesse. Kushner ha affermato che gli Stati Uniti non si fanno illusioni e non si fidano di Hamas, ma sono disposti a darle una possibilità.
Ed è proprio per questo che l’ordine di attuazione è così importante. Poiché non ci si può fidare di Hamas, è Hamas che deve «fare il primo passo» e deporre le armi prima che si possa procedere alle fasi successive del piano. Su questo punto non sembrano esserci divergenze tra Israele e Washington. Almeno per il momento.
(Israel Heute, 18 agosto 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Perché l’IRGC ha tutto l’interesse che la guerra in Iran continui
Per il Corpo dei Guardiani della rivoluzione (IRGC) la fine della guerra in Iran vorrebbe dire la fine del loro controllo totale su tutto, forse la fine delle stesse IRGC.
di Sadira Efseryan
C’è un motivo fondamentale per cui la guerra in Iran non è finita: l’Iran non vuole che finisca.
Il fatto è che, al momento, la guerra serve gli scopi del regime di Teheran molto meglio di quanto farebbe la pace. La scadenza, questa settimana, del termine di 60 giorni per un accordo di pace – stabilito in un memorandum d’intesa ormai privo di valore tra gli Stati Uniti e l’Iran – non è motivo di rammarico per i leader iraniani della linea dura, che sono incalliti sostenitori della guerra.
A prima vista ciò potrebbe sorprendere. La guerra ha ucciso migliaia di iraniani, ne ha feriti altre decine di migliaia e ha causato cento miliardi di dollari di danni a ponti, autostrade, ferrovie e aeroporti. La leadership militare e politica del Paese è stata decimata, con un leader supremo morto e il suo successore invisibile. Le vendite di petrolio si sono arrestate, devastando l’economia iraniana.
Di fronte a tali perdite, qualsiasi modello di comportamento razionale suggerirebbe che Teheran chieda la pace. Ma la pace indebolirebbe in modo critico i pilastri su cui si regge il regime, privando il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche — recentemente rafforzato — dello stato di emergenza bellica che gli ha permesso di calpestare il presidente, il parlamento e il ministero degli Esteri del Paese.
Immaginate l’alternativa. In tempo di pace, un Mojtaba Khamenei indebolito — che molti ritengono menomato da un infortunio — dovrebbe alla fine uscire dall’ombra. Uno stato di relativa normalità metterebbe a nudo la situazione precaria dell’economia iraniana e le sue cause profonde, da ricercarsi nella cattiva gestione e nella corruzione piuttosto che nella guerra. Ogni percorso verso il negoziato minaccia il modello di controllo del regime in tempo di guerra.
Il regime ha tutte le ragioni per far proseguire questa guerra. Ecco tre motivi:
(1) Potere: la sopravvivenza istituzionale dello Stato militare
Il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC) è ormai uno Stato nello Stato. Con i suoi tentacoli che si estendono in profondità in ogni aspetto dell’economia iraniana e della vita quotidiana della popolazione, controlla la produzione di petrolio e gas, i progetti edilizi, le telecomunicazioni, le istituzioni finanziarie e una miriade di altri settori.
Questo sviluppo, in atto da tempo, ha subito un’accelerazione negli ultimi anni. L’allora ministro degli Esteri Javad Zarif si lamentò nel 2021 del fatto che l’IRGC esercitasse un’influenza maggiore sulla politica estera dell’Iran rispetto al Ministero degli Esteri.
A maggior ragione ora che la guerra ha creato una crisi di successione di cui l’IRGC ha approfittato. In seguito alla morte della Guida Suprema Ali Khamenei all’inizio della guerra, suo figlio Mojtaba è stato insediato come successore di facciata dai comandanti dell’IRGC guidati dal generale di brigata Ahmad Vahidi.
La scorsa settimana, Vahidi, comandante fondatore della Forza Quds ed ex ministro dell’Interno, è stato nominato comandante in capo dell’IRGC, nell’ambito di un rimpasto del regime che ha portato una mezza dozzina di figure di spicco di lunga data dell’IRGC a ricoprire posizioni di vertice. Mohsen Rezaei, ex comandante della Guardia Rivoluzionaria, è stato nominato nuovo segretario del Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale iraniano e rappresentante personale della Guida Suprema Mojtaba Khamenei in seno all’organismo.
Anche se fosse in buona salute, Mojtaba non avrebbe le credenziali rivoluzionarie né l’autorità indipendente di suo padre. Continua a ricoprire nominalmente il ruolo più potente del Paese, una figura misteriosa il cui volto e la cui voce sono rimasti nascosti al pubblico sin da quando ha assunto la carica, solo perché i comandanti dell’IRGC lo sostengono nel contesto di una crisi bellica. Senza una minaccia esterna, altri potrebbero contendere l’influenza e contestare la legittimità di Mojtaba.
Con l’ascesa dell’IRGC, il potere del presidente Masoud Pezeshkian è crollato. Prima dell’inizio delle ostilità, egli esercitava un’autentica autorità esecutiva sulle nomine di gabinetto e sulla governance civile. Dall’inizio della guerra, l’IRGC ha bloccato le sue nomine e limitato la sua autorità. Né il presidente del Parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf né il ministro degli Esteri Abbas Araghchi possono agire senza l’approvazione dell’IRGC.
In sostanza, l’IRGC ora risponde solo a una guida suprema invisibile. È grazie alla guerra se ha ricevuto uno stanziamento di oltre 3,11 quadrilioni di rial (6 miliardi di dollari) nel bilancio attuale, quasi il doppio rispetto ai 1,77 quadrilioni di rial (3,4 miliardi di dollari) destinati all’esercito regolare.
In assenza di una minaccia esterna concreta, il controllo totale dell’IRGC potrebbe benissimo vacillare. Pezeshkian potrebbe tentare di riappropriarsi dell’autorità esecutiva e altre istituzioni potrebbero premere per un ritorno ai processi costituzionali.
(2) Combattimento: la rete di proxy e l’influenza regionale
Grazie a questa guerra, l’Iran mantiene la propria rilevanza strategica. Sebbene la Repubblica Islamica non possa sconfiggere gli Stati Uniti o Israele in termini militari convenzionali, può rimanere una forza regionale con cui fare i conti attraverso i suoi proxy, gli attacchi transfrontalieri e una dimostrata volontà di andare fino in fondo. Come ha sintetizzato in modo succinto Mona Yacoubian, direttrice del Programma sul Medio Oriente del CSIS: «La strategia di guerra dell’Iran: non calibrare – intensificare».
Il protrarsi del conflitto permette all’Iran di amplificare il suo ruolo di «guastafeste», che svolge da decenni, rendendo il Medio Oriente ancora di più una «zona off-limits» per i suoi avversari. L’IRGC ora esercita con gioia la sua capacità di bloccare lo Stretto di Hormuz, detenendo il potere di veto su un quinto del transito petrolifero globale e offrendo un’enorme capacità di destabilizzazione sull’economia mondiale.
Il protocollo d’intesa (MOU) negoziato dai mediatori il 14 giugno offriva all’Iran una via per porre fine alla guerra. Accettarlo, però, avrebbe richiesto a Teheran di rinunciare alla leva strategica che il Canale di Hormuz rappresenta in tempo di guerra. Teheran ha rifiutato, ribadendo la propria posizione con attacchi alla navigazione nel mese di luglio per far fallire completamente i negoziati.
La pace secondo i termini suggeriti nel protocollo d’intesa significherebbe restituire la carta di Hormuz senza ottenere nulla in cambio, dal punto di vista dell’Iran. Nel momento in cui lo stretto riaprirà liberamente in condizioni di pace, l’Iran cederà il potere di destabilizzazione che ora detiene sugli Stati Uniti, sui produttori del Golfo e sugli acquirenti asiatici.
Per la prima volta nella sua storia, la Repubblica Islamica ha attaccato tutti e sei gli Stati del Consiglio di Cooperazione del Golfo: Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Kuwait, Bahrein e Oman. L’Iran ha lanciato una raffica senza precedenti di missili e droni, prendendo di mira raffinerie di petrolio e installazioni militari in tutta la regione. Ha dimostrato di poter neutralizzare contemporaneamente ogni principale obiettivo economico e militare in tutto il Golfo. Il protrarsi della guerra mantiene quella minaccia incombente sulla regione.
La guerra mantiene inoltre i gruppi proxy regionali del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC), tra cui Hezbollah in Libano, le milizie in Siria e Iraq, gli Houthi nello Yemen e Hamas in Palestina, dipendenti da Teheran per armi, finanziamenti e coordinamento. In tempo di guerra, Teheran ha un incentivo ancora maggiore a finanziare i propri alleati per attaccare i propri nemici.
Non più tardi dello scorso novembre, il Medio Oriente occupava il quarto posto – dopo l’Emisfero Occidentale, l’Asia e l’Europa – nelle priorità regionali dell’amministrazione Trump, come delineato nella strategia di sicurezza nazionale della Casa Bianca. «L’Iran – la principale forza destabilizzante della regione – è stato notevolmente indebolito dalle azioni israeliane a partire dal 7 ottobre 2023 e dall’Operazione Midnight Hammer del presidente Trump del giugno 2025, che ha compromesso in modo significativo il programma nucleare iraniano», secondo quanto riportato in quel documento.
In tempo di guerra, gli Stati Uniti hanno aumentato il proprio dispiegamento di truppe in Medio Oriente a 50.000, e due gruppi da battaglia di portaerei americane sono stati trasferiti nella regione.
Teheran probabilmente non avrebbe voluto vedere questa concentrazione di potenza militare statunitense nella regione, ma ora che è lì, potrebbe benissimo avere interesse a che gli Stati Uniti rimangano. Ogni giorno in più di guerra mantiene una forza statunitense concentrata ed esposta nel raggio d’azione dei missili e dei droni iraniani e dei loro alleati. Teheran dispone di quelle che in gergo militare vengono definite «linee interne»: il vantaggio di operare vicino al proprio territorio, alle catene di rifornimento e ai rinforzi.
Probabilmente, a Teheran basta rendere costoso lo schieramento statunitense, e così è stato. Le scorte statunitensi di intercettori Patriot sono scese a poco più di un terzo di quanto fossero prima della guerra. All’inizio di giugno, il capo economista di Moody’s Analytics ha stimato il costo della guerra per gli Stati Uniti a 100 miliardi di dollari, e da allora tali costi non hanno fatto che aumentare.
La pace ostacolerebbe il programma nucleare iraniano anche più di quanto abbiano fatto le bombe. Ogni settimana senza un accordo è una settimana senza ispettori dell’AIEA. Teheran ha sfruttato il vuoto creato dalle condizioni di guerra per continuare a costruire in siti come Pickaxe Mountain. Qualsiasi accordo di pace comporterebbe un intensificarsi delle ispezioni che il regime preferirebbe evitare.
(3) Controllo: oppressione interna
La storia ci offre numerosi precedenti di minacce esterne, reali o inventate, che giustificano un ruolo preminente delle istituzioni di stampo militare in uno Stato autoritario: vengono in mente Hitler, Stalin e Franco. Possiamo trovare echi di questa situazione nell’Egitto, nel Myanmar e nel Pakistan di oggi.
Il conflitto esterno consente al regime di attribuire le difficoltà economiche alle sanzioni piuttosto che alla cattiva gestione e alla corruzione che affliggono la Repubblica Islamica sin dalla sua fondazione. La guerra permette al regime di eludere ogni responsabilità per quasi cinque decenni di fallimenti economici.
La guerra è iniziata appena sette settimane dopo che, l’8 e il 9 gennaio, le forze di sicurezza iraniane avevano ucciso migliaia dei propri cittadini. Eppure, meno di due mesi dopo, l’attenzione mondiale si è spostata sui leader iraniani assassinati e sullo Stretto di Hormuz.
In tempo di guerra, è possibile giustificare restrizioni di sicurezza più severe, mobilitare il sentimento nazionalista e dipingere l’opposizione come antipatriottica e traditrice. Solo nei primi tre mesi di guerra, più di 6.000 persone sono state arrestate arbitrariamente, tra cui manifestanti, giornalisti e difensori dei diritti umani. Le autorità hanno usato le minacce esterne come pretesto per procedere ad arresti di massa, provocare sparizioni forzate e accelerare i processi.
• Perché Teheran teme la pace: lezioni dalla guerra dei 12 giorni
A seguito del breve conflitto dello scorso anno tra Israele e gli Stati Uniti da un lato e l’Iran dall’altro, il regime si è trovato a dover raccogliere i cocci senza dover affrontare alcuna minaccia esterna immediata. La strada da seguire non era chiara. Nel giro di pochi mesi, la pressione interna è diventata insostenibile. La valuta iraniana è entrata in caduta libera. La spirale economica ha portato allo scoppio di proteste alla fine di dicembre, che si sono rapidamente diffuse in tutto il Paese.
Il regime ha risposto con arresti ed esecuzioni per mantenere il controllo. Ecco come si presenta la pace agli occhi di Teheran: dissenso incontrollato, crollo della valuta, conflitti tra fazioni interne e la necessità di uccisioni di massa per reprimere l’opposizione.
In tale contesto, la guerra è preferibile, e più dura, meglio è. «Un modo è prolungare questa guerra fino al prossimo mandato presidenziale e causare logoramento», ha affermato un ufficiale del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC) in un’intervista alla PBS la scorsa settimana. «State tranquilli, anche se questa guerra dovesse durare anni, fino all’ultimo giorno, i razzi iraniani continueranno a essere lanciati.»
La fiamma è stata accesa il 28 febbraio. A quasi mezzo anno dall’inizio, l’IRGC ha meno motivi per spegnerla che per alimentarla, per tenere i propri nemici sotto pressione e rimanere al potere.
(Rights Reporter, 18 agosto 2026)
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Perché l’America cerca di dare lezioni a Israele sul terrorismo?
Dopo trilioni di dollari e una guerra dopo l’altra, che non hanno portato al risultato auspicato da Washington, questo non è il momento giusto per dare lezioni allo Stato ebraico.
di Duvi Honig
(JNS) Da decenni gli Stati Uniti d’America dispongono dell’esercito più potente del mondo, in grado di annientare eserciti, strutture di comando e governi con straordinaria rapidità. Ma vincere battaglie non equivale a vincere guerre.
Il vero metro di misura di una vittoria è se un Paese raggiunge l’obiettivo per il quale sono state sacrificate vite umane e risorse finanziarie. A questo proposito, Washington dovrebbe usare cautela quando impone a Israele come comportarsi con Hamas, Hezbollah e l’Iran.
Il Vietnam avrebbe dovuto dare una lezione agli americani già anni fa. Morirono più di 58.000 americani, ma non si riuscì a impedire la caduta del Vietnam del Sud sotto il dominio comunista. L’America si ritirò e Saigon cadde.
La guerra del Golfo del 1991 ebbe l’esito opposto. L’America si era prefissata l’obiettivo limitato di cacciare le forze armate irachene dal Kuwait, lo raggiunse e poi si fermò.
Ma l’Iraq si è poi trasformato in un altro fallimento.
La destituzione del dittatore Saddam Hussein nel 2003 è durata settimane. Ciò che ne è seguito si è protratto per oltre due decenni. Washington aveva immaginato un Iraq stabile e democratico. Invece si sono verificate rivolte, guerre di religione, l’ISIS e un’enorme influenza iraniana. Mentre gli Stati Uniti si preparano a ritirare le truppe rimanenti, le milizie sostenute dall’Iran, tra cui anche gruppi che hanno attaccato gli americani, rimangono saldamente radicate. Gli Stati Uniti sapevano come rovesciare Saddam. Tuttavia, non sapevano come trasformare l’Iraq nel Paese che avevano sperato di vedere.
L’Afghanistan ha seguito lo stesso schema. Dopo l’11 settembre, gli Stati Uniti hanno rapidamente distrutto il rifugio di Al-Qaeda e destituito il governo talebano che aveva protetto il gruppo terroristico. Successivamente, gli Stati Uniti hanno impiegato 20 anni per costruire un nuovo Stato afghano e un nuovo esercito afghano. Durante il ritiro statunitense, il governo e l’esercito sono crollati quasi immediatamente e i talebani sono tornati al potere.
Gli Stati Uniti hanno speso circa 8 trilioni di dollari per le guerre successive all’11 settembre. Ciononostante, il terrorismo non è scomparso. I talebani e le milizie sostenute dall’Iran sono sopravvissuti; è sorto l’ISIS; gli Houthi sono diventati una minaccia regionale; Hamas ha continuato a esistere; e Hezbollah ha costituito un enorme arsenale missilistico non statale.
Il fallimento non è stato una questione di coraggio, ma di strategia.
Washington ha ripetutamente dato per scontato che sicurezza, denaro e opportunità a sufficienza avrebbero alla fine indotto i propri avversari a pensare come gli americani. Ma il tentativo di imporre il pensiero occidentale agli estremisti ideologici è come cercare di trasformare un gatto in un cane o un leone in un elefante. La loro natura è diversa.
L’America guarda ai conflitti da una prospettiva occidentale. Hamas, Hezbollah e la leadership iraniana considerano la loro lotta in chiave ideologica.
Questa differenza è fondamentale. Per gli estremisti ideologici, l’inganno, il rinvio, gli accordi temporanei e i negoziati possono servire a un obiettivo superiore. Un negoziatore occidentale potrebbe considerare un accordo come un fine in sé. Un movimento estremista lo vede piuttosto come un’opportunità per guadagnare tempo.
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump sta imparando questa lezione in prima persona proprio in Iran. Dopo che gli Stati Uniti e Israele hanno attaccato la leadership iraniana e le infrastrutture militari, Teheran non è diventata un partner negoziale occidentale. L’Iran ha continuato a ricorrere a pressioni, minacce, ritardi, negoziati e manovre di influenza.
Mentre Trump osserva l’Iran giocare a questo gioco, l’America spinge Israele verso accordi che dipendono da garanzie internazionali, ritiri graduali e varie promesse riguardo a Hamas e Hezbollah.
Nella Striscia di Gaza, il Consiglio di pace di Trump si basa su impegni di disarmo, mentre Hamas rimane armato al confine con Israele. In Libano, Israele è sotto pressione affinché si ritiri, mentre la minaccia di Hezbollah e l’influenza iraniana permangono.
L’Iran, Hamas e Hezbollah non devono sconfiggere l’America o Israele in modo convenzionale. Devono sopravvivere, aspettare, riorganizzarsi e sfruttare il desiderio dell’Occidente di raggiungere un accordo. Ma l’America può fare i conti sbagliati, spendere trilioni e alla fine tornare a casa. Israele non può farlo. Israele è già a casa.
Se Washington valuta male l’Iran, ne pagherà il prezzo strategico. Se mette sotto pressione Israele a causa di un errore di valutazione americano su Hamas o Hezbollah, gli israeliani potrebbero pagare con la vita.
Per questo Israele agisce in modo diverso. Ha compreso ciò per cui l’America ha speso trilioni: un documento firmato non cambia necessariamente l’ideologia di un nemico. Hamas e Hezbollah non sono aziende che negoziano accordi. Le loro definizioni di vittoria e la loro tolleranza per le vittime sono diverse. Misurano il tempo in generazioni, non in cicli elettorali.
Per affrontare questa situazione, la deterrenza significa rendere le violazioni più costose del rispetto degli accordi. Significa comprendere che la distruzione delle capacità militari è più importante di un’altra promessa di pace.
L’America vorrebbe dare consigli a Israele. Gli amici danno consigli agli amici. Ma dopo trilioni di dollari, migliaia di vite umane e una guerra dopo l’altra che non hanno portato al risultato auspicato da Washington, questo non è il momento giusto per dare lezioni a Israele o esercitare pressioni su quel Paese.
È giunto il momento che l’America impari qualcosa da Israele.
(Israel Heute, 18 agosto 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Da New York 47 ebrei iraniani fanno aliyah
di Paolo Montesi
Quarantasette ebrei americani di origine iraniana hanno lasciato New York e si sono trasferiti insieme in Israele, scegliendo Ra’anana per cominciare una nuova vita. Appartengono alla comunità degli ebrei di Mashhad, una delle più antiche e singolari della diaspora persiana, e sono arrivati la scorsa settimana con un’aliyah collettiva organizzata con l’assistenza di Nefesh B’Nefesh. Entro la fine di agosto altri 28 nuovi immigrati, appartenenti alla comunità ebraica siriana degli Stati Uniti, dovrebbero raggiungere la stessa città.
Il trasferimento assume un significato particolare per la storia delle famiglie coinvolte. La comunità ebraica di Mashhad, città santa dell’islam sciita nell’Iran nordorientale, si formò nel XVIII secolo e attraversò uno dei momenti più drammatici della propria storia nel 1839. Durante il pogrom ricordato come Allahdad, decine di ebrei furono uccisi e la comunità venne costretta a convertirsi all’islam. Per decenni molti dei convertiti continuarono però a praticare segretamente l’ebraismo, dando vita a una forma di cripto-ebraismo che sarebbe diventata un elemento decisivo della loro identità collettiva.
La progressiva emigrazione da Mashhad accelerò dopo un nuovo episodio di violenza antiebraica nel 1946. Molte famiglie si trasferirono a Teheran, altre raggiunsero Israele e gli Stati Uniti. La rivoluzione islamica del 1979 provocò infine l’uscita dall’Iran di gran parte di quanti vi erano rimasti. A New York, soprattutto a Great Neck e nel Queens, gli ebrei mashhadi hanno costruito negli anni una comunità prospera e fortemente coesa, conservando legami familiari, tradizioni religiose e una memoria comune che gli studiosi hanno indicato come uno dei suoi tratti distintivi.
Proprio questa coesione spiega la particolarità dell’aliyah appena avvenuta. Le famiglie hanno preparato insieme il trasferimento, compiendo anche un viaggio esplorativo in Israele per scegliere dove stabilirsi. Alla fine ha prevalso Ra’anana, città del distretto Centrale che ospita una consistente popolazione di origine anglosassone e offre ai nuovi arrivati la possibilità di inserirsi in un ambiente israeliano mantenendo una rete comunitaria capace di accompagnare soprattutto i bambini nei primi mesi.
La decisione era maturata da tempo, anche se il 7 ottobre e gli anni di guerra hanno accelerato un processo già in corso. Jordan Carmeli, arrivato con la moglie e sei figli, ha spiegato di avere avvertito sempre più profondamente la contraddizione tra la vita tranquilla a New York e quanto stava accadendo agli israeliani. Ariel Delmani, 33 anni, che in passato aveva già servito per quattordici mesi nell’esercito israeliano come soldato senza famiglia nel Paese, ha raccontato invece di avere sempre considerato Israele il luogo nel quale avrebbe voluto crescere i propri figli.
La scelta acquista ulteriore rilievo perché avviene mentre Israele affronta anche il problema opposto, quello dell’emigrazione di una parte dei suoi cittadini dopo anni di guerra e instabilità. Queste famiglie hanno deciso di compiere il viaggio inverso, lasciando una delle comunità ebraiche più ricche e organizzate degli Stati Uniti per trasferirsi in un Paese che continua a confrontarsi con difficoltà economiche e problemi di sicurezza. Nessuno dei nuovi arrivati nasconde le incognite. Le preoccupazioni riguardano soprattutto il lavoro, l’integrazione dei figli e l’adattamento a una società molto diversa da quella americana.
Il progetto collettivo serve anche a ridurre questi rischi. Nefesh B’Nefesh, che accompagna l’immigrazione dal Nord America, insiste da tempo sull’importanza delle reti sociali nella fase successiva all’arrivo, quando occorre affrontare questioni che vanno dai documenti all’assistenza sanitaria, dalla scuola alla ricerca di un’occupazione. Nel caso dei mashhadi, tuttavia, il trasferimento porta con sé qualcosa che supera le difficoltà pratiche dell’immigrazione. È l’ennesima tappa di una comunità che ha attraversato persecuzioni, conversioni forzate, clandestinità religiosa e migrazioni successive riuscendo a conservare una fortissima identità ebraica.
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FOTO
Un'altra foto fatta con l'intelligenza artificiale. Viva la finzione! Abbasso la realtà! Viene il dubbio che anche la notizia sia stata assemblata nello stesso modo.
Non riporteremo più simili finzioni
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Tra i nuovi israeliani rimane persino un desiderio che oggi può sembrare remoto. Un giorno, ha raccontato Carmeli, vorrebbe poter prendere un aereo all’aeroporto Ben Gurion e atterrare direttamente a Teheran, per vedere i luoghi nei quali sono cresciuti i suoi genitori. Dentro quella speranza si riassume forse l’intero percorso di queste famiglie, che hanno lasciato l’Iran, costruito una nuova esistenza in America e ora scelto Israele come destinazione definitiva.
(Setteottobre, 18 agosto 2026)
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Assassinio sul Medio Orient Express: chi ha ucciso il Captagon?
di Emma Zaira
Dopo il 7 ottobre 2023 il Captagon era ovunque: sui giornali, nelle analisi e nel racconto dei miliziani di Hamas. Poi è scomparso. Una congiura del silenzio con molti possibili moventi, proprio come sull’Orient Express.
C’è una vignetta famosissima che gira sul web, con una tizia che vorrebbe dormire, ma il suo cervello glielo impedisce, sadico, bersagliandola a tradimento con domande assurde. La mia personale versione si è manifestata l’altra notte, quando di colpo, senza una ragione precisa, mi sono chiesta: ma il Captagon, che fine ha fatto?
Ricordo i giorni di metà ottobre 2023: era ovunque. Tutti i media riportavano che nelle tasche dei miliziani di Hamas uccisi o catturati dopo il 7 ottobre erano state rinvenute pasticche di un eccitante dal nome vagamente star trekkiano: il Captagon.
Sky TG24, La Stampa, la Repubblica, Vanity Fair, Il Sole 24 Ore, Il Giornale, Focus.it. Tutti ci spiegavano cos’era la “droga della jihad”, la “cocaina dei poveri”, con toni che sfioravano la pubblicità occulta per chi ha problemi di autostima: una sostanza così potente come compressore delle inibizioni da trasformarti in una macchina, seppure di morte, inarrestabile. C’era quasi da farci un pensiero.
E per qualche settimana, in effetti, non c’era testata italiana o estera che sfuggisse al fascino del Captagon: Jerusalem Post, Semafor, USA Today, Haaretz. Tutte le fonti ci vendevano la tesi di una torma di assassini spietati che planava dal cielo in parapendio in preda a una furia genocidaria chimicamente indotta.
Poi, a un certo punto, più niente. Una sparizione repentina quanto misteriosa.
In Italia e in Europa, il Captagon si dissolve già a partire dal dicembre 2023. Se ne trovano tracce solo su testate locali: il Captagon, a furia di promuoverne le strabilianti proprietà, era finito nella movida notturna israeliana.
Nei club di Tel Aviv lo chiamavano “Nukhba drug” e ci si sballavano in nome della vita, anziché della morte, come in una sorta di nemesi. Altrove, invece, era semplicemente evaporato.
Per capire chi avesse avuto interesse a toglierlo dai radar, va fatto un passo indietro. Fino agli anni 2000 la Siria di Assad produceva fino all’80% del Captagon mondiale. Produzione industriale, protetta, gestita in larga parte dalla 4ª Divisione di Maher al-Assad.
Hezbollah ne era parte integrante, coinvolta nella logistica e nella protezione dei laboratori. Le rotte del traffico puntavano verso il Golfo, ma anche verso Gaza, dove risultavano sequestri significativi ai valichi di Rafah, Kerem Shalom, Allenby. Quantità più piccole rispetto a quelle più importanti dirette in Arabia Saudita, ma costanti.
L’IDF documentava a più riprese l’uso massiccio del Captagon tra gli scavatori dei tunnel di Gaza. Un lavoro estenuante, sotto terra, lungo interminabili turni in assenza d’aria. Molti minori ne morivano, per via della sostanza stessa, a causa di crolli o semplicemente sfiniti.
Mi colpisce la continuità simbolica: la stessa droga che inondava le sinapsi delle Brigate Al-Qassam durante Al-Aqsa Flood era già servita come stimolante per scavare le infrastrutture dell’assalto, immolando i più invisibili fra i martiri, quindicenni con il piccone in mano invece dell’AK-47.
Ancora più strano, dunque, che nessuno, da due anni a questa parte, parli più di questo filo stupefacente, soprattutto in considerazione del dibattito che la virulenta risposta israeliana ha scatenato nel frattempo.
L’opinione pubblica, divisa tutt’altro che equamente tra le ragioni dei palestinesi e quelle di Israele, ha dimenticato il Captagon, grande assente nel profluvio di tesi innocentiste e colpevoliste che invadono la rete. Nessuna argomentazione, da qualsiasi parte provenga, ne menziona mai il ruolo, come se non fosse mai esistito.
Un silenzio bipartisan che riecheggia la congiura del silenzio del celebre romanzo di Agatha Christie. Così come sull’Orient Express, non c’è un solo colpevole, ma tutti hanno un movente: le autorità israeliane, impegnate in una campagna militare di recupero degli ostaggi, temevano probabilmente che la droga diventasse un’attenuante; il fronte pro-pal non poteva ammettere che quelli che nel frattempo erano diventati gli eroi della resistenza avessero bisogno di aiutini; i media, infine, di fronte a un tema scomodo per entrambi i poli, hanno semplicemente voltato pagina.
La purezza ideologica e l’abnegazione che arriva al sacrificio di sé si appannano un po’ e la retorica non regge se qualcuno, a monte, aveva deciso di caricarli chimicamente.
Tutti, insomma, hanno inferto la loro coltellata e, anche se non troveremo prove sul cadavere ormai stecchito del Captagon, si possono fare supposizioni fondate: è morto, in definitiva, perché nessuno aveva interesse a tenerlo in vita.
Israele, nei giorni e nelle settimane successive al 7 ottobre, era un Paese scioccato. Non si aspettava che il consenso internazionale venisse meno così in fretta e in modo così brutale, finendo per isolarlo.
In quella fase era comprensibile che non volesse offrire alibi a chi l’aveva ferito in modo così devastante. Non voleva che il massacro venisse in qualche modo “spiegato” o ammorbidito. Del resto, troppo spesso l’instabilità psichica viene usata come scusa. Lo vediamo ancora oggi. Lo vediamo da decenni.
Come molti prima di lui, l’attentatore di Modena del maggio 2026 ne è un esempio: l’auto che, a giudicare dai titoli, “si lancia sulla folla”, quasi dotata di autonoma volontà. Perché chi la guida non è, del resto, in sé: ha un profilo problematico, è un “cane sciolto”, un disadattato che nulla ha mai a che fare con radicalizzazione e jihad.
Come se la malattia mentale esaurisse la questione, si puntano i riflettori su un’alterazione psicofisica e si evita così il confronto con un’ideologia violenta che ha causato centinaia di migliaia di morti.
Ma chi mette il Captagon a disposizione dei terroristi e degli scavatori è in realtà lucidissimo. Non si fida abbastanza della loro sola determinazione. Non basta l’odio. Non bastano l’indottrinamento, la gloria o la promessa di un aldilà pieno di sensuali delizie.
Serve qualcosa che spenga la coscienza, giusto in caso. È lo stesso sadismo che spinge a usare civili come scudi umani: un sistema che tratta la vita del miliziano e quella del civile come materiale di consumo.
Questo è il pezzo di verità che perdiamo quando accettiamo tesi comode e lacunose, sterilizzate dai nostri bias, quando “ci dimentichiamo” del Captagon e ci scopriamo indifferenti al suo ruolo, così rivelatore del cinismo calcolatore di chi usa i palestinesi da decenni come carne da cannone o come mascotte, sbandierandone le sofferenze a beneficio del proprio narcisismo morale.
Perché se Poirot avesse potuto fare due chiacchiere con Kay Scarpetta, avrebbe scoperto che non tutte le coltellate sono ugualmente letali e che alcuni colpevoli sono più colpevoli di altri.
Difficile riunirli tutti in una stanza, come Ellery Queen, visto il numero, e tantomeno riuscire a farli confessare, ma ognuno di noi, ci scommetto, ne ha in mente qualcuno.
(InOltre, 18 agosto 2026)
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Giochi del Mediterraneo ancora senza Israele
Della Pergola: «Prevale ancora l’opportunismo»
Dal 21 agosto al 3 settembre Taranto ospiterà la ventesima edizione dei Giochi del Mediterraneo. Si tratta della quarta volta per l’Italia dopo le edizioni organizzate a Napoli (1963), Bari (1997) e Pescara (2009). Per la ventesima volta su venti, non per sua scelta, al torneo non parteciperà un Paese che sul Mediterraneo, a ben guardare la mappa, si affaccia: Israele. La questione tecnica è che l’ammissione dipende dal plenum «ma nel plenum ci sono molti Paesi arabi che da sempre ostracizzano Israele; il problema sono però i Paesi occidentali, come l’Italia, che a questa politica di boicottaggio non si oppongono», sottolinea il demografo italo-israeliano Sergio Della Pergola. Esponente di spicco della comunità degli Italkim, Della Pergola parla non solo da appassionato di sport ma anche da figlio di uno dei più autorevoli giornalisti sportivi italiani del Novecento, Massimo Della Pergola, inventore tra gli altri del Totocalcio e molto attivo nel rafforzamento dei legami tra Israele e Italia. L’ammissione di Israele ai Giochi «è un tema per il quale mio padre si è sempre speso molto, relazionandosi direttamente con il Coni: dai vertici dello sport italiano ha sempre ascoltato belle parole e promesse, ma tutto è rimasto teoria; ci vorrebbe un atto di coraggio, ma prevale l’opportunismo». È una questione di lungo corso che inizia già con la prima edizione del 1951, disputata ad Alessandria d’Egitto con dieci nazioni e soli maschi in gara, e che prosegue di edizione in edizione con la stessa trama, passando anche da quella del 1967 di Tunisi, la prima aperta alle donne. Dal 1993 i Giochi si svolgono con cadenza quadriennale e sempre nel segno di un rifiuto arabo di Israele, un boicottaggio “a prescindere” che precede l’emergere, nel dibattito anche europeo, di qualunque discussione attorno alla “questione palestinese”. Nel 2025 l’attuale ministro italiano dello Sport, Andrea Abodi, disse di auspicare la presenza di atleti israeliani e palestinesi a Taranto. «Non è la prima volta che sento discorsi del genere. Anche mio padre se lo sentì ripetere tante volte: vedrai, questa è l’ultima volta senza Israele; vedrai, la situazione cambierà. Ne parlò anche con Mario Pescante, che negli anni Novanta guidava il Coni e che lo stimava molto: voleva una statua per lui in ogni piazza italiana». Eppure, rileva il figlio, «siamo sempre al solito punto ed è curioso come per i Paesi arabi sia più importante escludere Israele piuttosto che prevedere la partecipazione di atleti palestinesi, in nome di uno Stato che comunque non esiste». Il problema, accusa, «è però soprattutto l’Europa, Italia inclusa, che non fa niente» contro tale postura. Ventisei le nazioni in gara a Taranto, dove accorreranno il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, e la premier Giorgia Meloni. Ci saranno delegazioni di Paesi dove il radicalismo islamico imperversa come Siria, Libano e Libia. Ci saranno l’Egitto di Al Sisi e la Turchia di Erdogan. Ma non ci sarà Israele. a.s.
(Pagine Ebraiche, 18 agosto 2026)
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Gaza. Fronte arabo-islamico contro Israele e dimentica Hamas
Otto Paesi chiedono conto a Gerusalemme delle violazioni mentre il disarmo di Hamas resta il nodo decisivo del piano americano
di Shira Navon
Otto Paesi arabi e islamici tornano a mettere Israele sotto accusa proprio mentre il futuro della Striscia di Gaza dipende da una questione che nessun accordo può permettersi di aggirare: il disarmo di Hamas. Giordania, Emirati Arabi Uniti, Indonesia, Pakistan, Turchia, Qatar, Arabia Saudita ed Egitto hanno denunciato le violazioni israeliane e chiesto che i responsabili di quelle definite «gravi violazioni» siano chiamati a risponderne. Nel documento, tuttavia, la pressione esercitata sul movimento islamista palestinese appare assai meno esplicita.
La contraddizione pesa soprattutto perché il nuovo tentativo di stabilizzare Gaza ruota esattamente intorno alle armi. La roadmap elaborata nell’ambito del piano del presidente americano Donald Trump prevede una cessazione delle operazioni militari, il progressivo ritiro israeliano, il trasferimento dell’amministrazione della Striscia al National Committee for the Administration of Gaza e un processo verificato di smilitarizzazione. La sicurezza dovrebbe essere sostenuta da una forza internazionale, mentre un apposito comitato avrebbe il compito di certificare il rispetto degli impegni assunti dalle parti.
È precisamente qui che emerge il problema politico. Hamas ha accettato la roadmap, secondo quanto riferito a fine luglio, dopo mesi nei quali suoi dirigenti avevano respinto uno dei punti essenziali del progetto americano, cioè la rinuncia al proprio apparato militare. Il testo oggi sul tavolo parla di raccolta, deposito e messa fuori uso delle armi e prevede la distruzione delle infrastrutture militari, compresi i tunnel. Senza l’attuazione verificabile di questi passaggi, l’intero meccanismo rischia di restare sospeso.
La questione riguarda direttamente alcuni dei firmatari delle dichiarazioni contro Israele. Qatar, Turchia ed Egitto partecipano infatti alla complessa architettura diplomatica costruita attorno alla tregua e hanno preso parte ai colloqui con le fazioni palestinesi. Il Cairo, per bocca del ministro degli Esteri Badr Abdelatty, ha riconosciuto pubblicamente che Hamas deve procedere alla dismissione delle armi.
Resta quindi da capire quanto gli Stati della regione siano disposti a trasformare questo principio in una pressione politica effettiva. Una Gaza nella quale Hamas conservasse una struttura militare autonoma riprodurrebbe infatti la condizione che ha accompagnato la Striscia per quasi vent’anni, dalla presa del potere del movimento islamista nel 2007 fino alla guerra seguita al massacro del 7 ottobre 2023.
Nelle dichiarazioni diffuse ad Amman è riemerso anche un altro terreno di scontro, quello di Gerusalemme e del Monte del Tempio, Haram al-Sharif per i musulmani. I ministri hanno denunciato le iniziative israeliane che, a loro giudizio, minacciano l’identità araba, islamica e cristiana della città e hanno condannato le visite di ebrei al complesso religioso. Il linguaggio utilizzato mostra quanto la dimensione religiosa continui a sovrapporsi al conflitto politico, rendendo ancora più difficile la ricerca di un equilibrio regionale.
Il problema supera però la disputa diplomatica delle ultime settimane. Dopo il 7 ottobre qualsiasi progetto di sistemazione politica dei territori palestinesi deve rispondere a una domanda che per Israele è diventata esistenziale: chi garantirà che un territorio dal quale l’esercito israeliano si ritira non venga nuovamente trasformato in una base armata?
La prospettiva dei due Stati continua a essere indicata dai governi arabi e da buona parte della comunità internazionale come approdo politico finale. Prima di arrivarci, la partita concreta si gioca sulla capacità di costruire un’autorità palestinese che possieda davvero il monopolio della forza. Se Hamas manterrà armi, strutture militari e capacità coercitiva, qualunque nuovo assetto istituzionale rischierà di nascere già condizionato.
Per questo la credibilità dei Paesi arabi e islamici impegnati nella mediazione si misurerà anche sulla loro disponibilità a rivolgere a Hamas richieste altrettanto nette di quelle indirizzate a Israele. La roadmap americana ha messo il disarmo al centro del processo. Adesso occorre verificare chi sia davvero disposto a farlo rispettare.
(Setteottobre, 17 agosto 2026)
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L’Iran si prepara a un’escalation del conflitto
Si ritiene che il regime dei mullah si sia preparato, durante il periodo di 60 giorni previsto da un memorandum concordato con Washington, all’eventualità di un nuovo conflitto militare
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A Teheran, alla fine di luglio, una ragazzina posa davanti a dei missili esposti
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A quanto pare, l’Iran ha sfruttato gli ultimi due mesi per prepararsi a una possibile ulteriore escalation. Allo stesso tempo, secondo quanto riferito da Israele, si osserva un coordinamento più stretto tra l’organizzazione terroristica palestinese Hamas, Hezbollah e Teheran.
Alla base di questa nuova valutazione vi sono, tra l’altro, le informazioni dei servizi segreti arabi secondo cui la leadership iraniana avrebbe ridefinito la propria strategia. Secondo un articolo del «Wall Street Journal», Teheran avrebbe preso precauzioni durante il periodo di 60 giorni previsto da un memorandum concordato con Washington in caso di un nuovo conflitto militare.
Le autorità iraniane avrebbero evidentemente ritenuto che anche gli Stati Uniti considerano l’accordo solo come un modo per guadagnare tempo e stanno preparando un ulteriore attacco. Secondo l’articolo, per questo motivo è stata intensificata la produzione di missili e droni e sono stati nominati esponenti della linea dura in posizioni chiave.
• Grande conflitto
Il termine di 60 giorni stabilito nel memorandum sta ora per scadere. Rappresentanti dei servizi segreti arabi parlano di una «svolta strategica» all’interno della leadership iraniana. L’obiettivo sarebbe quindi quello di schierare le proprie forze armate in vista di un’estensione del conflitto.
Anche in Iran stesso sarebbe diffusa l’aspettativa di un nuovo grande conflitto. Secondo il WSJ, l’analista di difesa Mohammad Hassan Sangtarash, con sede a Teheran, ha affermato che lì prevale ampiamente l’opinione che la vera guerra «non sia ancora nemmeno iniziata».
Parallelamente agli sviluppi in Iran, secondo un articolo del «Jerusalem Post», l’esercito israeliano rileva una crescente collaborazione tra Hamas e Hezbollah. Secondo le stime dell’IDF, Teheran sostiene questo coordinamento. Israele teme che ciò serva a ricostruire un’alleanza già indebolita contro lo Stato ebraico.
• Attacco con droni da parte di Hezbollah
Secondo le informazioni fornite dai militari, la situazione si è aggravata in particolare nella cosiddetta «altura di Ali Taher», nel Libano meridionale. Lì, i terroristi di Hezbollah starebbero cercando di individuare dove sono di stanza le truppe israeliane e quando si spostano. Sabato mattina, secondo fonti israeliane, l’organizzazione terroristica ha impiegato un drone controllato tramite cavo in fibra ottica. Tre soldati dell’unità speciale Jahalom sono rimasti feriti.
Le forze armate israeliane (IDF) ritengono inoltre che Hezbollah stia cercando di rifornire i combattenti bloccati in strutture sotterranee. Le unità israeliane stanno cercando i tunnel, le vie di rifornimento nascoste e altre attività dell’organizzazione terroristica, al fine di distruggerne le infrastrutture.
Un alto ufficiale militare israeliano ha dichiarato, riferendosi ai combattenti circondati: «Chi esce dal sottosuolo e si arrende verrà interrogato in Israele. Chi rimane lì morirà o verrà ucciso da noi.»
(Jüdische Allgemeine, 17 agosto 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Una delegazione statunitense intende visitare il villaggio palestinese di Qusra
La situazione a Qusra rimane tesa. I coloni se ne sono andati, ma gli abitanti temono il loro ritorno non appena l’esercito si ritirerà. Nel frattempo, il ministro della Difesa Katz intende rafforzare le forze di polizia in Cisgiordania. [Nel corpo dell’articolo il termine “coloni” è stato ovunque sostituito con “pionieri”. Legenda.].
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Soldati israeliani davanti a una casa assediata a Qusra
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NABLUS / QUSRA – Una delegazione di funzionari statunitensi intende recarsi nel villaggio palestinese di Qusra, nei pressi di Nablus , per farsi un’idea della situazione sul posto. Secondo quanto riferito, il gruppo avrebbe chiesto ad alti funzionari della sicurezza israeliani di accompagnarli nella visita.
Secondo quanto riportato dall’emittente “Canale 12”, dovrebbero illustrare come intendono procedere in futuro contro i pionieri estremisti, ha scritto lunedì il sito di notizie israeliano “Times of Israel”. Per circa una settimana, pionieri estremisti hanno assediato due case del villaggio palestinese, allestendo un avamposto nei cortili.
Per allontanare i pionieri da lì, venerdì i soldati sono entrati nel villaggio e hanno occupato diverse case. Nel corso dell’operazione, le famiglie coinvolte sono state temporaneamente evacuate. Nel frattempo sono tornate nelle loro case, ma, secondo quanto da loro stesso dichiarato, non possono lasciarle perché l’esercito ha dichiarato la zona area militare vietata.
Anche i soldati sono ancora sul posto per impedire il ritorno degli estremisti. Questo timore non sembra infondato: domenica alcuni pionieri sarebbero stati nuovamente avvistati nei pressi del villaggio. La situazione rimane quindi tesa.
• Lo Shabak raccoglie prove contro i pionieri estremisti
Nel frattempo, l’esercito ha consegnato alla polizia israeliana «decine di foto» delle persone che avevano partecipato all’assedio delle abitazioni. Secondo il «Times of Israel», tuttavia, la polizia ha dichiarato che le immagini sono troppo generiche per giustificare un arresto. I servizi segreti interni, lo Shabak, stanno lavorando per raccogliere prove contro i responsabili.
La violenza da parte dei pionieri estremisti è aumentata notevolmente negli ultimi anni, in particolare dopo il 7 ottobre 2023. Ad esempio, nel 2025 gli attacchi contro i palestinesi sono aumentati del 27 per cento rispetto all’anno precedente. Anche l’andamento nei primi sei mesi del 2026 va nella stessa direzione.
• Nessuna reazione da parte di Netanyahu e Trump
La scorsa settimana l’ambasciatore statunitense Mike Huckabee aveva definito i pionieri violenti «terroristi israeliani» e aveva condannato con forza l’assedio. Anche il suo omologo israeliano a Washington Jechiel Leiter si è espresso in modo critico, parlando di una «banda di teppisti» che, con violenza insensata, provoca gravi danni.
Il primo ministro Benjamin Netanyahu (Likud) non si è ancora espresso sugli incidenti di Qusra. Non c’è nemmeno una presa di posizione ufficiale da parte degli Stati Uniti. A differenza del suo predecessore Joe Biden (Democratici), il presidente degli Stati Uniti Donald Trump (Repubblicani) ha finora evitato di criticare pubblicamente Israele per via dei pionieri violenti. Secondo alcune fonti, tuttavia, dietro le quinte la situazione sarebbe molto tesa.
• Katz: unità contro la violenza dei pionieri
Il ministro della Difesa israeliano Israel Katz (Likud) ha nel frattempo dichiarato che la polizia israeliana è responsabile dei conflitti tra palestinesi e pionieri, non l’esercito. Quest’ultimo ha il compito di combattere il terrorismo palestinese e proteggere i confini di Israele.
L’esercito dovrebbe ora aiutare le forze di sicurezza civili a costituire un’unità di polizia in grado di gestire questo tipo di questioni. Tale unità riceverà i poteri e i finanziamenti necessari per svolgere il compito.
I critici obiettano tuttavia che la polizia abbia già ora il potere di far rispettare le leggi. Semplicemente non le applica nei confronti dei pionieri. Al «Times of Israel», una fonte anonima proveniente dalle file della polizia ha accusato il ministro della Sicurezza Itamar Ben-Gvir di aver favorito questa situazione. Il leader di «Ozma Jehudit» avrebbe creato un clima favorevole agli estremisti.
Il vicepresidente dell’Autorità palestinese Hussein al-Sheikh ha condannato il piano di Katz definendolo una «violazione del diritto internazionale» e dei trattati in vigore. Secondo l’agenzia di stampa palestinese WAFA, il politico di Fatah vede in questo un tentativo di introdurre la legge israeliana in Cisgiordania.
(Israelnetz, 17 agosto 2026)
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“Costringere” Israele
Ieri, Jared Kushner, genero di Trump e inviato in Medioriente, ha incontrato il nuovo leader di Hamas, Khalil al-Hayya, nella città egiziana di El-Alamein.
Fa parte della nuova prassi introdotta da Steve Witkoff, aprire un canale diretto con Hamas, dialogare con i terroristi faccia a faccia. Per Witkoff, come per Trump, si può e si deve negoziare con chiunque.
Hamas avrebbe ribadito il suo impegno nei confronti del piano di pace in 15 punti proposto da Trump e sul quale Netanyahu ha messo il freno. A Kushner, Hamas ha chiesto di «costringere» Israele ad «approvare la tabella di marcia» e a «iniziare a stabilire un calendario per la sua attuazione».
“Costringere” è verbo forte, ed evidenzia come Hamas abbia tutto l’interesse a che il piano venga applicato come è concertato. Potrebbe così allungare i tempi del disarmo, confidando anche che a novembre, quando negli Stati Uniti ci saranno le elezioni di Mid Term, Trump perda sia al Senato che alla Camera, o in uno solo dei due rami del Congresso, ed esca indebolito. Un eventuale rimonta dei democratici per il gruppo jihadista sarebbe certamente un punto a favore.
Israele non chiede un disarmo progressivo a cui dovrebbe corrispondere il proprio progressivo arretramento, ma un disarmo immediato e senza prolungamenti, ed è quello che Hamas non vuole fare per continuare a giocare un ruolo all’interno della Striscia. Fa sorridere che Kushner dica al nuovo leader di Hamas che «Gaza non potrà mai più essere una fonte di terrore per Israele», come rivela una fonte anonima. Non fa sorridere l’affermazione in sé, più che ragionevole, ma il pensare o credere che una organizzazione antisemita dedicata alla distruzione di Israele, intenda rinunciare a questo obiettivo.
E’ la conseguenza della “dottrina Trump-Witkoff”, in base alla quale tutti gli attori politici, anche quelli motivati dal fanatismo religioso e sterminazionista, siano alla fine, soggetti razionali con i quali è possibile trovare una convergenza.
Non avere capito che Hamas, come l’ISIS, come Al Qaeda, condivide il medesimo oltranzismo, (lo stesso dell’Iran), e che unicamente la forza può essere risolutiva, è la ragione per la quale Hamas vorrebbe che gli USA “costringessero” Israele ad accettare ciò che l’Amministrazione Trump ha proposto.
(L'informale, 17 agosto 2026)
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Sderot, la città ferita dal 7 ottobre che torna a crescere
di Micol Silvera
Nel 2023, secondo i dati demografici, Sderot contava 35.477 abitanti. Oggi, secondo il vicesindaco Elad Kalimi, la popolazione è arrivata a 42.000 residenti: un aumento di quasi il 20% in meno di tre anni.
Una crescita che dimostra la capacità di resilienza della città dopo la tragedia del 7 ottobre 2023. «È un miracolo», ha affermato Kalimi, definendo la comunità un simbolo di «forza» e di «superamento delle difficoltà».
I dati del CBS, l’Ufficio Centrale di Statistica israeliano, mostrano che Sderot aveva già registrato una crescita significativa tra il 2021 e il 2023, quando la popolazione aumentò di 5.000 abitanti. Kalimi ha annunciato la costruzione di cinque nuovi quartieri che, secondo le sue previsioni, potrebbero portare la città a 70.000 abitanti.
«Vogliamo che i visitatori che vengono qui possano vedere e conoscere l’eroismo e la forza della nostra comunità», ha affermato Kalimi, invitando a conoscere la realtà di Sderot e a celebrarne la rinascita nonostante le difficoltà. «Non ci pieghiamo. Mai, mai», ha continuato il vicesindaco. «È qualcosa di unico a Sderot, ed è ciò che spinge le persone a venire qui. Persone da tutto il Paese. Persone di ogni tipo: religiose e non, giovani e anziani, vengono qui perché percepiscono questo spirito unico».
Ma nella ripresa dopo il 7 ottobre non vengono dimenticati gli eroi locali che si sono sacrificati, come il capitano Shiloh Cohen, comandante dell’unità Shaldag, soprannominato “Chico”. Shiloh aveva 24 anni quando è stato ucciso mentre combatteva i terroristi nel kibbutz Be’eri il 7 ottobre 2023. In suo ricordo è stato dedicato il locale “Café Chico”, con una targa in suo onore accanto a un albero di clementine trasferito da Be’eri a Sderot.
«Shiloh capì quel giorno che non c’era tempo di aspettare istruzioni dai comandanti», ha ricordato il padre, Aryeh Cohen, ripercorrendo le sue azioni nel giorno dell’attacco. «Shiloh si è svegliato verso le 7 del mattino, è uscito di casa alle 9:30 e, verso le 11:30, stava già combattendo a Mefalsim». Dopo aver combattuto in quella zona, il capitano è riuscito a raggiungere Be’eri, dove fu ucciso intorno alle 17:30, secondo quanto raccontato dal padre.
La guerra ha segnato profondamente i cittadini di Sderot. Karen Kalfa, insegnante trasferitasi in Israele da Montreal 25 anni fa, ha raccontato come il terrorismo abbia rappresentato per anni una minaccia costante per la sua famiglia. «Ho sei figli. Il mio figlio maggiore ha 18 anni e mezzo e, mentre cresceva, è stato esposto a molti attacchi con razzi Qassam e ai tanti periodi di guerra vissuti in Israele».
Il 7 ottobre, Kalfa ha chiamato i suoi studenti per assicurarsi che stessero bene. Alcuni non hanno mai risposto. «Ho perso moltissimi dei miei studenti, dei miei colleghi, dei miei amici e dei miei vicini», ha raccontato. Un giorno doloroso, che ha rappresentato «non solo un lutto per la mia città, ma anche per la comunità in cui lavoro».
Kalfa ha però sottolineato come la condivisione di quel dolore abbia contribuito a rafforzare gli abitanti di Sderot. «Vivere a Sderot è sempre stato qualcosa di speciale, perché i razzi e tutto il trauma che la comunità ha dovuto affrontare sono stati un elemento di unione per noi».
Sderot prova così a trasformare il dolore della guerra in una forza collettiva, capace di sostenere la rinascita della città. Oggi la forte crescita della popolazione alimenta anche il desiderio di far conoscere questa realtà ai visitatori, attraverso percorsi e iniziative dedicate alla memoria, alla resilienza e alla vita quotidiana della comunità. Tra queste, l’evento previsto martedì 11 agosto, che includerà un tour guidato della città e una visita al Café Chico.
(Shalom, 17 agosto 2026)
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Chiesa e Israele, un confronto
di Marcello Cicchese
“Poiché, visto che nella sapienza di Dio il mondo non ha conosciuto Dio con la propria sapienza, è piaciuto a Dio di salvare i credenti mediante la pazzia della predicazione. Poiché i Giudei chiedon de' miracoli, e i Greci cercan sapienza; ma noi predichiamo Cristo crocifisso, che per i Giudei è scandalo, e per i Gentili, pazzia; ma per quelli i quali son chiamati, tanto Giudei quanto Greci, predichiamo Cristo, potenza di Dio e sapienza di Dio; poiché la pazzia di Dio è più savia degli uomini, e la debolezza di Dio è più forte degli uomini” (1Colossesi 1:22-25).
Da queste parole dell’apostolo Paolo dovrebbe risultare chiaro che la retta predicazione evangelica di Cristo crocifisso non si presta a placare gli animi e a favorire educati incontri ecumenici. Non bisogna quindi farsi illusioni e cullarsi nell’idea che una spiegazione chiara di come stanno effettivamente le cose secondo la Scrittura porti automaticamente a una maggiore comprensione tra ebrei e gentili. Può anche essere vero il contrario. Il gentile può essere infastidito dall’ebreo che continua a considerarsi parte di un popolo eletto da Dio; l’ebreo può essere irritato dal gentile che vuole convincerlo che Gesù, il Signore e il Salvatore del mondo, è proprio il Messia che Israele aspettava e ancora aspetta. Ma è importante che lo scandalo per l’ebreo, se deve esserci, sia provocato dall’annuncio veritiero del Vangelo e non dal comportamento scandaloso di antisemiti che si dicono cristiani. E’ importante allora che i discepoli di Cristo siano ben consapevoli dei privilegi e dei limiti che implica la loro appartenenza al corpo del Servo-Messia. Esaminiamo allora alcune differenze fondamentali che esistono tra la Chiesa e Israele. La Chiesa opera in un periodo della storia in cui persiste un distacco tra il Servo-Messia e il servo-popolo. In questo tempo, che Dio ha previsto e voluto nel suo piano di salvezza universale, il compito che Gesù ha dato alla sua Chiesa prima di salire al cielo è sostanzialmente uno solo:
“E disse loro: «Andate per tutto il mondo, predicate il vangelo a ogni creatura. Chi avrà creduto e sarà stato battezzato sarà salvato; ma chi non avrà creduto sarà condannato»” (Marco 16:15-16).
L’indurimento temporaneo che “si è prodotto in una parte d’Israele” deve servire, nel piano di Dio, a far entrare nella salvezza“la totalità dei gentili”; dopo di che “tutto Israele sarà salvato” (Romani 11:25-26), cioè il Messia Gesù ritornerà, purificherà il suo popolo, lo libererà dalla mano dei suoi nemici e instaurerà il Regno messianico in cui Egli siederà sul “trono di Davide”, come ripetutamente promesso dai profeti e annunciato a Maria dall’angelo Gabriele (Luca 1:32). Ma prima che questo avvenga, affinché negli ultimi tempi risulti chiara l’originaria volontà di Dio che ha scelto Israele, il corpo di Cristo, costituito da ebrei e gentili, sarà tolto da questa terrà ed andrà “a incontrare il Signore nell’aria:
“Fratelli, non vogliamo che siate nell’ignoranza riguardo a quelli che dormono, affinché non siate tristi come gli altri che non hanno speranza. Infatti, se crediamo che Gesù morì e risuscitò, crediamo pure che Dio, per mezzo di Gesù, ricondurrà con lui quelli che si sono addormentati. Poiché vi diciamo questo fondandoci sulla parola del Signore: che noi viventi, i quali saremo rimasti fino alla venuta del Signore, non precederemo quelli che si sono addormentati; perché il Signore stesso, con un ordine, con voce d’arcangelo e con la tromba di Dio, scenderà dal cielo, e prima risusciteranno i morti in Cristo; poi noi viventi, che saremo rimasti, verremo rapiti insieme con loro, sulle nuvole, a incontrare il Signore nell’aria; e così saremo sempre con il Signore. Incoraggiatevi dunque gli uni gli altri con queste parole” (1 Tessalonicesi 4:13-18).
Due compiti invece la Chiesa non ha ricevuto da Gesù: la Chiesa non ha il compito di esprimere sulla terra la regalità politica di Dio; la Chiesa non ha il compito di costituire sulla terra un’istituzione unitaria riconoscibile dal mondo e con un suo centro territoriale. Il primo punto dipende dal fatto che il Regno messianico annunciato dai profeti non è presente oggi sulla terra e la sua venuta implicherà l’instaurazione del trono di Davide e il ristabilimento di Israele come popolo guida delle nazioni. Quando questo avverrà, il centro del mondo non sarà né Roma, né Bruxelles, né New York, ma Gerusalemme:
“Avverrà, negli ultimi giorni, che il monte della casa del Signore si ergerà sulla vetta dei monti, e sarà elevato al di sopra dei colli; e tutte le nazioni affluiranno a esso. Molti popoli vi accorreranno, e diranno: «Venite, saliamo al monte del Signore, alla casa del Dio di Giacobbe; egli ci insegnerà le sue vie, e noi cammineremo per i suoi sentieri». Da Sion, infatti, uscirà la legge, e da Gerusalemme la parola del Signore. Egli giudicherà tra nazione e nazione e sarà l’arbitro fra molti popoli; ed essi trasformeranno le loro spade in vomeri d’aratro, e le loro lance, in falci; una nazione non alzerà più la spada contro un’altra, e non impareranno più la guerra” (Isaia 2:2-4).
Nel tempo attuale invece la sovranità di Dio è nascosta agli uomini: quindi ai discepoli di Gesù non è consentito l’uso della forza perché sono chiamati a seguire le orme del loro Maestro, e a camminare come Egli ha camminato su questa terra, nella debolezza fisica e con la sola autorità della Parola di Dio:
“Un discepolo non è superiore al maestro, né un servo superiore al suo signore.” (Matteo 10:24).
Il secondo punto evidenzia in modo ancora più marcato la differenza tra Chiesa e Israele. Mentre per Israele la diaspora è un giudizio, per la Chiesa è un ordine. A rappresentare la Chiesa universale, nel libro dell’Apocalisse vengono presentate sette chiese locali, senza nessuna istituzione globale che le unisca e le rappresenti. In mezzo a loro, nella visione che appare a Giovanni, si muove, come unico elemento di unità, una figura terrificante:
“Fui rapito dallo Spirito nel giorno del Signore, e udii dietro a me una voce potente come il suono di una tromba, che diceva: «Quello che vedi, scrivilo in un libro e mandalo alle sette chiese: a Efeso, a Smirne, a Pergamo, a Tiatiri, a Sardi, a Filadelfia e a Laodicea». Io mi voltai per vedere chi mi stava parlando. Come mi fui voltato, vidi sette candelabri d’oro e, in mezzo ai sette candelabri, uno simile a un figlio d’uomo, vestito con una veste lunga fino ai piedi e cinto di una cintura d’oro all’altezza del petto. Il suo capo e i suoi capelli erano bianchi come lana candida, come neve; i suoi occhi erano come fiamma di fuoco; i suoi piedi erano simili a bronzo incandescente, arroventato in una fornace, e la sua voce era come il fragore di grandi acque. Nella sua mano destra teneva sette stelle; dalla sua bocca usciva una spada a due tagli, affilata, e il suo volto era come il sole quando risplende in tutta la sua forza. Quando lo vidi, caddi ai suoi piedi come morto. Ma egli pose la sua mano destra su di me, dicendo: «Non temere, io sono il primo e l’ultimo, e il vivente. Ero morto, ma ecco sono vivo per i secoli dei secoli, e tengo le chiavi della morte e del soggiorno dei morti. Scrivi dunque le cose che hai viste, quelle che sono e quelle che devono avvenire in seguito, il mistero delle sette stelle che hai viste nella mia destra, e dei sette candelabri d’oro. Le sette stelle sono gli angeli delle sette chiese, e i sette candelabri sono le sette chiese.” (Apocalisse 1:10-20).
Non esiste, non deve esistere sulla terra un’istituzione unitaria visibile che si presenti al mondo come la “Chiesa” e ne pretenda il riconoscimento. La Chiesa, come corpo di Cristo, ha il suo centro unitario nel Capo che si trova nel cielo e siede alla destra del Padre. Un’istituzione che si autonomini Chiesa di Gesù Cristo, che abbia un suo Stato territoriale e un’organizzazione che pretenda di estendersi su tutto il globo, costituisce per questo stesso fatto un’illecita anticipazione e una sostituzione del Regno messianico promesso a Israele, e pertanto è inevitabilmente destinata ad assumere un atteggiamento antisemita. Per un’istituzione simile l’antisemitismo non è un incidente: è un destino.
(da "La superbia dei Gentili")
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